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L’ANTIRICICLAGGIO INDAGA SULLA BESTIA DI SALVINI: I SOLDI DEGLI ITALIANI ANDATI A LUCA MORISI E SOCI

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

TRE MILIONI DI EURO IN TRE ANNI, PROVENIENTI ANCHE DAL FINANZIAMENTO AI GRUPPI PARLAMENTARI CHE PER LEGGE DOVREBBE ESSERE DESTINATO SOLO ALL’ATTIVITA’ IN PARLAMENTO

Costa cara la propaganda sovranista di Matteo Salvini. Milioni di euro. Soldi destinati alla “Bestia” inventata dallo spin doctor del Capitano Luca Morisi, e finiti anche a Radio Padana, quella che un tempo era conosciuta come la “Voce del Nord”. A pagare la diffusione capillare degli slogan nazionalisti e filorussi, le campagne anti immigrati o quelle sui bambini scippati di Bibbiano, è la Lega, certo. Ma indirettamente anche i contribuenti italiani.
L’Espresso ha infatti scoperto che la Lega ha girato oltre tre milioni di euro in tre anni alla società  SistemaIntranet di Morisi, ad alcune srl legate al Carroccio e alla cooperativa proprietaria della radio del partito.
E che i denari provengono dai sostenitori privati, dal 2 per mille delle dichiarazioni dei redditi dei simpatizzanti, e dai soldi pubblici destinati ai gruppi parlamentari della Camera e del Senato.
Fondi, questi ultimi, che ogni gruppo può usare per attività  strettamente connesse all’attività  parlamentare.
Un flusso di denaro che ha destato più di qualche sospetto, tanto da finire nel radar dell’Unità  informazione finanziaria di Bankitalia. L’ Autorità , cioè, incaricata di acquisire informazioni su ipotesi di riciclaggio che collabora con le procure.
UNA BESTIA INSAZIABILE
Partiamo dai segreti della “Bestia”, il sistema informatico personalizzato inventato da Morisi per propagandare il verbo del leader. Leggendo le relazioni di Bankitalia sulle operazioni sospette della Lega, i bilanci delle società  collegate al partito e il database del Viminale si scopre che costa molto di più di quanto raccontato finora dai leghisti. «La mia società , SistemaIntranet, per il rapporto professionale con la Lega Nord e Matteo fattura annualmente 170 mila euro lordi importo comprensivo di tutti i costi vivi, server e trasferte comprese! Capito?!», rispondeva indignato il consigliere di Salvini nel maggio 2017 a chi ipotizzava costi maggiori.
Così un milione di euro di denaro pubblico è finito a Radio Padania
Circa 780 mila euro in 13 mesi, fino ad almeno novembre 2019. Fondi che arrivano dal contributo spettante al gruppo parlamentare della Lega e che possono essere utilizzato solo per attività  dello stesso (e non del partito). Per l’antiriciclaggio si tratta di bonifici sospetti. E ci sono altri 500mila euro “anomali”
In realtà  Morisi e il suo socio in affari Andrea Paganella hanno ricevuto dal 2017 al 2019, tra stipendi e versamenti vari, una cifra che sfiora il milione di euro. A questa vanno aggiunti altri centinaia di migliaia di euro che la Lega ha investito per pagare post sponsorizzati sui social e assumere collaboratori utili a far funzionare il poderoso ministero della Propaganda della Lega.
Un partito che – dopo lo scandalo dei 49 milioni di rimborsi elettorali non dovuti ma incassati, spesi e mai restituiti, come ordinato dai giudici – deve allo Stato 600 mila euro l’anno in comode rate a interessi zero per i prossimi otto decenni. La narrazione del partito a secco di soldi è stato un argomento valido per convincere i magistrati a rateizzare il maxi debito.
Andiamo con ordine. SistemaIntranet di Morisi e Paganella è una “società  in nome collettivo” che, per legge, non ha l’obbligo di presentare bilancio come una spa o una srl. Ha solo due dipendenti e ha iniziato le sue attività  nel 2009. Durante i primi otto anni, almeno a dare per buono quello che scrisse Morisi in un post su Facebook, la piccola startup ha fatturato in tutto poco più di 900 mila euro totali, circa 133 mila euro lordi l’anno. Dal 2017, però, la musica cambia. In meglio.
Tra l’inizio di quell’anno, infatti, e il settembre 2018 un conto corrente intestato alla Lega Nord gira all’azienda dei guru della comunicazione di Salvini ben 516.800 euro. Mentre un’altra relazione su presunte operazioni sospette della Lega firmata dall’Uif, l’ufficio specializzato nell’antiriciclaggio, chiarisce poi che il 3 settembre 2019 all’azienda di Morisi e Paganella arrivano, da un altro conto corrente intestato a Lega-Salvini premier, altri 293 mila euro.
«Dall’estratto conto si rileva che la provvista è stata parzialmente utilizzata, in quanto il saldo del rapporto, al 4 ottobre 2019, risulta pari a 262 mila euro, e che i principali impieghi sono costituiti da due bonifici di 12 mila euro ciascuno a favore dei due soci», aggiungono gli investigatori dell’istituto.
I due uomini d’oro della propaganda del Capitano, oltre a incassare bonifici dalla Lega (810 mila euro sono quelli certificati in totale da Bankitalia), nello stesso periodo hanno incamerato anche la busta paga del ministero dell’Interno: appena Salvini si è seduto sulla poltrona più importante del Viminale ha assunto Morisi come “consigliere strategico per la comunicazione”.
Un contratto da 65 mila euro l’anno cominciato il primo giugno 2018 e concluso con la caduta del Conte I ad agosto 2019. Anche l’altro socio di SistemaIntranet Paganella è stato promosso capo della segreteria di Salvini, a 86 mila euro l’anno . Sommando gli stipendi ai bonifici ottenuti tramite la società , i due Rasputin di Matteo hanno percepito negli ultimi tre anni quasi un milione di euro.
TRA BARISTE E PROPAGANDA
Non è tutto. La Bestia che permette a Salvini performance da record su Facebook e Twitter è un animale che ha sempre fame, e che per funzionare divora soldi senza sosta. Così per farla mangiare la Lega e gli uomini di Salvini nel maggio del 2018, due mesi dopo l’exploit elettorale del 4 marzo, creano dal nulla una nuova società , la Vadolive srl, il cui socio unico era inizialmente Vanessa Servalli. Una parente di Alberto Di Rubba, uno dei tre commercialisti del partito, un nome centrale che ritroveremo più avanti in questa storia di denari leghisti.
A settembre 2018 le quote della Vadolive sono passate di mano, e sono state trasferite dalla Servalli all’attuale amministratore delegato Davide Franzini, già  amministratore della cooperativa che edita Radio Padania.
A cosa serve la srl, che ha come oggetto sociale la “conduzione di campagne pubblicitarie”? Il 10 maggio 2018 anni, evidenzia Bankitalia, la nuova azienda sottoscrive un contratto con il gruppo parlamentare del Senato della Lega-Salvini premier «impegnandosi a gestire la “promozione social” delle attività  di tale gruppo», oltre alla formazione dei senatori leghisti «sull’utilizzo dei social media e delle tecniche di comunicazione».
La società  della Servalli, una barista, chiede per i servizi ben 480 mila euro l’anno, da versare in rate mensili anticipate. Le Lega dà  alla nuova azienda 36 mila euro al mese per circa sei mesi: l’ultimo bonifico è del dicembre 2018. Secondo la Uif, in tutto la Lega abbuona alla srl 256 mila euro.
A sua volta la Vadolive gira 12 mila euro alla Dea Consulting, una società  di Di Rubba, quattro bonifici per il pagamento dell’affitto di un misterioso immobile a via delle Tre Cannelle, e 87 mila euro in favore «di più beneficiari».
Chi sono? I soliti Paganella e Morisi, più altri fedelissimi di Salvini adibiti alla gestione della propaganda della Bestia. Cioè Matteo Pandini (che in quel periodo risulta anche capo ufficio stampa al Viminale con contratto da 90 mila euro l’anno), il figlio del presidente della Rai Marcello Foa, Leonardo, e i “Morisi Boys” Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana : tutti e quattro, oltre essere pagati da Vadolive, sono stati assunti al Viminale con una collaborazione da 41 mila euro a testa. Morisi avrebbe potuto chiarire ogni dubbio, ma alle nostre domande non ha risposto.
Facendo i conti, dunque, la somma finale di fatture varie, bonifici e stipendi assortiti, si scopre che la Lega e società  collegate al Carroccio in meno di tre anni hanno speso per i servizi di propaganda quasi 1,3 milioni di euro.
Soldi pubblici che forse Salvini avrebbe potuto risparmiare o, meglio, restituire almeno in parte allo Stato italiano. Che rischia di aspettare più di 80 anni per ottenere il rimborso completo dei 49 milioni “truffati” da Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito.
Come mai la Lega può sperperare i denari per l’appetito della Bestia? Semplice: il Carroccio si è diviso in due dei partiti, Lega Nord e Lega Salvini Premier.
Da un lato c’è la vecchia Lega nord per l’indipendenza della Padania, trasformata in bad company, con un debito mostruoso e con la condanna a restituire i 48,9 milioni di rimborsi elettorali.
Dall’altro la Lega-Salvini premier, che può incamerare senza patemi la ricca torta del 2 per mille e dei finanziatori privati. E poi ci sono i gruppi parlamentari di Camera e Senato, che possono contare sui milioni del contributo pubblico.
A TUTTO FACEBOOK
Ai denari scovati grazie alle relazioni di attività  sospette dell’Unità  di informazione finanziaria ne vanno però aggiunti altri.
La Lega infatti impegna somme consistenti anche a favore di Facebook e Google per sponsorizzare le pagine social del Capo.
Bankitalia evidenzia bonifici nel 2017 e nel 2018 di 55 mila euro a favore del colosso di Mark Zuckerberg e di oltre 40 mila per Google. Ma la Libreria delle inserzioni pubblicitarie di Facebook (creata dopo le polemiche scatenate dallo scandalo di Cambridge Analytica) rivela pure che da marzo 2019 a maggio 2020 la Lega-Salvini premier ha investito 254 mila euro per sponsorizzare post della pagina di Salvini, più 79 mila euro per quella di Lucia Bergonzoni, candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna .
Cifre che vincono ogni confronto con quelle spese da altri partiti: nel medesimo arco temporale il Pd ha investito meno di un terzo per pubblicizzare la pagina del partito, e solo 1.649 euro per quella del segretario Nicola Zingaretti, Silvio Berlusconi ha pagato 90 mila euro (di tasca sua), mentre Matteo Renzi è in seconda posizione con 138 mila, pagati da Italia Viva e i Comitati Ritorno al Futuro. I grillini hanno investito “appena” 50 mila euro per la pagina del Movimento Cinque Stelle (zero su quella di Di Maio e Giuseppe Conte), Carlo Calenda poco più di 52 mila euro pagati da Azione e Siamo Europei. E Giorgia Meloni, che pure negli ultimi mesi ha – secondo alcuni studi – raggiunto un engagement (cioè il numero di condivisioni, reazioni e commenti) migliore di quello della pagina di Salvini, ha girato a Facebook solo 42 mila euro.
Insomma, la “Bestia”, seppur ferita in queste settimane dal gradimento calante del Capitano, continua comunque a macinare record, con 4,3 milioni di fans. Le performance straordinarie, come si scopre, costano però carissime: per diffondere in rete come un virus un video intitolato “Immigrato senza biglietto picchia capotreno”, la Lega a maggio 2019 ha per esempio speso tra i 10 mila e i 15 mila euro netti. In pratica, lo stipendio annuo medio di un italiano.

(da “L’Espresso”)

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TRASFORMARE IL CIRCO MASSIMO IN UN FOCOLAIO DI COVID-19: L’IDEONA DI SALVINI E MELONI PER IL 2 GIUGNO

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA DICE NO: “TROPPO RISCHIOSO”

Tremila persone al Circo Massimo di Roma, «con le distanze di sicurezza, niente bandiere e senza palco»: questa, racconta oggi Carmelo Lopapa su Repubblica è la proposta lanciata da Giorgia Meloni e Ignazio La Russa nelle due riunioni avute con Antonio Tajani e Matteo Salvini questa settimana a Palazzo Madama sulla manifestazione del 2 giugno convocata dal centrodestra.
O meglio: lanciata da Meloni, ripresa da Salvini e accettata alla fine con non molto entusiasmo da Forza Italia.
Secondo le intenzioni di Fratelli d’Italia, che trova l’ok della Lega, c’è l’obiettivo di mostrare un colpo d’occhio che consenta di fare della mobilitazione della destra contro il governo Conte una vera e propria manifestazione di “popolo”. La prima dopo il lockdown.
Tutti i parlamentari della coalizione ma non solo loro. Una persona ferma a distanza di un metro l’una dall’altra, con tanto di posto segnato per terra da un punto, è il progetto (con tanto di studio sulla capienza dell’antico stadio romano) avanzato dai Fratelli d’Italia. Oltre, ovviamente, alle altre cento piazze da far presidiare dai rappresentanti locali dei tre partiti da Nord a Sud.
Succede però che Berlusconi e il suo numero due Tajani non ne vogliano sapere: «È un rischio enorme, se volete trasformare il Circo Massimo in un cluster, noi non ci stiamo», è il veto opposto dall’ex presidente del Parlamento europeo.
«La manifestazione deve avere un valore puramente simbolico — ha spiegato agli altri due nello studio del leader leghista — solo coi parlamentari a Roma. Al massimo, invitiamo i rappresentanti di tutte le categorie toccate dalla crisi economica e arrivare a non più di qualche centinaio di persone». Salvini si è opposto: «Questa è una roba da casta, non mi piace».
Secondo il racconto dell’articolo Tajani e gli altri forzisti si sono ripresentati con il parere di alcuni virologi nettamente contrari e “preoccupati” per la trovata dei sovranisti.
Così, da ieri sera, circolano ipotesi più miti: un presidio simbolico a Piazza del Popolo, oppure a Piazza Venezia, oppure (meno realizzabile) un serpentone lungo la Via del Corso che unisce appunto le due piazze storiche.
Ma il “Circo Massimo della destra” sembra già  tramontato.

(da “NextQuotidiano“)

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RIMPASTO, LA FAME DI RENZI

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

ITALIA VIVA PUNTA SU PRESIDENZE DI COMMISSIONE MA ANCHE SU UN MINISTERO PER LA BOSCHI

“Per il mio manuale indiscutibilmente pesava più un presidente di Commissione che un sottosegretario o viceministro”. Si potrebbe chiudere qui la spiegazione del perchè nella discussione politica abbia fatto prepotentemente irruzione il rinnovo di chi dovrà  guidare le Commissioni di Camera e Senato.
A spiegarlo all’Huffpost è direttamente quel Massimiliano Cencelli che costruì il pamphlet che tra mito e realtà  è diventato il vademecum per la spartizione negli anni della Dc. Spesso usato spregiativamente per indicare la fame di poltrone, ieri Ettore Rosato, coordinatore di Italia viva, se ne è candidamente fatto scudo: “Esiste un manuale Cencelli, chiediamo una rappresentanza istituzionale come gli altri”.
E in effetti Matteo Renzi ha più volte rintuzzato i colleghi della maggioranza, dicendo che Iv ha la metà  dei senatori del Pd, ma meno di un terzo dei ministri, i suoi hanno fatto circolare pallottolieri sui numeri al Senato, dopo il voto di ieri hanno subito inviato la velina: “Siamo determinanti”. Non per chiedere poltrone, per carità , ma per amor di verità . Se il rimpasto è operazione complessa e politicamente difficile da realizzare a tavolino, un assist arriva dalla naturale scadenza delle presidenze di Commissione, prevista nella seconda metà  di giugno.
Il partito dell’ex rottamatore punta a fare la voce grossa soprattutto alla Camera. Sono sei a Montecitorio i leghisti votati nell’era gialloverde che lasceranno le cadreghe, cinque al Senato, dove però la maggioranza risicata rende gli equilibri delicatissimi ed è consigliabile un tagliando più che uno stravolgimento.
Renzi sa come Cencelli che una fetta ben più robusta di potere passa da lì piuttosto che da posti di sottogoverno. Un colonnello di Italia viva spiega che “non ci dispiacerebbe uno dei nostri alla Giustizia o alle Infrstrutture. Ma bisogna aspettare che quella partita si apra, e poi comunque richiamo che rimangano per mesi senza deleghe, e siano ridotti a un ruolo di molta apparenza e poca sostanza”.
Un posto libero sarebbe la delega ai Servizi, ma Conte ha già  detto no, e allora i renziani hanno rilanciato con l’idea di un sottosegretario a Palazzo Chigi con un ruolo molto politico, si vedrà .
L’ex premier spergiura che non sia così, ma lavora per un terzo ministro in squadra, dopo Teresa Bellanova ed Elena Bonetti. Le Infrastrutture, di gran portafoglio e di grande interesse per le proposte dei renziani, o un dicastero più politico per la Boschi. C’è poi l’Agcom, una girandola di nomine ancora da completare, ma le Commissioni sono diventate oggi il vero rimpasto.
Paolo Cirino Pomicino fa una classifica: “Le più importanti sono quelle che hanno competenza su interni, esteri, giustizia, difesa ed economia”.
Ma sui posti più ambiti non ha dubbi: “Sono sicuramente, in quest’ordine, la Bilancio e la Affari costituzionali”. E guardacaso il borsino di Palazzo dà  i renziani interessati proprio a queste due.
Un funzionario parlamentare di lungo corso spiega il perchè: “Bilancio e Affari costituzionali sono le cosiddette Commissioni filtro. Da queste due, per un motivo o per l’altro, finiscono per passare tutti i provvedimenti. Anche la Affari europei, per certi versi, ma con minore impatto”. La prima, guidata fino a oggi da Claudio Borghi, ha il potere di intervenire su tutte le norme che comportino un esborso di denaro pubblico, fornendo un parere che è vincolante, con tanto di riserva costituzionale come previsto dall’articolo 81. Allo stesso modo la Affari costituzionali non si occupa solamente delle pur importanti riforme e della legge elettorale, ma è chiamata a intervenire su tutte le leggi di carattere ordinamentale.
Insomma, chi controlla Bilancio e Affari costituzionali controlla l’intera macchina, e non è un caso che M5s e Lega se le siano spartite in perfetta alternanza. E non è un caso che sia dai 5 stelle sia dal Pd filtri la stessa posizione: a un paio di Commissioni hanno diritto, ma Bilancio e Affari Costituzionali insieme non se ne parla.
“Tecnicamente, e senza scendere in un giudizio politico, la richiesta di Renzi ha un senso”. A dirlo Antonio Azzollini, per dodici anni mitologico presidente della Bilancio a Palazzo Madama, dove la sua inconfondibile coppola e l’impermeabile svolazzante incutevano un misto tra simpatia e timore.
“Lui era un treno – spiega il funzionario di cui sopra – sapeva quello che voleva e lo otteneva a colpi di regolamento, interpretandolo o forzandolo a seconda della necessità ”. “La richiesta di Renzi ha un senso – dice dunque Azzollini – perchè dalla presidenza della Bilancio puoi avere il quadro completo di tutto quello che si muove in Parlamento, tra decreti del governo e proposte di legge. Se un partito vuole sapere cosa succede deve sedersi su quello scranno”.
Il pacchetto di mischia renziano ha messo ai blocchi di partenza un quartetto formato dai big del partito. C’è Luigi Marattin proprio per la Bilancio, Maria Elena Boschi per la Affari costituzionali. Poi Raffaella Paita ai Trasporti, posto cruciale per il buon andamento del “piano shock” che caratterizza la principale proposta renziana per la Fase 2.
E Lucia Annibali alla Giustizia, nella top 5 per importanza secondo Cirino Pomicino e contraltare perfetto a via Arenula in una delle partite più a cuore a Renzi, sulla quale ha stressato il dibattito in maggioranza fino a minacciare sconquassi mai portati fino in fondo.
“Poi è fondamentale chi ci metti alla guida – continua Pomicino – se il presidente è politicamente forte si può arrivare alla situazione in cui lui detta e il ministro scrive”.
Chi guida ha un ruolo importante nella definizione del calendario, di cosa mettere in discussione o meno (decreti assegnati a parte). Decide quali sono gli emendamenti inammissibili (compresi quelli dell’esecutivo), può cancellare con un tratto di penna o quasi le proposte che potrebbero mettere in difficoltà  i suoi, stabilisce quale sia la deadline della presentazione degli emendamenti parlamentari. Sul timing di quelli del governo non avrebbe potere, ma uomini di polso hanno messo alle strette il proprio esecutivo: “Azzollini era uno che non la mandava a dire – continua la nostra fonte parlamentare – imponeva scadenze anche all’esecutivo. Anche Francesco Boccia su questo era molto rigoroso”.
All’osservazione di Pomicino risponde netto: “Ha ragione. Per l’attuale maggioranza ha fatto più danni il grillino Pesco al Senato, persona squisita ma inadatta al ruolo, rispetto al dirimpettaio Borghi alla Camera”.
La partita che si sta iniziando a giocare si delinea nei suoi contorni. Sarebbe troppo bizantino spiegare per filo e per segno i due diversi meccanismi che impongono un cambio. Per brevità  diremo che, pur senza termini perentori, a metà  legislatura tutti i presidenti si rinnovano, con metodi di elezione che differiscono ma che richiedono, nella sostanza, la maggioranza assoluta dei componenti. Renzi dunque sa che quelle poltrone sono strategiche.
Basta guardare il diverso ritmo con il quale si sono mosse le due Affari Costituzionali.
Alla Camera il grillino Giuseppe Brescia lavora a spron battuto: ha incardinato proposte sui migranti, sui flussi, sul conflitto d’interessi, sulla legge elettorale, che non a caso da Montecitorio è partita.
Perchè da quando il governo ha cambiato segno il leghista Andrea Ostellari, suo omologo al Senato, ha iniziato a zavorrare i lavori. Come? Semplicemente sfrondando il calendario e non facendo lavorare la Commissione se non sul dovuto. Strategia opposta a quella di Nitto Palma, che da forzista si ritrovò presidente della Giustizia con il governo Renzi-Alfano, e iniziò a sovraccaricare i lavori. Dodici, tredici proposte di legge per convocazioni lunghe un paio d’ore, con il risultato di mandare in tilt l’iter di qualunque legge.
Il ruolo permette di plasmare le decisioni. Sono fresche le polemiche di quando Brescia consentì il voto determinante di alcuni deputati 5 stelle anche se non registrati prima allorchè Iv votò con le opposizioni sulla prescrizione. Basta immaginare l’effetto sostituendo Brescia con Boschi. Pomicino ricorda che su un voto determinante per il governo “finì 20 a 20, con l’effetto che la proposta sarebbe stata bocciata. Io capii chi aveva votato contro, lo squadrai e con un pretesto feci ripetere la votazione: finì 21 a 19”.
Italia viva un po’ per realismo un po’ per opportunità  sta guardando a scranni che attirano molte meno responsabilità  e pressioni dal punto di vista mediatico rispetto a quelle che ruotano intorno a un sottosegretario o a un ministro, ma possono condizionare assi di più gli equilibri di maggioranza. Pomicino racconta un aneddoto che fa aiuta assai: “Quando mi proposero di fare il ministro della Funzione pubblica fui tormentato. Era un ministero, ma io sapevo che potevo fare di più dalla presidenza della Bilancio. Passai una notte insonne”. Prevalse la sapienza democristiana e il consiglio di un amico: “Stare troppo tempo sulla stessa poltrona non ti fa bene”. Cencelli ha un moto nostalgico: “Ricordo i miei tempi, allora sì che avevano valore, ma con il Parlamento di oggi…”.
Probabilmente c’è un pezzo di verità , ma solo un pezzo. Nel 2011 quando l’impatto della crisi economica investì il paese, Azzollini ricorda le maratone notturne, il rapporto con le opposizioni, le pressioni: “E’ un posto per il quale ti chiamano in continuazione i ministri, ma spesso anche il presidente del Consiglio”. “Sembra che Renzi abbia superato le perplessità ”, ha dichiarato uno speranzoso Giuseppe Conte. Commissioni pemettendo.

(da “Huffingtonpost“)

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ANCHE L’UMBRIA SI FA IL SUO OSPEDALE INUTILE PER IL CORONAVIRUS

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

LA STESSA GOVERNATRICE LEGHISTA AMMETTE CHE POTREBBE NON SERVIRE PIU’… LA CORTE DEI CONTI CHIEDE CHIARIMENTI SULLA OPPORTUNITA’ DI SPENDERE 3 MILIONI

Tutti a fare ospedali da campo per l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19. E l’Umbria chi è, la figlia della serva? Ma certo che no.
Per questo la Regione guidata dalla leghista Donatella Tesei   sta tirando su un nuovo ospedale da campo nel tendone di Umbriafiere, a Bastia Umbra (Perugia). Anche se c’è un dettaglio, magari trascurabile o magari no.   Per il 30 giugno, data in cui dovrebbero concludersi i lavori, infatti potrebbe non servire più. E ad ammetterlo è stata lo scorso 12 maggio la stessa Tesei rispondendo ad un’interrogazione del consigliere regionale Andrea Fora.
Il Fatto Quotidiano riporta oggi le parole della presidente della Regione: “Quando abbiamo presentato il progetto, a inizio aprile, eravamo nel picco dei contagi —ha detto la governatrice —. Adesso si rischia una seconda ondata pandemica e il consiglio dei ministri del 31 gennaio ha imposto l’assunzione immediata di iniziative straordinarie per la prevenzione e previsione”. E spiega:
Non è detto che serva, insomma. Però a quel punto i 3 milioni di euro donati dalla Banca d’Italia per allestire le 30 terapie intensive saranno già  stati spesi.
Per capire se ci sia stato uno spreco di soldi pubblici, l’operazione è finita nel mirino della Corte dei Conti dell’Umbria che ha aperto un fascicolo e inviato una lettera alla Regione perchè faccia chiarezza entro fine mese sul progetto approvato con la delibera regionale 282 del 22 aprile scorso anche se “in modalità  riservata, in quanto la sua divulgazione potrebbe essere lesiva del principio di segretezza e della par condicio”.
Nella lettera inviata alla Regione dalla Procuratrice della Corte dei Conti umbra Rosa Francaviglia si chiedono chiarimenti sulle fonti di finanziamento “con annessa documentazione amministrativo- contabile ”, sui costi da sostenere “con specifica sulle relative voci”, sui nominativi dei soggetti affidatari della realizzazione e dei fornitori e sulle modalità  di gestione della struttura: “Se demandata al Sistema sanitario regionale in via diretta o affidata a terzi anche mediante convenzione”, si legge nella missiva
“Perchè sprecare 3 milioni di euro di fondi pubblici? —dice il consigliereNTommaso Bori —. Il finanziamento della Banca d’Italia può essere investito in maniera più utile riqualificando una struttura sanitaria permanente”.
La vicenda è arrivata anche in Parlamento con un’interrogazione della senatrice umbra del M5S, Emma Pavanelli, al premier Conte e al ministro della Salute Speranza perchè “sia garantita la migliore trasparenza e il miglior utilizzo dei 3 milioni donati dalla Banca d’Italia”.

(da “NextQuotidiano”)

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CORONAVIRUS, OLTRE 43.000 DENUNCE DI CONTAGI SUL LAVORO E 171 DECESSI

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

IN LOMBARDIA OLTRE 4 CASI MORTALI SU DIECI, UN TERZO SONO NELLA SANITA’

Hanno superato quota 43 mila le denunce di contagio da coronavirus in occasione del lavoro. Il dato è stato aggiornato dall’Inail allo scorso 15 maggio, spiegando che sono arrivate 171 denunce da infortunio mortale, la metà  delle quali concentrati nel   personale sanitario e assistenziale.
Le denunce di contagio complessive tra fine febbraio e il 15 maggio sono per la precisione 43.399, seimila in più rispetto al dato del 4 maggio.
I casi di infezione con esito mortale registrati nello stesso periodo sono 42 in più rispetto al monitoraggio precedente.
Al 18 maggio, l’Iss contava 225 mila casi di contagi da Covid in Italia ma l’Inail mette in guarda dal mettere in relazione le due grandezze “innanzitutto per la più ampia platea rilevata dalll’Iss rispetto a quella Inail riferita ai soli lavoratori assicurati, e poi per la trattazione degli infortuni, in particolare quelli con esito mortale, per i quali la procedura presenta maggiore complessità  dato l’attuale contesto, del tutto eccezionale e senza precedenti, di lockdown”.
Come noto, per altro, il tema è oggetto di una feroce polemica.
Le aziende hanno denunciato gravi ostacoli alla riapertura dal fatto che il contagio è equiparato agli infortuni sul lavoro, temendo le possibili ricadute penali per chi avesse lavoratori affetti da Covid. In una recente circolare, l’Inail ha chiarito che le due cose (accertamento dell’infortunio ai fini dell’assicurazione e responsabilità  penale) non procedono di pari passo.
In sostanza, se un datore di lavoro applica i protocolli di sicurezza e le linee guida governative e regionali non è responsabile dell’eventuale contagio da Covid-19 di un dipendente, proprio come avviene per i virus in genere. Il timore espresso – tra gli altri – dai Consulenti del Lavoro, è però legato al rischio di entrare comunque in un circolo di verifiche che potrebbero portare anche al sequestro degli impianti per accertare le responsabilità  del datore, una eventualità  nefasta in questo momento di estrema fragilità  del tessuto produttivo. Ecco perchè si punta a una sorta di ‘scudo’ per proteggere a priori i datori di lavoro “virutosi”.
Opzione sulla quale hanno aperto la ministra Catalfo e il dg dell’Inail, Lucibello. “Nelle prossime ore ci sarà  una riformulazione della norma che dirà  che il datore di lavoro che ha applicato tutti i protocolli nazionali non ha alcuna responsabilità ” nell’infortunio di un dipendente da contagio Covid, ha detto ieri la ministra del Lavoro ricordando che già  la circolare Inail è comunque “esplicativa” sul punto. Questo ulteriore passaggio riguarderà  una riformulazione del ministero rispetto ai vari emendamenti presentati al decreto liquidità .
In attesa di questi sviluppi, dai dati Inail emerge che l’età  media dei lavoratori che hanno contratto il virus è di 47 anni per entrambi i sessi, ma sale a 59 anni (58 per le donne e 59 per gli uomini) per i casi mortali.
Nove decessi su 10, in particolare, sono concentrati nelle fasce di età  50-64 anni (70,8%) e over 64 anni (19,3%).
Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne e il 28,3% uomini, ma il rapporto tra i generi si inverte nei casi mortali. I decessi degli uomini, infatti, sono pari all’82,5% del totale.
A livello geografico, tra le regioni più di un’infezione da coronavirus di origine professionale su tre (34,9%) è avvenuta in Lombardia. L’incidenza lombarda sul totale dei decessi sale oltre quasi al 44%. Rispetto alle attività  produttive, il settore della Sanità  e assistenza sociale, che comprende ospedali, case di cura e case di riposo, registra il 32,3% dei casi mortali.

(da agenzie)

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MASTELLA: “VOTEREI DE LUCA, DOVE C’E’ SALVINI IO NON CI STO PIU'”

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI BENEVENTO: “UNA FORZA ITALIA CHE STA AL GUINZAGLIO DI SALVINI NON FA PER ME”

“Non ho difficoltà  a dire che voterei De Luca, non mi ritrovo in un centrodestra in cui la Lega prevale e pone il veto su candidati come Caldoro”.
Lo ha detto Clemente Mastella, sindaco di Benevento, intervenuto nel corso del webinar “Regionali 2020: chi scende in campo?” moderato da Enzo Rivellini, dirigente nazionale di Fratelli d’Italia.
“L’idea di una Forza Italia che arretra e sta al guinzaglio della Lega – ha aggiunto Mastella – non è la mia idea. Dove c’è la Lega, io non ci sto più. Ho fatto l’alleanza con Bossi, ma era un’idea di Lega territoriale, che rispettava il Mezzogiorno. Questa Lega lo rispetta mandando commissari regionali del Nord dappertutto? Io con Salvini non ho nulla da spartire e lui non ne ha con me. Ognuno è libero di fare ciò che ritiene, io non voto dove c’è la Lega”.

(da Globalist)

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LO SCANDALO DELLE REGIONI CHE RIDUCONO I TAMPONI PER FAR FIGURARE MENO CONTAGIATI

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

LA LOMBARDIA NE FA QUANTI LA BASILICATA, MOLTI SONO SOLO SECONDI E TERZI TAMPONI DI CONFERMA SU NEGATIVI E VENGONO VEICOLATI SUI MEDIA COME NUOVI

La Lombardia fa lo stesso numero di tamponi per abitante della Basilicata anche nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19, quella che avrebbe dovuto essere caratterizzata dall’aumento dei test per comprendere l’incidenza della pandemia sulla popolazione.
Di più: nella Regione che si offende se le si fa notare che ha gestito in modo disastroso l’epidemia il lavoro sui tracciamenti e sui contatti resta al palo, con una media di 13mila tamponi al giorno e nuovi casi positivi in Lombardia che, ieri, sono stati 316 (con un rapporto tra tamponi fatti e positivi intercettati del 2,1%, il più basso da aprile)
Una serie di numeri piuttosto curiosi per un’emergenza e che dovrebbero far preoccupare i cittadini lombardi molto di più delle parole dette in Parlamento da gente che «è stata bombata», come ha detto l’esponente della Lega Giancarlo Giorgetti, quello che diceva che i medici di base non servono ormai più.
Soprattutto perchè a parlarne oggi è il Sole 24 Ore, che prima di tutto spiega che degli oltre 3,2 milioni eseguiti e sbandierati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in realtà  quelli “diagnostici” (cioè casi nuovi testati e non secondi o terzi tamponi per verificare la guarigione) sono 2 milioni.
Quindi finora l’evocata accelerazione di test non c’è stata: nove Regioni li hanno addirittura ridotti in queste due settimane come avverte la Fondazione Gimbe.
Mentre Lombardia e Liguria — le Regioni che hanno avuto nell’ultima settimana la maggiore incidenza di nuovi casi — fanno lo stesso numero di tamponi ogni mille abitanti della piccola Basilicata che conta pochissimi contagi sottolinea a sua volta il report Altems della Cattolica di Roma.
In Italia oggi se ne fanno 61 ogni 100mila abitanti, ma si va dai 18 della Puglia ai 167 della Valled’Aosta. Eppure i tamponi sono l’unica vera arma a disposizione in questo momento per trovare nuovi casi, mentre ancora si aspetta, si spera entro fine mese, la app che aiuterà  a rintracciare i contatti. E l’indagine nazionale con 150mila test sierologici che dovrà  farci capire quanto si è diffuso il virus in Italia partirà  solo la prossima settimana (doveva farlo a inizio maggio).
Che cosa sta succedendo? Sta succedendo che qualcuno ha capito che se non fa i test del tampone non ci saranno nuovi positivi e quindi nessuno li costringerà  ad adottare misure restrittive che farebbero incazzare cittadini e rappresentanti delle attività  produttive. Non è geniale?
«Il numero di nuovi casi è direttamente influenzato dal numero dei tamponi eseguiti dalle Regioni, che su questo in parte si mostrano restie — spiega Nino Cartabellotta presidente Gimbe -, verosimilmente per il timore non dichiarato di veder aumentare troppo le nuove diagnosi che le costringerebbero ad applicare misure restrittive».
A esempio il 19 maggio ci sono stati il doppio dei contagiati del giorno prima (813 invece che 451) e non a caso sono stati effettuati il doppio dei tamponi.
Quindi se ne fai di più trovi certamente più casi. Ma grazie all’uso massiccio di tamponi alla fine si isolano i focolai e si argina davvero il virus come dimosra il Veneto che ieri ha raggiunto i zero contagi proprio grazie a questa strategia.
Secondo Gimbe confrontando il periodo 7-20 maggio (fase 2 già  avviata) con le due settimane precedenti, 12 Regioni fanno registrare incrementi nell’uso dei tamponi ( in particolare Valle d’Aosta e Trento) mentre 9 Regioni li hanno addirittura ridotti (in particolare Puglia e Lazio).
I 603 casi sospetti e i 9 tamponi a Milano
Il Fatto Quotidiano intanto oggi racconta di un documento riservato della Regione che riguarda i casi sospetti di persone sintomatiche — segnalati dai medici di base alle varie Ats del territorio — dal 4 maggio,ovvero dall’inizio della Fase2, a oggi.
Non si tratta più di telefonate dirette del cittadino che si auto-diagnostica il Covid, bensì di valutazioni mediche ormai certificate attorno a un protocollo sintomatologico preciso. Anche perchè, come spiega il professor Massimo Galli, “in tempi di pandemia come questi, sintomi simil Covid è molto difficile che siano riconducibili a un banale raffreddore”. Dal 4 maggio, nelle ultime due settimane, le segnalazioni per sospetti Covid comunicati dai medici di base alle otto Ats in cui è divisa la regione sono state 19.168.
A fronte di 19.168 casi sospetti, sono stati effettuati 6.440 test molecolari (dei quali non si conosce ancora il risultato): un terzo del totale. Solo un caso diagnosticato su tre è stato quindi testato. Ancora più impressionanti sono i dati rilevati dallo scorso lunedì, 18 maggio: 3.157 i casi comunicati come sospetti, solo 25 quelli effettivamente testati. Nell’area metropolitana di Milano, per esempio, su 603 segnalazioni, i tamponi eseguiti sono stati nove.
In totale su 3157 segnalazioni di sospetti casi sintomatici pervenute alle varie Ats nelle ultime 48 ore il numero dei test molecolari si ferma a 25, ovvero lo 0,79%. Torniamo ai dati ufficiali. A ieri oltre 14milatamponi. Cifra che non rappresenta tutti i test diagnostici (quelli fatti la prima volta). Per trovare il numero giusto bisogna dimezzarlo di circa il 50%. Difficile quindi ipotizzare una discesa epidemiologica reale sulla base di un 50% di tamponi fatti su individui già  testati più volte. Il dato non torna. Ma è meglio non dirlo, altrimenti in Parlamento si incazzano.
Anzi, facciamo come ai bei tempi delle Sturmtruppen: gli ordini riguardanti l’epidemia di Coronavirus? Per ordine superiore non esiste alcuna epidemia.

(da “NextQuotidiano”)

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RADDOPPIATI I MORTI A MILANO: IN DUE MESI UNA STRAGE DI OVER 70

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

AUMENTO DEL 117% RISPETTO AI QUATTRO ANNI PRECEDENTI

L’aumento è a tre cifre. Più 117 per cento se si considera l’intera popolazione, addirittura più 127 se si guarda a chi ha da 70 anni in su. Più che un raddoppio, insomma. Che, tradotto in numeri, significa che dall’1 marzo al 30 aprile scorso, negli ospedali di Milano sono morte 2.541 persone in più rispetto alla media dello stesso periodo del 2016, 2017, 2018 e 2019.
E che su tutto il territorio dell’Ats metropolitana (che copre Milano, hinterland e Lodi) 6.604 persone in più rispetto alla media degli ultimi quattro anni, hanno perso la vita.
“Per ora è difficile dire quanto sarà  l’aumento annuale della mortalità : una parte di quanto avvenuto tra marzo e aprile non potrà  essere ” riassorbito”, però non si può dire adesso quanto questa epidemia, nel 2020, costerà  in termini di vite. Per questo, aggiorneremo periodicamente il report”.

(da agenzie)

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“RICCIARDI HA SOLO MESSO IN FILA DATI INCONTESTABILI DELLA CAPORETTO DELLA REGIONE LOMBARDIA: RECORD MONDIALE DI CONTAGI E MORTI, LA STRAGE DI ANZIANI NELLE RSA, I FAVORI AI PRIVATI”

Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile

TRAVAGLIO SUL FATTO TORNA SULLA SCENEGGIATA LEGHISTA ALLA CAMERA: “GIORGETTI NON PARLI DI OFFESE AI NOSTRI MORTI, SONO STATI UCCISI ANCHE DALLE POLITICHE DEL CENTRODESTRA, LUI ERA QUELLO CHE RITENEVA INUTILI I MEDICI DI BASE”

Marco Travaglio sul Fatto oggi torna sull’incredibile sceneggiata messa su dalla Lega ieri alla Camera quando il deputato Riccardo Ricciardi ha ricordato i “piccoli” problemucci incontrati da Regione Lombardia nella gestione dell’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19
Ieri, alla Camera, Ricciardi ha messo in fila fatti e dati incontestabili sulla Caporetto della Regione Lombardia e della sua “sanità  modello”, record mondiali di contagi e morti da Covid-19: lo smantellamento della medicina territoriale; i tagli di 25mila posti letto in 20 anni; il dirottamento del 40% dei fondi pubblici alla sanità  privata; gli scandali di Formigoni; le scemenze di Giorgetti al Meeting di Cl 2019 (“Chi ci va più dal medico di base? È finita quella roba lì”); la farsa del Bertolaso Hospital in Fiera ormai rinnegato dallo stesso padre e indagato dai pm; la famigerata delibera di Fontana & Gallera per trasferire i malati nelle Rsa, con strage di anziani incorporata.
Parole confermate dagli Ordini dei Medici lombardi, a cui si sarebbe potuto aggiungere che dalla riapertura di lunedì i medici di base hanno segnalato 3.157 casi sospetti di contagio alle Ats della Lombardia, che hanno effettuato appena 25 tamponi (a Milano 9 su 603 casi). Ma quelle parole, essendo vere, hanno scatenato l’ira funesta dei forzaleghisti e di insigni commentatori. Salvini le spacciava per “infami e contro cittadini e medici lombardi”(mai citati). Giorgetti per un’offesa “ai nostri morti” (uccisi anche dalle politiche del centrodestra) e pretendeva che qualcuno “metta in riga i grillini”(se no?). E il ministro Speranza, incredibilmente, gli dava ragione.
Il direttore de Il fatto sottolinea come il deputato M5S non abbia mai attaccato i medici e i cittadini lombardi nel suo discorso in Aula, nonostante quel che è stato detto da Salvini e dai suoi colleghi di partito.

(da agenzie)

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