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231.000 CONTAGIATI “SFUGGITI” A MILANO: IL 7% DEI DONATORI DI SANGUE ERA POSITIVO

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

LA REGIONE LOMBARDIA PARLAVA DI 12.000 CONTAGIATI MENTRE ERANO 20 VOLTE DI PIU’

Uno studio di 16 ricercatori divisi dell’ospedale Sacco, dell’Università  Statale e del Policlinico di Milano tra cui spicca il nome del professor Massimo Galli dice che il Coronavirus SARS-COV-2 è comparso a Milano nella prima metà  di dicembre e che 231mila casi non sono mai stati diagnosticati, contribuendo così allo scoppio dell’epidemia sul territorio lombardo.
Dello studio parla oggi Davide Milosa sul Fatto Quotidiano e si basa sull’analisi sierologica del sangue di 789 donatori dell’area di cui il 60% risiede in città .
Il sangue è stato prelevato dalla banca del Policlinico dove ogni anno vengono raccolti circa 40 mila campioni. Naturalmente essendo donatori si tratta di persone sane e certificate. Senza patologie generali e senza sintomi Covid o simil Covid. I campioni di sangue vanno dal 24 febbraio (tre giorni dopo la scoperta del paziente 1) all’8 aprile. Tutti sono stati analizzati “mediante un test immunologico a flusso laterale” attraverso il “metodo Elisa”, il più affidabile in assoluto e con una percentuale di errore sotto l’l%.
Il primo dato che impressiona è il numero di questi individui sani ma positivi agli anticorpi (IgM e IgG) contro il virus.
Alla data dell’8 aprile ben il 7% del campione è risultato sieropositivo. Il che apre uno squarcio nell’indeterminato mondo dei sommersi. Si legge nello studio: “A livello della provincia di Milano, queste stime corrisponderebbero all’8 aprile a 231.460 casi non diagnosticati, il che significa che solo uno su 20 è stato diagnosticato dal ministero della Salute”.
La cifra, si legge nello studio, ben si accorda al dato nazionale che indica nel 9,8% (poco meno di 6 milioni) la popolazione contagiata dal virus.
Insomma, un altro mondo se solo si pensa che i dati ufficiali della Regione Lombardia comunicati la sera dell’8 aprile parlavano di 12.039 contagi totali.
Se questa è la fotografia di quella giornata, ancora più interessante l’istantanea che emerge dall’analisi dei primi giorni dell’emergenza.
A partire dal 24 febbraio al primo marzo, del totale dei donatori analizzati, il 4,6% ha mostrato di essere positivo ai due tipi di anticorpi.
Il dato comprende sia IgM che IgG. “Questi numeri — si legge nel report — indicano che l’infezione si stava diffondendo nella popolazione prima” che si verificasse “il rapido aumento dei casi gravi di Covid-19”.
Il che conferma la corsa del virus a partire almeno dal 26 gennaio come ha spiegato lo studio del professor Galli sulle sequenze complete di SarsCov2. La percentuale del 4,6% applicata in modo proporzionale alla popolazione dell’area metropolitana (3,2 milioni di abitanti) indica che nell’ultima settimana di febbraio nel Milanese i positivi potevano essere circa 150 mila. Che fine hanno fatto oggi?
La domanda resta senza risposta. E, nell’ipotesi di nuovi focolai, questo diventa ancora più inquietante. Tanto più che ieri in Lombardia i casi sono risaliti: 462 in più con il 50% tra Milano e Bergamo. I campioni analizzati nello studio stanno, come età , in una forbice tra i 18 e i 70 anni.
Ma è nelle fasce più giovani che si concentra quel 4,6% dei primi giorni di epidemia. “L’impatto divergente dell’età  sulle tendenze della sieroprevalenza — si legge — è coerente con la possibilità  che prima delle restrizioni la diffusionedi SarsCov2 fosse maggiormente presente negli individui più giovani, mentre dopo la chiusura di scuole e università  la diffusione sia stata supportata da contatti tra soggetti più anziani”.

(da “NextQuotidiano”)

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LO SCARICABARILE DELLA POLITICA CHE DA’ LA COLPA AI CITTADINI SE RISALGONO I CONTAGI

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

SE DAI ALLA GENTE LA POSSIBILITA’ DI ANDARE AL BAR, LA GENTE VA AL BAR

Il dato ha dell’incredibile: se dai alla gente la possibilità  di andare al bar, la gente va al bar. Si tratta di una incredibile decisione di grande imprudenza che infatti sindaci e governatori si sono affrettati a stigmatizzare, minacciando anche di chiudere tutto in caso di ulteriori assembramenti, un po’ come i penultimatum su Alitalia che stavolta sta per fallire davvero ma poi fallirà  la prossima volta.
Ad appena 16 giorni dal 4 maggio, prima data della fase 2 dell’emergenza Coronavirus, i politici locali e quelli nazionali si sono infatti accorti di una questione davvero sorprendente: i contagi sono in aumento.
E hanno cominciato a mandare un messaggio che secondo loro dovrebbe funzionare da deterrente contro feste, spritz e rimpatriate fuori regola.
In Veneto, ad esempio,diversi filmati diffusi sui social testimoniano una ripresa della movida ben lontana dalle norme anti-contagio, che prevedono sì la possibilità  di uscire, ma sempre evitando assembramenti.
E invece a Padova ecco cori e musica tutti insieme fuori dai locali, abbracci e mascherine abbassate sul mento, tanto che il presidente della Regione Luca Zaia ha già  perso la pazienza: “Ci sono arrivate decine di foto e video dei centri delle nostre città  con movida a cielo aperto. In dieci giorni io guardo i contagi. Se aumenteranno richiuderemo bar, ristoranti, spiagge e torneremo a chiuderci in casa col silicone”.
La stessa cosa è accaduta a Bergamo (e Giorgio Gori si è arrabbiato), a Palermo (dove si è arrabbiato Leoluca Orlando), a Parma (qui è toccato a Pizzarotti), in Campania e a Milano (dove si sono arrabbiati sindaci e presidenti di Regione).
I giornali puntualmente hanno riportato le solenni arrabbiature degli amministratori locali.
Bisogna invece andare a cercare con il lanternino questioni come quelle sollevate da Giorgio Sestili sul Fatto Quotidiano, ovvero che il sistema di monitoraggio introdotto con il decreto del ministero della Salute del 30 aprile 2020 sui dati epidemiologici e sulla capacità  di risposta dei servizi sanitari regionali fa   acqua da tutte le parti.
Un esempio è in un grafico tratto dall’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), in cui si vede che ben 9 Regioni nella settimana 4-10 maggio non hanno raggiunto il valore di soglia del 50% (la linea rossa è stata inserita da noi) di dati utilizzabili per il monitoraggio.
Cosa ha fatto allora il ministero? Ha abbassato la soglia al 30%, per far così rientrare la maggior parte delle Regioni.
Questo significa che 7 dati su 10 sono da scartare. “Forse non è chiara l’importanza di raccogliere bene i dati per effettuare un monitoraggio efficace”, sottolinea il fisico Ricci-Tersenghi in un suo post. Abbiamo avuto due mesi di lockdown per preparare il monitoraggio e mettere in sicurezza la Fase 2, possibile che non siamo ancora in grado di raccogliere i dati?
Chi non ha isolato i contagiati? Chi non ha fatto i tamponi?
Uno studio dell’Ospedale Sacco e dell’Università  di Milano anticipato oggi dal Fatto Quotidiano dice poi che 231mila casi di Coronavirus non sono mai stati diagnosticati, contribuendo così allo scoppio dell’epidemia sul territorio lombardo.
Si legge nello studio: “A livello della provincia di Milano, queste stime corrisponderebbero all’8 aprile a 231.460 casi non diagnosticati, il che significa che solo uno su 20 è stato diagnosticato dal ministero della Salute”.
La cifra, si legge nello studio, ben si accorda al dato nazionale che indica nel 9,8% (poco meno di 6 milioni) la popolazione contagiata dal virus. Insomma, un altro mondo se solo si pensa che i dati ufficiali della Regione Lombardia comunicati la sera dell’8 aprile parlavano d i 12.039 contagi totali.
Eppure l’idea dei politici locali è che il problema di Milano siano i Navigli e non i tamponi. Eppure i medici non si nascondono i rischi della troppa gente in strada, ma fanno notare molto semplicemente che è stata la gestione dell’emergenza da parte della Regione a rendere più veloce la diffusione del virus.
Massimo Galli, primario di malattie infettive all’ospedale Sacco, lo ha spiegato qualche giorno fa in un’intervista a Repubblica:
Professore, cosa sta succedendo a Milano e in Lombardia, perchè i nuovi casi non calano?
«Soprattutto in città , le nuove diagnosi riguardano cittadini riusciti finalmente ad ottenere un tampone. Si tratta cioè di persone infettate già  da tempo, che erano rimaste senza diagnosi. Quello che disturba è che avrebbero potuto ottenere un test molto prima».
Quanto è pericolosa la situazione?
«Quella di Milano è un po’ una bomba, appunto perchè in tanti sono stati chiusi in casa con la malattia. Abbiamo un numero altissimo di infettati, che ora tornano in circolazione. È evidente che sono necessari maggiori controlli. Mi chiedo perchè da noi ci sia stato un atteggiamento quasi forcaiolo nei confronti dell’uso dei test rapido, il “pungidito”, che poteva comunque essere utile».
Bisognava quindi intervenire in modo diverso nelle scorse settimane?
«Si dovevano raggiungere coloro ai quali è stato detto di restare buoni a casa con i sintomi, per avviare il tracciamento dei contatti, e non mi riferisco solo alla Lombardia. Lavorando in quel modo prima avremmo avuto maggiore tranquillità  adesso nell’aprire».
Visti i dati dei contagi, certe zone della Lombardia rischiano di richiudere subito. Sarebbe giusto?
«Che con la riapertura si possano presentare dei problemi è un dato di fatto. La nostra regione rischia di richiudere ma anche certe zone del Piemonte o dell’Emilia. Del resto si è deciso che se qualcosa va storto si torna indietro. Speriamo di no, comunque. Questo è il momento dell’estrema attenzione e responsabilità ».
Anche Andrea Crisanti a Piazzapulita ha spiegato che il problema della Lombardia non sono i Navigli: “Se lei divide il numero dei casi per tamponi vede che c’è un rapporto abissale tra Veneto e Lombardia. In Veneto è 23 tamponi per caso, la Lombardia soltanto 3. Il Veneto ha scandagliato il territorio per trovare chi altro era infetto. Solo così si controlla l’epidemia. Quello è l’unico modo per distruggere i focolai”.
Ma gli amministratori lo sanno cosa stanno amministrando?
Poi ci sono gli amministratori che scoprono improvvisamente gli assembramenti dopo aver dormito invece di prevenirli. La Corsarola è una via molto stretta: perchè Gori non ha preso provvedimenti per evitare che le persone si fermassero o stazionassero in zona invece di lamentarsi che l’abbiano fatto dopo?
Nei giorni scorsi a Palermo il sindaco Leoluca Orlando aveva avvertito: «Sono pronto a chiudere le piazze se non si rispetteranno le distanze». Dopo le immagini diventate virali, il sindaco ha pronunciato il suo ultimatum: «Bisogna smettere di fare passeggiate inutili nella stessa strada, creando condizioni per un danno irreparabile».
Ora ovviamente si attende l’ordinanza del Comune che divida le passeggiate utili da quelle inutili e quale sia il criterio a cui dovranno attenersi i palermitani.
Per ultimo lasciamo il virologo laureato all’università  della strada Luca Zaia, che ha tanto tempo libero per spiegarci che il Coronavirus è stato fatto in laboratorio (e non a casa dalla nonna con le sue sante manine, come insegna La Bella Canzone Di Una Volta) e dopo aver visto i primi video della fiesta post quarantena esplosa nelle piazze di Padova, ha avvertito i disobbedienti: «In 10 giorni io li vedo i contagi: se aumentano richiuderemo bar, ristoranti, le spiagge, e torneremo a chiuderci in casa con il silicone».
Aggiungendo severo di fronte alle immagini tanti ragazzi con il bicchiere di spritz in mano e mascherina chissà  dove: «Li aspetteremo davanti alle porte dell’ospedale. Almeno abbiano rispetto per le 1.820 persone che hanno perso la vita».
Ora l’ispettore Zaia deve solo scoprire chi è quel governatore che fino all’altroieri rompeva le scatole per riaprire tutto e subito e si dichiarava in fase 3 mentre gli altri avevano appena oltrepassato la 1 e scoprire che se si riaprono i negozi poi la gente pretende addirittura di andarci a fare compere per risolvere il caso (umano).
Ovvero il caso di quei politici che prima gestiscono l’emergenza come una festa e poi si lamentano se i loro cittadini fanno la stessa cosa.

(da “NextQuotidiano”)

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REDDITO DI CITTADINANZA ALLA ‘NDRANGHETA: 500.000 EURO DI SUSSIDI PER 101 BOSS DEL REGGINO

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

TRA LORO ANCHE I FIGLI DEL “PABLO ESCOBAR ITALIANO”, UNO DEI PIU’ GRANDI BROKER MONDIALI DI COCAINA… I CONTROLLI SUGLI AVENTI DIRITTO ANDAVANO FATTI ALL’ORIGINE, NON DOPO, ELARGENDO SOLDI SULLA BASE DI UNA AUTOCERTIFICAZIONE FALSA

Per i tribunali sono boss e colonnelli di storici casati mafiosi, capi e gregari dei maggiori clan di ‘ndrangheta, per l’Erario indigenti e disoccupati da sostenere con aiuti e sussidi.
Per mesi, centouno mafiosi di Reggio Calabria e provincia hanno percepito indebitamente il reddito di cittadinanza e altri 15 avevano già  inoltrato la domanda e attendevano l’esito della pratica.
A scoprirlo, la Guardia di Finanza della città  calabrese dello Stretto, che ha passato al setaccio una lista dei circa 500 soggetti condannati definitivamente per associazione mafiosa e altri reati di mafia tra la Piana di Gioia Tauro, Reggio Calabria e la Locride. Sulla carta, nessuno di loro avrebbe dovuto ricevere il sussidio.
In teoria, la norma esclude chiunque abbia ricevuto una condanna definitiva negli ultimi dieci anni. Ma basta presentare un’autocertificazione fasulla e ogni controllo viene aggirato.
Oppure – ma su questo le indagini sono in corso – a non far caso a generalità  e precedenti di chi inoltra la pratica devono essere impiegati e responsabili di Caf o Centri per l’impiego.
Risultato? Un quinto dei boss e gregari controllati nei mesi scorsi, molti dei quali destinatari di sequestri milionari e secondo i magistrati in grado di accumulare patrimoni da nababbi, ha “dimenticato” le pesanti condanne rimediate e si è messo in fila per ricevere il reddito di cittadinanza. E oltre mezzo milione di sussidi è finito in mano a noti esponenti dei clan.
Fra i beneficiari, ci sono esponenti di spicco dei grandi casati di ‘ndrangheta della città , come i Tegano e i Serraino, capibastone della Locride e persino i figli di Roberto “Bebè” Pannunzi, il Pablo Escobar italiano che si faceva vanto di pesare i soldi anzichè contarli, uno dei più grandi broker mondiali di cocaina, in grado di farne arrivare in Italia anche due tonnellate al mese.
Arrestato e condannato più volte, sfuggito al carcere con una rocambolesca evasione, Pannunzi è stato per anni latitante. Ed ha avuto il tempo di istruire e far crescere il suo erede, come lui, assicurava ai suoi clienti “a disposizione. Siamo con voi fino alla morte… Potete contare su tutto”.
Come il padre, Alessandro si è fatto strada nel grande mondo dei traffici internazionali di cocaina, anche grazie a un comodo matrimonio con la figlia di uno dei più grandi produttori di coca di Medellin. Arrestato nel 2018, circa un anno dopo è riuscito ad uscire dal carcere. E subito ha chiesto il reddito di cittadinanza, ottenuto nonostante nella pratica avesse omesso persino di indicare la propria residenza.
Non è l’unico nome di rango nell’universo dei clan ad aver ricevuto sussidi dallo Stato. I primi erano stati individuati dai finanzieri mesi fa con l’operazione “Salasso”, che ha scovato non solo proprietari di auto e ville di lusso, ma anche condannati per mafia e persino detenuti   fra 237 percettori del reddito di cittadinanza della Locride.
Nei mesi successivi   i controlli sono stati estesi ad ampio raggio. Base di riferimento, gli elenchi degli oltre 500 interdetti al voto per condanne definitive di mafia. Da lì si è partiti con gli approfondimenti sulla loro situazione patrimoniale e su quella dei nuclei familiari e sono saltati fuori boss e gregari che da mesi usano la card gialla fornita dal ministero per ricevere i sussidi mensili.
Tutti quanti sono stati denunciati e i loro casi segnalati alle procure di Reggio Calabria, Locri, Palmi, Vibo Valentia e Verbania, dove alcuni dei boss erano ormai stabilmente residenti. Toccherà  invece all’Inps avviare le procedure di recupero degli oltre 516mila euro di sussidi indebitamente erogati, o quello che ne rimane sulle card. Per il resto, saranno necessari i sequestri. Ma è stata bloccata l’erogazione degli altri 400mila euro che i boss “falsi indigenti” avrebbero dovuto ricevere.

(da agenzie)

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LA CAMORRA FA AFFARI ANCHE SUL COVID: IMPRESE DEL CLAN CURANO LE SANIFICAZIONI

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

ARRESTATE 7 PERSONE LEGATE AL CLAN VANELLA-GRASSI DI SECONDIGLIANO, SEQUESTRATI 10 MILIONI DI EURO

Il settore della vigilanza privata e quello immobiliare, ma anche quello legato all’emergenza da Covid-19: la camorra non si era lasciata scappare questa occasione per infiltrarsi, per mettere le mani su quelle imprese che, in tempi di coronavirus e pandemia, avrebbero avuto un ruolo centrale nell’economia.
Emerge dall’ordinanza che ha portato all’arresto di 7 persone, ritenute legate al clan Vanella-Grassi di Secondigliano, nell’area ovest di Napoli: nata come gruppo satellite dei clan Di Lauro, la cosca guidata da Antonio Mennetta è diventata autonoma e poi predominante dopo la sanguinosa faida con il gruppo Abete-Abbinante del 2012-2013.
Gli inquirenti hanno appurato che, malgrado la detenzione al 41bis, a guidare il clan era ancora Mennetta, che dal carcere riusciva a impartire non solo disposizioni sulla strategia del gruppo criminale ma anche a dare indicazioni su come reinvestire i soldi che provenivano dai traffici di droga e dalle estorsioni.
Tra i settori preferiti dal clan per ripulire i soldi sporchi c’erano quelli della vigilanza privata e quello immobiliare, ma una svolta era arrivata con la pandemia: i Vanella-Grassi avevano fiutato l’affare ed erano riusciti ad accaparrarsi anche incarichi nel campo della sanificazione dei locali.
L’ordinanza, eseguita dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, ha portato all’arresto di 7 persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, concorrenza illecita, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e reimpiego di proventi illeciti. Contestualmente sono stati sequestrati beni per complessivi 10 milioni di euro, tra cui 11 società , immobili, automezzi e una imbarcazione, che sarebbero collegati alle attività  illecite.

(da Fanpage)

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IL PENTITO DE SIMONE: “BONAFEDE NON ALL’ALTEZZA, COME FA A NON DIMETTERSI?”

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

L’EX KILLER DEL CLAN DEI CASALESI: “TUTTO E’ INIZIATO CON QUELLA CIRCOLARE DEL DAP”

“Per le istituzioni è stata una figura pessima, un segnale grave. Zagaria sarebbe uscito tra qualche anno, ma così è stato un messaggio devastante per la credibilità  delle istituzioni”.
Parla così Dario De Simone, pentito del clan dei Casalesi, killer di camorra, che conosce bene i Zagaria sia Pasquale che il fratello Michele, al vertice del clan. Lo fa in esclusiva a TPI.
“Come fa a restare al suo posto il ministro? Se avessero scelto Di Matteo sarebbe successo un bordello nelle carceri, ma i casini si fanno sotto terra, mica le proteste le fanno i boss”.
De Simone si è pentito nel 1996, le sue dichiarazioni sono state importanti per mandare alla sbarra i capi del clan dei Casalesi.
“Il direttore del Dap (l’amministrazione penitenziaria, ndr) e il ministro non sono stati all’altezza. Con la lotta alle mafie non si scherza. Di Matteo — conclude De Simone — avrebbe dovuto parlare subito, ma da questa storia gli unici a pagare sono i familiari delle vittime e la giustizia”.
La circolare del 21 marzo
Non solo Pasquale Zagaria insieme ad altri due detenuti al 41 bis sono andati ai domiciliari, ma anche altri 495 tra vertici e affiliati, fino all’8 maggio, sono usciti dagli istituti di pena: tutti mafiosi ed ex 41 bis
Alcuni detenuti, dopo il decreto riparatorio del governo, stanno tornando in carcere, in strutture adatte per garantirne la cura, a dimostrazione che era possibile una soluzione alternativa ai domiciliari.
Ma quando inizia questo disastro? E di chi è la colpa? Questa vicenda ha portato le forze di opposizione a presentare una mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. La data centrale è il 21 marzo proprio il giorno in cui ogni anno l’associazione Libera ricorda le vittime dei clan.
Quel giorno il Dap invia a provveditori e direttori degli istituti penitenziari una circolare che invita le direzioni a comunicare con solerzia alle autorità  giudiziarie “il nominativo del ristretto che dovesse trovarsi nelle predette condizioni di salute”, elencando diverse patologie e tra queste anche l’età  (“persone di età  superiore ai 70 anni”).
A confermare la centralità  della circolare nel disastro gestionale è Maria Vittoria De Simone, procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia durante un convengo online organizzato dal centro culturale Gesù nuovo: “Quella circolare ha innescato tutto. Abbiamo accertato che le relazioni dei gruppi di osservazione e trattamento sulle istanze che a centinaia venivano presentate dai detenuti si esprimevano nel senso che le pregresse condizioni dei detenuti, anche la sola età , e il possibile rischio di contagio rappresentavano una condizione tale da consigliare la scarcerazione”.
Insomma quella circolare ha creato le condizioni per le centinaia di scarcerazioni di mafiosi ed ex 41 bis.
Il ministro Alfonso Bonafede ha continuato a difendere il suo operato precisando che le “scarcerazioni dei boss sono state decise dai magistrati non dal governo”.
In realtà  le circolari, le mancate risposte, la disastrosa gestione del Dap, che dipende dal Ministero della Giustizia, sono centrali per capire il disastro. Basta ascoltare i magistrati da sempre in prima linea contro il crimine organizzato per capirlo.
“Bastava organizzare le strutture carcerarie diversamente e assicurare le cure”, osserva il procuratore aggiunto De Simone.
A bocciare la gestione del Dap arrivano anche le parole del magistrato anticamorra Giovanni Conzo, procuratore aggiunto alla Procura di Benevento, che durante il convegno citato ha dichiarato: “Il Dap di solito ha sempre risposto, questo Dap (in riferimento alla gestione Basentini, ndr) non ha risposto. Si è creato un corto circuito”.
Conzo aggiunge: “Si devono allestire centri di cura all’interno delle carceri, non vedo perchè si sono aspettati tre mesi. Anche in pochi giorni si possono allestire questi servizi”. Poi attacca sulle scelte: “Siamo stanchi di vedere nomine non fondate sulla capacità , competenza, trasparenza e sul percorso. Abbiamo tantissimi magistrati, direttori di carcere che hanno competenze enormi. Bisogna scegliere non in base agli amici, ma in base alla preparazione”.
Quella circolare è stata la strada adottata per affrontare il sovraffollamento, ma soprattutto una risposta a quello che era accaduto a inizio marzo con le rivolte nelle carceri su cui indagano le distrettuali antimafia.
Le rivolte e i sequestri degli agenti
In un carcere, quello di Fuorni, a Salerno, i detenuti, durante le rivolte, presentarono una richiesta scritta composta da 8 punti. Al punto 7 c’era scritto: “Sollecitare i tribunali a concedere pene alternative in modo tale da concedere ad ogni ristretto in questo istituto di scontare la propria pena ai domiciliari in modo tale da poter contrastare e prevenire o meglio curare l’emergenza Coronavirus che sta circolando e invadendo il nostro sistema”.
Richieste che arrivavano anche da associazioni e garanti perchè il sovraffollamento è una indecenza cronica di questo paese, affrontata con l’ennesimo svuota-carceri che il governo approva il 17 marzo, pochi giorni dopo le rivolte.
Una delle rivolte più cruente scatta nel carcere di Melfi. Si rivoltano i detenuti dell’alta sicurezza. “Per dieci ore, dieci, colleghi e personale vengono sequestrati. Sequestrati”, racconta a TPI un agente penitenziario che era presente. “Quei colleghi, per i traumi subiti, non sono ancora tornati in servizio. Lo Stato ha mostrato il suo lato debole. Il giusto resta il giusto, ma lo Stato non si può piegare così”.
“Nel momento in cui il Dipartimento chiede agli istituti di segnalare detenuti con alcune patologie e anche solo con età  superiore ai 70 anni significa che si creano le condizioni per favorire le scarcerazioni di massa. È scandaloso, è evidente il collegamento con le rivolte”.
E dal carcere di Melfi sono andati ai domiciliari, secondo l’elenco che TPI ha letto, cinque detenuti. Durante le rivolte ci sono stati 14 morti tra i reclusi. Dopo le rivolte è arrivato prima lo svuota-carceri e poi la circolare contestata. Il 21 marzo arriva, insomma, la svolta che non andava nella direzione di alleggerire le carceri affollate, ma nei fatti ha consentito a pericolosi criminali di andare ai domiciliari in assenza di un piano per cure e assistenza in reparti ospedalieri dedicati. Da qui il disastro.
“È passata l’idea — conclude Maria Vittoria De Simone — che l’esistenza di una emergenza sanitaria legittimasse il Dap e, in ultima battuta i magistrati, che fosse sufficiente la presenza di pregresse patologie per creare una situazione di incompatibilità  con la detenzione carceraria. Non è così perchè le norme non lo prevedono”.
Ma è quello che è successo scrivendo una pagina nera nel contrasto alle organizzazioni criminali.

(da TPI)

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LA TRATTATIVA SUI POSTI DI GOVERNO IN CAMBIO DELLA FIDUCIA A BONAFEDE

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

ITALIA VIVA VUOLE ESSERE PIU’ RAPPRESENTATA AL GOVERNO

Sono due le mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che saranno discusse oggi.
La prima è quello presentata da +Europa e da Azione di Carlo Calenda, secondo la quale Bonafede ha manomesso i principi del giusto processo, non ha rispettato gli impegni presi con la sua riforma, ha favorito una forma di processo “inquisitorio” con la nuova disciplina delle intercettazioni, è stato incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine al Csm ed ha contribuito a sollevare enormi polemiche con la vicenda legata alla scarcerazione dei boss.
La seconda mozione è presentata dalla Lega e si concentra soprattutto sulla vicenda dei boss liberati a causa dell’emergenza legata alla diffusone del Covid 19 e sul caso della “mancata nomina” di Nino Di Matteo a capo del Dipartimento Affari penitenziari. E all’interno della compagine di governo si litiga.
Il Corriere della Sera scrive oggi che ad aver fatto saltare i nervi al Partito Democratico nella maggioranza sono state le voci sui posti al governo che i renziani avrebbero chiesto a Conte: si è parlato di Gennaro Migliore (o Lucia Annibali) come sottosegretario alla Giustizia e di Luigi Marattin alla presidenza della commissione Bilancio della Camera.
Ma sono appunto voci, che Palazzo Chigi non conferma e che Italia Viva smentisce: «Proposte che ha fatto Conte, non certo noi».
A sentire i dirigenti di Italia Viva di tutt’altro si è parlato durante gli incontri di piazza Colonna, quando Maria Elena Boschi – il cui nome rimbalza nei totoministri di un possibile rimpasto –è salita a incontrare prima il capo di Gabinetto Alessandro Goracci e poi lo stesso Conte.
E qui la storia si fa bizzarra. Perchè Italia Viva esulta, in Parlamento tutti ne discutono eppure Palazzo Chigi non conferma l’incontro con la capogruppo di Italia Viva.
E basterebbe questo per descrivere i rapporti tra il capo del governo e l’ex premier.
Da mesi il presidente del Consiglio cerca una via per governare senza il suo sostegno, ma ancora non la trova: i numeri al Senato sono troppo critici per cercare maggioranza alternative o affidarsi alla stampella di fantomatici «responsabili». E così Conte, cui l’arte della diplomazia non fa difetto, tenta la strada del pieno riconoscimento.
Nella maggioranza che sostiene Conte tutti sono convinti che il governo oggi non cadrà , «il governo è solido», assicura Luigi Di Maio. Ma qualche filo di tensione c’è: perchè i voti sulle mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, se i 17 senatori renziani uscissero dall’aula, sarebbero sul filo: 142 pari. Certo, servirebbe la mossa tattica di Salvini e Meloni di confluire a sorpresa sulla mozione garantista della Bonino per produrre questo colpo.
Il Pd ha fatto sapere a Renzi che si tratta di un voto sul governo, non su Bonafede. “Se lo sfiduciano si apre una vera crisi per l’esecutivo, non c’è dubbio”, ha scandito a Un Giorno da pecora il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio.
Ma per il Pd non è il momento di far cadere Conte. E in assenza di un piano B anche Renzi studia una strategia. Per esempio, potrebbe far mancare qualche voto. Senza arrivare allo show down. Oggi parlerà  subito dopo Bonafede.
Antonio Padellaro sul Fatto ironizza sulle conseguenze politiche di un’eventuale sfiducia al ministro della Giustizia:
“A nostro modesto avviso, il premier potrebbe tranquillamente respingere il ricatto del palo della banda dell’ortica senza particolari conseguenze. Mettiamo però il caso che al piromane per caso sfugga un cerino acceso e che il Paese apprenda che il governo, oplà  non c’è più, e che di conseguenza tutti gli orripilanti decreti contenenti i miserevoli 55 miliardi di aiuti alla popolazione siano rinviati a data da destinarsi. Nella nostra perversione vorremmo che fosse lo stesso Renzi a spiegarlo agli italiani (magari da un bunker sotterraneo protetto da teste di cuoio), per vedere l’effetto che fa.   Licenziato l’avvocato pugliese, non così sgradito alla maggioranza degli italiani (ma sono dettagli), e dopo essermi ben apparecchiato con patatine e popcorn, mi godrei: a) la ricerca immediata di un De Gaulle della Provvidenza, come auspicato dai più esimi editorialisti; b) in assenza di un generale a portata di mano, la successiva processione nel casale umbro di Mario Draghi che, qualcosa mi dice,potrebbe anche sciogliere i cani; c) l’appassionante lettura delle testate Fca, una volta che il prestito di 6 miliardi e rotti, già  proposto dal governo dell’inadeguato premier evaporasse come rugiada di primavera”
La caduta è improbabile.

(da “NextQuotidiano”)

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“A SALVINI ABBIAMO DETTO: SERVE UNA LINEA, MENO DA CAZZARI”: L’ULTIMATUM DI GIORGETTI E ZAIA

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

ABROGARE BORGHI E LE SUE TEORIE ANTI-UE… IL BISOGNO DI RAPPRESENTARE I BISOGNI DEL NORD DIETRO LE PROFEZIE DI GIORGETTI E IL PROTAGONISMO DI ZAIA… DAL SOVRANISMO AL PRAGMATISMO

Quella Cassandra di Giorgetti lo aveva detto in tempi non sospetti, lo raccontano in molti: “In Italia volevano fare accordi coi francesi contro i tedeschi e poi, tac, quelli fanno l’accordo, e ti rendi conto che c’è un europeismo a trazione tedesca”.
Il sottotesto evidente è che i 500 miliardi a fondo perduto che Parigi e Berlino propongono di mettere in campo al posto del Recovery Fund, in proporzione ai bisogni creati dalla pandemia sono una novità  politica.
Lo aveva detto, la Cassandra leghista, che oggi, dopo la lettura dei giornali, ha consegnato una pillola di saggezza a qualche amico che tanto assomiglia a un messaggio a chi vuole intendere: “Vogliamo parlare di nazionalismo? Beh, il nazionalismo è la capacità  di incidere facendo gli interessi nazionali con le regole date”. Il che non fa una piega a livello teorico.
Se il concetto viene poi confrontato con l’intervista data al Foglio da Claudio Borghi sulla necessità  di “abrogare Giorgetti”, posizionare la Lega su una linea anti-europeista, abolire il pareggio di bilancio, nutrirsi di scetticismo rispetto al sistema tradizionale di alleanze atlantiche, allora sì capisce di cosa si sta parlando.
Ecco il punto: va bene la manifestazione del centrodestra, anche se ancora non c’è uno straccio di canovaccio, va bene la piazza a un metro di distanza, il recupero di un minimo di normalità  dopo lo stato di eccezione ma una mobilitazione non basta senza un “progetto politico”.
O meglio, mantenendo una ambiguità  su due progetti politici, la cui convivenza finora, nella Lega, è stata garantita dalla leadership di Salvini nella fase dell’ascesa prima, del potere poi, dell’opposizione facile fino a poco tempo fa: Borghi e Giorgetti, Bagnai e Zaia, la Lega sovranista e la Lega pragmatica dei produttori, il “no euro” e il “sì euro”. Quel che sta accadendo, complice il declino nei consensi, il quadro mutato, il grido di dolore dell’Italia reale più rumoroso del ruggito di qualunque Bestia, è che questa tensione, dentro la Lega, è squadernata.
E c’è un motivo se, negli ultimi tempi, il governatore del Veneto concede un’intervista politica al giorno, anzi sempre più politica, da interprete autentico del nord operoso e realista avvezzo a lavorare con gli imprenditori tedeschi, senza chiacchiere ideologiche sull’Euro, che rivendica l’autonomia perchè “non oso pensare cosa sarebbe stata questa epidemia se tutto fosse stato gestito da Roma”.
In parecchi, fuori e dentro la Lega, hanno interpretato questo protagonismo guadagnato sul campo con una gestione efficiente dell’emergenza, senza polemiche politiche col governo nazionale e senza i disastri lombardi, come una candidatura alla leadership o, se preferite, l’affermazione di una leadership sostanziale, destinata prima o poi a diventare reale.
In verità , il messaggio è tutto in una frase che Salvini ha capito bene. In quel “ma no, io vengo dalla campagna”, professione di finta modestia con cui il governatore del Veneto ha smentito le sue ambizioni.
È un messaggio (per Salvini) che suona più o meno così, detta in modo un po’ sbrigativo, ma che rende l’idea: io non ti vengo contro, non faccio nè conte interne, nè un’Opa ostile, nè scissioni, ma è ora di scegliere una linea, meno improvvisata, meno da cazzari, che tenga conto dell’enorme bisogno di serietà  e di governo che viene innanzitutto dal Nord, dopo la fase degli aperitivi, del “chiudiamo, ma anche no”, “apriamo ma anche no”, collaboro anzi non collaboro, “sosteniamo Draghi” anzi “usciamo dall’euro”.
Perchè è evidente che il Nord è all’opposizione del governo, si capisce anche dalle parole del sindaco di Milano Sala, ma chiede un’alternativa di governo, non persa nell’ideologia del “no euro”: soldi alle imprese, autonomia, una classe dirigente degna di questo nome, visto che dal Po in giù praticamente è inesistente e a fine settembre si vota.
Ci risiamo, Salvini, che questi ragionamenti non li ha appresi dalle pagine dei giornali ma da una serie di confronti diretti, deve scegliere e comunque prima o poi sarà  costretto a farlo perchè quel che vale per il governo, e cioè che prima o poi la ricreazione finirà  perchè lo scenario emergenziale potrebbe diventare drammatico, vale anche per le attuali leadership in campo.
In un recente incontro con un diplomatico Giorgetti si è sentito rivolgere questa domanda: “Ma la linea è quella tua o quella di Salvini?”.
Al momento la risposta non c’è. Ma ogni Cassandra che si rispetti si affida al tempo, sperando che non sia tardi.

(da “Huffingtonpost”)

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UN SEGNALE SULLA PRESCRIZIONE, COSI’ BONAFEDE LA SFANGHERA’

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

INCONTRO BOSCHI-CONTE PER SMINARE IL CAMPO: IL MINISTRO APRIRA’ A MODIFICHE CONCORDATE CON LA MAGGIORANZA

Un segnale sulla prescrizione per sfangarla. L’affaire Bonafede piomba mercoledì in un Senato gravido di attesa e di mascherine.
Maria Elena Boschi è entrata martedì pomeriggio a Palazzo Chigi. Ne è riemersa più di due ore dopo. Per incontrare il capo di gabinetto di Giuseppe Conte, dicono. Per fare il punto sulle proposte di Italia viva – già  discusse una decina di giorni fa e messe nero su bianco in un carteggio nel weekend – sulla ripartenza e sull’agenda prossima del governo, sostengono.
Ma la plenipotenziaria di Matteo Renzi avrebbe incontrato anche il premier. E con lui definito i contorni di una de-escalation dei toni e un punto di caduta politico che permetta al ministro della Giustizia di superare le forche caudine di Palazzo Madama, dove lo attendono due mozioni di sfiducia e una Iv determinante nei numeri.
Un punto di caduta chiamato prescrizione.
Fonti del partito renziano spiegano che lo stallo si sarebbe sbloccato solo quando il governo ha assicurato che il Guardasigilli offrirà  un segnale politico importante, di riconoscimento delle istanze di una delle quattro gambe della maggioranza. Un segnale sulla prescrizione.
Come in un eterno gioco dell’oca si ritorna al punto da cui si era partiti. Il tempo in cui il Covid-19 era poco più di un’influenza, il “vero virus il razzismo” contro i cinesi e si andava a fronte alta a fare l’aperitivo sui Navigli per “sconfiggere la paura”.
Il tempo in cui Renzi avvertiva il governo che lui sul lodo Conte-bis sulla prescrizione non ci stava, minacciava di far cadere tutto, e metteva in agenda un incontro risolutivo (in un senso o nell’altro) con il presidente del Consiglio.
Faccia a faccia mai avvenuto solamente per l’esplosione dell’emergenza sanitaria. Rieccola la prescrizione, le trattative e i lodi.
Bonafede dovrebbe fare nel suo intervento al Senato un’apertura seria e non ambigua su modifiche da concordare con tutte le forze di maggioranza.
Che qualcosa dovesse cedere lo ha capito nelle ultime ore. E il segnale che quel qualcosa fosse la prescrizione è divenuto chiaro quando Andrea Marcucci, capogruppo Pd a Palazzo Madama, ha spiegato che “domani votiamo contro le mozioni di sfiducia perchè non vogliamo una crisi di governo, ma certo il ministro Bonafede in molte occasioni non ci è piaciuto affatto e il caso più noto è quello della prescrizione”.
Certo, nell’ambito di una trattativa più complessiva rientrano il piano shock per i cantieri, la semplificazione e il futuro decreto che la riguarda, il caso Fca e la norma per sollevare i datori di lavoro dalla responsabilità  sugli infortuni Covid.
Ma il segnale politico dirimente arriverà  sulla giustizia. D’altronde segnali di complessiva soddisfazione per un’inversione di rotta erano già  arrivati sulla regolarizzazione di colf e braccianti e sul decreto al posto del dpcm per le riaperture del 18, successi che Iv si è intestata.
Graziano Delrio e Vito Crimi d’altronde hanno messo le cose in chiaro: “Se cade Bonafede cade il governo”. Osservazione non peregrina, mentre una buona metà  del gruppo parlamentare renziano giura che non si voglia arrivare a quel punto.
Sullo sfondo rimane il rimpasto. Il borsino di Palazzo dà  Gennaro Migliore candidato a sottosegretario a via Arenula, Luigi Marattin alla presidenza della commissione Bilancio della Camera.
Ma la mossa del cavallo di Renzi sarebbe quella di imporre la Boschi nella squadra. Sia per il rapporto di fiducia storico con la sua capogruppo, sia come prova muscolare nell’imposizione ai 5 stelle di una figura che hanno sempre osteggiato e visto come fumo negli occhi. Anche se nel Pd c’è chi è certo: “Matteo gioca anche la sua partita. Fare il ministro e fare un po’ di casino è un’eventualità  che non ha mai abbandonato i suoi pensieri”.

(da “Huffingtonpost”)

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BOOM DI CONSENSI SOCIAL PER CONTE: LA POPOLARITA’ SALITA DEL 79,5%, LA MELONI DEL 6%, SALVINI DI UN TRAGICO 2,3%

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

RENZI E DI MAIO PEGGIO DEL LEGHISTA (0,21% E 0,73%)

Si è fermato quasi tutto in questi maledetti mesi segnati dal Coronavirus. Tutto tranne la fame di consenso dei leader politici.
Sulla rete e sui social media abbiamo monitorato le performance dei sei principali leader politici italiani per scoprire chi è sceso e chi è salito nel gradimento dell’opinione pubblica digitale.
Un vincitore c’è e non può essere che il premier Giuseppe Conte. Dalla prima settimana di lockdown fino ad oggi è lui ad aver aumentato maggiormente la propria popolarità  tra gli utenti italiani online.
Tra gli sconfitti sicuramente vanno annoverati i due Mattei. Salvini e la sua bestia hanno avuto una netta battuta di arresto mentre Renzi ha fatto peggio di tutti, dimostrando di essere stato fortemente punito nel dibattito pubblico online durante questi mesi di emergenza.
La nostra indagine parte su Facebook dalla seconda settimana di marzo, nei giorni dell’avvio della fase uno.
Nei primi 30 giorni monitorati (marzo-aprile) abbiamo rilevato un vero e proprio exploit in termini di popolarità  da parte del premier Conte. Su Facebook in questo lasso di tempo è riuscito a conquistare la bellezza di 1.297.412 nuovi potenziali elettori, crescendo del 79,5% in termini di popolarità .
Per capire quanto siano alti questi numeri basti dire che la seconda ad aver fatto meglio, Giorgia Meloni, ha ottenuto 86.359 nuovi potenziali elettori crescendo del 6%. Matteo Salvini aumenta la propria popolarità  soltanto del 2,3% agganciando 94.368 nuovi seguaci.
Matteo Renzi e Luigi di Maio, rispettivamente con lo 0,21% e lo 0,73%, sono i leader politici ad essere cresciuti di meno in questo primo periodo su facebook. Zingaretti fa leggermente meglio crescendo di circa l’1%.
Questo trend si conferma ancora negli ultimi 30 giorni (aprile-maggio) che ci hanno portato all’interno della fase 2. Il premier ottiene 201.043 nuovi potenziali elettori, crescendo del 6,8%, seguito ancora una volta dalla Meloni che aggancia 67.260 nuovi seguaci crescendo del 4,4%.
Chi invece subisce un vero crollo è Matteo Renzi, il senatore fiorentino arriva addirittura a perdere -2.247 potenziali elettori.
L’ex premier è dunque il leader politico che in questa fase è stato maggiormente punito in termini di consenso dagli utenti di facebook.
L’enorme dote di popolarità  ottenuta da Giuseppe Conte su questo social si potrebbe spiegare tecnicamente anche con l’utilizzo della piattaforma per le sue seguitissime conferenze stampa.
Passando a monitorare Twitter il risultato non cambia: il mattatore della rete è Giuseppe Conte. Nei primi 30 giorni analizzati (marzo-aprile) cresce del 38%, conquistando 160.637 nuovi potenziali elettori. Nell’ultimo mese (aprile-maggio) fa più 11,53% in termini di popolarità  ottenendo 66.557 nuovi follower. Segue ancora una volta al secondo posto la Meloni che nel primo periodo cresce del 4,96% (+ 44.920 nuovi follower) mentre nell’ultimo lasso di tempo del 2,17% (+ 20.610 follower).
La leader di Fratelli d’Italia supera anche su questo social il suo avversario di colazione Matteo Salvini che fa più 3,3% e più 1,1%. Perfino sulla sua piattaforma preferita Matteo Renzi rimane il fanalino di coda ottenendo numeri da prefisso telefonico: +0,26% (marzo-aprile)   e più 0,09% (aprile-maggio).
Instagram conferma alcune tendenze già  analizzate nel rapporto tra leader politici e opinione pubblica digitale. Il livello di popolarità  di Conte è quello maggiormente in ascesa con un più 57,91% (450.001 nuovi potenziali elettori tra marzo e aprile)   e un più 15,59% (191.308 nuovi seguaci tra aprile e maggio).
Giorgia Meloni (+13% e +6,3%) supera anche su Instagram   Matteo Salvini (+3% e +5%),   confermando che molti elettori digitali stanno abbandonando il capitano per salire sul carro della leader romana. Per Renzi il coronavirus si è trasformato in un’emorragia di consenso digitale: su tutti i social presi in considerazione è lui leader che perde più elettori e popolarità .

(da “Huffingtonpost”)

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