Destra di Popolo.net

“UNA STATUA PER RISARCIRE LA SPOSA BAMBINA DI MONTANELLI”

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

LA PROPOSTA DEL GIORNALISTA SINIBALDI: “BISOGNA RELATIVIZZARE IL PASSATO SENZA DISTRUGGERLO”

«Si può almeno avere, accanto alla intoccabile statua di Montanelli, una statua per Destà , la ragazzina nera presa in leasing (cit.) e atrocemente violata?».
La richiesta è arrivata via Twitter da Marino Sinibaldi, che oltre a dirigere Radio 3 Rai, da più di 30 anni anni lavora attraverso festival, trasmissioni e libri per rendere la cultura uno strumento di coscienza civile.
Con il suo tweet — che rimanda alla risposta di Montanelli a una lettrice che gli domanda del matrimonio con la schiava-bambina — Sinibaldi è entrato nel dibattito sulla statua milanese del giornalista, prendendosi le lodi di chi cerca maggiore complessità  nelle risposte della politica e gli insulti di chi sostiene sia un errore mettere sullo stesso piano “schiavo e schiavista”.
Invece di rimuovere una statua, ne aggiungiamo un’altra?
«Una statua indica un modello per le persone che vi passano davanti ogni giorno. Non c’è dubbio che un uomo che commette azioni riprovevoli nei confronti di una bambina non possa esserlo, ma è anche vero che in una società  pluralista come la nostra colui che è modello per qualcuno, diventa facilmente nemico per un altro. Finora ci siamo mossi su una logica binaria: celebrare o distruggere il simbolo. Ma la vera qualità  del nostro tempo è l’inclusività , insieme al relativismo, allora io dico: troviamo un modo per onorare le vittime. E partiamo proprio da questa giovane sposa, che probabilmente non si chiamava neanche Destà . Pare che questo nome fosse il diminutivo di Podestà , come a dire “cosa mia”. Ha diritto a un risarcimento».
Perchè l’abbattimento della statua non è la soluzione?
«Le mie statue preferite si trovano a pochi metri l’una dall’altra a Trastevere: Trilussa e Giuseppe Gioachino Belli, entrambi da disprezzare per la condotta umana. A furia di indagare le biografie dei monumenti, temo che pochi si salverebbero dalla furia iconoclasta. Che poi, a ben guardare, gli iconoclasti sono sempre “gli altri”: nel Trionfo della religione cristiana vengono distrutti gli idoli pagani ma l’immagine non desta irritazione o sdegno, mentre se i talebani fanno a pezzi i Buddha di Bamiyan, quella distruzione crea sgomento. Ognuno giudica all’interno del proprio contesto culturale, ma allora dove tiriamo la linea? Perchè gli idoli pagani possono essere distrutti e i Buddha di Bamiyan no? È una discussione faticosa e fastidiosa perchè mette in discussione tutti i pilastri della nostra identità , ma forse è arrivato il momento di farla».
Cominci lei.
«Si ricorda quando è stata buttata giù la statua di Saddam Hussein? Io quel giorno ero entusiasta, ho celebrato l’evento in trasmissione. Dopo un po’ abbiamo scoperto che quello che sembrava un atto di liberazione era un gesto più equivoco. Chi arriva dopo distrugge sempre — i libri abbiamo cominciato a salvarli solo grazie alla riproducibilità . Le pulsioni sono comprensibili, ma così la storia rischia di essere riscritta senza un ragionamento. La mia utopia è quella di arrestare il processo della furia del vincitore che vuole distruggere la memoria dello sconfitto».
In realtà  in Italia i simboli del passato che rappresentano modelli di fascismo, oppressione, violenza sono intatti.
«Alla nostra storia non appartiene la damnatio memoriae tipica di altri Paesi, come dimostra la sopravvivenza di un certo numero di opere fasciste, che oggi andrebbero contestualizzate. Ad esempio, mi piacerebbe vedere sotto l’obelisco del Foro Italico una targa dedicata a Giacomo Matteotti. In Spagna hanno rinominato tutte le vie intitolate ai generali golpisti
Io suggerisco soluzioni che relativizzano il passato senza distruggerlo. Penso a quella adottata a Bolzano all’ex Casa del Fascio: sul fregio di Piffrader è stata apposta una scritta illuminata con una citazione della filosofa Hannah Arendt in tre lingue — Nessuno ha il diritto di obbedire -, contrapposta al Credere, obbedire, o combattere presente sul bassorilievo. Ci hanno messo anni per arrivare a questa soluzione, ma alla fine ci sono riusciti».
Sono molti i personaggi la cui memoria non è un patrimonio condiviso. Perchè il dibattito è esploso intorno alla figura di Indro Montanelli?
«Perchè è una figura complessa: è stato fascista e antifascista, liberista e ambientalista, berlusconiano e antiberlusconiano. Da sempre è un personaggio molto urticante, e la sua memoria è ancora vicina. Tuttavia il problema di fondo è che non facciamo i conti con la nostra storia e quindi ci troviamo spiazzati e disarmati davanti a una statua».
C’è chi fa notare che quella statua sia anche un paradigma esemplare del maschilismo sui cui si fonda la storia e la cultura italiana.
«È così, ed è per questo che sarebbe bene se avviassimo un confronto pubblico che tenga dentro tutto: la violenza, il colonialismo, lo stile di scrittura, la sincerità  che arriva fino alla spudoratezza e alla rivendicazione. Qui non stiamo frugando nella vita privata di un uomo ma ci muoviamo su dichiarazioni pubbliche: la gestione della vicenda da parte di Montanelli è per i suoi ammiratori una prova di verità , e per i suoi detrattori la prova della sua scarsa tenuta morale. Possiamo cogliere l’occasione per fare una discussione seria sui simboli e invitare la   comunità  a riconoscersi su valori ed esempi comuni: oggi è diventato molto complesso perchè non c’è un riconoscimento condiviso. Ma potremmo ripartire dalle vittime della Storia».

(da Open)

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I RAGAZZI DELLA VERNICE: “NON CI INTERESSAVA DISTRUGGERE LA STATUA A MONTANELLI MA SOLLEVARE UN DIBATTITO SULLA MENTALITA’ CHE FA SENTIRE L’UOMO BIANCO UNA RAZZA SUPERIORE”

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

“ABBIAMO UTILIZZATO VERNICE LAVABILE, IL NOSTRO OBIETTIVO ERA ESSERE MEDIATICI, NON ICONOCLASTI”

Il vero obiettivo non è colpire la statua (che «può anche rimanere dov’è»): secondo gli studenti, quel che conta è abbattere la «mentalità  novecentesca, che faceva sentire l’uomo bianco di una razza superiore»
«Voglio spiegare perchè abbiamo gettato la vernice rossa sulla statua dei giardini di via Palestro». Tobia — nome di fantasia — è uno dei rappresentanti del collettivo studentesco che ha organizzato il blitz di vernice rossa alla discussa statua di Indro Montanelli. La magistratura ha aperto un’inchiesta per vandalismo, ma per loro si tratta di tutt’altro. In un’intervista a La Stampa, il ragazzo — di 25 anni — ha parlato delle motivazioni dietro la protesta.
«Intendevamo aprire un forte dibattito nell’opinione pubblica sulla presenza di simboli apparentemente innocui ce invee hanno una storia pesante alle spalle, toponomastica inclusa», spiega. «Sebbene la schiavitù sia stata abolita in Italia nell’800, i bianchi, e tra questi Montanelli, hanno continuato a considerare le popolazioni di colore inferiori, in particolare quelle conquistare nelle colonie».
Per quanto riguarda “l’obiezione del contesto storico” («Non vi pare che il giornalista sia stato figlio del suo tempo», chiede il giornalista), Tobia risponde: «Abbiamo bene in mente cosa ha fatto l’Italia nelle colonie. Lui ha abusato di una ragazzina di 12 anni. Questi sono i fatti. Lo raccontava lui stesso».
Insomma, il vero bersaglio non è la statua (che «può anche rimanere dov’è»): a dover essere combattuta, secondo gli studenti, è una certa «mentalità  novecentesca, che faceva sentire l’uomo bianco di una razza superiore». Niente a che vedere con gli iconoclasti intolleranti, dunque, ai quali sono stati associati in questi giorni: «Abbiamo utilizzato vernice lavabile e il nostro obiettivo era essere mediatici, non iconoclasti. Vogliamo porre il tema della dedica di uno dei parchi più amati dai milanesi a un razzista del ‘ 900 come Montanelli».
Alle reticenze del giornalista, che chiede ancora se non gli sembri «ingiusto» inchiodare la figura di Montanelli («giornalista dalla schiena dritta») a un fatto compiuto «in gioventù 100 anni fa», Tobia risponde: «Porre l’accento sui comportamenti di Montanelli in gioventù vuol dire portare all’attenzione dell’opinione pubblica il fatto che certe cose, come il razzismo, sono ancora molto attuali».

(da Open)

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RAPALLO, SMALTITI DALLA MAFIA GLI YACHT DISTRUTTI DALLA MAREGGIATA DI DUE ANNI FA: IN MANETTE I VERTICI DEL PORTO TURISTICO

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

TRAFFICO RIFIUTI DI LUSSO, 9 ARRESTI E CONFISCHE PER 3,5 MILIONI

Dalle prime luci dell’alba i militari del comando provinciale dei carabinieri di Genova stanno eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare emessa dall’ufficio Gip del Tribunale di Genova nei confronti di nove persone su tutto il territorio nazionale.
Contestualmente i militari stanno dando esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo ai fini della confisca di oltre 3,5 milioni di euro per vari reati anche aggravati da metodo mafioso.
I fatti si riferiscono alla mareggiata del 2018 in cui andarono distrutte più di 400 imbarcazioni fra yacht di lusso e natanti di varie dimensioni ormeggiate nel porto di Rapallo
La direttrice del porto turistico Carlo Riva di Rapallo, Marina Scarpino, e il presidente del consiglio d’amministrazione Andrea Dall’Asta sono da questa mattina agli arresti domiciliari a seguito degli sviluppo dell’inchiesta sullo smaltimento delle imbarcazioni affondate o danneggiate durante la mareggiata dell’ottobre 2018 che colpì Rapallo.
Secondo gli inquirenti, gli indagati si sarebbero avvalsi di aziende collegate alla criminalità  organizzata per smaltire a costo inferiore gli yacht distrutti dalla furia del mare che ostruivano la rada del porto di Rapallo.
Contestualmente i militari hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo ai fini della confisca di oltre 3,5 milioni di euro per i vari reati anche aggravati quindi da metodo mafioso.
La misura cautelare è stata emessa a carico di sette uomini e due donne, alcuni gravati da precedenti di polizia, tra cui imprenditori, avvocati e professionisti nel settore della nautica ritenuti a vario titolo coinvolti nel trasporto, stoccaggio, gestione e smaltimento illecito di rifiuti relativi alle imbarcazioni distrutte dalla mareggiata epocale che ha colpito la città  di Rapallo il 29-30 ottobre 2018 allorquando 435 imbarcazioni vennero distrutte o affondate dai marosi.
Gli stessi avevano posto in essere un elaborato sistema di gestione illecita di rifiuti non curante del pericolo ambientale connesso all’inquinamento dello specchio acqueo di Rapallo e di due Siti di Interesse Regionale (S.I.R) nella Provincia di Massa Carrara, con un ricavo di oltre 3 milioni di euro, movimentando e gestendo circa 670 tonnellate di rifiuti non tracciati.
Ruolo determinante nell’attività  illecita era rivestito da soggetto napoletano, pregiudicato, il quale avvalendosi del metodo mafioso e millantando contatti con soggetti appartenenti alla camorra e alla ndrangheta, aveva promosso e gestito l’intera filiera illecita con l’intento di penetrare il tessuto imprenditoriale ligure nel settore della nautica.

(da agenzie)

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MENTRE ZAIA PARLA DEI NEONATI MORTI A VERONA SALVINI SI STRAFOGA DI CILIEGIE

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

IL VIDEO ALLUCINANTE SCATENA I SOCIAL: MENTRE ZAIA ILLUSTRA UN DRAMMA QUELLO INGOZZA 9 CILIEGIE IN UN MINUTO, FREGANDOSE DEL PROSSIMO

Montano le polemiche sui social contro il leader della Lega Matteo Salvini, che in un video si vede intendo a divorare ciliegie accanto a Luca Zaia.
Nel filmato   il presidente del Veneto parla del caso preoccupante all’Ospedale di Borgo Trento a Verona, dove almeno tre neonati sono morti a causa di un batterio, il Citrobacter.
Zaia spiega tutta la preoccupazione che il caso sta portando e gli interventi che le autorità  sanitarie stanno portando avanti.
Il leader della Lega accanto a lui resiste alcuni secondi, annuisce, ma dopo poco non resiste e comincia a mangiare una ciliegia dopo l’altra, alla velocità  di circa nove ciliegie in meno di un minuto. Un comportamento che ha scatenato l’indignazione degli utenti sui social.
Il video di Salvini che si strafoga di ciliegie mentre quello a fianco parla di virus e morti fa davvero impressione. Non è solo questione di mancanza di rispetto: dà¡ l’idea di uno completamente scollegato dalla realtà .

(da Open)

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GRILLO VUOLE RIPRENDERSI IL M5S?

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

“PRESTO SARO’ A ROMA, VOGLIO STARVI VICINO”

Beppe Grillo ha in animo di “ritornare” in politica e di riprendersi il MoVimento 5 Stelle, anche se dice che sono gli altri (Di Battista? Di Maio?) a “costringerlo” a tornare sui suoi passi.
Il Messaggero racconta in un retroscena le peripezie grilline dopo l’uscita di Dibba e la risposta di Beppe:
A chi domenica, dopo il tweet che ha incenerito Alessandro Di Battista, gli ha mandato messaggi ed emoticon con mille cuoricini Beppe Grillo ha risposto così: «Presto starò a Roma, voglio starvi vicino».
E se nel 2017, con l’elezione a capo politico di Luigi Di Maio il fondatore annunciò un «passo di lato», adesso è pronto a farne un altro, ma «in avanti».
Di fatto, registra chi parla spesso con lui in queste ore convulse, «Beppe è tornato». La linea del Garante, confessata agli amici con una battuta delle sue, è questa: «Sono pronto a ritornare e a indicare la via!».
Ergo: un accordo organico nell’alveo del centrosinistra contro la destra sovranista. Grillo, a 71 anni, sa che non potrà  essere presente su tutti i temi come prima. Ma allo stesso tempo è consapevole che «se non scende adesso in campo, il governo potrebbe cadere nel caos, in una fase storica in cui gli italiani chiedono altro».
Ecco perchè la prima preoccupazione dell’«Elevato», intenzionato a calarsi per un po’ tra i comuni mortali, è la tenuta dell’esecutivo Conte. E la consapevolezza che altrimenti il caos sarebbe più di uno scenario giornalistico.
Dalla scissione parlamentare di chi sostiene Di Battista su una linea identitaria, ai giochi di Palazzo di qualche enfant prodige. E proprio Luigi Di Maio, abile a fiutare l’aria che tira, a cercare in queste ore una posizione mediana che tenga dentro tutti: da Dibba a Beppe. «Io ci sarò», dice infatti il ministro degli Esteri.
Pronto subito ad allinearsi con il Garante e contro Dibba sul congresso del Movimento: «Non è una priorità  per l’Italia».
Intanto nelle segrete stanze del Movimento, tra gli uffici notarli di Milano e Roma, il grosso dei ragionamenti gira sullo Statuto. Che al momento prevede un capo politico (Vito Crimi), ma che in futuro dovrebbe essere cambiato — previa voto sulla rete, cioè su Rousseau — per arrivare alla famosa «gestione collegiale». «Un direttorio 2.0», lo chiama Roberta Lombardi, volto storico dei pentastellati e membro del comitato di garanzia.
In questo scenario Grillo potrebbe fare due cose: candidarsi pro-tempore «ma per plebiscito sapendo che nessuno lo sfiderebbe», raccontano i suoi amici; oppure accompagnare, ma questa volta in prima fila, tutte le anime tumultuose che, in maniera diversa, si riconoscono in questo esecutivo.

(da “NextQuotidiano”)

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FATE ENTRARE ABOUBAKAR SOUMAHORO E NON SOLTANTO SANDRA MILO E LA CONFINDUSTRIA

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

IL SINDACALISTA DEI BRACCIANTI SI E’ INCATENATO PER PROTESTA AI CANCELLI DEGLI STATI GENERALI E CHIEDE DI POTER PARLARE

Aboubakar Soumahoro, sindacalista USB che ha sempre difeso i diritti dei braccianti, si è incatenato davanti a Villa Doria Pamphili dove sono in corso gli Stati Generali organizzati dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Il sindacalista ha dichiarato che la sua protesta — compresa di sciopero della fame — continuerà  fino a quando non verrà  invitato all’interno per portare, davanti agli interlocutori degli Stati Generali, il grido di dolore dei braccianti sfruttati, soprattutto dopo l’ultima vicenda che ha coinvolto Mohammed Ben Ali, il senegalese morto in un rogo a Borgo Mezzanone.
«Oggi — ha detto in un video -, inizio lo sciopero della fame e mi incateno qui a Villa Pamphili (Via Aurelia Antica, 183), dove si stanno tenendo gli Stati Generali, finchè il governo non ascolterà  il grido di dolore di noi invisibili e di tutti gli esclusi».
È necessario che le istanze dei braccianti agricoli vengano portate all’attenzione di un evento che, nelle intenzioni, dovrebbe preparare gli interventi sul tessuto economico e sociale italiano per i prossimi anni, all’indomani dell’emergenza sul coronavirus, trasformatasi in crisi economica violenta.
Per questo, Giuseppe Conte — che qualche giorno fa ha fatto salire a Palazzo Chigi Sandra Milo che si era incatenata in piazza per testimoniare a favore dei lavoratori autonomi del mondo dello spettacolo — a maggior ragione dovrebbe far entrare il sindacalista che difende i braccianti.
Il governo ha approvato un provvedimento — preparato dal ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova — che punta alla regolarizzazione dei migranti che lavorano nei campi, ma la sua applicazione si annuncia decisamente difficile. S
u questo punto, Aboubakar Soumahoro può dare un contributo essenziale, oltre che una testimonianza. Affinchè non si continui più a morire nei campi profughi, affinchè i braccianti agricoli di un Paese che ha nell’agricoltura una delle sue vocazioni, possano far parte dei processi decisionali che riguardano il settore.

(da agenzie)

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NUOVI CONTAGIATI IN LOMBARDIA? GALLERA SI INVENTA IL CONCETTO DI “DEBOLMENTE POSITIVI”

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

O SI E’ POSITIVI O NO, MA PUR DI MINIMIZZARE IL PREOCCUPANTE AUMENTO DEI CASI, L’ASSESSORE SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI E FA RIDERE IL MONDO SCIENTIFICO

Le previsioni del tempo hanno introdotto il concetto di parzialmente nuvoloso, i bollettini sui nuovi contagi da coronavirus in Lombardia hanno introdotto quello di debolmente positivi.
O meglio, a farlo è stato l’assessore al Welfare della Regione Giulio Gallera. Oggi, ne ha parlato per la prima volta, introducendo anche la massiccia campagna di test sierologici anti coronavirus che ha preso il via nel territorio della Lombardia, per agevolare ancor di più il tracciamento dei contagi.
«La maggior parte dei casi risulta essere ‘debolmente positivo’ — ha detto Gallera -. Questo elemento evidenzia la presenza di anticorpi e di tracce del virus, la cui insorgenza risale però alle settimane precedenti».
Gallera ha messo in correlazione il sistema di tracciamento dei test sierologici (che analizzano l’insorgenza di anticorpi al virus e che, dunque, potrebbe fotografare anche il superamento di una fase sintomatica acuta o l’individuazione di positivi asintomatici) con un concetto piuttosto relativo, quello della debolezza della positività .
Dei 259 nuovi positivi registrati nelle ultime 24 ore in Lombardia, ben 109 sono stati infatti individuati attraverso i test sierologici.
Questo ha portato all’affermazione di Gallera: «L’ampliamento della platea delle persone alle quali stiamo eseguendo il tampone, quindi determina un maggior numero di positività , ma il più delle volte non sono nuove insorgenze. Questo vasto sistema di screening serve proprio per prevenire e monitorare eventuali situazioni critiche».
Un modo ridicolo, dunque, per edulcorare un dato che, in Lombardia, è comunque pesante ogni giorno che passa, con la percentuale di positivi (su quella totale del Paese) che sfiora o supera il 70%.
Difficile insistere sul concetto dei ‘debolmente positivi’, dal momento che o si ha il virus o non lo si ha. Gli asintomatici, come abbiamo appurato spesso, contagiano eccome. Per questo occorre registrare la stessa attenzione, sia che la positività  sia stata rilevata con il tampone, sia che questa sia stata rilevata con un test sierologico. Non esistono, dunque, positivi di serie a e positivi di serie b.

(da agenzie)

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MAFIA, DECIMATO IL CLAN DI CASTELLAMARE DEL GOLFO, INDAGATO IL SINDACO DI CENTRODESTRA

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

OPERAZIONE ANTIMAFIA, IMPEGNATI 200 AGENTI NEL FEUDO DI MASSINA DENARO, 13 ARRESTI

I carabinieri del Comando provinciale di Trapani stanno perquisendo l’abitazione di Rizzo, eletto nel giugno 2018 con una lista civica e appoggiato dal centrodestra, e il suo ufficio in Municipio. Lui nel 2019 chiedeva un minuto di silenzio per Giovanni Falcone
C’è anche il sindaco di Castellammare del Golfo, Nicola Rizzo, tra gli indagati nell’inchiesta Cutrara della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha colpito la famiglia mafiosa della cittadina trapanese con 13 arresti.
A Rizzo è stato notificato un invito a comparire per essere interrogato. Indagati anche un ex consigliere comunale di Castellammare del Golfo, che avrebbe chiesto a Francesco Domingo, considerato il vertice della famiglia mafiosa locale, di attivarsi per il recupero di un mezzo agricolo che gli era stato rubato, e un avvocato ex consigliere comunale di Trapani: quest’ultimo, secondo gli investigatori, avrebbe concorso con Domingo e il trapanese Francesco Virga in una estorsione a un imprenditore agricolo.
L’indagine fa particolarmente scalpore anche perchè sulla sua pagina facebook nel 2019 Rizzo invitava ad omaggiare Giovanni Falcone con un minuto di silenzio nell’anniversario della strage di Capaci.
Il blitz denominato “Cutrara” dei militari del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Trapani, coordinati dalla Dda di Palermo, ha colpito duramente la famiglia mafiosa di Castellamare del Golfo.
Gli arrestati sono accusati di associazione di tipo mafioso, estorsione, furto, favoreggiamento, violazione della sorveglianza speciale e altro, tutti reati aggravati dal metodo mafioso. Altre 11 persone sono state denunciate a piede libero. Eseguite inoltre decine di perquisizioni. L’operazione ha visto impegnati impegnati 200 militari dell’Arma con il supporto di unita’ navali, aere e reparti specializzati come lo Squadrone Eliportato Cacciatori di Sicilia, nonche’ unita’ cinofile per la ricerca di armi.

(da agenzie)

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DUE INDAGATI PER L’OSPEDALE DI ALZANO, CONTESTATO IL REATO DI EPIDEMIA E OMICIDIO COLPOSO

Giugno 16th, 2020 Riccardo Fucile

IL DUBBIO: PERCHE’ LA REGIONE LOMBARDIA DISSE NO ALLA ZONA ROSSA DI LODI?

Ci sono due iscritti nel registro degli indagati dalla procura di Bergamo per la mancata chiusura del nosocomio di Alzano Lombardo mentre stava scoppiando l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19.
L’identità  dei due non è nota ma, scrive oggi il Corriere della Sera, l’ipotesi di reato è quella di epidemia e omicidio colposi.
Nessun dirigente e nessun medico dell’Azienda socio sanitaria territoriale di Seriate, competente su Alzano, avrebbe ricevuto al momento informazioni di garanzia secondo Armando Di Leandro e Desirèe Spreafico che firmano il pezzo.
Come persone informate sui fatti erano stati sentiti, già  prima di metà  maggio, l’ex direttore della Sanità  regionale Luigi Cajazzo, il direttore generale dell’Asst di Seriate Francesco Locati e il direttore sanitario Roberto Cosentina.
Tutti avevano spiegato che il Pronto soccorso era stato riaperto soprattutto per far fronte all’epidemia e non perdere un presidio sul territorio: i magistrati tentano di capire se i pazienti con sintomi sospetti, ricoverati da più giorni prima di quel 23 febbraio, dovessero essere gestiti diversamente e se, a causa della loro presenza, non fosse necessaria una sanificazione più specifica sia del Pronto soccorso sia dei reparti.
L’intervento, secondo le dichiarazioni del dg Locati, era stato eseguito da personale interno, a differenza di quanto avvenuto a Codogno (lì il Pronto soccorso rimase chiuso tre mesi).
E in serata, durante il Consiglio comunale di Bergamo (in streaming) è andata in onda una lite furiosa tra il sindaco Giorgio Gori e la Lega.
Al centro, di nuovo, le accuse dei leghisti a Gori di aver fatto pressioni contro la zona rossa. Un attacco per il quale il sindaco arriva a minacciare querele, mettendo sul tavolo un dettaglio mai prima raccontato: «Il 7 marzo, l’ultimo giorno prima che venisse chiusa tutta la Lombardia – il racconto di Gori –, il presidente Attilio Fontana disse a me e ad altri sindaci che aveva consultato i suoi esperti costituzionalisti, i quali sostenevano che la Regione non avesse potere di istituire la zona rossa. Alla luce di quanto avvenuto in altre regioni ritengo che quella indicazione, ammesso l’abbia ricevuta, non era corretta, come poi ha ammesso l’assessore Giulio Gallera».
Il Corriere della Sera ha scritto domenica che furono il direttore generale del Welfare lombardo Luigi Cajazzo, rimosso la scorsa settimana dal suo incarico, e il direttore generale dell’Azienda socio sanitaria territoriale di Seriate Francesco Locati, con il responsabile sanitario Roberto Cosentina, a stabilire di comune accordo di riaprire il presidio. Lo hanno dichiarato durante l’interrogatorio ai pm.
E lo fecero nonostante uno scontro durissimo con i medici e una comunicazione del direttore di presidio, Giuseppe Marzulli, che diceva: «È evidente che così il pronto soccorso non può restare aperto».
I pubblici ministeri stanno valutando tutte le norme e i protocolli igienici sanitari in materia, cercando di contestualizzare la scelta della riapertura. Hanno anche acquisito informazioni sul ricovero ad Alzano, già  da metà  febbraio, di una decina di pazienti residenti a Nembro che avevano tutt i sintomi sospetti ma non venivano sottoposti al tampone perchè non risultavano – come chiedevano le circolari ministeriali – aver avuto contatti diretti con la Cina o con persone provenienti da quel Paese.
Il Fatto Quotidiano invece ricorda la storia della mancata zona rossa a Lodi, così come annunciava il 22 febbraio una nota del Comune, seguendo le indicazioni di Regione e governo rispetto all’assenza di casi a Lodi solamente un giorno prima la scoperta del paziente 1 a Codogno.
Due settimane, quindi, durante le quali circa 10mila persone ogni giorno hanno preso il treno, l’auto per andare da Lodi a Milano e qui muoversi con metropolitana e autobus
Al 29 febbbraio il 38% dei casi lombardi arrivava dal Lodigiano, oltre uno su tre.
Massimo Vajani è il presidente dell’Ordine dei medici di Lodi. Su questo non ha dubbi: “Più volte ai tavoli con la Regione ai quali ho partecipato ho sottolineato chela città  di Lodi doveva essere considerata zona rossa,o almeno zona arancione, ma non sono stato ascoltato”. In quei giorni di fine febbraio e inizio marzo, il virus correva di più in queste zone. Al 2 marzo i casi erano 384 con la provincia di Bergamo a 243. Oggi, a distanza di quasi quattro mesi, non c’è paragone: la devastazione portata dal Covid nel Bergamasco è evidente. Lodi è molto più indietro.
Il punto qui però è un altro. In quei primi giorni l’obiettivo era contenere, ma lasciando aperto un Comune di quasi 50 mila abitanti al confine con l’epicentro del contagio, è stato difficile.
“Ci sono — prosegue Vajani — ambulatori che stavano a tre chilometri dalla zona rossa ma non vi rientravano, per quale motivo?”.E ancora: “Tutti i pendolari in quei giorni andavano a Milano e lo facevano partendo da Lodi. Molti miei pazienti mi chiedevano giorni di malattia, perchè a Milano, dove lavoravano, venivano considerati untori e rispediti a casa”. Il permesso per malattia non era consentito se non per coloro che rientravano nella zona rossa.
Sempre Vajani, intervenuto a un incontro dell’associazione Lodi liberale, presente anche l’assessore al Welfare Giulio Gallera, ha spiegato: “Nei primi momenti dell’emergenza — riporta il Cittadino— ci siamo trovati a gestire la situazione senza direttive. Non c’è mai stata una voce unica che desse indicazioni. La Regione parla di previsione fin da gennaio, ma allora perchè non è stata procurata una prevenzione sui dispositivi di protezione individuale a fronte di possibile epidemia? Il territorio doveva fare da filtro per evitare che si intasassero gli ospedali”. Nulla di ciò è stato fatto e l’ospedale di Lodi è diventato uno dei più importanti focolai d’Italia, libero di potersi propagare verso Milano.

(da “NextQuotidiano”)

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