Giugno 12th, 2020 Riccardo Fucile
PIU’ COLPITE LE DONNE E I LOMBARDI
A fine maggio sono stati denunciati all’Inail 3.600 casi di Contagio da Coronavirus in più
rispetto al monitoraggio precedente del 15 maggio.
Lo rivela l’ultimo report dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Un aumento che coincide, nei tempi, al periodo di allentamento delle misure di lockdown del 18 maggio.
In tutto le denunce di infortunio pervenute all’Inail al 31 maggio sono 47.022. I contagi mortali sono stati 208, 37 in più nelle ultime due settimane. Più della metà delle denunce (55,8%) e dei casi mortali (58,7%) sono stati registrati nel Nord-Ovest. La Lombardia la più colpita con il 35,5% delle denunce di contagio sul lavoro e il 45,2% dei decessi. Il 30,4% dei casi denunciati in Lombardia riguardano la provincia di Milano, mentre per quanto riguarda la mortalità è Bergamo la più colpita.
La stragrande maggioranza dei contagi (il 71,7%) riguarda le donne. Mentre sono stati registrati più casi mortali tra gli uomini.
L’età media, per entrambi, è di 47 anni per quanto riguarda le infezioni, e 59 per i casi di mortalità . Tra chi ha presentato denuncia, i lavoratori stranieri rappresentano il 15,6%.
Il settore più colpito è quello della sanità e dell’assistenza sociale (81,6% delle denunce): il 41,3% delle denunce complessive arriva da medici e infermieri. Seguono servizi di vigilanza, pulizia, call center, settore manifatturiero e settore della ristorazione e del commercio.
(da Open)
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Giugno 12th, 2020 Riccardo Fucile
DALL’ISCRIZIONE ALLA MASSONERIA AL POEMETTO CHE INNEGGIA A HITLER
Il giornalista e assessore regionale alla Cultura della Regione Sicilia Alberto Samonà fa spesso parlare di sè: per l’iscrizione (passata) alla massoneria prima, e per un poemetto che inneggia alle Ss di Hitler: «Monaci dell’onore», come scriveva in un libro di poesie edito nel 2001 oggi.
La storia è stata raccontata ieri dal Fatto Quotidiano prima che una serie di politici e aspiranti tali la riportasse ovviamente senza citare la fonte:
“Guerrieri della luce generati da padre antico e dalla madre terra. Nel sacrificio dell’ultima Thule. Monaci dell’onore’ ‘. E sopra i versi il titolo, due sciabolate d’inchiostro a fugare ogni dubbio sulle passioni giovanili filonaziste dell ‘autore: “Schutz Staffeln’ ‘, le famigerate Ss.
Repubblica racconta che oggi Samonà sarà con Salvini in Sicilia:
Oggi Salvini sarà in Sicilia proprio per presentarlo ufficialmente: «Io giudico le persone per quello che fanno – dice Salvini – i nazisti sono stati delinquenti quanto i comunisti». La Lega insomma lo blinda, anche se l’ennesima polemica sulle uscite passate del neo assessore mette comunque in imbarazzo non solo il governatore ma anche lo stesso Salvini. Entrambi invitati a metterlo alla porta.
Una richiesta che arriva proprio dalla Lega siciliana, tra l’altro: «Salvini intervenga subito – dice la deputata regionale Marianna Caronia – e chiarisca se l’autore di tali abominevoli espressioni possa rimanere al suo posto». «A questo punto potremmo chiamare l’assessorato “identità della razza”», attacca il presidente della commissione regionale Antimafia Claudio Fava, che aggiunge: «Per me un giovanotto che inneggia alla Ss andrebbe curato, invece Musumeci ce lo propina assessore».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 12th, 2020 Riccardo Fucile
349 A NAPOLI, 333 IN SICILIA, 264 IN LAZIO, 196 IN EMILIA-ROMAGNA, 163 IN LOMBARDIA… UN’IMMAGINE NON EDIFICANTE DI CERTA IMPRENDITORIA ITALIANA
In due mesi e mezzo l’Inps ha trovato 2.549 aziende che hanno fatto richiesta della Cassa
integrazione illegalmente. Il dato è quasi equivalente a quello dell ‘intero 2019 (2400).
Peraltro, solo rispetto all ‘inizio settimana, i casi del 2020 sono aumentati di 300 unità . Racconta oggi Il Fatto Quotidiano in un articolo a firma di Carlo Di Foggia:
Questi numeri sono contenuti in un report dell ‘Inps inviato al ministero del Lavoro che lo ha richiesto dopo la polemica innescata dalle parole del presidente dell ‘istituto Pasquale Tridico, che in un’intervista aveva spiegato come, dopo lo scoppio dell’emergenza Covid, alcune aziende grazie alla Cig non abbiano riaperto “per pigrizia o per opportunismo”. L’uscita ha provocato una sollevazione di Confindustria. Il Sole 24 Ore ha fulminato Tridico con tanto di editoriale sull’eterno “spirito anti-industriale” che sarebbe “il male oscuro del Paese”.
Il presidente dell’Inps ha poi corretto il tiro, ma resta il fatto che i numeri restituiscono un’immagine non edificante di certa classe imprenditoriale.
Solo per la Cig in ogni sua forma (ordinaria, straordinaria, in deroga) il governo ha stanziato nel solo decreto “Cura Italia”di marzo 2,3 miliardi.
L’assalto dei furbetti era prevedibile: di norma tutti gli ammortizzatori sociali hanno dei requisiti minimi per essere fruiti, stavolta invece l’unico requisito era che il lavoratore fosse in servizio prima del 17 marzo, data del decreto.
Il servizio anti-frodi dell’Inps ha scovato di tutto: hanno fatto richiesta di Cig aziende inesistenti in settori incompatibili con il lockdown e/o presentato migliaia di assunzioni retroattive per far risultare in servizio prima del 17 marzo parenti, amici o soggetti che non lavoravano realmente nell’azienda.
Su quasi 2600 società irregolari, il record spetta all’area metropolitana di Napoli (348), seguita dalla Sicilia (333) e dal Lazio (264), ma i numeri sono alti anche in Emilia Romagna (196) e Lombardia (163).
“L’assalto è stato impressionante, è come se i furbetti di un anno si fossero concentrati in due m e si ”, raccontano dall ‘istituto. Anche perchè la crisi ha fatto esplodere le ore di Cig richiesta: 860 milioni solo ad aprile contro le 260 milioni di tutto il 2019.
Dentro c’è di tutto: un’agenzia di pompe funebri calabrese che subito dopo il lockdown (il 9 marzo, ndr) aveva assunto 30 persone subito messe in Cig; un’altrra che è stata costituita due giorni dopo la “chiusura ”e in poche ore ha assunto una trentina di cittadini del Bangladesh; diversi stabilimenti balneari che hanno assunto come bagnini, i parenti del proprietario e persino il consulente del lavoro.
Formalmente i dipendenti oggetto di richiesta di CIG sono circa 10mila, ma il numero vero è più alto perchè in molti casi l’INPS non ha neanche accettato la domanda. Tutto considerato, il danno evitato è stato di un centinaio di milioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 12th, 2020 Riccardo Fucile
IN QUESTO CASO L’AVVISO DI GARANZIA COLPIREBBE TUTTI I SOGGETTI DELLA VICENDA
Un colpo di scena davvero inaspettato, si potrebbe dire con una buona dose di ironia. La procura di Bergamo lavora infatti a un’ipotesi di indagine sulla mancata zona rossa nella Val Seriana che mette al centro della scena gli industriali della zona, che avrebbero esercitato pressioni su governo e Regione Lombardia per evitare le chiusure.
Paolo Berizzi su Repubblica spiega oggi che nei giorni tribolati, e ancora avvolti in una parziale nebulosa, durante i quali Regione Lombardia e governo si passavano il cerino della decisione sulla zona rossa da istituire a Alzano e Nembro — i due paesi focolaio della bergamasca -, gli imprenditori del territorio hanno esercitato forti pressioni affinchè quella chiusura non si facesse.
Pressioni bipartisan. Geograficamente trasversali: sia sul governo regionale, sia su quello centrale.
È l’ipotesi di lavoro — non l’unica, ma la più interessante -, sulla quale sono concentrati i magistrati della procura di Bergamo. Da oggi sono in trasferta a Roma per sentire (come persone informate sui fatti) il premier Giuseppe Conte, i ministri Luciana Lamorgese (Interno) e Roberto Speranza (Salute). La vicenda giudiziaria — il reato ipotizzato è epidemia colposa — ruota intorno a quello che è il cuore dell’inchiesta: la mancata zona rossa nel focolaio bergamasco.
Che già il 2 marzo, come documentato da Repubblica nell’inchiesta L’Ora zero, era in condizioni di gran lunga peggiori di quanto non fossero, dieci giorni prima, Codogno e gli altri Comuni del lodigiano (cinturati dallo Stato il 23 febbraio per contenere la diffusione di Covid 19).
Chi è perchè, e, a questo punto, su input di chi, ha ballato per 5-6 giorni — a inizio marzo — per infine decidere di non isolare Alzano e Nembro, come invece avevano espressamente suggerito gli scienziati, e estendere il lockdown all’intera Lombardia e poi a tutta Italia (dall’8 marzo)?
Sono le domande focali da cui muove il pool guidato dalla pm Maria Cristina Rota. Queste domande, da quanto trapela, potrebbero avere già trovato tracce di risposta.
Naturalmente basta dare un’occhiata a quello che è successo in quei giorni, compreso il video #bergamoisrunning, per comprendere che la “scoperta” non è per niente rivoluzionaria.
Ma a parte l’ironia, la procura deve decidere se è possibile ravvisare reati in questo tipo di comportamenti. Il che, ad occhio, pare difficile perchè alla fine a decidere sono stati altri (governo e regione) e quindi a loro andrà eventualmente imputato qualcosa.
Agli imprenditori lombardi e bergamaschi l’idea che il governo, o la Regione, potessero chiudere — in entrata e in uscita — la Valle Seriana un tempo soprannominata “valle dell’oro”, andò indigesta da subito.
E da subito — ipotizzano i magistrati — titolari e dirigenti delle fabbriche, rappresentanti delle associazioni di categoria, intermediari dell’economia e della politica si sarebbero attivati per scongiurare lo stop.
Un’azione di lobbying, certo. Ma che, se riferita al tessuto produttivo di una provincia che a marzo arriva a contare quasi 6mila morti ufficiali per coronavirus (+568% di decessi rispetto agli anni precedenti), assume caratteristiche ben diverse. Dice Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia: «Noi abbiamo sempre sostenuto che andavano protette e tenute aperte le filiere essenziali: aziende che producono cibo e farmaci e che garantiscono i trasporti. Se ci sono state pressioni da parte nostra possono essere state solo a questo scopo».
Da questo punto di vista, spiega ancora Repubblica, nell’inner circle dei vertici M5S si mormora che se gli imprenditori lombardi hanno cercato di condizionare la politica per lasciare aperta la Valle Seriana, non è a Roma che si sono rivolti ma piuttosto a Milano. Leggi: Regione Lombardia. Il Corriere della Sera invece in un articolo a firma di Fiorenza Sarzanini e Simona Ravizza spiega che la Regione Lombardia non ha mai presentato una richiesta formale per far dichiarare«zona rossa» i Comuni di Alzano e Nembro.
La conferma arriva al termine del secondo giorno di missione a Roma dei pm di Bergamo. E ora i magistrati vogliono ricostruire i contatti di quei giorni, verificare che tipo di rapporti e trattative ci furono con il governo. Agli atti dell’inchiesta è stato infatti acquisito il verbale della riunione svolta il 3 marzo dal comitato tecnico scientifico in cui si dà conto di una telefonata tra gli scienziati e l’assessore alla Sanità Giulio Gallera. E sarà proprio questo uno degli argomenti al centro degli interrogatori del premier Giuseppe Conte e dei ministri dell’Interno Luciana Lamorgese e della Salute Roberto Speranza fissati per oggi. Tutti convocati come testimoni.
In quel momento la linea degli scienziati è dunque tracciata, ma il suggerimento non viene preso in considerazione nè in Lombardia, nè a Roma visto che due giorni dopo il direttore del Comitato Silvio Brusaferro invia una relazione a Palazzo Chigi per ribadire la necessità di «chiudere». Perchè la Regione non ritenne opportuno appoggiarlo? Di fronte ai magistrati il governatore Attilio Fontana ha dichiarato che la scelta spettava all’esecutivo.
Oggi Conte sosterrà di fronte ai pubblici ministeri che «in caso di urgenza e necessità la Regione poteva procedere autonomamente, come effettivamente è avvenuto in seguito e come hanno fatto altre Regioni». E spiegherà che lui decise di aspettare perchè «intanto era maturata una soluzione ben più rigorosa, basata sul principio della massima precauzione, che prevedeva di dichiarare “zona rossa” l’intera Lombardia e tredici Province di altre Regioni».
La tesi prevalente nell’indagine per epidemia colposa avviata dalla Procura di Bergamo e dal pm Maria Cristina Rota della Procura di Bergamo si basa su un’azione di pressing, più che di lobbyng, da parte delle numerose e produttive aziende della Val Seriana. Una pressante “interlocuzione”, dettata dal rischio di vedere sfumare affari, interrompersi catene produttive decisive in un distretto che, da solo — con le sue 376 aziende, alcune con 800 dipendenti, poche con meno di 100 -, genera 680 milioni l’anno di fatturato. Agli imprenditori lombardi e bergamaschi l’idea che il governo, o la Regione, potessero chiudere andò indigesta da subito. E da subito — ipotizzano i magistrati — titolari e dirigenti delle fabbriche, rappresentanti delle associazioni di categoria, intermediari dell’economia e della politica si sarebbero attivati per scongiurare lo stop.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2020 Riccardo Fucile
IN 18 MESI E’ LA QUARTA VITTIMA PER INCENDI NELLA BARACCOPOLI… E LO STATO STA A GUARDARE
Una persona è morta nell’incendio divampato all’alba di oggi all’interno di una baracca che si trova nel ghetto di Borgo Mezzanone, l’insediamento abusivo sorto nel Foggiano. La vittima non è stata ancora identificata.
A quanto di apprende le fiamme hanno avvolto un’abitazione di fortuna che si trova in una zona piuttosto isolata della “ex pista”, dove risiederebbero numerosi cittadini di origini senegalesi.
In un anno e mezzo è la quarta vittima registrata nel ghetto a seguito di incendi divampati nella baraccopoli.
Nonostante tante inchieste e denunce, nulla è cambiato: i lavoratori stranieri che sono sfruttati nei campi continuiano a vivere in condizioni disumane.
E lo Stato sta a guardare
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2020 Riccardo Fucile
IL 74% SOSTIENE LE PROTESTE E IL 61% DISAPPROVA LA GESTIONE DI TRUMP (PERSINO IL 53% DI CHI VOTA REPUBBLICANO)
La stragrande maggioranza degli americani sta dalla parte di chi protesta per l’uccisione di
George Floyd, l’afroamericano ucciso durante un fermo di polizia a Minneapolis, e ritiene che nel Paese vi sia ancora un grosso problema razziale visto le forze di polizia non hanno fatto abbastanza per garantire che i neri siano trattati allo stesso modo dei bianchi.
È quanto emerge da un sondaggio realizzato dalla Schar School per conto del Washington Post da cui emerge anche la netta contrarietà degli americani alla gestione di questa vicenda da parte dell’amministrazione di Trump.
Secondo il sondaggio condotto su un campione statistico di circa mille persone raggiunte nel periodo tra il 2 e il 7 giugno, più di 2 americani su 3 (il 69 percento) affermano che l’uccisione di Floyd rappresenta un problema più ampio all’interno delle forze dell’ordine e che vede al centro la questione razziale.
Complessivamente, il 74% degli americani afferma di sostenere le proteste che sono state condotte per la morte di Floyd ma il dato percentuale schizza all’87% tra i democratici e cala al 53% tra i Repubblicani.
Come sottolinea lo stesso quotidiano statunitense, si tratta di un dato in ogni modo nettamente diverso da quello registrato nel 2014 a seguito delle uccisioni da parte della polizia di uomini neri disarmati a Ferguson e New York visto che all’epoca la maggioranza riteneva quegli episodi incidenti isolati.
Rispetto al diffuso sostegno alle proteste, il campione invece si divide e ha opinioni contrastanti alla domanda se le manifestazioni siano state per lo più pacifiche o per lo più violente ma tutti pensano che gli episodi più violenti siano colpa di singoli individui.
La metà inoltre afferma che la polizia ha gestito la situazione ragionevolmente mentre il 44 per cento afferma che il personale delle forze dell’ordine ha usato troppa forza.
Anche se il sondaggio non ha analizzato le preferenze per le prossime presidenziali, dalle risposte è emerso che il 61% disapprova fortemente il modo in cui il presidente Donald Trump ha gestito le proteste.
(da Fanpage)
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Giugno 11th, 2020 Riccardo Fucile
L’ASSE CON GRILLO PER CONSOLIDARE IL CAMPO CON IL PD, LE RESISTENZE DEI NOTABILI
“Non ho commissionato nessun sondaggio, non voglio fare nessun partito”. Ieri è dovuto uscire a bere del tutto casualmente un caffè davanti a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte, in modo da intercettare del tutto casualmente i cronisti e fare un po’ di chiarezza in un momento complicato.
Una serie di precisazioni che hanno riguardato anche una sua eventuale forza politica, ormai argomento di dibattito nemmeno più carsico a Palazzo e che rientra nel novero degli scenari consolidati per un futuro voto. Così che il premier un giorno sì e l’altro pure è costretto a correggere il tiro, smentire e ricucire su un’eventualità che lui stesso giura non aver mai preso in considerazione.
A sentire chi conosce bene il premier, effettivamente Conte non coltiverebbe alacremente il progetto di una sua cosa. Se mai guarderebbe “in casa”, verso il partito che l’ha catapultato dalla cattedra della facoltà di Giurisprudenza di Firenze alla sedia di Palazzo Chigi.
Sentite qua: “Voi insistete tanto su Conte e un suo partito. Ma è molto più facile che si prenda i 5 stelle”. E si va oltre: “Su questo c’è un asse Conte-Grillo”.
Se è forse prematuro parlare di elezioni, non lo è affatto ragionare sulla natura e sull’identità dei 5 stelle. La situazione è magmatica, ma le linee generali sono due: chi vuole che il Movimento ritorni alle sue battaglie solitarie e a un isolazionismo di principio, che si permetta di valutare di volta in volta se e con chi stare e per fare cosa, e chi invece vorrebbe una collocazione più stabile nell’orbita del centrosinistra, o per lo meno inserito in quel raggruppamento di forze alternative al centrodestra.
E’ la linea Grillo da almeno un anno a questa parte, e fonti autorevoli la accreditano anche come la linea Conte.
Un progetto quest’ultimo che, non è un mistero, risulta inviso a gran parte degli attuali vertici pentastellati, partendo dal più istituzionale Luigi Di Maio fino al pasdaran Alessandro Di Battista.
Se si sale nella stanza dei bottoni dei 5 stelle arrivano giudizi sprezzanti: “Il partito di Conte? Lo faccia, un partito lo devi riempire di idee, lui è l’uomo della mediazione ad oltranza, che sia la Lega o che sia il Pd, non va da nessuna parte”.
Una stroncatura che tuttavia non riguarda direttamente il ruolo del premier nel Movimento che sarà . Una fonte di governo con solidi rapporti con il presidente non smentisce le ambizioni sul dopo: “Per rimanere al governo con i numeri attuali ci serve un M5s che superi il 25%, e ad oggi lo puoi fare solo tirando dentro il capo del Governo”.
I sostenitori dell’avvocato del popolo si muovono con cautela, ma si muovono. I tempi sono prematuri, serve distillare le informazioni, calibrare i messaggi e tessere la rete: “Ha ragione Luigi (Di Maio, n.d.r.) quando dice che è contrario all’idea di una coalizione a sinistra. Anche perchè in coalizione si perdono voti. L’attuale legge elettorale prevede che si corra da soli, poi in Parlamento si fanno i conti”.
Il partito di Conte fa intanto ingresso nel salotto buono della politica, la terza Camera italiana.
A Porta a Porta una rilevazione di Noto sondaggi da la formazione del premier addirittura come forza trainante di un’eventuale galassia opposta al centrodestra, al 16%. Consensi che sarebbero erosi al Pd, in caduta libera al 12% e al Movimento 5 stelle, inchiodato al 9%.
La media sfornata da Youtrend lo accredita in una forchetta che va dal 12% al 15%. L’operazione al momento non è reale, domani nemmeno, dopodomani chissà .
Uno che ha attraversato tutte e tre le fasi e che infine ha varcato il Rubicone come Mario Monti dalle colonne della Stampa avverte il premier: “Se vuole fondare un suo partito segua la sua coscienza e si liberi degli imbonitori. Deve mettere in conto di non essere capito e di essere criticato”.
Di incomprensioni e critiche ormai ha fatto il callo. Quel che non combacia con le idee del presidente è la discesa in campo diretta, mentre chi lo ha sentito spiega che non direbbe no, anzi, a un ruolo a due punte in una futura campagna elettorale del Movimento, lui da candidato a Palazzo Chigi, accanto il futuro capo politico.
Una scelta che sarebbe gravida di conseguenze.
Benedetta dall’ala più riformista del partito, quella che da Roberto Fico passa per Federico D’Incà fino a lambire Stefano Patuanelli, è vista oggi con preoccupazione da tutti coloro che temono che significherebbe spostare definitivamente i 5 stelle a sinistra.
Quelli che, per capirci, spiegano che “Conte se non riesce a ritagliarsi un ruolo da federatore della cosa giallorossa non ha futuro in politica”. E guardano con sospetto le mosse di Nicola Zingaretti e di Andrea Orlando, che cuciono e disfano tentativi di alleanze locali con insistenza, non fermandosi davanti ai tanti no, e a quell’ala del Pd che proprio in queste ore sta tessendo la trama affinchè in Liguria si corra insieme.
Anche questa è la grande arma del premier. Un suo partito sarebbe bersagliato anzitutto dai suoi attuali compagni di strada, e probabilmente si squaglierebbe nell’impossibilità di trasformare il gradimento personale in voti.
Movimento che viceversa sarebbero molto in imbarazzo nello spiegare un no a un suo eventuale ruolo da frontman nella futura campagna elettorale, anche, ma non solo, per il peso specifico che Grillo sembra voler mettere in questa partita.
Se il partito di Conte è ad oggi nulla più che una possibilità , lo scontro di potere per il futuro di un presente assai incerto è in corso già da un bel po’.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 11th, 2020 Riccardo Fucile
SENZA LA DEROGA A RISCHIO LE RICANDIDATURE DI RAGGI. APPENDINO, CRIMI E DI MAIO
La regola dei due mandati? “Noi, dal lato Rousseau, gestiamo tutti i processi. Per cui, nel
momento in cui ci sono queste regole facciamo in modo che vengano rispettate oppure facciamo in modo che i probiviri abbiano le informazioni che gli servono. Ovviamente lo vediamo dall’esterno”.
Parola di Davide Casaleggio. Il figlio del fondatore del Movimento 5 stelle risponde così alle domande degli utenti nel corso della presentazione online del bilancio 2019 dell’Associazione Rousseau.
E non sono parole da poco. Negli ultimi tempi, infatti, si sta discutendo molto in casa 5 stelle del secondo mandato, perchè si avvicina il momento delle elezioni a Torino e a Roma, due città a guida 5 stelle.
Ma il problema, oltre che per Chiara Appendino e per Virginia Raggi, si pone per nomi di peso, come quello di Luigi Di Maio e di Vito Crimi e quello della vice presidente del Senato, Paola Taverna. Che strada scegliere ora?
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 11th, 2020 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA E’ TERRORIZZATO DALL’IDEA DI NON POTER METTERE IN CAMPO PROFILI DI SUA STRETTA OSSERVANZA
E’ l’ennesima fumata nera di un centrodestra che prosegue il braccio di ferro sulle candidature di Puglia e Campania.
Con Matteo Salvini, capo della coalizione ma sempre più in difficoltà , a recitare la parte di chi si pone traverso, di chi vuole imporre una linea ma non ha carte sufficienti per annientare gli avversari interni.
“Datemi altri nomi, noi vogliamo profili civici per vincere”, avverte. E con Antonio Tajani e Giorgia Meloni che non intendono cedere di un millimetro su Stefano Caldoro e Raffaele Fitto: “Matteo, prima delle Regionali in Emilia Romagna, firmammo un accordo che prevedeva la Puglia a Fratelli d’Italia e la Campania a Forza Italia. Ricordi?”.
Il terzo vertice in tre giorni finisce in un nulla di fatto. Che le parti siano ancora distanti lo si capisce anche dalle dichiarazioni ufficiali quando i tre si lasciano e si riaggiornano “telefonicamente”.
Uscendo dal suo ufficio in via San Luigi Francesi, prima di raggiungere il carcere di Santa Maria Capua Vetere, Salvini risponde nervosamente: “Non c’è niente di chiuso, lavoriamo con serenità per garantire l’unità della coalizione del cambiamento”.
Pochi metri più in là , Meloni prova a dissimulare con un sorriso ma quando si ferma davanti ai cronisti si serve di una formula differente: “Siamo in dirittura di arrivo. Il vertice è aggiornato nel pomeriggio, probabilmente telefonicamente”. Tutto chiaro? Anche no. Insomma, siamo ancora a carissimo amico dalle parti del centrodestra.
Sono sempre gli stessi gli oggetti della contesa: Puglia e Campania.
Di buon mattino, prima del fischio di inizio, Ignazio La Russa, colonnello di Fd’I, appare speranzoso: “Ieri eravamo a un passo. Io spero che oggi chiudiamo. Anche perchè sta diventando stucchevole”.
Fatto sta che poco prima delle 11 i tre — Meloni, Salvini e Tajani — si rivedono per un ennesimo confronto. Presente anche Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega e propenso alla mediazione. Giro di tavolo, la trattativa sembra orientata sulla conferma in Puglia di Raffaele Fitto , ex enfant prodige degli azzurri, oggi europarlamentare dei Conservatori, e in Campania sull’azzurro Antonio Martusciello, oggi all’Agcom, al posto dell’ex socialista, Stefano Caldoro.
Su questa ultima regione un altro nome che circola è quello del magistrato Catello Maresca.
Ma dura un attimo questo potenziale punto di caduta. Perchè il Capitano leghista, che descrivono “stufo” e “nervoso”, ripropone lo stesso refrain: “Non possiamo presentarci con candidature che andavano bene negli anni ’90”. Il riferimento è a Fitto che per la prima volta divenne presidente della Regione nel 2000.
A questo punto le parti si irrigidiscono. Tajani e Meloni tengono il punto su Caldoro e Fitto perchè trovano dall’altra parte del tavolo un Salvini che non sembra voler affatto mediare e guarda continuamente l’orologio perchè alle 4 del pomeriggio deve essere in provincia di Caserta.
Raccontano che il leader di via Bellerio è terrorizzato dall’idea di non potere mettere in campo profili di sua stretta osservanza.
Perchè in Veneto, Luca Zaia stravincerà ma l’ex ministro dell’Interno non potrà intestarsi il successo del Doge. Per non parlare della Liguria dove Giovanni Toti non è affatto di rito salviniano.
E’ vero, gli rimarrebbe l’europarlamentare Susanna Ceccardi in Toscana ma nella Regione rossa per antonomasia la sconfitta appare più che certa.
E allora ecco spiegato il motivo per cui il capo della Lega chiede con insistenza una candidatura in Puglia e in Campania, due regioni strategiche nel Mezzogiorno di Italia che non solo pesano elettoralmente ma gli potrebbero essere utili nell’operazione di nazionalizzazione di via Bellerio.
Ma sarà difficile che la leader di FdI ceda proprio su Fitto. Giorno dopo giorno la leadership della Meloni prende consistenza, insidia quella del Capitano leghista.
Con un dettaglio: l’accordo sulla ripartizione delle Regioni era stato siglato ai tempi dell’elezione a presidente del Copasir di Raffaele Volpi. Correva l’ottobre scorso. Un’era politica fa.
Il ragionamento della pasionaria di Fratelli d’Italia suona più o meno così: “Ma se le avevamo concordate quando stavo al 6 per cento perchè dovrei rinunciare proprio adesso che sono al 15%?”. Dunque, nelle prossime ore si ripartirà da questa fumata nera.
Ma, come dicono meloniani e berlusconiani, “il problema è che Matteo non ci propone Cristiano Ronaldo e Leo Messi”. Alla fine, forse, la parola magica è “comunali”.
Ovvero? Lasciare tutto così com’è e dare in cambio alla Lega una serie di capoluoghi. Ma la trattativa è ancora lunga. Sperando, forse, nella prossima telefonata.
(da “Huffingtonpost”)
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