Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
ALBERGHI DI LUSSO A POSITANO, ALTRI IN UMBRIA, IN BARCA A PALMAROLA… E TANTI PRECEDENTI PER RISSE, LESIONI E SPACCIO
Potrebbero esserci indagini patrimoniali sui fratelli Marco e Gabriele Bianchi, tra gli arrestati per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo picchiato a morte a Colleferro. Lo riferiscono fonti investigative.
Secondo quanto si apprende, non si esclude che possano esserci accertamenti per stabilire se il tenore di vita dei due fratelli sia in linea con la loro situazione ufficiale di nullatenenti.
I due ragazzi hanno precendenti di polizia alle spalle, a vario titolo, per spaccio e lesioni. Sui loro profili social compaiono foto che li ritraggono in alberghi di lusso a Positano, in campagna in Umbria, in barca a Palmarola e spesso griffati
Si legge sul Messaggero:
Di cosa vivevamo i due fratelli? Il primo, Marco, da qualche mese aveva aperto un piccolo negozio di frutta verdura a Cori, comune della provincia di Latina. Non un grande locale su cui tra l’altro il sindaco della cittadina ha già avviato le pratiche per il ritiro della licenza.
Ci lavorava anche Gabriele ma poteva bastare ad entrambi per spassarsela in giro per locali e posti noti di villeggiatura? La famiglia Bianchi abita in una frazione di Artena, il padre ha un’impresa di pozzi artesiani, gli altri figli (in tutto sono quattro) hanno delle attività commerciali: un’enoteca a Lariano e un negozio di alimentari.
Sui social dei fratelli figurano scatti da vacanze a Positano. Tra abiti firmati, accessori alla moda, orologi ai polsi e moto veloci. Eppure risultano nullatenenti.
I due fratelli hanno accumulato negli ultimi tre anni un discreto numero di denunce. Comprese alcune per spaccio di stupefacenti.
Marco, il più piccolo dei due, ha alle spalle almeno due denunce per rissa, altrettante per lesioni personali e spaccio, oltre a una serie di contravvenzioni amministrative. Gabriele non è da meno. In passato è stato accusato di minaccia, lesioni, porto di oggetti atti a offendere e stupefacenti. Qualcosa in più dell’hashish.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
“MIO GENERO E’ INDIFENDIBILE: NON SI STA IN GIRO DI NOTTE QUANDO UNO E’ SPOSATO E HA UNA MOGLIE INCINTA DI SEI MESI”
“Io ho una colpa, quella di non essere riuscito a far capire che forse prima di fare un figlio con una
persona serve un percorso, e che forse era necessario vivere insieme un po’ di più, perchè solo la quotidianità e il confronto ti mettono nelle condizioni di fare queste valutazioni”.
Al telefono Salvatore Ladaga, coordinatore di Forza Italia a Velletri e suocero di Gabriele Bianchi, uno degli arrestati per l’omicidio di Willy Monteiro, parla del rapporto tra Gabriele e sua figlia 28enne Silvia.
Per Salvatore Ladaga Gabriele Bianchi è indifendibile. “Lui per me non doveva proprio stare in giro a quell’ora perchè è sposato e ha una moglie incinta di sei mesi. Ora bisogna piangere Willy che non c’è più, io ho anche il dovere di pensare a mia figlia che non sta bene e mio nipote che è un’altra vittima e quando sarà più grande dovrò spiegare chi era il padre, se era un attaccabrighe o se c’è qualcosa di più grave. Questo è il mio tormento”.
Bianchi è stato arrestato subito dopo l’omicidio di Willy. Secondo quanto raccontato da diversi testimoni, lui e suo fratello Marco sarebbero arrivati in piazza Oberdan a bordo di un Suv. Dopodichè sarebbero scesi e avrebbero iniziato a picchiare chiunque gli capitasse a tiro. Willy si era avvicinato per tirare via un suo amico finito a terra: ed è a quel punto che è cominciato il pestaggio che ha portato alla sua morte. Venti secondi di violenza cieca che non hanno lasciato scampo al 21enne.
Salvatore Ladaga racconta di conoscere poco Gabriele perchè il rapporto con Silvia è abbastanza recente. Il suocero nei mesi scorsi aveva aiutato Gabriele ad aprire la frutteria a Cori e ha cercato di aiutarlo a trovare altri lavori.
Un ragazzo Gabriele Bianchi, che sembrerebbe sempre pronto ad accorrere nel caso in cui ci fosse bisogno di menare le mani.
Salvatore Ladaga ha spiegato che in diversi casi aveva cercato di capire chi fosse Gabriele. All’inizio era preoccupato per i tatuaggi: “È un po’ pacchiano”, aveva sentenziato la prima volta che lo aveva visto. “Ma mia figlia era innamorata”.
Poi i pensieri si sono spostati sui recenti episodi di violenza e rissa che hanno visto il coinvolgimento di Gabriele Bianchi. Il 26enne, infatti, era molto conosciuto nelle zone di Colleferro e Artena per diverse risse che avrebbe scatenato.
Numerosi ragazzi, intervistati anche da Fanpage.it, hanno denunciato di essere stati picchiati da Bianchi. I motivi erano sempre tra i più futili: uno sguardo di troppo, un commento non gradito su Facebook.
“Ho chiesto spiegazioni su questi episodi che mi raccontavano, che sentivo in giro, ma mia figlia era innamorata”, conclude Ladaga. Per alcuni, Gabriele e Marco Bianchi facevano recupero crediti per conto di alcuni spacciatori della zona.
(da “Fanpage”)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
LO SCHERZO DEL DESTINO COLPISCE UN ALTRO ESAGITATO
Una «punizione di Dio per i gay». Così il patriarca ortodosso Filaret ha definito il coronavirus lo scorso marzo, accusando gli omosessuali di essere i diretti responsabili della pandemia.
Lo stesso Filaret, come ha comunicato la notizia diffusa online dalla sua chiesa, oggi è positivo al Covid dopo aver parlato di coronavirus gay. Un ironico scherzo del destino che sta facendo girare il nome di questo prete in tutto il mondo. L’uomo ha 91 anni e, nonostante il Covid, le sue situazione sono attualmente stabili.
La notizia, oltre che dalla chiesa, è stata confermata anche dai media. Il religioso è ricoverato in ospedale vista l’età avanzata: «Vi informiamo che sua Santità il patriarca Filaret di Kiev è risultato positivo al test per il Covid-19. Il patriarca è ora ricoverato e le sue condizioni di salute sono giudicate soddisfacenti», afferma la nota diffusa dalla sua stessa chiesa.
In particolare a marzo l’uomo ce l’aveva con i matrimoni gay e quella sua frase — appoggiata anche da altri — ha fatto parecchio scalpore. Quello che è «na punizione di Dio per i matrimoni tra persone dello stesso sesso» e per «i peccati degli uomini» alla fine ha colpito proprio lui.
Seppure in molti abbiano criticato le parole di Filaret — compreso il portavoce di Amnesty International Ucraina — non è certo il solo ad aver fatto affermazioni di questo tipo.
Ricordiamo che altri religiosi si sono detti della stessa opinione a partire dal pastore americano Rick Wiles; anche il rabbino israeliano Mei Mazuz ha utilizzato l’emergenza mondiale come scusa per attaccare in maniera insensata gli omosessuali affibbiando loro colpe che non stanno nè in cielo nè in terra.
A marzo il portavoce di Amnesty International Ucraina, in particolare, aveva definito «molto dannose» le dichiarazione del prete ortodosso poichè « potrebbero portare a un aumento degli attacchi, dell’aggressione, della discriminazione e dell’accettazione della violenza».
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
MUSIC FOR PEACE HA RICICLATO GLI ARREDI SCOLASTICI DESTINATI A FINIRE IN DISCARICA…SOVRANISTI DELLA DOMENICA, IMPARATE COSA VUOL DIRE AIUTARLI A CASA LORO
Dalle scuole di Genova alle scuole di un campo profughi in Africa. Nella corsa contro il tempo per
adeguarsi alle normative anti Covid, le scuole del ponente genovese hanno trovato una soluzione che eviterà di gettare i propri banchi in discarica: spedirli in Sudan, dove verranno utilizzati da altri studenti.
L’idea è venuta a Music For Peace, l’associazione genovese con sede in via Balleydier che si occupa di cooperazione internazionale. « Ci è arrivata infatti una richiesta di materiale scolastico dal Sudan, dove siamo attivi con alcuni progetti », spiega Stefano Rebora, presidente di Music for Peace. «E visto che proprio in questo momento l’Italia si ritrova con l’obbligo di cambiare i banchi scolastici, abbiamo proposto al presidente del Municipio VII Claudio Chiarotti di darci una mano: e la proposta è stata subito accettata».
Circa 120 banchi sinora utilizzati dagli studenti del ponente finiranno quindi a Mayo, il gigantesco campo profughi a 20 chilometri dalla capitale Khartoum dove vivono un milione e duecentomila persone in fuga da Somalia, Ciad, Etiopia, Eritrea e dalla zona del Darfour.
«Si tratta di un campo costruito con case di fango, dove esistono moschee e chiese e ovviamente pure delle scuole » , continua Stefano Rebora. «Rendiamoci conto che quello che per noi è diventato inutile per chi abita a Mayo può essere molto importante » .
Dal municipio VII l’assessora alle scuole Silvia Brocato fa sapere che per ora hanno aderito all’iniziativa l’istituto comprensivo Voltri I, quello di Pra’, di Pegli e la scuola primaria Alfieri di Multedo.
« Daremo a Music for Peace banchi, sedie e armadi » , spiega, soddisfatta per la valenza politica del gesto del municipio – uno dei pochi guidati dal centrosinistra in città – e il suo valore educativo con gli studenti.
La stessa soddisfazione accomuna anche i dirigenti scolastici degli istituti coinvolti. Per Iris Alemano, preside dell’Istituto comprensivo Pegli, « si tratta di un’iniziativa positiva, perchè rende utile un materiale che d’improvviso non serviva più » .
Music For Peace ( 0108572540) raccoglierà i banchi entro il 20 settembre anche da altre scuole eventualmente interessate. Stefano Rebora pecisa però che « il materiale deve essere in buono stato » e che non avendo un camion a disposizione l’associazione ha bisogno di un sostegno logistico e un aiuto per effettuare le operazioni di trasporto. I banchi saranno quindi caricati insieme a generi alimentari e farmaceutici sulla nave in partenza da Genova il 2 ottobre e diretta a Port Sudan.
Da lì tutto il materiale sarà trasferito temporaneamente a Khartoum in un magazzino messo a disposizione dalla dall’Aics, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, e infine destinato alle scuole di Mayo.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
LA KOLESNIKOVA IN UNA CELLA A MINSK, ARRESTATO ANCHE ZNAK, LA NOBEL ALEKSIEVIC DENUNCIA UNA INTRUSIONE IN CASA: SONO I METODI DEGLI AMICI DI PUTIN
Come alfieri sulla scacchiera, si muovono da una parte all’altra della mappa dell’Europa che confina con Minsk, le oppositrici del presidente.
Varsavia fa da ombrello per quanti vengono perseguitati dal suo Kgb e nella capitale polacca si sono riunite oggi la leader in esilio Svetlana Tikhanovskaya, la sua alleata Veronica Tsepkalo, la dissidente la Olga Kovalkova.
Sono la nuova troika in esilio, mentre a Minsk c’è l’ultima, nuova icona delle proteste nel silenzio di un’altra cella piena: Maria Kolesnikova.
Le teste di cuoio che continuano ad arrestare i dissidenti non hanno volto nè mostrine. Sono “maschere”: questa è stata l’unica parola che Maksim Znak è riuscito a scrivere prima essere arrestato, come riporta il canale Tyt.by.
L’avvocato 39enne è stato portato via dagli uomini in passamontagna mentre stava salendo le scale per tenere una conferenza online a cui non è mai arrivato in tempo nel 32esimo giorno di proteste consecutive nel Paese.
Su di lui pende la stessa accusa che porta ora sulle spalle Maria, l’oppositrice che si è coraggiosamente rifiutata di lasciare il Paese quando gli uomini del Kgb hanno tentato di espellerla al confine ucraino: entrambi sono accusati di “tentativo di colpo di Stato”, rischiano fino a 5 anni di prigione secondo l’articolo 361-3 della Costituzione bielorussa.
“Ridateci Masha!”: l’urlo delle donne di Minsk scese per strada in solidarietà della dissidente che chiamano con il diminutivo è stato subito spento dagli Omon, polizia anti-sommossa.
Il Comitato di Coordinamento bielorusso per la transizione dei poteri ora è quasi kaput: in libertà rimane solo la scrittrice Svetlana Alekseevic.
Lukashenko ha dichiarato che non parlerà con chi è per strada, ma “c’è il popolo per strada” ha detto la scrittrice sulla soglia di casa sua, circondata da un cordone di sicurezza insolito ma potente: quello dei diplomatici svedesi.
È l’ultima del gruppo di sette a non essere all’estero o in prigione. Mentre Stoccolma veglia sul premio Nobel, la scrittrice ribadisce che lo scopo del Comitato di Coordinamento era “aprire un dialogo nella società , non dividere la nazione. Oggi hanno preso l’ultimo membro, Maksim Znak. I migliori di noi vengono rapiti” ha detto alla tv svedese.
A differenza degli altri avversari del presidente, la Alekseevic ha fatto appello non ad ovest, ma ad est, rivolgendosi all’intellighenzia russa e chiedendo che si faccia avanti contro l’ingiustizia commessa a Minsk.
Non si sa se il presidente Lukashenko rispetterà i suoi impegni del prossimo 14 settembre, quando è programmata la sua prossima visita a Mosca.
“Ho parlato con il mio vecchio amico, il mio fratello maggiore, come lo chiamo io: Vladimir Putin – aveva detto ieri Aleksandr Lukashenko – Gli ho detto: state in allerta, anche da voi succederà presto. Se la Bielorussia oggi cade, domani lo farà la Russia”. Seduto tra due bandiere nazionali verdi e rosse, mentre fuori dal suo palazzo sventolano quelle bianche dell’opposizione, il presidente ha parlato a lungo con i giornalisti di Rt, Russia Today, la tv megafono al Cremlino.
Prima pacato, poi nervoso, infine minaccioso: non ha nominato i suoi avversari, ma ha menzionato i suoi due ultimi nemici. Prima un social network vietato alla Federazione russa e poi un Paese che non gli è certo alleato, diventato la piattaforma di incontro di tutta l’opposizione che lo vuole allontanare dalla poltrona che occupa dal 1994: la Polonia.
“Ho chiesto a Putin: come ci si oppone a Telegram? Non si può. Non possono farlo nemmeno gli americani, che l’hanno inventato. Anche se stacchi Internet, i canali Telegram continuano a lavorare dalla Polonia. Quello che accade è molto tragico, ma io non mollerò” ha detto il presidente che forse non sa che Telegram è stato inventato dai fratelli russi Durov, già creatori del social più usato dagli slavi, Vkontakte, fuggiti poi dalla patria quando Mosca ha chiesto loro di cedere i dati delle conversazioni criptate.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
TRE REATI IN CORSO DI VALUTAZIONE DELLA DIGOS: VIOLENZA PRIVATA, RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE E TURBAMENTO DI COMIZIO ELETTORALE (MA GLI ULTIMI DUE SONO MOLTO DISCUTIBILI)
“Io ti maledico”, sono le parole che la giovane donna ha urlato a Matteo Salvini durante
l’aggressione subita a Pontassieve, in provincia di Firenze, dove il segretario leghista era appena arrivato per l’ennesima tappa del suo tour elettorale in vista delle elezioni regionali in Toscana.
La donna — una trentenne di origini congolesi — ha aggredito Salvini strappandogli la camicia e il rosario che aveva al collo. Immediato l’intervento delle forze dell’ordine che hanno subito allontanato la donna in evidente stato di alterazione.
Al momento sono tre i reati in corso di valutazione. La Digos di Firenze sta esaminando una denuncia per violenza privata, resistenza pubblico ufficiale e turbamento di comizio elettorale.
Il primo ci puo’ stare, la resistenza non appare dal video e il comizio elettorale non esiste, visto che Salvini stava passeggiando.
Quanto alla violenza privata non ci risulta sia stata contestata a Salvini quando ha citofonato a Bologna a una famiglia per chiedere se spacciavano.
Secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, A. F. B. è una immigrata regolare di 30 anni nata in Congo e trasferitasi a Pontassieve dove, attualmente, è impiegata nel servizio civile del piccolo comune in provincia di Firenze in un progetto chiamato “La scuola, l’ambiente e la comunicazione istituzionale”.
A. F. B. è una giovane ben inserita e conosciuta in paese. Laureata e incensurata, spesso si occupa di progetti di solidarietà indirizzati verso l’Africa.
In passato, sempre secondo il Corriere, ha contribuito a fondare una scuola di cucito per ragazze madri a Kinshasa, la capitale del Congo.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
IL PADRE CHE HA ADOTTATO OTTO RAGAZZINI ETIOPI: “SE DAI AMORE LO RICEVI, SE OFFRI RISPETTO, RISPETTO TI RITORNERA'”
Antibo l’ha chiamato e gli ha detto: “Sono contento che mi hai tolto di mezzo”. In meno di un anno Yeman Crippa ha strappato a Totò di Altofonte i suoi due primati italiani leggendari: 10 mila e 5 mila.
Se li è presi entrambi dopo trent’anni: quello dei 10 mila ai Mondiali di Doha dello scorso anno (27’10″76), quello dei 5 mila poche ore fa a Ostrava (13’02″26). Antibo ha aggiunto: “Non credo che ti fermerai qui”.
Yeman è un esempio. Non scalpita mai, è ambizioso eppure sorride sempre. Suo padre Roberto, milanese di 53 anni, ci raccontava che Yeman è come i suoi fratelli: “Se dai amore lo ricevi, se offri rispetto rispetto ti tornerà “. E tornando all’atletica: “Più metti e più trovi, Yeman non farà mai una gara anonima”.
Lo ha confermato a Ostrava. Roberto, quei ragazzini etiopi, li ha adottati tutti e otto. “Ho una squadra di calcetto in casa, panchina compresa, ma non è stato facile”. Non esistono adozioni facili. Però quasi tutte le adozioni sono emozionanti, hanno dolcezza sufficiente per nascondere il brutto che le genera, come in quei romanzi di Dickens pieni di orfani, vagabondi, adottati, zie immaginarie e padri in fuga: “Io e mia moglie avevamo deciso di adottare tre bambini etiopi, credevamo fossero soli ma non era vero: avevano altri tre fratelli più grandi e ce ne siamo accorti solo contattando i nonni”. Le autorità li tenevano separati nella speranza di agevolarne l’adozione: “Più la famiglia è ampia, più la gioia sale”.
Atletica come coraggio, responsabilità nella vita e fiducia in se stessi. Roberto è stato l’esempio.
I Crippa si trasferirono a Trento. Arrivarono anche i due cugini, orfani come gli altri e come gli altri figli abbandonati e semplicemente sfortunati di quella terra lontana, una terra arida, sospesa tra il magico e l’inospitale, a 300 chilometri da Addis Abeba: “Ci son voluti sette anni per completare le pratiche delle otto adozioni, dal 2002 al 2008”, ricorda Roberto.
Pare un tempo infinito, “ma in realtà fu un percorso abbreviato dal fatto che fossero in età pre-scolare”. Tutti i giorni o quasi un compleanno a casa Crippa, a Montagne in Trentino: “E proprio come volevamo io e mia moglie, adesso vivono per conto loro, sono forti, indipendenti, persone vere, intatte”. Chi a Trento o nei dintorni come Mekdes, Mulu, Gadissa, Kelemu. Chi a Milano come Asna, chi a Trieste come Neka, chi è tornato in Etiopia come Elsabet, chi lavora nei luoghi d’origine per restituire un po’ del bene non del tutto ricevuto.
Antibo è stato chiaro: Yeman può scendere presto sotto i 12′ nei 5 mila, che vuol dire toccare con mano l’eccellenza della disciplina. A Ostrava il 23enne delle Fiamme Oro non ha sbagliato nulla: “Sapevo che avrebbero fatto subito un ritmo indiavolato per tentare il primato del mondo (senza riuscirci ma correndo comunque in 12’48″63, ndr). Per me sarebbe stato un mezzo suicidio stargli dietro. Alla fine abbiamo scoperto che avevano comunque fatto un po’ male i conti: quando sono uscite le lepri hanno pure rallentato. Comunque vanno forte sti ragazzi!”. Barega scappa con le tre lepri. Yeman è affiancato da Kiplimo (l’ugandese di Casone Noceto). A vederla, la gara è stata emozionante. Possiamo immaginare a disputarla: “Quando sei lì ci pensi che potresti dare emozione alla gente, ma la verità è che non si pensa ad altro, quando arriva la fatica, oppure quando c’è da lasciarsi un po’ di spazio per ragionare sulla tattica”. Baby Kiplimo, un Millennial di novembre del 2000, avrebbe vinto.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
DOPO ESSERE STATA BECCATA ALLA SOP DI POLIGNANO SENZA MASCHERINA, OGGI TRE FOTO CON IL DISPOSITIVO DI SICUREZZA
Tre foto tre. Tutte con la mascherina in bella mostra. Guarda caso poche ore dopo la notizia della
visita di Giorgia Meloni il 25 agosto alla Sop di Polignano in cui la leader di Fratelli D’Italia non aveva la mascherina oggi Giorgia pubblica le foto del tour all’azienda Peserico in Veneto.
La Meloni addirittura si fa un selfie lontano da tutto lo staff aziendale, ma neanche quando le sarebbe permesso, visto che si trova all’aperto e a debita distanza da tutti, si toglie il dispositivo per la foto:
E anche i lavoratori della Peserico, sullo sfondo nel selfie hanno tutti la mascherina.
La Meloni deve aver imparato la lezione dopo essere stata beccata da Repubblica Bari tramite le foto alla Sop con uno dei top manager, Giuseppe L’Abbate, “Il post ricalca il motto caro al presidente degli Stati Uniti, Donald Trup: «Make Puglia and Polignano great again». Tradotto: “Facciamo la Puglia e Polignano di nuovo grandi”. Nelle foto ci sono anche il candidato governatore per il centrodestra, Raffaele Fitto, e il deputato e commissario regionale di Fratelli d’Italia, Marcello Gemmato. Meloni, Fitto, Gemmato. Tutti senza mascherina. Tutti molto vicini l’uno all’altro”.
La leader di FdI non se l’era messa neanche all’interno dello stabilimento. La Sop è un’azienda ortofrutticola, per cui oltre alle norme contro il Coronavirus sarebbe stato opportuno indossarla anche per una questione di igiene, visto che vengono preparati degli alimenti.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 9th, 2020 Riccardo Fucile
IL POVERETTO LA USAVA PER RIPARARSI PER LA NOTTE…QUESTA E’ LA SOLIDARIETA’ DEI LEGHISTI: ALTRO CHE PRIMA GLI ITALIANI, PRIMA SOLO I RICCHI… PRIMA CHIUDONO I RICOVERI POI SI LAMENTANO PERCHE’ DORMONO PER STRADA
Angela Corengia, come è stato denunciato e documentato con un video dai ragazzi di un’associazione di “Cominciamo da Como”, ha tolto di dosso a un senzatetto la coperta con la quale si stava riparando per la notte, lanciandola lontano dalla chiesa di San Francesco
Tra le deleghe che il sindaco di Como Mario Landriscina le ha assegnato, nominandola nella sua giunta di centrodestra che amministra Como dal 2017, c’è quella alla solidarietà . Ma per Angela Corengia, assessora in quota leghista del comune lariano dal 2018, a quanto pare, la parola solidarietà è solo un fastidioso orpello, lei preferisce nettamente l’incarico al “decoro sociale”.
Decoro sociale che, passa, come è successo e come è stato denunciato e documentato con un video dai ragazzi di un’associazione di “Cominciamo da Como”, per togliere di dosso a un senzatetto la coperta con la quale si stava riparando per la notte, lanciandola lontano dalla chiesa di San Francesco dove il clochard, un immigrato, aveva trovato rifugio.
Scrivono i ragazzi di Cominciamo da Como sulla loro pagina Facebook, in un post pubblicato ieri nell’immediatezza del fatto:
Questa mattina, durante la sanificazione dei portici di San Francesco, l’assessora Corengia si è resa protagonista dell’ennesimo episodio che vede chi dovrebbe lavorare per l’inclusione sociale comportarsi in modo brutale ed insensato con le persone che dimorano in strada.
Non è tollerabile che una persona si comporti in questo modo, tanto meno se questa persona è l’assessora alle politiche sociali: un giorno dà l’elemosina, il giorno dopo strappa le coperte per svegliare chi ha passato la notte sotto un portico, incurante anche del fatto che ormai non ci siano più trenta gradi.
È un comportamento inaccettabile che descrive però in modo perfetto l’atteggiamento di questa giunta verso le persone senza fissa dimora: intollerante e violento. Domani sera alle 19.30 saremo fuori dal consiglio comunale per manifestare tutta la nostra rabbia e il nostro sdegno nei confronti di questa giunta
Angela Gorengia, ragioniera commercialista, è stata anche presidente del Rotary di Como. Alla vigilia del conferimento dell’incarico il sindaco di Como aveva diramato un comunicato stampa in cui si leggeva che la scelta era stata dettata anche da “una conoscenza personale di lunga data tra il Sindaco e il nuovo Assessore”, che “ha consentito e sviluppato nel tempo elementi ritenuti indispensabili per un rapporto fiduciario quali l’apprezzamento e la stima reciproci derivanti da comuni esperienze nell’ambito delle quali è sempre emersa grande correttezza dei comportamenti e particolare concretezza nei risultati“, Quella correttezza dei comportamenti oggi non sembra rientrare nello stile della Gorengia. Alla quale parlare di clochard, a quanto pare, è pari al bestemmiare in chiesa.
A maggio l’assessora-sceriffo aveva avuto uno scontro frontale con alcune associazioni di volontariato sulla chiusura dei dormitori allestiti nel pieno della pandemia. Comozero.it riportava: «L’emergenza Covid nei mesi scorsi ha spinto il Comune ad aprire, in supporto dello storico servizio Emergenza Freddo di via Sirtori, due nuovi dormitori in città per ospitare i senzatetto nel periodo del lockdown. Si tratta delle palestre di Mariani e Negretti. Ora, spiegano da ComoAccoglie tutte le strutture vanno verso la chiusura e 75 persone si troveranno di nuovo in strada.
In un lungo intervento l’associazione chiede un confronto e soluzioni immediate. Ora è prevista per l’8 giugno la chiusura della struttura di via Sirtori e le settantacinque persone ospitate, italiane e provenienti da altri Paesi, si ritroveranno per strada.
Alla fine di giugno si sospenderà anche l’esperienza dei venti ospiti della palestra Negretti. all’amministrazione comunale finora ora non sono state presentate possibili soluzioni». Con ogni probabilità il clochard a cui la Gorengia ha strappato la coperta era per strada proprio a causa delle mancanze dell’assessora.
Lei intanto si difende spiegando che «le immagini andrebbero viste nel contesto dell’intero intervento».
(da “NextQuotidiano”)
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