Destra di Popolo.net

INQUINARE MENO, CONSUMARE MENO

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

L’AFRICA STAVA MOLTO MEGLIO QUANDO SI AIUTAVA DA SOLA

Bio, green, filiera corta. Non si sente parlar d’altro. La filiera corta, come la Democrazia, esisteva prima di sapere di esser tale. È tipico della società contemporanea scoprire cose che esistevano già fingendo, o illudendosi, che siano nuove
Per secoli i popoli dell’Africa Nera hanno vissuto di economia di sussistenza, autoproduzione e autoconsumo, si cibavano cioè di ciò che producevano. Più corta di così? Sul piano alimentare utilizzavano lo scambio solo eccezionalmente e nella forma del “baratto puro”.
Così uno scrittore del regno africano del Dahomey ricorda, con nostalgia, la natura del “baratto puro” quando il denaro, che in quella parte del Continente nero fece la sua comparsa piuttosto tardi, nel XVIII secolo, non esisteva ancora: “In quei giorni non vi era moneta. Se volevi comprare qualcosa e tu avevi sale e un altro aveva grano, tu gli davi un poco di sale e lui ti dava un poco di grano. Se tu avevi pesce e io avevo pepe, io ti davo pepe e tu mi davi pesce. In quei giorni esisteva soltanto il baratto. Niente moneta. Ciascuno dava all’altro ciò che aveva e ne riceveva ciò di cui aveva bisogno”. Che cosa aveva determinato il cambiamento lamentato dallo scrittore del Dahomey? Quando i primi colonizzatori arrivarono da quelle parti misero una tassa su ogni capanna, così l’agricoltore era costretto a produrre un surplus e ad entrare quindi in quel sistema economico occidentale che conosciamo molto bene.
Nonostante ciò i popoli africani resistettero a lungo. Ai primi del Novecento l’Africa era alimentarmente autosufficiente. Adesso c’è tutto un pruriginoso e ipocrita movimento per “salvare l’Africa”.
L’Africa stava molto meglio quando si aiutava da sola. Ancora nel 1961 era, in buona sostanza, autosufficiente, al 98%. “Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla integrazione economica – prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante – le cose sono precipitate. L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al 78% nel 1978” (Il vizio oscuro dell’Occidente, 2002).
Per quello che è successo dopo non sono necessarie statistiche, basta osservare l’enorme flusso di emigranti, ridotti alla fame, che pur di arrivare in Europa sono disposti ad attraversare la Libia, a rischiare la morte, e spesso a trovarla, sui gommoni degli scafisti che non sono i protagonisti di questa tragedia, i veri protagonisti siamo noi occidentali.
Sono state scritte intere biblioteche sui crimini del comunismo, che ovviamente ci sono stati e ci sono, ma verrà pure un giorno in cui qualcuno dovrà scrivere un libro sui crimini dell’industrial capitalismo, del turbocapitalismo, che riescono ad essere ancora peggiori di quelli.
Agli inizi di aprile gli Stati appartenenti al gruppo del cosiddetto G20, cioè i venti paesi più industrializzati del mondo, resisi conto che stiamo assassinando l’ecosistema, cioè la terra su cui abitiamo, hanno organizzato l’ennesima riunione per ridurre i danni dell’inquinamento ambientale. Chi dice entro il 2030, chi entro il 2050.
Di qui la litania, in atto da qualche anno, del bio, del green, della filiera corta, delle macchine all’idrogeno, delle macchine elettriche, della riduzione di CO2.
Quand’anche fossero in buona fede, e ci credo pochissimo, son tutte balle, luride balle. Perché qualsiasi energia, foss’anche la più pulita, se usata in modo massivo è inquinante. Perché ha bisogno di un’altra energia che la inneschi. Prendiamo le auto all’idrogeno. In teoria l’idrogeno è il combustibile ideale. In natura esiste in quantità enormi e la sua combustione genera come residuo soltanto acqua. L’estrazione dell’idrogeno, però, richiede energia, quindi la sua convenienza dipende da quanta energia si consuma per estrarlo e – ancora una volta – da come questa energia viene prodotta.
Oggi la maggior parte dell’idrogeno in commercio è un prodotto secondario della lavorazione degli idrocarburi. È il metodo più economico ma anche quello più inquinante: si generano svariate tonnellate di CO2 per ciascuna tonnellata di idrogeno prodotta.
Altro problema è quello relativo alle fonti rinnovabili, in particolare l’eolico e il fotovoltaico: coprire il mondo di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici non lo rende, con buona pace di Beppe Grillo, un posto migliore. Perché la costruzione e poi lo smaltimento di pale e pannelli comporta a sua volta un impatto ambientale.
C’è un solo modo per ridurre l’inquinamento: produrre di meno e consumare di meno. Cioè, in pratica, scaravoltare l’attuale modello di sviluppo che si basa sul consumo. Siamo arrivati al punto paradossale che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre.
In questo il Covid (non subito perché adesso ci sono singole imprese o singoli individui in situazioni economiche disperate) potrebbe tornarci utile.
In un anno di lockdown abbiamo imparato a ridurre i consumi a ciò che veramente riteniamo essenziale. Prendiamo, a solo titolo di esempio, il vestiario. Non è necessario avere nell’armadio cento vestiti e duecento paia di scarpe – in questo caso parlo soprattutto alle donne – per sentirsi a proprio agio e sufficientemente eleganti.
Non è necessario avere quattro televisori in casa. Non è necessario avere quattro automobili. E così via.
Ciascuno può ridurre quei consumi che lo interessano di meno. Se ciascuno di noi fa queste scelte, automaticamente, in via generale, si ridurranno consumi e produzione.
E in questo modo si risolverà anche la questione che mi pose lo storico Carlo Maria Cipolla quando gli prospettai questa ipotesi: “Ciò che è essenziale si differenzia da individuo a individuo. Per lei, magari, essenziali sono i libri, per altri beni molto diversi” (Scienza Amara, Pagina, 18 marzo 1982). Va bene.
Ma se ciascuno di noi consuma solo ciò che per lui è veramente essenziale, e quindi senza ledere la libertà di scelta dell’individuo, si otterrà ugualmente una generale riduzione dei consumi marginali.
Ma dubito molto che ci arriveremo mai. L’uomo è un animale troppo stupido. Prima di tentare Eva con la mela della conoscenza Satana si rivolse al leone e il leone reagì con un ruggito così potente che mandò Satana a ruzzolare per le terre. Allora Satana capì che aveva sbagliato il bersaglio e si rivolse al soggetto più debole (intendo l’uomo in generale, non Eva).
E oggi impera nel mondo.
Massimo Fini

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L’EPIDEMIOLOGO REZZA: “PIU’ VACCINAZIONI NEI PAESI POVERI, L’ALTRUISMO CI SALVERA’ DALLE VARIANTI”

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

“IL VIRUS POTREBBE ANCORA MUTARE”

La pandemia si batte combattendola in tutto il mondo, altrimenti i focolai si propagheranno ancora e con loro si presenteranno nuove varianti che potrebbero vanificare gli sforzi delle vaccinazioni
Dopo il Sudafrica il Brasile, dopo il Brasile la Nigeria, e infine l’India, un subcontinente ad altissima densità di popolazione.
Ovunque Sars-CoV-2 (il virus causa della malattia denominata Covid-19) si metta a correre, ecco che nuove varianti emergono, sostituendo quelle già presenti da tempo. Ma perché tutte queste varianti, con l’eccezione di quella del Kent (la cosiddetta variante ‘inglese’), emergono e si diffondono tanto velocemente soprattutto in aree del globo relativamente depresse e densamente popolate?
La risposta è facilmente intuibile. In quei Paesi, le condizioni demografiche e la promiscuità, il sovraffollamento, i comportamenti dei singoli e la mancanza di risorse fanno sì che la circolazione virale tenda ad essere particolarmente veloce, e il virus facendo errori durante il processo di riproduzione, tende prima o poi a dar vita a ceppi mutanti che si trovano ad avere una migliore ‘fitness’, ovvero a trasmettersi meglio, per cui diventano predominanti.
E’ l’opinione di Giovanni Rezza, Epidemiologo, direttore generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute, in un intervento sul Corriere della Sera.
“Il virus potrebbe però ulteriormente mutare e rendere necessario l’adattamento dei vaccini e la loro produzione su vasta scala. È per questo che dobbiamo facilitare l’accesso ai vaccini nei Paesi poveri di risorse, trovando la maniera di aumentarne la produzione. Insomma, dando una mano a chi ne ha bisogno faremmo un piacere a noi stessi, in base a un sano principio di altruismo interessato”.
(da agenzie)

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FRANCESCA PASCALE INTENDE CREARE UN’AZIENDA AGRICOLA PER COLTIVARE CANNABIS LIGHT: “FARO’ LAVORARE LE EX DETENUTE PERCHE’ ABBIANO UNA SECONDA POSSIBILITA'”

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

“UN ALTRO TEMA CHE MI VEDE LONTANA DAI SOVRANISTI”

Non solo il ddl Zan, anche la cannabis light. Dopo la presa di distanze sui diritti civili durante la manifestazione organizzata da I Sentinelli a Milano, Francesca Pascale, ex fidanzata di Silvio Berlusconi, racconta a Il Mattino i suoi nuovi progetti e tratteggia un altro tema che la vede lontana dalle posizioni di Forza Italia: “Creerò un’azienda agricola che si occupi della coltivazione e lavorazione della cannabis light, facendo lavorare tutte quelle donne che, una volta uscite dal carcere, hanno bisogno di qualcuno che dia loro una seconda possibilità”.
Si tratta di un “progetto sociale, ambizioso, fatto in sinergia con le associazioni”, ha sottolineato spiegando che proprio la legalizzazione della cannabis è “un altro tema che mi vede molto lontana da una certa brutta destra”.
Un’altra frecciata alle posizioni della Lega di Matteo Salvini, diventate attrattive per pezzi di Forza Italia. Pascale ha anche raccontato quella che oggi è la sua quotidianità definendola “più autentica”: “La vita a 36 anni cambia, così come i sogni e le priorità”.
Sabato, partecipando alla manifestazione all’Arco della Pace a Milano, l’ex compagna di Silvio Berlusconi si era schierata a favore della legge contro l’omotransfobia approvata alla Camera e ora rallentata al Senato dal centrodestra e aveva attaccato la Lega: “È giusto, è doveroso nei confronti di queste e delle prossime generazioni approvare il disegno di legge – ha spiegato – Non essere qui in piazza oggi non è prendere una posizione politica ma essere a favore delle discriminazioni e dell’odio”.
Ai cronisti che le hanno chiesto se è delusa da Forza Italia la Pascale ha risposto di esserlo “da alcuni esponenti di Forza Italia che tendono ad abbracciare un’area sovranista più che essere fermi nell’area liberale in cui il partito è nato. Non posso più votare per Forza Italia – ha aggiunto – finché continua a strizzare l’occhio a Salvini piuttosto che guardare al faro della libertà. Non mi sento più di appartenere a un partito che è più sovranista che liberale”.
(da agenzie)

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LA PARABOLA DEI DUE NO VAX SOVRANISTI CHE HANNO INCENDIATO A BRESCIA L’HUB VACCINI: DA NEGAZIONISTI A DISPERATI

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

ORA SONO DUE AGNELLINI PRONTI A CHIEDERE SCUSA

Da baldanzosi sostenitori delle teorie negazioniste, della fantomatica “dittatura sanitaria” ad agnellini pronti a chiedere scusa.
È la parabola dei due no vax e negazionisti del virus che lo scorso 3 aprile hanno incendiato con due molotov un centro vaccinale a Brescia.
Il primo maggio sono stati arrestati e accusati di terrorismo: davanti al giudice sono prima rimasti in silenzio, ma poi hanno rinnegato le loro farneticanti tesi chiedendo scusa alla cittadinanza. “Sono disperati, sanno di avere fatto una sciocchezza, intendono dimostrare di non essere terroristi”, hanno detto i loro avvocati.
È un’ottima esperienza di antropologia osservare da vicino Paolo P. e Nicola Z., i due no vax (e ovviamente negazionisti) che hanno avuto la brillante idea di lanciare due molotov contro il centro vaccinale di via Morelli, a Brescia, alle 5,57 dello scorso 3 aprile.
Una delle bottiglie ha squarciato un lato del tendone senza per fortuna distruggere migliaia di vaccini che erano conservati lì vicino. I due responsabili del gesto sono due perfetti tipi dei tanti che gridano all dittatura sanitaria, quelli che credono che la pandemia sia un gigantesco complotto e (ovviamente) che i vaccini facciano parte del disegno mondiale.
Paolo P. il 12 aprile (a attentato già avvenuto) se la prendeva con le mascherine usate “per chiudere la bocca ai cittadini” mentre i soldi servono “per chiudere la bocca ai giornalisti”.
Accusava Alessandro Gassman di essere “uguale a quei vermi che chiamavano i nazisti”, rivendicava “la libertà di pagare in contanti”, immancabile la polemica sui “35 euro al giorno” da non dare ai migranti ma agli italiani in difficoltà, rivendicava il diritto di non vaccinarsi perché “non sono una cavia”, lamentava il razzismo degli antirazzisti (“con la scusa del razzismo ce la stanno mettendo nel culo”) e invocava la ghigliottina per farsi rispettare.
Ovviamente additava il ministro Speranza come causa di tutti i mali: “psicopatico del cazzo fatte cura che per le tue fobie hai chiuso in casa 60 000 italiani ipocondriaco di merda”. Un valoroso combattente, insomma.
Sulla stessa linea anche il suo compagnuccio Nicola Z., fervido condivisore degli articoli di Primato Nazionale (giornale vicino a CasaPound) che vede tirannidi dappertutto: si parla di “grande reset”, si invita ad arrestare Speranza “per strage”, si ipotizza che i morti servano all’INPS per pagare “il reddito di clandestinità”, e si rilancia “un genocidio di Bergamo per influenza stagionale spacciata per pandemia”. “Il sistema ha inventato il termine negazionista. Al sistema non fa paura chi nega. Al sistema fa paura chi ragiona”. Ovviamente entrambi invitano alla lotta e così, armati di tutte le loro convinzioni, decidono di passare all’attacco.
L’attacco dello scorso 3 aprile
I due prodi guerrieri (“stiamo a guardare che succede. O si va per ribaltare tutto o inutile muoverci”, scrivono) hanno la brillante idea di preparare le molotov direttamente al distributore di benzina di via Crotte, vicino alla casa di uno dei due, riempiendo due bottiglie di birra. Evidentemente tra le loro capacità di smascherare il mondo si sono dimenticati della presenza di telecamere in ogni benzinaio.
Si avvicinano al centro vaccinale in via Morelli: una bottiglia cade e si incendia sulla strada, l’altra va a segno. “Non si molla di un centimetro, oggi si avanza”, scrivono sui social, con una bella emoticon del fuoco. Guerrieri.
Paolo P. (intercettato) telefona a una sua amica: “Cretini che non abbiamo buttato via la bottiglietta usata per bagnare gli stracci…”. Ma non è l’unica leggerezza: il 16 aprile, transitando di fronte al centro vaccinale, l’uomo manda un messaggio vocale: Signore e signori, è arrivato il circo, freschetto stasera bisogna proprio accendere una stufa… La pandemia è una fesseria, se non guardi la Tv il Covid non esiste più”.
L’operazione non va proprio benissimo se è vero che gli investigatori il 1 maggio arrestano i due accusandoli di terrorismo. Ci si aspetterebbe che i due prodi rivendicassero con forza la legittimità e la veridicità delle proprie idee, lo hanno scritto per mesi che bisogna avere il coraggio delle proprie idee, e invece come accade sempre i lupi diventano agnelli: “Chiediamo scusa alla cittadinanza, non volevamo fare male a nessuno” dicono durante l’interrogatorio di garanzia.
Ma come? Ma non era l’inizio di una rivoluzione? No, no: “solo un gesto dimostrativo”, dicono i due. Volevano “soltanto manifestare contrarietà all’obbligo vaccinale”, dicono, ovviamente lanciando molotov perché nel magico mondo dei complottisti la “forza delle idee” sono due bottiglie scolate di birra e riempite di benzina.
Gli avvocati: Sono disperati, sanno di aver fatto una sciocchezza
Da qui in poi si entra nella fantascienza: nella galassia dei no vax cominciano a fioccare le accuse di complotto, ancora, perché “non è possibile rovinare persone, con accuse sproporzionate, invece, per dare un segnale di presenza dello Stato!”, i veri terroristi sarebbero i magistrati che “ingigantiscono l’accaduto”.
Sui social si difendono i due perché se fossero terroristi non avrebbero “condiviso in pubblico le loro opinioni”. Capito? Che poi quelle opinioni le abbiano rinnegate in un nanosecondo davanti al giudice sembra essere solo un aspetto secondario.
Anche dal punto di vista legale si cambia rotta: dopo essersi avvalsi della facoltà di non rispondere due giorni fa decidono di farsi sentire dal pubblico ministero: “Vogliono dire la verità e spiegare bene come stanno le cose”, sottolinea l’avvocato Daniele Tropea, che li assiste con la collega Maria Francesca Tropea. “Sono disperati, sanno di avere fatto una sciocchezza, intendono dimostrare di non essere terroristi”.
Sui social degli accusati arrivano amici e parenti: la nipote di Nicola Z. se la prende con chi scrive sullo zio “senza conoscere la persona in sé” e ricordando che “il karma esiste”. Un’amica di Z. ci spiega: “chi ha detto che volevano rallentare i vaccini? O che volevano far male a qualcuno? Se voglio far male a persone non ci vado alle 5 o le 6 del mattino ma alle 10!”.
Capito? Dobbiamo ringraziarli di essere andati al mattino così presto. “Io conosco entrambi. Sono due persone che non farebbero male a una mosca”, scrive un amico che, visto che c’è, ci ricorda che “negli stadi fanno di peggio. Quelli che scova Brumotti sono pericolosi”. Interviene un’altra parente: “QUESTA È LA DITTATURA DI MERDA CHE C’È ORA!!! PRIMA DI PARLARE bisogna passare situazioni difficili!!!!!”. Un’amica di Paolo P. (tra l’altro operatrice sanitaria e fiera di non vaccinarsi) il 3 aprile (giorno dell’attentato) sul suo profilo se la prendeva con la notizia dell’attentato scrivendo: “LA VERITA INVECE CHE IL FATTO E SUCCESSO ALL ALBA A STRUTTURE CHIUSE E HANNO DANNEGGIATO UN PO IL TENDONE MENSA…….VI RENDETE CONTO COME E GRAVE MENTIRE SU UN FATTO DEL GENERE? L ODIO CHE GENERA TRA LA GENTE …….”.
E il dubbio è che la situazione sia molto più complessa e seria di un semplice processo a quei due.
(da Fanpage)

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RIENTRATA IN ITALIA LA FAMIGLIA GALLI, BLOCCATA IN INDIA DAL COVID: ERANO LI’ PER ADOTTARE UNA BAMBINA

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

LA MADRE TRASFERITA IN AMBULANZA ALL’OSPEDALE PER COVID

E’ rientrata in Italia la famiglia fiorentina di Campi Bisenzio che era rimasta bloccata in India a causa del Covid. La missione per riportare con un volo sanitario Simonetta Filippini, il marito Enzo Galli e la piccola Mariam Gemma si è conclusa ieri notte, quando l’aereo è atterrato, alle 22,15, all’aeroporto di Pisa.
La famiglia Galli era partita per l’India per adottare una bambina e poi era rimasta bloccata dal Covid. Le condizioni di Simonetta Filippini, positiva al Covid dal 28 aprile scorso, nei giorni scorsi si erano aggravate: aveva avuto problemi di saturazione e bisogno dell’ossigeno.
Simonetta è stata trasferita con un’ambulanza di biocontenimento della Misericordia di Lucca all’ospedale fiorentino di Careggi, dove si trova ricoverata nel reparto di pneumologia. Il marito e la figlia sono stati accompagnati con un’ambulanza della Croce Viola di Sesto Fiorentino in ospedale per gli accertamenti e la quarantena: Enzo a Careggi per gli esami e Miriam al Meyer.
Ad accogliere all’aeroporto pisano la famiglia ieri notte c’era l’assessore Monia Monni. “Da mamma, non poteva esistere modo più bello per celebrare le mamme che andarne a prendere una che, dopo una battaglia durissima, torna a casa con la famiglia per la quale ha combattuto – ha scritto Monni su Facebook – Ora ci prenderemo cura di loro, perché possano iniziare, il prima possibile, la nuova vita che hanno tanto desiderato. Ero lì, sulla pista di atterraggio, vestita come un’aliena per dire a te, Simonetta, e attraverso di te a tutte le mamme del mondo (compresa la tua, che è dolcissima). Buona festa della mamma. Bentornati!”
“Simonetta, Enzo e la bimba sono seguiti dal nostro personale sanitario – ha scritto ancora Monni – La piccola è ricoverata in Pediatria del Meyer, coccolata e accudita dagli infermieri e dalle infermiere che si alternano giorno e notte per tenerla in braccio, farla giocare e farla sentire al sicuro. Le condizioni della bimba sono buone, da domani verrà seguita, oltre che dal personale sanitario, anche da una psicologa. Ringrazio ancora una volta il Meyer, che, come sempre, si dimostra un’eccellenza di umanità e amore”.
(da agenzie)

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RECOVERY, INIZIAMO MALE: SANITA’, DIMEZZATI I FONDI PER LA RETE TERRITORIALE

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

IL 20% DEI FONDI VA A CONFINDUSTRIA, RIDOTTE DELLA META’ LE RISORSE AI PRESIDI SANITARI DEL TERRITORIO

Chi nei mesi passati aveva pensato che la pandemia e, eufemizzando, le difficoltà incontrate dal Sistema sanitario nell’affrontarla avrebbero portato a un cambio di paradigma per il futuro, a pensare alla salute non più come una spesa ma un investimento, ha sbagliato indirizzo, Paese e soprattutto governo.
L’analisi incrociata della missione “Salute” del Piano di ripresa (Pnrr) e del Documento di economia e finanza (Def) per il triennio 2022-2024 dimostrano che l’attuale esecutivo, ancor più del precedente, non vede l’ora di tornare al business as usual: cioè, all’ingrosso, a com’era il Servizio sanitario nazionale dopo la cura di tagli cui è stato sottoposto per un quindicennio
Inizieremo dal cosiddetto Recovery Plan che in realtà non recupera quasi nulla: la cifra che il Pnrr Draghi dedica alla salute è un po’ inferiore a quella del Pnrr di Conte (circa 18 miliardi, all’ingrosso 600 milioni in meno).
La parte che ci interessa è la missione 6.1 dedicata all’assistenza territoriale: 7 miliardi destinati a tre obiettivi, gli stessi già presenti nel Piano di gennaio, ma con un tale spostamento interno di risorse che ne risulta di fatto stravolta l’impostazione, peraltro essendo il ministro della Salute lo stesso in entrambi gli esecutivi, cioè Roberto Speranza. La sostanza è che gli investimenti nella rete sanitaria sono dimezzati e ora si punta tutto sull’assistenza a casa e la telemedicina (nel senso di “a distanza”).
Partiamo dal progetto originale, quello di gennaio, che era un tentativo di ricostruire la rete fisica del Ssn – falcidiata per anni da chiusure e accorpamenti, spesso a favore di strutture private – i cui effetti nefasti sono stati evidenti a tutti con l’arrivo del Covid. Primo obiettivo: 4 miliardi di euro erano destinati all’apertura di 2.564 Case della comunità (una ogni 24.500 abitanti) “con l’obiettivo di prendere in carico 8 milioni circa di pazienti cronici mono-patologici e 5 milioni circa di pazienti cronici multi-patologici”.
Le Case della comunità sono strutture pubbliche in cui si troveranno medici di medicina generale e specialisti, infermieri e altri professionisti della salute, più addetti ai vari servizi sociali (nelle intenzioni questo capitolo del Pnrr doveva interagire con quello dedicato all’housing sociale e alla rigenerazione urbana).
Secondo obiettivo: due miliardi per aprire 753 Ospedali di comunità (uno ogni 80mila abitanti) per ricoveri di breve durata (massimo 15-20 giorni).
Terzo obiettivo: un miliardo per realizzare 575 Centri di coordinamento per l’assistenza domiciliare con “51.750 medici e altri professionisti attivi, nonché 282.425 pazienti con kit technical package attivo” per la telemedicina (per cui andranno anche definite le linee guida).
Il Pnrr di Draghi stravolge questa impostazione: dimezza i fondi e il numero sia delle Case di comunità (2 miliardi) che degli Ospedali di comunità (1 miliardo) e punta tutto sull’assistenza domiciliare e la telemedicina (4 miliardi) con “l’obiettivo di prendere in carico il 10% della popolazione over 65 entro il 2026”.
Più alto l’investimento una tantum per tecnologia e strutture digitali, meno onerosi i costi di gestione e, però, anche l’impatto sulla vita dei territori, specie nelle cosiddette aree interne (maggiormente bisognose di infrastrutture sociali).
Questo a non dire che la telemedicina rischia di essere una bella idea con pochi agganci con le condizioni concrete della popolazione: basta immaginare migliaia di anziani alle prese col “kit technical package”.
Questa scelta del governo, come detto, è in linea con le previsioni del Def del mese scorso: alla fine del triennio 2022-2024, dice l’esecutivo, la spesa sanitaria dovrà calare in rapporto al Pil di un punto percentuale tondo (dal 7,3% del 2021 al 6,3% che era il livello previsto nel 2020 senza il coronavirus).
Detta in altro modo, secondo i calcoli del Forum per il diritto alla salute, una discesa a un tasso medio annuo dello 0,7% in anni in cui il Pil nominale è previsto crescere in media del 4,2%.
Cosa significa questa scelta? Che le maggiori spese dell’ultimo biennio saranno riassorbite quasi senza lasciare traccia: non solo quelle per i farmaci o le migliaia di degenze in ospedale, ma anche quella per il personale assunto (in gran parte precario) e le strutture messe in piedi per l’emergenza.
L’Italia tornerà dunque a essere tra i Paesi europei che spendono meno in salute: il nostro 6,3% sul Pil di partenza (e di arrivo al 2024) ci poneva largamente dietro i dati pre-Covid di Germania (9,9%), Francia (9,4), Svezia (9,3), Olanda (8,2) e Gran Bretagna (8%), come si vede Stati con modelli molto diversi tra loro. Cosa che il governo ovviamente sa: ce la siamo cavata, “nonostante la spesa sanitaria sul Pil risulti inferiore rispetto alla media Ue”, scrive nel Pnrr.
Se la spesa pubblica è bassa, tende ovviamente a salire quella privata diretta: il 2% del Pil qui da noi, la metà in Francia e Olanda, l’1,4% in Germania.

(da Il Fatto Quotidiano)

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I TROPPI ONORI DI MADAME CASELLATI

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

QUESTIONI DI VOLI, ENTRATE E PRECEDENZE

Qualche vezzo di troppo e un nome insolitamente lungo per non destare sospetti ma Maria Elisabetta Alberti Casellati era partita bene.
Appena salita, prima donna della storia, al secondo scranno della Repubblica, era volata a Genova per seguire il concerto diretto dall’amato figlio Alvise senza cerimoniale e aereo di Stato, che, come da prammatica, le era stato offerto.
D’altra parte era il marzo del ‘cambiamento’ 2018 e il suo omologo alla Camera, il neo-eletto grillino Roberto Fico, per raggiungere il Parlamento avrebbe preso l’autobus. Insomma, al vento anti-casta occorreva offrire un po’ le vele.
Così, sorprende un po’ la deriva presa qualche tempo dopo dall’avvocato rodigina specializzata in cause di nullità presso la Sacra Rota (cit. “il matrimonio non è un giro di valzer”), poi fulminata dalla rivoluzione liberale del Cav, infine assurta a carica istituzionale.
Va bene che l’aria è cambiata e le sirene del populismo meno intense, ma 124 voli di Stato in un anno, come emerso dalle recenti cronache sembrano un po’ troppi anche per chi ritiene la pratica legittima. Perché è filosoficamente corretto che i servitori dello Stato abbiano a disposizione scorte e spostamenti celeri e protetti, il loro corpo – assunta la carica – diviene interesse pubblico, ma il presidente Casellati (vuole essere appellata al maschile) ha preso di questa giusta nozione una forma un pochino estensiva.
Nulla di illegale insomma, ma ai limiti del decoro istituzionale, concetto (il decoro) al quale la stessa Casellati tiene molto. Sempre elegante, mai il trucco fuori posto (“Non potrei mai uscire senza eyeliner”), ribrezzo verso “unghie lunghe e bocche colorate”, scelta del tailleur quotidiano adatto all’occasione, come quello nero funereo nel giorno in cui si votò la decadenza a Berlusconi da senatore. “Panzer in Vuitton” la definisce “La Verità”, e dunque occorre passare dalla forma alla sostanza. Alla Casellati pre-e-politica. Inflessibile, determinata, (“workalcohic”, dice il figlio). Alla necessaria retorica dell’unica figlia femmina, con tre fratelli, in carriera nonostante il padre (“partigiano, ma liberale”) che la voleva maestra. In un percorso da matrimonialista che la fece ascendere alla causa di divorzio Stefano Bettarini-Simona Ventura con antagonista Anna Maria Bernardini De Pace (evidentemente nel settore la lunghezza del nome pesa).
In quanto al ruolo da “pasdaran” del berlusconismo, la costanza e la professionalità ebbero un ruolo innegabile.
Scoperta dall’ex doge Giancarlo Galan caduto in disgrazia per le vicende del Mose, pur sottosegretaria alla Salute non disdegnava di tornare sul territorio, per esempio Padova, dove pare allestisse un banchetto per mantenere il rapporto con la gente.
In 20 anni di Aula, presidia i banchi del centrodestra per non far mancare il numero legale, “quando tutti erano sulle spiagge di Ponza o in barca al largo di Cavallò” (ancora “La Verità”). Lei, è noto, preferisce Cortina, ma non disdegna la Sardegna – meta dei 4 recenti voli non proprio istituzionali in pieno agosto – o la Calabria – dove pare che nel 1971 venne eletta Miss Palizzi.
Di indubbio maggior rilievo le altre sortite extra Palazzo. In tv per esempio tenne banco negli anni più tosti della difesa del Cav dagli assalti giudiziari. Le punte: dalla Gruber rivendica la versione ‘Ruby-nipote di Mubarak’ e si scontra con Travaglio (“Questa signora dice puttanate”. Risposta con alzata d’occhi bistrati: “Lei è un maleducato”). Poi c’è la faccenda dei gradoni del palazzo di Giustizia di Milano dove protesta con altri esponenti di Forza Italia sempre per evitare il processo Ruby.
Non proprio un viatico cristallino per arrivare a Palazzo Madama, lo hanno già notato in tanti, da Liana Milella a Gian Carlo Caselli, ma tant’è, nonostante le leggi ad personam, nonostante la troppa nettezza di alcune posizioni (antiabortista, pro case chiuse, contro le unioni civili…) e accuse di nepotismo per una lontana assunzione della figlia manager di Publitalia nella sua segreteria, Elisabetta Casellati alla presidenza del Senato poi ci arriva. Quasi incidentalmente, prima delle consultazioni che produrranno l’avvocato del popolo Giuseppe Conte e l’esecutivo ircocervo Lega-5 stelle.
Scrive Susanna Turco su L’Espresso: “Come correlato di una ipotesi che non si è mai verificata. Quella che al governo andasse anche un centrodestra ‘classico’”. Da svolta mancata della Storia, lei non si perde d’animo e dichiara che alla storia vuole comunque passare “per ridurre i costi del Parlamento”. Insomma, predetto spirito del tempo: basta privilegi.
Non va proprio così. Decisioni altalenanti sulla questione vitalizi, troppi movimenti di personale a Palazzo Madama, voli di linea “in ostaggio” – scrive “Il Fatto”, che la chiama “Evita” – per imbarchi “sempre per ultima”.
Questioni di cappelliere, entrate e precedenze. In quanto a cerimoniale, per evitare lo sgarbo a Mattarella, tampona l’auto del Quirinale in un corteo presidenziale a Vo’ Euganeo.
Coincidenza che fa sussultare i retroscenisti: c’è il Colle nel suo cuore. Troppi indizi. Troppi premi, troppi discorsi, troppe prime a teatro, troppa “diplomazia culturale” e qualche sgarbo effettivo come quando Casellati si fa accompagnare in Libano dalla ministra Trenta violando il protocollo: “il titolare della Difesa può scortare solo il capo dello Stato” (ancora “Il Fatto”, che ha memoria lunga).
Anche le gaffe in materia di politica estera sembrano percorse da un indicibile anelito, come se per quanto dorata, la gabbia del Senato le vada un po’ stretta. Accoglie il cinese Xi, presidente del più grande regime del mondo, come “segno di grande attenzione e vicinanza alle istituzioni parlamentari” (e qui un brivido corre lungo la schiena). In un minuto di discorso scatena una mezza crisi con la Germania pronunciando la frase “Berlino discute, l’Europa brucia”.
È grossier, ma è tentativo di politica, come quando abbandona la dovuta equidistanza e piccona Conte in piena pandemia, mentre proprio per evitare il virus, e causa mal di schiena, si imbarcava un centinaio di volte sulla tratta Roma-Venezia. Sul Falcon di Stato, modello 900 dell’Aeronautica, 31° stormo di Ciampino. Ed è tutto un levitar di domande: è lecito, non lo è, è un abuso, è indecoroso. Son cose, che al di là del merito, restano nella testa del popolo, e da secoli.
“I soggiorni della corte per sei settimane d’estate a Compiègne, in autunno a Fontainebleau, erano chiamati grandi viaggi perché si spostavano tutti i dipartimenti e tutti gli uffici dei ministri”, scrive Daria Galateria nel suo delizioso “L’etichetta alla corte di Versailles” in cui l’accademica romana ricostruisce il mirabolante cerimoniale di Luigi XIV, il re Sole, che ai suoi riti “enigmatici e spesso ridicoli” era probabilmente il primo a non credere: ”È d’altronde uno dei più visibili effetti del nostro potere dare a volontà un valore infinito a quello che in sé non è nulla”.
Una gioia del sovrano “pura” perché consta di onori che ai sudditi non costavano nulla. Gli onori alati del presidente Casellati – ha calcolato il verde Angelo Bonelli – sarebbero costati un milione di euro.
(da Huffingtonpost)

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IL MANIFESTO PROGRAMMATICO DI CONTE PER IL M5S

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

SALUTE, LAVORO, ECONOMIA, MULTILATERALISMO E DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA

Giuseppe Conte oggi pubblica una lunga lettera sul Corriere della Sera in cui annuncia cinque punti sulla nuova Europa in occasione della Conferenza sul futuro dell’Europa. Per Conte si tratta di “un’occasione straordinaria per programmare il nuovo corso dell’Unione Europea, rendendo più forti e trasparenti le sue strutture democratiche, più efficaci e partecipati i suoi processi decisionali, ancora più ambiziosi i suoi pilastri programmatici”.
“Veniamo da lustri segnati da molteplici crisi economiche, sociali, sanitarie, che hanno messo a nudo tutte le fragilità della nostra casa comune”, scrive Conte. “Ora, a distanza di quasi 14 anni dalla firma del Trattato di Lisbona, siamo chiamati a compiere un risoluto passo avanti, in direzione di un Umanesimo europeo, che abbia al centro la dignità della persona, e ci restituisca il senso di un progetto comune, che non sia solo uno spazio economico condiviso, ma una ricca e articolata comunità di valori, con chiari e ambiziosi obiettivi comuni. L’esperienza di governo sin qui maturata e il lavoro svolto dal Movimento 5 Stelle a Bruxelles mi spingono a formulare una proposta articolata su cinque punti, «cinque stelle europee»: salute, lavoro, economia, multilateralismo, democrazia partecipativa”.
Ecco i punti:
1. Un’Europa della salute per curare chi soffre e prevenire le minacce future.
Dobbiamo rafforzare le competenze e gli strumenti dell’Ue in ambito sanitario. E interessante, ad esempio, il progetto di una nuova Agenzia europea per la ricerca biomedica avanzata, ma bisogna puntare più decisamente agli investimenti comuni e alla cooperazione nell’ambito della ricerca scientifica, anche in vista di una maggiore sicurezza alimentare, allargando le frontiere dell’innovazione, della telemedícina, della prevenzione.
La salute deve essere tutelata nello stesso modo in ogni angolo dei nostri territori. II 21 maggio 2021, si svolgerà, a Roma, nell’ambito del Geo, il Vertice mondiale della Salute: una iniziativa, che, insieme alla presidente von der Leyen, abbiamo fortemente voluto per rimettere al centro di qualsiasi iniziativa il paziente e valorizzare le straordinarie professionalità del personale sanitario italiano ed europeo.
2. Un’Europa sociale per rafforzare il diritti e sconfiggere le diseguaglianze.
In Europa lo sfruttamento dei lavoratori più deboli, con taglio dei diritti e dei salari al fine di guadagnare competitività, è ancora una pratica molto diffusa. Nell’ultimo decennio i lavoratori sotto la soglia di povertà sono aumentati del 12% in Europa, e tale tendenza sta subendo una vertiginosa accelerazione a causa della pandemia. L
L’istituzione di un salarlo minimo europeo è solo il primo passo fondamentale per restituire dignità alle lavoratrici e ai lavoratori: puntiamo a realizzare un vero pilastro sociale europeo, ambizioso e vincolante, che renda strutturale il sostegno agli ammortizzatori sociali nazionali, sulla scorta di quanto realizzato con lo strumento Sure, al fine di riconciliare il diritto al lavoro con la tutela della qualità della vita.
3. Un’economia eco-sociale al servizio delle persone e dell’ambiente.
L’Italia è stata protagonista della promozione del programma Next Generation Eu, fondato sull’emissione di debito comune. Questo programma va adesso incorporato, in modo strutturale e permanente, nell’architettura istituzionale europea. Dobbiamo superare le rigide regole del Fiscal Compact, introducendo lo scorporo degli investimenti nel green, nella ricerca, nell’istruzione e nella cultura dal pareggio di bilancio.
Voltiamo pagina anche sul voto all’unanimità nelle politiche fiscali, in modo da pervenire a un bilancio pluriennale europeo all’altezza delle nostre ambizioni e a una fiscalità europea equa e giusta, che possa sanare le attuali asimmetrie che generano indebiti vantaggi competitivi. Solo così potremo riconciliare definitivamente economia ed ecologia.
4. Un’Europa multilaterale per proteggere le persone e promuovere i diritti fondamentali.
L’Unione Europea deve dotarsi di strumenti più efficaci e assumere maggiori responsabilità nella politica estera, di sicurezza e di difesa comune per contribuire alla protezione dei diritti fondamentali, al mantenimento della pace e alla stabilità internazionale. Deve privilegiare l’azione multilaterale e la cooperazione euro-atlantica, ma deve essere in grado di poter agire, quando necessario, anche in via autonoma.
Grazie a una efficace azione esterna e a un rinnovato slancio cooperativo, l’Europa deve poter affrontare e rimuovere le cause profonde che generano i fenomeni migratori nei Paesi di origine e di transito, dotandosi di un sistema di asilo comune, in modo da superare i meccanismi del regolamento di Dublino in senso genuinamente solidale. Vogliamo un’Europa protagonista di una stagione di riforme anche nella governance globale in sede Onu e Omc.
5. Un’Europa partecipata per un futuro trasparente e Inclusivo.
L’Europa deve rimettere al centro il concetto di cittadinanza attiva, aumentando le possibilità e l’incisività della partecipazione diretta nei propri processi decisionali. Vogliamo maxi ore trasparenza nel procedimento legislativo e il potenziamento dell’attuale Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), in modo da trasformarla in una vera iniziativa legislativa europea popolare, con la quale i cittadini potranno avanzare proposte da calendarizzare obbligatoriamente in discussione per una prima lettura al Parlamento europeo.
Dobbiamo realizzare le condizioni, infine, per introdurre un referendum pan-europeo, una sfida tanto complessa quando affascinante. Al Parlamento europeo vanno riconosciuti un vero diritto di iniziativa legislativa e poteri di controllo nei confronti della Commissione. Va rivitalizzato anche il processo elettorale europeo, rivedendo in profondità il sistema del cosiddetto «Spitzenkandidat». Valutiamo insieme la possibilità di ancorarlo all’introduzione di liste transnazionali e piattaforme programmatiche pre-elettorali comuni, al fine di rendere le elezioni europee un vero appuntamento democratico pan-europeo.
II futuro di un’Europa unita, democratica e solidale può e deve essere nelle nostre menti e nei nostri cuori. Dobbiamo costruirlo insieme.
(da agenzie)

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SALVINI TORNA AL PAPEETE CON 16 PUNTI IN MENO NEI SONDAGGI

Maggio 9th, 2021 Riccardo Fucile

E LA MELONI ALLE CALCAGNA

Matteo Salvini torna al Papeete. Lo ha annunciato lui stesso nei giorni scorsi. Ma ci torna, racconta oggi Il Fatto Quotidiano, in un modo molto diverso da due anni fa. Quando era il ministro dell’Interno, ai massimi della popolarità e con un partito che cresceva. Oggi nei sondaggi ha perso 16 punti e ha Giorgia Meloni alle calcagna nel centrodestra.
I sondaggi danno la Lega intorno al 21% perdendo 13 punti rispetto alle elezioni europee del 2019 (34,3%) e 16 punti rispetto al 37% dell’agosto successivo, quello del Papeete.
E c’è di peggio. Secondo i dati di Youtrend, la caduta è stata ancora più accentuata: il picco della Lega è stato toccato l’11 luglio 2019 con il 37,7% fino al 21,8% di oggi. Un crollo del 16%.
ello stesso periodo, buona parte di quei consensi persi sono andati a Fratelli d’Italia che ha guadagnato 12 punti rispetto alle europee 2019: dal 6,4% al 18,4% di oggi, il punto più alto di sempre del partito di Giorgia Meloni.
Secondo l’ultima supermedia di Youtrend il distacco tra Lega e FdI è al minimo storico: tra il partito di Salvini e Meloni ci sono solo 3 punti. Quasi come il margine di errore di ogni sondaggio.
Così il sorpasso da parte di FdI, che comporterebbe una nuova leadership nel centrodestra, potrebbe verificarsi già nelle prossime settimane. E c’è anche un pronostico. “Anche se non è detto che questo avvenga, se la tendenza fosse costante l’aggancio potrebbe esserci tra tre mesi –spiega Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend – anche perché negli ultimi 90 giorni il distacco tra i due partiti si è quasi dimezzato”.
(da La Notizia)

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