Novembre 24th, 2022 Riccardo Fucile
FONTANA 45,2%, MAJORINO 29,8%%, MORATTI 13,1%, M5S 11,6%
Manca ancora una data ufficiale e i nomi di tutti i candidati, ma i sondaggi in vista delle Regionali in Lombardia danno già un indirizzo sulla contesa elettorale che a breve si aprirà.
Il centrodestra, infatti, ha deciso di puntare tutto sul Presidente uscente Attilio Fontana ed è proprio lui, secondo le prime rilevazioni, il favorito alla vittoria.
Dietro di lui, ma nettamente staccato, il candidato – indicato ufficialmente la scorsa settimana – del centrosinistra (sostenuto da PD, Europa Verde, Sinistra Italiana e +Europa) Pierfrancesco Majorino.
Non convince, secondo le intenzioni di voto, il nome scelto dal Terzo Polo: l’ex vicepresidente ed ex Assessora al Welfare della Regione Letizia Moratti.
La rilevazione di IZI indica, dunque, intenzioni di voto piuttosto delineate. Secondo questo sondaggio Lombardia – basato su interviste a 1004 cittadini aventi diritto al voto – Attilio Fontana si attesterebbe intorno al 45,2%. Una maggioranza stabile che ricalcherebbe (seppur con numeri leggermente inferiori) quanto già accaduto nel 2018, quando il leghista conquistò la vittoria – su Giorgio Gori – sfiorando il 50%.
Il centrosinistra, invece, ha proposto il nome dell’eurodeputato Pierfrancesco Majorino. Il suo nome, stando alle rilevazione IZI, potrebbe portare a una percentuale vicina al 30%. Insomma, valori che ricalcano in pieno lo status quo emerso nel lontano 2018.
E poi c’è Letizia Moratti: la candidata (tra le polemiche) del Terzo Polo – quindi del ticket Italia Viva (Matteo Renzi) e Azione (Carlo Calenda), non sembra scaldare il cuore dei lombardi, fermandosi poco sopra il 13%.
E, secondo queste rilevazione, a poca distanza da lei ci sarebbe il candidato del MoVimento 5 Stelle (11,6%). Ma il partito guidato da Giuseppe Conte non ha ancora sciolto le riserve e non ha ancora fatto un nome per le Regionali in Lombardia (dove nel 2018 sfiorò il 18%).
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2022 Riccardo Fucile
L’INNO UCRAINO NEI LICEI, GLI SCIOPERI DELLA FAME E LE AZIONI CONTRO LA GUERRA TRA ARRESTI E PRESSIONIO SUI MEDIA
Memorial Italia ha deciso di rendere disponibile anche in italiano la
cronaca, curata ogni settimana dai volontari di Memorial, delle proteste che si svolgono in Russia contro la guerra. Si ringrazia il collettivo di traduttori volontari che l’ha resa possibile.
Repressioni in ambito scolastico
Durante la lezione di “Conversazione su temi importanti”, due studentesse del liceo della Scuola Superiore di Economia di Mosca (HSE) si sono rifiutate di alzarsi in piedi per l’inno russo, e hanno fatto sentire l’inno ucraino, come riporta Doxa. Il loro gesto è stato ripreso in un video poi caricato su un canale privato. Il filmato, tuttavia, è stato reso pubblico e di conseguenza le ragazze hanno iniziato a essere vessate sia al liceo sia fuori, anche sui canali che sostengono l’invasione dell’Ucraina (Z-kanaly) e sul canale Telegram di Russia Today.
Entrambe le studentesse, per non incorrere in un procedimento penale, sono state costrette a girare un video di scuse. I lettori di Doxa riferiscono che le ragazze potrebbero essere espulse dall’istituto scolastico. L’amministrazione del liceo non ha commentato la situazione.
Scritte di protesta
Il 15 novembre a Voronež in via Antonov-Ovseenko ignoti hanno imbrattato il cartellone affisso “in onore del valore militare del capitano della guardia Sergej Rešetnikov”, come riporta il canale Telegram di Aktivatika. L’amministrazione locale sta cercando testimoni.
Nella regione di Tomsk è stato archiviato il procedimento penale per atti vandalici contro la pensionata Natal’ja Indukaeva, scrive Akvatika. Nel marzo di quest’anno la donna aveva scritto una frase contro la guerra sul muro di una locale casa della cultura. L’archiviazione è arrivata grazie al “ravvedimento operoso” della donna, сhe ha risarcito i danni materiali, pari a 16.900 rubli, con l’aiuto degli abbonati al canale Sibir’Media.
A San Pietroburgo il giudice di pace del distretto Puškinskij ha inflitto a Egor Kazanec, cittadino ucraino, una multa di 30.000 rubli. Il 10 maggio l’uomo aveva scritto “Gloria all’Ucraina!” sulla facciata di una casa. Non avendo riscontrato circostanze aggravanti, il giudice ha rilasciato Egor che, essendo già stato detenuto in custodia cautelare, non ha dovuto pagare alcuna multa. In precedenza, l’uomo aveva rischiato di essere coinvolto in un processo penale.
A Krasnoobsk (nella regione di Novosibirsk) Dimitrij Karimov, sospettato di aver dato fuoco a uno striscione a sostegno della guerra, è stato obbligato a sottoporsi a un controllo al dispensario psichiatrico, scrive OVD-info. Il giovane dovrà restare nella struttura sanitaria per almeno un mese. Contro Karimov è stato avviato un procedimento ai sensi dell’articolo sulla distruzione intenzionale o danneggiamento di proprietà causato da incendio.
A Penza, il tribunale ha archiviato un procedimento amministrativo contro il cittadino Al’bert Gerasimov, scrive OVD-info. A giugno Gerasimov era stato accusato di diffamazione dell’esercito russo per aver scritto “Pace nel mondo e niente guerra, per gli amici di tutta la terra”, sulla recinzione della villa di Ivan Belozercev, ex governatore della regione di Penza. Gli esperti del laboratorio forense di Penza presso il Ministero della Giustizia hanno concluso che la scritta non diffama le forze armate.
A San Pietroburgo, il tribunale distrettuale Moskovskij ha archiviato i casi contro Elizaveta Savina e Marina Sergeeva, secondo quanto riportato da OVD-info. A metà luglio, le ragazze avevano scritto “Pace all’Ucraina” davanti alla stazione “Elektrosila” della metropolitana. Erano state arrestate e dopo 15 ore la polizia gli aveva notificato un verbale per diffamazione dell’esercito e vandalismo. Nei confronti di Marina Sergeeva era stato anche avviato un procedimento penale, e per questo la ragazza ha lasciato il paese.
Singole azioni di picchettaggio
A Mosca la polizia ha arrestato Leonid Ljapunov, il quale si trovava vicino al Cremlino con uno striscione con la scritta “No alla guerra”, riporta Aktivatika.
A San Pietroburgo nel centro commerciale “Galereja” Lilija Juščenko, madre di due bambini, ha esibito un cartello con la scritta “No alla guerra”. Le guardie del centro commerciale le hanno sequestrato il cartello e chiamato la polizia, scrive Aktivatika.
Nella regione di Kaliningrad alcuni attivisti hanno manifestato contro la guerra, scrive Aktivatika.
A Chabarovsk, l’attivista Nikolaj Zodčij è andato in giro con un cartello con scritto “La Russia è governata da satana”, riporta Aktivatika. All’attivista si è avvicinato un poliziotto, che ha cercato di accusare Zodčij di diffamazione delle autorità russe, ma non ha saputo indicare in base a quale articolo del Codice penale.
Pressioni sul mondo della cultura
Il teatro drammatico accademico della Baschiria “Mažit Gafuri” ha annullato lo spettacolo basato sul romanzo Zulejka apre gli occhi di Guzel’ Jachina, scrive ODV-Info. La scrittrice si è schierata contro la guerra in Ucraina.
L’artista Pokras Lampas, l’attrice Ksenija Rappoport e l’ex direttore del dipartimento di arte contemporanea del museo Ermitage Dimitrij Ozerkov, che si sono schierati controla guerra, sono stati esclusi dal Consiglio per la cultura e l’arte di Pietroburgo, riferisce ODV-Info. Dal Consiglio è uscito anche Pavel Prigar, ex direttore del centro espositivo “Il Maneggio” di Mosca.
Procedimenti penali
A Irkurtsk è stato arrestato il diciottenne Il’ja Podkamennyj che aveva avvolto del filo di rame intorno alle rotaie e attaccato sui binari dei volantini scritti a mano su fogli di quaderno. L’uomo è accusato di incitamento all’estremismo.
Il tribunale di Ulan-Udė ha disposto la custodia cautelare fino al 5 dicembre per l’attivista locale Natalija Filonova, comunica il FAS (Resistenza Femminista Contro la Guerra). L’attivista, che attualmente sta facendo lo sciopero della fame, è accusata di violenza contro le forze armate: secondo gli inquirenti, il 26 settembre in tribunale avrebbe malmenato un poliziotto e colpito con una penna al volto un altro. Il colpo con la penna è considerato dalle forze dell’ordine “violenza pericolosa per la vita e la salute”, poiché la donna avrebbe toccato il poliziotto vicino all’occhio. Dal 22 ottobre la donna è agli arresti domiciliari.
Le autorità stanno anche cercando di portarle via il figlio adottivo invalido. Secondo gli attivisti per i diritti umani, ciò è necessario per per poterla mandare in prigione, poiché alle madri di figli invalidi sono accordati benefici sulle pene che prevedono la detenzione. Adesso il figlio minorenne della donna verrà preso in carico dai servizi sociali. Il marito di Natalija si trova in ospedale a causa di un infarto.
Pressioni a causa di attività online
Il Tribunale del distretto Leninskij a Vladimir ha decretato il blocco della petizione anti-mobilitazione su Change.org. La petizione contro la mobilitazione generale e parziale, lanciata dal movimento “Mjagkaja sila” (Soft power), ha raccolto finora oltre 452.000 firme.
Roskomnadzor ha limitato sul territorio russo l’accesso al sito di “Novaja Gazeta” e al suo progetto “Svobodnoe prostranstvo” (Spazio libero). Già il 28 marzo “Novaja Gazeta” aveva interrotto la pubblicazione dei suoi materiali “sul sito, sui social e su carta stampata” fino alla fine della guerra in Ucraina. Anche la testata “Sachkom”, con sede a Sachalin, ha riferito che le sue risorse sono state bloccate. I giornalisti della testata riferiscono di non avere ricevuto alcuna notifica da Roskomnadzor.
OVD-Info riporta che a Mosca la Procura del distretto sud-occidentale ha confermato la sentenza di condanna a Dimitrij Talantov, un avvocato dell’Udmurtia. Talantov è accusato di aver diffuso pubblicamente informazioni deliberatamente false sulle azioni delle forze armate russe e di aver incitato all’odio o all’ostilità. Il procedimento penale è stato avviato per i post pubblicati da Talantov sui social network. In uno di questi le azioni dell’esercito russo a Mariupol’, Irpin’ e Buča vengono definite “pratiche naziste estreme”.
Ad Abakan (Repubblica di Chakassia) il tribunale ha rinviato alla Procura il procedimento penale contro Michail Afanas’ev, direttore di “Novyj fokus”, per “fake news” relative аll’esercito russo. Nei suoi confronti è stata disposta la custodia cautelare fino al 16 gennaio. Il giornalista è accusato di aver diffuso “fake news” militari sfruttando la propria posizione ufficiale. Il procedimento contro di lui è stato avviato in aprile, a causa della pubblicazione sul sito di “Novyj fokus” della notizia che 11 membri delle unità speciali della Chakassia si erano rifiutati rifiutati di combattere in Ucraina. Il 15 aprile il tribunale ha disposto per Afanas’ev la custodia cautelare e da allora l’uomo si trova in carcere. Alla fine di ottobre, l’indagine si è conclusa e il fascicolo è stato trasmesso al tribunale.
Nell’appartamento del blogger di sinistra Andrej Rudoj a Dzeržinsk (regione di Nižnij Novgorod), è stata condotta una perquisizione.
Al momento della perquisizione nell’appartamento era presente la moglie dell’attivista. La perquisizione è avvenuta a seguito del procedimento penale avviato per dei post contro la guerra pubblicati in VKontakte. A seguito della perquisizione non è stato confiscato nulla.
Nella regione di Nižnij Novgorod, il tribunale ha emesso un’ordinanza restrittiva nei confronti dell’attivista Andrej Rossiev, riferisce OVD-Info. È stato accusato di aver diffuso “fake news” sull’esercito russo e di aver incitato all’odio e all’ostilità su Internet con intimidazioni violente.
Gli inquirenti hanno chiesto che Rossiev fosse trattenuto in custodia cautelare ma il tribunale ha respinto la richiesta. Rossiev non può utilizzare mezzi di comunicazione e Internet, ma gli è stato permesso, sotto la supervisione di un ispettore, di cancellare le sue “affermazioni che incitano all’odio”. All’attivista vengono contestati i due reati per 37 commenti lasciati su VKontakte.
Fuori categoria
Un attivista ha sporto querela alla Procura Generale contro l’organizzatore della marcia “su Washington” che si è svolta di recente a Mosca, durante la quale i manifestanti avevano incitato il governo a colpire i “nemici” con un missile nucleare, riporta Aktivatika.
L’attivista ha richiesto che l’organizzatore sia indagato per pubblico incitamento alla guerra, diffamazione delle Forze Armate russe e violazione delle misure anti-Covid nell’organizzazione di manifestazioni pubbliche.
Il tennista russo Andrej Rublev ha lanciato un appello alla pace dopo la vittoria sul connazionale Daniil Medvedev durante le ATP Finals di lunedì. Rublev, classificatosi al settimo posto, ha scritto sull’obiettivo della telecamera “la pace, la pace, la pace è tutto quello che ci serve”, riporta il canale Telegram OČNIS’!.
(da Memorial Italia)
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Novembre 24th, 2022 Riccardo Fucile
TRACOLLO NEI SONDAGGI, CRESCE IPOTESI CONGRESSO NEL 2023… SALVINI IN TRINCEA PER NON MOLLARE LA POLTRONA
Mai sottovalutare i segnali. Domenica 20 novembre, attorno alle 20.45. Luca Zaia sta per comparire sugli schermi di Che tempo che fa, il programma di Fabio Fazio. Presenta il suo libro, che per molti assomiglia a una promessa di discesa in campo nell’arena nazionale.
In quegli stessi secondi, Matteo Salvini interrompe il suo giorno di riposo. Accede ai social dal suo iPhone. E scandisce: “Via il canone Rai. Pagarlo per guardare i Fazio o i telegiornali di sinistra, anche no…”. Attacca proprio Fazio. Atto ostile, smaccatamente ostile, chirurgico. Sgarbo verso il collega, palese. E segnale, appunto, di una battaglia furibonda che sta spaccando la Lega e fatica a restare sopita.
In palio c’è la nuova leadership. L’eventuale ascesa alla segreteria del governatore veneto. E un congresso che nei piani dei leghisti in ascesa potrebbe tenersi entro la prima metà del 2023.
Un passo indietro. Da quando Giorgia Meloni è in carica, la Lega è in subbuglio senza soluzione di continuità. Pesa il pessimo risultato delle Politiche. E i sondaggi che, dal 26 settembre, funestano via Bellerio. L’ultimo di una lunga serie negativa, quello di Swg di poche ore fa, inchioda il Carroccio ad un mortificante 7,6%. Dietro il Terzo Polo. Con Fratelli d’Italia accreditata al 30,4%, il quadruplo esatto del consenso di Salvini. Abbastanza da far scattare l’allerta massima tra i leghisti.
È una dinamica inarrestabile. E non è soltanto per il ruolo poco visibile del leader, ministro in ombra nell’esecutivo. Il problema è che i principali dirigenti del partito considerano il segretario ormai poco in sintonia con il suo popolo. Nessuno ancora si espone, ma la spaccatura è profonda. C’è chi si tiene a debita distanza dal capo, chi costruisce sponde alternative, chi aspetta solo la stagione congressuale per aprire una nuova fase.
I nomi sono sempre gli stessi. Zaia, ovviamente. E ancora, si fa spazio nel partito il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Max Fedriga. E poi Riccardo Molinari, che per volere di Salvini è rimasto fuori dalla corsa per la presidenza della Camera. Un capitolo a parte vale per Giancarlo Giorgetti: è il ministro più potente, più esperto, più attento a non spezzare equilibri delicatissimi. Ma assume un valore politico importante il rapporto sempre più stretto con Meloni, che ha affidato a lui la casella più delicata dell’esecutivo.
In cima alla piramide dei papabili alla successione c’è comunque proprio Zaia. Fosse per lui, non ci sarebbero dubbi: avanti ancora per molto alla guida del Veneto. O, almeno, così ripete a molti. I suoi, però, lo pressano. Insistono. E alla fine potrebbero “costringerlo” a scendere in campo. Rendendo la leadership del Carroccio contendibile, dopo molti anni di guida salviniana.
Il percorso congressuale è già partito, ma con una tempistica lentissima. Alcuni congressi cittadini e provinciali si sono già svolti, lasciando prevedere il peggio proprio per il leader. A Bergamo, ad esempio, si è registrata la sconfitta del segretario. “Ma i due contendenti – allarga le braccia il senatore Claudio Borghi – erano entrambi “non salviniani”…”. La verità è che Salvini cerca di consolidare la sua posizione nel governo. E soprattutto, cerca di allontanare il più possibile la resa dei conti. La battaglia si combatte soprattutto sul terreno dei congressi regionali. Dovevano tenersi a gennaio, i big del Carroccio spingono per rispettare le scadenze. Forse anche per questo, Salvini ha riunito ieri i parlamentari alla Camera. “C’è entusiasmo – ha detto – i militanti sono contenti e la Lega è in crescita”. Si fa così, quando il pessimismo sta per prevalere. Un passaggio chiave è previsto già per venerdì. Il leader ha convocato al riunione del Consiglio federale proprio per discutere di assise e tesseramento. La resa dei conti si avvicina.
(da La Repubblica)
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Novembre 24th, 2022 Riccardo Fucile
L’IDEA È OVVIAMENTE DELLA MINISTRA DANIELA SANTANCHÈ, CO-PROPRIETARIA DEL “TWIGA”: LE MANCE SARANNO TASSATE AL 5%… UNA NORMA CHE SEMBRA DESTINATA SOLO AI LAVORATORI DEL TURISMO DI LUSSO (SETTORE DI CUI FA PARTE, GUARDA CASO, IL “TWIGA” DI PROPRIETÀ DELLA “PITONESSA” E BRIATORE”)
Per il governo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la
strategia giusta per risolvere la carenza di personale nella ristorazione e nel turismo non è dare un salario minimo garantito, ma quella di tagliare le tasse sulle mance. La proposta della ministra del Turismo, Daniela Santanchè, è stata già inserita nella manovra economica e compare all’articolo 14 della bozza di legge di bilancio
Dal primo gennaio 2023, le mance saranno quindi tassate al 5%, con un’aliquota agevolata rispetto all’attuale tassazione ordinaria Irpef. Non è comunque un’idea innovativa, ma viene direttamente dalla Francia di Emmanuel Macron, dove a settembre 2022 è stata annunciata la completa detassazione di tutte le mance pagate con bancomat e carta di credito. Ma ci sono due piccole differenze in termini di efficacia tra il modello francese e quello del governo Meloni.
Per prima cosa, oltre alla detassazione completa delle mance, la Francia ha aumentato recentemente il salario minimo, portandolo a circa 11 euro all’ora, dando così un aiuto più concreto e immediato a lavoratori e lavoratrici. In secondo luogo, l’Italia non è un paese dove per tradizione vengono lasciate mance a camerieri, receptionist o altri, dato che viene pagato di base il cosiddetto coperto, cosa che in Francia non accade e dove anche l’acqua viene data in maniera gratuita. Pertanto è difficile aspettarsi che una diminuzione delle tasse possa effettivamente rendere più attrattivo un lavoro spesso sottopagato e stressante.
Inoltre, sempre in Italia, le mance vengono spesso date a mano, in contanti e direttamente alla persona che si desidera premiare, oppure inserita nei barattoli predisposti sui banconi. Si tratta quindi di un’entrata già prevalentemente esentasse, perché di solito corrisponde a nero. Ma il governo ha deciso di non escludere le somme ricevute in contanti e, come si legge su Repubblica, la manovra prevede la tassazione agevolata sulle mance ricevute “anche attraverso mezzi di pagamenti elettronici”, non esclusivamente, presumendo quindi che le mance in contanti vengano dichiarate.
Osservando l’evoluzione della legislazione italiana in materia di tasse sulle mance, questa norma sembra essere dedicata a una minoranza degli operatori del settore, cioè solo quelli che lavorano nel settore del turismo di lusso. Infatti, la tassazione sulle mance è stata confermata nell’ordinamento italiano dalla corte di Cassazione, nel 2021, a seguito di un ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate contro un capo ricevimento di un albergo di lusso della Costa Smeralda che non aveva dichiarato 84mila euro di mance raccolte in un anno.
I dubbi sull’efficacia del provvedimento sono condivisi anche dalle associazioni delle imprese del turismo, per le quali “prevedere una tassa agevolata non favorisce l’occupazione”, come si legge su Repubblica. Al contrario, per risolvere la crisi di personale servirebbero “retribuzioni adeguate e orari compatibili alla vita privata”. Niente di sconvolgente insomma, solo misure di buon senso che le stesse imprese riconoscono come necessarie, ma che il governo sembra preferire aggirare con delle norme che sembrano, come al solito, premiare chi è già privilegiato.
(da Wired.it)
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Novembre 24th, 2022 Riccardo Fucile
CHI GESTISCE IL BUSINESS MILIONARIO CHE LUCRA SULLA PELLE DEI GIOVANI ATLETI
Sognano di diventare i nuovi Weah, Touré, Salah, ma si ritrovano a vivere nella miseria, abbandonati e soli. Sono circa 15mila i minorenni che dall’Africa occidentale ogni anno raggiungono l’Europa con l’inganno, dietro la promessa quasi mai mantenuta di giocare nei più prestigiosi club europei: è la tratta dei baby calciatori, un business milionario che lucra sulla pelle di giovani atleti e che si consuma nell’indifferenza del mondo occidentale.
Per capire come funziona questo sistema ci siamo finti degli intermediari di una squadra di calcio in cerca di giovani talenti africani e abbiamo incontrato decine di procuratori, agenti e dirigenti sportivi per capire come in Italia sia possibile ancora oggi aggirare i regolamenti che vietano la tratta dei calciatori minorenni.
I giovani calciatori di Yaoundé, capitale del Camerun, li chiamano “sognatori”, perché permettono loro di realizzare il sogno di diventare calciatori professionisti. Quello che scopriranno solo poi è che quei procuratori generosi altro non sono che truffatori, businessman senza scrupoli che guadagnano sul loro destino.
Sono circa 8mila ogni anno ad arrivare in Italia, come denuncia Jean Claude Mbvoumin, ex calciatore camerunense e fondatore di Foot Solidaire, l’organizzazione che dal 2000 è attiva per la tutela dei giovani calciatori.
A Milano abbiamo incontrato alcuni di loro: i baby calciatori che oggi vivono alla Casa della Carità. “Un procuratore senegalese mi ha portato qui per un provino con una squadra di Padova, – ci racconta Momo – ma ho giocato una sola partita. Poi sono venuto da solo a Milano”, ci racconta un altro ragazzo.
Le loro sono storie fotocopia: le famiglie che ipotecano una vita, si indebitano sborsando dai 3mila ai 10mila euro per finanziare viaggio e permanenza in Europa, i procuratori che promettono e spariscono e, infine, l’abbandono in cui sono costretti a diventare grandi. “Purtroppo ci sono tantissimi ragazzi a Milano che hanno avuto la mia stessa storia: un procuratore li ha portati qua e poi li ha lasciati soli”.
La rivincita di Minala
Joseph Maria Minala oggi veste la maglia dell’Olbia calcio e gioca nel ruolo di centrocampista, con alle spalle anni di professionismo. Ha 26 anni, Minala, e prima di Olbia ha indossato parecchie maglie: la prima è stata quella della Lazio, che l’ha lanciato nel mondo del calcio che conta.
Ma per arrivare a questo livello, Minala ha dovuto risalire gli inferi, anche se oggi guardando indietro sorride: “Ho avuto la possibilità che tante persone non hanno e sono riuscito ad arrivare qua, i miei sforzi sono stati ripagati”. Anche la sua storia comincia a Yaoundé, la sua città natale. “Mio fratello mi portava tutte le mattine con lui all’allenamento, mi piaceva”. L’occasione arriva quando un uomo si presenta da lui e gli dice che gioca bene, ha un futuro nel calcio: “C’erano sempre delle persone che venivano a vedere dei tornei, in Camerun, e già mi facevo notare. Parlai con mio padre, che non c’è più oggi, e la mia famiglia ha fatto tutti gli sforzi per permettermi di arrivare qua”.
Quell’uomo gli promette l’Italia e, soprattutto, un provino a Milanello. Ha 16 anni, è il 2013, dal Milan se ne sono appena andati Nesta, Gattuso e Seedorf, ma resta pur sempre il club italiano più titolato d’Europa. Per Minala quella promessa vale l’addio alla famiglia, e, soprattutto, un sacrificio economico enorme dei genitori che lo affidano al procuratore e lo salutano.
La promessa di quell’uomo dura il tempo di un volo da Yaoundé a Roma Fiumicino. Arrivati alla stazione Termini, il sogno di Minala inizia a perdere forma: “Mi aveva dato un telefono, ma non potevo sapere che non c’era una scheda. Mi aveva lasciato lì dicendomi che andava a prendere chi ci avrebbe portato a Milano, ma il telefono non ha mai squillato”. Minala oggi parla di “truffa” e riconosce di essere stato vittima di un fenomeno più grande: “Come è successo a me, è successo a gente prima di me e succederà ancora”.
Minala ce l’ha fatta e col suo talento ha ribaltato un destino segnato. Anche Joseph Bouasse Perfection, un suo giovane connazionale, arrivato in Italia allo stesso modo ha provato a farlo. Ma la storia di Perfection è finita nel più tragico dei modi: muore nel 2021 a 21 anni per un un malore, le cui cause non sono mai state accertate. “Era partito dal Camerun con una promessa, ma al suo arrivo niente di quello che gli era stato detto era vero”, dice Jean, amico di Perfection.
“Quando è arrivato non sapeva dove dormire, poi l’ha ospitato un connazionale. Era forte, lo paragonavo a Iniesta”. Così si è fatto notare e ha iniziato a giocare nella squadra romana di Liberi Nantes, l’associazione sportiva nata a Roma nel 2007 per promuovere lo sport come strumento di inclusione sociale. Viene segnalato al procuratore Diego Tavano, che segue tanti giovani dell’As Roma, e finisce anche lui nella Primavera. Lo status di minorenne extracomunitario non accompagnato complica le cose, così nel frattempo Perfection si allena a Trigoria per un anno e mezzo, diventa maggiorenne e viene tesserato.
“Era arrivato addirittura ad allenarsi con la prima squadra e Spalletti, se non ricordo male, aveva espresso giudizi positivi su di lui”, dice Odoacre Chierico – ex giocatore della Roma e allenatore della Primavera insieme a mister Alberto De Rossi – che Perfection l’ha conosciuto bene. Dalla Roma va in prestito al Vicenza e poi torna, ma non viene più convocato. Joseph viene abbandonato a se stesso: “Tante cose sono cambiate all’improvviso, ma il fatto che non abbia più giocato l’ha penalizzato tantissimo”, aggiunge Chierico. Finisce in un vuoto che lo inghiottisce. Sulla sua morte si sa poco, quello che si sa è che non giocava più, faceva provini su provini, senza successo. Dopo la pandemia, sarebbe andato a giocare in Spagna, dicono gli amici. Ma Joseph se ne è andato prima che la sua carriera potesse sbocciare.
Il sistema di Sidy Fall
La storia di Perfection è un caso limite, ma come lui ancora tanti giovanissimi hanno creduto alle promesse di affaristi senza scrupoli, finendo vittime del sistema. Ci siamo messi sulle tracce di questi agenti e abbiamo scoperto che tra i protagonisti di questo mercato dei giovani talenti africani in Italia spicca il senegalese Sidy Fall. “Andate a piazza Lima, chiedete ai ragazzi senegalesi del procuratore che porta qua i giocatori”, ci dicono.
Lo rintracciamo e lo incontriamo. Ci presentiamo a lui come uomini d’affari intenzionati a entrare nel business dei baby calciatori. Mentre si fa largo negli hotel lussuosi del calciomercato, stringe mani a procuratori e agenti, e ci racconta la sua versione di sé. Sidy in Senegal ha un’accademia dove cresce i suoi talenti: “Si chiama Angelo Africa. Ho un vivaio di 150 ragazzi, dai 13 al 23 anni”. Prende il cellulare e ci mostra la sua merce: decine di ragazzini in posa, pronti per essere venduti al mercato del calcio europeo. Quello che ci offre il procuratore è l’acquisto dei baby calciatori direttamente dall’accademia: 5mila euro per svincolarlo, “dopo si fa un accordo 50 e 50 fra me e te”. Ovvero: in futuro, quando il ragazzo sarà venduto a una squadra, metà del provente andrà a lui.
Sidy Fall si vanta di aver portato in Italia molti baby calciatori: il suo specchietto per le allodole è Elhadji Babacar Khouma, l’attaccante senegalese classe 1993 che oggi gioca nell’Fc Copenhagen.
“All’Inter ho portato dei ragazzini: avevano 14 anni. Hanno fatto dei provini, sono andati bene, ma abbiamo problemi di burocrazia in Italia per quanto riguarda il tesseramento”. Ma questo non è un ostacolo, perché Sidy trova una soluzione “per portarli senza avere nessun problema con la legge del calcio, con la Fifa”.
L’articolo 19 del regolamento Fifa, in ambito della protezione dei minori, parla chiaro, infatti: “I trasferimenti internazionali dei calciatori sono permessi solo se il calciatore abbia più di 18 anni”. “Ma noi non dobbiamo dire che il ragazzo arriva in Italia per calcio: è un ragazzo che sta qua a studiare a cui piace andare a giocare a calcio”, precisa.
È il socio di Sidy, che incontriamo in un seminterrato della periferia milanese, a spiegarci che cosa intende il procuratore: “In Italia, per un ragazzo di meno di 16 anni c’è l’obbligo scolastico, non può giocare solo a calcio”, per questo i baby calciatori vengono fatti entrare con un visto studenti della durata di un anno, da rinnovare allo scadere dei 12 mesi, dietro compenso di mille euro al procuratore senegalese.
“E poi deve avere una tutela, i genitori devono affidarlo a un rappresentante”, continua, introducendo la figura del “tutor”, un altro sotterfugio per aggirare la legge, che specifica che il minorenne debba avere un tutore legale. “Bisogna trovare una persona che può fare da tutor. Una persona di colore, così è meno complicato”: il costo è di duemila euro, più le spese per mantenere il ragazzo, di circa mille euro al mese. Sidy ci propone una persona di fiducia: suo fratello. A questa somma va aggiunto il costo della fideiussione di 450 euro e quello di 500 euro per il socio di Sidy che si occupa delle pratiche. Una cifra irrisoria, se si paragona al volume enorme di soldi che questo traffico muove sfruttando i sogni di giovani atleti.
Il traffico di migranti è anche questo: i minorenni, ingannati da queste promesse, sono indifesi di fronte a pratiche di questo tipo, impossibilitati a esercitare diritti che nemmeno sanno di avere. È così che si consuma il dramma di questi baby calciatori, che, a differenza dei loro giovani pari età italiani, si ritrovano soli, senza nessuno al loro fianco, e senza la forza di rispondere all’ingiustizia che stanno subendo.
L’amica del presidente e la fabbrica di baby talenti
Il sistema in cui ci introduciamo è ben rodato e per la buona riuscita di tutto Sidy si avvale di una macchina fatta di personalità del mondo del calcio che conta. Per completare la procedura, infatti, ci indirizza a un’altra professionista, un’avvocata che presenta come esperta di diritto sportivo. “Ho lavorato trent’anni in quest’ambiente, dieci anni nella Lega Calcio. All’interno della Lega Calcio conosco tutti. Chi ti parla è molto amica del presidente [omissis]. Io sono qualcuno”, ci dice quando la incontriamo la prima volta in un ristorante milanese insieme a Sidy.
In una chiamata successiva, però, l’avvocata sembra avere altro per noi. Stavolta senza il coinvolgimento di Sidy. L’avvocata ci propone un business ancora più redditizio: invece di singoli calciatori, potremmo acquistare un’intera scuola calcio in Africa, una fabbrica di baby calciatori pronti al tesseramento in Europa. A gestire il tutto sono il direttore sportivo di una squadra di Serie A e un procuratore, che per il ruolo che rivestono non potrebbero essere coinvolti in questo tipo di affari. “Loro questa cosa non la possono fare, perché c’è un conflitto di interessi”, ci spiegano due persone vicine a questi dirigenti. “Sono delinquenti. Una volta ottenuto il guadagno che cercavano, se ne sono fregati dei ragazzi che sono venuti qui. Li hanno abbandonati”.
Dopo mesi di investigazione sotto copertura, riusciamo a entrare in contatto con questi dirigenti che ci spiegano il business: “Noi non giochiamo tanto su quello che prendiamo immediatamente, ma sul fatto di tenerci percentuali. Quindi fai conto che noi abbiamo preso 100mila ora sul ragazzo e 20% sulla vendita futura, se il ragazzo dovesse fare un salto di qualità importante e lo vendi per 4-5 o 6 milioni, noi abbiamo il 20% di quella cifra. Avendo lavorato sei anni su questi ragazzi qui, i più forti erano i più piccolini, che ora sono pronti”. Un business, questo, che “non ha limiti”, soprattutto nel nord Europa, dove il mercato è meno complicato per i tesseramenti di extracomunitari.
La squadra in Polonia per lanciare i baby calciatori
Tramite l’avvocata conosciamo le altre persone coinvolte nel business dell’accademia. Ci sediamo attorno a un tavolo con un ex calciatore di Serie A e altre personalità di spicco dell’ambiente calcistico: “Vorremmo che diventasse un business importante. In accademia i ragazzi sono pochi, selezionati. I piccoli cominci a incanalarli in un percorso che li prepara a quello che troveranno qua”. Se un ragazzo valido ti arriva pronto, soprattutto l’africano, la società non deve perdere troppo tempo per l’inserimento. A quel punto hai un prodotto che è finito”.
Un “prodotto finito” su cui si punta tutto: su una scala da zero a dieci, “In otto anni siamo partiti da zero e siamo arrivati a dieci, ora bisogna arrivare a 20. È lì che riesci a portare i giocatori in Italia e a fare il lucro sui ragazzi. La legge ci consente di ricevere 400mila euro su ognuno. È vero che vuoi fare qualcosa anche nel sociale, ma è vero pure che dobbiamo cercare di guadagnare”. Il sociale, quindi, diventa una scusa per guadagnare fino a 400mila euro a baby calciatore. E per aggirare l’ostacolo dei limiti di età sul tesseramento in Italia, la strada più facile è quella di acquistare una squadra in Polonia, che gioca in Europa League. L’ex calciatore che siede al tavolo ha giocato in Polonia: ha dei contatti lì che potrebbero tornarci utili per concludere l’affare. “È come prendere la Juventus! Lì gli extracomunitari per tesseramento non hanno limiti”, aggiungono per convincerci. Dalla scuola calcio alla squadra in Polonia, dove il ragazzino viene lanciato a giocare già a 17 anni, il giovane talento può essere esposto nella vetrina europea: “Lo vede l’Europa, quello lo vendi e, per come sono impazzite le cifre ora, non sono più 400mila euro ma 40 milioni”.
Intanto, però, per uno che ce la fa, resta un esercito di invisibili, costretto a fare i conti con la realtà: “Un ragazzo in Senegal che vede arrivare un procuratore che gli dice che può aiutarlo, la sola cosa che ha in testa è fare il viaggio e andare a giocare. Non pensa al contratto, lui vuole sempre andare e realizzare il suo sogno”. Un sogno, però, che si sgretola sotto il peso dell’inganno e della condanna eterna a un limbo: tornare indietro, quando è possibile, significa ammettere il fallimento di fronte alla famiglia; restare equivale a sopravvivere nell’indifferenza di un mondo che li ha traditi.
(da Fanpage)
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