Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
LA REAZIONE DI CONCITA DE GREGORIO E L’IMBARAZZO DI RAMPELLI
Lo stop alle trascrizioni degli atti di nascita di figli di coppie omogenitoriali a Milano ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema dei modelli di famiglia e del trattamento giuridico per i bambini nati da coppie non eterosessuali o più in generale fuori dal matrimonio.
La reazione di partiti d’opposizione e movimenti è stata immediata, con la manifestazione svoltasi ieri sabato 18 marzo in piazza a Milano. Ma non tutti, sul tema, sembrano avere le idee chiarissime.
Ad andare in confusione in diretta tv è stato ieri sera il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli. Nell’impeto della discussione, di fronte ai combattivi conduttori di In Onda, Concita De Gregorio e David Parenzo, il vicepresidente della Camera si è lasciato andare a valutazioni un po’ troppo “leggere” sulla questione.
«Se in Italia due persone dello stesso sesso chiedono il riconoscimento, cioè l’iscrizione all’anagrafe, di un bambino che spacciano per proprio figlio», ha impostato il ragionamento Rampelli, «significa che questa maternità surrogata l’hanno fatta fuori dai confini nazionali».
Forse resosi conto dell’inciampo, il parlamentare di Fdi è arrivato a tentoni al fondo della sua riflessione. Immediata la replica di Concita De Gregorio, che gli ha fatto notare il fallo in diretta.
«Mi scusi, se no finiamo sui giornali di tutto il mondo: non è che lo spacciano per proprio figlio, il bambino è loro figlio».
Impietrito Rampelli, la giornalista prosegue nel correggere le sue affermazioni: «Se si tratta di due madri è spesso nato da una delle due donne. Se si tratta di due padri è spesso nato dal seme di uno dei due. Ma anche quand’anche non fosse così il bambino è tuo figlio anche se è tuo figlio adottivo».
La lezione di biologia e diritti ha fatto subito il giro del web, con molti utenti su Twitter scatenati contro Rampelli.
(da agenzie)
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Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
“MAI PIU’ TRAGEDIE COME QUELLA DI CUTRO”… IN 6 ANNI SALVATE OLTRE 6.000 VITE UMANE, GIUNTE LEGALMENTE IN EUROPA
«La loro realizzazione è dovuta sia alla creatività generosa della
Comunità di Sant’Egidio, della Federazione delle Chiese Evangeliche e della Tavola Valdese, sia alla rete accogliente della Chiesa italiana, in particolare della Caritas, sia all’impegno del Governo italiano e dei Governi che vi hanno ricevuto».
Papa Francesco descrive così i corridoi umanitari – grazie ai quali sono arrivati in Europa in legalità 6080 migranti – nel discorso che consegna mentre incontra i rifugiati giunti attraverso questo sistema di accoglienza, insieme alle famiglie e ai rappresentanti di enti e realtà che li accolgono e ne curano l’integrazione.
Il Pontefice torna anche a parlare di Cutro – a quasi tre settimane dalla tragedia è salito a 87 il numero delle vittime – scandendo che «quel naufragio non doveva avvenire, e bisogna fare tutto il possibile perché non si ripeta»: bisogna mettere fine alle tragedie del mare.
Nell’«Aula Paolo VI» sono in 7mila, tra i migranti giunti in Italia, Andorra, Belgio, Francia e San Marino, e le persone che hanno aperto loro le porte di casa, a cui il Vescovo di Roma esprime gratitudine.
Jorge Mario Bergoglio denucia che il Mediterraneo «è diventato un cimitero»; secondo il Papa «una migrazione sicura, ordinata, regolare e sostenibile è nell’interesse di tutti i Paesi. Se non si aiuta a riconoscere questo, il rischio è che la paura spenga il futuro e giustifichi le barriere su cui si infrangono vite umane». Francesco ribadisce che è «terribile» la situazione dei «lager in Libia».
Dal 2016 sono 6080 gli immigrati arrivati nel continente europeo con i corridoi umanitari: lo comunica Daniela Pompei della Comunità di Sant’Egidio, presentando l’esperienza al Pontefice. «Siamo in tanti oggi – esordisce l’esponente di Sant’Egidio – confusi tra chi è stato accolto e chi ha aperto le porte della sua casa e del suo cuore, in questo abbraccio che sono i corridoi umanitari. Essi sono nati dalla memoria dolorosa delle morti in mare, sono nati dal pianto e dalla preghiera. La preghiera e il dolore ci hanno aiutato a non rassegnarci: a riflettere, a lottare per costruire una via alternativa ai barconi. La preghiera e il dolore ci hanno spinto, costretto quasi, a quella creatività nell’amore di cui lei Santo Padre tante volte ha parlato. Dal 2016 ad oggi sono state salvate 6080 vite umane, giunte in Europa legalmente, arrivate soprattutto in Italia, ma poi in Francia, in Belgio e un limitato numero nel principato di Andorra e a San Marino». È una «piccola luce di fronte al muro dell’impossibilità e dell’idea che non si possa fare niente». Questo è «vero per chi è giunto sano e salvo, ma penso anche ai tanti richiedenti asilo che ci scrivono dai paesi in guerra o dai campi profughi. I corridoi umanitari sono una speranza anche per loro: c’è un’altra via possibile oltre a quella disperata dei viaggi in mare. Sono una via quando si vedono solo muri».
In questa giornata «vediamo il futuro: un popolo misto, di gente diversa ma che costruisce un futuro fraterno e felice. Fratelli tutti! Aprire una via è stato l’inizio ma poi la sfida di ogni giorno è vivere insieme. Quanti bambini sono nati in questi anni! Quanti matrimoni e case arredate, ricongiungimenti, feste di laurea. Quanta vita che rinasce anche nei piccoli comuni spopolati. Anche problemi naturalmente, ma quanta vita! L’accoglienza ha messo in moto un movimento di integrazione e di pace. In tanti qui potrebbero raccontarlo».
Parrocchie, associazioni, comuni, congregazioni religiose, famiglie, «tante persone che hanno sentito la responsabilità di accogliere. E chi ieri è stato accolto, oggi è in prima linea per accogliere altri che arrivano. “Insieme” è una parola fondamentale dei corridoi umanitari. L’accoglienza non la si può fare da soli. Per accogliere è necessario essere “insieme”. Ci siamo sentiti più comunità: questo è stato il dono inatteso dell’accoglienza. Accogli una famiglia che scappa dalla guerra e, con chi cerca riparo, scopri una comunità di persone che si aiutano e che, con te, lottano e sperano».
Libano, Etiopia, Libia, Pakistan, Iran, Niger, Grecia e Cipro e «in modo diverso l’Ucraina, sono gli avamposti degli otto corridoi umanitari da dove inizia la via sicura per arrivare in Europa. Sono arrivati cittadini Afgani, siriani, eritrei, congolesi, nigeriani, camerunesi, sudanesi, somali, yemeniti, irakeni, palestinesi, guineani, togolesi e da ultimo gli ucraini, soprattutto donne e bambini. Ora ci conosciamo, ma questa storia di amore e di amicizia è nata prima. È nata quando siamo andati a cercare nell’inferno dei campi profughi persone che non conoscevamo ma che già sentivamo fratelli e sorelle. Il bisogno è grande, tanti, troppi, continuano a morire. Continui a sostenerci Santo Padre, ci benedica, perchè non diventiamo mai sordi al grido che sale da tanti luoghi di dolore. Sentiamo la responsabilità e l’urgenza di fare di più e di fare presto».
Ecco poi una testimonianza, quella di Mattia, dalle Marche: «Sono emozionato di rappresentare, davanti a lei, una comunità di famiglie che non hanno avuto timore ad aprire le loro porte e alla fine si sono ritrovate con tanti nuovi parenti, venuti da lontano, oggi non più stranieri. Per la mia famiglia tutto comincia nel 2018, quando mio suocero Lamberto, capofila di un gruppo di volontari, ci lascia in eredità l’accompagnamento di una famiglia siriana, arrivata con uno dei primi Corridoi Umanitari: papà, mamma e due figli piccoli, fuggiti dalle bombe e dalla distruzione di Homs. “Pensate, i vostri figli, Bianca Maria e Francesco, avranno la possibilità di confrontarsi con bambini di un’altra cultura!”, ci diceva con fierezza Lamberto all’indomani del loro arrivo in Italia. “Avete perso un padre, ma avete trovato due fratelli”, così ci hanno detto Anton e Nadine al funerale di Lamberto, scomparso appena quaranta giorni dopo il loro arrivo. Due fratelli in più, quindi, la scoperta della Comunità di Sant’Egidio, e una piccola rivoluzione che cominciava nelle Marche, nella piccola Castelfidardo, con altre famiglie e compagni di viaggio straordinari: Dariana, Paolo, Alessandro e Barbara, solo per citare alcuni tra i presenti. Con loro ci siamo organizzati per provvedere a tutto: chi alla scuola per Mousa e Yana, chi alle visite mediche, chi ai documenti, alla ricerca della casa, al lavoro, che da noi non manca».
Soprattutto all’inizio, anche alcune «incomprensioni, come capita in tutte le famiglie, dovute non solo alle differenze culturali, ma soprattutto a ferite interiori profonde, alla difficoltà di riacquistare fiducia negli altri: “In guerra non sai più di chi ti puoi fidare”, ci hanno ripetuto più volte. Solo ora, dopo che una guerra, quella in Ucraina, mina la pace in Europa, sono riuscito a carpire il vero significato di quelle parole. Sì, perché creare ponti significa anche mettersi in discussione».
Nulla avviene «per caso. Nel pieno del lockdown, la Provvidenza ha voluto che la nostra esperienza si incontrasse con quella di nuovi amici delle Marche, che a Macerata e Civitanova, hanno voluto ripetere la nostra esperienza. Così, come un contagio positivo, da quel primo corridoio ne sono nati altri due. Ecco perché oggi la nostra non è più una semplice esperienza. Siamo convinti che sia molto di più: i corridoi umanitari sono una via sicura per salvare vite umane e sono un grande dono per questa nostra Europa, spesso invecchiata e rassegnata. Il nostro augurio è di vedere esteso questo modello a tutto il continente. Siamo qui a testimoniare proprio questo e credo che le mie parole valgano anche per tutti coloro, tanti, che hanno ospitato in Italia e in Europa: dall’accoglienza e dall’integrazione può nascere una società culturalmente ed umanamente arricchita. Un mondo cambiato. È davvero, Padre Santo, vivere “Fratelli tutti”. Per questo la ringrazio, per aver dato voce oggi a chi accoglie e a chi viene accolto, e per le sue parole che risvegliano ogni giorno le nostre coscienze».
Papa Francesco ascolta le drammatiche vicende di chi ha dovuto subire ogni sorta di violenza e dolore nella ricerca di una vita più dignitosa, di un futuro migliore. Come Meskerem, arrivata dall’Eritrea: «Sono uscita da ragazza dal mio paese, avevo 15 anni con mia sorella Masa che ne aveva 23. Io non sono mai andata a scuola. Mia sorella doveva andare via perché era stata chiamata a fare il servizio militare. Che in Eritrea non si sa quando finisce. Mia madre con il cuore spezzato ci ha mandato via per salvare la nostra vita, ci ha dato tutti i soldi di casa e il suo oro. Abbiamo camminato tanto di notte fino al Sudan. Dal qui mia sorella ha organizzato il viaggio verso la Libia. Abbiamo attraversato il Sahara con un pick-up, eravamo tanti, uomini e donne». Se qualcuno cadeva giù, «il pick-up non si fermava. Alcuni venivano rapiti già in questo percorso».
Prima di entrare in Libia «ci hanno messo in un capannone pieno di gente, c’era un odore insopportabile. Eravamo prigioniere. Mia sorella ha iniziato a contrattare per uscire, loro hanno visto che aveva l’oro e lo hanno preso. Alla fine siamo riuscite a uscire e abbiamo iniziato a lavorare un po’. In quel periodo riuscivamo a parlare con nostra madre ed io ero felice. Un giorno mia sorella non è più tornata a casa e da allora non so più niente di lei. L’ho cercata ovunque, senza successo. Dalla signora vivevo come una schiava e un giorno sono scappata e mi sono unita ad altri eritrei. Mi hanno portato in un capannone pieno di gente “Ghem ghem bari” che significa “Prima del mare”».
Coloro che «pagavano partivano a gruppi. Stando li ho conosciuto Suleiman, il mio futuro marito. Senza pagare non si parte. I capi del capannone mi hanno portato in una casa per guadagnare i soldi del viaggio. Sono stata lì 6 mesi e ho subito violenze di tutti i tipi e “mi hanno mancato di rispetto”. Non mi reggevo più in piedi, mi hanno riportata nel capannone per partire. Lì ho incontrato di nuovo Suleiman lui ha avuto pietà di me e ha iniziato a proteggermi. Una volta ci siamo imbarcati siamo stati undici ore nel mare, è arrivata una barca della guardia costiera libica e ci ha riportato indietro. Siamo stati di nuovo imprigionati a Bem Kasher a Tripoli». Sono stati lì «undici mesi. Aspettavamo che Unhcr venisse a registrarci. Io e Suleiman ci siamo sposati nel campo e nel campo è nata mia figlia». Un giorno le arriva «la telefonata dall’Italia, e mi dicevano che ero stata inserita nei corridoi umanitari. Alla prima telefonata non ci ho creduto. Poi alla seconda hanno iniziato a chiedermi i documenti, il nome di mio marito e di mia figlia. In quel momento ho sentito come un angelo che mi prendeva dalla terra e mi portava in volo oltre il mare fuori dall’inferno. Non riuscivo più a dormire, pensavo davvero partiremo? Mi sembrava impossibile. Poi ci ha chiamato anche l’Unhcr e allora mi sembrava più vero. Ero molto felice, ma anche sull’aereo avevo paura, pensavo che mi avrebbero fatto scendere prima di partire». Il suo «inferno in Libia è terminato dopo dieci anni». Adesso le piacerebbe tanto «che anche quelli rimasti indietro provassero la mia gioia. Ora sono incinta aspetto il mio secondo figlio, siamo molto felici perché mia figlia vive qui, va a scuola, lei non vivrà quello che io ho vissuto. I miei ringraziamenti non saranno mai sufficienti, il mio cuore è pieno di gioia».
(da Globalist)
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Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
LONDRA RITIENE CHE POSSA SERVIRE COME UNA PEDINA DI SCAMBIO PER APRIRE UNA VERA TRATTATIVA. SE I RUSSI FARANNO CONCESSIONI, L’INCHIESTA SULLA TRATTA DEI BAMBINI FINIRÀ NEL NULLA… TANTO QUELLA CHE CONTA DAVVERO, PER CRIMINI DI GUERRA, ARRIVERÀ COMUNQUE
È solo l’inizio, il mandato d’arresto contro Putin emesso dalla Corte penale internazionale per la tratta dei bambini ucraini, e in questa fase ha un valore principalmente politico, come uno degli strumenti da usare per spingere il capo del Cremlino ad accettare un negoziato serio per mettere fine alla sua invasione.
La vera minaccia di andare in tribunale, invece, viene dall’inchiesta assai più vasta in corso, che riguarda tutti i gravi crimini di guerra commessi in diretta televisiva mondiale dall’inizio della “operazione militare speciale”. Un redde rationem che alla fine arriverà, come era accaduto per il serbo Milosevic, ma dopo la firma degli accordi di pace di Dayton.
Secondo fonti direttamente coinvolte nelle inchieste, il mandato di arresto di venerdì lo ha voluto principalmente la Gran Bretagna, e potrebbe servire come una pedina di scambio per la trattativa. La vera indagine sui crimini di guerra è quella che stanno facendo gli altri, e sarà il processo più documentato nella storia di questi procedimenti.
Gli occidentali in sostanza si sono divisi i compiti in tre: gli americani forniscono soprattutto l’hardware militare; l’Unione europea soprattutto i soldi, anche in vista della ricostruzione; e gli inglesi, che non hanno né le armi degli americani, né i capitali dell’intera Ue, si occupano dell’accountability.
Il caso sui rapimenti dei bambini non è particolarmente forte, rispetto alla gravità di tutti gli altri crimini commessi, però serve ad avvertire Putin e i suoi alleati che comunque non la scamperanno. Perciò è una delle tante pedine messe sul tavolo per favorire e preparare il negoziato: se lui farà concessioni sul processo per mettere fine alla guerra, gli avversari potrebbero soprassedere su questa inchiesta. Tanto l’indagine vera che manderà Putin in tribunale non è questa, ma l’altra in corso.
Per capire il possibile meccanismo, torna utile ricordare cosa avvenne con Milosevic: prima ci fu Dayton e l’accordo per la pace; poi, sei anni dopo, il processo all’Aja.
La quantità di prove accumulate è enorme, perché i russi hanno commesso crimini di guerra in diretta mondiale, su ordine del Cremlino.
Se in Bosnia avveniva un massacro, bisognava andare fra le montagne a scoprirlo, scavare le fosse comuni, esumare e analizzare i cadaveri. In Ucraina invece abbiamo visto tutto in diretta social, con prove schiaccianti di crimini enormi.
(da La Repubblica)
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Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL GIUDICE SPORTIVO
Alla fine la partita, non quella giocata sul campo, l’ha vinta l’Athletic
Brighela, la squadra di calcio dilettantistico che domenica 5 marzo ha esposto in campo uno striscione per sensibilizzare sui naufragi dei migranti in mare. Il giudica sportivo gli ha infatti annullato la multa che era stata comminata dalla Federazione Giuoco Calcio.
Dopo aver ricevuto la sanzione pecuniaria, oltre alla squalifica per il capitano della squadra e per l’allenatore, l’Athletic Brighela aveva diffuso un comunicato stampa con cui preannunciava l’intenzione di dare battaglia.
“L’abbiamo fatto per tutti i cittadini del Mondo sotto le bombe e continueremo a farlo per tutte le sorelle e i fratelli dimenticati in fondo al mare”, avevano dichiarato, annunciando: “Noi non ci fermiamo”.
Quello di cui non si capacitavano i giocatori era il motivo per il quale nessuno avesse protestato quando, lo scorso anno, avevano esposto uno striscione contro la guerra in Ucraina e, invece, siano stati sanzionati per quello sui migranti. “Qual è la differenza?”, avevano chiesto ai microfoni di Fanpage.it.
Annullata la multa
Eros Tasca, il direttore sportivo della squadra che ha una forte vocazione sociale, ha annunciato che “il giudice ha accolto il ricorso: la multa verrà annullata, il capitano tornerà a giocare da domenica 19 marzo e l’allenatore in panchina da settimana prossima”.
“Hanno compreso che la nostra infrazione – continua – era mossa da una buona causa: la Federazione non ci avrebbe mai concesso l’autorizzazione in pochi giorni e se avessimo fatto passare troppo tempo la notizia avrebbe perso la sua rilevanza”.
E alla fine la partita più importante, quella della sensibilizzazione, anche l’eco che ha avuto il caso, l’hanno vinta loro.
(da Fanpage)
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Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
DIETRO CI SAREBBE LO ZAMPONE DEL SUOCERO DEL “CAPITONE”, DENIS VERDINI… TOMASI È VISTO DI BUON OCCHIO ANCHE DA “WEBUILD”, CHE GUIDA IL GENERAL CONTRACTOR CHE DOVREBBE COSTRUIRE IL PONTE SULLO STRETTO
Ci sarebbero di nuovo cognati e suoceri eccellenti, in mezzo a questa storia di nomine che vede al centro di un’ennesima contesa di governo Rfi, l’azienda che controlla la rete ferroviaria italiana, parte del Gruppo Fs.
Fratelli d’Italia non vede di buon occhio la scelta che ha in testa la Lega, perché gli uomini della premier Giorgia Meloni sospettano che dietro la proposta di Matteo Salvini ci sia lo zampino del padre della fidanzata Francesca, l’ex senatore berlusconiano Denis Verdini, condannato in via definitiva a sei anni e mezzo per bancarotta.
Rfi è uno dei veicoli principali per la messa a terra dei finanziamenti del Pnrr. Sono poco meno di 25 miliardi di euro i soldi destinati dal piano europeo alla costruzione della rete ferroviaria e dell’Alta velocità.
Chi avrà in mano Rfi avrà in mano gli appalti dei prossimi anni, in teoria quelli che entro il 2026 dovrebbero cambiare il volto all’Italia. E avrà anche la regia della costruzione del Ponte sullo Stretto, opera simbolo per Salvini.
Il vicepremier vuole un uomo di fiducia. Ha fatto un nome, Roberto Tomasi, attuale amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, a capo del colosso dopo la tragedia del Ponte Morandi.
La ricostruzione di Genova è considerata dai leghisti un modello che si può e si deve replicare altrove. Ed è un ottimo biglietto da visita per Tomasi, sponsorizzato dal viceministro genovese Edoardo Rixi e da WeBuild, la società nata dalla ex Salini Impregilo, che ha partecipato al rifacimento del ponte nel capoluogo ligure.
Per FdI è Salini a spingere per Tomasi, grazie ai consigli rivolti a Salvini da Verdini e dal figlio Tommaso, che negli ultimi anni, attraverso la sua società di consulenza, la Inver Srl, ha indirizzato gli affari su aziende specializzate in lavori pubblici.
Per dire, la scorsa estate Verdini jr è risultato indagato per corruzione e traffico di influenze, in un’inchiesta della procura di Roma sugli appalti dell’Anas, società che gestisce le strade e che da sei anni è parte del Gruppo Fs.
Nell’azionariato della società che si occuperà del Ponte è previsto che il 51 per cento rimanga al ministero dell’Economia, dove siede un altro leghista, Giancarlo Giorgetti. Ma alla governance parteciperanno, assieme alle Regioni Calabria e Sicilia, anche Anas e Rfi.
Il decreto approvato tre giorni fa prevede il ritorno del general contractor Eurolink, guidato da WeBuild, già Salini Impregilo. Chiaro che un interlocutore già apprezzato come Tomasi faciliterebbe molto i rapporti. Di sicuro è quello che pensano nella Lega e al ministero.
Tra i diversi nomi che hanno ricevuto i punteggi più alti dai cacciatori di teste ingaggiati dal Mef, l’altro candidato forte alla guida di Rfi è Luigi Corradi, attuale ad di Trenitalia, sostenuto dall’ad di Fs Luigi Ferraris, dal suo braccio destro Massimo Bruno e da una vecchia conoscenza del potere romano: il faccendiere Luigi Bisignani.
(da La Stampa)
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Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
DAL 23,5% DI SHARE DEGLI ESORDI AL 18% DI GIOVEDÌ…IL PROGRAMMA DI RAI UNO “CINQUE MINUTI”, CONDOTTO DA VESPA, È UN FLOP ANNUNCIATO
Dal debutto col botto grazie al vento in poppa del Tg1, al crollo di
ascolti dopo appena due settimane. Volendo ironizzare si può dire che sembra proprio che siano già finiti i Cinque minuti di Bruno Vespa, la cui striscia quotidiana nell’access time, finito l’effetto novità, si sta dissolvendo.
A dirlo sono i dati sugli ascolti dove, malgrado il traino del Tg1 che lo precede e il pezzo da novanta che lo segue ossia Soliti ignoti – Il ritorno di Amadeus, si nota ormai un’emorragia di telespettatori che fa tremare il conduttore e anche i vertici di viale Mazzini che, malgrado le proteste dei suoi stessi dipendenti, hanno fatto all-in su una trasmissione appaltata all’esterno.
Una scommessa che sembra già drammaticamente persa visto che il programma, in onda tutti i giorni ad eccezione del sabato e della domenica, ha debuttato con un 23,6% di share, con 5 milioni e 165 mila spettatori, esibendosi in un’intervista – da molti definita ‘sdraiata’, alla premier Giorgia Meloni. Un esordio a tratti grottesco con il Presidente del Consiglio che ha potuto spaziare su più argomenti senza pressoché nessuna moderazione, figuriamoci contraddittorio. Insomma quasi un comizio.
Il risultato è stato che il format che doveva rivoluzionare l’access time di Rai1, già nella sua prima puntata è sembrato vecchio, per non dire antico. A ben vedere sembra che l’unica novità rispetto a quanto si vede altrove è nella sua durata, cinque minuti quasi spaccati, a cui deve il nome il programma stesso. Ma nulla più. Così la seconda puntata, del 28 febbraio scorso, ha perso già 1,1% di share arrivando al 22,5% con 4 milioni e 712mila spettatori. Una puntata che ha seguito un copione quasi identico a quello della precedente, con la differenza che questa volta l’ospite era il ministro Matteo Piantedosi e che di mezzo c’erano i tanti interrogativi legati alla tragedia di Cutro costata almeno 86 vittime.
Peccato che i telespettatori che si aspettavano di vedere il giornalista incalzare il titolare del Viminale sono rimasti delusi. Insomma davanti a un simile inizio, per giunta potendo contare sull’effetto novità e su ospiti di primissimo piano, è subito apparso evidente come qualcosa non stesse funzionando. Così, forse ingannati da un dato sullo share tutto sommato buono, non si è pensato di dover mettere una pezza e si è arrivati alla quarta puntata in cui le cose sono andate ancora peggio.
Questa volta in studio si presenta monsignor Georg Gänswein, il segretario di Joseph Ratzinger, dando vita a una chiacchierata surreale che a tanti è sembrata poco più di un trailer dell’intervista che sarebbe andata in onda poco dopo su Porta a porta. Impietoso pensare che mentre su Rai1 si mostrava questa sorta di maxi pubblicità di cinque minuti, quasi trent’anni fa e negli stessi spazi sullo schermo compariva un gigante del giornalismo e del servizio pubblico come Enzo Biagi. Ma ancora una volta Cinque minuti riusciva a portare a casa un più che buono 23%, con 4 milioni e 839mila spettatori.
Qualcuno deve aver pensato che ormai il programma si sarebbe assestato stabilmente tra il 23 e il 22%, ma il sogno è durato ben poco. Il giorno seguente, ossia venerdì 3 marzo, neanche la presenza di un pezzo da novanta come Carlo Verdone ha convinto i telespettatori a restare ancorati a Rai1 con Cinque minuti che ha raccolto a malapena il 21,7% di share con 4 milioni e 337mila spettatori. Puntata dopo puntata e sbadiglio dopo sbadiglio, anche la soglia psicologica del 20% è però saltata tanto che ormai a viale Mazzini risuonano le sirene d’allarme. Del resto gli ultimi dati sono impietosi tanto che giovedì Cinque minuti ha segnato un misero 18%, pari a 3 milioni e 767mila spettatori, dimostrando come Vespa ormai non punge più.
(da La Notizia)
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Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
UNIVERSITA’ E LAVORO, L’EMORRAGIA DI TALENTI E’ RIPRESA DOPO IL COVID
Tra il 5% e l’8% dei laureati italiani parte per l’estero. Questo è quello che emerge dall’elaborazione dei dati del Ministero dell’Università con quelli dell’Istat fatta dal Sole 24 Ore. E l’emorragia è grave.
Nonostante il fenomeno abbia subito un rallentamento durante la pandemia grazie a numerosi rientri, nel periodo il saldo tra chi parte e chi torna è comunque negativo: -79 mila persone tra i 25 i 34 anni con in tasca un titolo di istruzione superiore.
Partono da tutta Italia, ma c’è un problema. Se i posti vacanti del Nord vengono riempiti dai laureati del Sud, lo stesso non avviene nel Meridione, che si spopola di talenti senza che vi sia una compensazione. A partire, sono professionisti altamente formati e qualificati: medici, ingegneri, specialisti dell’informatica. E questi numeri non tengono conto di un altro fattore: la fuga di cervelli sempre più spesso inizia già durante gli studi.
All’estero si guadagna il 50% in più
La ragione è quella che si può immaginare. I giovani laureati partono attratti dalle migliori opportunità offerte all’estero, «soprattutto in termini di retribuzioni e prospettive di carriera», si legge nel rapporto di AlmaLaurea.
All’estero c’è una minore incidenza del lavoro autonomo. Solo il 4,6% lo sceglie fuori dai confini nazionali, contro il 13% in Italia. Rapporto opposto per i contratti a tempo indeterminato: 51,8% all’estero, 27,6% in Italia.
A pesare, forse più di tutto, è la questione economica. Chi si trasferisce, a uno anno dalla laurea, ha una retribuzione mensile di circa 1.963 euro mensili netti. Contro i 1.384 euro percepiti in Italia. A cinque anni, poi, quasi non c’è paragone. Oltre 2.350 euro all’estero, appena 1.600 in Italia.
L’Italia caccia più talenti di quanti ne accoglie
Confrontando il nostro Paese con il resto d’Europa e gli Usa, ci si rende conto delle differenze, e del perché i mancati rientri ci costino ogni anno l’1% del Pil.
Secondo l’ultima rilevazione Unesco, il 4,2% dei laureati ha lasciato il Paese, mentre a entrare sono stati l’equivalente del 2,9%. Nel Regno Unito l’uscita si limita all’1,5%, mentre l’entrata tocca il 20,1%. In Germania esce il 3,8% ed entra l’11,2%. In Francia le cifre sono rispettivamente 4% e 9,2%, in Spagna 2,2 e 3,8; mentre in Portogallo 6 e 11,6.
Il nostro è l’unico Paese con un saldo negativo tra quelli considerati. Che caccia più talenti di quanti ne accoglie.
Ma di quanti soldi stiamo parlando? Per formare un laureato, calcola la Fondazione Nord Est, servono 300 mila euro, tra spese della famiglia e dello Stato. un investimento perduto se poi il talento lascia l’Italia. Un danno che negli ultimi 10 anni viene stimato in 600 miliardi di euro, per un totale di circa 2 milioni di esodi se si contano anche quelli avvenuti a metà del percorso di studi.
(da Open)
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Marzo 19th, 2023 Riccardo Fucile
L’EX COMPAGNA DI BERLUSCONI: “SALVINI OMOFOBO E RAZZISTA. CALANDA NON HA VOTI NE’ TALENTO, ELLY UNA COMBATTENTE”
Il giorno dopo la manifestazione di piazza della Scala a Milano, che ha
radunato migliaia di cittadini e attivisti “arcobaleno” – a seguito dello stop imposto dal Viminale alle trascrizioni degli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali, Francesca Pascale parla, se non da leader, da megafono delle richieste del mondo Lgbtq+.
Lo fa in un’intervista al Corriere della Sera nella quale non si sottrae alle domande sulla sua vita privata – attuale e passata – ma si concentra soprattutto sulle battaglie politiche di oggi: e sui “voti” ai leader politici dei diversi schieramenti.
«Gli omofobi di questo Paesi e i sovranisti di questo governo ci trattano peggio dei criminali, come fossimo l’ultima ruota del carro».
Con chi ce l’ha l’ex compagna di Silvio Berlusconi? Certamente con il leader della Lega Matteo Salvini, sul quale il giudizio, come già detto ieri in piazza e sui social, è senza appello: «È omofobo e razzista. Non dimentico quello che ha detto sui meridionali: non la indossavo certo io la maglietta con su scritto “Padania is not Italy“. E non si può recuperare punti con il ponte sullo Stretto di Messina».
Diverso, viceversa, l’atteggiamento verso la premier Giorgia Meloni: «Quando giravo nei meandri della destra incontravo molte persone omosessuali. Mi spiace che lei non se ne renda conto», punge. Quindi, aperto il credito di fiducia “nella donna che è” (la premier, s’intende), l’appello: «Mi piacerebbe che ci guardasse con un occhio sereno, semplice, come guarda sua figlia e i suoi cari. Dovrebbe farci caso come donna, come madre, come cristiana, ma soprattutto come persona civile». E Berlusconi, la terza punta del polo di governo? Nessun pensiero sull’oggi, ma un ricordo tra il personale e politico di ieri sì: «Su questi temi gli rompevo l’anima quotidianamente, fino a far finire la nostra storia».
Tra pubblico e privato
Pascale, da alcuni mesi convolata a nozze con la nuova compagna, la cantante Paola Turci, ha approfittato tra l’altro del diverbio avuto ieri in piazza con Piero Ricca per raccontare di non avere mai nascosto la propria bisessualità «alle persone care della mia vita, anche a Berlusconi».
«Francamente non mi sento diversa da una coppia eterosessuale», dice ancora al Corriere riflettendo del suo amore con Paola Turci, che un giorno potrebbe ampliarsi: «Mi piacerebbe diventare genitore, ma mi piacerebbe avere la libertà di pensarci senza sentirmi un criminale».
Un chiaro riferimento alla battaglia per il riconoscimento dei figli di coppie omogenitoriali, su cui ieri ha (ri)lanciato la sfida politica la neo-segretaria del Pd Elly Schlein. Per la quale Pascale spende parole al miele: «Mi piace molto come persona, come donna, come combattente. Non riconoscersi nei valori di centrosinistra e votare a destra, nelle mie condizioni, è come se un capretto votasse per la Pasqua».
Qualcuno sostiene però che sia ancora acerba, non pronta per la grande sfida politica nazionale, le hanno fatto notare in piazza alcuni cronisti. Lapidaria la risposta, utile a “smontare” un altro leader: «Lo dirà qualche uomo tipo Calenda, che ha insultato due leader come Meloni e Schlein definendole “due titani”. Sarà bravo lui: un genio senza voti, senza leadership e senza talento», la dichiarazione tranchant riportata da La Stampa.
Che a interpretare un nuovo ruolo e costruire una leadership “diversa”, dopo il trampolino di Milano, punti ora proprio lei?
(da Open)
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