Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
“SBAGLIATO L’IRRIGIDIMENTO SECURITARIO. INUTILE PRENDERSELA CON GLI SCAFISTI, I VERI CRIMINALI SONO I TRAFFICANTI”
L’ex sottosegretario e capo della polizia Franco Gabrielli critica
l’approccio del governo all’immigrazione. E anche il decreto sulle Ong. «Ultimamente c’è stato un irrigidimento securitario. Ma secondo me questo criterio non aiuta. Inutile prendersela con gli scafisti, che sono gli sfigati della filiera, mentre i veri criminali sono i trafficanti che fanno commercio di esseri umani», dice in un’intervista a La Stampa.
Gabrielli dice di essere «il meno indicato a fare la difesa del governo Meloni. A differenza di Piantedosi io sono stato un questurino doc. Non mi sarei espresso come lui sulla strage di Cutro. Se non altro perché c’era gente proveniente pure dall’Afghanistan, che abbiamo abbandonato quando abbiamo lasciato il paese. Il problema è che si è spostato l’approccio dell’immigrazione da una gestione di ricerca e salvataggio a una securitaria, come dimostra l’invio della gdf e non della guardia costiera».
Per Gabrielli «le misure sono sempre provvedimenti spot e qualsiasi sia il giudizio sui singoli provvedimenti è difficile che producano gli effetti sperati. In Africa vivono 1,2 miliardi di persone, che secondo l’Onu arriveranno a 2 nel 2050. E noi per loro siamo i ricchi e l’unica speranza».
Ma, spiega l’ex sottosegretario, accogliere tutti non si può: «Creerebbe ulteriori tensioni in Europa. I fenomeni vanno governati con un percorso che implichi il coinvolgimento dell’Ue». Ma «in questi anni siamo passati dal buonismo al cattivismo senza una vera programmazione di politiche durature».
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
ROCCA DENUNCIA LA GUARDIA COSTIERA LIBICA… BRAVO, VALLO A SPIEGARE A PIANTEDOSI E A CHI CE L’HA MESSO
Il governatore della regione Lazio, Francesco Rocca, ha pubblicato un tweet in cui denuncia quello che è successo nelle acque di fronte all’Italia, nel Mediterraneo, in questi giorni preso letteralmente d’assalto da un’onda di profughi che a bordo di imbarcazioni di fortuna – gommoni, caicchi, persino un guscio di metallo, barchini di legno, vecchi pescherecci – cercano di sfuggire da condizioni di vita spesso insostenibili.
Nonostante la sua appartenenza alla maggioranza di centrodestra che punta sugli accordi con la Libia e vuole frenare l’azione delle Ong, Rocca si dice “scioccato e preoccupato!”.
Inizia infatti così il ‘cinguettio’ dell’attuale presidente dell’Ifrc (International Federation of the Red Cross and Red Crescient Society).
“La guardia costiera libica ha bloccato un’operazione di salvataggio della OceanViking avvicinandosi pericolosamente e sparando diversi colpi di arma da fuoco in aria. I volontari non sono un obiettivo: salvare vite umane è un imperativo umanitario e un obbligo legale”.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
PAROLE DI BUON SENSO SE LA CONTROPARTE GOVERNATIVA NON FOSSE IN MALEFEDE…CON I RAZZISTI INUTILE DISCUTERE, APPLICARE LA LEGGE
Le Ong scrivono alla premier Giorgia Meloni, al governo e al
presidente della Repubblica Sergio Mattarella e chiedono un coordinamento comune per far fronte allo sforzo straordinario che si rende necessario per i soccorsi in mare nel momento in cui i flussi rischiano di andare fuori controllo.
Per iniziativa della Ong italiana Mediterranea la flotta umanitaria dice: “Basta guerra alle Ong”.
Chiedendo dunque di abbassare il livello dello scontro che contrappone le Ong ai soccorsi di Stato e proponendo una collaborazione sotto il coordinamento del comando generale della Capitaneria di porto, come si faceva e si è sempre fatto nei tempi in cui la guardia costiera coordinava un dispostivo di soccorsi molto ampio di cui erano parte, oltre le Ong, anche le navi mercantili e i pescherecci.
Ecco la lettera, in anteprima per Repubblica: “Vi scriviamo come Mediterranea, associazione italiana legalmente costituita, che gestisce le missioni della nave del soccorso civile “Mare Jonio”, battente bandiera italiana. Dopo la strage di Cutro, ad oggi, più di 100 persone, uomini, donne e bambini, hanno perso la vita in nuovi naufragi nel nostro mare. Al di là di qualsiasi considerazione, è una tragedia umanitaria che il nostro Paese e l’Europa, non possono derubricare a ‘fatale conseguenza della situazione corrente’. Certo, tutto si può spiegare con analisi raffinate, anche se spesso diametralmente contrapposte, sul perché siamo giunti a questo, e sul perché tante vite umane siano state perse. Ma quello dobbiamo invece fare è mettere al centro, qui ed ora, una grande e corale azione immediata, di istituzioni e società civile, di un’intero paese, per impedire innanzitutto che altre morti innocenti insanguinino la nostra storia e il nostro mare”.
“Vi rivolgiamo, con tutta l’umiltà possibile, un’appello che nasce dal profondo della nostra coscienza: basta guerra alle Ong, alle navi del soccorso civile. Cooperiamo per salvare in mare più vite possibili. Produciamo un’azione sinergica, davanti a questo imperativo – salvare! – che possa indurre l’Unione Europea ad uscire dalla sua latitanza su questo tema, e a mettere in campo una missione coordinata di soccorso in vista di una estate che si preannuncia terribile dal punto di vista dei rischi in mare. Vi preghiamo di voler mettere davanti a tutto, posizioni politiche, strategie di lungo respiro, animosità nei nostri confronti, il bene supremo del soccorso verso chi non ha colpe e chiede il nostro aiuto”.
“Vi preghiamo di onorare fino in fondo la storia di questo Paese, della sua tradizione millenaria di accoglienza e immigrazione. Togliere mezzi disponibili e utilizzabili per i soccorsi in mare, equivale in questo momento a condannare a morte centinaia di persone. Delegare alla sedicente ‘guardia costiera libica’ il controllo della zona Sar più grande del Mediterraneo, non metterà al sicuro le persone che tentano di fuggire da quell’inferno. Sapete meglio di noi che la Libia non è un ‘place of safety’, e che ogni loro ‘soccorso’, quando accade, equivale in realtà a una cattura e a una deportazione in un luogo dove la violazione dei diritti umani è sistematica e terribile. Ciò avviene in spregio alla Convenzione di Ginevra sui profughi e rifugiati”.
“Pensare che la Tunisia, con la crisi che sta affrontando e dopo l’incitamento razzista di Saied contro i rifugiati subsahariani, possa ‘salvare’ qualcuno che da lì fugge terrorizzato, non è plausibile. Sommessamente vi ricordiamo che tutti coloro che saranno riportati indietro in questi Paesi, se non vengono uccisi prima, tenteranno di nuovo, ingrassando le grandi mafie del traffico di esseri umani. Vi chiediamo dunque, come previsto peraltro dal Piano Sar Nazionale, di coordinare una grande azione che coinvolga i mezzi militari e civili, per affrontare come farebbe un grande Paese questa strage annunciata e continua. Prima si salva, poi si discute”.
(da La Repubblica)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
AEROPORTI E OSPEDALI IN TILT, MIGLIAIA DI MANIFESTANTI VERSO LA KNESSET
Il governo israeliano è in subbuglio all’indomani di una notte storica in Israele, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in in tutte le principali città in manifestazioni spontanee convocate via WhatsApp.
A scatenare l’ira di parte della popolazione è stata l’ennesima mossa azzardata del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ieri ha licenziato il ministro della Difesa Yoav Gallant dopo che questi aveva rotto l’unità all’interno del governo, chiedendo di ritirare la contrastatissima riforma della giustizia.
Dopo una notte di proteste in tutto il Paese, con la polizia impegnata a disperdere i manifestanti che avevano bloccato l’autostrada Hayalon, nelle prime ore del mattino il presidente della Repubblica Herzog ha chiesto al premier di fermare l’iter della riforma – il cui passaggio finale in Parlamento sarebbe previsto per questa settimana – perché questa «indebolisce il sistema giudiziario».
Un pressing che sembrava aver avuto successo: Netahyahu ha infatti annunciato che avrebbe parlato alle ore 10.30 italiane, e la stampa israeliana ha scritto che era pronto ad annunciare lo stop alla riforma. Ma il discorso è stato rinnovato dopo che l’ala destra della maggioranza si è rivoltata contro il possibile ritiro della legge.
In particolare Itamar Ben Gvir, leader del partito di estrema destra Potenza ebraica e ministro per la sicurezza nazionale, ha minacciato di dimettersi e far cadere il governo se il premier procederà con l’annuncio. Ben Gvir, riportano i media israeliani, ha affermato che il significato di un arresto della riforma sarebbe «una resa di fronte alle violenze nelle strade».
Senza il suo partito, Netanyahu perderebbe la fragile maggioranza su cui può contare alla Knesset. Fonti vicine al premier citate dall’agenzia di stampa Agi riferiscono che la decisione di ritirare la riforma è stata già presa. Ma fervono in queste ore contatti e negoziati.
Paese in fermento
La “corrente elettrica” democratica ha però ormai contagiato interi settori del Paese. Il leader del principale sindacato israeliano, Arnon Bar David, ha annunciato infatti lo sciopero generale sino a quando il provvedimento non sarà ritirato. «Questo è il Paese dei cittadini, di tutti i cittadini. Non lasceremo che sprofondi nell’abisso», ha dichiarato Bar-David. Messaggio immediatamente recepito dai lavoratori dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, il principale del Paese.
Il leader del sindacato dei dipendenti degli aeroporti israeliani Pinchas Idan ha annunciato infatti lo stop immediato di tutti i decolli. E a seguire anche il sindacato che rappresenta i medici del Paese ha annunciato di aver aderito allo sciopero, avvertendo che il sistema sanitario è «congelato con effetto immediato» sino a quando la riforma non sarà ritirata. Manifestanti stanno ora convergendo anche di fronte alla Knesset, il Parlamento israeliano, per aumentare al massimo livello la pressione sulla maggioranza di governo.
(da Open)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
“SPARI ALL’OCEAN VIKING? DOVEVANO DIRLO ALLA LIBIA”, CIOE’ AI CRIMINALI CHE HANNO SPARATO, NOTI TRAFFICANTI CHE L’ITALIA FINANZIA?
Dura nota della Guardia Costiera contro le Ong, accusate di essere
un ostacolo alle operazioni di soccorso in mare anziché un aiuto.
Il dubbio è che sia una nota del ministero veicolata attraverso i vertici militari. Troppo esilarante, altrimenti.
Colpa innanzitutto delle «continue chiamate dei mezzi aerei ong», spiega in una nota la Guardia costiera che lamenta di come le segnalazioni abbiano «sovraccaricato i sistemi di comunicazione dello Stato».
In pratica se un servizio ambulanze riceve troppe telefonate per soggetti feriti è colpa di chi telefona e rompe così i coglioni ai soccorritori.
Ma nei sistemi di comunicazione non basterebbe avere un call center adeguato o si rischia di trovare occupato? Misteri della fede.
A proposito poi dell’episodio denunciato dalla nave Ocean Viking della ong Sos Mediterannee, che ieri 25 marzo è stata minacciata da una motovedetta libica con spari in aria all’avvicinarsi della nave, la Guardia costiera italiana ha accusato la ong anche in quel caso di aver sovraccaricato il «Centro di coordinamento italiano in momenti particolarmente intensi di soccorsi in atto».
Insomma , se ti sparano addosso mentre cerchi di salvare vite, che cazzo telefoni al centro di ccordinamento italiano?
Secondo la Guardia Costiera, l’equipaggio della nave avrebbe dovuto segnalare l’episodio «al Paese di bandiera» della motovedetta 656, ovvero alla Libia. In pratica telefonare ai criminali che ti sparano addosso, ottima idea. Se ti rapinano per strada che cazzo chiani il 112, fatti dare il telefono dal rapinatore e chiamalo, magari si tranquillizza.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
NELLA BATTAGLIA SULLE AUTO VERDI IL GOVERNO MELONI È USCITO SCONFITTO E ISOLATO… L’AMBASCIATORE STEFANINI: “IL PUNTO È COME LA PARTITA È STATA GIOCATA. NOI CON LE REGOLE DELLA POLITICA INTERNA ITALIANA, CHE IMPONE DI FARE LA VOCE GROSSA, BERLINO CON LE REGOLE DEL GIOCO UE, CHE SI FA CREANDO ALLEANZE E NEGOZIANDO DIETRO LE QUINTE. PARLARE POCO E INCASSARE MOLTO
È bastato un tweet a far passare dal semi positivo all’insufficiente il bilancio del Consiglio Ue per l’Italia. Ieri mattina, Frans Timmermans, vice presidente della Commissione Ue, annunciava semplicemente «abbiamo raggiunto un accordo col governo tedesco sul futuro uso dei carburanti sintetici sulle autovetture».
Bene per l’industria automobilistica tedesca che potrà continuare a produrre e a vendere automobili con motore a combustione – purché ad alimentazione sintetica – oltre il 2035. Male per quella italiana che non ha ottenuto l’eccezione per i biocarburanti.
La questione delle eccezioni al bando del 2035 per i carburanti non fossili va tenuta separata dalla valutazione dei risultati del Consiglio europeo in quanto non era all’ordine del giorno. Non ci deve essere dubbio sulla capacità della presidente del Consiglio di difendere gli interessi italiani. Lo fa efficacemente e vibratamente. Non le si può rimproverare di essere per ora a mani vuote sui biocarburanti, importanti per noi quanto i carburanti sintetici per la Germania, per mancanza d’impegno.
La differenza non sta neanche nel maggior peso specifico della Germania rispetto alla Italia. Sta soprattutto nel come la partita è stata giocata. Noi con le regole della politica interna italiana, che impone di fare la voce grossa e tenere la massima visibilità; Berlino con le regole del gioco Ue, che si fa creando alleanze e negoziando dietro le quinte. Parlare poco e incassare molto. Questo vale per tutto: migranti, Pnnr, Mes ecc.
L’errore storico di molti leader italiani è stato di credere che battere i pugni sul tavolo porti dividendi in casa. In realtà, risultati che si ottengono a Bruxelles – e lo stesso vale in ogni foro multilaterale – sono spesso inversamente proporzionali ai pugni battuti. Meloni è purtroppo in buona compagnia di predecessori che fecero l’errore – e perseverarono. Per sua fortuna ha il tempo di correggere la rotta.
(da La Stampa)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
NON TUTTI GLI OBIETTIVI FISSATI DA BRUXELLES SONO STATI RAGGIUNTI, DUE MACRO PROBLEMI: LA “MESSA A TERRA” DEGLI IMPEGNI PRESI DAI COMUNI E IL CAPITOLO RE-POWER EU… MELONI E SALVINI HANNO CONCORDATO DI TENERE BASSO IL LIVELLO DELLO SCONTRO
È difficile che l’Italia incassi la terza rata del Pnrr nei tempi
stabiliti. Ne sono coscienti a Bruxelles e ora anche a Palazzo Chigi. Ma non sono questi 19 miliardi da erogare la vera preoccupazione della Commissione.
Anche nel governo italiano l’allarme è sempre più alto: il Pnrr è stato l’oggetto di una telefonata tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, avvenuta ieri, nella quale premier e vicepremier hanno concordato di tenere basso il livello dello scontro, nella speranza di ottenere qualcosa dall’Europa. E, come sull’immigrazione, il messaggio sul quale puntare è: questo non è un problema solo italiano.
Negli uffici tecnici della capitale belga il ritardo per questa singola scadenza non genera scandalo, né particolare allarme, rimandare di qualche settimana degli obiettivi così importanti può rientrare nel campo delle cose fisiologiche, anche se spostando la data più in là si rischia poi ti avvicinarsi troppo all’altra scadenza, quella di fine giugno, ovvero la quarta rata dal valore di 16 miliardi di euro.
L’Italia sta accumulando carte, ma non riesce a dimostrare altrettanta brillantezza nel passare dall’aspetto progettuale a quello concreto. Nell’analizzare i progetti presentati negli ultimi giorni del 2022, i tecnici comunitari hanno trovato alcune anomalie, in particolare sulle nuove norme delle concessioni portuali, ma non solo.L’appello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, citando Alcide De Gasperi, ha chiesto agli italiani di «mettersi alla stanga», nasce anche da questo clima. Il Quirinale si informa costantemente di questa partita, considerata decisiva per le sorti del Paese.
La questione è tutta in mano a Raffaele Fitto, ministro degli Affari europei, che nelle sue frequenti missioni a Bruxelles, l’ultima giovedì scorso, chiede ai suoi interlocutori di applicare la massima flessibilità, alla luce delle condizioni oggettive cambiate (aumento dei prezzi delle materie prime, dell’energia, le conseguenze della guerra in Ucraina). Il via libera, però, ancora non arriva.
Al di là dei singoli progetti, che sono sotto osservazione, la Commissione ha individuato due macro problemi: il primo è la cosiddetta “messa a terra” degli impegni presi dai Comuni e in secondo luogo il capitolo Re-power Eu, dove i piani italiani che coinvolgono, tra gli altri, Eni ed Enel, vengono giudicati ancora piuttosto indicativi.
Il governo manda segnali: martedì in Consiglio dei ministri verrà approvato il Codice appalti, mentre a breve verrà istituito il tavolo per la mappatura in vista delle gare delle concessioni balneari, due questioni sulle quali l’Ue ha uno sguardo molto attento. Ma nell’esecutivo Meloni il malumore è forte, perché si ritiene che oggi vengano al pettine nodi generati dal governo precedente.
Nella Lega, in particolare, non sono piaciute affatto le esternazioni di Gentiloni che nei giorni scorsi aveva, di fatto, invitato l’Italia a concentrarsi sul Pnrr e non sul Ponte sullo Stretto o sulla Flat tax. Meloni però ha chiesto cautela agli alleati, la premier spera di ottenere qualche risultato nel negoziato con l’Europa e quindi bisogna evitare di accendere fronti. Così vanno lette le dichiarazioni stranamente prudenti di Salvini sui biocarburanti, dove pur criticando, non si attacca frontalmente il commissario europeo Frans Timmermans.
(da La Stampa)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
“IL SINDACATO IN ITALIA HA ABDICATO AL PROPRIO COMPITO”
I sindacati hanno deciso una mobilitazione unitaria, ma qui non si scende in piazza come a Parigi. Professore Domenico De Masi, sociologo del Lavoro, c’è vita ancora nel sindacato?
“Se si guarda all’Europa e soprattutto alla Francia c’è da dire che c’è vita e anche forte. A Parigi si stanno imboccando delle corsie di lotta completamente inedite. È in atto in questo momento una mobilitazione generale che per la prima volta si ricollega alle parole d’ordine del ‘68. Quello che si chiede, oltre alle pensioni, riguarda la qualità complessiva della vita. La Francia ancora una volta si rivela la punta della freccia nel campo della lotta per i diritti. Forse anche questo fa da buon esempio per il sindacato italiano che ha attraversato un periodo di quiescenza perfino eccessivo”.
Lo sciopero generale nazionale unitario di Cgil, Cisl e Uil manca da più di 10 anni. Oggi potrebbero ritrovare le ragioni per scendere tutti e tre in piazza
“I sindacati degli ultimi decenni hanno via via abdicato al loro compito anche perché man mano i lavoratori si sono staccati dal sindacato. Ma diciamo che c’è stato un circolo vizioso. I lavoratori si staccavano dal sindacato e il sindacato via via era più debole e meno lottava e questo comportava il distacco sempre più forte dei lavoratori. Il sindacato ha perso sempre più forza ma ne ha perso anche per le sue incoerenze. Ha capito troppo tardi i cambiamenti profondissimi che si andavano a verificare nel mondo del lavoro. Si pensi all’atteggiamento nei confronti dello smart working. Per capire il sindacato bisogna prima di tutto capire cosa succede al suo interno. Il sindacato riguarda l’organizzazione del lavoro ma i sindacati a loro volta sono un lavoro organizzato. Se uno va nelle sedi della Cgil e della Cisl trova pochissimi che fanno telelavoro, trova un’organizzazione del lavoro antiquata e molto autoritarismo. Allora come può un sindacato lottare per migliorare il lavoro altrui se al suo interno il proprio lavoro è organizzato in modo ottocentesco? È una contraddizione in termini. Ma a proposito di sciopero unitario mi faccia dire una cosa”
Prego.
“Bisogna capire cosa questo significhi. Unitario per certi versi è positivo per atri può essere negativo. È la Cgil che si appiattisce sulle posizioni riformiste e blande della Cisl, che fu totalmente dalla parte di Renzi sul Jobs act, o la Cisl che finalmente si accompagna a posizioni più radicali che dovrebbero essere della Cgil?”
La lezione francese dunque darà la sveglia al nostro sindacato?
“C’è un fatto reale. Per la prima volta dal dopoguerra in Italia ci sono tre partiti di destra al potere. La presenza di un governo di destra costringe la sinistra, nelle sue varie articolazioni, a prendere atto che la condotta che si deve tenere quando si sta all’opposizione è completamente diversa da quella che si deve tenere quando si è al potere. La sinistra e quindi anche i sindacati si erano abituati ad avere un rapporto con il governo del Paese di complicità. Con la destra al potere tutto questo si rompe. Io credo che l’atto della Cgil di invitare Giorgia Meloni faccia parte ancora dell’armamentario tradizionale di un sindacato che cerca più la complicità che la lotta. Non si capisce perché la Cgil abbia invitato la Meloni. Cosa si aspettava da quella visita di cui si può vantare la Meloni di esserci andata e non la Cgil di averla invitata. Quello voglio sperare sia stato l’ultimo atto di complicità col governo e che il sindacato capisca che il governo attuale è un governo di destra. Che nel suo dna è sempre schierato dalla parte dei datori di lavoro e non dei lavoratori”.
C’è un’uguale crisi identitaria anche nei sindacati di altri Paesi?
“Certamente. L’Europa aveva una tradizione sindacale completamente diversa da quella americana. Il sindacato Usa è stato sempre riformista, ha sempre ricercato vantaggi locali piuttosto che pensare alla condizione dei lavoratori in tutto il resto del mondo. Nel caso europeo c’era un sindacato che poteva restare agguerrito, veniva fuori da una tradizione di difesa dei diritti dei lavoratori che ha conservato per 30 anni dopo la guerra, conseguendo in tutti i Paesi europei vittorie continue. In Italia dagli anni ‘50 in poi abbiamo avuto la riforma agraria, la Cassa del Mezzogiorno, la riforma del diritto di famiglia, quella sanitaria, e poi lo Statuto dei lavoratori. A partire dagli anni ‘80 si è invertito il rapporto. Alla lotta di classe dei poveri contro i ricchi è subentrata la lotta dei ricchi contro i poveri. La ricchezza è stata divisa in modo iniquo, man mano i salari hanno preso la fetta minore e i profitti degli imprenditori la fetta maggiore. E in Italia la situazione è emblematica essendo l’unico Paese europeo che in 30 anni ha visto diminuire i salari. Questo è uno scacco dei lavoratori che significa anche scacco per tutta la sinistra e per tutti i sindacati”.
Quale potrà essere il futuro dei sindacati in Italia?
“Devono prendere atto che c’è un governo ostile, che è dalla parte dei padroni e non dei lavoratori. Se nell’elettorato della Meloni c’è una forte presenza di lavoratori è perché non sono stati educati dalla sinistra, e si ritrovano in uno stato confusionale in cui sperano di avere dei vantaggi dai nemici dei lavoratori”.
La Fondazione Di Vittorio ha rivelato che il 47% dei giovani under 34 non si iscrive al sindacato perché non sa cosa fa.
“Il sindacato ha abdicato completamente alla sua funzione pedagogica e non solo i sindacati ma anche i partiti di sinistra. Se avessero portato avanti tale funzione pedagogica non ci sarebbe la confusione per cui il proletariato si ritrova a votare a destra”.
Perché i nostri sindacati sono stati così complici coi governi?§
“Perché è mancato un rapporto serio con gli intellettuali e sono mancati intellettuali di sinistra che facessero da guida a sindacati e partiti. La scissione dei sindacati e dei partiti dal mondo intellettuale è gravissima. D’altra parte il mondo intellettuale non ha portato avanti un’analisi seria della situazione vista da sinistra. E questo ha comportato una grande confusione ideologica, la presenza assurda di punti di vista neoliberisti perfino nel Pd, nella Cgil, per non parlare della Cisl. La Uil con questo segretario invece si sta smarcando con posizioni più genuine e radicali”.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
I VERI ERRORI DI MACRON SONO ALTRI: TROPPI FAVORI ALLE GRANDI IMPRESE E SMANTELLAMENTO DEL WELFARE
Migliaia di persone in piazza, centinaia di fermi per violenze e
vandalismi, la città bloccata da scioperi in tutti i settori, le strade sommerse dai rifiuti. È questa l’immagine attuale della capitale francese, teatro del braccio di ferro tra il governo di Macron e i milioni di cittadini che si oppongono alla sua riforma delle pensioni, ormai legge senza il consenso del Parlamento (nel pieno rispetto della Costituzione).
Piazza della Concordia, davanti al Parlamento francese, è gremita. «Macron prendi la tua pensione, non la nostra», si legge sul cartello agitato da un manifestante. A qualche metro di distanza, una raffigurazione di Macron viene gettata tra le fiamme che divampano in mezzo alla piazza. Da qualche giorno, scene del genere sono la norma a Parigi. Le strade e le piazze della capitale francese sono infatti infiammate da numerose manifestazioni spontanee, culmine di settimane di proteste contro l’innalzamento dell’età pensionabile.
Tensione alle stelle
In particolare, la tensione è ai massimi storici da quando, lo scorso giovedì 16 marzo, il governo francese ha esercitato uno speciale potere costituzionale per far passare il disegno di legge senza il voto del Parlamento, usando il cosiddetto articolo 49.3. Questa mossa ha effettivamente spianato la strada all’approvazione definitiva della riforma, che dovrebbe avvenire proprio in questi giorni. L’utilizzo del controverso articolo 49.3 è però stato percepito dai francesi come un voltafaccia ai cittadini e alle istituzioni democratiche – i sondaggi mostrano infatti che la stragrande maggioranza dei francesi è contraria alla riforma – e ha inasprito la rabbia dei manifestanti. Incendi e atti vandalici per le strade, scontri violenti tra i manifestanti e la polizia e arresti sono ormai all’ordine del giorno.
Tra le misure più controverse della riforma, diventata legge, figurano infatti l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, e l’aumento da 41 a 43 anni di contribuzione necessari per ottenere una pensione completa.
Le manifestazioni spontanee degli ultimi giorni si aggiungono alle otto giornate di mobilitazione generale che, dallo scorso 19 gennaio, hanno visto migliaia di francesi scendere in piazza contro la riforma.
Alle proteste di piazza si accompagnano da settimane scioperi in quasi tutti i comparti lavorativi, soprattutto nei trasporti pubblici, nel settore energetico, nella scuola e nella sanità. Tra i settori in sciopero, quello dei netturbini, colpiti in modo particolare dalla riforma. Questa infatti implicherebbe la perdita del loro statuto speciale, e li obbligherebbe a lavorare due anni in più per la pensione completa
Alle radici della protesta
L’insoddisfazione dei cittadini francesi va però ben oltre la sola riforma. «Non è solo questione delle pensioni», racconta François a TPI, «ma un problema di fondo del modello economico e sociale verso cui la nostra società si sta muovendo; per questo, da settimane, siamo in così tanti in strada». Lo studente, che ha partecipato a tutte le proteste, critica le politiche neo-liberali del governo e lo sgretolamento del sistema di welfare francese.
Anche Valérie, 53 anni, è scesa in piazza per esprimere la sua disapprovazione non solo nei confronti della riforma, ma anche di un orientamento politico – quello di Macron – che avvantaggia le grandi imprese e i dirigenti piuttosto che i lavoratori. «Invece di obbligare la gente a lavorare due anni in più, si dovrebbe finanziare la spesa pubblica aumentando le tasse ai più ricchi e alle grandi aziende: Macron invece preferisce de-tassare i grandi patrimoni e i super-profitti», ci dice Valérie, riferendosi all’abolizione dell’imposta sui grandi patrimoni da parte del presidente francese nel 2018, e ai vari sgravi fiscali concessi alle aziende in nome della competitività.
«Il governo non agisce nell’interesse della popolazione generale, ma nell’interesse dei più ricchi», le fa eco un altro manifestante, dichiarandosi stanco di sentirsi dire dal governo che non ci sono soldi per i servizi pubblici, e di vedere lentamente distrutto il sistema di welfare, mentre i profitti delle aziende continuano a crescere. «I soldi ci sono, ma il governo non vuole andare a cercarli» conclude, «perché dà priorità alla massimizzazione dei profitti delle aziende».
Secondo l’analisi del sindacato francese Solidaires-Finances publiques, le riforme fiscali realizzate durante i primi 5 anni di governo di Macron hanno effettivamente favorito i più ricchi, sottraendo oltre 60 miliardi di euro all’anno dalle casse dello Stato a discapito dei servizi pubblici, del welfare, e in generale delle prestazioni a favore dei meno abbienti. Il risultato è che le disuguaglianze in Francia stanno aumentando, come dimostra l’ultimo rapporto biennale dell’Osservatorio sulle Disuguaglianze.
Questo è confermato dal fatto che nel 2022 – mentre i tassi di povertà e la precarietà economica sono aumentati a causa dell’inflazione – le 40 principali aziende francesi hanno percepito la cifra record di 80 miliardi di euro in dividendi. Tra di loro, il colosso petrolifero Total ha realizzato un attivo record di 20,5 miliardi di euro: il profitto più alto mai conseguito da un’azienda francese.
«Chi deve pagare per la crisi? Quelli che hanno sofferto, le classi medio-basse che adesso sono a rischio povertà a causa dell’inflazione, o quelli che si sono arricchiti grazie alla crisi, speculando sui prezzi dell’energia?», si chiede dunque François. «Per questo le classi medio-basse sono arrabbiate e stanno scendendo in strada», conclude François «e non smetteranno, a prescindere dall’approvazione della riforma pensionistica».
Ma il governo è sordo
Ma è la sensazione che il governo non ascolti le loro preoccupazioni, e che rimanga impassibile davanti al malcontento del Paese, che rende i manifestanti sempre più furiosi.
Ormai sembra chiaro che l’insoddisfazione crescente contro il governo sia destinata a sopravvivere alla questione delle pensioni. Da parte sua, se anche riuscirà a far passare la riforma, Macron non potrà comunque ignorare una mobilitazione su così larga scala né rimanere sordo alle preoccupazioni di una cittadinanza sempre più precaria e insoddisfatta.
(da La Stampa)
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