Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
“LI PAGAVANO 7 EURO L’ORA”… SONO GLI AMICI DEL GOVERNO “CONSERVATORE”, CONSERVANO GLI UTILI E SOCIALIZZANO LE PERDITE, SFRUTTANDO LA MONODOPERA STRANIERA
Quasi duemila lavoratori retribuiti con paghe misere e
irregolari nei cantieri di Venezia. Li ha scoperti la Guardia di Finanza nell’ambito di un’attività investigativa coordinata dalla procura. L’indagine ha svelato l’esistenza di sistematiche condotte di sfruttamento della manodopera all’interno dei cantieri navali veneziani.
Si tratta di lavoratori che venivano retribuiti con paghe irregolari e spesso privati dei più elementari diritti sanciti dai contratti collettivi. In particolare sono stati acquisiti elementi circostanziati sullo sfruttamento di 383 lavoratori, costretti – spiegano gli investigatori – ad accettare, per il loro stato di bisogno, condizioni di lavoro molto sfavorevoli e con una paga oraria inferiore ai 7 euro. Si tratta per lo più di cittadini bengalesi o dell’Europa dell’Est. Le imprese davano agli operai la cosiddetta “paga globale”. Il lavoratore veniva retribuito, a prescindere dalle previsioni del contratto collettivo nazionale di settore, con una paga oraria forfettaria, parametrata esclusivamente alle ore lavorate. Da qui buste paga fittizie, contenenti voci artificiose – quali anticipo stipendio, indennità buono pasto, bonus 80 euro, indennità di trasferta – di fatto mai erogate al lavoratore e preordinate a sottrarre a ritenuta fiscale, previdenziale e assistenziale gli emolumenti corrisposti.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
DALL’ONORE “DI CHI SALVA LE VITE IN MARE” ALL’ACCUSA VERGOGNOSA ALLE ONG DI FARE TROPPI SOCCORSI E TELEFONATE DI SEGNALAZIONE
Un mese dopo la tragedia di Cutro la Guardia costiera, o meglio i suoi vertici, hanno gettato la maschera. E il volto che è venuto fuori non è certamente degno della difesa dell’“onore di chi salva le vite in mare” che, prima ancora che a Giorgia Meloni, sta a cuore all’Italia intera che la generosità, l’abnegazione, il coraggio delle donne e degli uomini della Guardia costiera ha imparato ad apprezzare negli anni in cui ogni soccorso effettuato, ogni motovedetta che tornava in porto piena di bambini, donne, uomini, strappati al mare era una medaglia al petto. Quella Guardia costiera mai e poi mai avrebbe concepito l’idea di accusare le Ong di “sovraccaricare con continue chiamate i sistemi di comunicazione del centro nazionale di coordinamento dei soccorsi”.
In altri tempi, dal Comando generale delle Capitanerie di porto avrebbero soltanto detto “grazie” agli occhi delle Ong che, in questo weekend di flussi inarrestabili che ha messo a nudo tutta l’inadeguatezza del sistema di soccorso nel Mediterraneo, hanno dato il loro contributo nell’avvistare barchini e gommoni in difficoltà, segnalandone stato e posizione a tutte le autorità marittima interessate, Imrcc di Roma compreso.
Così come è loro dovere, come è previsto dalla legge del mare, dalle convenzioni internazionali e, per ultimo, anche dalla legge Piantedosi che obbliga le Ong a comunicare immediatamente alle autorità italiane qualsiasi informazione e operazione, pena multe, sanzioni e sequestri.
Ne ha pagato il conto la nave Louise Michel, rea di avere fatto troppi soccorsi, “complicando il delicato lavoro di coordinamento dei soccorsi”, leggiamo ancora nella nota con cui domenica pomeriggio il comando generale della Guardia costiera (dopo settimane di imbarazzante e sconcertante silenzio sui mancati soccorsi di Cutro) ha sentito l’esigenza di manifestare tutto il suo fastidio per le troppe segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà arrivate nel weekend da parte delle Ong che, ovviamente, al comando di Roma volevano solo dare una mano e dal comando di Roma volevano solo farsi coordinare.
Come è sempre stato fino al 2018 e come, ancora ieri, Mediterranea Saving Humans è tornata a chiedere con una lettera inviata alla premier Giorgia Meloni, al governo tutto e, per conoscenza, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Poche semplici parole per riaffermare un concetto di evidente buon senso: “ Basta guerra alle Ong, al soccorso civile. Cooperiamo per salvare in mare più vite possibili”. Un appello a salvaguardia del “bene supremo del soccorso verso chi non ha colpe e chiede il nostro aiuto”.
Dell’apporto della flotta umanitaria, in assenza di una missione di soccorso italiana o europea e con l’estate in vista, il governo sa bene di non potere fare a meno se si vuole evitare che si ripetano tragedie come quella di Cutro che, a questo punto, è sempre più evidente non sia stata solo una tragica fatalità.
Colpa degli scafisti (diciamolo subito per tacitare il coro di un governo che continua a non dare risposte alle tante domande ancora in piedi) ma colpa anche del clima di insofferenza per i troppi soccorsi e della linea della priorità della difesa dei confini da queste migliaia di disgraziati che partono verso l’Italia.
Ed eccola qui l’ultima di Piantedosi sul “fattore attrattivo di un’opinione pubblica che annovera l’accettazione di questo fenomeno”. I migranti, dunque, deciderebbero di salire su un barcone diretto in Italia perché convinti di essere bene accolti.
Insomma, ormai fatta a pezzi dai numeri la tiritera leghista delle navi ong come pull factor, il ministro dell’Interno ha sentito il bisogno di trovare un’altra giustificazione al fallimento della politica di un governo che agli italiani aveva promesso di fermare gli sbarchi. E allora ecco il nuovo colpevole, l’opinione pubblica italiana che — a detta di Piantedosi — sarebbe favorevole al fenomeno migratorio. Ma come, signor ministro, l’opinione pubblica italiana non è forse la stessa che ha eletto il suo governo credendo alla favola dei blocchi navali prima, dei porti chiusi poi, degli sbarchi selettivi, dei carichi residuali e che ora, sgomenta, guarda il pallottoliere impazzito degli sbarchi?
(da La Repubblica)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL DIRITTO INTERNAZIONALE LO IMPONE: “SE AVESSIMO SEGUITO I DECRETI ITALIANI AVREMMO VIOLATO LA LEGGE”… “CI DIFENDEREMO NELLE SEDI OPPORTUNE, EMERGERANNO LE RESPONSABILITA’ DELLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA: NON HA RISPOSTO A FRONTEX, A DIFFERENZA NOSTRA”
C’è la scritta ‘Rescue’, ovvero salvataggio, e la riproduzione di
una delle opere più famose di Banksy, la bambina che con la mano sorregge non il cuore stavolta ma un salvagente. La nave soccorso del leggendario street artist britannico Banksy, creatore di alcune tra le opere più iconiche di questo secolo, è bloccata nel porto di Lampedusa.
Da ieri è infatti sottoposta a un fermo amministrativo per presunte violazioni del decreto che disciplina le attività di ricerca e salvataggio in mare delle imbarcazioni. “Prenderemo tutte le misure necessarie per combattere questo fermo”, assicura l’equipaggio. In particolare l’equipaggio contesta fermamente tutte le accuse obiettando che se avessero ascoltato le autorità italiane avrebbero di fatto violato la loro missione che è quella di salvare le vite in mare.
Tre salvataggi operati autonomamente in area Sar libica e maltese, mancato rispettato delle indicazioni delle autorità italiane per il porto di Trapani e un numero di persone eccessivo a bordo, visto che sulla nave potevano essere caricate al massimo 60 naufraghi.
Sono le tre contestazioni che hanno portato al fermo amministrativo notificato ieri al comandante della nave Louise Michel, Beckert Reimar. Nel documento, di cinque pagine, viene anche fatto riferimento all’ultimo soccorso nella notte tra il 24 e il 25 marzo, dove c’è stata una collaborazione tra la Guardia costiera italiana e l’equipaggio della nave Louise Michel. Quest’ultimo – secondo quanto si legge nel documento – ha comunicato di aver recuperato tutti i 38 naufraghi, tra i quali un adulto e un bambino in stato di incoscienza che necessitavano di cure immediate per sindrome da annegamento e gli stessi venivano trasbordati sulla motovedetta della Guardia costiera assieme al medico di bordo della Louise Michel e portati a Lampedusa. Inoltre, mentre la nave procedeva verso nord, le stesse autorità italiane -si legge nel provvedimento – avrebbero a quel punto chiesto alla Louise Michel di dirigersi rapidamente a Lampedusa a causa dei rischi dovuti al sovraffollamento della nave.
“Ci hanno detto in una email che non siamo autorizzati a lasciare il porto di Lampedusa – ha spiegato la capomissione della Louise Michel, Morena Milijanovic – L’intenzione è molto chiaramente quella di impedire attivamente che le navi capaci di soccorrere soccorrano, la conseguenza è che le persone muoiono in mare”.
Morena Milijanovic racconta delle quattro operazioni di salvataggio eseguite in 24 ore che hanno “salvato 187 persone”, di “quando abbiamo emesso un mayday che è stato ignorato dalla guardia costiera italiana per oltre mezzora. Siamo riusciti a portare in salvo queste persone dall’acqua”.
Il portavoce della nave di Banksy Jonathan Work fornisce la sua versione di quanto accaduto: “Non posso entrare nel merito delle singole contestazioni, su cui ci difenderemo nelle sedi opportune, però, a noi la situazione appare chiara. Sabato abbiamo effettuato quattro salvataggi e poi ci hanno fermati, una volta entrati nel porto di Lampedusa la Guardia costiera ci ha imposto di non muoverci più dal molo. Il nostro unico proposito era ed è salvare vite umane: c’erano altri interventi da fare, nello specchio di mare di fronte a Lampedusa, ma non avevamo il permesso di andare. La Guardia costiera non ci ha aiutato nelle operazioni di salvataggio, non ha risposto a Frontex: volevano solo mandarci verso Trapani, quando c’era ancora tanto da fare attorno a Lampedusa. Noi non facciamo nulla di sbagliato, non abbiamo violato il diritto internazionale. Non abbiamo violato alcuna regola”.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
STESSA DECISIONE ERA STATA PRESA A FEBBRAIO, MA UN MESE AGGIUNTIVO NON E’ BASTATO
Serve un mese in più di tempo per verificare che tutti i target del Pnrr che l’Italia aveva detto di aver raggiunto a dicembre siano stati effettivamente completati. O, come ha comunicato in una nota Palazzo Chigi, dopo un incontro tra il ministro degli Affari europei Raffaelle Fitto e il commissario Paolo Gentiloni “è stato concordato di prolungare di un mese la fase di assessment per consentire ai servizi della Commissione di completare le attività tecniche di campionamento e verifica, proseguendo la proficua discussione che ha già consentito di valutare positivamente la maggior parte dei target fissati per il 31 dicembre 2022”.
I ritardi nell’attuazione del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza che può portare all’Italia fino a 192 miliardi di euro di fondi europei, sono un problema noto per il governo Meloni.
I target sono numerosi – a dicembre 2022 dovevano essercene 55 completati – e con il passare del tempo diventano sempre più concreti: non si tratta solo di approvare riforme normative, ma anche di applicarle e di far partire i lavori.
Così, dopo lo slittamento di febbraio, la Commissione ha deciso di prendersi un altro mese. Normalmente, il periodo necessario per verificare che tutto sia in ordine è di due mesi.
Lo scorso anno, ad esempio, l’Italia ha mandato la richiesta della seconda rata di fondi a luglio. A settembre la Commissione ha dato parere positivo, così a novembre sono arrivati i 16 miliardi di euro previsti.
In questo caso, invece, già a febbraio Bruxelles aveva detto che sarebbe servito più tempo. Si trattava, secondo quanto comunicato allora, di verificare che tutta la documentazione fosse corretta, in grado anche di superare i successivi controlli della Corte dei Conti europea. A un mese di di stanza, però, il governo Meloni ha fatto sapere che le verifiche continueranno, “tenendo conto del numero e della complessità dei 55 milestones e target previsti”.
Quali sono gli obiettivi “da verificare” che hanno fatto slittare il pagamento
Il governo ha comunicato che “sono oggetto di ulteriore approfondimento tre misure che erano state approvate dal precedente governo”. In particolare si tratta di un intervento sulle concessioni portuali, uno sulle reti di teleriscaldamento e uno sui Piano urbani integrati.
Per quanto riguarda le concessioni portuali, “la Commissione ritiene necessario un ulteriore approfondimento, proponendo di limitarne la durata massima”. Per questa modifica sarebbe in lavorazione un decreto, “inviato al Consiglio di Stato il 14 ottobre 2022”, secondo quanto affermato da Palazzo Chigi.
Sulle reti di teleriscaldamento, invece, la Commissione “ha messo in dubbio l’ammissibilità di alcuni interventi, selezionati attraverso la procedura di gara del 30 giugno 2022”.
Infine, i Piani Urbani Integrati – che sono stati approvati ad aprile 2022 – sono stati contestati in alcuni punti: il “Bosco dello Sport” di Venezia e lo stadio Artemio Franchi di Firenze.
Si spera, il rinvio di marzo sarà l’ultimo e ad aprile arriverà l’approvazione.
(da Fanpage)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
MESSAGGI CATASTROFICI SUL SETTORE IDROELETTRICO: “NEL 2022 C’È STATO IL CROLLO E IL 2023 APPARE PEGGIORE, LE DIGHE SONO NELLE CONDIZIONI IN CUI SONO”…“BLACK OUT PER L’ESTATE? DIPENDE DALL’IMPONDERABILE”
“Black out per l’estate? Dipende, dall’imponderabile”, dunque
“speriamo che quest’anno non si accendano i condizionatori tutti insieme in un giorno a fine luglio”, però “è qualcosa che la tecnologia e la professionalità possono farci pressappoco prevedere, non è proprio nell’imponderabile nel modo più assoluto”.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin lo dice intervenendo al convegno ‘Dal Mediterraneo il futuro energetico europeo’, organizzato da Merita con Matching Energies Foundation e la collaborazione di Unioncamere.
“Nel 2022 c’è stato il crollo dell’idroelettrico, il 37% in meno può dirsi un crollo, e il 2023 non da nulla di buono, anzi il rischio è che sia peggiore del 2022, le dighe sono nelle condizioni in cui sono”.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin lo dice intervenendo al convegno ‘Dal Mediterraneo il futuro energetico europeo’, organizzato da Merita con Matching Energies Foundation e la collaborazione di Unioncamere.
(da agenzia Dire)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
E SIAMO SOLO ALL’INIZIO
Quello di unire la Sicilia all’Italia è un sogno antico. Secondo Plinio il Vecchio gli unici a realizzarlo realmente furono i romani, anche se a modo loro: parliamo di un ponte di barche e botti che serviva a far transitare elefanti cartaginesi dalla Sicilia a alla Calabria.
Un’idea quasi fiabesca, ma ad ora l’unica effettivamente realizzata (ammesso che il racconto sia vero) per unire l’isola al resto della Penisola.
Il Ponte sullo Stretto di Messina è uno dei grandi miti della nostra Storia. Salvini ha recentemente dichiarato che il Ponte si farà e che costa “meno del reddito di cittadinanza”. Una promessa rinverdita anche all’immancabile studio di Bruno Vespa con tanto di plastico, mentre il Governo Giorgia Meloni ha riavviato il progetto del Ponte sullo Stretto definendola “opera prioritaria”. L’obiettivo del Governo è fare approvare il progetto esecutivo entro metà del 2024 per poi partire speditamente con i lavori. Un annuncio che ci fa tornare alla memoria molti altri momenti della nostra Storia.
Perché il Ponte sullo Stretto fa parte della mitologia italiana
Molti collegano la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina a Silvio Berlusconi. In effetti l’opera faraonica era parte integrante del “nuovo miracolo italiano” promesso dal leader forzista. Annunciò la sua costruzione in pompa magna nel 2002 : “Il ponte di Messina si farà, la prima pietra verrà messa nel 2004, entro sei anni sarà completato”. Doveva essere un ponte da Guiness dei primati, lungo 3.360 metri e dal peso di più di 97mila tonnellate.
L’iter si bloccò con l’avvento del Governo Prodi, ma Berlusconi lo ripropose ancora una volta nel 2010. Questa volta furono avviati anche i primi lavori propedeutici alla costruzione dell’opera, ma siccome tre anni dopo c’erano ancora i traghetti a solcare il tratto di mare che separa lo Stretto, e il progetto era stato bloccato ancora una volta dal Governo Monti nel 2012, Berlusconi ribadì a un comizio elettorale a Palermo: “Prima di morire spero di attraversare il ponte sullo stretto di Messina”. Correva l’anno 2013. Il resto è storia recente.
A riprendere la staffetta della costruzione del Ponte e integrarla nel suo storytelling di “nazione che si rimette in moto” fu Matteo Renzi. Secondo l’ex leader Pd il progetto poteva portare addirittura 100mila posti di lavoro. Era il settembre 2016, da lì a poco avrebbe rassegnato le dimissioni dopo la sconfitta nel referendum costituzionale.
L’ultimo “uomo del ponte” solo in ordine di tempo è stato Giuseppe Conte che si è detto nel 2020 aperto a valutare “senza pregiudizi” la sua costruzione. Ma al di là di questi ultimi anni, la costruzione dell’opera è uno dei topos ineludibili della politica italiana.
L’idea di costruire un ponte sullo Stretto di Messina nasce prima dell’Unità d’Italia con Ferdinando II di Borbone. Ma si sviluppa pienamente nell’ambito della nuova unità nazionale: tutti i politici del nuovo Regno vedevano nella realizzazione dell’opera una sorta di compimento anche infrastrutturale del processo di unificazione.
Il tragico terremoto di Messina del 1908 che portò distruzione tra le due sponde riportò tutti al realismo: le condizioni sismiche dell’area consigliavano molta prudenza.
Le idee e i progetti ripartirono pienamente solo dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1981, dieci anni dopo la legge attuativa, fu costituita una società per la realizzazione del ponte la “Stretto di Messina S.p.A.”.
Il primo annuncio ufficiale della realizzazione di un politico fu quello di Bettino Craxi che nel 1985 dichiarò che “Il ponte sarà presto fatto”. L’anno prima del resto, l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi parlava di “opera prioritaria” per il Paese”. Ma gli annunci sono rimasti solo sulla carta e hanno già pesato sulle tasche degli italiani.
Il ponte che non c’è, ma che già paghiamo
Anche se nessuno lo ha mai visto, da tempo tutti lo stiamo già pagando. Tra appalti, studi di fattibilità, penali lo Stato ha già sborsato 1,2 miliardi come ha rivelato un’inchiesta del Corriere della Sera. E dopo 54 anni di rinvii anche il suo costo è lievitato nel tempo: si è passati dai 5 miliardi del 2001 fino agli 8,5 del 2012.
Oggi il piano del Governo dovrebbe attestarsi sul progetto del 2011, che prevede un ponte a una campata per circa 7 miliardi di euro di costi complessivi. Il decreto del Governo ha riesumato anche la Società Stretto di Messina S.P.A dalla liquidazione, società in house partecipata da Anas, Regione Calabria e Sicilia. Ma mentre il Governo è impegnato nel reperimento dei fondi il progetto potrebbe confliggere con le normative Ue, proprio perché la società era in liquidazione e si potrebbe avere difficoltà ad accedere ai fondi del PNRR.
La bocciatura del progetto da parte del governo Monti nel 2012 ha portato alla richiesta di indennizzi da parte delle società vincitrici dell’appalto e della stessa Società dello Stretto, una vicenda che è finita addirittura davanti alla Corte Costituzionale e sulla quale il Quirinale ha chiesto chiarimenti.
Il nuovo decreto ripropone infatti i vecchi accordi stabilendo la rinuncia a ogni rivalsa, come se nulla fosse, dei vecchi rapporti contrattuali, ma rischia di confliggere con le normative UE in materia.
Il progetto, come nel 2011 è quello del Ponte a una sola campata con due piloni alti 600 metri sulle terraferma: una necessità per evitare le criticità del fondo marino.
Quello che è certo è che il progetto per la Sicilia potrebbe essere importante: uno studio stima in 6,5 miliardi annui il costo del mancato collegamento per l’isola, quasi 1500 euro per abitante. Ma i dubbi sono ancora molti e anche l’ultimo progetto del Governo presenta molte incognite.
Tutte le criticità di un’opera faraonica
L’evidenza principale è una: il ponte dovrebbe essere costruito in uno dei punti più sismici d’Europa. Abbiamo già citato il terribile terremoto del 1908 che provocò un numero di morti compresi tra 75mila e 80mila. Secondo i geologi le coste di Sicilia e Calabria si allontanano ogni anno di 4-10 millimetri: una caratteristica vista sempre come molto problematica per la costruzione dell’opera.
Il punto vero, come sottolinea La Stampa, è poi la lunghezza della campata che misurerebbe ben 3.300 metri, contro i 1900 di quello record sullo stretto di Askashi, in Giappone.
Dovrebbe essere realizzato dove i due punti dello Stretto sono più vicini, ovvero abbastanza lontano dalle città di Messina e Reggio Calabria, una caratteristica che renderebbe di fatto problematico il traffico e il suo utilizzo e costringerebbe molti a continuare utilizzare i traghetti.
Un’altra soluzione sarebbe quella di un ponte a tre campate che unisca le due città, ma in questo caso i problemi sismici aumenterebbero sensibilmente proprio per le caratteristiche geologiche dell’area.
C’è poi il problema dei trasporti: il Ponte sullo Stretto avrebbe sicuramente più senso se tra Sicilia e Calabria fosse sviluppata una rete ferroviaria basata sull’alta velocità che non esiste e se nelle due Regioni ci fossero infrastrutture di mobilità, stradale e ferroviaria adeguate.
La realtà è che siamo molto lontani da queste premesse e che, malgrado i finanziamenti del Pnrr difficilmente si potrà arrivare a questi obiettivi. Insomma, il Ponte rischia di essere la classica Cattedrale nel deserto.
Esiste poi un impatto ambientale non trascurabile: il Ponte passerebbe su una delle aree più ricche di biodiversità di tutto il Mediterraneo.
Il WWF in particolare lo ha bollato come un “progetto fallimentare” dagli insostenibili costi finanziari e ambientali. Nel 2021 uno studio promosso, tra gli altri da Legambiente, ha bocciato il progetto definendolo “dannoso per l’ambiente”, schierandosi sull’efficientamento dei trasporti marittimi della zona.
Nell’area sono presenti infatti diverse aree naturalistiche dedicate alla salvaguardia della fauna: un’evidenza che era costata all’Italia l’avvio di una procedura di infrazione europea nel 2005 per quanto riguarda i soli studi preliminari.
Per gli ambientalisti tra l’altro, la costruzione del Ponte non scoraggerebbe l’uso dei traghetti, specialmente nelle giornate di forte vento. Ma al di là degli appunti delle associazioni ambientaliste rimane un’evidenza. Con il Green New Deal si tende sempre di più a scoraggiare il traffico su ruota e sempre più quello navale e ferroviario a basse emissioni.
Insomma, il cammino verso la sua costruzione appare, ancora una volta in salita, ma il richiamo di uno dei miti sempreverdi della politica italiana è spesso più forte delle criticità.
(da today.it)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
TAGLI PER 3,6 MILIARDI CHE COME AL SOLITO GRAVERANNO SUI BILANCI DELLE FAMIGLIE A BASSO REDDITO…E ALLA FINE SARA’ UN GIRO CONTO
Sia in campagna elettorale che nei suoi primi mesi a Palazzo
Chigi, Giorgia Meloni ha rilanciato un classico delle ricette del centrodestra: la riduzione delle tasse. Una promessa che sembra condivisa da tutti i partiti che sostengono il governo, con il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini che qualche giorno fa ha detto: «Chi dice che il taglio delle tasse non è una priorità è un cretino».
In vista del varo ufficiale della riforma fiscale, l’esecutivo sta pensando di rilanciare un grande classico: il riordino delle tax expenditures, ossia la riduzione delle 626 agevolazioni attualmente in vigore.
A svelare come queste agevolazioni potrebbero essere riorganizzate è Il Sole 24 Ore, secondo cui il governo starebbe pensando soprattutto a un’ipotesi: intervenire sugli oneri detraibili al 19%, che nelle ultime dichiarazioni dei redditi valevano 27,2 miliardi di euro.
Il piano del governo prevede di usare un meccanismo diverso, calcolato in base al reddito e modulate in base ai tre nuovi scaglioni in cui dovrebbe essere articolata l’Irpef.
Per fare un esempio, chi dichiara fino a 28mila euro potrebbe chiedere la detrazione del 19% degli oneri fino al 4% del proprio reddito.
Per chi guadagna tra i 28mila e i 50mila euro annui, la percentuale scende al 3%. Per chi ha un reddito superiore ai 50mila euro scende al 2% fino ad azzerarsi completamente oltre una certa soglia.
Oltre all’intervento sulle detrazione del 19%, il ministero dell’Economia sarebbe al lavoro anche su altri fronti di riordino delle agevolazioni. Dovrebbero rimanere salve le rate annuali dei bonus per la ristrutturazione immobiliare. Il Superbonus al 90%, per esempio, resta valido per chi avvia i lavori nel 2023 ma solo se il proprietario dell’abitazione ha un reddito non superiore a 15mila euro. Una cifra che va calcolata applicando il nuovo meccanismo del quoziente familiare.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE RIBADISCE ANCHE CHE ITA NON PUO’ ESSERE CONSIDERATA IL “SUCCESSORE ECONOMICO” DI ALITALIA
Il prestito ponte da 400 milioni di euro concesso dal governo italiano ad Alitalia nel 2019 rappresenta un aiuto di Stato illegale e contrario alle norme comunitarie. Lo ha stabilito la Commissione Europea, che chiede ora all’Italia di recuperare dalla compagnia l’aiuto di Stato illegittimo, con tanto di interessi. Nella sua indagine formale, l’esecutivo di Bruxelles ha concluso che, nel concedere il 26 ottobre 2019 il prestito ponte di 400 milioni di euro ad Alitalia – commissariata nel maggio 2017 -, «l’Italia non si è comportata come avrebbe fatto un operatore privato, non avendo valutato in anticipo la probabilità di rimborso dei prestiti». Piuttosto, spiega la Commissione, il governo italiano si è preoccupato solo di «garantire la continuità del servizio dei voli nazionali e internazionali di Alitalia».
La Commissione ha poi ricordato che Alitalia aveva già beneficiato di altri aiuti, ovvero i due prestiti da 900 milioni concessi nel 2017 e mai rimborsati. Due prestiti dichiarati illegali da Bruxelles, con le stesse motivazioni, nel settembre 2021.
Nell’indagine conclusa oggi, la Commissione Ue ha stabilito che «l’aiuto ha conferito ad Alitalia un ingiusto vantaggio economico rispetto ai suoi concorrenti sulle rotte nazionali, europee e mondiali».
Non solo: l’esecutivo europeo ha ribadito, come già rilevato nel 2021, di non considerare Ita Airways come «il successore economico» di Alitalia, nonostante la prima ne abbia rilevato alcuni asset. Di conseguenza, non spetta alla nuova compagnia aerea «rimborsare l’aiuto ricevuto da Alitalia».
Una portavoce dell’esecutivo Ue ha ricordato che «l’amministrazione straordinaria di Alitalia è ancora in corso» ed è «finalizzata al completamento della liquidazione del patrimonio del vettore». Ed è proprio dalla vendita degli asset che Bruxelles chiede all’Italia di recuperare i soldi concessi illegalmente nel 2019.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2023 Riccardo Fucile
“HANNO ROVINATO IL PAESE. HANNO FOTTUTO NOI, I NOSTRI FIGLI, IL LORO FUTURO, IL LORO DESTINO. SONO CRIMINALI. LUI È SATANA”… L’AUDIO È STATO DEBOLMENTE SMENTITO DAI DUE INTERLOCUTORI MA CONFERMATO DAI SERVIZI. E LA DIRIGENZA DELL’FSB HA “ORDINATO DI AGIRE”
Una telefonata intercettata, leakata all’esterno molto
probabilmente dai servizi segreti ucraini, pubblicata sui media ucraini, sta facendo molto rumore nella «verticale del potere» di Vladimir Vladimirovich Putin.
A parlare, inconsapevolmente intercettati, sono il produttore musicale (uno dei più importanti del Paese) Iosif Prigozhin (niente a che fare con l’omonimo Evgheny, il capo dei mercenari di Wagner) e l’oligarca miliardario Farkhad Akhmedov, ex membro del Consiglio della Federazione russa.
I due parlano spigliatamente e si lasciano andare a giudizi pesantissimi su Putin. La telefonata è stata (un po’ flebilmente) smentita da Iosif Prigozhin, che ha detto che la sua voce è stata in parte ricreata usando l’intelligenza artificiale e i network neurali. La cosa potrebbe far sorridere ma va riferita.
Tuttavia ieri sera “Important Stories” l’ha avvalorata citando una fonte nel Fsb, il servizio segreto interno russo, che dichiara testualmente: «La registrazione è autentica, la dirigenza del FSB ha recentemente tenuto una riunione e ha ordinato ai subordinati di agire». Si capirebbe, di qui, il terrore che emerge nel video di smentita di Iosif Prigozhin.
Nel presunto audio, i due parlano francamente.
Prigozhin racconta: «Hanno collaborato, Igor Ivanovich (Sechin, nda.), Sergei Viktorovich (Chemezov) e Viktor Zolotov. Incolpano Shoigu per tutto. Lo chiamano un idiota, alle sue spalle, ovviamente. E loro hanno il compito di demolirlo, porca miseria. Sì, ma perché qualcuno deve essere incolpato. Ascolta. Sono le persone più stupide. La mia opinione è semplice: si comportano come re, come fottuti dei. Sono creature finite».
Akhmedov replica: «Hanno incasinato la situazione. Hanno rovinato il paese. Hanno fottuto tutti. Di tutto questo risponderà il Presidente. Per tutti. Glielo chiederanno. Hanno fottuto noi, i nostri figli, il loro futuro, il loro destino, dannazione, capisci?».
Iosif Prigozhin riprende: «A essere onesti, ovviamente, sono criminali, dannazione, razza di criminali sono, dannazione. (…) Saremo fottuti, dannazione. Non abbiamo nessuna fottuta opzione. Cioè, anche se lui (Putin, nda.) se ne fotte e preme il pulsante, accidenti, l’intera nazione non ha un fottuto futuro in questo scenario. È tutto. Ci ha inc… tutti, dannazione. (…) Per loro le persone sono solo spazzatura, sai».
Akhmedov concorda: «Sì, a lui (Putin, nda.) non gliene frega niente di tutto. E alla gente frega un c… di lui. È Satana, dannazione».
(da agenzie)
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