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RENZI COME BIN SALMAN: IL NUOVO STATUTO DI ITALIA VIVA TRASFORMA MATTEONZO NELLO SCEICCO DEL PARTITO

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

DIVENTERÀ IL PADRONE ASSOLUTO DI ITALIA VIVA – “DOMANI”: “UN PARTITO ACCENTRATORE GESTITO DA UN UOMO SOLO AL COMANDO. DAL DOCUMENTO EMERGE UN DEFICIT DEMOCRATICO NON INDIFFERENTE”

Un partito accentratore gestito da un uomo solo al comando. È questo ciò che emerge dallo statuto di Italia viva pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso 19 aprile e che conferisce enormi poteri nelle mani di una sola persona: il presidente. Se dopo la rottura con Carlo Calenda e la nomina a direttore editoriale del Riformista si pensava che Matteo Renzi mettesse in secondo piano la sua carriera politica, il nuovo statuto smentisce le aspettative. L’ex presidente del Consiglio è vertice indiscusso del partito.
All’articolo 3 del documento si legge che Italia viva si ispira «dal punto di vista organizzativo ai principi di sussidiarietà, di democrazia, di separazione». Una premessa che fatica a trovare riscontro nel resto dello statuto. Sono diversi gli organi del partito di Matteo Renzi che rischiano di essere rilegati a una mera emanazione del presidente, su tutti il comitato nazionale e l’assemblea.
Se per prassi il congresso è l’organo supremo di un partito e tipicamente elegge i membri dell’assemblea e il segretario (come accade ad esempio all’interno di Azione o del Partito democratico), in Italia viva non è così.
L’assemblea nazionale non viene eletta e oltre a essere composta dal presidente, dai membri del comitato nazionale, dagli europarlamentari e parlamentari, dai membri di governo associati a Italia viva, dai presidenti di regione, dagli assessori regionali e da altre figure di partito, siedono in assemblea anche «150 amministratori locali individuati dal presidente nazionale», e «150 associati ed esponenti della società civile individuati dal presidente».
Possono partecipare all’assemblea con diritto di parola ma senza diritto di voto anche i componenti degli organismi di garanzia e i coordinatori territoriali. Figure scelte anche queste dal presidente […] Il comitato nazionale, solo su proposta del presidente, può revocare o sostituire uno o entrambi i coordinatori territoriali.
62 membri del comitato nazionale sono designati o nominati da una persona sola: Matteo Renzi. Alla domanda sugli enormi poteri di nomina che lo statuto garantisce alla figura del presidente, l’ex sindaco di Firenze risponde: «Lo statuto di Italia viva è pubblico ed è stato votato». […]
Dal documento pubblicato nella Gazzetta ufficiale emerge un deficit democratico non indifferente . Una volta ottenuta la carica, il presidente, chiunque esso sia, ha in mano il controllo del partito. Italia viva rimane così un’organizzazione gerarchica e accentrata nelle mani di una sola persona che stride con la visione di «casa aperta a tutte le donne e a tutti gli uomini che si identificano nei valori propri dello stato liberale, laico, inclusivo» e, soprattutto, «fondato sulla divisione dei poteri», come scritto nell’articolo 1 dello statuto.
(da EditorialeDomani)

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REDDITO DI CITTADINANZA, CONTINUA LA GUERRA DEL GOVERNO AGLI INDIGENTI

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

IN BILICO GAL E PAL, I SUSSIDI PER GLI OCCUPABILI : TOGLIERE AI POVERI PER REGALARE AI RICCHI

Nemmeno l’ultima bozza di riforma del Reddito di cittadinanza è chiusa. Palazzo Chigi considera il testo messo a punto sotto la regia della ministra del Lavoro, Elvira Calderone, ancora morbido e spinge per togliere del tutto o quantomeno stringere ancora le norme sulla Gal, Garanzia per l’attivazione lavorativa, cioè la prestazione da 350 euro al mese per i cosiddetti occupabili.
La riforma del Reddito dovrebbe far parte del menù del consiglio dei ministri che Giorgia Meloni ha convocato, con un colpo a effetto, il primo maggio, festa del lavoro. Obiettivi della premier: annunciare un nuovo taglio del cuneo fiscale sulle retribuzioni fino a 35 mila euro lordi; smontare il decreto legge Dignità, rendendo più facile per le imprese assumere a termine; abolire il Reddito di cittadinanza e sostituirlo con un sussidio per le famiglie povere non accessibile a single e coppie abili al lavoro
La Gal
Per gli occupabili l’ultima bozza prevede una prestazione ad hoc, la Gal appunto, di appena 350 euro al mese, al massimo per 12 mesi non ripetibili, contro i 500 euro più eventuali 280 euro per l’affitto previsti per il sussidio ordinario di povertà, ribattezzato Gil, Garanzia per l’inclusione, che inoltre ha una durata massima di 18 mesi ripetibili. Ma anche la Gal non soddisfa Palazzo Chigi, dove la linea è sempre stata: «Niente sussidio a chi può lavorare».
L’idea iniziale, infilata nella legge di Bilancio, era che gli occupabili sarebbero stati coinvolti in corsi di formazione per aiutarli a trovare un lavoro quando, da agosto, cesserà per loro il Reddito di cittadinanza. Ma il piano è fallito. Che fare allora? Meloni e il sottosegretario alla presidenza, Giovanbattista Fazzolari, non vogliono più correre il rischio di erogare la Gal a occupabili che stanno sul divano. Di qui la tentazione di far saltare la Gal. Del resto, secondo i falchi, i potenziali richiedenti la Gal, che la bozza di relazione tecnica stima in 426 mila nel 2024, in realtà spesso un lavoro ce l’hanno, ma in nero e finora lo hanno cumulato illecitamente con il Reddito di cittadinanza
La Pal
Se saltasse la Gal, salterebbe anche la Pal, la prestazione temporanea da settembre a dicembre 2023 pensata per gli stessi occupabili, in attesa della Gal che scatterebbe dal 2024. Resterebbe quindi solo la Gil per le famiglie con dentro minori, anziani e disabili, stimate in 709 mila per una spesa nel 2024 di 5,3 miliardi.
L’abolizione della Gal farebbe risparmiare quasi 2,2 miliardi, sempre nel 2024: soldi che farebbero molto comodo in vista della prossima manovra. La discussione è aperta perché la Lega è per mantenere la Gal, magari con una stretta, legandola alla partecipazione effettiva a corsi di formazione o altre misure di politica attiva e solo per la durata delle stesse (per esempio, due mesi di corso). Così chi lavora in nero non avrebbe né tempo né convenienza a partecipare. Secondo questa tesi, le domande di Gal sarebbero poche e lo Stato risparmierebbe senza bisogno di cancellare la prestazione. Il nodo va sciolto entro lunedì.
(da Il fatto Quotidiano)

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ORSI IN TRENTINO, RICORSO ALLA CORTE DEI CONTI, POSSIBILE DANNO ERARARIALE: “E’ UNA SPECIE PROTETTA, NON SI PUO’ UCCIDERE”

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

IL CASO DELL’UCCISIONE DELLE MARMOTTE IN ALTO ADIGE: IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA FU CONDANNATO A RISARCIRE 500.000 EURO

Plana sui tavoli della corte dei Conti il dossier orso, che ormai da settimane sta tenendo banco in Trentino. E ci arriva, sembrerebbe, per capire quali siano stati e quali siano gli interventi della Provincia per monitorare gli orsi, dai bidoni antiorso ai collari ad altri atti, come l’informazione per aiutare visitatori e residenti ad instaurare un buon rapporto con i plantigradi, come comportarsi in caso di incontri, o la prevenzione per aiutare allevatori o agricoltori a gestire nel modo migliore la vicinanza con questi animali. Ma anche perché la loro uccisione costituirebbe un danno erariale non indifferente.
L’altra questione parimenti importante sono i danni causati dai plantigradi che generano perdite nelle casse dello Stato e che quindi potrebbero spingere i magistrati contabili ad aprire un fascicolo per capire quali interventi, anche in questo caso, abbia attuato la Provincia di Trento per contenere e per monitorare. Dal sito che dovrebbe fornire indicazioni sul monitoraggio, per esempio, si scopre che “Gli aggiornamenti in mappa sulle posizioni degli orsi M62 e JJ4 sono momentaneamente sospesi a causa del difettoso segnale proveniente dai relativi radiocollari”, anche se in realtà JJ4 è stata catturata.
Secondo il rapporto Grandi Carnivori, pubblicato nel 2022, gli attacchi degli orsi e dei lupi al bestiame sono costati alle casse dello Stato 337.587 euro, dei quali 172.373 provocati dall’orso (bestiame ma anche arnie e danni all’agricoltura) e 165.231 euro per le prede del lupo. A queste somme vanno aggiunte quelle dei risarcimenti alle vittime di aggressioni.
Danno erariale, dunque, per una gestione sbagliata e per una prevenzione mancata e assente, ma danno erariale anche nel caso di abbattimenti: l’orso è una specie protetta, è sotto la tutela dello Stato, è di proprietà pubblica, è una specie di interesse comunitario, e la sua uccisione, se le ordinanze di Fugatti dovessero superare le decisioni del Tar, costituirebbe appunto un danno erariale. Era già accaduto con le marmotte in Alto Adige: la caccia aperta dall’ex presidente Luis Durnwalder gli era costata alla fine quasi 500 mila euro.
“Secondo la sentenza, ogni singolo animale appartenente alla fauna selvatica ha un suo valore”, scriveva la Lav, promotrice del ricorso, all’indomani della sentenza, “anche ‘a prescindere dalla sua collocazione nel contesto ambientalistico e nell’ecosistema’, con il relativo danno erariale in caso di sua uccisione illegittima. La regola generale delle norme a protezione della fauna selvatica per la Corte è ‘il divieto di abbattimento degli animali'”. Adesso, sottolineava ancora riguardo quella decisione dei magistrati contabili, “chi ha il compito di amministrare, ed aggiungiamo di proteggere, la fauna selvatica, potrà rispondere in prima persona di eventuali atti illeciti”.
(da agenzie)

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È MORTA LA GUIDA UCRAINA VITTIMA DI UN AGGUATO INSIEME ALL’INVIATO DI “REPUBBLICA” CORRADO ZUNINO: I DUE SONO STATI COLPITI DA PROIETTILI SPARATI DA CECCHINI RUSSI, A KHERSON

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA È RIMASTO FERITO A UNA SPALLA, MA NON È IN PERICOLO DI VITA. NON CE L’HA FATTA IL SUO “FIXER”, BOGDAN BITIK, CHE LASCIA UNA MOGLIE E UN FIGLIO… ZUNINO: “ERA UN MIO GRANDE AMICO. NON ERAVAMO IN UNA ZONA DI COMBATTIMENTO. AVEVO IL GIUBBOTTO CON LA SCRITTA ‘PRESS’”

Il nostro inviato Corrado Zunino e il suo fixer Bogdan Bitik sono stati vittime di un agguato, molto probabilmente di cecchini russi, alle porte di Kherson, nel Sud dell’Ucraina. Bitik purtroppo non ce l’ha fatta ed è morto: lascia la moglie e un figlio. Corrado, ferito a una spalla, è ricoverato all’ospedale civile di Kherson.
“Abbiamo passato tre check-point, Bogdan ha parlato con i militari ucraini e ci hanno fatto passare senza problemi. Non era una zona di combattimenti. Poi siamo stati colpiti, ho sentito un sibilo e ho visto Bogdan a terra, non si muoveva, ho strisciato fino a togliermi dalla fila del fuoco. Ho corso fino a quando non ho incrociato un’auto di un civile. Ero pieno di sangue, mi sono fatto portare fino all’ospedale di Kherson. Ho quattro ferite ma sono stato curato perfettamente. Ho provato più volte a chiamare Bogdan, non rispondeva. Era un mio grande amico, è una sofferenza atroce”, ci ha raccontato Corrado al telefono.
I due viaggiavano facendosi chiaramente riconoscere come giornalisti. “Avevo il giubbotto con la scritta Press”, ci ha detto Corrado. Dalle foto si vede che dal lato anteriore del giubbotto, ora sequestrato dalla polizia, è stato estratto da un proiettile.
(da La Repubblica)

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CAPO ECONOMISTA DELLA BANCA D’INGHILTERRA, HUW PILL: “CARI BRITANNICI, RASSEGNATEVI A ESSERE PIÙ POVERI”

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

L’AUMENTO DEI PREZZI NON È DOVUTO SOLO ALLA GUERRA IN UCRAINA E LE CHIUSURE PER IL COVID, MA ANCHE E SOPRATTUTTO PER VIA DELLA BREXIT

“Cari britannici, rassegnatevi a essere più poveri”. Scatenano un putiferio le parole franche ma spietate di Huw Pill, capo economista della Banca di Inghilterra, in un podcast per la Columbia University. I tabloid sono furiosi, ma anche i giornali progressisti e di sinistra tradiscono indignazione per quello che gli inglesi non si azzarderebbero mai a fare: rassegnarsi a un tenore di vita più basso degli ultimi anni, o peggio a una decadenza, nello specifico a causa dell’inflazione rampante e della crisi energetica derivante dall’aggressione russa in Ucraina.
Da mesi la linea della Banca d’Inghilterra è una: i lavoratori devono accettare stipendi più bassi per limitare la corsa e i danni dell’inflazione, che nel Regno Unito è ancora sopra il 10% e per i prodotti alimentari sfiora addirittura il 20 (19,2%), ai massimi da 45 anni. Il capo economista argomenta così: “Adeguare gli stipendi al costo della vita crescente, in un contesto del genere, alimenta la spirale dell’inflazione. Se continuiamo con questo gioco dello “scaribarile” tra aziende e lavoratori, torneremo molto più lentamente alla normalità e l’inflazione farà sempre più danni alle famiglie britanniche. Purtroppo”, ha continuato Pill, “dobbiamo accettare un fatto: noi importiamo il 40% di gas naturale dall’estero, la cui quotazione è schizzata negli ultimi mesi, mentre esportiamo soprattutto servizi, che invece non hanno visto incrementi cosi alti. È matematica: non possiamo ignorare tutto questo”.
Ma i prezzi, soprattutto quelli di frutta, verdura e carne, potrebbero salire ancora di più per i britannici nei prossimi mesi, in questo caso direttamente a causa della Brexit .Sinora, a differenza dell’Europa nei confronti della merce dal Regno Unito, Londra ha desistito e ha lasciato frontiere libere a frutta, verdura e carne come se appartenesse ancora al mercato unico Ue, principalmente per due motivi: non c’erano le risorse doganali per metterli a punto e per evitare ulteriori contraccolpi all’economia menomata dal Covid e dalla Brexit stessa.
Ora, però, la realtà chiama. Quindi il Regno Unito completerà il distacco dell’addio alla Ue anche per quanto riguarda i controlli doganali in entrata. Ma aziende e associazioni della catena di distribuzione alimentare britannica sono già fortemente preoccupate: Londra importa oltre il 30% di frutta e verdura dalla Ue. Secondo “Politico”, i costi dei nuovi controlli degli alimenti dall’Europa ammonteranno a supplementari 400 milioni di sterline (oltre 450 milioni di euro), con fino a 50 euro di tasse in più per ogni spedizione.
(da agenzie)

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XI JINPING CAMBIA REGISTRO SULLA GUERRA: “RISPETTARE SOVRANITA’ E INTEGRITA DELL’UCRAINA”

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

ZELENSKY INCASSA L’ASSIST: SUBITO UN AMBASCIATORE IN CINA

«Ho avuto una lunga e significativa telefonata con il Presidente della Cina Xi Jinping». È quanto annunciato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un tweet. «Credo che questa telefonata, così come la nomina dell’ambasciatore dell’Ucraina in Cina, darà un forte impulso allo sviluppo delle nostre relazioni bilaterali», ha concluso il presidente ucraino. Il portavoce di Zelensky, Sergiy Nykyforov, ha dichiarato su Facebook che la prima telefonata tra i due leader «è durata quasi un’ora». A confermare la telefonata tra i leader dei due Paesi è intervenuta anche la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, che ha comunicato che la Cina invierà «un rappresentante speciale del governo per gli Affari eurasiatici in Ucraina e in altri Paesi per avere una comunicazione approfondita con tutte le parti sulla soluzione politica della crisi ucraina». La portavoce Chunying ha infine concluso che «la Cina continuerà a sostenere l’Ucraina sul fronte dell’assistenza e del sostegno umanitari». Durante il colloquio telefonico tra i due leader, il presidente Xi ha sottolineato che «il rispetto reciproco di sovranità e integrità territoriale è la base politica delle relazioni Cina-Ucraina». Subito dopo la telefonata, il presidente ucraino ha nominato Pavel Ryabikin ambasciatore dell’Ucraina presso la Repubblica popolare cinese. L’Ucraina, infatti, non aveva nessun rappresentate diplomatico in Cina dal febbraio 2021.
Il colloquio telefonico tra Xi Jinping e Zelensky
Secondo quanto riferito dall’emittente statale cinese Cctv, il presidente Xi avrebbe comunicato a Zelensky che «il dialogo e i negoziati di pace sono la sola via d’uscita» dal conflitto con la Russia. Il presidente cinese ha sottolineato a Zelensky anche che la Cina «è sempre stata dal lato della pace», aggiungendo che «l’obiettivo fondamentale» della Cina è quello di «promuovere colloqui per la pace». Xi, inoltre, avrebbe affermato che la Cina «non aggiungerà benzina al fuoco, né approfitterà della crisi per trarne profitto». Ma non solo. Il presidente cinese ha sottolineato che «il rispetto reciproco di sovranità e integrità territoriale», contenuto nel piano di Pechino per la pace tra Russia e Ucraina e presentato lo scorso marzo, «è la base politica delle relazioni Cina-Ucraina, che attraversato 31 anni di sviluppo e raggiunto il livello di partenariato strategico». Stando a quanto riportato dall’emittente statale cinese, il presidente Xi ha aggiunto di aver espresso apprezzamento per «la ripetuta enfasi del presidente Zelensky sullo sviluppo delle relazioni e della cooperazione con la Cina, e ringrazio l’Ucraina per aver fornito grande assistenza all’evacuazione dei cittadini cinesi nel 2022».
Come si è arrivati alla telefonata
In precedenza, il presidente cinese Xi Jinping si era detto pronto a sentire Zelensky dopo la visita in Cina del presidente francese Emmanuel Macron e della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Dopo il viaggio in Cina con al centro la guerra in Ucraina, come dichiarato dalla presidente della Commissione Ue, il presidente Xi Jinping si era detto disponibile a parlare con Zelensky: «È stato interessante sentire che il presidente Xi ha ribadito la sua disponibilità a parlare, quando i tempi e le condizioni saranno le più opportune». Al contempo, su impulso dell’Eliseo, il presidente Xi aveva dichiarato: «La Cina insiste nel promuovere i colloqui di pace e una soluzione politica, esprimendo la disponibilità a collaborare con la Francia per invitare la comunità internazionale a mantenere una moderazione razionale ed evitare di intraprendere azioni che possano aggravare la crisi o portarla fuori controllo». Nei mesi scorsi il presidente ucraino ha espresso la volontà di interfacciarsi con il suo omologo cinese.
Il piano di Pechino per la pace tra Russia e Ucraina
La Cina, lo scorso febbraio, aveva presentato un piano per la pace tra Russia e Ucraina articolato in 12 punti, con tre condizioni fondamentali per raggiungere la de-escalation nel conflitto e dare il via ai negoziati di pace: il cessate il fuoco, il no all’uso di armi nucleari e il no agli attacchi alle centrali atomiche. Nel documento Pechino si dichiarava «neutrale» nel conflitto, e sollecitava le parti ad avviare negoziati di pace. Il primo punto del piano prevede che «la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di tutti i Paesi devono essere sostenute». In secondo luogo, Pechino ha invitato Russia e Ucraina a riprendere i colloqui di pace, sottolineando che «il dialogo e il negoziato sono l’unica soluzione praticabile». E ancora: «La comunità internazionale dovrebbe rimanere impegnata nel giusto approccio per promuovere i colloqui per la pace, aiutare le parti in conflitto ad aprire la porta a una soluzione politica il prima possibile e creare le condizioni e le piattaforme per la ripresa dei negoziati». Un piano che è stato accolto con alcune perplessità da parte della comunità internazionale, e in particolare dalla Nato. Tant’è che il numero uno dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, dichiarò che il piano della Cina «non è molto credibile», perché Pechino «non ha mai condannato l’invasione illegale dell’Ucraina». E, prima della telefonata di oggi, molti diplomatici ed esperti avevano espresso lo stesso scetticismo sulla neutralità di Pechino, a causa del mancato confronto tra Zelensky e il presidente Xi, che invece ha incontrato il presidente russo Putin lo scorso 20 marzo. In quell’occasione, il presidente russo dichiarò che «Mosca guarda con interesse al piano di pace» proposto da Pechino.
(da Open)

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“LA RUSSIA È FINITA NELLE MANI DI UNO STRONZO”: L’INTERCETTAZIONE TELEFONICA TRA DUE OLIGARCHI RUSSI, NIKOLAI MATUSHEVSKY E ROMAN TROTSENKO

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

I DUE, CHE DICONO PESTE E CORNA DI PUTIN, SMENTISCONO (PER PAURA DI ESSERE “SUICIDATI”?)… NELLA TELEFONATA SI PARLA DI UNA GUERRA CIVILE IN RUSSIA: “LE PERSONE SI UCCIDERANNO A VICENDA PER LE STRADE DI MOSCA. È SOLO UNA QUESTIONE DI TEMPO, STA CROLLANDO TUTTO”

Se la conversazione è autentica – come molti indicatori lasciano credere, e come sostengono e scrivono gli osservatori russi indipendenti che abbiamo consultato –è un altro devastante capitolo della lotta intestina nelle élite russe, che ormai non credono più a Vladimir Putin e, non potendolo dire pubblicamente, parlano tra loro.
Tanto. Disperatamente. Un nuovo impressionante leak (rivelato del progetto investigativo russo “Sistema”) svela il dialogo tra due uomini che sembrano essere il miliardario Roman Trotsenko (un uomo vicinissimo a Igor Sechin, il boss di Rosneft), e l’uomo d’affari Nikolai Matushevsky.
I due che parlano al telefono discutono della guerra, organizzano la partenza dei loro parenti dalla Russia e dicono quello che pensano sulle autorità del paese. «Non esiste il concetto di un domani. Moriranno [dannazione], a un certo punto nel tempo, e non lasceranno nulla dietro. Sarà solo un deserto bruciato», dice un uomo con una voce simile a quella di Trotsenko, che è una delle persone più ricche di Russia.
Trotsenko e Matushevsky hanno definito la registrazione un falso. Matushevsky ha detto ai giornalisti di “Sistema” «penso che sia un falso o uno stupido scherzo di qualcuno che usa l’intelligenza artificiale». […]
I due interlocutori prevedono scenari da guerra civile, come già fecero – in un altro precedente leak – l’oligarca Akhmadov e il produttore musicale Iosif Prigozhin, di cui La Stampa aveva dato conto in anteprima. «Le persone si taglieranno a vicenda per le strade di Mosca», dice il presunto Trotsenko.
«Sfortunatamente, la Russia, che amiamo così sinceramente, è finita nelle grinfie di uno stronzo». «Le persone si uccideranno a vicenda per le strade di Mosca. È solo una questione di tempo». E il suo interlocutore raddoppia, dice di aver visto di recente un video con il taglio degli auguri di Capodanno dei presidenti, «a partire da Eltsin […] fino all’ultimo, quando questo deficiente non è sullo sfondo dell’albero di Natale, come sempre, ma i militari». «Come può vivere una nazione in cui l’unica ideologia è che un ristretto gruppo faccia soldi e mantenga il potere?».
Trotsenko è considerato una delle “casse” del capo di Rosneft Igor Sechin, dal 2012 al 2015 fu il capo della filiale di Rosneft in Svizzera, è uno degli uomini più ricchi di Russia (in questo momento 38esimo, con 3,8 miliardi di dollari di patrimonio), e Nikolai Matushevsky è il creatore di spazi artistici importanti e alla moda, Flakon e Khleb-zavod, a Mosca.
Lo sfondo della conversazione, che avrebbe avuto luogo all’inizio di gennaio 2023, è di estrema confidenza. I due si chiamano con diminutivi affettuosi – Kolya e Roma – discutono delle vacanze a Bali, “Kolya” dice a “Roma” che ci sono molti investitori lì e che è un posto da tenere in considerazione in tutti i sensi: «Recentemente, è stato davvero difficile per me in Russia, ho capito che qualcosa non andava, non è bello stare lì»
(da la Stampa)

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E’ TORNATA LA SPECULAZIONE INTERNAZIONALE CONTRO L’ITALIA: DOPO LA SBERLA RIFILATA DA GOLDMAN SACHS, CHE HA INVITATO A VENDERE I BTP E RIPIEGARE SUI “BONOS” SPAGNOLI, ANCHE “MOODY’S” METTE ROMA NEL MIRINO E AVVERTE: IL DEBITO ITALIANO RISCHIA DI DIVENTARE “SPAZZATURA”

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

I MERCATI SONO CERTI CHE I NON ADEMPIMENTI DEL GOVERNO SUL PNRR FARANNO AUMENTARE LO SPREAD, MENTRE MADRID DÀ PIÙ FIDUCIA PERCHÉ HA ADEMPIUTO A TUTTE LE REGOLE DI BRUXELLES… SE L’ITALIA VIENE DECLASSATA E PERDE L’INVESTMENT GRADE, IL COSTO DEL DEBITO POTREBBE DIVENTARE INSOSTENIBILE

Dopo Goldman Sachs, Moody’s. Il rating dell’Italia è a rischio, si sottolinea. A un passo dal livello “junk”, ovvero spazzatura. E c’è la possibilità di un declassamento il prossimo 19 maggio. A preoccupare è l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ma anche la crescita anemica e i maggiori costi di finanziamento, come rimarcato dall’agenzia di rating statunitense. Su quest’ultimo punto, si sottolinea, incidono i rialzi dei tassi d’interesse da parte della Banca centrale europea (Bce). Che continueranno, e che metteranno sotto pressione i titoli di Stato italiani. Che dovranno essere emessi a tassi più significativi di quelli dell’ultimo decennio.
La perdita della fiducia sull’Italia può materializzarsi. Se è vero che S&P Global Ratings, la maggiore agenzia di rating mondiale, non ha toccato il giudizio sull’Italia venerdì scorso, è altrettanto vero che la collega Moody’s ha lasciato intendere che nulla è scontato quando si parla di Italia. Non è un caso che l’agenzia newyorkese abbia ricordato, a pagina 8 del suo rapporto di ieri, quanto sia precaria la situazione italiana. Sei righe e due grafici, uno su disavanzo e debito pubblico e uno sulla crescita del Pil, per definire una situazione che rischia di deragliare. Netto il giudizio, che sa più di sentenza: «L’Italia è attualmente l’unico Paese sovrano con rating Baa3. I timori dei mercati, tuttavia, non si sono ancora materializzati in azioni concrete. La raccomandazione di Goldman Sachs potrebbe diventare realtà, ma per ora non ci sono state fluttuazioni di rilievo sullo spread fra Btp e Bund, che resta sotto quota 190 punti base.
Guardando i numeri del Documento di economia e finanza, spiega Pagani, c’è un quadro considerato come «realistico», anche se la crescita del Pil all’1 per cento è definita «ambiziosa» ma allo stesso tempo «non è irrealizzabile». Alla luce di questo, fa notare, «il sentimento fra gli operatori economici è ancora positivo, anche se si comincia a vedere un rallentamento». Piuttosto, rimarca, «bisogna guardare al saldo primario, che attualmente è negativo».
Un impatto potrebbe esserci dai rialzi dei tassi. «È pacifico che l’Italia sia vulnerabile alla normalizzazione della politica monetaria», hanno sottolineato gli analisti di Citi. I quali hanno consigliato a loro volta di assumere un atteggiamento cautelativo sul debito del Paese. Specie perché si avvicina il prossimo incremento del costo del denaro. “I dati attuali indicano che si dovrebbe alzare i tassi il 4 maggio, questo non è ancora il momento giusto per smettere di aumentarli», ha evidenziato il capo economista della Bce, Philip Lane, in una intervista a Le Monde. Uno scenario, quasi inevitabile, che potrebbe mettere ancora più pressione a Roma.
(da La Stampa)

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I CONSERVATORI SI OCCUPINO DEL FUTURO, NON DEL PASSATO

Aprile 26th, 2023 Riccardo Fucile

IL LORO COMPITO DOVREBBE ESSERE QUELLO DI PROVARE A CAMBIARE LA NARRAZIONE DEL PRESENTE, ALTRIMENTI SI DEFINISCANO REAZIONARI

Diventare un grande partito liberal-conservatore: sembra essere questo l’obiettivo di medio termine che si prefigge Giorgia Meloni in vista delle elezioni europee del prossimo anno.
Un partito, cioè, capace di proporsi due traguardi ambiziosi. In Italia occupare non più una posizione di destra ma di destra-centro, e dunque presidiare un’area (quella di centro appunto) abbastanza consistente elettoralmente e politicamente strategica; in Europa cercare di diventare protagonista di una nuova maggioranza tra i popolari e il variegato universo delle destre continentali.
Preliminarmente, tuttavia, bisognerebbe forse rispondere a una domanda: che cosa deve e/o può proporsi oggi di conservare un partito conservatore per essere fedele al suo nome?
E come mai ogni volta che qualcuno si mette a difendere ad esempio valori riconducibili alla formula Dio-Patria-Famiglia — valori dopo tutto pur meritevoli di qualche attenzione — come mai però una tale difesa non solo cade regolarmente nel vuoto, non sposta nulla, ma mostra sempre un che di goffo e di stantio meritandosi l’ironica noncuranza della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica?
Perché, insomma, una posizione conservatrice appare specialmente in Italia sempre fautrice di un che di retrivo, di ottusamente legato al passato?
La risposta è facile: perché nella società italiana il pensiero dominante è portato a giudicare sempre e comunque positivo ogni cambiamento, a salutare con soddisfazione ogni distacco da pratiche e principi del passato. Perché qui da noi occupa una posizione egemonica una narrazione progressista nella quale si riconosce la stragrande maggioranza della comunicazione, dei media e della cultura che ha più voce, inclusa quella cattolica.
Ma il punto è che i tempi sono in straordinario e rapidissimo mutamento, e tutto ciò che ci siamo abituati finora a pensarne è sul punto di rivelarsi irrimediabilmente superato. Il progresso scientifico-tecnico che continua a conseguire successi mirabili sul piano, ad esempio, medico-farmacologico è però lo stesso progresso che con la robotica e l’Intelligenza artificiale già oggi minaccia di sconvolgere e annichilire interi universi di senso, modelli di azione, capacità, emozioni, intorno alle quali da millenni è venuto costruendosi la nostra soggettività e insieme il modo d‘essere delle nostre società. Mille segni indicano insomma che vacilla il convincimento finora incontrastato che il progresso tecno-scientifico debba necessariamente dar luogo a una vita più soddisfacente per il maggior numero, vale a dire al progresso sociale, a qualcosa che si possa ancora definire in questo modo. Appare sempre più probabile, all’opposto, che quel progresso sta mettendo capo a un mondo duramente gerarchizzato nelle competenze e nel lavoro, sempre più dominato dall’ineguaglianza, nella sostanza antidemocratico.
Su noi europei in specie incombe un’età della incertezza e forse del pericolo. La denatalità inarrestabile, la dipendenza nel campo dell’energia e di molte materie prime, l’insicurezza strategico-militare e un diffuso senso d’irrilevanza nelle cose del mondo, la crescente difficoltà dei sistemi di welfare e l’aumento delle ineguaglianze, la paralisi nella costruzione politica dell’Ue accompagnata dall’emergere di importanti linee di frattura al suo interno: tutto contribuisce all’indebolire la speranza che il domani sarà migliore dell’oggi. In molti abbiamo la sensazione di un progressivo abbassamento degli standard nell’ambito dell’istruzione, della qualità della vita urbana e delle relazioni sociali, dell’intrattenimento.
Anche per chi non crede, infine, è difficile non chiedersi quali e quanti legami con il nostro passato culturale, con il nostro essere emotivo più profondo, sta recidendo la virtuale decristianizzazione del continente, la quale ormai si annuncia insieme al sempre più probabile prevalere in un prossimo futuro di fedi diverse da quella cristiana.
Ma dalla grande massa degli abitanti delle nostre società questo insieme di motivi d’incertezza e di sconvolgimento è ancora vissuto in modo frammentario e parziale, giorno per giorno, senza che se ne riesca ad avere il senso preciso della direzione complessiva. Anche perché il pensiero progressista egemone, pur sostanzialmente messo fuori gioco dalla crisi che sta investendo il suo retroterra, tuttavia ancora riesce a mistificare e occultare la portata di quanto sta accadendo.
Ebbene, di fronte al panorama ora descritto il compito primo di un partito conservatore mi sembra che non debba certo essere quello di cercare di riportare in vita istituti e principi ormai morti perché figli di un’altra epoca (questo è semmai il mestiere dei reazionari). Al contrario, il suo compito dovrebbe essere quello di provare a cambiare la narrazione del presente sottraendolo per l’appunto ai tracciati convenzionali, alle vulgate progressiste, e mostrandone invece la realtà altamente problematica, spesso irrealistica. Mostrando i contenuti negativi, le questioni drammatiche che tale realtà pone già oggi, le conseguenze negative a cui stiamo andando incontro a causa di scelte dettate in passato da un’eccessiva fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive».
Oggi conservare non vuol dire in alcun modo restaurare alcunché, tornare al passato. Vuol dire invece cambiare il punto di vista sul presente: per conservare un futuro nel quale sia ancora possibile riconoscersi.
Ernesto Galli della Loggia
(da Il Corriere della Sera)

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