Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
“SE CE NE ANDASSIMO, QUESTI PAZIENTI MORIREBBERO”
Le Forze armate sudanesi (Fas) hanno annunciato quest’oggi di aver accettato la proposta di un’organizzazione regionale africana di prolungare “per altre 72 ore l’attuale tregua” iniziata martedì e che, violata più volte, scade alla mezzanotte di domani. L’esercito ha inoltre reso noto di aver accettato di inviare un proprio rappresentante a Juba (capitale del Sudan del Sud) per negoziare con un omologo dei paramilitari delle Rsf “i dettagli dell’iniziativa”, che sarebbe il quinto cessate il fuoco dall’inizio degli scontri, lo scorso 15 aprile.
In realtà la tregua, indetta per consentire agli stranieri di abbandonare il Paese, non è mai stata rispettata e i combattimenti sono proseguiti senza soluzione di continuità, seppur a macchia di leopardo. I morti sono ormai centinaia, i feriti migliaia e la situazione sembra essere destinata a peggiorare: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, a causa del conflitto è stato chiuso oltre il 60 per cento delle strutture sanitarie nella capitale, Khartoum, e soltanto il 16 per cento degli ospedali è operativo ai livelli normali. Tra le Ong che non hanno lasciato il Paese e, tra mille difficoltà, continuano la loro attività c’è Emergency, che in Sudan gestisce il Centro Salam di cardiochirurgia a Khartoum e i centri pediatrici di Mayo (Khartoum), Nyala (Sud Darfur) e Port Sudan. Fanpage.it ha raggiunto al telefono a Khartoum Franco Masini, il medico a capo della missione di Emergency che ha tenuto aperto nella capitale sudanese il Salam Center, l’unico ospedale di tutta l’Africa ad offrire assistenza cardiochirurgica gratuita di alto livello.
Quanti sono gli operatori italiani di Emergency rimasti in Sudan e come stanno?
Emergency gestisce quattro strutture sanitarie: il Centro Salam di Khartoum, una cardiochirurgia d’eccellenza che cura pazienti dal Sudan e da altri trenta Paesi africani, e i centri pediatrici di Mayo (Khartoum), Nyala (Sud Darfur) e Port Sudan. In totale gli italiani della nostra Ong attualmente presenti nel Paese sono dieci. Negli ultimi giorni abbiamo avuto due evacuazioni: la scorsa settimana se ne sono andate sette persone, due giorni fa invece hanno lasciato il Sudan altri colleghi di Emergency. Ora al Salam siamo rimasti in sette internazionali (tutti italiani), più il personale sanitario nazionale che con molte difficoltà continua a svolgere il suo lavoro.
E negli altri tre ospedali?
Il centro pediatrico di Mayo sorge in un campo profughi vicino a Khartoum in cui vivono un milione di sfollati nel degrado più totale: lì abbiamo dovuto interrompere le nostre attività da subito per motivi di sicurezza. A Port Sudan la situazione è più tranquilla e si continua a lavorare regolarmente. A Nyala, nel Sud Darfur, il quadro inizialmente è stato molto difficile e gli scontri sono arrivati fin davanti all’ingresso del nostro ospedale pediatrico, tuttavia negli ultimi giorni le acque si sono calmate. Sicuramente Emergency gode di una grande reputazione: tutti sanno che siamo un’organizzazione che cura tutti, indipendentemente dalle appartenenze religiose, politiche ed etniche. Anche per questo il nostro ospedale è sempre stato risparmiato dai combattimenti, ma non nascondo che abbiamo temuto il peggio. A Nyala, ad oggi, ci sono sei internazionali, due dei quali italiani.
In questo quadro le attività dei vostri ospedali proseguono regolarmente?
No, impossibile. Fino a martedì scorso al Salam Center abbiamo continuato ad effettuare interventi cardiochirurgici perché avevamo delle emergenze che non potevano attendere; successivamente abbiamo dovuto interrompere le operazioni perché, pur avendo sacche di sangue a sufficienza, non disponiamo di piastrine ed altri emoderivati, elementi indispensabili che faticano ad arrivare a causa dei combattimenti. Inoltre sarebbe impensabile avere troppi pazienti in terapia intensiva attaccati a dei ventilatori polmonari e non poterli staccare in caso di pericolo, nel malaugurato caso avvenga qualcosa anche nel nostro ospedale. Tutti i pazienti che potevano essere dimessi in condizioni di sicurezza sono stati mandati a casa. La scorsa settimana erano 81, adesso invece sono 30, si trovano nella guest house e provengono da Etiopia, Somalia, Ciad, Burundi, Uganda e Gibuti. Si tratta di persone che non possono essere dimesse perché non possono tornare nei loro Paesi d’origine. A questi si devono aggiungere cinque pazienti ricoverati in terapia intensiva.
L’attività ambulatoriale è stata sospesa?
No. Le nostre sono prevalentemente operazioni di sostituzione delle valvole cardiache: dopo l’intervento chirurgico i pazienti necessitano di una terapia anticoagulante, di conseguenza c’è uno staff di medici e infermieri che deve continuare a lavorare ogni giorno per garantire loro tutte le cure necessarie. In tempi normali si eseguono 400 controlli al giorno, ora sono circa la metà. Non possiamo interrompere l’attività ambulatoriale.
Quindi dovete fare di tutto per tenere aperto l’ospedale altrimenti molti pazienti rischierebbero di morire.
Esatto. È indispensabile riuscire a tenere aperti i nostri ospedali e per fortuna le misure di sicurezza di Emergency sono eccellenti e collaudate in altri teatri di guerra, come Afghanistan e Iraq. È chiaro che in guerra tutto è possibile, ma Emergency fa di tutto per minimizzare i rischi.
Avete avuto contatti con le istituzioni sudanesi – e in generale con le parti belligeranti – per preservare la sicurezza dei vostri ospedali
No, in questo contesto è impossibile avere contatti ufficiali con nessuna delle due parti in conflitto. Prima della guerra avevamo relazioni frequenti e molto buone con le istituzioni, ma ora sono molto complicate. Abbiamo un ottimo responsabile della sicurezza ed altre persone che ci forniscono informazioni sui combattimenti e – per quanto possibile – previsioni sui possibili scenari futuri.
A proposito di scenari: cosa vi aspettate possa accadere nei prossimi giorni?
Impossibile dire con certezza quale sarà l’esito di questi scontri, ma siamo certi che comunque vada le prospettive per il Sudan siano pessime: già prima della guerra il Paese viveva una crisi economica disastrosa dovuta anche a un’altissima instabilità politica. Ricordo che l’ultimo colpo di stato risale a meno di due anni fa, nell’ottobre del 2021. Per la popolazione civile il futuro, comunque vada, sarà difficilissimo sia dal punto di vista economico che sanitario.
Lei rimarrà al suo posto?
Sì, resterò qui, salvo disastri. C’è molto lavoro da fare e non possiamo abbandonare i nostri pazienti.
(da Fanpage)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL PARERE DEL GENERALE CHIAPPERINI: “OPERAZIONE DIFFICILE MA GLI UCRAINI NON CESSANO MAI DI STUPIRCI”
“Il fatto che da giorni alcuni piccoli reparti ucraini siano sull’altra
sponda del fiume Dnepr ma che non ci siano stati ancora sviluppi significativi, fa sorgere dei dubbi sulla reale portata e sul vero scopo dell’azione ucraina. Da un lato potrebbe essere effettivamente una testa di ponte dove immettere ulteriori forze da lanciare verso sud, cioè verso la Crimea. Oppure potrebbe essere una azione preliminare e complementare, un diversivo per attirare il grosso delle riserve russe in quella zona a sud di Kherson per poi sferrare il vero attacco in un altro settore”.
A parlare è il generale d’armata dei Lagunari Luigi Chiapperini già pianificatore nel comando Kosovo Force della NATO, comandante dei contingenti nazionali NATO in Kosovo nel 2001 e ONU in Libano nel 2006 e del contingente multinazionale NATO su base Brigata Garibaldi in Afghanistan tra il 2012 e il 2013, attualmente membro del Centro Studi dell’Esercito e autore dei libri “Il Conflitto in Ucraina” del 2022 e “Morire per Bakhmut” in uscita nei prossimi giorni.
Chiapperini ha spiegato a Fanpage.it quali possono essere le conseguenze di una possibile controffensiva ucraina a Kherson, come annunciato dagli esperti dell’Istituto per lo studio della guerra (ISW), sugli sviluppi della guerra contro la Russia.
L’Istituto per lo studio della Guerra ha affermato che le truppe ucraine hanno saltato il fiume Dnepr e starebbero preparando una controffensiva a Kherson. È plausibile questa analisi? Ci sarà davvero questa controffensiva?
“Un po’ tutti gli analisti concordano sul fatto che prima o poi ci sarà una controffensiva ucraina. La domanda che ci poniamo ora è se quella presunta testa di ponte acquisita dagli ucraini sulla riva sinistra del Fiume Dnepr è effettivamente l’inizio di una nuova fase della guerra.
La finestra di opportunità per i russi apertasi con la mobilitazione dei 300mila riservisti nella seconda metà dello scorso anno si sta chiudendo e se ne sta aprendo una a favore degli ucraini. Sulla notizia della testa di ponte, se confermata, faccio però una prima considerazione: sembrerebbe che ancora una volta le forze russe siano state colte di sorpresa. Infatti gli ucraini hanno condotto una operazione anfibia “riverine”, per intenderci una azione con mezzi anfibi e natanti tipica di forze come il nostro Reggimento Lagunari Serenissima, occupando da giorni alcune zone a sud del fiume senza dover avere la necessità di parare, almeno sinora, contrattacchi locali da parte russa. Una situazione imbarazzante per un esercito, quello russo, considerato il secondo più potente del mondo.
Una seconda considerazione, o meglio, una vera e propria domanda che mi sto ponendo in questi giorni, è se effettivamente questa azione rappresenta l’inizio della preannunciata controffensiva ucraina. Normalmente prima di lanciare operazioni offensive, bisogna soddisfare alcuni criteri per il successo. Ne enuncio solo alcuni: ottimi piani operativi, comandanti e soldati addestrati e motivati, informazioni accurate e tempestive in ogni fase, superiorità aerea almeno locale o quantomeno disponibilità di difesa aerea sufficiente, disponibilità di mezzi da combattimento e trasporto della fanteria e carri armati in grado di superare in capacità quelli nemici, artiglieria in grado di battere obiettivi a contatto e in profondità. Al momento credo che gli ucraini non abbiano ancora un numero sufficiente di carri armati di più recente generazione”.
Che tempistiche ci sono, secondo lei?
“Il fatto che da giorni alcuni piccoli reparti ucraini siano sull’altra sponda del fiume ma che non ci siano stati ancora sviluppi significativi, fa sorgere dei dubbi sulla reale portata e sul vero scopo dell’azione ucraina. Da un lato potrebbe essere effettivamente una testa di ponte dove immettere ulteriori forze da lanciare verso sud, cioè verso la Crimea. Oppure potrebbe essere una azione preliminare e complementare, un diversivo per attirare il grosso delle riserve russe in quella zona a sud di Kherson per poi sferrare il vero attacco in un altro settore. Credo che per gli ucraini sarebbe meglio attendere tutti i carri armati promessi dall’occidente prima di lanciarsi in profondità. Potrebbe essere controproducente”.
Cosa potrebbe garantire all’Ucraina un’eventuale vittoria su questo fronte?
“Dovrebbero essere in grado di fare essenzialmente due cose. La prima è isolare le forze russe che operano sulla riva sinistra del fiume Dnepr con azioni in profondità condotte da artiglieria a lungo raggio e da droni aerei e navali. Sembra che lo stiano facendo. Stanotte, ad esempio, gli ucraini hanno colpito con razzi di precisione dei depositi russi di munizioni facendoli esplodere e hanno indirizzato due droni contro la base navale di Sebastopoli, questa volta sembrerebbe però con scarso successo. La seconda è riuscire ad immettere dall’altra parte del fiume nella testa di ponte, ondate successive di soldati, mezzi e materiali. Si tratta di un’operazione molto complessa e di difficile attuazione, anche se gli ucraini sinora continuano a stupire in particolare per la loro capacità organizzativa”.
Cosa potrebbe rappresentare un eventuale successo di Kiev in questa zona dell’Ucraina e come potrebbe influenzare il resto del conflitto?
“Sarebbe indubbiamente un importante passo che consentirebbe la liberazione della regione di Kherson e l’avvicinamento alla penisola della Crimea. Un’azione del genere, come detto, avrebbe come prima conseguenza l’assorbimento in questo settore delle riserve russe che pertanto lascerebbero scoperte altre aree importanti negli oblast di Zaporizhzhia, Donetsk e Lugansk. A quel punto gli ucraini potrebbero esercitare proprio in quelle aree lo sforzo principale della vera e propria controffensiva”.
Anche rispetto a quanto sta succedendo a Bakhmut e alle dichiarazioni del fondatore del gruppo Wagner, Prigozin, sembra che ci sia molto nervosismo nell’esercito russo. Possiamo aspettarci che Kiev si approfitti di questa situazione per tentare delle mosse anche in altri punti caldi della guerra?
“Probabilmente sì. A Bakhmut si combatte da mesi, con i russi, mi riferisco in particolare ai mercenari della Wagner, che continuano a conquistare a costo di elevatissime perdite uno o due isolati al giorno. Una carneficina spiegabile solo con la necessità per i russi di spingersi verso Kramatorsk e Sloviansk e impedire così agli ucraini di sfruttare quelle due località quali basi di partenza per la citata probabile controffensiva.
Se sinora è stato anche una risorsa, ritengo che Prigozin possa diventare un problema per la classe dirigente russa. Un uomo sempre più potente, con 50mila mercenari alle sue dipendenze dirette tra i quali anche tanti ex galeotti, con le mani in pasta in più continenti e in una posizione tale da poter criticare i massimi vertici delle forze armate russe. Cos’altro farà in futuro?”.
(da Fanpage)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
DAL GOVERNO MELONI UNA SFILZA DI ANNUNCI MAI MESSI A TERRA
C’era una volta 1 miliardo tondo, quello per gli “emolumenti accessori del personale dello Stato”, vale a dire i medici eroi e via dicendo, ricordate? Il decreto che istituiva l’apposito fondo, però, latita da ben cinque mesi. La Cultura invece si sa, quella può aspettare. E infatti, il decreto per erogare il fondo annuale da 100 milioni è scaduto a inizio marzo. Dovranno poi mettersi l’anima in pace i proprietari di casa alle prese con gli abusivi. In manovra il governo aveva messo 73 milioni di euro per esentarli dall’Imu. Il 16 giugno, con ogni probabilità, dovranno però pagare lo stesso la prima rata, con comico effetto-risucchio delle tante promesse di Meloni e Salvini contro l’adempimento “vergognoso”, figlio dell’oppressione fiscale “tanto cara alla sinistra”. Il 2 marzo scorso, infatti, come nulla fosse, è passato il termine per emanare il decreto che doveva indicare le modalità per richiedere l’esenzione. E fondi stanziati rimangono al Mef.
Non c’è solo il ritardo sul Pnrr. Il governo Meloni sta collezionando il suo record di decreti monchi anche sul fronte della legislazione ordinaria. Il conto generale arriva dall’ufficio per il Programma di governo. A oggi conta 181 decreti non attuati su 207, 52 dei quali sono ormai scaduti come lo yogurt, coi relativi fondi che rimangono nel freezer delle cose annunciate. Lo scomparto che fa il pieno è la prima Finanziaria dell’era Meloni con 118 decreti previsti, 18 adottati e 28 ormai scaduti, che blocca da sola 5 miliardi. Il Dipartimento di Chigi sottolinea il tentativo di limitare il ricorso a misure che rinviano ad altre stimando che l’89,1% delle somme stanziate nel 2023 (pari a circa 42,5 miliardi) sia riferibile a norme “auto applicative”, cionondimeno il restante 10,8% tiene in ostaggio una montagna di soldi. Da un conteggio che allarga poi lo sguardo a tutte le misure da licenziare, anche delle legislature passate, le risorse impigliate nei gorghi ministeriali superano quota 17 miliardi.
Riorganizzando i dati per importi spiccano i 400 milioni contro il caro energia: il decreto aveva ricevuto il parere della Conferenza Stato-Regioni ma è scaduto il 31 marzo. Idem i 205 milioni accantonati in Finanziaria per alimentare il “Fondo contro la decarbonizzazione e la riconversione verde delle raffinerie esistenti”. Lo stesso per i contributi per il trasporto “con mezzi di categoria euro 5 o superiore” che facevano parte del pacchetto per la transizione ecologica. Ragionando per ministeri, svetta il dl Infrastrutture di Matteo Salvini: da solo cuba 1,6 miliardi di risorse bloccate per mancanza di decretazione di secondo livello.
Latita anche l’attuazione delle norme legate al Pnrr, spina nel fianco del governo e degli italiani tutti. Le misure inattuate del primo decreto della serie valgono 110 milioni, il secondo ne blocca 364, il terzo 557. Tra questi, risulta scaduto anche quello per nominare un “commissario straordinario”, lato infrastrutture, a cui affidare il “potere di garantire il rispetto del cronoprogramma dei progetti del Pnrr e di provvederne all’esecuzione”. Una specie di generale Figliuolo proposto da Salvini, in funzione anti-Fitto, che è rimasto sulla carta: era previsto nel terzo pacchetto Pnrr (legge 24 febbraio 2023 n. 13) ma il termine per designarlo è scaduto un mese dopo, quando Roma e Bruxelles già facevano a sportellate sui ritardi. Non sorprende se da un’elaborazione OpenPolis, aggiornata al 20 aprile, la palma d’oro degli atti mancati spetti proprio al ministro del Pnrr: con sette su sette, Raffaele Fitto fa il 100% dei decreti inattuati (al secondo posto svetta quello dell’Ambiente, con 51,5% di attuazioni ancora da pubblicare rispetto a quelle richieste).
Mancano varie misure collegate al piano, come 2 miliardi di euro per la realizzazione di nuovi posti letto in alloggi o residenze per studenti universitari, che era una misura finanziata con i fondi ma il termine scadeva l’1 aprile 2023 e nessuno se n’è curato. Il terzo decreto attuativo più consistente in termini di risorse bloccate, pari a 1,15 miliardi di euro, è di responsabilità del ministero delle Imprese e del made in Italy e riguarda l’indicazione dei criteri e delle modalità di riparto del “fondo istituito per la ricerca e lo sviluppo di tecnologie innovative”. Anche in questo caso il termine per l’attuazione è passato l’1 aprile.
Tra le curiosità scadute. Dieci milioni sono bloccati al ministero della Santanchè, quasi bastasse la Venere in minigonna, costata quasi altrettanto, a rilanciare il turismo. Bloccati anche 5 milioni per quello sostenibile. Il 31 gennaio vengono congelati anche i 30 milioni per ristorare i gestori di impianti sciistici, magari per fare il paio coi balneari per i quali nulla si muove che qualcun non voglia. Mai se n’era parlato tanto, ma dopo l’orsa in Trentino torna in auge il problema della “gestione e contenimento della fauna selvatica”. Il decreto per l’adozione di un “piano straordinario quinquennale” scade giusto tra due giorni. E ancora. Matteo Salvini è stato a lungo consigliere comunale a Milano, la sua Milano. Ma è al suo ministero che deve bussare Beppe Sala da cui attendeva la prima tranche da 15 milioni (su 75 in tre anni) per il completamento della Metro Blu (M4) che, senza quelle risorse, rischia di fermarsi ai primi 5,8 km inaugurati a novembre. Sarà poi il pallino del Ponte, ma il 2 marzo sono scaduti i termini per il fondo che doveva garantire collegamenti aerei efficaci con la Sicilia e la Sardegna.
Il governo della destra che si (auto)definisce “sociale” insieme agli orsi dimentica anche i poveri e gli anziani: il 2 marzo scorso, come nulla fosse, è scaduto il termine per il decreto che doveva indicare i “criteri di erogazione del Fondo per la sperimentazione del reddito alimentare”. Sul piatto c’erano 1,5 milioni, ma forse era più impellente demolire quello di cittadinanza. Al palo resta anche il decreto che doveva indicare le modalità di rilascio del bonus trasporti per gli anziani. Nel frattempo, il vuoto circonda la campagna per le culle piene. Un’emergenza che doveva mobilitare tutti, anche le imprese. Il 2 marzo scorso è però scaduta una delle poche misure della legge di Bilancio alla voce “politiche per la natalità”: il tentativo di disciplinare e sostenere le donazioni da privati in favore di asili nido e scuole. Lo Stato garantiva 25 milioni nel 2023 più altri 40 per il 2024. Per ora sono a zero, molto peggio delle culle.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
SE LA SONO CAVATA PERCHE’ L’ILLECITO NON E’ ANDATO A BUON FINE E LA MANCATA COLLABORAZIONE DEI RUSSI NON HA PERMESSO DI PROVARE CHE I SOGGETTI COINVOLTI RIVESTISSERO CARICHE PUBBLICHE
C’è stata una trattativa, nel 2018, che ha coinvolto da una parte dei
cittadini russi che dicevano di rappresentare delle figure politiche del Paese, e dall’altra delle persone vicine alla Lega.
La trattativa aveva lo scopo di acquistare petrolio russo, con uno sconto, per poi rivenderlo a prezzo maggiorato a una società controllata dall’Eni e usare i soldi guadagnati in parte per ripagare i soggetti russi coinvolti, e in parte per finanziare la campagna elettorale della Lega.
Questo è stato dimostrato. Tuttavia, si può parlare solo di un “proposito criminoso”, non di reati: né di corruzione internazionale, perché non sono state individuate le presunte cariche pubbliche russe che ci avrebbero guadagnato, né di finanziamento illecito della Lega, perché l’acquisto di petrolio non è mai andato a buon fine.
Questo dice, in sintesi, il decreto con cui la giudice per le indagini preliminari Stefania Donadeo del Tribunale di Milano ha archiviato le indagini sul cosiddetto caso Metropol, scoppiato a inizio 2019. La giudice ha sostanzialmente ripreso le questioni sollevate già dalla stessa Procura, che a pochi mesi fa aveva presentato la richiesta di archiviazione.
Chi sono le persone coinvolte nel caso dei presunti fondi russi alla Lega
In 18 pagine di decreto, che Fanpage.it ha avuto la possibilità di consultare, Donadeo ha riportato la vicenda che gli inquirenti sono riusciti a ricostruire. Ciò che è certo è che “si può a tutti gli effetti parlare di perfezionamento di un accordo tra gli indagati e i mediatori russi”. Il caso era emerso nella cronaca nazionale con un’inchiesta dell’Espresso, basata tra l’altro su una registrazione audio che è risultata “priva di manipolazioni”.
Dei tre cittadini russi coinvolti, due sono stati identificati: si tratta di Ilya Andreevich Yakunin (“vicedirettore generatore della società North Caucasus Development Corporation controllata dal governo russo e membro della Agency of Direct investment, operante nel settore degli investimenti per la produzione e il commercio di petrolio e gas”) e Andrey Yuryevich Karchenko, legato al politologo Alexander Dugin, che molti considerano oggi l’ideologo di Vladimir Putin.
Si sa anche che questi hanno “partecipato alla trattativa per la compravendita di prodotti petroliferi in qualità di rappresentanti di altri soggetti russi i quali avrebbero avuto interesse a concludere l’operazione sia per sostenere la campagna elettorale del partito Lega sia per una remunerazione economica personale”. Sul fronte italiano, le persone indagate erano Gianluca Savoini (tra i fondatori, nonché presidente, dell’associazione Lombardia-Russia ed ex portavoce di Matteo Salvini), il consulente finanziario Francesco Vannucci e l’avvocato d’affari Gianluca Meranda.
Cosa si sa per certo sulle trattative
È provato che c’è stata “una serie di incontri e contatti telefonici e telematici, almeno da giugno 2018″, in cui si è parlato di un “‘piacere’ che i russi avrebbero dovuto fare alla Lega” tramite l’acquisto di “un milione di barili” di petrolio. Nelle conversazioni tra Vannucci e Meranda si parlava anche di un “Matteo” che sarebbe andato in Russia “ufficialmente a vedere il ministro degli Interni” ma avrebbe incontrato anche “Konstantin”, in una “stanza super segreta”, in cui “non vogliono le foto, perché Konstantin non si può far vedere fotografato con il ministero dell’Interno, e viceversa”.
La giudice indica che Konstantin sarebbe stato identificato probabilmente come Konstantin Malofeev, uno dei “duecento oligarchi russi soggetti a misure restrittive da parte dell’Onu”. Non è stato dimostrato in alcun modo, comunque, che Matteo Salvini fosse a conoscenza della trattativa, né del suo scopo di finanziare la campagna elettorale della Lega. Salvini, infatti, non è mai stato iscritto nel registro degli indagati. Il legame con il partito è certo, invece: in una conversazione, Vannucci afferma al telefono che Savoini gli avrebbe detto: “Se c’è da trattare tratti tu… a nome della Lega… gli puoi dire tutto quello che ti pare, c’è la copertura politica”.
Perché le indagini per corruzione sono state archiviate
Di fronte a questi dati ricostruiti dagli inquirenti, comunque, la stessa Procura ha chiesto l’archiviazione delle indagini, e la gip ha accettato. Il motivo è che “i risultati delle indagini svolte non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna”.
Per quanto riguarda le ipotesi di corruzione internazionale, infatti, è impossibile proseguire non tanto “per il fatto che l’operazione economica non sia andata a buon fine quanto perché i soggetti russi, con cui gli indagati si sono interfacciati, non appaiono rivestire la qualifica di pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio”. Perché ci sia il reato di corruzione, infatti, devono essere coinvolte delle figure con cariche pubbliche.
L’indagine ha cercato di “individuare i soggetti russi” che avrebbero ricevuto un parte dei soldi, ma senza successo. “Questa prova agli atti manca”. Gli inquirenti avevano delle ipotesi su chi potessero essere queste persone. Tuttavia, una rogatoria internazionale per chiedere informazioni aggiuntive alla Russia non ha ricevuto “nessuna risposta”, ed è “ancora maggiore l’improbabilità” di ricevere una risposta dopo l’invasione dell’Ucraina
Anche la società russa che avrebbe dovuto vendere il petrolio non è stata chiarita in modo definitivo. Nelle registrazioni risulta che a scegliere la società sarebbe stata “un’alta carica governativa locale con cui i cittadini russi presenti affermano di essere in contatto”. La società italiana che avrebbe poi dovuto comprare il petrolio”è stata individuata dalla Procura in Eni trading and shippings (Ets), società inglese controllata al 100% da Eni Spa”. È emerso che l’indagato “Meranda e Alessandro Des Dorides, vicepresidente di Ets, intrattenevano rapporti almeno dal gennaio 2017″.
Al contrario, per quel che riguarda la società russa non c’è chiarezza. C’è stata una richiesta ufficiale di acquisto di petrolio inviata alla società Rosneft. Tuttavia “”l’operazione non risulta aver avuto seguito, probabilmente per il rifiuto da parte di Rosneft dovuto all’eccessivo sconto richiesto”. Il 6,5%, invece del 4% emerso dalle registrazioni degli incontri. In seguito sono partite altre due richieste, di cui una a Gazprom, ma le trattative non sono andate da nessuna parte.
Non c’è reato di finanziamento illecito perché le trattative si sono bloccate
Per quanto riguarda “l’ipotesi di finanziamento illecito” per la Lega, “sia pure in forma tentata”, dalle indagini è risultato chiaro che le trattative erano “inequivocabilmente dirette verso l’obiettivo finale di finanziare illecitamente il partito Lega, grazie ai rapporti che Savoini, presidente dell’associazione culturale Lombardia-Russia, aveva saputo tessere con influenti personaggi del mondo politico, economico, culturale russo”. Il problema non è quindi che si volesse o meno finanziare la Lega, ma il fatto che l’operazione non è mai nemmeno partita.
Le trattative non sono state ritenute “idonee” a raggiungere, “almeno potenzialmente, lo scopo”, dato che non si è conclusa “non solo la fase finale di destinazione di una certa percentuale alla Lega, ma neanche l’operazione principale di compravendita di prodotti petroliferi”. Perciò “l’intera operazione rientra in un proposito criminoso non costituente reato”.
(da Fanpage)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
I RITARDI SI ACCUMULANO E LE PROPOSTE DI MODIFICA NON ARRIVERANNO PRIMA DELL’ESTATE
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, o Pnrr, è uno dei punti cruciali su cui il governo di Giorgia Meloni misurerà il successo o l’insuccesso della sua politica economica. Oggi, però, i ritardi stanno emergendo ed è sempre più evidente che alcuni obiettivi non saranno raggiunti in tempo, mettendo a rischio una grossa parte degli oltre 191 miliardi di euro di fondi europei.
Da mesi il governo parla della necessità di “rimodulare” il Pnrr, ma per adesso non è ancora dato sapere come intenda farlo. Luca Dal Poggetto, analista di Openpolis – fondazione indipendente che monitora l’attuazione del Pnrr – ha evidenziato per Fanpage.it i punti più critici: “Fondamentalmente, la situazione è difficile, il tempo stringe e sembra complesso che il Piano venga attuato nella sua forma attuale”.
Il vero problema con la terza rata da 19 miliardi di euro
A dicembre 2022 sono arrivati a scadenza 55 obiettivi, che il governo Meloni ha dichiarato raggiunti. Nel giro di due mesi avrebbe dovuto arrivare l’ok per la terza rata dei fondi, da 19 miliardi di euro, ma la Commissione europea ha deciso di prendersi più tempo per verificare il lavoro fatto dall’Italia. Alcune cose non tornavano.
“Per l’Italia è una novità, con il governo Draghi non era mai accaduto, quindi è certamente un campanello d’allarme”, ha detto Dal Poggetto. Una delle obiezioni mosse dalla Commissione riguardava gli stadi di Firenze e di Venezia: “Però mi riesce difficile pensare che il problema fosse solo questo”.
“Il comunicato in cui veniva annunciata questa cosa è stato diramato esclusivamente da Palazzo Chigi. Non è stata una nota congiunta firmata dalla Commissione europea. Si individuano tre scadenze su cui sono stati mossi dei rilievi”. Le stesse su cui il ministro Fitto ha poi reso conto nella sua informativa al Parlamento. “Ma non è da escludere che queste scadenze con aspetti critici possano essere state anche di più” .
Insomma, “è vero che lo stadio di Firenze sarebbe stato realizzato con fondi dedicati alla rigenerazione urbana, ma non è l’unico caso di questo tipo. Ne abbiamo individuati diversi. Probabilmente la realtà è un po’ più complessa, e rientrano in questo discorso anche ragionamenti di carattere politico, legati al rapporto tra il nuovo governo italiano e l’Ue”.
Cosa succede se l’Italia non rispetta i tempi del Pnrr
Il governo sta ritrattando per gli aspetti più problematici degli obiettivi fissati per dicembre 2022. La decisione di escludere gli stadi di Firenze e Venezia dai fondi europei, però, non significa automaticamente che l’Italia perderà quei soldi.
“Le scadenze del Pnrr non hanno questo livello di dettaglio. Bisogna esaurire i fondi destinati a un certo ambito. Ad esempio, per la rigenerazione urbana erano circa tre miliardi. Alla Commissione non interessa tanto quanti e quali progetti saranno realizzati, ma il fatto che tutte le risorse vengano utilizzate. Poi chiaramente si entra nel merito e se ci sono delle cose che non funzionano vanno sistemate”.
È davvero colpa del governo Draghi?
Molti esponenti della maggioranza e del governo Meloni, inclusa la stessa presidente del Consiglio, hanno detto che l’esecutivo in carica si è trovato a gestire un Pnrr programmato male e già gravemente in ritardo. In effetti ” i dati ci dicono che c’era un ritardo già ai tempi del governo Draghi. Questo è oggettivo. Probabilmente si è sottovalutato il carico di lavoro che le amministrazioni locali avrebbero dovuto sopportare. Evidentemente, però, in sede di valutazione europea si era scelto di chiudere un occhio o di essere di manica più larga”, ha detto Dal Poggetto.
Tuttavia, ci sono anche “responsabilità che si possono attribuire a questo governo”. Una su tutte, la famosa “rimodulazione” del Pnrr: “Dopo mesi, ancora non si sa niente. Continuano a dire che le trattative con la Commissione europea sono in corso, ma non sappiamo di cosa si parlano. Ci si è mossi tardi”.
Lo stesso Def del governo Meloni, pubblicato poche settimane fa, è stato scritto “dando per scontato che gli investimenti previsti dal Pnrr saranno realizzati tutti. A dirlo è l’Ufficio parlamentare di bilancio”. Le stime di crescita inserite nel documento, quindi, “vanno prese con le dovute cautele. Anche perché si dice esplicitamente che i dati più precisi saranno resi noto solo dopo le interlocuzioni con la Commissione. In questo momento, però, sembra complesso che il Piano venga attuato nella sua forma attuale”.
Perché i ritardi del governo Meloni possono costare cari all’Italia
A proposito di revisione del Piano, questa possibilità “non è mai stata negata dalla Commissione europea, in caso di difficoltà oggettive come l’aumento dei costi”. Tuttavia, la stessa Commissione aveva chiesto ai Paesi di presentare la propria proposta di revisione entro il 30 aprile. Una data non vincolante, dato che la scadenza legale è al 31 agosto, ma comunque utile per permettere di restare nei tempi.
Il governo Meloni, dopo aver detto a lungo che avrebbe agito entro il 30 aprile, ha fatto slittare la scadenza a fine estate “senza colpo ferire, come fosse una cosa normale, ma fino a poche settimane fa nessuno aveva parlato di fine agosto come scadenza”. Questo passaggio “non è indolore”, poiché il tempo per analizzare le proposte di modifica in sede europea “può essere anche molto lungo – fino a due mesi – e quindi se si parte a fine agosto il via libera potrebbe arrivare a novembre”.
In questo caso “ci sarebbe il rischio di perdere il 30% delle risorse previste per il nostro Paese”. Questa è una stima “fatta dalla Commissione europea e in particolare da Gentiloni”, non un dato certo, ma il tema è che “più si va in la nell’approvazione del piano rivisto, e meno ci sarà tempo per attuarlo. Se il nuovo Pnrr dovesse entrare in vigore a dicembre 2023, per ipotesi, rimarrebbe sostanzialmente la metà del tempo per completarlo”.
L’Italia, infatti, ha chiesto di “poter rivedere il Piano, stralciando i progetti non più realizzabili, ma le risorse non ancora spese dovranno essere riallocate, e il Pnrr deve comunque concludersi entro il 2026”. Perciò, con un piano da rispettare in tempi ancora più stretti e considerando che “ogni Paese può chiedere l’erogazione dei fondi del Pnrr massimo due volte l’anno, c’è il serio rischio che possano saltare le ultime tranche”.
Quali sono le prossime scadenze da rispettare
Mentre continuano le trattative con la Commissione, la prossima scadenza è a giugno, per sbloccare una quarta rata da 16 miliardi di euro. Anche qui però stanno emergendo problemi, come sul progetto di ampliamento degli asili nido o sulla rete di distribuzione dell’idrogeno. “Nel primo trimestre dell’anno c’erano dodici scadenze, di cui sette sono rimaste indietro. Ma quello è un passaggio intermedio, le verifiche della Commissione saranno a giugno, quindi c’è tempo per recuperare. Nel frattempo però si accumulano i ritardi, entro fine giugno ci sono altre quindici scadenze da rispettare”.
Sugli asili nido, “il testo originale prevedeva che entro giugno si assegnassero tutti gli appalti per la costruzione”. Nel suo discorso in Parlamento, però, il ministro Fitto ha confermato che questo obiettivo dovrà slittare perché alcuni Comuni “non hanno la capacità di effettuare gli interventi in tempo”.
Il tentativo del governo di scaricare la responsabilità sui Comuni
Il caso degli asili nido è emblematico. Il ministro Fitto ha sottolineato che il motivo dei ritardi è che alcuni Comuni non hanno rispettato le scadenze. Ha aggiunto che in futuro il governo chiederà a Comuni e Regioni di “garantire, assumendosi la responsabilità, la realizzazione degli interventi” nei tempi stabiliti, così il governo “si sentirà molto più tranquillo” ed eviterà di “vedere scaricato su di sé” il “rischio di non realizzazione degli interventi”.
Dal Poggetto ha sottolineato: “Sicuramente c’è il tema delle scarse competenze delle amministrazioni locali. Ci sono tanti casi di proposte presentate da Comuni piccoli che non sono state accettate perché il dirigente comunale non aveva una qualifica adeguata, o perché i progetti non avevano una qualità sufficiente. Ricordo, però, che i fondi che vengono assegnati alla diretta gestione delle amministrazioni locali ammontano al 40% del totale dei fondi del Pnrr. Questo significa che la maggioranza è comunque gestita dai ministeri, a livello centrale”.
Proprio per intervenire sulla gestione centrale del Piano, il governo ha varato il decreto Pnrr. “Non se ne vedeva il bisogno”, ha commentato Dal Poggetto. “In una fase così complessa, dove bisogna di recuperare i ritardi, aggiungere ulteriori elementi di complicazione porterà via altro tempo”. Anche perché a livello pratico “ci sono dei passaggi amministrativi, nuove approvazioni, nuove nomine. Sembra azzardato in questo momento dedicarsi a riformare le strutture interne dei ministeri”. Dire se con la riforma ci sarà in futuro una maggiore efficienza “è difficile, per adesso”.
La trasparenza che manca sul Pnrr
“Facciamo da mesi una battaglia per la trasparenza del Pnrr. Le informazioni complete non sono disponibili a livello nazionale”, ha concluso Dal Poggetto. Openpolis ha “l’ambizione di mappare il Pnrr su tutto il territorio italiano, ma oggi è impossibile”. Qualcosa “si sta iniziando a muovere, sono stati pubblicati dati su 50mila progetti. Sappiamo che non sono tutti quelli disponibili, dato che la Corte dei conti ha parlato di 134mila progetti, ma è un primo passo”.
Poche settimane fa “un sondaggio ha rilevato che 9 italiani su 10 non sono in grado di indicare nemmeno un progetto finanziato con i fondi del Pnrr che sarà realizzato sul proprio territorio. È una lacuna a cui vorremmo sopperire, ma i dati non ce li possiamo inventare”.
(da Fanpage)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
RICEVERE LA BUONUSCITA DOPO ANNI, CON L’INFLAZIONE GALOPPANTE, EQUIVALE A UN TAGLIO DELL’ASSEGNO DEL 25-30%
La data del giorno del giudizio è fissata. Il 9 maggio la Corte
Costituzionale deciderà sulla liquidazione dei dipendenti pubblici. La domanda a cui i giudici supremi dovranno rispondere è semplice: è lecito pagare con ritardi fino a 7 anni la liquidazione agli statali? L’Inps, in una memoria difensiva depositata agli atti della Consulta, ha già dato una sua risposta. Affermativa.
La prima considerazione che gli avvocati dell’Istituto di previdenza fanno, è che in realtà non è del tutto vero che i dipendenti pubblici non possono incamerare subito le somme della liquidazione. L’Inps a febbraio ha attivato un prestito a tasso agevolato (l’1%) che permette di avere un anticipo su tutta la somma.
Ma c’è anche un altro tema, secondo gli avvocati dell’Istituto.
Va fatta una distinzione tra il Tfs, il Trattamento di fine servizio, e il Tfr, il trattamento di fine rapporto. Il ragionamento è centrale, e va seguito con attenzione. Il Trattamento di fine servizio è la vecchia “liquidazione”.
Quella pagata agli statali assunti fino al 31 dicembre del 2000 ed è commisurata all’ultima retribuzione (circa l’80%). Dal primo gennaio del 2001, invece, tutti i dipendenti pubblici assunti, percepiscono come nel privato il Tfr, il trattamento di fine rapporto, che è una “retribuzione differita” trattenuta mensilmente in percentuale dello stipendio.
Perché questa distinzione è importante? Perché secondo l’Inps tutt’al più è il Tfr degli statali che può essere soggetto alle stesse regole dei lavoratori privati e, dunque, potrebbe essere pagato immediatamente. Il Tfs, invece, no. Una tesi che se accettata dalla Corte, farebbe risparmiare miliardi di euro allo Stato.
Questo perché nessun lavoratore pubblico assunto con il Tfr ha ancora chiesto la liquidazione, essendo in vigore per gli statali da 22 anni quando ne servono più di 40 per andare in pensione.
Solo il prossimo anno andranno in pensione 150 mila statali che, per una media di 70 mila euro ciascuno di buonuscita, dovrebbero ricevere in tutto 10,5 miliardi dal Tesoro.
Nella memoria depositata dagli avvocati che difendono un iscritto del sindacato Confsal-Unsa, che sui ritardi di pagamento della liquidazione combatte da anni, viene ricordato come sia stata la stessa Corte Costituzionale nella sua precedente sentenza, la 159 de 2019, a spiegare come non ci sia differenza tra il Tfr e il Tfs
La Consulta aveva sostanzialmente detto che un differimento poteva essere lecito per chi lascia il lavoro in anticipo (per esempio con Quota 100), ma era difficilmente giustificabile per chi esce a 67 anni con la vecchiaia. In questo caso la liquidazione andrebbe pagata subito. E i giudici avevano invitato il Parlamento ad intervenire.
Ma nulla si è mosso. Con l’aggravante che intanto è arrivata un’inflazione galoppante. Oggi ricevere la buonuscita con 5-7 anni di ritardo, senza rivalutazione e senza interessi, equivale a un taglio del 25-30 per cento dell’assegno. Una sorta di tassa applicata sui soli dipendenti pubblici. Alla Corte l’ardua sentenza.
(da Il Messaggero)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
IMMOBILI FANTASMA E LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE MAI ESEGUITI… AL CONFRONTO LE TRUFFE SUL REDDITO DI CITTADINANZA SONO BRICIOLE, MA IN QUESTO CASO NESSUNO SI INDIGNA
Immobili fantasma e lavori di ristrutturazione mai eseguiti per generare crediti d’imposta falsi da cedere a terzi e generare dunque profitti. È questo lo schema della truffa sul bonus facciate scoperta dalla Guardia di Finanza di Brescia. Le indagini delle Fiamme Gialle bresciane, su delega della Procura di Roma, hanno portato al sequestro d’urgenza di 670 milioni di euro di crediti d’imposta ritenuti fasulli e prossimi alla cessione, nonché di 50 milioni di euro tra beni e disponibilità finanziarie di 20 soggetti e società operanti nelle province di Roma, Bologna, Pistoia, Salerno, Rimini, Verona, Napoli, Isernia, Macerata, Avellino, Frosinone e Bolzano. Il sequestro urgente, come spiegato in una nota ufficiale della procura di Roma che coordina l’inchiesta delle Fiamme Gialle di Brescia – si è reso necessario per evitare che questi crediti ritenuti fasulli «fossero introdotti nel circuito economico legale e portati indebitamente in compensazione». Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, infatti, i crediti sono ritenuti fasulli dalla Gdf perché creati appositamente da società “cartiere” che però non risulterebbero proprietarie di nessun immobile. Di conseguenza i relativi lavori di ristrutturazione di questi immobili non sarebbero mai avvenuti. Oltre alle ipotesi di reato per truffa e indebite percezioni a danno dello Stato, per i soggetti coinvolti nelle indagini si profilano anche le ipotesi di accusa di riciclaggio, reimpiego in attività economiche e autoriciclaggio dei proventi illeciti. Le indagini proseguono, fanno sapere le Fiamme Gialle, per individuare il ruolo di eventuali altri soggetti.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
DA OGGI NON RISULTA PIU’ REPERIBILE, ENNESIMO CAPITOLO TRAGICOMICO DI UNA FARSA MINISTERIALE
La campagna “Open to meraviglia” continua a sorprendere. Dopo le
innumerevoli polemiche, ora la campagna si tinge di giallo.
Dalla pagina ufficiale del Governo dedicata al progetto del Ministero del Turismo per promuovere l’Italia nel mondo, è scomparso il video promozionale della campagna pubblicitaria.
«Il video è privato», è la scritta che campeggia al posto della preview del video.
Lo spot, pubblicato originariamente su YouTube, non è dunque più indicizzato, e risulta irreperibile anche sulla piattaforma di proprietà di Google.
Il video promozionale di “Open to Meraviglia”, nei giorni scorsi, era stato oggetto di polemiche perché, come osservato da Massimiliano Milic della casa di produzione Terroir films, diverse scene dello spot non sono state registrate in Italia. Si trattava invece di immagini stock, scaricabili gratuitamente, o comunque a costi ridottissimi, da diverse piattaforme online.
Tra le varie immagini era presente anche un breve estratto di un video che ritraeva un gruppo di giovani brindare in una cantina. Le immagini, però, erano state riprese in Slovenia da un regista freelance olandese, Hans Peter Scheep e distribuite sulla piattaforma di video stock Artgrid. Insomma, la campagna continua a procedere, in un continuo viaggio tra meraviglie, gaffe, sgrammaticature geografiche e, al momento, anche alcuni piccoli misteri tecnici del nostro Paese.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2023 Riccardo Fucile
QUESTO SAREBBE UN RAPPRESENTANTE DELLE ISTITUZIONI? MA NON ERANO “PATRIOTI”?
Sguardo chino, sì, ma non in raccoglimento. Durante l’inno d’Italia per le celebrazioni del 25 aprile a Viterbo Vittorio Sgarbi era distratto, intento a leggere messaggi sullo smartphone.
Così attento a quello che accadeva sullo schermo da non unirsi neanche all’applauso finale insieme al pubblico e alle altre autorità presenti.
Un gesto che non è passato inosservato a qualcuno nella platea.
Il video è poi finito sul profilo dell’Anpi, riaccendendo le polemiche che già lo avevano riguardato in prima persona.
Durante il saluto alle autorità infatti, il presidente della sezione di Viterbo dell’Anpi, Enrico Mezzetti, si è rifiutato di stringere la mano al sottosegretario alla Cultura.
(da agenzie)
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