Destra di Popolo.net

FOGLIO DI VIA PER L’ITALIA DA BRUXELLES

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

LA MISSIONE DELLA MELONI E’ STATA UN FALLIMENTO SU OGNI FRONTE… LA FOTOGRAFIA DI UN PAESE NON CREDIBILE, ISOLATO E OSTAGGIO DELLA SUA STESSA PROPAGANDA

Gira da qualche anno sui social un video in cui due cani si abbaiano furiosamente in faccia separati da un cancello. Verrebbe da credere che siano pronti a sbranarsi, se ne avessero l’opportunità. Quando il cancello all’improvviso si apre i due si guardano straniti, abbassano le orecchie e indifferenti se ne vanno ognuno per la sua strada.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, vista al di qua del cancello nel nostro Parlamento e nei giornali che le sono amici, da settimane sbraita contro l’opposizione, contro l’Unione europea, contro i falchi della Bce. Non solo. Da questa parte del cancello ripete da giorni che non ci sono problemi sulle scadenze del Pnrr, non ci sono problemi per il patto sui migranti siglato a Lussemburgo, non ci sono problemi sul Mes. Tutto falso, tutto.
Le è bastato uscire dal comodo recinto di giornalisti amichevolissimi e parlamentari a disposizione per abbassare le orecchie e, di seguito, i toni. La missione Ue di Giorgia è un fallimento su ogni fronte ed è l’inevitabile e impietosa fotografia di un Paese non credibile, isolato e ostaggio della sua stessa propaganda. Hanno voluto i voti dei sovranisti e ora indossano la maschera da europeisti risultando non credibili in entrambi i ruoli.
Meloni è disistimata dall’Europa occidentale e derisa dagli ex amici Morawiecki e Orbán. Non era difficile riuscire a scontentare tutti eppure le è riuscita questa formidabile impresa. Ora mogia torna in Italia ma rialzerà subito le orecchie. Tanto un giornale che le dice di avere compiuto un capolavoro lo trova di sicuro.
(da La Notizia)

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CONTE: “LAVORATORI SCHIACCIATI DALLA PRECARIETA’, BASTA PRENDERSELA CON I PIU’ FRAGILI”

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

“MELONI NON NE AZZECCA UNA, E’ SOPRAFFATTA DAL PANICO”

Giuseppe Conte parla da padre legittimo della legge sul salario minimo, prima proposta che ha unito le opposizioni. «Quando abbracci battaglie giuste e hai la caparbietà di portarle avanti, riesci a creare la giusta convergenza», dice il presidente del Movimento 5 stelle, che conferma la volontà di andare avanti con un «dialogo franco» con Elly Schlein e il Pd. Mentre attacca duramente Giorgia Meloni e la sua «goffa epopea»: «Non ne sta azzeccando una, è sopraffatta dal panico – sottolinea l’ex premier – la sua maggioranza è lacerata e inanella solo figuracce».
Eppure, ora sperate che appoggino la vostra proposta di legge sul salario minimo?
«Speriamo prevalga il buon senso e non continuino a prendersela con i più fragili, com’è stato con il reddito di cittadinanza. Questa legge può essere un passo avanti decisivo per tanti lavoratori schiacciati dalla precarietà e dallo sfruttamento. Sono orgoglioso che ci sia il mio nome come prima firma della proposta, non per me, ma per il M5s, che per primo ha combattuto questa storica battaglia».
Sarà contento anche di questa prima concreta prova di unità delle opposizioni, no?
«L’accordo raggiunto dice che la convergenza tra forze politiche si sperimenta su temi e su proposte concrete. I percorsi politici vanno costruiti sui bisogni dei cittadini e non possono essere affidati a photo opportunity o a comizi in tandem».
Il salario minimo non ha unito proprio tutti: Renzi ha preferito distinguersi…
«La proposta unitaria rappresenta la convergenza delle forze politiche che fanno un’opposizione genuina. Non mi meraviglio che non ci sia la sottoscrizione di Italia Viva, che si ritrova a votare in Parlamento più spesso con le forze di governo».
Calenda, invece, ha aderito e vi h anche “bruciato” l’annuncio, uscendo per primo da solo. Infastidito?
«Le rispondo con le stesse parole con cui Benedetto Croce replicava a chi lo invitava a esprimersi sui comportamenti puerili del poeta Salvatore Di Giacomo: “Lasciatelo perdere a don Salvatore, chello è’na creatura”».
Lei e Schlein, però, prendete gli aperitivi insieme e poi perdete di brutto alle elezioni, come in Molise.
«La coalizione che ha sostenuto Roberto Gravina, ottimo sindaco di Campobasso, si è misurata in questa regione per la prima volta e poco ha potuto fare contro un sistema ben oliato e ramificato di potere. Ma il consolidamento di un metodo di lavoro partecipato, che mette da parte gli interessi di bottega delle forze politiche e guarda al solo benessere dei cittadini, non ne esce compromesso. Ed è quello su cui il M5s intende investire».
Quindi, ancora alleanze progressiste con il Pd, in vista delle prossime amministrative?
Ho sempre sostenuto che l’intesa con il Pd dovesse muovere da temi e programmi, non l’abbiamo mai pensata come una necessaria e obbligata convergenza elettorale. La realtà dice che tra di noi permangono ancora differenze e che il consolidamento di un’intesa politica è un processo che necessita di tempo. In questo senso, il dialogo con Schlein prosegue franco e trasparente, nonostante per questo lei debba quotidianamente difendersi dagli attacchi che le arrivano da più lati dalle varie correnti interne del Pd».
Detta così, fossi in Meloni, dormirei sonno tranquilli…
«Non direi, basta vedere il suo nervosismo. La premier è sopraffatta dal panico, non ne sta azzeccando una: la sua maggioranza si muove con la retromarcia e si azzuffa ogni giorno, inanellando solo figuracce. Posso spiegarmi solo così certe sue reazioni aggressive e rabbiose. Il problema è che, più che con una presidente del Consiglio, sembra di avere ancora a che fare con la deputata che, dai banchi dell’opposizione, urlava e inveiva, trasfigurandosi, lasciando da parte ogni regola della sana dialettica politica. Non è un atteggiamento consono per un capo di governo, non rende onore al ruolo che riveste».
A proposito di figuracce, cosa pensa di questo ennesimo rinvio sul Mes?
«È uno spettacolo imbarazzante per noi italiani e per l’Europa intera. La maggioranza si mostra nuovamente lacerata e la finta linea sovranista di Meloni e Salvini – che volevano buttare la palla in tribuna rinviando la discussione al duemilamai – viene lasciata in minoranza. Il risultato? Non si presentano in commissione Esteri, farfugliano in Aula. Meloni non ancora l’ha capito ma scoprirà presto che questo indecisionismo schizofrenico compromette la credibilità del suo governo e ci danneggia fortemente. Vedrete che alla fine farà retromarcia anche sul Mes».
Anche lei, da premier, era andato avanti sul Mes, nonostante la posizione del Movimento fosse da sempre contraria. Ora scegliete l’astensione. Che linea è?
«Guardi, a inizio pandemia mi opposi, con il M5s, alle pressioni interne ed europee che spingevano per attivare il Mes. È un accordo intergovernativo del tutto inadeguato per affrontare emergenze come quella pandemica o energetica, ma noi possiamo vantarci di avere migliorato la versione originaria. La nostra astensione significa che non intendiamo togliere al governo le castagne dal fuoco: tocca a loro assumersi le responsabilità e certo non possiamo dimenticare le infamanti accuse che fecero al mio governo di avere attivato il Mes nottetempo».
A Bruxelles, intanto, Meloni ha tentato una vana mediazione con i suoi alleati sovranisti sul tema dei migranti. Morale?
«È un fallimento che racchiude la goffa epopea meloniana di questi primi 8 mesi di governo. Messo in soffitta il blocco navale, qui abbiamo una presidente del Consiglio che difende l’interesse nazionale dei suoi partner in Polonia e Ungheria, dimenticandosi però l’Italia. A Bruxelles non ottiene nulla sul fronte della redistribuzione dei migranti, eppure grida al successo. Straparla di confini esterni da presidiare, facendo però registrare un drammatico raddoppio degli sbarchi».
(da agenzie)

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ARRESTATO ALESSANDRO BERTOLINI, IL MERCENARIO DI ROVERETO CHE COMATTEVA IN DONBASS CON I RUSSI

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

UN ALTRO ESTREMISTA DI DESTRA PUTINIANO: MA I NAZISTI NON ERANO GLI UCRAINI?

Appena atterrato all’aeroporto di Malpensa, ha trovato il Ros dei carabinieri ad attenderlo: il foreign fighter di Rovereto Alessandro Bertolini, 29 anni, indagato dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova, è stato arrestato.
Da anni risultava latitante, insieme ad altri italiani filorussi impegnati a combattere in Donbass. Almeno dal 2016, secondo quanto ricostruito dai militari del Ros del capoluogo ligure, avrebbe combattuto a fianco delle milizie filorusse dietro compenso.
Attività che l’avrebbe portato a partecipare, scrive il Corriere del Trentino, «ad azioni, preordinate e violente, dirette a mutare l’ordine costituzionale o a violare l’integrità territoriale del governo ucraino, Stato estero di cui non era cittadino né stabilmente residente, senza far parte delle forze armate di alcuna delle parti in conflitto».
Le simpatie di estrema destra
Nel 2017 erano emerse le simpatie di Bertolini per l’estrema destra: il 29enne era apparso in un reportage del programma di Rai 2 Nemo, condotto dalla giornalista Valentina Petrini. E in quell’occasione, con in mano un fucile mentre si trovava in Donbass, aveva raccontato di «aver sempre sognato di fare il soldato sin da piccolo, e di non aver avuto alcuna possibilità, in Italia. Come ideali mi piaceva Forza Nuova. Anche i russi si avvicinano molto a loro per le idee. Quando la gente di sinistra viene qua, è smentita subito». Per poi aggiungere: «L’Europa la vedo sempre più allo sfascio. Lavoro precario, instabilità. L’immigrazione che sta avvenendo in Europa non è una cosa buona. Aiutare le persone è giusto, ma l’immigrazione incontrollata prima o poi finisce nel caos». Adesso Bertolini si trova in carcere a Busto Arsizio (Varese), e per il momento si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il suo procedimento verrà seguito dal Tribunale di Genova, e la sua difesa è affidata all’avvocato Massimiliano Luigi Scialla. L’udienza preliminare è fissata per il prossimo settembre.
L’inchiesta
Bertolini, in ogni caso, non è l’unico nel mirino della procura genovese. Altri mercenari erano già stati arrestati in precedenza. Ancora irreperibili risultano invece il varesino Gabriele Carugati (figlio dell’ex dirigente della Lega a Cairate, Silvana Marin), e Massimiliano Cavalleri, detto «Spartacus». Entrambi combattevano in Ucraina al fianco di Bertolini e Andrea Palmeri, capo ultrà del Lucca Calcio (condannato in primo e secondo grado anche se ancora all’estero). Quest’ultimo, secondo l’accusa, sarebbe ancora adesso uno dei riferimenti per il reclutamento dei mercenari.
Le indagini sul mondo ultrà di estrema destra erano partite sin dal 2013, quando la comparsa, a La Spezia, di scritte inneggianti al comandante delle S.S. Erick Priebke aveva fatto scattare l’allerta della Procura di Genova. Gli approfondimenti sugli skinheads in Liguria avevano permesso di risalire ai mercenari reclutati per la guerra in Donbass in sostegno dei filorussi: già nel 2019 erano stati condannati tre dei sei reclutati. Ovvero Vladimir Vrbitchii, operaio di origini moldave condannato a 1 anno e 4 mesi, Olsi Krutani, albanese sedicente ex ufficiale delle aviotruppe russe, e l’italiano Antonio Cataldo, entrambi condannati a 2 anni e 8 mesi. I tre erano stati arrestati nel 2018 con l’accusa di associazione a delinquere, finalizzata al reclutamento e al finanziamento di mercenari combattenti.
(da agenzie)

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L’ALLARME SULL’ACQUA PRIVATIZZATA NEL REGNO UNITO: “SULL’ORLO DELLA BANCAROTTA”

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

ORA SI RIPARLA DI RITORNO ALLO STATO

Il più grande fornitore privato di acqua potabile del Regno Unito, Thames Water, sarebbe sull’orlo della bancarotta. Nonostante, puntualizza Repubblica, rifornisca 15 milioni di clienti e, come dice il nome stesso, delle aree intorno al Tamigi, inclusa la capitale Londra. L’acqua venne sganciata dal controllo statale 34 anni fa, per volere di Margaret Thatcher. Il capo attuale del governo, Rishi Sunak, adesso dovrà decidere se imprimere una svolta in direzione opposta, ovvero nazionalizzando. Il Labour post-corbyniano sembra tuttavia prudente, a dispetto del fatto che tutti i sondaggi siano favorevoli al ritorno dello Stato. Tra le motivazioni a favore della manovra, ci sarebbe la speranza di evitare un eventuale effetto domino sulle altre compagnie
I debiti del settore
Anche considerando che l’intero settore sembra in debito di almeno 60 miliardi di sterline (circa 70 miliardi di euro): dunque altre tre colossi potrebbero sprofondare. Ma bisogna considerare l’ingente costo che l’intervento comporterebbe: si parla di almeno 10 miliardi di sterline, ossia oltre 11 miliardi di euro, ovviamente sulle spalle dei contribuenti. Il controllo di Thames Water è attualmente nelle mani di una galassia di hedge fund e società anche straniere, come il fondo pensione canadese Ontario Municipal (31,8%) ma anche la cinese China Investment Corporation (8,7%). Sul web viene fatto notare che, nonostante i debiti, i dividendi hanno continuato ad essere pagati. Le compagnie si sono difese dichiarando che si trattava di bonus obbligati, e scaricando le responsabilità sull’inflazione alta (8,7%) che per aziende simili è maggiorata (11,3%), sui costi delle materie prime e sul recente innalzamento dei tassi (5%).
(da agenzie)

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IL MISTERO DEI SOLDI DI PRIGOZHIN

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

IL BUSINESS DEL FOOD IN RUSSIA E LE MINIERE D’ORO E DIAMANTI IN AFRICA

Come ha fatto Yevgeny Prigozhin a diventare miliardario? Il leader del Gruppo Wagner ufficialmente controlla soltanto cinque imprese in Russia. Ne amministra una di cui non risulta proprietario. Ma la scia dei soldi del “cuoco di Putin” mostra un impero enorme che ha introiti incredibili. Il Sole 24 Ore ha verificato nel registro delle società della Federazione Russa. E ha scoperto che stando ai bilanci le società di Prigozhin avrebbero incassato complessivamente solo 700 mila euro nel 2022. Bruciando invece 4,3 milioni di euro. Le perdite ammonterebbero quindi a sei volte il fatturato. Ma i numeri ufficiali nascondono una verità ben diversa.
La ragnatela
Il business di Prigozhin è costituito dalle miniere d’oro e diamanti in Africa e dalle società del settore del gas e del petrolio in Siria. Ovvero gli altri due teatri di guerra, oltre all’Ucraina, in cui è impegnata la Russia. Un impero che ora rischia di morire dopo l’intemerata della Wagner. E che di base parte dalla holding Concord. Che si occupa di gestione e consulenze alle imprese. Non è stato però questo il primo affare del leader di Wagner. Il nomignolo di “cuoco di Putin” deriva dalle sue attività nel campo della ristorazione. Ovvero un’enoteca-bar e un locale aperti una trentina di anni fa. La “New Island” è una barca trasformata in ristorante. Proprio qui Putin amava portare i suoi ospiti stranieri. L’azienda Concord si occupa anche di ristorazione e food delivery. E controlla la Concord M e la Ritm, che invece gestisce immobili. Così come la Reteil, che gestisce il quartier generale dei mercenari a San Pietroburgo.
Gli azionisti di Wagner
Gli azionisti della Wagner invece sono schermati. Perché l’azienda è una società per azioni non pubblica. Lo stesso Putin ha rivelato che Wagner ha guadagnato 80 milioni di rubli grazie al sostegno dello Stato. Prigozhin ha rilevato attività statali come le mense per scuole, ospedali e caserme. Nella rete del suo business sono entrati la moglie Lyubov Valentinovna Prigozhina e i loro tre figli. Ovvero la primogenita Polina Evgenievna (nata nel 1992), il figlio Pavel Evgenevich (nato nel 1998) e la più giovane Veronica Evgenevna (nata nel 2005). Anche loro diventati improvvisamente imprenditori.
Le miniere d’oro e di diamanti
Nella Repubblica Centroafricana Prigozhin possiede “Midas Resources sarlu”, una società mineraria che ha un numero imprecisato di concessioni e licenze. Gli obiettivi sono da sempre l’oro e i diamanti. La miniera di Ndassima ha un valore di un miliardo di dollari. “Diamville Sau” è invece una società commerciale di oro e diamanti. Lobaye Invest è specializzata nell’estrazione di oro e diamanti. Infine, M Invest è un’entità con sede in Russia controllata da Prigozhin. Funge da copertura per le forze del Gruppo Wagner che operano in Sudan. Nel 2017 si è aggiudicata accordi di concessione per l’esplorazione di siti di estrazione dell’oro.
(da Open)

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IL PRESIDENTE EMERITO DELLA CONSULTA AMATO: “RICONOSCERE I FIGLI DI DUE MAMME E’ COSTITUZIONALE”

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

“LA SINISTRA RICORDI COS’E’ LA POLITICA”

Giuliano Amato, presidente emerito della Corte Costituzionale, dice che i figli di donne gay che non sono nati attraverso la maternità surrogata vanno riconosciuti. Un loro riconoscimento non sarebbe in alcun modo contrario alla Carta. «Questo principio è stato ribadito anche in pronunciamenti molto recenti. L’identità di un figlio deriva dalla sua vita familiare. Nel caso però della maternità surrogata, secondo la stessa Corte Costituzionale, il genitore intenzionale può solo adottare, non riconoscere. Solo in questo modo rimane per la maternità surrogata quel disvalore che gli ha dato l’ordinamento riconoscendola come reato». Amato parla in un’intervista rilasciata a Simonetta Fiori per Repubblica.
Il caso di Padova
Nella vicenda di Padova infatti ci sono bambini figli di coppie di madri nati con fecondazione eterologa: «In questo caso io personalmente non vedo ostacoli al riconoscimento della genitorialità piena anche della madre non biologica. Quel bambino è il frutto della volontà di due donne, è stato cresciuto da entrambe, quindi può essere il figlio delle due madri. Perché non riconoscere questo diritto anche alla madre non biologica? Questo però la Corte Costituzionale non l’ha ancora detto. E la legge che vige in Italia sulla fecondazione artificiale autorizza l’eterologa solo per le coppie eterosessuali». Ciò però, avverte Amato, comporterebbe una differenziazione tra i figli di due madri e i figli di due padri: «È inevitabile».
Figli illegittimi
Al Dottor Sottile non piace il termine “figli illegittimi”: «Il punto è che l’adozione così come oggi è concepita è un congegno molto difettoso. E la Corte, che pure lo ha migliorato, ha ripetutamente invitato il Parlamento a intervenire, un appello finora rimasto inascoltato». Per l’ex premier «la maternità surrogata ha messo in crisi tutti i paesi europei. E oggi mi spaventa in Italia la divisione così marcata tra i paladini delle famiglie tradizionali e i sostenitori dei diritti delle famiglie diverse. La sinistra non può ignorare che larga parte di quei ceti popolari che vuole recuperare – l’elettorato che vota le destre in Europa e Donald Trump in America – è fedele ai valori tradizionali espressi dalla triade “Dio, patria e famiglia”. Questo non significa che bisogna assecondare la deriva tradizionalista, al contrario. Ma per combatterla serve un lavoro politico profondo, non limitarsi a fare una comparsata al Gay Pride».
«Sto ricordando alla sinistra cos’è la politica»
Amato dice di non avercela con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein. Ma il suo obiettivo è più ambizioso: «Sto ricordando alla sinistra che cosa è la politica. Oltre cinquant’anni fa, il partito di cui acevo parte – il Psi – cominciò una campagna a favore del divorzio con la proposta di legge Fortuna-Baslini. I tempi erano molto diversi, ma ci saremmo ben guardati dal limitarci a fugaci spot elettorali. Io andavo a parlare con i compagni, sezione per sezione, nelle campagne della Lucchesia o tra i marmisti delle Apuane. “Amato”, mi disse una volta un vecchio socialista, “avrai pure ragione ma queste donne esagerano”. Se non avessimo fatto così, se così non avesse fatto il Partito comunista con la sua rete ben più fitta, il divorzio non sarebbe passato. Oggi la sinistra dovrebbe trovare i modi per fare lo stesso: andare in periferia, promuovere assemblee di quartiere. Altrimenti si condanna a restare maggioranza ai Parioli o a Manhattan, e minoranza al di fuori di quei ristrettissimi confini».
(da Open)

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L’ESTATE MILITANTE DI ELLY SCHLEIN: “DIRITTO ALLA CASA, SALARIO MINIMO ED EUROPA”

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

“ABBIAMO LAVORATO IN MODO CONDIVISO CON LE ALTRE OPPOSIZIONI”

Elly Schlein è pronta per la sua estate militante. E in un’intervista a Repubblica lancia la battaglia del salario minimo. Sulla quale vorrebbe unità delle opposizioni. Mentre si dice preoccupata per un governo che «ci sta isolando dall’Europa». E sta «abbandonando i lavoratori poveri nella morsa dell’inflazione». La sua lunga marcia comincia dal quartiere Pigneto a Roma. «Perché riteniamo fondamentale e oltremodo trascurato il diritto alla casa. Proponiamo un percorso in dieci proposte per un piano casa nazionale che finora è mancato all’Italia. Apriamo un confronto con gli amministratori, con gli inquilini, con i proprietari, con le studentesse e con gli studenti, con le associazioni. Sarà un percorso di ascolto. Poi, a settembre, presenteremo il nostro piano. Vogliamo misurarci col governo su proposte molto concrete».
La condivisione del lavoro
Quella di Schlein «non è solo una proposta sul salario minimo, perché rafforza la contrattazione collettiva e estende la retribuzione del contratto più rappresentativo a tutti i lavoratori del settore. Fissa una soglia minima di nove euro all’ora sotto la quale non si può andare. Per noi lavoro e povero non devono più stare nella stessa frase». Sul salario minimo «abbiamo insistito perché si lavorasse in modo condiviso. Alla fine, la proposta sarà firmata e depositata da M5S, Pd, Azione, Sinistra italiana, Verdi e + Europa. Ci siamo sentiti con gli altri leader, ci sono state riunioni congiunte tra i dirigenti e i parlamentari competenti in materia, per noi la responsabile lavoro Cecilia Guerra. Loro hanno portato a termine la stesura del testo. Un metodo che funziona. Lo ritengo davvero un buon inizio».
Santanchè e l’Europa
Sulla vicenda Santanchè Schlein dice che «il Pd ha scoperto un debito con lo Stato per 2,7 milioni di euro. Ora ne risponderà in Parlamento. Ma ci sono ministri che si sono dimessi per molto meno. Quale sia l’esito inevitabile di questa vicenda, per il Pd, è molto chiaro». Infine, l’Europa e i migranti: «Quando ci siamo battuti per modificare il Trattato di Dublino loro erano sul fronte opposto. E oggi che Giorgia Meloni si appresta ad accettare un compromesso al ribasso, che non cancella il criterio del primo Paese d’accesso che lascia maggiori responsabilità sull’accoglienza all’Italia, gli amici dell’Est la mollano. C’è sempre qualcuno più sovranista di te che fa gli interessi del suo Paese a discapito del tuo. Non è questa la solidarietà europea».
(da Open)

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KI GROUP: COSI’ UN’ALTRA AZIENDA CHE FU DI DANIELA SANTANCHE’ VUOLE SALVARSI SENZA RESTITUIRE LA CIG COVID

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

L’IPOTESI FALSO IN BILANCIO PER VISIBILIA E AGGIOTAGGIO PER NEGMA

C’è un altro concordato in ballo per Daniela Santanchè. Dopo aver chiesto all’Agenzia delle Entrate, che risponde al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di evitare il fallimento di Visibilia, ora sotto la lente c’è Ki Group. Ovvero l’azienda di cibo biologico che la ministra del Turismo ha gestito fino al 2022. E nella quale attualmente detiene una partecipazione indiretta. Qui, spiega Il Fatto Quotidiano, a decidere sarà Invitalia. Ovvero l’azienda che gestisce i prestiti del governo alle imprese. Anche questa è di proprietà di via XX Settembre. Ma risponde al ministro delle Imprese Adolfo Urso. Mentre all’Inps gestito dalla ministra del Lavoro Marina Calderone spetterà il compito di decidere sugli aiuti della cassa integrazione Covid.
Urso, Giorgetti, Calderone
La società del cibo biologico che Santanchè gestiva insieme all’ex compagno Canio Mazzaro ha infatti avanzato al Tribunale di Milano una proposta di concordato semplificato. Nel mirino ci sono i 2,7 milioni di contributi pubblici ottenuti come prestito Covid da Invitalia. Attraverso il Fondo Patrimonio Pmi. Soldi che servivano per pagare fornitori e dipendenti. E di cui oggi l’opposizione chiede conto alla responsabile del turismo. Il ricorso si è reso necessario perché la via della procedura negoziata iniziata nello scorso marzo «non ha prodotto i risultati sperati», secondo gli amministratori. Le procedure concorsuali sono sospese. La proposta di concordato è stata scritta dallo studio legale Lca di Milano. E prevede il pagamento del 100% degli emolumenti dovuti ai lavoratori. Il piano prevede l’intervento di un’altra azienda che si chiama Bioera.
Concordato semplificato
Santanchè ne è stata consigliera fino al 2021 insieme a Mazzaro. Bioera dovrebbe rilevare marchi e partecipazioni di Ki Group per 1,5 milioni di euro, così come un immobile del valore di 1,1 milioni sotto ipoteca che si trova a Perugia. Il tutto servirebbe a coprire le perdite di Ki Group. Ma attenzione. Perché il piano prevede anche il soddisfacimento parziale, nella misura del 28%, dei crediti bancari garantiti all’80% dallo Stato, tramite il Medio Credito Centrale. Mentre i fondi pubblici Covid non saranno restituiti. Lo si legge, spiega il quotidiano, a pagina 21: «Non è previsto alcun soddisfacimento per i crediti postergati. Tale è da qualificarsi Invitalia, relativamente al prestito obbligazionario ai sensi del decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze di concerto con il ministro dello Sviluppo economico per un importo complessivo di 2,7 milioni».
Ki Group e Santanchè
I fondi arrivarono il 18 marzo 2021: all’epoca Ki Group Srl era partecipata al 5% da Immobiliare Dani Srl, società amministrata e posseduta al 95% dalla Santanchè, che era anche presidente di Bioera, azionista di controllo di Ki Group Holding. Dovrebbe invece arrivare in autunno e comunque dopo la decisione dell’Agenzia delle Entrate sulla richiesta di transazione avanzata da Visibilia srl in liquidazione e dei Tribunale sul capitolo fallimentare, la chiusura delle indagini sul gruppo fondato da Santanchè e in cui la ministra del Turismo e senatrice di Fdi, è tra gli indagati per bancarotta e falso in bilancio. La risposta del fisco alla proposta avanzata di saldare il debito di un milione e 200 mila euro, in pratica spalmato in 10 anni, potrebbe essere una sorta di spartiacque con ricadute sul profilo fallimentare e penale
La possibilità di chiudere la liquidazione
Infatti così si chiuderebbe la posizione di Visibilia srl in liquidazione con la revoca da parte della Procura dell’istanza di fallimento come è già accaduto per Visibilia Editore e Visibilia Holding. Rimarrebbe aperta la posizione solo di Visibilia Concessionaria. Oggetto, come si legge in una memoria difensiva, di «rilevanti interventi posti in essere tempestivamente dalla Società e dai suoi Soci». In base ai quali «i rilievi contenuti nel ricorso per la dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale presentata dal Pubblico Ministero sono da considerarsi superati».
Nel caso in cui la situazione venisse in qualche modo sistemata, cadrebbe per legge l’accusa di bancarotta. Rimarrebbe, scrive l’Ansa, solo il falso in bilancio, accusa per la quale dopo la conclusione dell’indagine, salvo ripensamenti dei pm e indagini difensive solide, si profila per la ministra – nonostante nel 2022 non abbia più incarichi e le quote di maggioranza – e i suoi coindagati una richiesta di processo.
L’aggiotaggio per Negma
Rimane anche viva l’ipotesi aggiotaggio su Negma. Il fondo, con base negli Emirati e alle British Virgin Islands, che tra le varie società in difficoltà, ha finanziato, attraverso la sottoscrizione di un prestito obbligazionario convertibile, Visibilia Editore. Il pm Paolo Filippini, tra l’altro, è in attesa di una relazione di Consob sull’analisi delle operazioni per verificare se ci siano state o meno condotte manipolative per poi eventualmente fare iscrizioni nel registro degli indagati. Dal canto suo la Commissione si è già espressa ufficialmente sui Poc lo scorso 3 maggio e, da ambienti Consob, si è saputo che le recenti operazioni di prestiti obbligazionari convertibili sono all’attenzione dell’organismo di vigilanza in tutti i loro aspetti.
(da Open)

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PIER SILVIO BERLUSCONI SCENDE IN POLITICA?

Luglio 1st, 2023 Riccardo Fucile

LA TENTAZIONE, I SONDAGGI, L’EREDITA’ DA NON DISPERDERE

Pier Silvio Berlusconi scende in politica sulle orme del padre? Dopo la lettera in cui si racconta e che conclude ricordando di essere soprattutto «il figlio di mio padre», il Corriere della Sera racconta in un retroscena che la tentazione c’è. Ma c’è anche la consapevolezza che per farlo dovrebbe abbandonare le aziende. Il quotidiano rivela che Silvio Berlusconi chiese al figlio di farlo già qualche tempo fa. Ma lui rifiutò. Ora che il padre non c’è più però le cose forse cambiano. «Mi piacerebbe, bisognerà pensarci», ha detto ad alcuni “navigati pescatori di Palazzo”. Ci vediamo? Te ne voglio parlare», è il ritornello. Una voglia di emulazione e l’ebbrezza della novità alla base dell’eventuale scelta. Che sarebbe irreversibile e porrebbe anche un problema in ottica successione.
«Sono il figlio di mio padre»
Il quotidiano spiega che il primo segnale è arrivato in occasione del discorso emozionale ai dipendenti Mediaset. Ma anche nel passaggio della missiva inviata a Repubblica c’è un punto importante. Quello in cui Pier Silvio rivendica di essere il figlio di suo padre. Quasi che sentisse un debito di riconoscenza nei suoi confronti. Che gli propose di entrare in politica nella primavera del 2014. All’epoca llui era fuori gioco per la sentenza del processo Mediaset e la legge Severino. Cercava un sostituto. I sondaggi dissero che Pier Silvio era più gradito rispetto a Marina. A quel punto il padre chiese. E il figlio rispose “No, grazie”. Nove anni dopo potrebbe cambiare tutto. Anche perché stavolta in gioco c’è la sopravvivenza stessa di Forza Italia. E il fatto che di eredi politici di Silvio Berlusconi non se ne vedono poi tanti all’orizzonte. E allora perché no?§
I sondaggi
Anche stavolta ci sono i sondaggi di mezzo. E anche stavolta dicono che il preferito rimane lui. Ma questo significherebbe organizzarsi tutta un’altra vita. Dotarsi di collaboratori adatti. Cambiare mondi di riferimento, frequentare circoli nuovi. «Mi piacerebbe», ripete lui. E la memoria va agli Anni Novanta, quando era il padre a pensarlo. E poi a decidersi a fare il grande passo. Anche se sguarnire il fronte Mediaset potrebbe avvantaggiare chi ha messo gli occhi sul Biscione. Una volta entrato ci sarebbe un’altra scelta da fare. Ovvero quella di decidere se correre per la presidenza del consiglio, mettendosi in rotta di collisione con Giorgia Meloni; oppure di ritagliarsi un ruolo da “tessera numero uno” di Forza Italia. Raccogliendo l’eredità politica del padre ma rimanendo mezzo passo indietro rispetto alla ribalta. Chissà se il padre lo farebbe. E il figlio di suo padre?
(da Open)

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