Destra di Popolo.net

BOOM DELLA RACCOLTA FIRME PER IL SALARIO MINIMO, SUPERATE IN 24 ORE LE 100.000 FIRME

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

LE OPPOSIZIONI: “NON CE L’ASPETTAVAMO”… LA PIATTAFORMA E’ ANDATA PURE IN TILT PER I TROPPI ACCESSI

Oltre 100mila firme in 24 ore, sito in tilt per i troppi accessi e un risultato che supera le aspettative.
È iniziata ieri la petizione online delle opposizioni per ottenere dagli elettori una spinta alla loro proposta sul salario minimo. Dopo l’incontro di venerdì a Palazzo Chigi con la premier Meloni, i partiti di minoranza hanno espresso il loro disappunto sulle risposte del governo. La presidente del Consiglio ha affidato il dossier al Cnel, che entro i prossimi 60 giorni dovrà avanzare una proposta su salario minimo e lavoro povero. Ma per le opposizioni non è abbastanza, e così hanno lanciato la raccolta firme.
Per ore, ieri, nel primo giorno di attività, il sito salariominimosubito.it è risultato irraggiungibile per i troppi accessi. E oggi Pd, 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra possono festeggiare il risultato parziale delle prime 24 ore. «Non ci aspettavamo questi numeri», trapela dal Nazareno come riferisce la Repubblica.
«Mentre Meloni fa propaganda, noi proseguiamo la nostra mobilitazione delle opposizioni con quasi 100mila firme già arrivate in poche ore», dice il co-portavoce di Avs, Angelo Bonelli, criticando Meloni sugli extraprofitti alle imprese energetiche e alle banche, «la premier sembra dimenticare che con i mancati introiti degli extraprofitti energetici ha consentito il salasso delle famiglie italiane, e c’è il fondato rischio che accada anche con quella sulle banche, considerato come la norma è scritta».
(da agenzie)

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“TANTE DI NOI HANNO RADDOPPIATO LA TERAPIA DI PSICOFARMACI PER NON PENSARE”

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

LE DRAMMATICHE TESTIMONIANZE DELLE DETENUTE NELLE CARCERI ITALIANE NEL LIBRO “TUTTE LE COSE CHE HO PERSO” DI KATYA MAUGERI: “CI LAVIAMO LA FACCIA DOVE PULIAMO I PIATTI E NON ABBIAMO IL BIDET, NONOSTANTE SIA PREVISTO PER LEGGE”… IL 64% SI RIFUGIA NEGLI PSICOFARMACI PER “ANESTETIZZARSI”

«Noi stavamo in quattro — racconta la giovane donna appena uscita dalla cella numero 8 di Rebibbia — ci muovevamo fra due letti a castello di colore celeste sbiadito, un tavolo, gli sgabelli, i pensili, un water e un lavandino che utilizzavamo sia per lavare i piatti che il viso». Una sua amica, che di celle ne ha vissute tante durante la detenzione, si è sempre battuta per avere il bidet: «Il 60 per cento delle detenute italiane non lo ha, nonostante sia previsto dalla legge », spiega. «E non è certo un lusso, vorrei ricordare, le donne sono più a rischio degli uomini di sviluppare un’infezione urinaria, soprattutto nel periodo delle mestruazioni hanno una maggiore necessità di igiene intima».
Ma nelle quattro carceri italiane che ospitano esclusivamente donne (599) il bidet continua ad essere un lusso. Così come nelle 44 sezioni femminili dei penitenziari dove si trovano le altre 1779. […]
È un grido disperato quello raccolto dalla giornalista catanese Katya Maugeri, che ha incontrato alcune detenute uscite dal carcere romano di Rebibbia per un progetto di ricerca sulla vita delle donne dietro le sbarre. Ne è nato un libro (“Tutte le cose che ho perso”, appena pubblicato da Villaggio Maori edizioni) che è un atto d’accusa contro il sistema carcerario italiano.
«Del carcere femminile se ne parla poco e male — dice una di loro — i piccoli numeri che siamo non fanno testo e nessuno fa niente. Se sei forte ce la fai, altrimenti entri a testa bassa, da vittima, ed è lì che inizia davvero la tua prigione». Quando si intravede il fondo, le detenute scoprono “la soluzione”. «Meglio anestetizzarti per sospendere il pensiero, perché se pensi impazzisci — è drammatico questo racconto — In carcere lo chiamavamo il carrello della felicità: tre volte al giorno, a volte quattro, passano gli infermieri per la distribuzione dei farmaci».
L’ultima indagine dell’associazione Antigone rivela che quasi il 64 per cento delle donne detenute fa uso di farmaci per il trattamento di disturbi psichiatrici o neurologici.
«Insieme alla tossicodipendenza, il disagio psichico è la seconda causa di suicidio femminile dietro le sbarre», spiegano i volontari.
Le donne a Rebibbia chiedevano più visite della ginecologa: «Per fare esami di routine come il Pap test, la mammografia, lo screening globale. Esami che non possono diventare un lusso».
Nel carcere italiano maschiocentrico nell’anima, è difficile pure far partecipare le donne ad attività e progetti: «In alcune sezioni mancano anche le attività scolastiche, perché non ci sono i numeri minimi necessari per comporre una classe», denuncia la ricerca di Katya Maugeri.
E allora le detenute devono accontentarsi di fare lavori a maglia o all’uncinetto per riempire in qualche modo il tempo sospeso del carcere: «Attività figlie di una visione stereotipata e patriarcale secondo cui le donne possono e devono svolgere solo questo genere di mansioni», protesta un’ex detenuta. Sulle donne dietro le sbarre c’è insomma una grande approssimazione: rappresentano solo il 4,2 per cento della popolazione carceraria, ma non possono essere certo trascurate.
«tante di noi hanno raddoppiato la terapia di psicofarmaci per non pensare. Ma le pillole non possono essere la soluzione per vivere qui dentro».
(da Repubblica)

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NORDIO PARAGONA IL SUICIDIO DELLA DONNA NEL CARCERE DI TORINO A QUELLO DEL GERARCA NAZISTA GORING

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

“ANCHE AL PROCESSO DI NORIMBERGA DUE IMPUTATI SI SONO SUICIDATI”… I COLPI DI SOLE FANNO BRUTTI EFFETTI

Il ministro della Giustizia Nordio negli scorsi giorni si è recato in visita al carcere di Torino, dopo due casi che hanno attirato l’attenzione pubblica: due donne si sono tolte la vita nel giro di poche ore. Una, Azzura Campari, aveva 28 anni e si è impiccata. L’altra, Susan John, aveva 43 anni e si è lasciata morire rifiutando di prendere cibo e acqua per settimane.
Dopo la sua visita, Nordio ha reso conto alla stampa delle informazioni note fino a quel momento. Nel farlo, però, si è lanciato in un paragone con la morte di due gerarchi del regime nazista: Robert Ley e Hermann Göring, entrambi suicidatisi durante il processo di Norimberga.
Il ministro prima di tutto ha parlato del caso di John, specificando che nel suo rifiuto non c’era una “opposizione al governo”.
Il riferimento, anche se Nordio non l’ha esplicitato, era al caso di Alfredo Cospito, anarchico che ha sostenuto uno sciopero della fame per diversi mesi per protestare contro le condizioni detentive del regime di 41 bis. Ma non era questo il caso con la 43enne nigeriana, ha sottolineato il ministro: “Da quanto ho saputo, seppure in via preliminare, non si trattava né di sciopero della fame né di qualsiasi altra forma di opposizione al governo o alla politica, come accaduto in altre circostanze che magari ben sapete”.
Secondo quanto ricostruito, la donna era stata condannata per il suo coinvolgimento in un giro di sfruttamento della prostituzione. Sarebbe rimasta in carcere fino al 2030. Lo sciopero della fame e della sete, sempre secondo le informazioni che sono state rese note, sarebbe iniziato per chiedere di poter rivedere suo figlio, di soli tre anni. Ma l’incontro non è avvenuto in tempo.
Il ministro Nordio, dopo aver assicurato che non c’era un intento politico nello sciopero della fame della detenuta, ha aggiunto che la responsabilità per le due morti non va attribuita alle persone incaricate di sorvegliare le donne in carcere: “Erano tutte sotto strettissima sorveglianza. Purtroppo in questi casi non c’è sorveglianza che tenga”.
Qui, Nordio ha lanciato un parallelismo storico discutibile: “Persino al processo di Norimberga due imputati eccellenti, Ley e Göring, si sono suicidati, uno impiccandosi, l’altro con una pillola di cianuro, nonostante avessero lo spioncino aperto 24 ore su 24″. Il paragone diretto ha quindi accostato due donne arrivate alla disperazione nel carcere di Torino con due gerarchi del regime nazista. Il primo, Robert Ley, si impiccò prima di essere giudicato. Il secondo, Hermann Göring, che era stato il numero due di Adolf Hitler, assunse una pillola di cianuro il giorno prima della sua esecuzione dopo la condanna a morte.
(da Fanpage)

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RENZI E’ SEMPRE PIU’ SOLO: LA TRUPPETTA DI ITALIA VIVA LO HA SMOLLATO

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

ELENA BONETTI E ETTORE ROSATO, CHE HANNO UN PIEDE FUORI DAL PARTITO, SI SMARCANO DALLA DECISIONE DI MATTEONZO DI DISERTARE IL CONFRONTO GOVERNO-OPPOSIZIONI SUL SALARIO MINIMO

Nessuno dei due metterà la firma sotto alla petizione pro-salario minimo. Non firmeranno online né si faranno vedere ai banchetti che Pd e M5S stanno approntando per macinare adesioni lungo lo Stivale.
Però qualcosa, dentro Italia viva, si muove. Nel partito di Matteo Renzi, che un tempo era una falange dove nessuno deviava dal solco del leader, la discussione sulla paga base a 9 euro l’ora smuove un po’ gli animi.
E così mentre l’ex premier a tutto social rivendica la mossa di non essersi presentato al tavolo di Palazzo Chigi tra Meloni e le altre minoranze, ecco che in due si smarcano. Dicendo l’opposto. Della serie: era meglio andarci. Non due qualunque: l’ex ministra Elena Bonetti ed Ettore Rosato, ex capogruppo alla Camera del Pd renziano e fino al dicembre scorso presidente di Iv.
Dice Rosato: «Giorgia Meloni ha fatto bene a convocare le opposizioni», perché «è chiaro che in questo Paese esiste un problema gigantesco che sono i salari bassi e mettere tutti intorno ad un tavolo per provare a trovare una soluzione è stata una scelta intelligente». Insomma, dice Rosato, «chi ha a cuore la necessità di trovare soluzioni sul lavoro, a quel tavolo deve starci con spirito costruttivo e senza ideologia»
Bonetti è molto chiara: per Italia Viva, sostiene, non essere al vertice è «un’occasione persa». Un errore di Renzi? «O la politica fa uno sforzo ed esce dal solo tatticismo o morrà di tatticismo», risponde l’ex ministra ribadisce di essere contraria alla separazione dei gruppi Iv-Azione, ormai quasi cosa fatta, manca solo la firma, annunciando che «valuterà» da che parte stare.
La doppia uscita rafforza i rumors di Palazzo su fuoriuscite fra le truppe dell’ex premier. Bonetti è data da tempo in avvicinamento a Calenda, per Rosato si è vociferato di un ingresso nella Lega o in Forza Italia. Ma entrambi smentiscono
(da La Stampa)

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UN AUTUNNO DI FUOCO: TRA UN MESE IL GOVERNO DEVE VARARE LA NOTA DI AGGIORNAMENTO AL DEF: IL DEFICIT A FINE ANNO, COMPLICE L’AUMENTO DEI TASSI DI INTERESSE, POTREBBE ARRIVARE AL 3,7%.

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

PER MANTENERE I CONTI PUBBLICI IN ORDINE, SERVIRÀ UNA MANOVRA DA 30-50 MILIARDI… IL FABBISOGNO DI CASSA CHE SALE, LE ENTRATE CHE CALANO, I DUBBI SUL PNRR E LA CRESCITA DEL PIL SOTTO LE ASPETTATIVE

Per mantenere i conti pubblici in ordine, l’Italia dovrebbe varare una legge di Bilancio da almeno 50 miliardi di euro. Trenta miliardi è il minimo, di cui 9 per il taglio strutturale al cuneo fiscale, 4 per l’Irpef, altrettanti per la previdenza e la sanità, così come per l’adeguamento degli stipendi del pubblico settore. A cui vanno aggiunti circa 2 miliardi, stando larghi, per il ponte sullo Stretto di Messina.
Oltre a ciò, tuttavia, bisogna calcolare l’incertezza sui tempi di pagamento della terza rata del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che vale 18,5 miliardi. E gli interessi passivi sul debito pubblico italiano, quantificabili in almeno 83 miliardi l’anno per il 2022, ma che potrebbero salire e superare quota 100 miliardi per l’anno in corso per via del rialzi dei tassi della Banca centrale europea.
È un percorso in salita quello che porta alla prossima Nadef italiana. La nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def), attesa fra un mese, rischia di essere un boccone indigesto per l’esecutivo trainato da Giorgia Meloni.
Non sarebbe un fulmine a ciel sereno. Nel programma di emissione del debito pubblico del Tesoro pubblicato a fine giugno, i tecnici di Via XX Settembre hanno sottolineato che il 2023 non è lo scorso anno. Ci sono, testuale, «alcune discontinuità». Ne deriva che, secondo i dati provvisori relativi ai primi cinque mesi dell’anno, «il fabbisogno di cassa del settore statale sia salito a circa 81,8 miliardi, contro i 35,7 miliardi del corrispondente periodo del 2022, con un incremento di poco meno di 46 miliardi».
Nel confronto, spiega il Mef, «occorre considerare che sul risultato dello scorso anno aveva inciso in maniera favorevole l’erogazione nel mese di aprile della seconda rata da 10 miliardi di sovvenzioni Pnrr». Motivo per cui sarà complicato raggiungere l’obiettivo Ue di una spesa primaria pari all’1,3% del Pil.
Il problema è legato alla congiuntura, da un lato, e alle nuove esigenze di finanziamento dettate da rincari più arcigni da ridurre, dall’altro. «L’idea di base era quella di stimare un rapporto deficit/Pil intorno al 2,5%, sull’onda di una crescita vivace, ma probabilmente sarà rivisto di almeno un punto in più», spiegano persone vicine al dossier.
Voci parlano di un deficit a quota 3,7% già a inizio 2024 (invece del 3,7% a fine del prossimo anno), anche in virtù di una crescita economica minore, che quindi deteriora l’effetto denominatore sui conti pubblici domestici. A peggiorare la situazione […] ci sono le minori entrate fiscali. Una riduzione del gettito che dovrebbe attestarsi a quota meno 20 miliardi di euro, mentre il surplus di spesa intorno ai 30 miliardi per il 2023.
Il risultato di partenza sono 30 miliardi di euro di legge di Bilancio. Circa 4,7 miliardi sono contenuti nell’ultimo Def. Gli altri devono essere trovati. Le voci più insistenti in ambito governativo parlano di una spending review da 1,5 miliardi, ma anche un riordino delle agevolazioni fiscali. Sul quale sta lavorando il viceministro del Tesoro Maurizio Leo.
Incerto, tuttavia, è l’esito effettivo delle ipotesi in campo. Specie perché, nel caso non arrivassero entro la fine del trimestre in corso le risorse della terza rata del Pnrr, si dovranno trovare soluzioni alternative. Il ricorso a nuove, e straordinarie, emissioni di debito pubblico sarebbe scontato. Per almeno 20 miliardi aggiuntivi. A questi 50 miliardi, le cui risorse devono essere trovate, vanno però aggiunti i costi vivi dell’incremento dei tassi d’interesse da parte di Francoforte.
(da la Stampa)

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TUTTO QUELLO CHE LA MELONI NON DICE SUL FUTURO NERO CHE ASPETTA L’ECONOMIA ITALIANA

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

GLI STRUMENTI A DISPOSIZIONE PER FARVI FRONTE SONO SEMPRE MENO

In una lunga intervista a giornaloni unificati dalle sue vacanze di Ceglie Messapica, Giorgia Meloni ha rotto il silenzio sulle polemiche che seguono la decisione del governo di tassare gli extraprofitti delle banche e sul tavolo aperto – e subito richiuso – con le opposizioni sul salario minimo e sul lavoro povero.
L’ha fatto, va detto, con dovizia di dettagli, e senza nascondersi dietro un dito, soprattutto rivendicando la tassa alle banche, per la quale era stata sommersa dalle polemiche, anche all’interno della sua maggioranza.
Quel che Meloni non ha fatto, semmai, è spiegare perché si è reso necessario andare a prendere quei 3 miliardi agli istituti di credito.
O meglio ancora, perché quel provvedimento è la conseguenza di una duplice tagliola sull’Italia: quella di una crescita economica molto inferiore rispetto alle attese e quella di un bilancio pubblico in cui è molto difficile far quadrare i conti.
Partiamo dalla crescita. Le previsioni dell’Ocse di un paio di mesi fa dicono che che la crescita del PIL rallenterà in Italia dal 3,8% del 2022 all’1,2% quest’anno, all’1% nel 2024.
La colpa, dice l’Ocse, è, manco a dirlo, dell’inflazione, che sta erodendo i redditi reali a causa della modesta crescita salariale e delle condizioni finanziarie si stanno inasprendo.
Sono previsioni, peraltro, che non tenevano conto dell’inatteso meno 0,3 del secondo trimestre e dell’ancor meno atteso calo delle presenze turistiche, che ha fatto segnare un calo della domanda del 30%, 800 mila presenze in meno ad agosto e un Ferragosto che, dopo anni di crescita, non sarà da tutto esaurito. Fisiologico pensare, insomma, che i calcoli possano essere ulteriormente rivisti al ribasso.
Aggiungiamo al cocktail pure il taglio del progetti legati al Pnrr, che secondo le previsioni avrebbe avuto un impatto di 3 punti percentuali di PIL da qui al 2026.
Meloni assicura che il governo non taglierà nulla, e che le opere saranno portate avanti, ma i dubbi sono leciti, considerando la nostra difficoltà a spendere i soldi europei, a rispettare le scadenze, a far partire i cantieri, e tutti i ritardi che già abbiamo accumulato in questi mesi.
Certo, dice Meloni, l’occupazione è ai massimi storici, ma se il lavoro è sottopagato e precario e soprattutto se si indeboliscono le tutele a chi il lavoro lo perde è molto difficile che tutto questo si riverberi in un crescita dei consumi.
Ed è questo il motivo per cui la battaglia ideologica contro il reddito di cittadinanza sembra totalmente fuori tempo e fuori contesto. Così come il teatrino sul salario minimo, che avrebbe meritato altro, rispetto all’ammuina con le opposizioni alla vigilia delle ferie d’agosto.
Il problema è che le pantomime, per l’appunto, sono la regola, quando in cassa non c’è un soldo, e bisogna fare le nozze coi fichi secchi. Che è quel che toccherà al governo – altra cosa che Meloni non dice – con la prossima legge di bilancio e con quella successiva, per una serie di motivi.
Il primo: che la diminuzione dell’inflazione, figlia dell’aumento dei tassi d’interesse, è una buona notizia per i consumatori, ma un doppio brutto colpo per i grandi debitori come lo Stato italiano, che vede crescere il costo del rifinanziamento del suo già gigantesco debito pubblico.
E che, per effetto del rallentamento dell’economia, deve mettere pure in previsione una crescita del rapporto debito/Pil, che grazie all’inflazione – e non a chissà quale taumaturgia del governo attuale o di quello precedente – era sceso sotto quota 150%.
Ciliegina sulla torta: il prossimo anno le nostre leggi di bilancio torneranno a essere esaminate dalla Commissione Europea, dopo anni di deroga a seguito dalla pandemia di Covid-19.
In altre parole, bisognerà tornare a rispettare le regole europee su debito e deficit. E quindi a combattere con gli eurocrati per qualche decimale di spesa in più. E quindi a fare i conti con le turbolenze dei mercati e dello spread. Oggi a quota 163, e quindi relativamente in sicurezza. Domani, chissà.
(da Fanpage)

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IL RUBLO CONTINUA LA SUA CORSA AL RIBASSO: OGGI È SCESA SOTTO LA SOGLIA DI 100 SUL DOLLARO

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

IL RUBLO SI È INDEBOLITO DEL 25% QUEST’ANNO, ENTRANDO DI DIRITTO NEL CLUB DELLE PEGGIORI VALUTE INTERNAZIONALI

Il rublo è in netta flessione e scende sotto la soglia di 100 sul dollaro (98,950), per la prima volta da marzo dello scorso anno.
La valuta russa si è indeboilita nonostante la decisione della Banca Centrale di interrompere gli acquisti di valuta estera sul mercato interno fino alla fine del 2023.
Il rublo, secondo quanto riporta Bloomberg, quest’anno si è indebolito di circa il 25% rispetto al dollaro, posizionandosi tra le peggiori valute dei mercati emergenti insieme alla lira turca e al peso argentino.
Prosegue il calo del rublo. Alla Borsa di Mosca, l’euro ha superato quota 110 rubli per la prima volta dal 23 marzo 2022. Lo riporta la Tass.
(da agenzie)

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“LO STATO TUTELA GLI ASSASSINI. NOI VITTIME SIAMO CONDANNATE ALL’ERGASTOLO”: LO SFOGO DELLA MADRE DI NOEMI DURINI, UCCISA A 16 DALL’EX FIDANZATO, FERMATO DALLA POLIZIA ALLA GUIDA DI UN’AUTO IN STATO DI EBBREZZA

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

“SONO PASSATI APPENA 6 ANNI E L’ASSASSINO DI MIA FIGLIA È GIÀ A SPASSO. È VERGOGNOSO, QUESTA NON È GIUSTIZIA”

«Credo nella giustizia, ma la verità è che lo Stato tutela gli assassini. E noi vittime siamo condannate all’ergastolo». Imma Rizzo non usa mezzi termini. Lei, la madre di Noemi Durini, la ragazza di 16 anni uccisa a coltellate e colpi di pietra dal suo fidanzato il 3 settembre del 2017 tra gli ulivi di Castrignano del Capo, punta estrema del Salento, lancia un affondo contro le procedure che hanno consentito a Lucio Marzo, l’assassino della figlia, di ottenere un permesso premio nonostante la condanna a 18 anni e 8 mesi di reclusione che sta scontando nel carcere di Quartucciu, in provincia di Cagliari. Il giovane, adesso 24enne, è stato fermato dalla polizia: era alla guida di un’auto in stato di ebbrezza.
Signora Rizzo, che cosa contesta allo Stato?
«Chiedo semplicemente che venga scontata la pena. Come avviene negli altri Paesi».
Non crede nella riabilitazione?
«Mi attengo ai fatti: sono passati appena 6 anni e l’assassino di mia figlia è già a spasso. È vergognoso».
Come ha saputo che Lucio Marzo era stato fermato?
«Mi hanno girato un articolo su whatsapp. Non ne sapevo niente. E non avrei mai immaginato che potesse uscire dopo così poco tempo».
Che cosa ha provato quando ha letto?
«Tanta rabbia. Ma non intendo arrendermi, andrò avanti».
Vale a dire?
«Continuerò a denunciare le storture di questo sistema».
A che cosa si riferisce?
«Come si può pensare che un assassino dopo sei anni sia da considerare recuperato? Questa è gente che ha ucciso, ha tolto la vita a un’altra persona».
Non crede nella giustizia?
«Al contrario, proprio perché credo nella giustizia penso che questa sia una sconfitta perché non viene applicata la condanna che è stata inflitta. Io sono contraria alla pena di morte, mi sono affidata alla legge, ma questa non è giustizia».
(da agenzie)

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SCONTRO MELONI-BONACCINI O VISITA DI NORDIO IN CARCERE? NO, AL TG 1 LA PRIMA NOTIZIA E’ SUL MATCH MUSK-ZUCKERBERG

Agosto 14th, 2023 Riccardo Fucile

L’INFORMAZIONE DI REGIME PRIVILEGIA IL GOSSIP, ORMAI E’ UN’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

C’era la politica, con lo scontro tra Giorgia Meloni e Stefano Bonaccini sui fondi per la ricostruzione post alluvione in Romagna. Ma pure la cronaca, con la visita del ministro Carlo Nordio al carcere di Torino, dopo il doppio suicidio dei giorni scorsi. Invece al nuovo Tg1 di Gian Marco Chiocci hanno deciso di aprire l’edizione delle 20 di sabato puntando tutto sulla sfida tra Elon Musk e Mark Zuckerberg. “Il duello Musk Zuckerberg divide la politica, mentre fioccano le autocandidature di sindaci e presidenti di regione per ospitare l’evento”, è il primo titolo letto dal conduttore del principale telegiornale del servizio pubblico. Una notizia ovviamente importante, che però in viale Mazzini hanno deciso di valutare come la più rilevante della giornata, con tanto di elaborazione grafica alle spalle del giornalista in studio: si vedono i due miliardari nei panni di due cyber lottatori.
E dire che, nonostante il periodo di ferie, sabato 12 agosto è stata comunque una giornata densa di notizie: dal botta e risposta tra la premier Meloni e il governatore Bonaccini, al piano del guardasigilli Nordio per ridurre il sovraffollamento carcerario, fino all’azione disciplinare promossa dallo stesso ministro della Giustizia contro i pm che indagano su Matteo Renzi. Ci sono poi le vicende relative al salario minimo, con le polemiche successive all’incontro dell’1 agosto tra la presidente del consiglio e le opposizioni. E infatti è proprio il salario minimo il tema scelto dal conduttore del Tg1 per lanciare il primo servizio del telegiornale. “Non c’è solo il salario minimo a dividere la politica, perché sta diventando un caso il match di arti marziali con scenario antica Roma tra i due super miliardari dell’hi-tech“. Un collegamento abbastanza forzato quello tra il salario minimo e l’incontro tra Zuckerberg e Musk. Il servizio dedicato alla vicenda, comunque, è ben fatto: il giornalista ha addirittura usato l’Intelligenza artificiale per creare le immagini dell’ipotetico combattimento tra i due miliardari in una città d’arte italiana. Spazio anche a Roberto Occhiuto, il governatore di centrodestra della Calabria che candida la sua Regione (“dove abbiamo i Bronzi di Riace“) per ospitare l’evento. Ma c’è anche Renzi che promuove l’idea del governo di offrire un luogo simbolico ai due multimiliardari.
Solo dopo aver raccontato tutti i tutti i dettagli relativi al match Musk-Zuckerberg, i telespettatori del Tg1 sono stati informati delle altre vicende: oltre alla politica e alla cronaca, anche l’esodo di Ferragosto, il funerale della scrittrice Michela Murgia e un’intervista a Gianmarco Tamberi. La scelta del Tg1, che ha piazzato la notizia del combattimento prima di tutte le altre, non è passata inosservata. Soprattutto sui social, dove sono diversi i telespettatori che hanno protestato.
(da il Fatto Quotidiano)

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