Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
VIOLENZE DELLA POLIZIA A PISA: LA TESTIMONIANZA DI UNA RAGAZZINA DI 16 ANNI RACCOLTA DAGLI INSEGNANTI
Prof. Carletti, cosa è successo?
«Hanno manganellato violentemente i ragazzi senza dire nulla. Ero con delle colleghe e ho visto la prima carica ai nostri alunni. È successo tutto velocemente. Parliamo di studenti medi, ragazzini, e moltissimi studenti della nostra scuola. Con altre colleghe ho provato a portarli via, ho pensato che non si sarebbe messa molto bene. Sono entrato nel bar e ho sentito una mia studentessa urlare “Prof!”, aveva la mano rotta da una manganellata, tremava come una foglia. Ha 16 anni, è fragile e dolcissima. Mi ha detto: “Prof, il poliziotto rideva mentre mi picchiava”. Uno studente disabile è stato travolto in una delle tre cariche. È inaudito. Sono tornato a casa sconvolto: una studentessa con la testa rotta, un’altra, bravissima, presa a manganellate sulla schiena».
Cosa ha fatto?
«Non ci ho più visto, sono corso dai poliziotti chiedendo: “Cosa state facendo?”. La cosa che ci ha impressionato è che alle spalle degli studenti c’erano altri agenti in assetto antisommossa a creare un imbuto. Mi sono spaventato enormemente. Coi miei colleghi abbiamo fatto entrare i ragazzi a scuola da una porticina laterale. Con la preside abbiamo firmato un documento sul sito della scuola. Abbiamo chiamato le famiglie.
Prof. Lorenzo Carletti
Pisa
dal web
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
QUEI SERVI SCIOCCHI CHE NON SANNO NEANCHE DOVE E’ SITUATA LA SINAGOGA A PISA
Le immagini di Pisa sono finite sui tg nazionali e su tutti i giornali per una energica (anche troppo) azione di alleggerimento – così si chiama in gergo – effettuata dalla Polizia in assetto antisommossa per evitare che un corteo di studenti pro Palestina entrasse in piazza dei Cavalieri.
Poi è girata una fake news. Qualcuno ha detto che il corteo stava virando verso la sinagoga di Pisa, luogo “sensibile”, vista e considerata la natura della manifestazione, se non antiebraica sicuramente anti Israele.
Il dettaglio del “rischio sinagoga” è stato ripetuto, tra gli altri, dal deputato del Fdi Giovanni Donzelli: “Manifestare è un diritto che va garantito, ma tentare di marciare sulla sinagoga di Pisa o di assaltare il consolato Usa a Firenze non sono diritti, sono gesti violenti. Preoccupante che il Pd li difenda”.
Donzelli ignora che la sinagoga di Pisa non si trova in piazza dei Cavalieri ma vicino al Teatro Verdi, in via Palestro 24.
La distanza è di circa 600-650 metri (8-9 minuti a piedi) e lungo il percorso ci sono altri punti eventualmente da bloccare per garantirne la sicurezza.
Quindi perché far intendere che si è voluto impedire l’arrivo dei manifestanti alla sinagoga? Il Corriere della sera oggi a pag.6 scrive: “Pisa, bloccata la via verso la sinagoga”. Non è così. Lo ripetiamo: la sinagoga non si trova in piazza dei Cavalieri.
(da l’Arno)
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
CI SONO VOLUTE ORE PER ELABORARE UN COMUNICATO CHE DIFENDE LA POLIZIA E SCARICA LA RESPONSABILITÀ SULL’OPPOSIZIONE… LA POLIZIA HA SEMPRE RAGIONE ANCHE QUANDO HA TORTO
Palazzo Chigi è senza i due inquilini principali, Giorgia Meloni e
Giovanbattista Fazzolari sono a Kiev, ma la nota del Quirinale sulle cariche della polizia sugli studenti di Pisa arriva fino a laggiù.
Da Fratelli d’Italia la linea è chiara, se il Colle critica gli interventi a base di «manganelli», il partito della premier risponde: «Noi siamo sempre a fianco della polizia».
La prima reazione del governo è lo stupore per una presa di posizione così netta e diretta da parte di Sergio Mattarella. Tra l’Ucraina e il Colle, almeno fino a sera non si registrano contatti diretti. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi fa sapere di condividere le parole del presidente, del quale non si sente affatto un bersaglio.
Il ministro, che è stato anche vicecapo della polizia, è in una posizione oggettivamente difficile, l’opposizione ne chiede le dimissioni, ma dal Viminale si segnala che lo stesso Quirinale nella nota di ieri ha sottolineato «la condivisione» tra i due.
La premier, dopo tante polemiche del passato, ha imposto la linea che non si polemizza mai con il Capo dello Stato. Ma al tempo stesso la posizione dei fedelissimi di Meloni è completamente diversa da quella espressa da Mattarella. Come se ne esce, si sono chiesti i comunicatori del governo?
Giuseppe Conte critica il silenzio di Meloni. Il compito di commentare i fatti è stato affidato al partito e non ai membri del governo. Ma anche qui la linea non è stata univoca. La prima presa di posizione è di venerdì sera, prima con un tweet del responsabile dell’organizzazione Giovanni Donzelli e poi con una comunicazione interna.
Su Ore otto di venerdì, il bollettino serale che da Palazzo Chigi viene indirizzato ai parlamentari, è indicata la linea: «Schlein e la sinistra giustificano i cortei pro-Hamas, ma condannano la polizia». Poi al mattino di ieri ai dirigenti di FdI arriva Ore 11, la rassegna stampa commentata: «FdI è il primo a difendere il diritto a manifestare che per troppo tempo ci è stato negato», è la premessa, ma poi si attacca la «narrazione a senso unico».
Paradossalmente, nel bollettino della propaganda di partito vengono spesi grandi elogi per Mattarella, che aveva stigmatizzato «il clima violento», di cui ha fatto le spese Meloni.
Nel pomeriggio, però arriva in comunicato del Colle che prende alla sprovvista i meloniani. Servono circa tre ore a via della Scrofa per elaborare un comunicato: «Fratelli d’Italia difende le regole democratiche di convivenza che si basano sul diritto di manifestare e il dovere di farlo pacificamente e nel rispetto della legge. La sinistra che spalleggia i violenti è la causa dei disordini ai quali abbiamo assistito».
Insomma, colpa della sinistra, ma anche diritto di manifestare. Il tentativo di equilibrismo più evidente lo compie Tommaso Foti, capogruppo di FdI alla Camera: «Se è vero che il ricorso all’uso della forza deve rappresentare l’eccezione e non la regola, altrettanto vero è che all’interno di cortei non autorizzati di pacifici o inesperti manifestanti spesso si infiltrano autentici professionisti della violenza».
Sembra una sorta di frenata, ma poco dopo ecco un’altra dichiarazione, sempre di Donzelli: «Le forze dell’ordine non sono e non resteranno sole». Chi attacca il Quirinale senza troppe remore è la Lega, in una competizione a destra che si ripete su ogni terreno: «Chi scende in piazza pacificamente non ha nulla da temere», dice Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno. Antonio Tajani, dal palco del congresso di Forza Italia, cerca una posizione più equilibrato: «Mi è dispiaciuto vedere quello che è avvenuto a Pisa. Il ministro dell’Interno prenderà i provvedimenti necessari se qualcuno ha sbagliato. Ma niente processi alle forze dell’ordine».
(da La Stampa)
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
È UN PRIMO SEGNALE PER IL “CAPITONE”, CHE IN QUESTI ANNI HA PROVATO A TRASFORMARE IL CARROCCIO IN UN PARTITO NAZIONALE. E UN AVVERTIMENTO: LA “LIGA” VENETA È PRONTA A CORRERE DA SOLA
Luca Zaia torna a casa e scuote l’assemblea provinciale della Lega a Treviso. Davanti a cinquecento militanti della provincia che è stata la culla della Liga veneta, il presidente ripercorre le tappe eroiche del Carroccio, dai primi Comuni conquistati allo scandalo Mose che travolse la galassia Galan ma non scalfì alcun leghista.
Pur senza mai citare Matteo Salvini trascina i militanti parlando di identità: «Noi nasciamo per difendere i veneti. Abbiamo fatto una federazione con le altre regioni, bene, si chiamava Lega Nord e a me piaceva di più», scandisce prevedendo l’effetto galvanizzante sulla platea. E i militanti reagiscono tonici: arriva la standing ovation che sale, se possibile, di tono quando Zaia aggiunge: «Anzi, a dirla tutta era più bello “Liga”».
Per i leghisti veneti «Liga» significa Leone di San Marco, orgoglio contro la lunga sudditanza verso i cugini lombardi che sempre hanno espresso il segretario federale. «Liga», più recentemente, in Veneto fa rima con «terzo mandato» e «corsa solitaria» nei Comuni vicini al voto e persino alle prossime Regionali.
A Treviso è stato, insomma, un lungo pomeriggio di orgoglio lighista . A restare impresso a fuoco, però, è soprattutto il passaggio su «mi piaceva di più la Lega Nord». Poco cambia che Zaia poi abbia proseguito dicendo «non si deve vivere di ricordi, di nostalgie, e si deve guardare avanti. Ma noi siamo sempre quelli di prima, abbiamo i nostri ideali, li dobbiamo difendere fino in fondo».
La stoccata a Matteo Salvini non è passata certo inosservata. Nelle stesse ore ha preso a circolare una raccolta firme online per «Zaia capolista alle Europee» lanciata da Giuseppe Paolin, responsabile organizzativo della Lega in Veneto.
«Un’iniziativa a titolo personale» dicono i vertici veneti consapevoli di quanto Zaia sia fermamente deciso a non prestarsi a una candidatura di bandiera. Così il governatore inizia a togliersi qualche sassolino dalle scarpe, dopo che, qualche giorno fa, è arrivata la bocciatura del terzo mandato in commissione Affari costituzionali del Senato.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
A DIFFERENZA DEGLI ALTRI PAESI, CHE HANNO SIGLATO INTESE SIMILI, L’ITALIA NON HA INDICATO I FONDI MESSI A DISPOSIZIONE PER KIEV (NON CI SONO QUATTRINI)
Doveva essere il vertice per rivendicare la “nuova centralità”
tanto sbandierata da Giorgia Meloni in politica estera. Invece a Kiev, nell’anniversario dei due anni dalla guerra della Russia all’Ucraina, la presidente del Consiglio non porta più il presidente francese Emmanuel Macron e quello tedesco Olaf Scholz (come invece avvenne con Mario Draghi due anni fa), ma la fedelissima presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il premier canadese Justin Trudeau e quello belga Alexander De Croo.
E nel giorno in cui a Roma si apre uno scontro istituzionale con il Quirinale perle violenze di venerdì della polizia a Pisa, Meloni deve guidare il G7 da Kiev con una grana anche diplomatica: Macron ha deciso di non partecipare alla riunione cui invece hanno preso parte tutti i capi di Stato e di governo del G7 . Al suo posto c’era il ministro degli Esteri Stephane Sejourne.
LA PREMIER ha voluto glissare sull’assenza del presidente francese: lo ha salutato parlando di “giornata difficile” e di assenza “comunicata in anticipo”. “D’altronde – ha aggiunto Meloni – non potevamo certo spostare il G7”. Che però il presidente francese sia centrale lo ha dimostrato anche la telefonata con il presidente americano Biden in cui il primo ha illustrato il vertice di lunedì a Parigi e confermato la volontà di continuare a sostenere Kiev.
La sortita del presidente francese, che rivendica centralità, però non è piaciuta a Roma. E lo dimostra il contro-vertice organizzato proprio da Macron per lunedì a Parigi: non solo Meloni non parteciperà, ma il governo italiano sta pensando di non mandare nemmeno il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Al suo posto potrebbe partecipare l’ambasciatrice italiana a Parigi Emanuela D’Alessandro o il sottosegretario agli Esteri Edmondo Cirielli.
Un modo per rispondere diplomaticamente all’Eliseo.
Il resto della giornata a Kiev di Meloni è una grande passerella ad uso e consumo delle telecamere (dall’Italia nessun giornalista di un quotidiano è stato portato, solo televisioni e agenzie di stampa).
Meloni prima ha visitato con Volodymyr Zelensky l’aeroporto di Hostomel dove due anni fa l’esercito di Kiev respinse il tentativo di far diventare lo scalo cargo in una testa di ponte. Poi si è spostata a Palazzo Mariinskyi dove il presidente ucraino ha firmato un accordo di Sicurezza con il governo italiano e canadese.
Quello con Roma prevede il sostegno militare a Kiev, anche con una risposta in 24 ore. Peccato che se tutti gli altri Paesi, compreso il Canada (2,5 miliardi), abbiano indicato i fondi messi a disposizione per Kiev, il governo italiano ieri abbia continuato a non farlo. Meloni non ha risposto sull’argomento a una domanda in conferenza stampa e nemmeno il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha dato indicazioni precise sui numeri ai cronisti presenti.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
LA LEGA GLI PAGHERA’ TUTTA LA CAMPAGNA ELETTORALE, VANNACCI SI E’ TUTELATO CHIEDENDO UNA FIDEIUSSIONE A GARANZIA
Sono tre le inchieste che in questo momento interessano il generale Roberto Vannacci. Lo precisa Repubblica stamane: non solo la procura ordinaria e quella militare indagano su di lui, come riportato dal Corriere, ma ora il militare è nel mirino anche della magistratura contabile.
Il quotidiano anticipa che verrà aperto un fascicolo per danno erariale da parte della Corte dei conti del Lazio in merito alle presunte spese fatte nel periodo in cui era a Mosca, tra 7 febbraio 2021 e il 18 maggio 2022. «Non faccio alcuna dichiarazione al riguardo, sono temi che riguardano il mio servizio, dico solo che sono molto sereno e che riferirò nelle sedi opportune», è la replica del generale. «Nel rispetto del codice dell’ordinamento militare, tutti i chiarimenti del caso saranno forniti nelle sole sedi istituzionali. Vannacci continua la sua attività divulgativa e presenterà le proprie considerazioni nelle sedi opportune», ha precisato ieri il suo legale, l’avvocato Giorgio Carta
La Lega blinda il generale
Nello specifico gli inquirenti stanno indagando in base a una dettagliata relazione ministeriale (della Difesa) su indennità di servizio per i familiari percepite illecitamente durante il periodo in Russia, spese per benefit legate all’auto di servizio non autorizzate, rimborsi per l’organizzazione di eventi e cene che in realtà non sarebbero stati organizzati, sempre a Mosca.
E c’è sempre la verifica in corso sull’ambito disciplinare perché, con iperattivismo politico, ospitate tv e presentazioni del libro il regime di riservatezza tipico dei militari non sembra molto tutelato.
Oggi il Corriere della Sera svela un retroscena sulla candidatura imminente del generale alle Europee per il Carroccio. Il militare ha già firmato per la sua corsa elettorale (anche se non avrebbe preventivamente avvisato delle inchieste il partito di Matteo Salvini). Con una fideussione: la totale copertura delle spese della campagna da parte di via Bellerio. Più blindato di così.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
“NON ERA CERTO UNA FIUMANA DI PERICOLOSI ESTREMISTI”… IL SINDACO SMENTISCE I SUOI CAPI BASTONE AL GOVERNO
Il sindaco di Pisa, Michele Conti, alla guida di una giunta di
centrodestra con Fratelli d’Italia primo partito e la Lega terzo, attacca il metodo usato contro gli studenti della sua città. «Non si può usare violenza per reprimere una manifestazione di ragazzi e ragazze delle superiori. Chiunque deve essere libero di manifestare il proprio pensiero», spiega in un’intervista al Corriere della Sera.
«Dai filmati che ho visionato – sottolinea- non sembrava una fiumana di pericolosi estremisti. Comunque ci saranno indagini e non sono io che deve dare giudizi ma i magistrati. Io dico soltanto una cosa: a me sembravano soltanto ragazzini, molti dei quali minorenni, che manifestavano le loro opinioni a volto scoperto».
E il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per Conti «ha perfettamente ragione e lo ringrazio per la sua sensibilità e autorevolezza. Questi ragazzi anno appena trascorso gli anni terribili del Covid, sono stati costretti a stare in casa, a non frequentare la scuola, a dimenticare gli amici. Sono adolescenti e ci vuole tanta comprensione. E bisogna dare il buon esempio. Che non sono le manganellate. Non mi sembra ci fossero gravi problemi di ordine pubblico, si doveva agire diversamente».
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
MA CHE PAESE SIAMO DIVENTATI SE VIENE MANGANELLATO UN PACIFICO CORTEO DI LICEALI?
Non dovrebbe essere difficile per la destra di Giorgia Meloni applaudire il presidente Sergio Mattarella quando dice «l’autorevolezza delle forze dell’ordine non si misura con i manganelli».
Il mondo di FdI si è formato esaltando e praticando la libertà di piazza anche in circostanze sul filo della legalità. In tempi recentissimi: il corteo a Roma contro mascherine e lockdown, in piena emergenza Covid, che doveva essere simbolico ma si trasformò in un enorme raduno senza regole e senza distanziamenti.
In tempi più antichi: l’assedio dimostrativo al Parlamento, all’epoca di Mani Pulite, che costò fermi e perquisizioni (corpo del reato le t-shirt con la scritta «arrendetevi siete circondati»).
Ma l’elenco degli esempi potrebbe estendersi all’infinito, come conferma in qualche modo la dichiarazione di un senjores, il ministro Adolfo Urso: «per la nostra tradizione, siamo quelli che più di tutti abbiamo tutelato il diritto di manifestare da parte di chiunque».
A suggerire un diverso approccio alla “questione manganelli” dovrebbero essere anche valutazioni pratiche. Giorgia Meloni si appresta a guidare un G7 altamente complesso sotto il profilo dell’ordine pubblico, e chiunque a destra ha un po’ di memoria ricorda la catastrofe del debutto berlusconiano nei grandi vertici internazionali, quel G8 di Genova che resta nella nostra storia come una disastrosa prova di impreparazione, crudeltà e abusi, sanzionati da ripetute sentenze.
Una macchia anche nella biografia della vecchia An, che venne a lungo accusata di aver dato l’input all’uso incontrollato della forza non contro i black bloc ma contro la parte più pacifica dei dimostranti.
Tirare il freno a mano, insomma, non solo dovrebbe venire naturale, ma sarebbe altamente opportuno. Eppure la classe dirigente conservatrice trova difficile pronunciare parole di adesione al monito del presidente della Repubblica, quasi che dirle rappresentasse un cedimento al “nemico”, cioè a chi chiede al governo di fare chiarezza sulla sua idea di potere e di autorità, sullo spirito con cui si confronta con la protesta e il dissenso.
Abbiamo visto la stessa renitenza al commento in occasione di altri fatti enormi, come l’identificazione dei silenziosi dimostranti che ai giardini Anna Politkovskaja di Milano deponevano rose per Aleksey Navalny, o la carica sugli studenti di Ca’ Foscari all’apertura dell’anno accademico. Ma a Firenze e Pisa il salto di qualità è stato evidente: era una piazza di adolescenti, ragazzini, a volto scoperto e senza neppure le armi di ordinanza nelle dimostrazioni turbolente, fumogeni e bastoni. Molti di loro, probabilmente, erano alla loro prima esperienza di corteo. Un “battesimo di cittadinanza”, insomma.
La sproporzione tra la reazione degli agenti in divisa antisommossa e quella folla rumorosa ma inerme è risultata chiara a tutti: rettori, presidi, insegnanti. La domanda da farsi dovrebbe essere una sola: ma che Paese siamo diventati se non sopportiamo più nemmeno un corteo di liceali?
E invece il dibattito viene portato in altre direzioni, quasi che si avesse paura di affermare che sulle precondizioni di una democrazia – libertà di pensiero e di manifestazione, proporzionalità nell’uso della forza – destra e sinistra possano trovarsi d’accordo, come sarebbe normale in un Paese europeo.
Una nota ufficiale di FdI, diramata ieri sera, punta l’indice sull’opposizione in modo perentorio: «La causa dei disordini ai quali abbiamo assistito è la sinistra che spalleggia i violenti». Ovvie le reazioni indignate del Pd e della segretaria Elly Schlein che giudica quelle parole un tentativo «di far salire la tensione nel Paese», evocando un altro tabù della nostra democrazia: l’antica strategia della tensione e il suo luttuoso portato.
No, non dovrebbe essere difficile applaudire all’unisono il presidente Mattarella quando invita a distinguere tra esercizio dell’autorità e manganelli, ma evidentemente lo è.
Lo schema amico/nemico su cui la destra ha deciso di fondare la sua intera azione sembra prevalere su tutto: la memoria dei propri trascorsi giovanili, l’opportunità politica, le linee concordate dallo stesso ministro degli Interni nel confronto sui fatti di Firenze e Pisa, persino la riflessione avviata dai vertici della Polizia che hanno annunciato “verifiche”.
Ma quel modello noi-contro-loro, lecito in tanti campi, non può essere applicato all’uso della forza. La forza pubblica in democrazia deve essere e apparire equidistante, soggetta alle regole dello Stato di diritto e a niente altro: studenti e tassisti, agricoltori e universitari, no-vax e sì-Palestina, stesso modo per tutti. La percezione di alcune categorie come “nemiche” non può cambiare i comportamenti di chi ha il privilegio di usare lecitamente i manganelli.
Peccato. Il governo di Giorgia Meloni ha finora sostenuto con forza la narrazione che lo rappresenta come Davide contro Golia. È un racconto che piace agli italiani, quello del coraggio disarmato che si oppone a una forza enorme e apparentemente invincibile. Rovesciare la leggenda, cambiare ruolo e scegliere quello di Golia, forse è solo il riflesso pavloviano del vecchio istinto legge-e-ordine, ma potrebbe risultare una mossa sfavorevole anche per gli interessi della premier.
(da La Stampa)
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Febbraio 25th, 2024 Riccardo Fucile
SI ISCRIVINO AL LICEO MADE IN ITALY E SCRIVANO LETTERINE PATRIOTTICHE
Risparmio le ovvietà contro le brutalità poliziesche dei giorni
scorsi. A parte i leghisti, che sono sempre in prima fila quando si tratta di esaltare i modi bruschi e la giustizia sommaria (la Lega resta pur sempre il partito del cappio in Parlamento e dei sindaci e deputati pistoleros), tutti o quasi sono d’accordo nel sostenere che la polizia, in una democrazia, deve cercare di darsi criteri democratici.
I celerini di Scelba erano i figli di un’altra Italia: nei Cinquanta e nei Sessanta si sparava sui cortei degli operai e dei braccianti. Qualche passetto in avanti lo abbiamo fatto, teniamocelo stretto.
Né vale, come alibi politico di chi alza le mani indossando una divisa, l’idea che i ragazzi in corteo siano “estremisti”, e gridino cose sconvenienti.
Ma è raro, da che mondo è mondo, che i cortei siano azzimati, gli slogan equilibrati e i manifestanti non calpestino le aiuole. Specie se si è ragazzi, il tempo a disposizione per diventare conformisti è ancora tanto. Gestire l’emotività della piazza non è facile, ma è uno dei compiti fondamentali delle forze dell’ordine. Sono anni che si sente dire: i giovani se ne fregano della politica, sono chiusi in casa a cincischiare con i social, non hanno più passioni e idee forti…
Certo, se quando poi mettono il naso fuori li manganellano, non c’è molta speranza di invertire la tendenza; o meglio, significa che la vera speranza di molti adulti è che rimangano in casa e non si impiccino di cose che non li riguardano.
Si iscrivano al liceo del Made in Italy (fiasco totale) e scrivano letterine patriottiche. Invece di fare politica facciano regime, e più nessuno si farà del male.
(da repubblica.it)
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