Destra di Popolo.net

KHAOULA KANJAOUI, 30ENNE ORIGINARIA DEL MAROCCO, È STATA PRESA DI MIRA CON COMMENTI RAZZISTI SUI SOCIAL PER LA SUA DECISIONE DI VOLERSI CANDIDARE ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DI MARANELLO, COME CONSIGLIERA COMUNALE (IN UNA LISTA CIVICA)

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA DONNA, AVVOCATO CHE DA 28 ANNI VIVE IN EMILIA-ROMAGNA, È STATA BERSAGLIATA DA FRASI DEL TIPO “UN AIUTO CONCRETO ALLA SOSTITUZIONE ETNICA”; “FUORI DALL’ITALIA…”

Si candida alle elezioni amministrative di Maranello, in provincia di Modena, e viene bersagliata sui social da offese razziste ed anche sessiste. È la vicenda che si è trovata ad affrontare Khaoula Kanjaoui, avvocato 30enne, originaria del Marocco e da 28 anni nel Modenese. L’ondata di odio social (“Un aiuto concreto alla sostituzione etnica”, “Fuori dall’Italia”, il tenore dei ‘commenti’) è stata ripresa dalla stampa locale, attraverso la quale Kanjaoui spiega come abbia vissuto l’accaduto: “Mi ha fatto male”.
A finire nel mirino degli haters sono stati i profili della lista che vede la 30enne candidata per un posto in consiglio comunale, ‘Italia del Futuro’. “Situazione spiacevole ed inaspettata – aggiunge l’avvocato -. Un odio non legato a un episodio o ad una divergenza di vedute politiche rispetto alla mia lista, ma contro la mia persona”. Un episodio che, in ogni caso, non frena la sua volontà di entrare per la prima volta in politica: “Questa vicenda mi ha spinto a reagire subito e a lottare ancora di più”.
(da agenzie)

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SUL PNRR IL GOVERNO RISCHIA UN AUTOGOL ELETTORALE E SCOPPIA LA GUERRA TRA FITTO E GIORGETTI

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

SINDACI (ANCHE QUELLI DI DESTRA) SONO SULLE BARRICATE PER IL DECRETO A FIRMA DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA CHE IMPONE IL TAGLIO DEI FONDI AI COMUNI CHE HANNO RICEVUTO PIÙ SOLDI DAL RECOVERY – FITTO ANNUNCIA UN TAVOLO CON GLI ENTI LOCALI PER PLACARE LA RIVOLTA MA IL LEGHISTA TIENE IL PUNTO: “I CONTI SONO PEGGIORATI, NON RINUNCIAMO ALLA SPENDING REVIEW”

Assediato dagli amministratori locali e alle prese con la rivolta dei sindaci di centrodestra, il governo vorrebbe tenere una linea soft sui tagli a Comuni e Province. Il ministro Raffaele Fitto, fedelissimo della premier Giorgia Meloni, annuncia un tavolo di confronto per evitare un nuovo boomerang in piena campagna elettorale per le europee, dopo l’autogoal del redditometro.
Ma il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha firmato la bozza di decreto che ripartisce i tagli agli enti locali, tiene il punto. La linea di Giorgetti è chiara: la spending review è stata votata con la legge di bilancio dello scorso anno e non penalizza nessuno, si sta chiedendo un sacrificio a chi ha ricevuto di più con il Pnrr.
Fitto, che spinge per un approccio più dialogante, comunque ricorda ai sindaci che il contributo richiesto «esclude» le spese per le politiche sociali e gli asili nido. In effetti, questo impegno è scritto nella legge di bilancio approvata sei mesi fa, ma quel che lamentano gli enti locali è che il taglio della spesa corrente si riflette inevitabilmente anche sui soldi che servono per mandare avanti proprio gli asili realizzati con i fondi del Pnrr.
La manovra del 2023 aveva stabilito un taglio agli enti locali di 250 milioni di euro l’anno dal 2024 al 2028, pari a 1,25 miliardi complessivi. Il risparmio è calcolato per il 50% sulla spesa corrente e per il restante 50% «in proporzione ai contributi assegnati a ciascun ente a valere sulle risorse del Pnrr». Dei 6 miliardi che si sono aggiudicati i sindaci, oltre 3 miliardi di euro riguardano gli asili nido, 2 miliardi le periferie e 900 milioni i piani urbani integrati.
Fitto assicura che si aprirà un confronto perché «la situazione non è uguale per tutti i Comuni, se ce ne sono alcuni che hanno avuto un maggior beneficio, ce ne sono altri che di benefici ne hanno avuti meno. Il nostro compito sarà far quadrare i conti». Tuttavia, se sarà possibile almeno limare il decreto come lascia intendere Fitto, dipenderà da Giorgetti, che però sembra non voler far sconti sulla sostenibilità dei conti e la spending review.
I sindaci di centrodestra interpellati da La Stampa sono già sulle barricate. Mario Conte, primo cittadino leghista di Treviso, va all’attacco: «Così com’è stato impostato, il decreto non può in alcun modo andare avanti. Da Roma hanno fatto pressing sui Comuni, chiedendoci di essere pronti e veloci nella presentazione dei progetti legati al Pnrr, qui in Veneto abbiamo risposto con un lavoro incredibile e il premio è il taglio della spesa corrente. Questo non è accettabile. È il contrario della meritocrazia».
Secondo Conte, «quanto abbiamo preso dai fondi del Pnrr non deve avere niente a che fare con i tagli eventuali delle spese. Devono essere altri i parametri di riferimento. Questa proposta è insostenibile».
(da agenzie)

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CHE SUCCEDE SE IL 10 GIUGNO, APERTE LE URNE, IL DIVARIO TRA M5S E PD RISULTASSE MOLTO FORTE? I SOGNI DI GLORIA DI CONTE “LEADER DELLA SINISTRA” FINIREBBERO NEL CESTINO DELLE AMBIZIONI SBAGLIATE

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

COMINCEREBBE LA GUERRA CIVILE NEL MOVIMENTO: CONTE HA CONTRO LA NOMENKLATURA CHE È STATA TAGLIATA FUORI DALLA NORMA DEL DOPPIO MANDATO: FICO, FRACCARO, BONAFEDE, BUFFAGNI, TAVERNA, RAGGI… NA C’E’ ANCHE LA FRONDA DEI PENTASTELLATI CHE NON HANNO DIGERITO L’AUTORITARISMO DI CONTE QUANDO HA SCELTO I SUOI FEDELISSIMI DA PIAZZARE IN LISTA PER LE EUROPEE

Cosa potrebbe succedere al leader del Movimento pentastellato se il voto europeo anziché consegnargli il 15% stimato dai sondaggi dovesse limitarsi a uno striminzito 11-12%?
Certo, nessuno grillino si sognerà di mettere in discussione la leadership di Giuseppe Conte, che ha già preparato, in caso di tracollo, il discorsetto secondo cui alle Europee, storicamente, il Movimento è sempre andato male, comunque peggio rispetto alle Politiche.
Ma se il 10 giugno, aperte le urne, contati i voti, il divario tra M5S e Pd risultasse molto forte, o addirittura Elly Schlein riuscisse a doppiare la percentuale dei 5Stelle, a quel punto, i sogni di gloria di Giuseppe Conte come “punto di riferimento fortissimo della sinistra” finirebbero definitivamente nel cestino delle ambizioni sbagliate e scoppierebbe la guerra civile nel Movimento.
Oltre al fatto che in Europa i grillini in modalità Conte non sono apparentati con nessun euro-gruppo, quindi politicamente non conteranno un cazzo (all’epoca di Di Maio, Ursula von der Leyen divenne presidente della Commissione grazie all’apporto dei 15 voti del Movimento), oggi Peppiniello Appulo si ritrova contro la vecchia nomenklatura pentastellata destabilizzata, fino alle depressione più cupa, dalla norma sul doppio mandato: i vari Fico, Fraccaro, Bonafede, Buffagni, Taverna, Crimi, Raggi, Di Battista, eccetera, tutti miracolati che si erano abituati alla cuccagna parlamentare dei 15 mila euro al mese, sono incazzati come bisce.
Secondo punto: sono tanti i pentastellati che non hanno per nulla digerito l’autoritarismo di Conte che ha scelto tra i suoi fedelissimi i “magnifici sette” da piazzare direttamente in lista per le Europee, senza passare dalle selezioni online e facendoli votare dagli attivisti in un elenco bloccato.
Benvenuti al Conte Social Club a 5 stelle: si parte dall’ex presidente dell’Inps e suo consigliere economico, Pasquale Tridico (colui che ha inventato il Reddito di Cittadinanza e in duplex con il leghista Durigon il famigerato Superbonus), Conte ha messo in lista l’ex presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, il fondatore di Banca Etica, Ugo Biggeri, e l’ex pallonara Carolina Morace. Poi la giurista animalista, Martina Pluda, il professore di pedagogia all’Università di Salerno, Maurizio Sibilio, la manager Cinzia Pilo per finire con l’ex direttore de “La Notizia”, Gaetano Pedullà.
Comunque, se nella scelta delle strategie politiche Conte ha fallito dando ragione al saggio Lucio Seneca (“Non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”), nella gestione del Movimento ha dimostrato di essere un tipino che sa navigare. Vi ricordate il violentissimo post di Grillo in risposta alla bozza di statuto del Movimento con le condizioni di Conte per guidare il M5S: ‘’Io non posso essere un leader dimezzato, porrò delle condizioni imprescindibili’’.
A Beppemao partì l’embolo: ma come osa porre un aut aut al Garante del Movimento questo azzimato avvocato che Di Maio ha preso chissà da dove e, grazie all’ottimo rapporto di Giggino con il segretario generale del Quirinale, Ugo Zampetti, è diventato presidente del Consiglio, quasi a sua insaputa?
Conte non è un leader: se è stato due volte premier deve ringraziare i voti dei 5Stelle (e i due anni di Covid mediaticamente gestito, duole dirlo, alla grande da Rocco Casalino).
Tanta incazzatura, si rovesciò come lava nel suo blog del 20 giugno 2021: “Non possiamo lasciare che un movimento nato per diffondere la democrazia diretta e partecipata si trasformi in un partito unipersonale governato da uno statuto seicentesco. Vanno affrontate le cause per risolvere l’effetto ossia i problemi politici (idee, progetti, visione) e i problemi organizzativi (merito, competenza, valori e rimanere movimento decentralizzato, ma efficiente). E Conte, mi dispiace, non potrà risolverli perché non ha né visione politica, né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione”.
E mica è finita: “Mi sento così: come se fossi circondato da tossicodipendenti che mi chiedono di poter avere la pasticca che farà credere a tutti che i problemi sono spariti e che dia l’illusione (almeno per qualche mese, forse non di più) che si è più potenti di quello che in realtà si è davvero, pensando che Conte sia la persona giusta per questo”.
Poi sappiamo come è finito il mega Vaffa all’ex socio dello studio Alpa: a Grillo, già impelagato con il processo del figlio, è bastato incassare un dovizioso contratto da 300mila euro per non specificati “progetti comunicativi” per spegnere i bollenti spiriti, e Conte si è preso il bastone del comando.
Ma fino all’ultimo, rancoroso com’è fino alla cattiveria, l’ex Avvocato del Popolo non ci pensava proprio di rimpinguare le casse vuote del rapace comico genovese. Per ammorbidirlo c’è voluta la realpolitik di Casalino: Giuseppe, firma il contratto! O rischi che ogni giorno Grillo ti infilzerà, come un San Sebastiano, di invettive al cetriolo… Comunque, Conte paga ma non perdona: da quel momento in poi, ha regolato i conti con gli amici e i protegé di Grillo.
Andrebbe giustamente sottolineato all’Elevato genovese che senza l’apparizione di Conte, il suo Movimento si sarebbe estinto come una meteora: una volta a Palazzo Chigi, la Pochette con le unghie si è costruito una solida base di sostegno. E di alternative alla sua leadership, per ora, non si vede traccia. L’unico che ha la personalità e il carisma si chiama Marco Travaglio, ma il direttore del “Fatto Quotidiano” non lo farà mai.
(da Dagoreport)

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PIERO FASSINO E IL FURTO DEL PROFUMO: PROBABILE RISARCIMENTO IN CAMBIO DEL RITIRO DELLA DENUNCIA

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

SI FA STRADA UN ACCORDO PER CHIUDERE LA VICENDA

Sarebbe in corso una trattativa tra le parti con l’obiettivo di ritirare la denuncia contro il parlamentare Pd, accusato di aver rubato una boccetta di profumo al duty free dell’aeroporto di Fiumicino
Dalla parte dell’indagato c’è la tenuità del fatto: il furto di una boccetta di Chanel, dal valore di 130 euro, non incide sulle casse della società che gestisce il duty free di Fiumicino. È altrettanto vero, però, che a Piero Fassino potrebbe essere mossa l’aggravante della reiterazione, visti gli altri due precedenti denunciati dal negozio. Mentre la procura di Civitavecchia prosegue il lavoro sul fascicolo del deputato Pd, i suoi avvocati starebbero lavorando parallelamente a una trattativa tra le parti per chiudere la faccenda senza andare a giudizio: un risarcimento del danno in cambio del ritiro della querela.
La notizia del possibile accordo, riportata dal Corriere, non è stata smentita da Francesca Tolentino, rappresentante legale dell’impresa che gestisce il punto vendita nell’aeroporto di Fiumicino. «La società ha scelto fin dall’inizio di tutelare la riservatezza dei protagonisti della storia» è la risposta data al giornale di via Solferino che, dunque, non riporta la cifra del risarcimento verso cui si sta indirizzando la trattativa.
Il deputato, dopo essere stato scoperto, voleva dimostrare la sua buona fede pagando il doppio del costo del profumo alla società. Tuttavia, scrive la giornalista Ilaria Sacchettoni, «difficilmente, ora che il caso è esploso in tutta la sua gravità, ci si potrà accordare su una cifra tanto simbolica quanto 260 euro».
(da agenzie)

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30ENNALE DEL ROMA PRIDE, IN PROGRAMMA IL 15 GIUGNO, IL PORTAVOCE DELL’EVENTO: “IL PRIDE È DIVENTATO LA VERA OPPOSIZIONE AL GOVERNO MELONI E ALLE SUE POLITICHE DI DESTRA”

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

TRA GLI OSPITI ALLA PARATA CI SARA’ ANCHE IL SINDACO GUALTIERI E ANNALISA (MADRINA DELL’EVENTO). ALLA “PRIDE CROISETTE” PATTY PRAVO, ELLY SCHLEIN, CORRADO AUGIAS, BIGMAMA

Trent’anni di lotte e di orgoglio: per la propria identità sessuale.
La grande parata del Roma Pride, il prossimo 15 giugno, per questa edizione così importante vede come madrina la cantante Annalisa, vicina a una comunità come quella Lgbt+ che oggi più che mai sente di dover «resistere a questo governo che da subito ha preso di mira noi, le famiglie arcobaleno, la comunità trans, i nostri centri antidiscriminazione. Il Pride è diventato la vera opposizione e la vera resistenza a questo governo Meloni e alle sue politiche di destra» , ha detto Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride e presidente del circolo Mario Mieli, presentando le tante iniziative di questa edizione.
La parata quest’anno si svilupperà su un nuovo percorso: da piazza della Repubblica arriverà a via delle Terme di Caracalla ( dove dal primo giugno si svolge la Pride Croisette), passando per viale Luigi Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, piazza dell’Esquilino, via Liberiana, piazza Santa Maria Maggiore, via Merulana, via Labicana, piazza del Colosseo, per poi attraversare il Rione Celio.
Anche questa volta non ci sarà il patrocinio della Regione Lazio: «Dopo l’esperienza dell’anno scorso con il governatore Francesco Rocca che voleva scegliere cosa dovevamo inserire e cosa no nel nostro manifesto politico, quest’anno abbiamo risolto — racconta Colamarino — non glielo abbiamo proprio chiesto».
Sono nove le rivendicazioni che la comunità ha messo nero su bianco: il pieno riconoscimento del matrimonio egualitario per tutte le coppie e dei figli di quelle omogenitoriali, così come l’accesso alla procreazione assistita e alla gestazione per altri etica e solidale. Il pieno rispetto del diritto all’autodeterminazione delle persone trans binarie e non-binarie, senza interferenze esterne o giudizi discriminatori. Nel manifesto si condanna anche la pratica dannosa delle “ terapie riparative” o “tentativi di conversione”, si chiedono spazi sicuri nelle scuole, nelle università, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni e nei luoghi dello sport, ma anche una formazione adeguata del personale sanitario.
Ad essere vicino al Roma Pride invece è il Campidoglio: anche quest’anno alla parata ci sarà il sindaco Roberto Gualtieri che insieme alla coordinatrice dell’ufficio Diritti Lgbt+ Marilena Grassadonia è stato pubblicamente ringraziato per l’impegno concreto: dagli sportelli di ascolto aperti che sono 11 nei 15 municipi, alla registrazione dei figli delle famiglie arcobaleno.
(da La Repubblica)

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I NUMERI PARLANO CHIARO: IN EUROPA NON C’È MAGGIORANZA SENZA I SOCIALISTI

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA COALIZIONE “ITALIANA” DI CENTRODESTRA (PPE+ECR+IDENTITÀ E DEMOCRAZIA), SECONDO I SONDAGGI, POTREBBE CONTARE SU 353 SEGGI: TROPPO POCHI PER FAR NASCERE UNA MAGGIORANZA

Il centrodestra maggioranza nel Parlamento europeo è semplicemente una “fake news”. Giorgia Meloni si lamenta spesso e ingiustificatamente di presunte notizie non vere che la riguardano. la sua campagna elettorale con il sogno di una alleanza che faccia a meno della sinistra può essere coltivato solo nella propaganda che precede l’apertura delle urne. Ma la sua ultima mossa può avere un solo effetto: lasciare l’Italia fuori dal gruppo di comando dell’Ue.
Una coalizione di centrodestra in grado di eleggere il presidente della Commissione europea, infatti, è sia politicamente sia numericamente impossibile. Basta leggere i numeri attuali dell’Eurocamera e quelli dei sondaggi più accreditati.
Vediamo i seggi. Secondo le ultime stime, il Ppe (i Popolari di cui fa parte anche Forza Italia) ne dovrebbero conquistare circa 183. Ecr (i Conservatori con Fratelli d’Italia) 86, Identità& Democrazia (la destra ancora più estrema con la Lega e la francese Le Pen) 84. In totale 353.
Il Parlamento europeo sarà formato da 720 deputati, quindi la maggioranza è fissata a 361. Ne mancano otto. In teoria. Perchè il Ppe ha già dichiarato, attraverso il suo presidente, Manfred Weber, e la sua “spitzenkandidat” Ursula von der Leyen, che non ci potrà essere alcuna intesa con l’estrema destra. Sicuramente non con quella di Salvini e del transalpino Rassemblement National.
Quindi bisogna eliminare almeno gli 84 eletti di ID. Nelle elucubrazioni oniriche di molti europarlamentari della destra italiana si suggerisce di sostituirli con i rappresentanti di Renew, gruppo liberale idealmente guidato da Emmanuel Macron. Che dovrebbe, però, eleggere a sua volta 86 membri. Quindi la coalizione arriverebbe a 355. Ancora non basterebbe dal punto di visto aritmetico.
Ma se si offre uno sguardo alla compatibilità politica, i liberali sono assolutamente contrari a qualsiasi tipo di collaborazione con Ecr. È stato esplicito a questo riguardo giovedì scorso lo “spitzenkandidat” di Renew, l’italiano Sandro Gozi. Senza contare, poi, che una parte consistente del Ppe, i partiti del nord Europa e quello polacco, si innervosiscono soltanto all’idea di allearsi con la destra conservatrice. Il primo ministro popolare di Varsavia, Donald Tusk, considera ad esempio il suo primo nemico il Pis, il partito del suo predecessore Morawiecki, che è proprio iscritto all’Ecr.
Il Pse, ossia i socialisti, dovrebbero confermarsi il secondo gruppo in Parlamento con 140 seggi. In questo quadro, dunque, non esiste alcuna alleanza maggioritaria davvero praticabile senza il Ppe e/o senza il Pse. Non a caso la cosiddetta “maggioranza Ursula” […] si basa su popolari, socialisti e liberali (i quali in questo quadro si confermerebbero il terzo partito con Ecr) che insieme anche a giugno dovrebbero raggiungere quota 409. Oltre la soglia minima di 361. E comunque, in realtà, non rassicurante perché nell’aula di Strasburgo va considerata una forte dispersione di voti.
Quindi chiunque aspiri a farsi eleggere alla presidenza della Commissione dovrà passare da questa coalizione: Ppe, Pse, Renew. Con qualche aggiunta. Una parte dei popolari e l’attuale presidente della Commissione vorrebbero arruolare solo i parlamentari meloniani di Fratelli d’Italia, non tutto l’Ecr. Altri, come i socialisti, pensano ad allargare i confini della coalizione ai Verdi che potrebbero eleggere 48 parlamentari.
L’obiettivo dichiarato da Meloni ieri è quindi irraggiungibile a meno di rovesci elettorali al momento imprevedibili. Si tratta dunque di una mossa dialettica ingannevole perché dal 10 giugno in poi la premier italiana dovrà semmai decidere di consegnare i suoi parlamentari “gratuitamente” per l’elezione del nuovo/a presidente della Commissione. Non entrare ufficialmente nell’alleanza ma non essere esclusa da essa.
La linea «mai con la sinistra» rischia di condurla direttamente in un “cul de sac” che isola il Paese. Con un paradosso cui il governo italiano ci ha già abituati, ad esempio in occasione dell’approvazione del nuovo patto di Stabilità. Meloni ha dato il via libera in Consiglio e Fratelli d’Italia lo ha negato in Parlamento. Sul vertice della Commissione potrebbe replicarsi l’incoerenza: Palazzo Chigi concorda un candidato in Consiglio, Fdi rinuncia ad associarsi in aula alla sinistra.
(da agenzie)

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SUNAK NON VUOLE PERDERE, VUOLE STRAPERDERE: IL PRIMO MINISTRO HA LANCIATO LA CAMPAGNA ELETTORALE CON LA PROPOSTA DI INSERIRE LA LEVA MILITARE OBBLIGATORIA PER TUTTI I DICIOTTENNI

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

IL PROGETTO NON HA POSSIBILITÀ CONCRETA DI DIVENTARE REALTÀ NON SOLO PERCHÉ I CONSERVATORI VERRANNO SCONFITTI ALLE URNE, MA ANCHE PERCHÉ SI TRATTA DI UN “IMPEGNO SENZA COPERTURE” … IL LABURISTA KEIR STARMER È AVANTI DI 27 PUNTI SUL PREMIER

Leva militare obbligatoria di 12 mesi per tutti i diciottenni (o, in alternativa, un weekend al mese dedicato al servizio civile): è la proposta- choc del Primo ministro britannico Rishi Sunak, col quale il governo ha lanciato la campagna elettorale in vista del voto anticipato del 4 luglio.
Va subito precisato che non c’è alcuna possibilità concreta che il progetto diventi realtà: i conservatori di Sunak verranno sicuramente sconfitti alle urne dai laburisti, i quali hanno già bocciato l’idea come un «impegno senza coperture» che finirebbe per costare miliardi alle finanze pubbliche.
E tuttavia l’annuncio del premier di Londra è significativo del clima che si respira in Europa: in un piano confidenziale di 40 pagine, rivelato ieri dal Mail on Sunday , i consiglieri del governo fanno presente che le crescenti minacce internazionali rappresentate da Cina e Russia richiedono di essere affrontate restituendo vigore alle Forze Armate.
Già nei mesi scorsi dai ranghi dell’esercito britannico si erano levate voci a favore del ripristino della leva obbligatoria: intenti che erano stati subito smentiti dal governo, salvo ripensarci adesso in campagna elettorale. Va notato però che i più favorevoli sono gli anziani, elettori naturali dei conservatori, mentre la naja obbligatoria incontra il consenso di appena il 10 per cento dei giovani, che già di loro votano laburista.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI STREPITA “MAI CON I SOCIALISTI” MA PUÒ STARE TRANQUILLA: LA SINISTRA EUROPEA NON VUOLE AVERE NIENTE A CHE FARE CON LEI

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA SPD TEDESCA RIBADISCE IL CONCETTO: “NON LAVOREREMO MAI CON L’ESTREMA DESTRA”. CHE PER LORO COMPRENDE ANCHE FRATELLI D’ITALIA… L’APERTURA DI VON DER LEYEN ALLA SUA AMICA DUCETTA RIMARRÀ LETTERA MORTA: SENZA SOCIALISTI E LIBERALI I POPOLARI NON HANNO I NUMERI, NEMMENO IMBARCANDOSI FASCI, NEO-NAZI E ORBAN VARI

La principale candidata della SPD alle Europee, Katarina Barley, ha ribadito che i socialisti non appoggeranno Ursula von der Leyen per un altro mandato come presidente della Commissione europea se sarà sostenuta anche dagli eurodeputati di destra allineati con il primo ministro italiano Giorgia Meloni.
“Abbiamo rilasciato una dichiarazione di Berlino – tutti i partiti socialdemocratici in Europa – che non lavoreremo mai con l’estrema destra”, dice Katarina Barley al collega Gordon Repinski nell’ultimo episodio del podcast Berlin Playbook di POLITICO.
Un disagio crescente: È l’ultimo segnale di allarme dei partiti di sinistra per l’apertura della von der Leyen a lavorare con il partito della Meloni, Fratelli d’Italia, al Parlamento europeo. Venerdì scorso, anche il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha messo in guardia la von der Leyen dall’alleanza con il partito della Meloni, che siede all’interno del blocco dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), dopo le elezioni del 6-9 giugno.
L’appello di Scholz: “Quando si formerà la prossima Commissione, non dovrà basarsi su una maggioranza che ha bisogno anche del sostegno dell’estrema destra”, ha detto il cancelliere tedesco. “L’unico modo per stabilire una presidenza della Commissione sarà quello di basarla sui partiti tradizionali… Qualsiasi altra cosa sarebbe un errore per il futuro dell’Europa”.
Il leader socialista fa eco a Barley: “Questa è anche la posizione del presidente”, ha detto un funzionario vicino al presidente del gruppo S&D Iratxe García, riferendosi alla posizione di Garcia sulla questione. “Se la von der Leyen cerca di ottenere il sostegno dell’ECR in Parlamento, non avrà l’appoggio del nostro gruppo”.
All’inizio del mese, García ha avviato una dichiarazione con i leader di Renew, dei Verdi e della Sinistra, riportata per la prima volta da Playbook, in cui i centristi e la sinistra hanno giurato di “non cooperare mai né formare una coalizione con l’estrema destra e i partiti radicali a qualsiasi livello”.
Niente più flirt: Altri funzionari di S&D affermano di volere che la von der Leyen dichiari chiaramente che non negozierà con il campo della Meloni né farà concessioni su politiche progressiste come il Green Deal.
(da agenzie)

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ULTRADESTRE PIU’ FORTI, COSA RISCHIA L’EUROPA

Maggio 27th, 2024 Riccardo Fucile

MASSIMO CACCIARI: LE TRAGEDIE SPINGONO ALL’UNITA’ IN POLITICA ESTERA

La svolta che si potrebbe determinare con le prossime elezioni per il Parlamento europeo da una “governance” fondata sulla “grande coalizione” tra socialdemocrazie di vario tipo e forze di centro, a una con la presenza determinante di partiti e movimenti dichiaratamente di destra, dovrebbe invitare a una riflessione di respiro culturale e storico, lontana da ideologismi e tifoserie. È un effettivo pericolo per i destini di Europa e di Occidente il loro eventuale affermarsi? Di quale “destra” si tratta, da quali componenti è formata? Fino a qualche tempo fa sembrava potersi porre un discrimine molto semplice: la destra nazionalista marciava contro l’idea stessa di un’unità politica europea. La sua prassi obbediva a una visione identitaria opposta per natura ai processi di globalizzazione. Le ultime tragedie hanno reso molto aleatorio questo pericolo, proprio nel momento in cui spingono a rimandare pressoché sine die la prospettiva di un’Europa politicamente unita sulla base di un’autonoma strategia. Lo stato di guerra costringe all’unità sul piano sostanziale della politica estera e militare intorno al Paese ancora saldamente leader dell’Occidente. Una destra “al potere” domani in Europa difficilmente potrebbe mutare alcunché sulla linea che oggi si percorre. Le decisioni saranno prese altrove comunque.
Quali differenze reali e quali eventuali pericoli, allora, rispetto alla storia dell’Unione fin qui vissuta può rappresentare e comportare una svolta di “destra”? Esistono certamente al suo interno pulsioni restauratrici-reazionarie. Vengono da lontano, affondano in passati non solo remoti della cultura europea. Un pensiero della “restaurazione”, i cui principi contraddicono quelli illuministici della Grande Rivoluzione, pervade la storia dell’Occidente europeo, e non si limita certo al periodo dei De Maistre, dei Bonald, dei Donoso Cortes. Esso si ripresenta, in forme più o meno esplicite, in ogni critica della democrazia rappresentativa e del regime parlamentare, in quanto dissoluzione di ogni Autorità e incapace strutturalmente di dar vita a élites politiche competenti e stabili. Le osmosi tra questa prospettiva e altre, di segno opposto ma mosse da una critica altrettanto radicale del “parlamentarismo”, sono innumeri. La domanda è: esiste oggi una destra che incarni tale prospettiva? Solo apparentemente – in realtà non si tratta altro che di populismo, opposto in sé a ogni idea elitaria del potere politico. Ci troviamo di fronte a una caricatura di quella critica autenticamente reazionaria della “democratizzazione” propria in particolare di quelle correnti del pensiero europeo novecentesco che sono state efficacemente indicate col termine di “rivoluzione conservatrice”. Il pericolo vero abbraccia oggi l’intero schieramento politico: tutti democratici e nessuno in grado di esprimere riforme serie per far funzionare la democrazia all’altezza delle rivoluzioni e delle sfide in atto.
Ma, si dirà, i “valori” della destra contrastano radicalmente con quell’idea di difesa e sviluppo dei diritti della persona, che è certo immanente alla concezione della democrazia. I “valori” sono tali, però, fin quando valgono, e cioè esprimono un effettivo potere. Si tratta di vedere, dunque, fin dove davvero possano quelli sbandierati dalle destre. Nulla o quasi, poiché qualsiasi reale contrasto da parte loro nei confronti della dominante cultura individualistico-economica si tradurrebbe in una loro disfatta. Lo stesso vale per un certo anti-capitalismo romantico che appare e scompare continuamente nella storia delle destre europee (e anche qui le osmosi con l’ “altra parte” sono innumeri), anti-capitalismo che può assumere i toni aspramente polemici contro il primato anglosassone dell’Economico, quelli di un pensiero tradizionale-esoterico, oppure quelli laico-pragmatici di uno Stato sociale rivendicante il proprio primato contro i “poteri forti”. Nessuno di questi “pericoli” assume oggi una consistenza politica che vada oltre la propaganda di brevissimo periodo.
Il pericolo che coinvolge tutti è l’impotenza a governare i processi di globalizzazione e gli squilibri geo-politici che essi comportano. Ideologie o nostalgie proprie delle destre rendono tale impotenza ancora più grave, ma non la producono certo. Il pericolo maggiore che esse rappresentano è che, nella loro astratta difesa di “identità” valoriali al di fuori di ogni consapevolezza critica, si renda ancora più difficile affrontare con disincanto e realismo la vera questione: che l’Occidente, oggi Occidente americano, non è più strutturalmente in grado di confrontarsi con gli altri Grandi Spazi sulla base di una propria volontà egemonica. Occorre saper “tramontare” da tale volontà, non per sparire, ma, all’opposto, per dar vita a un nuovo Nomos della Terra multipolare, policentrico. Tutti i dati demografici, economici, i movimenti tra i popoli dicono che questa sola è la strategia in grado di evitare la catastrofe e realizzare un mondo che superi l’inferno attuale.
Se un tratto ha invece sempre caratterizzato le destre europee è l’enfasi sulla volontà di potenza. Potenza del proprio Paese, potenza dell’Occidente contro le culture che non ne ammettono la supremazia. Eppure vi è stato un pensiero conservatore, per quanto assolutamente minoritario in queste destre, che si è mosso in una direzione opposta, di riconoscimento pieno della grandezza delle altre civiltà, nel senso della comparazione e dell’approssimarsi reciproco. Queste correnti andrebbero meditate, anche da parte di molte “sinistre”, che mai hanno fatto sul serio i conti con il pensiero “in grande” di certa destra europea.
Tutto alla fine è potenza. Quest’idea va sconfitta, poiché porta l’Occidente alla sconfitta. Tutto è logos, occorre dire. Al principio, sta la parola che accorda e convince, sta il dialogo politico, il riconoscimento della libertà dell’altro. L’Autorità non sta nelle mani di un Capo, né in un Paese né sulla faccia della Terra, ma è la Relazione stessa, sono le norme e le leggi che la stabiliscono e regolano e che tutti riconoscono perché vedono in esse la garanzia della propria stessa pace. Che destre e sinistre lo comprendano, pongano così termine al loro secolare, tragico dissidio, e si possa finalmente iniziare una nuova Politica.
Massimo Cacciari
(da La Stampa)

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