Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
COSI’ SI E’ SENTITA RISPONDERE UN’ADDETTA INCINTA DEL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE DELLA VIBAC
Il lavoratore interinale? È come una macchina aziendale. Se si ferma, lo sostituiamo con una telefonata. È quello che si è sentita dire una lavoratrice precaria in gravidanza della Vibac, multinazionale che produce nastro da imballaggi, dal responsabile delle risorse umane dell’azienda.
«È brutto da dire, ma funziona così. Con questa spada di Damocle sulla testa, comunque, si riesce a inquadrare un pochino le persone», ha aggiunto.
Il Fatto Quotidiano racconta l’episodio avvenuto nello stabilimento di Bazzano vicino L’Aquila. E sul quale ora dovrà pronunciarsi il tribunale del lavoro. Il ricorso lo hanno presentato gli avvocati Silvia Conti e Carlo De Marchis per conto Associazione nazionale per la lotta alle discriminazioni (Anlod).
L’atto riporta la trascrizione del dialogo registrato dall’addetta. La donna era stata assunta nel settembre 2023 tramite un’agenzia di somministrazione. Nei dialoghi i lavoratori precari venivano paragonati alle auto aziendali: «Con il determinato se non ti dovesse piacere, ma non è il tuo caso, hai modo di mandarlo via (il dipendente, ndr) quando scade il contratto».
E ancora: nel ricorso si legge anche che «la valutazione del lavoratore a tempo indeterminato è infatti limitata a due mesi mentre la società per sua stessa ammissione estende la durata della prova a dismisura discriminando i lavoratori assunti a tempo determinato che subiscono una “prova” ben superiore a quella dei lavoratori a tempo indeterminato per il solo fatto di essere impiegati con tale tipologia contrattuale». I legali chiedono quindi al giudice di ordinare l’assunzione a tempo indeterminato della lavoratrice in maternità.
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO DEI GENITORI: “CHIUNQUE DICE CHE C’E’ COLLABORAZIONE STA MENTENDO”
Nuovo stop delle autorità egiziane alla cooperazione giudiziaria con l’Italia nella vicenda di
Giulio Regeni. Secondo quanto è emerso nell’udienza a carico di quattro 007 egiziani, nei giorni scorsi la Farnesina ha trasmesso ai pm di Roma una nota della Procura Generale d’Egitto in cui si afferma che è “impossibile eseguire le richieste di assistenza giudiziaria” per fare ascoltare nell’udienza di oggi quattro testimoni egiziani. Tra loro anche il sindacalista Said Abdallah, la coordinatrice di un Centro per i diritti economici e sociali, Hoda Kamel Hussein e Rabab Ai-Mahdi, la tutor di Regeni al Cairo.
Alla luce di ciò il procuratore aggiunto, Sergio Colaiocco, ha chiesto alla Corte d’Assise di potere acquisire le testimonianze dei testi “assenti” raccolte nel corso delle indagini. “Siamo in presenza di testi che non hanno scelto liberamente di non essere qui. Le abbiamo tentate tutte per portare i testi qui”, ha detto l’aggiunto.
“Nonostante tutto l’impegno profuso dalla procura e nonostante le richieste formali che sono state poste in essere dalla Farnesina è innegabile l’ostruzionismo egiziano che pare a questo punto insormontabile ma che anche per le argomentazioni che abbiamo sentito dal pubblico ministero, è del tutto illegittimo. Quindi il problema è l’ostruzionismo egiziano. Chiaro che chiunque dice che c’è collaborazione sta mentendo. Ed oggi ne abbiamo avuto le prove”, afferma l’avvocato Alessandra Ballerini, legale dei genitori di Giulio Regeni, a margine della udienza del processo a carico di quattro 007 egiziani oggi svolta nell’aula bunker di Rebibbia.
La penalista ha voluto ringraziare Pif e Stefano Accorsi “che hanno prestato le loro voci nel video dell’incontro tra Regeni e il sindacalista egiziano che lo tradì. “Questo video ci dice tantissime cose – ha aggiunto -, ci dice che Abdallah era un agente provocatore, che ha provato a far cadere Giulio in continui tranelli. Ci dice la purezza di Giulio ed anche il suo lato accademico. Ci dice in fondo una assoluta incomunicabilità tra i due, non solo perché parlano due lingue diverse. Abdallah voleva incastrare Giulio e consegnarlo alla National Security”.
E’ stato infatti mostrato in aula il video del 7 gennaio del 2016 dell’incontro avvenuto tra Giulio Regeni e il rappresentate del sindacato degli ambulanti del Cairo, Said Abdallah che lo ha “tradito”. Un filmato, di oltre due ore, ripreso da una telecamera nascosta che era stata posizionata dai servizi segreti sulla camicia del sindacalista. Un dialogo in cui Abdallah chiede, in modo insistente, notizie sull’attività di Regeni, sul progetto da 10 mila sterline finanziato dalla fondazione britannica Antipode e sul ruolo del ricercatore friulano.
“Cosa sarebbe questa proposta – afferma Abdallah – non capisco di cosa si tratta. L’unica cosa che capisco è che ci sono 10 mila sterline. Bisogna stare attenti per non finire in galera”. Regeni spiega che il denaro può essere “investito in qualche progetto, qualsiasi progetto non governativo ma affidato ai privati. Voglio che il sindacato possa tirare fuori dei guadagni e io sono IN Egitto solo per la ricerca e non decido sui soldi”.
Il video si conclude con Abdallah che chiama uno degli 007, imputato nel processo. “Ho parlato con il ragazzo, ho paura che il video potrebbe cancellarsi – afferma -, ditemi cosa devo fare. Vengo da voi”.
(da La Repubblica)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
I SERVIZI AVEVANO ACQUISITO COPIA DEL PROGETTO, FINANZIATO PER 10 MILA STERLINE, SU CUI STAVA LAVORANDO IL RICERCATORE FRIULANO
I servizi segreti egiziani avevano acquisito, facendone copia, già a metà dicembre del 2015 il passaporto di Giulio Regeni. E’ quanto è emerso nel corso dell’udienza del processo a carico di quattro 007 del Cairo accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio del ricercatore italiano.
Sentito come testimone Onofrio Panebianco, colonello del Ros che ha effettuato le indagini su delega della Procura di Roma, ha affermato che “dell’acquisizione parlano due testimoni.
Gli apparati di sicurezza oltre al documento di Regeni in quello stesso periodo – ha detto il teste – circa un mese prima che venisse prelevato nella zona della stazione metro di Dokki, avevano acquisito copia del progetto, finanziato per 10 mila sterline, su cui stava lavorando il ricercatore friulano”
Nell’udienza di oggi sarà proiettato il video in cui Giulio parla con il venditore ambulante Abdallah che poi lo denuncerà alla National Security egiziana dopo aver ripreso tutta la scena e aver cercato di far cadere in trappola, più volte, il suo interlocutore.
Giulio però non cade mai nei tranelli dell’ambulante e anzi è sempre molto didattico nelle sue risposte”.
È quanto afferma l’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia, prima di entrare nell’aula bunker di Rebibbia, a Roma, dove oggi è programma l’udienza del processo a carico di quattro 007 egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni.
“Sarà chiaro poi dalla visione del video che parlano letteralmente due lingue diverse, non solo perché Giulio si esprime in arabo classico e Abdallah in dialetto egiziano, insomma non si capiscono. Non si capiscono anche perché hanno degli intenti diversi. Giulio è lì per aiutare mentre Abdallah è lì per poi tradirlo e consegnarlo alla National Security”, ha aggiunto la legale che è presente in aula assieme ai genitori di Regeni, Claudio e Paola.
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
GAETANO SILVESTRI, PRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE – “RISCHIAMO L’EQUILIBRIO DEL TERRORE. IL PARLAMENTO NON OSA METTERSI CONTRO IL PREMIER CHE PUÒ MANDARLO A CASA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, DIVENUTO UNA FIGURA SFOCATA, NON PUÒ FAR NIENTE”
«Tacere era viltà». Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte
costituzionale, è uno degli oltre 180 giuristi che hanno firmato l’appello contro la riforma del premierato, proposto da Articolo 21 sulla scia delle preoccupazioni espresse in Aula da Liliana Segre, «affinché prevalga l’interesse generale, si ascoltino gli allarmi che autorevolmente sono stati lanciati e si prevengano i pericoli».
Ma perché tanta preoccupazione? Spiega Silvestri: «Il problema di fondo non sono i tecnicismi, ma il fatto che si prefigura o un dualismo paralizzante tra presidente del Consiglio e Parlamento, muniti della stessa legittimazione del voto popolare, oppure il fatto che si va verso l’autoritarismo del presidente del Consiglio che con la legge elettorale mette al guinzaglio il Parlamento creando artificiosamente la maggioranza con un premio.
Si crea così l’equilibrio del terrore: il Parlamento non osa mettersi contro il presidente del Consiglio che può mandarlo a casa, senza che il presidente della Repubblica, divenuto una figura sfocata, ci possa fare niente».
Da lì, l’idea di Silvestri di mettersi a fianco di Segre, che «memore della sua esperienza vede ricomparire fantasmi». Per Silvestri la stabilità «dipende da fattori politici, non istituzionali. E in mancanza di una personalità politica in grado di federare la stabilità non c’è. Si tenta di introdurre in maniera artificiosa un’omogeneità politica che nei fatti non esiste». Né tiene, dice, il parallelo con gli Usa: «Lì esiste uno spirito pragmatico che impedisce portare i conflitti fino in fondo. Da noi i segnali vanno in altra direzione».
Fulco Lanchester, professore emerito di Diritto costituzionale e comparato alla Sapienza, va al punto: «Il progetto del premierato è uno scivolamento verso soluzioni da democrazia illiberale. Lo disse già Gaetano Mosca nel ‘25 al Senato contro la legge Mussolini sul primo ministro e segretario di Stato cui si collegò la legge elettorale plebiscitaria del ‘28».
Il rischio, secondo Lanchester, è che si violi il principio della separazione dei poteri: «Si dà la possibilità alla maggioranza del presidente del Consiglio di incidere sul legislativo, a sua discrezione, e mettere in pericolo gli organi di garanzia costituzionale: il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. In più il ddl viola il divieto di mandato imperativo (art. 67) perché i parlamentari non hanno lo possibilità di mutare posizione.
L’unico esempio comparabile con il progetto di elezione diretta del presidente del Consiglio del resto è quello adottato negli anni ‘90 in Israele, ma fallì».
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
“QUANDO HO LETTO CHE IL RESPONSABILE DELLA COMUNICAZIONE DELLA NAZIONALE ITALIANA HA INTERROTTO UN CALCIATORE DICENDO ‘NOI NON PARLIAMO DI POLITICA, NOI PARLIAMO DI CALCIO!’, NON HO CREDUTO AI MIEI OCCHI. MA SIAMO DIVENTATO PAZZI?. ‘QUI NON SI PARLA DI POLITICA’ ERA SCRITTO NEI LOCALI PUBBLICI DURANTE IL FASCISMO. DA QUANDO SEGUO LA VITA PUBBLICA NON RICORDO IN ITALIA UN SIMILE CLIMA DI CONFORMISMO”
Quando ho letto che il responsabile della comunicazione della Nazionale italiana ha interrotto un calciatore dicendo «Noi non parliamo di politica, noi parliamo di calcio!», non ho creduto ai miei occhi. Ma siamo diventato pazzi? «Qui non si parla di politica» era scritto nei locali pubblici durante il fascismo. Bene ha fatto il giornalista Daniele Fortuna di Radio Rai a porre la domanda, all’indomani della clamorosa presa di posizione del più importante calciatore d’Europa, Kylian Mbappé, in vista delle importantissime elezioni francesi.
E bene ha fatto Davide Frattesi a rispondere che «ognuno deve essere libero di esprimere le proprie opinioni, nel rispetto di quelle altrui». Più in generale, da quando seguo la vita pubblica non ricordo in Italia un simile clima di conformismo. Certo non ai tempi della Dc, che vinceva tutte le elezioni ma veniva spernacchiata da tutti.
Certo non ai tempi di Prodi: ai Mondiali del 2006 tutti i ministri e le ministre in visita venivano accolti con ilarità dai calciatori che sarebbero diventati campioni del mondo. Certo non ai tempi di Berlusconi, che era senza confronti più potente della Meloni, ma aveva contro mezzo Paese; e se i presidenti delle aziende di Stato, che fabbricano armi e lavorano con l’intelligence, fossero saliti sul palco di una festa di partito con la maglietta di Forza Italia, sarebbero stati massacrati.
Quanto allo sport, ha sempre a che fare con la politica. A Città del Messico 1968 la polizia sparò sulla folla, a Monaco 1972 esplose il conflitto arabo-israeliano, l’Africa boicottò Montreal 1976 per protestare contro l’apartheid, a Mosca 1980 non c’erano americani e tedeschi dell’Ovest, a Los Angeles 1984 non c’erano i russi e i loro alleati, Pechino 2008 fu una manifestazione di regime quasi quanto il Mondiale di calcio in Argentina del 1978… Quando non parleremo più di politica, qualcun altro lo farà per noi.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI HANNO SOTTOVALUTATO ELLY CHE DA UN ANNO LAVORA ALL’UNITA’ DELLE OPPOSIZIONI, CAMBIANDO IL PD: GLI ELETTORI LA PENSANO COME LEI
Un fronte popolare, versione italiana. Le opposizioni quasi al
completo, riunite in piazza a Roma per dire no alla riforma della Costituzione detta premierato e all’autonomia differenziata.
Bandiere del Pd e di Alleanza Verdi — Sinistra, del Movimento 5 Stelle e di Più Europa, Rifondazione comunista, Arci, Cgil e sindacati di base. Mancavano i centristi di Azione e Italia viva, che non hanno ancora deciso cosa fare da grandi, ma forse non alcuni loro elettori.
A ben guardare, una piazza politica così assortita e variopinta, che da anni non si vedeva, è un regalo nemmeno piccolo di Giorgia Meloni a partiti che hanno passato gli ultimi anni a litigare su molto, e che probabilmente continueranno in parte a farlo, ma che ieri erano a piazza Santi Apostoli insieme a migliaia di cittadini.
Sicuramente molti più di quanti ne prevedessero gli organizzatori che, magari temendo il caldo quasi agostano e il giorno feriale, hanno sciaguratamente deciso di montare il palco a metà della piazza, con il risultato che almeno un migliaio di manifestanti non è nemmeno riuscito a entrare nell’area della manifestazione e non ha potuto sentire né vedere granché.
Tra questi anche Massimo D’Alema che arriva verso le 18 e rimane imbottigliato nelle retrovie. A malapena si intravede il palco e D’Alema non riconosce l’oratore in quel momento sul palco: «Chi è questo che sta parlando?». Era Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione. Il quale, peraltro, proprio in quel momento stava pronunciando parole per lui non abituali: «Questo è il momento di essere uniti».
Un moto trasversale di popolo che forse la presidente del Consiglio ha sottovalutato quando ha scelto di procedere sulla riforma della Costituzione a strappi e forzature. Quando sul palco sale il leader di Sinistra italiana Nicola Fratoianni e dice «la destra non è maggioranza, ha vinto solo perché eravamo divisi», scatta una ovazione da ogni angolo e orientamento della piazza. Elly Schlein non riesce neanche a iniziare il suo intervento che da Santi Apostoli si leva il coro «unità, unità».
Schlein raccoglie l’invito: «Basta divisioni. Teniamoci strette le nostre differenze che sono preziose se sappiamo metterle a valore. Siamo qui tutti insieme perché siamo tutte e tutti antifascisti». Meloni ha dato ai suoi oppositori l’occasione di riconoscersi, per una volta, in un massimo comune multiplo.
Si percepisce tra i manifestanti una grande voglia di fare qualcosa di concreto e di personale, senza aspettare il referendum confermativo, per fermare il cambiamento della Carta e una legge che spacca il Paese in due. Una base che può diventare un collante politico molto forte, certo non proprio con tutte le forze in piazza. Fantasioso immaginare un ritorno in coalizione di Rifondazione, per esempio.
Ma nel retropalco la consapevolezza di tutti i leader è che questa manifestazione è il primo vero passo nella costruzione di una coalizione alternativa alla destra. Schlein lo sottolinea. A microfoni lontani la leader del Pd rivendica il risultato: «Questa non è una manifestazione in cui siamo inciampati». Intende dire che dietro c’è un lavoro, ma anche che qualcosa è cambiato nel rapporto tra le forze di opposizione.
I contatti con gli altri leader sono più frequenti e soprattutto più facili. Anche con Giuseppe Conte, che ora pare davvero determinato a entrare in un percorso comune. Anzi, in questo momento nel M5S è proprio l’alleanza con il Pd la faglia che divide il capo M5S dal fondatore Beppe Grillo e dai nostalgici del Movimento del vaffa come Virginia Raggi o il fuoriuscito Alessandro Di Battista.
Conte saluta molto calorosamente il neodeputato europeo e sindaco di Bari uscente Antonio Decaro e lo invita a tenere unito il fronte in vista del ballottaggio alle Comunali. Scene inedite. I big dei vari partiti si mescolano. Abbracci, sorrisi, selfie con i simpatizzanti. Ci sono il governatore della Campania Vincenzo De Luca, l’ex presidente della Camera Roberto Fico, l’ex sindaca di Torino Chiara Appendino e il neo parlamentare europeo ed ex segretario del Pd Nicola Zingaretti.
Davanti alla folla Conte attacca il premierato e Giorgia Meloni con un discorso di taglio antifascista nel quale deplora il fatto che la presidente del Consiglio non abbia speso una parola per censurare i giovani del suo partito che inneggiano al Duce (anche Schlein non lascia correre: «Cosa aspetta Meloni a cacciarli?»). Poi Conte chiama sul palco il deputato 5S Leonardo Donno, aggredito in Parlamento dai colleghi di Lega e di Fratelli d’Italia per aver cercato di mettere un tricolore sulle spalle del leghista Roberto Calderoli: «Se sventolare un tricolore fa paura a queste destre — dice Donno — sventoliamolo e non molliamo»
(da La Repubblica)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
I COSTITUZIONALISTI: “UNA MINORANZA, ATTRAVERSO UN PREMIO, ASSUMERA’ IL CONTROLLO DI TUTTE LE NOSTRE ISTITUZIONI, SENZA CONTROLLI E CONTRAPPESI
Con il primo sì incassato al Senato Giorgia Meloni porta a casa una tappa fondamentale nell’approvazione definitiva della legge sul premierato. Che però adesso potrebbe tornare in Aula soltanto nel 2025, visto che ci sono altre riforme da votare. Tra cui anche la riforma delle carriere dei magistrati. E mentre alla Camera si va verso l’ok anche per l’autonomia differenziata, 180 costituzionalisti firmano un appello per stare al fianco della senatrice a vita Liliana Segre, contraria alla riforma: «La creazione di un sistema ibrido, né parlamentare né presidenziale, mai sperimentato nelle altre democrazie, introdurrebbe contraddizioni insanabili nella nostra Costituzione. Una minoranza anche limitata attraverso un premio potrebbe assumere il controllo di tutte le nostre istituzioni, senza più contrappesi e controlli». Ma cosa prevede il nuovo Ddl?
Come funziona il premierato
Il premierato prevede innanzitutto l’elezione diretta del presidente del Consiglio. La sua elezione sarà contestuale a quella delle Camere e resterà in carica per cinque anni con un limite di due mandati. Che possono diventare tre se nelle precedenti legislature ha ricoperto l’incarico per un periodo inferiore a sette anni e mezzo. Nella riforma c’è anche il potere di revoca dei ministri, che spetta sempre al premier. Viene anche abrogato il potere di nomina dei senatori a vita, oggi appannaggio del Quirinale. Ma conserva la carica per gli ex presidenti della Repubblica. La riforma prevede anche tre casi diversi di soluzione in caso di crisi di governo. In caso di revoca della fiducia al presidente del Consiglio, il Quirinale scioglie le Camere e si torna al voto. In caso di dimissioni del premier, questi può proporre al presidente della Repubblica entro sette giorni lo scioglimento delle Camere.
Cosa prevede
Infine, il premier su sua decisione può farsi sostituire solo una volta nella legislatura da un parlamentare di maggioranza. Così da evitare governi tecnici e ribaltoni. Il Capo dello Stato può sciogliere le Camere anche nel semestre bianco, ovvero quello che porta all’elezione di un nuovo presidente della Repubblica. Poi si alza il quorum nei primi sei voti per l’elezione del presidente della Repubblica: ci vogliono i due terzi, come nelle prime tre. Infine, si abolisce la controfirma del governo in una serie di atti del Quirinale. Tra questi la nomina del presidente del Consiglio, dei giudici della Corte Costituzionale, la concessione della grazia e la commutazione delle pene, il decreto di indizione di elezioni e referendum, i messaggi al Parlamento e il rinvio delle leggi alle Camere.
Le critiche alla riforma
Tra le critiche alla riforma oggi Antonio Polito sul Corriere della Sera spiega che ce n’è una cruciale: il premierato stabilisce l’elezione diretta del presidente del Consiglio, ma non dice come questa avverrà. Tanto è vero che c’è una norma transitoria che prevede l’entrata in vigore solo dopo l’ok alla legge elettorale.
Eppure, ragiona Polito, per far sì che il premier abbia una maggioranza in entrambe le Camere sarebbe necessario incardinare i modi in Costituzione. Per esempio il ballottaggio, mentre la soglia minima di voti per la rappresentanza andrebbe definita prima. In più con il premierato, l’autonomia e la riforma delle carriere dei magistrati si rischiano tre referendum costituzionali in una sola legislatura. Con il rischio concreto di bocciatura per tutte e tre.
Il costituzionalista
Ugo De Siervo, presidente emerito della Corte Costituzionale, va più nel dettaglio oggi in un’intervista a La Stampa. E parla di riforma pericolosissima: «Nel testo costituzionale che è all’esame del Senato, fanno una scelta pericolosissima, ovvero la contestualità dell’elezione del capo del governo con la selezione dei deputati e dei senatori. Ecco, unificare in un unico momento queste due diverse selezioni, vuol dire un sistema istituzionale nel quale c’è solo una maggioranza, che esprime il capo del governo più i suoi parlamentari, e una minoranza. I cittadini possono esercitare il loro potere di critica e di mutamento soltanto una volta ogni 5 anni. Ora, questo contrasta con le regole di tutte le democrazie contemporanee».
Il bilanciamento
Secondo De Siervo infatti «tutte le democrazie contemporanee possono avere dei meccanismi più o meno forte di individuazione del capo del potere esecutivo, ma hanno sempre e necessariamente mantenuto un bilanciamento fortissimo tra questa scelta e la scelta dei parlamentari. Per capirci: in Francia, Macron non ha necessariamente una maggioranza in Parlamento. Lo stesso accade negli Stati Uniti con Biden. Nessuno, in sistemi di presidenziali o semipresidenziali, ha quello che sarebbe garantito al presidente del Consiglio di questa ipotetica riforma cioè un’omogeneità tra Esecutivo e Parlamento».
La separazione tra i due poteri «verrebbe a cadere perché non solo si voterebbe lo stesso giorno, ma perché è evidente che i candidati a capo del governo farebbero anche le liste elettorali. Così avremmo un governo il quale nasce con una maggioranza garantita a priori alla Camera e al Senato. Questo non è bene. E’ una scelta di grande pericolosità. Infatti non esiste in nessuna democrazia un sistema così. Ed è una cosa molto significativa: vuol dire che gli altri Paesi, sulla base di riflessioni e di storie variegate, però hanno tutti escluso che il Parlamento possa essere necessariamente omogeneo al governo».
Il presidente della Repubblica
L’altro punto fondamentale secondo il costituzionalista è lo svuotamento dei poteri del Quirinale, ovvero «la formazione del governo e l’eventuale scioglimento anticipato delle Camere. Rimangono sulla carta, ma in pratica si fa decidere come e quando dalla nuova ipotetica Carta costituzionale ciò che al momento attuale decide liberamente e responsabilmente il Presidente della Repubblica».
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
“IL GARANTE? E’ MEGLIO SE TACE”… “L’UNICO MODO PER VINCERE E’ COALIZZARSI CONTRO IL CENTRODESTRA”
Tornare a un Movimento “né di destra né di sinistra” sarebbe
“demenziale”: si tratta di un’idea “obsoleta” che non appartiene più ai 5 Stelle. Parola di Marco Revelli, politologo autore di svariati saggi sulla sinistra (l’ultimo è Questa sinistra inspiegabile a mia figlia, Einaudi) e convinto che ormai il campo del Movimento sia quello progressista, checché ne dica Virginia Raggi e a prescindere dalle battute maliziose di Beppe Grillo.
Marco Revelli, l’idea di un ritorno alle origini non la convince?
Me lo lasci dire con un omaggio a Cacciari: questa roba di non essere né di destra né di sinistra è una puttanata! Basta così. Virginia Raggi ha subito un ingiusto accanimento quando era sindaca e questo glielo riconosco, dopodiché il suo tempo è passato. Neanche per sogno il Movimento dovrebbe tornare indietro.
Non lo aiuterebbe a guadagnare qualche punto percentuale?
Il suo elettorato di oggi non è più un elettorato ibrido, come durante la grande piena del 33 per cento. Quello che hanno perso a destra è tornato a votare la destra e lì resterà. È naturale che non ci sia totale omogeneità con il Pd e il resto del centrosinistra, è anche giusto sia così, ma il destino è quello come minimo di marciare divisi per colpire uniti. Ci sono tante persone nel cosiddetto campo progressista che ritengono il Pd indigesto, anche con qualche ragione. È soprattutto lì che il M5S ha il suo elettorato. E poi sarebbe demenziale dal punto di vista tattico.
In che senso?
Non c’è ragione per ripetere errori storici. L’unico modo per vincere è coalizzarsi contro il centrodestra.
Grillo può ancora avere un ruolo carismatico?
Temo sia più una minaccia carismatica che una risorsa. È uno di quei casi in cui il carisma aumenta la carica distruttiva, più che quella propositiva. A Grillo va dato atto di aver costruito una cosa enorme, ha creato dal nulla uno tsunami che ha raccolto una domanda radicale di cambiamento che altrimenti si sarebbe anche potuta riversare a destra. Detto questo, adesso farebbe meglio a stare zitto per il bene del Movimento. Mi fa pensare un po’ a un creatore che non sopporta di vedere la propria creatura sopravvivergli.
Conte è ancora la persona giusta per guidare il Movimento?
Resto convinto di sì. È piombato nella galassia dei 5 Stelle quasi come un Ufo, tuttavia è ancora la principale risorsa che hanno. Certo, l’ideale sarebbe potergli affiancare qualcuno.
Chiara Appendino? I guai giudiziari la condizionano, ma a lungo si è parlato di lei.
No, non ha lo status e il profilo da leader nazionale, e credo neanche il carisma di Conte. Penso a un alter ego più “corporeo” di Conte, una figura alla Di Battista, se esistesse oggi dentro al Movimento 5 Stelle. Di questo avrebbe bisogno Conte, che è insuperabile nel lavoro di fioretto, ma quando si tratta di usare la ruspa non è l’ideale.
Il suo ultimo libro è un ipotetico dialogo sulla sinistra con una adolescente. Come spiegarle che il Movimento è nella sinistra che deve stare?
Basta guardare i temi su cui punta forte il Movimento, dal salario minimo all’ambiente. Altre concezioni sarebbero ormai obsolete: se poi non la vogliono chiamare sinistra ma qualcos’altro, non importa, l’orizzonte comune resta quello.
(da agenzie)
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Giugno 19th, 2024 Riccardo Fucile
DA UNA VITA MAGGIORDOMI AL SERVIZIO DI RICCHI E DELLE LOBBY
Che cos’è l’autonomia differenziata?
E’ il riconoscimento da parte dello Stato alle Regioni a Statuto ordinario di autonomia legislativa su materie che oggi sono di competenza concorrente, ossia comune. In tre casi passerebbero alle regioni anche materie di esclusiva competenza statale.
In quali materie le Regioni potranno aumentare le loro competenze?
In moltissime materie, tra cui: sanità, istruzione, università, ricerca, lavoro, previdenza, giustizia di pace, beni culturali, paesaggio, ambiente, governo del territorio, infrastrutture, protezione civile, demanio idrico e marittimo, commercio con l’estero, cooperative, energia, sostegno alle imprese, comunicazione digitale, enti locali, rapporti con l’Unione europea.
Concretamente cosa cambierebbe?
In tutte queste materie, lo Stato potrebbe perdere quasi ogni ruolo, demandando ogni potere alle Regioni. Si potrebbe giungere a regioni che assumono insegnanti, personale amministrativo della giustizia, gestiscono i musei, acquisiscono al demanio regionale strade, ferrovie, fiumi e litorale marittimo, decidono le procedure edilizie, stabiliscono i piani paesaggistici, governano il ciclo dei rifiuti, intervengono a sostegno delle imprese e della ricerca anche nelle relazioni internazionali e via dicendo.
Vuol dire che avremo 20 sistemi scolastici differenti?
Il rischio esiste perché alle regioni verrebbe attribuita la potestà legislativa sull’intera materia: dalle norme generali all’assunzione di personale, dai criteri di valutazione ai programmi scolastici
Che cosa sono i Lep?
Sono i «livelli essenziali di prestazioni» che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, già previsti esplicitamente dall’articolo 117 della Costituzione. In base a questo anche per quei servizi di competenza regionale, come la sanità e i trasporti pubblici, è lo Stato a dover decidere quali sono i livelli minimi che devono essere garantiti a tutti i cittadini. Il problema è che a parte la sanità, per gli altri settori i Lep non sono stati mai definiti così da creare divari sempre più ampi tra Nord e Sud. La riforma approvata ieri non prevede investimenti per colmare il gap ma è passata una proposta targata FdI che affida al governo il compito di varare entro due anni i Lep relativi ai diritti civili e sociali, «che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale», stabilendo gli investimenti necessari alle regioni per adeguarsi agli standard.
E’ vero che l’autonomia differenziata finirà per garantire più risorse alle Regioni più ricche?
Il ministro Calderoli da cui prende nome la legge dice che la riforma sarà «a costo zero». Ma è difficile credergli perché nonostante i futuri stanziamenti per rendere omogenei i Lep, i futuri atti d’intesa tra Stato e singole Regioni apriranno per quelle più ricche la possibilità, come già rivendicano, di trattenere il cosiddetto residuo fiscale, ossia la differenza tra quello che versano e quanto ricevono in termini di spesa pubblica. Secondo una simulazione dello Svimez, solo la quota di Irpef e Iva che potrebbe essere trattenuta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vale intorno i 9 miliardi di euro. Il rischio insomma è di favorire l’espandersi del divario tra Nord e Sud del Paese, che già oggi vede lo Stato spendere da Roma in su 17.621 euro per ogni cittadino, che diventano 13.613 per chi vive nel meridione.
(da lastampa.it)
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