Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
“HA BUTTATO IL BRACCIO CHE SI ERA STACCATO IN UNA CASSETTA DI PLASTICA E CI HA SCARICATI DAVANTI CASA. IL PADRONE HA PRESO I NOSTRI TELEFONI PER EVITARE CHE SI VENISSE A SAPERE DELLE CONDIZIONI IN CUI LAVORIAMO”
Sony vede il petto di Satnam muoversi e si aggrappa alla speranza che stia respirando: «Ho
solo te, non te ne andare». A chi le sta attorno dice: «È ancora vivo». E lo ripete, lo ripete tante volte, ma in realtà sono gli ultimi minuti di vita del marito, attaccato a un macchinario in una stanza dell’ospedale San Camillo di Roma. I medici provano a spiegarle che il bracciante di trentuno anni ha perso troppo sangue per riuscire a sopravvivere e che le fratture sono multiple.
Ad appena ventisei anni questa ragazza, arrivata dall’India in Italia tre anni fa con Satnam Singh: «Se muore lui, muoio io. Se vive lui, vivo io. Io sono indiana, l’Italia non è un Paese buono».
Sono lacrime di dolore e rabbia le sue nei confronti di chi li ha rifiutati offrendo loro, come unica opportunità, un lavoro in nero di dodici ore al giorno a cinque euro l’ora per raccogliere zucche, zucchine e insalata senza permesso di soggiorno.
Quindi chiama i suoi genitori, dall’altra parte del mondo, singhiozzando: «Non ci credo, Satnam è morto, non è possibile. E io che faccio?».
Ora Sony deve lasciare l’ospedale e andare dai carabinieri di Borgo Podgora, una frazione di Latina, per firmare l’autorizzazione all’autopsia. Qui il racconto è tragico: «Ho visto l’incidente, ho implorato il padrone di portarlo in ospedale ma lui doveva salvare la sua azienda agricola. Ha messo davanti a tutto la sua azienda agricola. Il padrone ha preso i nostri telefoni per evitare che si venisse a sapere delle condizioni in cui lavoriamo. Poi ci ha messo sul furgone togliendoci la possibilità anche di chiamare i soccorsi». Quindi Satnam ha perso sangue per almeno un’ora e mezza prima che arrivasse l’ambulanza.
Mentre il caporale si occupava già di pulire il camioncino per eliminare ogni traccia di sangue.
Gli amici di Satnam e Sony raccontano di «una coppia affiatata, se lei stava male lui restava a casa con lei, preferiva perdere una giornata di lavoro pur di non lasciarla sola. Non avevano niente se non loro stessi e lui era profondamente rispettoso di sua moglie».
(da La Repubblica)
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
230.000 LAVORATORI IRREGOLARI NEI CAMPI E IL GOVERNO FA FINTA DI NULLA: DOVE SONO I CONTROLLI? SOVRANISTI VENDUTI AGLI INTERESSI DELLE LOBBY AGRICOLE CHE SFRUTTANO I BRACCIANTI
Satnam Singh non ce l’ha fatta. È morto al San Camillo di Roma per la gravità delle ferite riportate nel campo vicino a Latina in cui lavorava, ma soprattutto per la negligenza degli aguzzini che l’avevano reclutato e sfruttato. Il suo non è “solo” un incidente sul lavoro, uno dei troppi che la cronaca ripropone ogni giorno e ogni giorno archivia. Morti di per sé terribili, ognuna con i suoi particolari raccapriccianti, il suo seguito di dolore e di lutto dei famigliari, il senso di ingiustizia che ripropone. Ma questa è una storia ancora diversa, per l’abisso di disumanità e di barbarie che rivela.
È una storia che sembra scritta da una mente malata, da un’immaginazione perversa. Dilaniato lunedì mattina dal macchinario avvolgi-plastica a rullo con cui lavorava, è stato gettato su un pulmino a nove posti (di quelli usati dai caporali per trasportare i loro schiavi) insieme alla moglie che era con lui e scaricato di fronte a casa, col braccio mozzato appoggiato su una cassetta della frutta, mentre l’emorragia lo dissanguava e gli scagnozzi del datore di lavoro si dileguavano.
Dovrà pensarci la moglie e la sindacalista da lei coinvolta a chiamare i soccorsi, che alla fine interverranno con un elicottero ma, ora lo sappiamo dai medici, troppo tardi. Sappiamo che Satnam Sing, 31 anni, originario dell’India da cui era partito per cercare in Italia un futuro, è stato abbandonato per troppo tempo senza cure, con la pressione del sangue a livelli troppo bassi per permettergli di sopravvivere al trauma multiplo subìto. Sappiamo che se fosse stato soccorso come la legge e la coscienza comandano, si sarebbe salvato.
Latina non è un’area sperduta del profondo sud. Dista una cinquantina di chilometri in linea d’aria dal centro della Capitale, là dove si governa e decide. Dove ci sono i centri del potere e del controllo.
Possibile che si ignorassero realtà come quella che ha segnato il destino di Satnam Singh? Che la presenza nei campi, a cielo aperto, ben visibili a chiunque, di uomini e donne come lui e sua moglie impiegati senza lo straccio di un contratto come bestie da soma, fosse sfuggita fino al momento della tragedia? Dove erano gli ispettori del lavoro? NDove erano le forze dell’ordine? Dov’erano le strutture regionali (di quella Regione che ora si offre di pagare i funerali, ma che non ha saputo impedire che la piaga del caporalato dilagasse nel suo territorio).
Infine: Dove è stata, finora, la Coldiretti, che nelle campagne ha una presenza capillare e più di ogni altro dovrebbe vedere tutto ciò che vi accade? «Quella che si è consumata a Latina è una intollerabile tragedia che inorridisce il mondo agricolo nazionale e conferma la necessità di tenere altissima la guardia contro il fenomeno del caporalato», ha commentato l’organizzazione stessa.
Ma quanti casi di aziende che ricorrono al caporalato sono stati denunciati dalle sue strutture? Sono circa 230 mila i lavoratori irregolari nei campi, vittime di caporali e imprenditori senza scrupoli. 55 mila sono donne Costituiscono all’incirca un quarto dell’intera forza lavoro impiegata in agricoltura. Possibile che nessuno veda niente? Che questi schiavi dell’età post-moderna diventino visibili solo quando muoiono? Quando muoiono! Nemmeno quando restano “solo” feriti. La qualità di un Paese si giudica anche da questi episodi. E non può definirsi Grande una nazione che li permette o li tollera, o anche solo li ignora.
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
NON FRATELLI, MA TRADITORI D’ITALIA
Chissà cosa avrebbero detto Silvio Pellico, Amatore Sciesa e i Fratelli Bandiera, ieri,
all’apparire delle bandiere dei nuovi staterelli italiani, in pieno Parlamento. Chissà cosa ne avrebbero pensato Garibaldi o Mazzini. E cosa avrebbe dichiarato alla stampa Cavour, insieme a loro, dopo aver letto l’obbrobriosa legge sulla autonomia differenziata?
Ma cosa pensano di aver fatto quelli che militano in un partito che, pomposamente, si richiama all’inno italiano, Fratelli d’Italia, lasciando vincere gli ideali di chi quel inno ha sempre disprezzato e che indietreggia davanti al tricolore come un vampiro davanti all’aglio?
Gli stessi che alla dichiarazione dell’approvazione della infausta legge, l’hanno festeggiata sventolando le bandiere dei nuovi staterelli anti-unitari?
Ma, soprattutto, cosa penseranno i beoti del sud che hanno votato lega o Meloni, quando ritroveranno le loro regioni in mutande, con una mano indietro e l’altra avanti, senza un centesimo per l’acquisto dei farmaci salvavita.
I genitori di disabili ai quali non potranno essere erogate cure e riabilitazioni. Senza risorse per pagare i medici che saranno costretti a emigrare. Senza servizi e welfare per l’assenza di coperture economiche. Senza una scuola decente per i propri figli?
Se l’idiozia fosse oro, l’Italia sarebbe il paese più ricco del mondo.
Giancarlo Selmi
(da Infosannio)
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
UNA RIFORMA TAROCCO AL GIORNO PER NASCONDERE IL NULLA, MANCANO GLI EQUILIBRI TRA I POTERI (PERCHE’ AI SOVRANISTI NON LI VUOLE)
Una riforma al giorno leva la Costituzione di torno. Martedì il premierato, mercoledì l’autonomia differenziata. Oggi riposo, se lo sono meritati. Ma la domanda è se la meritano gli italiani, questa doppia innovazione. E non perché la nostra Carta sia un testo intangibile come il corpo dei defunti. Se una Costituzione è viva, di tanto in tanto avrà bisogno di ricorrere ai ferri del chirurgo. Né per opporre a ogni riforma un tic conservatore, che difenda a tutti i costi l’esistente. I conservatori non stanno sempre dal lato sbagliato della storia, i riformatori non sono sempre gli alfieri del progresso. Dipende da ciò che si vuole conservare, dipende da come si vuole riformare. Tutti vorremmo vita eterna per la nostra mamma, ma questo desiderio non ci trasforma in ottusi reazionari, nemici delle “magnifiche sorti e progressive”, come nel verso di Leopardi.
Da qui un ventaglio di dubbi, di obiezioni. Anche se a ben vedere il controcanto risuona già nel canto, dato che ciascuna delle due riforme obietta all’altra. La prima (il premierato) sancisce l’accentramento del potere nelle manone del capo; la seconda (l’autonomia differenziata) lo disgrega fra 20 caporali, quanti sono i governatori delle nostre Regioni. Con buona pace di due principi costituzionali, che restano ancora lì, iscritti nella Carta, però svuotati come conchiglie. L’articolo 67, che protegge la libertà dei parlamentari, e di conseguenza l’autonomia del Parlamento dal governo. L’articolo 5, che definisce la Repubblica italiana “una e indivisibile”.
Si dirà: ma pure l’autonomia regionale è un principio, pure la stabilità governativa è un valore. Giusto, ma tutto sta nel modo col quale i principi si traducono in regole cogenti. E tutto sta nel declinare i principi al plurale, non al singolare. Se l’autonomia fosse l’unico principio, in Italia avremmo 20 Stati. Se la stabilità fosse l’unico valore, allora Mussolini era un valoroso. E Putin – al potere da un quarto di secolo – valorosissimo, un eroe. Ecco infatti il veleno inoculato da questa doppia riforma: “la tirannia dei valori”, per dirla con Carl Schmitt. Sennonché le democrazie costituzionali sono pluraliste, il loro Olimpo è abitato da una pluralità di dei, non da un Padreterno onnipotente. E i principi costituzionali si compensano a vicenda, si bilanciano, si tengono in reciproco equilibrio. Né più né meno dei poteri dello Stato. Giacché dove c’è un potere, a fronteggiarlo dev’esserci un contropotere. Per impedirgli abusi, per evitare il rischio che la potenza del governo divenga prepotenza verso i cittadini.
Invece non c’è un limite alla nuova autonomia concessa alle Regioni. Ciascuna può rivendicare tutte e 23 le competenze in ballo, e senza nemmeno uno straccio di motivazione, senza argomentare la richiesta con le specifiche esigenze del proprio territorio. Di più: senza alcuna distinzione fra le singole materie. Che però non sono affatto uguali. Una cosa è la gestione di settori economici (come i porti o le casse di risparmio), una cosa ben diversa è la tutela dei diritti fondamentali (la salute, il lavoro, l’istruzione). Questi ultimi sono indivisibili: spettano nella stessa misura a tutti, giacché in caso contrario diverrebbero altrettanti privilegi. Approfondendo la frattura tra Settentrione e Mezzogiorno, che andrebbe viceversa ripianata.
Ma non c’è nemmeno un limite ai superpoteri che il premierato reca in dote al presidente del Consiglio. A leggere da cima a fondo la riforma, non vi si trova un rigo per risarcire il capo dello Stato e il Parlamento della loro nobiltà perduta. Il primo deve rinunziare ai suoi poteri più pregnanti: la nomina del premier e lo scioglimento delle Camere. Che a loro volta divengono ostaggio del governo, se non proprio un’appendice. Perché vengono elette contestualmente al presidente del Consiglio, con un premio di maggioranza che non s’incontra in nessun’altra legge elettorale dei Paesi democratici. E perché se non obbediscono ai suoi ordini, i parlamentari vanno a casa, perdendo lo scranno e lo stipendio. Pesi senza contrappesi. Dopotutto, è questa la regola non scritta della doppia riforma che ci cade sul groppone.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
I TRADITORI DELL’UNITA’ NAZIONAE ORA HANNO PAURA DI PERDERE I VOTI NEL CENTRO-SUD
«Sono dispiaciuto, penso che il centrodestra rischi adesso un boomerang elettorale non solo
al Sud ma anche al Nord. Da governatore farò di tutto per difendere la mia terra e i miei cittadini». Il presidente della Calabria, Roberto Occhiuto, non ci sta a fare parte del coro del centrodestra che plaude all’autonomia differenziata targata Lega.
Cosa prova all’indomani del voto di una norma da lei criticata e sostenuta anche dal suo partito?
«Io parlo da presidente della Regione Calabria: comprendo il mio segretario Antonio Tajani che da vicepremier ha voluto onorare il patto di governo, anche se mi pare non si sia dimostrato entusiasta verso l’autonomia. Sono riconoscente a Tajani che ha fatto e sta facendo un grande lavoro nel partito, e i risultati di Forza Italia lo dimostrano. Credo che però il problema riguardi il centrodestra a livello nazionale. Con questa legge approvata senza nemmeno un adeguato dibattito, temo che la nostra coalizione non riuscirà a compensare le preoccupazioni degli elettori del Sud con qualche voto in più, forse, al Nord».
Pensa che si possa trasformare in un boomerang elettorale per il governo?
«Temo di sì, ed è un peccato perché Giorgia Meloni sta guidando l’esecutivo in modo ineccepibile, raggiungendo grandi traguardi. Questa legge doveva essere costruita come un treno con tre vagoni: l’autonomia, la garanzia del finanziamento dei Lep su tutto il territorio nazionale, e poi la perequazione. Invece hanno riempito solo un vagone, e non va bene».
Ma al momento non si capisce come saranno finanziati i Lep: la preoccupa questo scenario?
«Tornando alla metafora del treno sì, in stazione è arrivato solo il primo vagone: i Lep non sono finanziati e nemmeno stimati. Questo lavoro andava fatto. Ad esempio, negli ultimi anni si è calcolato il livello essenziale sugli asili e questo ha subito portato a un maggiore investimento al Sud, superando la spesa storica».
Comunque da ieri è legge il ddl Calderoli senza Lep e con nove materie sulle quali da subito si potrà chiedere l’autonomia come il commercio e le esportazioni.
«Esatto, invece occorreva un ulteriore momento di riflessione. Di notte e in fretta è stata votata la legge per dare un contentino a una forza politica di maggioranza».
Cosa la preoccupa adesso in concreto?
«Mi chiedo per esempio cosa succederà agli agricoltori calabresi pugliesi per l’esportazione dei loro prodotti se nel frattempo quattro o cinque regioni otterranno autonomia sul commercio e si organizzeranno anche con accordi con i Paesi stranieri. Forse questo è un tema che andava approfondito no? E, ancora, c’è un’altra cosa che mi preoccupa: la contrattazione del personale in due ambiti, la sanità e la scuola. Io in Calabria per cercare medici mi sono dovuto rivolgere a Cuba. Se domani qualche Regione potrà modificare il contratto dei medici finanziandolo con risorse proprie, ad esempio, avrebbe un grande vantaggio ulteriore rispetto alla mia Regione. Stesso discorso sulla scuola. Per carità, se ci danno le risorse necessarie ben venga tutto, ma non penso sia questa la strada che si vuole intraprendere».
Salvini la critica dicendo «che non ha letto il programma del centrodestra e chi è capace non ha nulla da temere».
«Nel programma c’è tutto il pacchetto, Lep compresi. Comunque ritengo di essere un governatore mediamente capace. Se facessimo un’ipotetica gara automobilistica conducendo tutti macchine di grossa cilindrata l’affermazione del leader della Lega potrebbe essere condivisibile. Ma finché le Regioni del Nord guideranno una Ferrari e quelle del Sud saranno costrette ad inseguire con una Panda, stiamo parlando del nulla».
(da La Repubblica)
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
“FARA’ AUMENTARE LE DISEGUAGLIANZE REGIONALI”
«La devoluzione di ulteriori competenze alle regioni italiane comporta rischi per la coesione e le finanze pubbliche del Paese». La Commissione europea boccia senza appello il disegno di legge sull’autonomia differenziata. E lo fa proprio nelle stesse ore del voto finale alla Camera rendendo noto il “Report annuale sulle economie nazionali”. Report che dedica un paragrafo proprio al ddl Calderoli facendo riferimento al testo che era stato approvato in Senato, chiaramente, ma che in soldoni è stato confermato alla Camera.
Ieri la Commissione ha reso noto il “Country report 2024” con le raccomandazioni sulle «politiche economiche, sociali, occupazionali, strutturali e di bilancio dell’Italia». Nel paragrafo sulle riforme ecco la stoccata all’autonomia differenziata voluta dal governo Meloni e da ieri legge in attesa della firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Scrive la Commissione: «Nel gennaio 2024 il Senato ha approvato la legge per l’attuazione dei livelli differenziati di autonomia delle regioni a statuto ordinario, che potranno richiedere fino a 23 competenze aggiuntive e trattenere le risorse corrispondenti. Il disegno di legge include alcune tutele per le finanze pubbliche, come le valutazioni periodiche delle capacità fiscali regionali e i requisiti per i contributi regionali per raggiungere gli obiettivi fiscali nazionali. Tuttavia sebbene assegni specifiche prerogative al governo nel processo negoziale, non fornisce alcun quadro comune per valutare le richieste regionali di competenze aggiuntive».
La Commissione è preoccupata quindi per l’aumento delle diseguaglianze che l’autonomia così progettata rischia di portare al Paese: «Le regioni potranno richiedere competenze aggiuntive — si legge nel report — solo una volta definiti i corrispondenti “livelli essenziali di servizi”. Poiché i Lep garantiscono solo livelli minimi di servizi e non riguardano tutti i settori vi sono ancora rischi di aumento disuguaglianze regionali».
Ma è proprio sul futuro dell’architettura istituzionale dell’Italia e sulla tenuta dei saldi contabili che la Commissione ha timori: «La devoluzione di poteri aggiuntivi alle regioni su base differenziata aumenterebbe anche la complessità istituzionale, comportando il rischio di costi più elevati sia per il settore pubblico che per quello privato».
Il report ribadisce l’allarme lanciato da enti di ricerca italiani, come la Svimez, sul tema dei maggiori investimenti che invece sarebbero necessari per consentire al Mezzogiorno di competere con altre aree del Paese: «Le capacità amministrative e tecniche delle pubbliche amministrazioni restano un ostacolo critico per lo sviluppo delle regioni meridionali — continua il dossier — come rilevato da Svimez sul Pnrr».
La Commissione plaude alle azioni del governo Meloni che vanno invece in direzione opposta all’autonomia: «Alcune iniziative adottate a livello nazionale indicano un maggiore coordinamento centrale dell’azione politica, in particolare per il Sud. In generale una strategia industriale e di sviluppo per il Mezzogiorno migliorerebbe il valore aggiunto degli investimenti».
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DI FANPAGE, PUNTO PER PUNTO, DEMOLISCE LE PALLE SOVRANISTE … PRENDIAMO ATTO CHE FDI NON PRENDE LE DISTANZE DA QUELLE FRASI (LA MANOVALANZA SERVE)
Facciamo un piccolo riassunto delle puntate precedenti, che non guasta mai. Giovedì scorso
è uscita la nostra inchiesta sotto copertura su Gioventù Nazionale, la giovanile di partito di Fratelli d’Italia e fiore all’occhiello del progetto politico di Giorgia Meloni. Una giornalista del team d’inchiesta Backstair si è infiltrata nell’organizzazione e ha documentato una serie di appuntamenti ed eventi, sia pubblici che “riservati”. Quello che ne è emerso è un quadro piuttosto preoccupante: inni al Duce, canzoni e simboli che rimandano al Ventennio, saluti nazisti e, in generale, il totale sdoganamento di concetti e pratiche di stampo fascista.
Le immagini sono estremamente eloquenti e, senza girarci troppo intorno, hanno fatto il giro d’Europa, finendo per diventare un elemento di discussione anche durante il G7 e il vertice europeo post elezioni. Il servizio lo hanno visto praticamente tutti: mentre scriviamo le views su Instagram sono 8,5 milioni, oltre 2 milioni su Twitter, 300k su YouTube, 350k su TikTok e 300k su Facebook. Solo sui nostri canali ufficiali, senza considerare gli altri caricamenti più o meno autorizzati.
L’inchiesta è diventata un caso, molti esponenti politici (non solo italiani) hanno condannato duramente le azioni dei giovani di Fdi e chiesto che intervenisse la leader del partito, Giorgia Meloni. Che invece ha adottato una strategia diversa: la consegna del silenzio. Dell’inchiesta non può parlare nessuno, neanche i referenti di Gioventù Nazionale. Nemmeno per abbozzare una difesa: semplicemente non se ne deve parlare, non va commentata, va ignorata. Forse si spera che la cosa muoia lì, un modo per levarsi dall’imbarazzo quando spiegazioni non ce ne sono.
Una scelta cui si sono accodati immediatamente i giornali di area, di solito sempre prontissimi ad attaccare Fanpage.it (in generale chi si azzarda a fare le pulci al governo, ecco).
Si sono adeguati anche alcuni giornali online, notoriamente rapidissimi nel ribattere qualunque contenuto faccia un minimo di visualizzazioni. Stavolta, malgrado numeri da record e un dibattito infuocato, il nulla. E, con due notevoli eccezioni (Che Sarà e Agorà), ovviamente non c’è stata traccia dell’inchiesta sui telegiornali e sui programmi di approfondimento della RAI, al punto che il Cdr di RaiNews24 ha pubblicato una dura nota per censurare il comportamento della direzione.
La strategia del silenzio assoluto, però, stavolta non ha funzionato. Perché le immagini sono fortissime e milioni di italiani ne restano colpiti, probabilmente indignati. Se ne continua a parlare, insomma.
Il dibattito in Parlamento su Gioventù Nazionale
E la questione arriva in Parlamento, grazie a un’interrogazione del Partito democratico, firmata anche dalla segretaria Elly Schlein. La deputata Ghio chiede al governo “se non ritenga urgente e opportuno adottare le iniziative di competenza necessarie a fare immediata chiarezza sui fatti esposti”, e se cosa voglia fare per “intervenire con ogni iniziativa rientrante nelle proprie competenze al fine di impedire ogni forma di propaganda legata al fascismo e alla sua apologia”. Del resto, spiega Ghio: “dal video inchiesta emerge chiaramente quello che non si può che considerare come il tentativo di mostrare una doppia identità: quella ufficiale, «vanto della leader Giorgia Meloni», di giovani leve militanti, impegnate in politica che si mostrano moderate negli eventi istituzionali davanti ai giornalisti, ma che invece si trasformano negli eventi riservati di Gioventù nazionale e nell’ambito della «dimensione comunitaria», tanto cara al medesimo movimento, dove quegli stessi giovani inneggiano liberamente al fascismo, fanno il saluto romano, urlano «Duce» e «Sieg Heil» – il saluto alla vittoria nazista più usato ai comizi sotto la dittatura di Hitler; rimpiangono l’operato dei terroristi neri Nar, cantano «boia chi molla», identificandosi come «legionari», «camicie nere» e «camerati», ai concerti di gruppi della destra estrema partecipano con il braccio teso nel saluto romano”.
A rispondere dovrebbe esserci il ministro Piantedosi. Al suo posto, invece, si presenta il ministro Ciriani, responsabile per i rapporti con il Parlamento e membro di Fratelli d’Italia. La sua risposta è tra l’incredibile e l’imbarazzante, lo diciamo senza troppi giri di parole.
Ciriani si affida a un grande classico della narrativa vittimista della destra italiana: non rispondere nel merito della questione, ma provare a delegittimare l’interlocutore. L’intervento è oltremodo imbarazzante, ma vale la pena analizzarlo nel dettaglio.
Il ministro impiega tre secondi per dire la prima abnormità: “Il servizio è stato costruito sulla base di immagini frammentate, decontestualizzate e riprese in un ambito privato”.
Prima di tutto, non capiamo in che modo avremmo potuto de-frammentare un coro “Duce, duce”, un “Sieg Heil” o l’invito a tappezzare la città con adesivi con scritto “Boia Chi Molla”.
Quanto alla decontestualizzazione, siamo semplicemente alla calunnia, dal momento che luoghi e riferimenti temporali dell’inchiesta sono ben esplicitati. Prendiamo atto, poi, del fatto che per Ciriani “l’ambito privato” assolve da ogni responsabilità e che una dirigente può lodare i NAR e il terrorismo nero senza alcuna conseguenza per la sua carriera nel partito.
Andiamo avanti, perché Ciriani fa questa premessa solo per testimoniare quello di cui può essere capace: “Va evidenziato come i filmati in questione abbiano ripreso soggetti minorenni e ne abbiano diffuso le immagini senza che ne sia stato acquisito il preventivo consenso”.
Qui semplicemente il ministro dice una cosa falsa. Una balla. Una calunnia. Come facilmente verificabile, non abbiamo mostrato un singolo fotogramma di un minorenne e abbiamo deciso di adoperare la massima cautela, addirittura provvedendo a oscurare tutti i soggetti, anche maggiorenni, che non avessero un incarico politico o una certa rilevanza pubblica.
Peraltro, Ciriani dovrebbe spiegarci come ha avuto l’informazione della presenza di minorenni agli eventi privati di Gioventù Nazionale. Chi sono i suoi interlocutori, gli stessi che intonano i cori al Duce o che esaltano i NAR?
L’esponente di Fratelli d’Italia prosegue con una supercazzola che trascriviamo integralmente: “Lascio alle sensibilità di ciascuno le valutazioni in merito all’utilizzo di queste modalità sul piano giornalistico, ma rilevo che gli episodi frutto di quella narrazione non possono tradursi automaticamente sul piano legale”.
Come se fosse antani.
Per carità di patria tralasceremo la parte sul servizio civile. Noi, come evidente dalle immagini, ci siamo limitati a registrare le parole di una dirigente della giovanile del suo partito sulla questione “servizio civile”. Le spiegazioni dovrebbero darle loro, non noi, tanto più che GN parla di una possibilità futura, non già in atto.
La chiusura di Ciriani è però un crescendo, perché il ministro diventa il vero difensore pubblico di Gioventù Nazionale: “Il movimento non si è mai segnalato per attacchi ai collettivi di sinistra né ha mai pubblicamente esibito striscioni con slogan estremisti o riferimenti al nazismo o al fascismo. Men che meno, ha mai palesato atteggiamenti di ostacolo ai giornalisti”.
Ora, qui vi invito a porre l’attenzione su quell’avverbio: pubblicamente. Forse un lapsus, sicuramente una conferma del nostro lavoro: l’immagine pubblica di GN è immacolata, moderata, affidabile; quella privata, è evidentemente molto diversa. In effetti, Ciriani potrebbe anche ringraziarci per aver mostrato a lui e agli altri maggiorenti di partito un altro lato del loro “fiore all’occhiello”. Sugli attacchi ai collettivi o gli ostacoli ai giornalisti, semplicemente non abbiamo idea di cosa stia parlando: non è materia del nostro servizio, ma un tentativo di buttarla in caciara.
Infine, Ciriani attacca: “Si può sicuramente affermare in base a fatti e circostanze più concrete che nel nostro Paese sono altri e di diverse ispirazioni i sodalizi che manifestano comportamenti illiberali e talvolta violenti”.
Insomma, un ministro della Repubblica si prende la briga di difendere apertamente e tenacemente un gruppo politico interno a Fratelli d’Italia, anche a fronte di immagini chiare ed eloquenti come quelle che abbiamo mostrato dopo mesi di lavoro.
Non rispondendo nel merito, Ciriani si assume la gravissima responsabilità non solo di giustificare, ma anche di legittimare le pratiche e i comportamenti che emergono dal nostro lavoro d’inchiesta. Siamo dunque al punto in cui un esponente di governo non ritiene di dover dire una parola di condanna di fronte a saluti romani, Sieg Heil, elogi dei NAR e adesivi con motti fascisti. Ma, anzi, si prende la briga di difendere chi li pronuncia. In Parlamento, pubblicamente.
È importante saperlo.
(da Fanpage)
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL SENATORE DI RIAD SI CONSOLA VANTANDOSI CON GLI AMICI DI AVER PRESO PIÙ VOTI DI CALENDA, MA I DUE EGOMANI DEL TERZO POLO HANNO OTTENUTO UN SOLO RISULTATO: ELIDERSI E METTERSI ALL’ANGOLO A VICENDA
Dagospia scrive, Italia Viva smentisce. Un copione già visto negli anni, ma che non toglie un grammo all’unica verità che conta: Matteo Renzi non si è arreso all’idea di essere divenuto totalmente irrilevante nella politica italiana. Antonio Tajani non lo vuole all’interno di Forza Italia, né intende accollarsi i suoi peones.
Anche perché il progetto di Matteonzo prevedeva l’esodo dei suoi fedelissimi nel partito fondato da Berlusconi come cavallo di troia per poi favorire, in un secondo momento, anche il suo ingresso.
Pur prendendo atto della smentita, questo disgraziato sito conferma che un’idea di joint venture tra Italia Viva e Forza Italia c’era. Per lenire il dolore della scoppola incassata alle europee, Renzi si consola vantandosi in giro di aver preso più voti di Calenda, ma tra una bischerata e l’altra hanno finito per elidersi e mettersi all’angolo a vicenda.
Tanto è vero che alla manifestazione delle opposizioni a piazza SS. Apostoli c’erano Elly Schlein, Giuseppe Conte ma anche Emma Bonino e Riccardo Magi in rappresentanza di +Europa.
L’ex ministra degli esteri ci ha messo poco a rendersi conto che il progetto Stati Uniti d’Europa, in tandem con Renzi, è stato un buco nell’acqua e ora tenta di riavvicinarsi al Pd, come vorrebbe fare anche Calenda, finito friendzonato da Elly.
(da agenzie)
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Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL GIUDIZIO DELL’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO, ORGANO TECNICO
La Manovra che sarà vagliata il prossimo autunno, relativa all’anno 2025, sarà la sfida
principale per il governo Meloni. Il quale dovrà recuperare almeno 20 miliardi solo per confermare il taglio del cuneo fiscale, l’Irpef a tre aliquote e gli interventi compresi nelle cosiddette politiche invariate. Poi, altri 10-12 miliardi dovranno essere messi a Bilancio per la riduzione del debito, come richiesto dalle regole del nuovo patto di stabilità europeo. Alla presenza di Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha presentato la propria relazione annuale. Le valutazioni sui conti dell’Italia e degli italiani, inclusi nel rapporto, sono particolarmente delicate per via XX settembre. Anche perché rivedono a ribasso le stime del Mef sul Pil: «La piena e tempestiva realizzazione degli interventi previsti dal Pnrr condurrebbe – nel 2026 -, a un livello del Pil più elevato di circa il 3% rispetto allo scenario di base, al di sotto di quanto stimato dal Mef di circa mezzo punto percentuale».
Serve una correzione annuale dello 0,5 – 0,6% del Pil per rispettare il nuovo patto di stabilità. Ovvero, un aggiustamento del disavanzo che dovrà essere attuato per sette anni. Questo significa che per prorogare le misure vigenti come appunto la decontribuzione o la rimodulazione delle aliquote irpef, il governo non potrà più ricorrere alla flessibilità sul deficit, ma dovrà individuare delle coperture idonee. Ovvero, anche per attuare la riforma fiscale e allentare la pressione di tasse e imposte, le nuove norme «dovranno trovare finanziamento all’interno del sistema fiscale stesso». Giorgetti ha dato seguito all’esortazione di Paolo Gentiloni, anch’egli presente, ma in videocollegamento. Il commissario europeo ha invitato alla prudenza sulle politiche di bilancio, anche perché l’Italia è tra i paesi che saranno sottoposti a procedura di infrazione per deficit eccessivo (assieme a Francia, Belgio, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia). Il ministro ha condiviso la necessità di «mantenere un approccio responsabile nella programmazione e nella gestione del bilancio».
Calano le possibilità degli italiani
Ai conti dell’Italia, l’Ufficio parlamentare di bilancio affianca, nella relazione, uno sguardo sui conti degli italiani: «Dal 2014 al 2024, il potere d’acquisto perso per le famiglie va da 160 euro per i nuclei familiari con più di 3 figli a 328 euro per quelle con un solo figlio». L’analisi si sofferma anche sull’assegno unico e di come la sua introduzione abbia premiato soprattutto le famiglie numerose. Per il 20% delle famiglie più povere l’effetto «risulta invece comunque positivo» grazie all’estensione dei trattamenti per il sostegno dei figli ai nuclei che in precedenza non ne beneficiavano perché incapienti o non lavoratori dipendenti. «L’effetto di “svalutazione” dei benefici inizia a essere significativo dal terzo decile, facendo diminuire il vantaggio medio unitario dell’introduzione dell’assegno unico». Infine, per il 20% delle famiglie pià benestanti, il beneficio dell’assegno unico è negativo, se messo in relazione al valore rivalutato – a oggi – di quello che si sarebbe ottenuto applicando la normativa 2014. «Per queste famiglie l’effetto positivo delle modifiche normative non è tale da compensare quello negativo della perdita di potere d’acquisto».
Pensioni anticipate
L’Ufficio parlamentare di bilancio dedica un capitolo alle pensioni. Nello specifico, riguardo all’ammorbidimento dei requisiti previdenziali, «non appare plausibile che tali misure possano autofinanziarsi nel breve-medio periodo senza pesare sui saldi di bilancio, sottraendo risorse ad altri istituti del sistema di welfare». E dunque, non resta che pensare a un ricalcolo degli assegni. SI legge nella relazione: «Un’eventuale revisione dei requisiti di uscita verso un assetto flessibile con intervalli di età e anzianità entro cui il lavoratore possa scegliere, dovrebbe accompagnarsi all’applicazione di correttivi attuariali per gli assegni e le quote degli assegni basati sulle regole di calcolo retributive». L’Ufficio parlamentare di bilancio dà atto al governo di aver intrapreso questa direzione già nella legge di Bilancio 2024, «che ha rinnovato Quota 103 per un ulteriore anno, ma con la significativa modifica del ricalcolo contributivo degli assegni».
Le stime sul Pil e la frenata dell’edilizia
Non c’è una differenza marcata tra le proiezioni macroeconomiche dell’Ufficio parlamentare di bilancio e quelle del governo. Sono leggermente «più caute». L’Upb attende quest’anno una crescita del Pil dello 0,8%, un’accelerazione all’1,1% nel 2025 e poi una frenata nel 2026, allo 0,8%, e nel 2027, allo 0,6%. Un segnale del rallentamento è stato segnalato già nel secondo trimestre del 2024, rispetto al primo: alla debolezza sistemica dell’industria, si è aggiunta la contrazione del settore edile, probabilmente dovuta alla rimodulazione degli incentivi per il comparto residenziale. Persiste la crescita delle attività nei servizi, con una spinta che arriva dalla filiera del turismo.
(da agenzie)
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