Giugno 21st, 2024 Riccardo Fucile
QUELL’INTERVISTA VOMITEVOLE AL TITOLARE DELL’AZIENDA AGRICOLA DOVE LAVORAVA IL POVERO RAGAZZO INDIANO
Quando ho sentito Renzo Lovato, titolare dell’azienda agricola presso cui
sfacchinava Satnam Singh, affermare al Tg1 che a provocarne la morte era stata una sua leggerezza – sua del bracciante indiano, che si sarebbe avvicinato troppo al macchinario che gli ha amputato un arto – mi sono ritrovato a parlare da solo con il televisore.
«Una sua leggerezza costata cara a tutti? Sta scherzando, vero? Intanto finora è costata cara solo a lui, che ci ha rimesso la vita. Ma soprattutto lei fa finta di non capire il motivo per cui questa storia è finita sulle prime pagine.
Ci è finita perché suo figlio Antonello è accusato di non avere voluto portare il bracciante in ospedale, di avere tolto i telefoni agli altri lavoratori affinché a nessuno venisse la bizzarra idea di chiamare i soccorsi, e di essersi convinto solo dopo molte insistenze a scaricare quel pover’uomo, ormai più morto che vivo, davanti all’uscio di casa sua.
E non è stata certo “una leggerezza”, quella del padrone (non mi viene un’altra parola con cui definirlo). Se suo figlio ha agito così, è perché portare il signor Singh in ospedale significava far affiorare del lavoro nero, il segreto di Pulcinella su cui si regge una parte cospicua della nostra economia.
Tra salvare una vita ed evitarsi una rogna, ha preferito evitarsi una rogna. Segno che per lui quella vita doveva valere ben poco. A giudicare dal tono della sua intervista, temo che non valesse molto neanche per lei».
(da corriere.it)
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Giugno 21st, 2024 Riccardo Fucile
OLTRE 60 LAVORATORI EXTRACOMUNITARI SFRUTTATI NEI CAMPI: LAVORAVANO FINO A 16 ORE AL GIORNO
Minacciati, sfruttati, pagati 2 euro l’ora per raccogliere ortaggi, verdure, frutta, nei campi arsi dal sole cocente.
Sei persone sono state arrestate per caporalato tra le province di Napoli e Caserta dai carabinieri del Comando per la Tutela del lavoro di Napoli: per tre indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per altre tre sono stati disposti gli arresti domiciliari, mentre per una settima persona è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria; sono accusate di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, in concorso.
È stato anche eseguito un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca della somma di 200.000 euro circa, nei confronti di un’azienda agricola facente capo a due degli indagati.
Circa 60 braccianti costretti a lavorare 16 ore sotto al sole
Le indagini sono state condotte dal gennaio al giugno del 2023 e hanno permesso di rilevare gravi indizi di colpevolezza nei confronti dei 7 indagati. Approfittando delle loro condizioni di bisogno, gli indagati avrebbero sfruttato circa 60 lavoratori extracomunitari – molti dei quali senza regolare permesso di soggiorno – costringendoli a lavorare nei campi per una retribuzione oraria di 1,80/2 euro, lavorando per un minimo di 11 ore fino a un massimo di 16 ore al giorno.
L’attività investigativa ha poi svelato come i braccianti venissero trasportati sui luoghi di lavoro con veicoli fatiscenti e dalle precarie condizioni di sicurezza, con panche ricavate da cassette di plastica rovesciate, seduti tra taniche piene di benzina. Sui luoghi di lavoro, inoltre, mancavano i servizi igienici e di locali idonei per consumare i pasti. In molti casi, i lavoratori venivano minacciati, anche di morte, per essere costretti a lavorare.
(da Fanpage)
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Giugno 21st, 2024 Riccardo Fucile
E’ MORTO UN ESSERE UMANO, MA NON CE NE FREGA NIENTE, COME PERALTRO DEI 28 BIMBI ANNEGATI IN MARE (NON ERANO ITALIANI E NON SONO CERTO MORTI PER IL CROLLO DI UNA GIOSTRA)
Si fosse chiamato Mario o Arturo, fosse stato avvocato, o anche il
dipendente di un negozio di intimo, ci avremmo fatto più caso. Invece era un bracciante indiano e allora “ci sta”.
L’unica foto che abbiamo di lui è sfocata. Neanche guarda dritto in camera, non accenna neanche un sorriso. Impensabile, se si fosse chiamato Tommaso, o Edoardo.
Il braccio staccato pesa di più, se sei italiano. Se ne accorgono tutti quando si stacca un braccio, se hai la pelle bianca e l’orologio al polso. È più facile l’indignazione. Le braccia dei lavoratori stranieri, invece, hanno un peso specifico minore. Si staccano e neanche te ne accorgi, o quasi.
Si somigliano tutte le storie degli schiavi in campagna, nei campi per raccogliere frutta e verdura fresca di stagione, quella con il bollino nazionale, mica come la verdura importata, che non si sa mai da chi viene raccolta. Invece qui lo sappiamo benissimo: viene raccolta da schiavi senza contratto, che qualche volta ci lasciano un braccio, o si dimenticano di aver salva la vita a fine turno.
Chi si ribalta sotto il trattore, chi inciampa, chi si taglia. Le storie si somigliano tutte, e al principio erano accomunate tutte da molta speranza, rimasta poi un giorno sotto una zolla o incagliata sul ramo di un albero da frutta.
Satnam Singh non lavorava in una libreria, in tv o in banca. Era solo un bracciante, e da un bracciante straniero ti aspetti che sopravviva, ma neanche sempre, infatti questa volta è morto, con un braccio mozzato, dopo che il titolare dell’azienda lo ha scaricato in mezzo a una strada, e il braccio mozzato messo in una cassetta. Staccato dal corpo, il braccio, pesava come venti pomodori o dodici zucchine.
L’insostenibile leggerezza dell’essere bracciante.
Se si fa male un bracciante indiano nell’azienda di tuo figlio, con tuo figlio accusato di omissione di soccorso e omicidio colposo per averlo scaricato in mezzo alla strada, puoi anche trovare normale rilasciare un’intervista in cui dici “è stata una leggerezza dell’operaio, costata cara a tutti”, anche se il macchinario per il taglio del fieno – dove il braccio è stato reciso – è il tuo. La coscienza è più leggera, se il morto ha un nome impronunciabile per chi è nato a Latina.
Non è una novità: l’eco dipende dalla posizione sociale del morto. Il nostro dolore da quanto ci somiglia. Tre giorni fa sono finiti in mare 26 bambini che tentavano di arrivare in Italia con i genitori, qualche parente o in alcuni casi senza nessuno. Sono finiti tutti in fondo al mare. Fossero morti 26 bambini alle giostre, in un qualsiasi quartiere di una qualsiasi città italiana, sarebbe stato diverso. Fossero morti 26 bambini a scuola ne avrebbe parlato il Paese, per settimane. Invece questi 26 non giocavano alle giostre e non studiavano a scuola, cercavano solo di raggiungere l’Italia. Troppo poco, per fare indignare un Paese. Il peso specifico di 26 bambini è sommesso, somiglia a quello del braccio di un operaio indiano.
In Italia da gennaio ad aprile 2024 si contano 268 vittime del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, ma le zucchine sono buone e non possiamo pagarle un occhio della testa. C’è bisogno di tenere i prezzi bassi, continuiamo pure a pagarle il braccio di un operaio indiano.
(da Fanpage)
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