Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
LA DUCETTA INFURIATA POTREBBE NON VOTARE URSULA AL CONSIGLIO EUROPEO DI DOMANI…NEL FRATTEMPO, SPERA DI “VENDERE A PESO D’ORO” IL VOTO DEI SUOI PARLAMENTARI. MA IN OGNI CASO, IL BLUFF SARÀ SVELATO: IN ECR SONO GIÀ PRONTI A SFIDUCIARLA
Tutto adesso è possibile. Anche che domani Meloni possa astenersi, a Bruxelles, durante il Consiglio europeo dove i leader dei singoli Paesi saranno chiamati a votare per il pacchetto di nomine già deciso tra Emmanuel Macron e Mark Rutte per i liberali, Olaf Scholz e Pedro Sanchez per i socialisti, e Donald Tusk per i popolari. I conservatori di Ecr sono fuori, Meloni è fuori. Come previsto.
Le destre stanno crescendo, e l’ipotesi di un coordinamento tra gruppi nazionalisti e populisti è un’arma politica che Meloni tiene in serbo per il futuro.
La svolta dell’ultima settimana è frutto di questo strappo e di queste riflessioni: astenersi potrebbe rivelarsi una scelta che consente di non sostenere un patto negoziato da altri, il che sarebbe uno smacco, e quindi di salvarsi la faccia internamente, a destra – con la Lega, e con Marine Le Pen – ; ma al tempo stesso darebbe più potere negoziale alla premier nella trattativa bilaterale con Von der Leyen.
Il voto di Meloni al Consiglio europeo non è determinante per raggiungere la maggioranza qualificata mentre potrebbero esserlo i 24 voti di FdI all’Europarlamento, al momento della ratifica dei top jobs, prevista a metà luglio.
Per questo la premier farà di tutto per vendere a peso d’oro il sostegno dei suoi europarlamentari. Questo è quanto ha condiviso con i suoi fedelissimi nelle ultime ore: se in Consiglio votasse a favore, i voti di FdI verrebbero considerati come scontati e quindi non avrebbe più spazio negoziale.
Se votasse no, si metterebbe ai margini, assieme a Viktor Orban, e potrebbe rischiare di compromettere l’assegnazione di un commissario di peso.
L’Italia – sa bene Meloni – non può permettersi cinque anni di guerra con la Commissione per via dei tanti delicati dossier aperti (dalla procedura per deficit ai balneari).
Von der Leyen negozierà con i Verdi, e non con Ecr.
Inoltre l’intesa tra Ppe-Pse-Renew Europe prevede che sarà von der Leyen a definire i contorni del portafoglio italiano, anche sulla base del profilo del candidato (il ministro Raffaele Fitto, per ora, resta il protagonista principale di tutte le indiscrezioni).
È emersa la disponibilità a concedere una vicepresidenza, Meloni punta però a ottenere anche un riconoscimento, per così dire, scenografico: prima di metà luglio vuole almeno un incontro tra la presidente della Commissione e la delegazione di Fratelli d’Italia proprio per mettere sulla bilancia il suo pacchetto di voti.
Servirebbe per “rivendicare” un ruolo, anche se questo potrebbe costare caro a Ursula, sul fronte opposto: quello dei socialisti e dei verdi.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
IL GOVERNO DI “BIBI” SI REGGE SUL SOSTEGNO DI DUE SVALVOLONI SUPER-RELIGIOSI, SMOTRICH E BEN GVIR, MA L’OPINIONE PUBBLICA È FAVOREVOLE…: PERCHÉ I GIOVANI UOMINI “NORMALI” DEVONO ANDARE A MORIRE A GAZA MENTRE LORO STUDIANO LA TORAH? TRA QUALCHE ANNO, GLI “HAREDIM” SARANNO QUASI IL 20% DELLA POPOLAZIONE
Che vadano in guerra anche loro. Sei ore di consiglio, l’unanimità dei nove giudici,
una sentenza a suo modo storica: anche gli ebrei ultraortodossi, d’ora in poi, dovranno indossare la divisa.
Tutti a combattere. A Gaza, sul fronte del Libano, in Cisgiordania. Perché vale il principio d’eguaglianza e per la Corte Suprema israeliana, che conferma un’ingiunzione provvisoria emessa tre settimane fa, «non c’è più una base giuridica per concedere l’esenzione totale dal servizio militare agli studenti delle yeshivot», le scuole religiose.
Non c’è soprattutto adesso, «al culmine d’una guerra difficile», in cui «il peso della diseguaglianza è più che mai acuto». L’Alta Corte mette una pezza negli strappi della politica israeliana, ancora una volta, e un bastone nelle ruote di Bibi Netanyahu. Il premier per ora fa parlare il suo partito: «Siamo perplessi — reagiscono al Likud —, proprio in questi giorni stavamo discutendo in Parlamento la legge su questo tema».
In realtà, sono anni che mezzo Paese aspetta questa sentenza. E otto mesi che le strade s’affollano di proteste contro il privilegio dei 67 mila giovani haredim, idonei alla leva eppure esentati. «È una vittoria storica», dicono i leader del Mqg, il movimento che più s’opponeva al salva-ortodossi: «Ora il governo applichi senza indugio la decisione della Corte».
Yair Lapid, leader dell’opposizione, chiede che i reclutamenti partano subito: «Le esenzioni sono illegali, il ministro della Difesa obbedisca ai giudici». La procuratrice generale Gahaliv Baharav-Miara ha già pronti dei numeri: 3 mila ultraortodossi possono già essere arruolati. Lunedì, fiutando l’aria, il governo aveva approvato un aumento dei giorni di servizio per i riservisti, escludendo come al solito gli haredim. E il rabbino capo Yitzhak Yosef aveva avvertito: se ci fosse imposta la leva, i nostri ragazzi lascerebbero Israele
Bello schiaffo. I due partiti religiosi si dichiarano «delusi» ma al momento escludono d’uscire dal governo. Considerano essenziale l’esenzione delle yeshivot e temono la corruzione dei costumi. Molti ragazzi delle scuole ebraiche, ricordano, non studiano né le scienze, né l’inglese, solo la Torah, e sono perciò impreparati alla naja
Bibi ha già dato mandato a Yoav Kish, il ministro dell’Istruzione, di studiare un compromesso fra la sentenza e la legge in discussione alla Knesset: «Evitiamo una lotta intestina — dice il ministro — che ci laceri nel mezzo d’ una dura guerra».
Ma nemmeno i falchi della destra, come Avigdor Lieberman, sono molto disponibili: «Non c’è nulla d’ebraico nell’eludere il servizio militare».
Domanda: fin dove sarà possibile, per Bibi, ignorare le parole dell’Alta Corte? Alla Knesset, proprio per questa tecnica del rinvio e per non scontentare i micropartiti religiosi, langue da anni una legge formale che distingua fra chi prega e chi combatte, fra gli studiosi della Torah e i cittadini arruolati.
Ora basta, dicono i giudici: senza quella legge, Netanyahu non può più dare sostegno finanziario a chi s’evita Gaza per leggere il Libro. E non può più ignorare lo scontro fra laici e religiosi, le due più grandi tribù d’Israele.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
A QUESTO SIAMO ARRIVATI GRAZIE A (IM)PRENDITORI DA GALERA
Un caso intercettato giusto in tempo. Una brutta storia a lieto fine, che subito fa pensare a un altro potenziale Satnam Singh, il bracciante morto qualche giorno fa a Latina. L’esito è diverso, ma di fondo conferma la realtà di un’economia che in certi settori si regge su sfruttamento e illegalità.
In questa storia, che viene dalla provincia di Modena, il pronto intervento del sindacato – la Fillea Cgil – ha evitato il peggio. E alla fine un operaio edile di una ditta artigiana emiliana, un irregolare pagato 1 euro all’ora, riesce ad ottenere il permesso di soggiorno per grave sfruttamento: un anno con possibilità di rinnovo.
Una storia che inizia dalle confidenze del 30enne marocchino, che da gennaio lamenta il suo trattamento economico al funzionario della Fillea Cgil, Pietro Imperato. Il sindacato accerta che è completamente irregolare, e che per di più ha anche subito un infortunio sul lavoro.
Grazie alla funzionaria locale, Souad Elkaddani, che parla arabo, il caso passa al Centro lavoratori stranieri della Camera del lavoro modenese. Con l’avvocata Elisabetta Vandelli si passa alla querela e grazie al coraggio del giovane scattano sia la denuncia per sfruttamento che quella per omissione di registrazione Inail e Inps, presentate alla Procura e all’Ispettorato lavoro. Si arriva così all’ottenimento del permesso di soggiorno per grave condizione di sfruttamento lavorativo, della durata di un anno rinnovabile.
Il primo caso riconosciuto a Modena che per il segretario generale Fillea, Rodolfo Ferraro, “può fare la differenza nella lotta al caporalato”. Per Ferraro “servono strumenti avanzati come il Durc di Congruità, introdotto da tre anni con decreto 143 dal Ministero del Lavoro, che ha certificato oltre 40,6 miliardi di euro di lavori e oltre 270mila cantieri, individuando 2mila irregolari. Una emersione indotta di 100mila lavoratori prima sconosciuti all’Inps, Inail e Fisco. E allora – si domanda – come chiesto anche dalla Cgil sabato alla manifestazione di Latina non replicarlo nel settore agricolo? Strumenti che possano meglio certificare le irregolarità di imprese e macchinari, che darebbe qualità all’intera filiera con effetto di legalità”.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
SONO FATISCENTI MA ALER NON FA OPERA DI MANUTENZIONE
Con la sua elezione a eurodeputata con Avs, Ilaria Salis ha riportato al centro del
dibattito sociale locale, ma anche nazionale, la questione relativa alle case popolari.
È l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale (Aler) l’ente pubblico regionale che è proprietario e gestore di oltre 70mila unità immobiliari distribuite sul territorio della Città Metropolitana di Milano. Si tratta di abitazioni destinate a persone che possono usufruire del pagamento di canoni mensili bassi e prestabiliti, ma che spesso subiscono le conseguenze di politiche discutibili e di finanziamenti insufficienti.
Sono migliaia gli alloggi di questo tipo che risultano disabitati da anni, che richiedono importanti interventi di manutenzione e di ristrutturazione, e che per questo non vengono mai assegnati.
In alcuni casi, persone e famiglie bisognose di un tetto sopra la testa preferiscono occupare abusivamente questi immobili, piuttosto che attendere fondi che non arrivano mai a sufficienza.
Intervistata da Fanpage.it, la consigliera regionale del Pd Maria Carmela Rozza, membro della Commissione di Sostenibilità sociale, casa e famiglia, spiega i motivi per cui ogni anno che passa le case Aler sono sempre più vuote.
Quanti sono gli alloggi Aler che ad oggi risultano sfitti?
I dati che abbiamo a disposizione oggi, che vengono aggiornati ogni anno, dicono che in tutta la regione Lombardia ci sono più di 19mila alloggi Aler sfitti. Per quanto riguarda Milano e la Città Metropolitana si sta completando la raccolta dei numeri, ma possiamo dire con certezza che ci sono ben oltre 10mila alloggi vuoti.
Saranno mai assegnati tutti?
Dobbiamo tenere presente il fatto che la quantità di alloggi vuoti incrementa a livello regionale di circa 4mila all’anno. Questo è dovuto ai rilasci degli inquilini, che avvengono per decesso o perché si trasferiscono. Poi ce ne sono altri che si liberano perché abusivi, ma sono la minima parte. Quindi si parla di circa 4mila alloggi vuoti che si aggiungono a quelli precedentemente sfitti.
Rispetto a questi numeri, la capacità di riattazione è limitatissima. Nessun Aler ha in bilancio i soldi per ristrutturare gli appartamenti e quindi i lavori vengono fatti solo ed esclusivamente con i fondi che mette a disposizione Regione Lombardia. Dobbiamo considerate che la Regione dà come obiettivo alle Aler di riattare 600 alloggi ogni anno. Nell’ultimo anno in tutta la Città Metropolitana di Milano ne sono stati assegnati circa 1.300.
Perché se ne assegnano così pochi?
Il numero è basso, ma è tale solo grazie al fatto che la Regione ha accettato nel 2022 la modifica alla legge che avevo proposto io. Prima si parlava di qualche centinaio e basta, per la legge era sbagliata e ideologica. All’inizio avevano messo come requisito i 5 anni di residenza e la richiesta di documenti che stabilissero l’assenza di proprietà straniere. Siccome era stato giudicato anticostituzionale, sono partiti i ricorsi e sono state bloccate le assegnazioni. Dopodiché si sono inventati le graduatorie per gli appartamenti, e lì è diventato un delirio. Infine, è stata data la colpa al Covid.
Cosa è cambiato?
La modifica ha eliminato la graduatoria per l’appartamento. Poi i ricorsi a Tar e Corte Costituzionale hanno stabilito che non servono più i 5 anni di residenza come requisito vincolante e che non si possono chiedere i documenti dell’assenza di proprietà all’estero, basta l’autocertificazione. Solo nel 2023 si è iniziato ad avere un numero di assegnazioni simili a quelli pre-legge, ovvero del 2016. Ma sono comunque insufficienti.
Il problema è che non ci sono le risorse per eseguire adeguatamente le riattazioni. Quando un alloggio viene rilasciato, rimane chiuso in attesa di ristrutturazione per anni. Questo è dovuto alla mancata programmazione, perché se si ha chiaro il quadro degli interventi da fare, si può prevedere la spesa necessaria. Ma serve anche una visione delle cose, perché se si continua con questo trend vuol dire che gli alloggi vuoti non faranno altro che aumentare sempre di più.
C’è il rischio che le case Aler finiscano nelle mani di investitori privati?
Non lo ha ancora fatto per iscritto, ma è chiaro che la Regione sta pensando di dare gli alloggi a soggetti privati. Tant’è vero che c’è una modifica alla legge che stanno per presentare in aula, e che quindi presto discuteremo, che sembra andare in questa direzione. Ad oggi c’è la possibilità di cedere a terzi una porzione del patrimonio per farlo ristrutturare, per gestirlo e assegnarlo. Ma questo può essere fatto solo con aziende che operano nel campo del sociale no profit. La modifica che intendono proporre, invece, vuole togliere la parola no profit e non intende aggiungere a quale canone gli alloggi dovranno essere affittati.
Siccome queste case sono state costruite con le tasse dei lavoratori dipendenti, se c’è l’intenzione di cederli a terzi anche proft si deve stabilire il canone massimo, che comunque deve essere basso. Sono case che sono destinate a quelle fasce di popolazione che non rientrano nelle case popolari, ma che non riescono a inserirsi nel mercato.
Abbiamo già avuto un episodio importante in cui è stato l’operatore a dichiarare quale canone voleva applicare, ma la Regione gli ha dato un edificio popolare per studentato tramite un bando dove non era indicato. Questo, però, è stato un caso isolato, ad oggi non sono obbligati a fare questo.
Quale può essere una soluzione?
Una soluzione più che concreta potrebbe essere indire bandi per appartamento nello stato di fatto per persone che hanno un reddito compreso tra i 16mila e i 40mila euro, quindi con solvibilità. Facendo accordi con aziende come quelle della sanità, Atm e Trenord, queste si fanno garanti del prestito che le banche fanno ai lavoratori per ristrutturare l’appartamento. La quota del prestito che deve essere restituito, andrebbe poi direttamente erogato alla banca sottraendolo allo stipendio.
In questo periodo, Aler non farebbe pagare l’affitto fino a quando i lavori di ristrutturazione non saranno recuperati. Così, l’inquilino ha ancora una sola spesa: prima per restituire il prestito alla banca, poi per pagare il canone. In questo modo, in un anno di tempo si potranno assegnare anche più di mille alloggi, mentre allo stesso tempo ristrutturi quelli destinati alle persone con reddito basso che devono ricevere la casa già in ordine. Cgil propone anche di coinvolgere la fondazione Welfare, che è partecipata dal Comune e dai sindacati e che già eroga microcredito.
Sarebbe un modo per non gravare sulle spalle dei cittadini. Basterebbe solo sedersi al tavolo e trovare un accordo.
Fino a poco tempo fa si preferiva distruggere gli appartamenti piuttosto che correre il rischio che venissero occupati.
All’incirca fino alla giunta Moratti (2006-2011) si è preferito distruggere gli alloggi rilasciati per evitare che venissero occupati abusivamente. Poi, però, si sono accorti che era del tutto inutile. Io stessa sono andata a visitare una di queste case che era stata occupata da una famiglia di etnica rom che in poco tempo aveva ripristinato il bagno, come meglio poteva. Questa pratica era anche diseconomica, perché si andava a danneggiare ancora di più un alloggio che doveva essere ristrutturato. Poi pretendevano di assegnare alle famiglie queste abitazioni nello stato di fatto, ma la manutenzione presentava costi raddoppiati.
Non era una pratica regolamentata, ma era stata comunicata dai vertici. Con il tempo è andata in disuso ed è stata replicata di recente solo una volta in via Bolla. Quelli, però, erano appartamenti che non sarebbero stati riqualificati. Dopo lo sgombero, era stato svuotato l’intero palazzo in quanto sarebbero stati poi ridisegnati tutti gli alloggi. Quindi la distruzione degli ambienti serviva affinché questi non venissero occupati nell’immediato, anche per un discorso di sicurezza.
(da Fanpage)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
I DUE AVEVANO POSATO LI’ GLI SMARTPHONE PER NON ESSERE INTERCETTATI? OPPURE QUALCUNO AVEVA APPOSITAMENTE LASCIATO LA GIACCA CON I CELLULARI?
Nella memoria depositata ai pubblici ministeri mentre era in corso il suo interrogatorio Giovanni Toti ha sempre negato, tramite il suo legale Stefano Savi, di aver mai «messo da parte il telefonino durante i colloqui privati» come invece facevano Spinelli e altri indagati, prima di salire sullo yacht “Leila” dell’imprenditore portuale.
«Ne ho sempre bisogno, lo porto sempre con me», aveva ribadito il governatore che si trova agli arresti domiciliari dallo scorso 7 maggio nell’ambito dell’inchiesta sulle mazzette in Regione. Esiste però agli atti dell’indagine – depositati nei giorni scorsi – una dettagliata e nuova informativa della guardia di Finanza che, di fatto, lo smentisce e che rilancia un mistero, un’ombra proprio su come gestiva il telefonino Toti.
Il 2 ottobre del 2021, in piena bagarre per la proroga della concessione a Spinelli del Terminal Rinfuse (una delle partite sotto la lente degli investigatori), il governatore ha un incontro urgente con l’allora presidente del porto Paolo Emilio Signorini (oggi in carcere). Per i finanzieri è qualcosa di importante visto che da giorni “Pes” – come lo chiamano gli amici – lo cerca per vederlo.
La mattina del 2 ottobre Toti e Signorini si vedono al bar Moody di via XII Ottobre, in centro a Genova. Il capo del porto arriva alle 10.30, il presidente della Regione con venti minuti di ritardo. I due, non lo sanno, sono pedinati dai militari della Guardia di finanza. Si siedono nel dehors del Moody e questa mossa vanifica ogni possibilità dei finanzieri di usare il sistema “Campans” per le intercettazioni ambientali.
E però gli investigatori durante il servizio di osservazione notano qualcosa di sospetto. Ecco cosa accade dopo il colloquio, che i militari stessi definiranno «riservato»: «Giovanni Toti prendeva una giacca di colore blu posata su una sedia di un altro tavolino e dalle tasche estraeva due cellulari. Uno dei quali veniva riposto in tasca mentre l’altro veniva consegnato a Signorini», scrivono i finanzieri. Su questo aspetto sono in corso accertamenti.
E ci sono due ipotesi al vaglio. La prima: contrariamente a quanto sempre dichiarato, Toti ha posizionato lontano la giacca con il telefono per evitare che la sua conversazione fosse intercettata e ha fatto lo stesso con il cellulare di Signorini, restituendoglielo poi.
La seconda, più inquietante, è che il governatore abbia preso quei telefonini da qualcuno che volutamente ha lasciato la giacca per lui e ne abbia consegnato uno a Signorini appositamente. Due telefoni clandestini, insomma. Nell’annotazione la Finanza non si sbilancia. Ma evidenzia però l’attenzione del governatore per evitare intercettazioni.
Come nel successivo incontro con Signorini del 5 ottobre, in piena “allerta rossa”. Dopo aver voluto fissare un faccia a faccia al ristorante le Cicale di Albaro («lì c’è un dehors dove c’è un buon rumore di fondo», propone il governatore intercettato), sposta la cena-colloquio in un altro ritrovo, il Santa Teresa in centro, dove cambia due volte tavolo scegliendone «uno più riservato».
Ma nelle nuove carte dell’inchiesta viene anche evidenziato un summit che, sempre in piena bagarre per il rinnovo della concessione del Rinfuse, si sarebbe dovuto tenere il 6 ottobre a Ginevra a casa dell’armatore e patron di Msc Gianluigi Aponte.
A parlare di questa riunione – dopo il rinvio della proroga – è lo stesso Signorini, che spiega a Toti come «siano stati convocati con una certa urgenza da Aponte» e aggiunge di come lo stesso «metta a loro disposizione un aereo».
Toti è molto preoccupato e prima di andare in Svizzera (la Finanza ancora non ha chiarito se poi questo incontro ci sia effettivamente stato o no) inizia a fare pressioni sui membri del board portuale che non hanno votato la delibera sulla proroga. Contatta il sindaco di Genova Marco Bucci perché chiami Giorgio Carozzi (rappresentante del Comune in quel comitato) e Gian Paolo Giampellegrini, segretario generale della giunta ligure, per sensibilizzare Andrea La Mattina (referente della Regione). Al dirigente ammette «di non voler fare figuracce con l’armatore».
(da “La Stampa”)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
LA STOCCATA DI RAMPELLI E I LIMITI DI UN PARTITO A GESTIONE FAMILIARE CON LA SORA GIORGIA CHE NON SI FIDA NEANCHE DELLA SUA OMBRA
Rimozione aritmetica, trucchetti di distrazione di massa e impuntature del tipo:
perdo, allora mi porto il via il pallone, basta ballottaggi. Il giorno dopo le amministrative dentro Fratelli d’Italia i più realisti le leggono à la Bersani d’antan (“abbiamo non vinto”), il resto del partito – i vertici – sembra preferire fuggire dalla realtà. Giorgia Meloni di prima mattina con un video sui social parla di autonomia differenziata.
E alla fine infila due frasi abbastanza impegnative: “Pensate che alla Camera dei deputati una parlamentare dei 5 stelle ha evocato per noi Piazzale Loreto. In pratica io dovrei essere massacrata e appesa a testa in giù”. E ancora: “Dalle opposizioni toni irresponsabili da guerra civile”. La fine del fascismo e gli anni di piombo. Nemmeno una parolina su Bari, Firenze e Perugia.
“Va sicuramente fatta una riflessione su come incidere nei grandi centri, visto che governiamo il paese e le zone fuori dalle città, diciamo per semplicità le province”, dice Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, tra i fondatori del partito e voce libera, ma non eretica, di Via della Scrofa.
Dunque dopo Michetti a Roma, Truzzu (detto Trux) in Sardegna, adesso un tedesco già direttore degli Uffizi a Firenze, un consigliere comunale della Lega a Bari, un’assessora uscente di FdI a Perugia dove per dieci anni aveva governato un agile moderato di Forza Italia stimato anche a sinistra, e così via. Sconfitta assicurata.
La classe dirigente, il partito chiuso a doppia mandata, la gestione famigliare, la difficoltà di spalancare le finestre a chi proviene da differenti culture politiche (“mi posso fidare?”, è il tormentone della leader). Una storia che si ripete nonostante il partito abbia toccato, grazie alla candidatura di Meloni come capolista, il 28,8 per cento alle ultime europee. Tuttavia questi sono argomenti tabù. Di cui nessuno parla. Meglio fuggire dalla realtà. Ieri prima di aprire i social per ascoltare il duro e forse esagerato sfogo della premier, bastava aprire il Corriere della Sera.
Senza ragionare sul perché il partito della nazione, che punta e benedice il ritrovato bipolarismo, non riesca a imbroccare il nome giusto nelle città che contano. E non c’entrano la ztl e l’amichettismo de sinistra. Dunque Meloni cita Piazza Loreto e il clima da guerra civile, Donzelli dichiara che è stato un successo, La Russa vuole abolire i ballottaggi. Gli altri, questa è la parola d’ordine, restano in silenzio. Acquattati. A crogiolarsi al sole della leader.
La quale, chissà se sempre per il solito discorso di non toccare l’esistente, fa sapere che non ha intenzione di varare un rimpasto. L’opportunità potrebbe presentarsi con la nomina di Raffaele Fitto a commissario europeo. Il super ministro lascerebbe deleghe pesanti (Affari europei, Pnrr, Coesione e Sud) che la premier non sembra intenzionata a spacchettare con altri ministeri.
Al massimo nominando un sottosegretario a Palazzo Chigi (da seguire la deputata Ylenja Lucaselli) da inserire fra l’asse Mantovano-Fazzolari. Dettagli quasi secondari davanti all’accelerazione sui “Top jobs” avvenuta ieri. Meloni dopo averla scongiurata l’ha subita, gli è stata comunicata al telefono dal premier greco, e mediatore per il Ppe, Mitsotakis. Non l’ha presa benissimo. Andrà a Bruxelles per cercare di incassare almeno un portafoglio di prestigio per il suo commissario, anche se nel frattempo, mossa dalla rabbia, sta valutando l’astensione in Consiglio europeo.
(da il Foglio)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
SIGNORINI, UOMO CHIAVE NELL’INCHIESTA CHE HA TRAVOLTO IL GOVERNATORE DELLA LIGURIA TOTI, È L’UNICO A ESSERE FINITO IN CARCERE, IL 7 MAGGIO SCORSO. ALL’EX AD ERANO STATE TOLTE LE DELEGHE DOPO L’ARRESTO
Licenziato l’ex ad di Iren, Paolo Emilio Signorini, figura indicata dal sindaco di Genova, Marco Bucci. Uomo chiave nell’inchiesta che ha travolto la Liguria e il governatore Toti, è l’unico che è finito in carcere a Genova in virtù del suo ruolo nella multiutility del Nord-Ovest.
Posizione da cui avrebbe potuto reiterare il reato di corruzione. Dalle carte dell’inchiesta emerge che in passato abbia scambiato favori nelle gare per le concessioni del porto con viaggi, soldi e gadget come Apple Watch. E che si sia fatto pagare anche il ricevimento delle nozze della figlia. Le deleghe di amministratore delegato erano state revocate subito, il 7 maggio, giorno in cui era finito in carcere.
Ora Signorini è stato licenziato dalla società partecipata dai comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia «per giusta causa oggettiva: le misure di custodia cautelare causano un’impossibilità, ormai irreversibile e non più soltanto temporanea, di esercizio delle sue funzioni di dirigente apicale». Non è previsto nessun indennizzo per il licenziamento. Il cda conferma l’assetto attuale: deleghe divise tra il presidente, Luca Dal Fabbro, e il vice, Moris Ferretti.
(da La Repubblica)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
HANNO CREATO UNA CUCINA SU UN’AREA SEQUESTRATA NEL 2015 E SCAVATO UN CUNICOLO PER INCASSARE UNA CELLA FRIGO. NON SOLO: HANNO COSTRUITO UN MURO DI 10 METRI E UN TERRAZZO ABUSIVO… SEI LE PERSONE DENUNCIATE
Un muro di calcestruzzo di circa 10 metri quadrati, un terrazzo pavimentato con
calcestruzzo di circa 52 metri quadrati, una cucina realizzata in un’area già sequestrata nel 2015 e tuttora sotto vincolo e anche un cunicolo scavato nel terrapieno di 12 metri quadrati dove era stata incassata una cella frigo.
Sono alcuni degli abusi realizzati in un’area sottoposta non solo a vincoli paesaggistici ma anche a vincoli sismici riscontrati dai carabinieri che, sulla famosa spiaggia dei Maronti di Ischia, hanno messo i sigilli al ristorante lido del vip “Nicola alle Fumarole”. I militari dell’arma hanno denunciato sei persone, tra le quali figurano i titolari della struttura e gli imprenditori che hanno eseguito i lavori.
I controlli sono stati eseguiti insieme con personale dell’Asl Napoli 2 Nord e dell’ufficio tecnico del comune di Barano. Accertata anche la presenza sulla scogliera di una pedana con staccionata in legno di 36 metri quadrati messa davanti il bar e muri di contenimento con rivestimenti in pietra sulla terrazza solarium. Si tratta, è emerso, di lavori edilizi difformi rispetto a quelli menzionati nella segnalazione certificata di inizio attività (scia) presentata e, quindi, realizzati in assenza dei necessari permessi.
(da agenzie)
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Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile
C’E ANCHE GRIMOLDI, CONCESSA LA GRAZIA A BOSSI
Nessun provvedimento contro Umberto Bossi dal Consiglio federale del Carroccio. La proposta di espulsione scatta invece per due leghisti vicini al Senatur in rotta da tempo con la linea di Matteo Salvini
Aveva svelato il voto di Umberto Bossi per Forza Italia alle elezioni Europee. Ora l’ex deputato Paolo Grimoldi rischia l’espulsione dalla Lega. Il Consiglio federale del partito ha infatti deliberato di chiedere al Consiglio di disciplina l’allontanamento dell’ex parlamentare, insieme a quello del consigliere del Veneto Gabriele Michieletto. Le segnalazioni sono partite su indicazione dei territori con l’obiettivo di «tutelare lo straordinario e generoso impegno di migliaia di militanti che per troppo tempo hanno assistito a polemiche strumentali, inutili e dannose contro la Lega». Nessun provvedimento invece per il Senatùr che aveva fatto appello di votare per Forza Italia alle elezioni europee di giugno. Nel suo intervento post-voto, l’attuale leader della Lega Matteo Salvini era tornato più volte alla carica sulla scelta di Bossi di dare la sua preferenza al candidato forzista: «Io sono abituato a vincere e perdere di squadra, non a tradire chi mi è di fianco. Non è corretto che chi prende e ha preso lo stipendio da un partito, a urne aperte dica che vota un altro partito. Non sono permaloso ma credo non sia mai successo in Italia. Io devo rendere conto a militanti e amministratori della Lega che non si meritano questo», aveva detto Salvini.
Chi è Paolo Grimoldi
Paolo Grimoldi, ex deputato della Lega dal 2006 al 2022 e dal 2022 coordinatore del Comitato nord, la fronda interna alla Lega vicina alle posizioni del fondatore, è ormai da tempo in rotta con l’attuale segretario. Insieme a 21 dissidenti del partito ha, infatti, scritto mesi fa una lettera a Salvini per contestare la linea del partito. «Tornare alle vecchie istanze della Lega che ci ha sempre portati alla ricerca di collocazioni utili al raggiungimento degli obiettivi», era la richiesta dei firmatari, contrari alla candidatura di Roberto Vannacci a Bruxelles (poi eletto) e alle alleanze con Afd e Le Pen. Non ci saranno invece provvedimenti nei confronti di Bossi, anche perché non è iscritto al partito subentrato alla sua Lega nord (acquisendo il nome di Salvini nel logo) pur essendo attualmente un deputato della Lega. Durante il consiglio federale non ci sono state inoltre indicazioni sul prossimo raduno di Pontida, il comune di 3 mila abitanti che dopo vent’anni non ha più un sindaco del Carroccio.
(da agenzie)
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