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KAMALA HARRIS ATTACCA TRUMP SULLE REGOLE DEL CONFRONTO TV DEL 10 SETTEMBRE: “LO STAFF DI TRUMP VUOLE CHE IL SUO MICROFONO RIMANGA SPENTO QUANDO NON È IL SUO TURNO PERCHÉ PENSA CHE NON SI SAPPIA COMPORTARE”

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

IL TIMORE DELLO STAFF DI TRUMP E’ CHE PERDA IL CONTROLLO E SPARI QUALCHE CAZZATA O INSULTO, DANNEGGIANDO ULTERIORMENTE LA CORSA ALLA CASA BIANCA… IN EFFETTI LUI E’ ADATTO ALLA CASA CIRCONDARIALE

Il sospetto di alcuni media americani è che l’ex presidente e candidato repubblicano alla Casa Bianca voglia cancellare il dibattito del 10 settembre con la sua rivale Kamala Harris.
Criticando il programma The Week e definendolo «di parte», Trump aggiunge nel post: «Perché dovrei dibattere contro Kamala Harris su quel network?».
Dietro le quinte, le due campagne elettorali sono da giorni in conflitto sulle regole del dibattito: in particolare è oggetto di disputa la questione se il microfono di ciascun candidato debba restare «aperto» mentre è il turno dell’altro.
La campagna di Kamala Harris vuole che i microfoni siano aperti per tutto il dibattito, come è stato storicamente in passato.
«Ci sembra di capire che la campagna di Trump preferisca il microfono spento perché non pensano che il loro candidato possa comportarsi in modo presidenziale per 90 interi minuti – ha dichiarato Brian Fallon, consigliere per la comunicazione della campagna di Harris -. Sospettiamo che non abbiano nemmeno detto al loro capo di questa disputa perché sarebbe troppo imbarazzante ammettere che non pensano che sappia gestirsi da solo con la vicepresidente Harris senza l’aiuto di un bottone per silenziarlo».
(da agenzie)

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L’EFFETTO CONVENTION DEMOCRATICA FA VOLARE KAMALA HARRIS NEI SONDAGGI: IL VANTAGGIO SU TRUMP AUMENTATO A 5 PUNTI

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA CANDIDATA DEM SUPERA “THE DONALD” ANCHE NELLA RACCOLTA FONDI… LA CASA BIANCA SI DECIDE CONQUISTANDO IL COLLEGIO ELETTORALE, NON LA MAGGIORANZA POPOLARE, E QUEST’ANNO SI GIOCHERÀ NEL “BLUE WALL” DI MICHIGAN, WISCONSIN E PENNSYLVANIA, PIÙ GEORGIA, ARIZONA, NEVADA E NORTH CAROLINA

E’ presto per giudicare, però le prime indicazioni dopo Chicago dimostrano che Kamala Harris ha aumentato il distacco su Trump nei sondaggi nazionali, e lo ha superato anche col conto in banca.
Resta ora da vedere se questo vantaggio durerà fino a quando inizieranno le prime operazioni di voto, ossia metà settembre, e si confermerà nei sei o sette Stati decisivi per vincere.
Nel frattempo però Donald è così in difficoltà, che sta aggiustando le sue posizioni su aborto e immigrazione, mentre l’appoggio di Bob Kennedy lo aiuta per certi versi, ma potrebbe metterlo in difficoltà per altri.
Il primo rilevamento tenuto dopo la Convention è stato quello dell’Angus Reid Institute, secondo cui Harris ha allungato a 5 punti il distacco su base nazionale, con una particolare forza tra giovani, neri e ispanici, oltre alle donne.
Poco dopo è uscito quello della Fairleigh Dickinson University, secondo cui il vantaggio è salito a 7 punti, 50 a 43%.
In attesa di vedere le conferme di altri istituti, questi primi dati sono comunque indicativi. Il “bump” dopo la Convention è piuttosto abituale e in genere non dura fino alle elezioni di novembre, però Trump non ne aveva avuto uno molto significativo dopo il suo congresso a Milwaukee.
La Casa Bianca si decide conquistando il collegio elettorale, non la maggioranza popolare, e quest’anno si giocherà nel “blue wall” di Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, più Georgia, Arizona, Nevada e North Carolina.
La campagna democratica aveva indicato nel 5% la soglia di vantaggio nazionale che si sarebbe tradotta in un allungo anche negli Stati in bilico, e quindi in base ai primi sondaggi dopo la Convention ci siamo quasi.
E’ vero poi che i “bump” seguiti ai congressi non durano fino a novembre, ma il voto anticipato in Pennsylvania comincia il 16 settembre e negli altri Stati entro fine del mese, perciò basterebbe che la spinta attuale resistesse tre o quattro settimane per fare la differenza.
La direttrice della campagna, Jen O’Malley Dillon, ha sottolineato che il conto in banca è salito a 540 milioni di dollari, con circa 80 raccolti durante la Convention, mentre i volontari hanno firmato per 200.000 turni di iniziative per spingere gli elettori alle urne.
Al netto dell’inevitabile propaganda, è evidente che Trump sia preoccupato.
(da agenzie)

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QUALCUNO SVEGLI GLI INTELLETTUALI: PER FRENARE IL DECLINO DELL’OCCIDENTE SERVE UN PO’ DI MEMORIA

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

ASSISTIAMO ALLA DECADENZA DELLE CLASSI DIRIGENTI AMERICANE ED EUROPEE, OSSESSIONATE DALL’INSEGUIMENTO POPULISTA DELL’ELETTORATO… NEL DECLINO SI OFFUSCANO LE FACOLTÀ, MENTRE RICORDARE SAREBBE INDISPENSABILE, SPECIALMENTE IN EUROPA

Nel 1987 uscì un libro a suo modo “profetico”, che fece scalpore tra gli studiosi di politica e gli esperti di economia. Si era nel pieno degli anni Ottanta, quelli della Milano da bere e dell’edonismo reaganiano (come diceva Roberto D’Agostino a Quelli della notte). Era il decennio dell’ottimismo e dell’idea della crescita illimitata, su cui regnava appunto l’America di Ronald Reagan, destinata alla fine di quel periodo a festeggiare la capitolazione dell’Unione Sovietica.
In quel clima sommamente euforico e, per altri versi, isterico, il professore di Yale Robert Kennedy pubblicava Ascesa e declino delle grandi potenze, nel quale passava in rassegna i cambiamenti politico-economici e quelli militari degli ultimi quattro secoli. E arrivava così a formulare la “legge di tendenza” secondo cui l’incremento del budget militare oltre il tetto delle risorse investite dai poteri pubblici per supportare lo sviluppo economico coincideva con l’«inizio della fine» per la nazione egemonica.
Un punto di vista (scientifico) che, di fatto, anticipava il declino degli Stati Uniti proprio nella fase in cui sentivano di aver vinto definitivamente, celebrando il trionfo del «Secolo americano». Kennedy sembrava vaticinare un’altra storia: l’overstretch imperiale (il sovraccarico di necessità e impegni strategici da presidiare), come già per la Gran Bretagna, aveva toccato il culmine, e il primato economico, minato da una smisurata spesa militare, non avrebbe tenuto il passo del suo aumento irrefrenabile. Da allora è cominciato il viale del tramonto per l’Occidente atlantico
Il tramonto debutta con l’indebolimento dell’hard power e lo smarrimento del potere contrattuale diplomatico, anche se è stato integrato dallo sharp power e dal warfare tecnologico supportato da Big Tech. E il declino avanza quando il soft power perde appeal e appare meno seducente
Dentro ciascun ciclo storico ci sono luci e ombre, e il declino dell’Impero americano non è ancora arrivato alla sua caduta (per dirla con i titoli di due memorabili film della trilogia del regista canadese Denys Arcand). […] perché il tramonto va “zonizzato”, e le province imperiali non sono tutte uguali a dispetto dell’omologazione tentata manu militari dal Washington consensus e dal pensiero unico thatcheriano del “Tina” (There is no alternative: non ci sono alternative), affermatisi sull’onda di quegli anni Ottanta da cui non siamo mai davvero usciti.
Assistiamo al declino – che sarebbe bene si accelerasse – di quell’Illuminismo estremista che è il neoliberismo, eppure la terra (già) promessa dell’Illuminismo applicato (come lo aveva chiamato Ralf Dahrendorf) continua a rappresentare un magnete multiculturale attrattivo per i molti talenti che vi giungono da ogni angolo del Villaggio globale.
Si estingue l’eroe troppo epico (e macho) del canone letterario, come raccontava su queste pagine Sara De Simone (e, in questo caso, come per il colesterolo possiamo parlare di un declino buono distinto da quello cattivo) – al punto che pure i supereroi della cultura pop si sono sdraiati da qualche tempo sul lettino dello psicanalista per provare a rielaborare le loro umanissime ferite dell’anima (altro segno, ma assai apprezzabile, dello spegnersi di un certo modello).
E la decadenza – di cui tutti, anche incolpevolmente, paghiamo le conseguenze – è quella di tanta parte delle classi dirigenti americane ed europee, irresponsabilmente ossessionate dall’inseguimento populista dell’elettorato o lontanissime dalle problematiche quotidiane delle persone; e pertanto inadeguate a svolgere il loro ruolo, come sosteneva sempre qui Jonathan Franzen, quintessenza di quello che dovrebbe essere l’intellettuale occidentale contemporaneo.
Per il quale, al netto degli scossoni e in presenza di rivoluzioni che sempre hanno caratterizzato il mutamento storico, la cultura occidentale rimane il “cosmo” dell’inclusività, della connessione fra i diversi e della contaminazione, ed è questa la sua forza inestirpabile (e la sua “polizza vita”). Ne deriva, quindi, anche l’esigenza di ripensare la figura dell’intellettuale pubblico, questa sì già incamminatasi da tempo sul viale di un altro tramonto, ma che dovrebbe osservare l’imperativo etico di custodire (e vivificare e riaggiornare) la memoria.
Perché nel declino, come noto, accade che si offuschino le facoltà, mentre ricordare (in primis, gli errori e il male di certe parabole temporali) sarebbe doveroso e indispensabile, specialmente in Europa, che della paura di perdere le proprie conquiste, senza comunque fare granché per rilanciarle, ha fatto la propria «paranoia», per citare nuovamente l’autore di Purity e de Le correzioni, un gioiello postmodernista dedicato proprio al tramonto della sbornia collettiva di ottimismo degli anni Ottanta, quando nei partiti (che furono) di massa gli intellettuali finirono per venire rimpiazzati da pubblicitari, spin doctor e consulenti di immagine.
La post-sfera pubblica egemonizzata dalle retoriche dell’uno vale uno e della disintermediazione demagogica della politica richiederebbe antidoti e inversioni di tendenza. E tale è la valorizzazione della memoria per prevenire il ritorno delle ombre junghiane del passato (dalle degenerazioni del Romanticismo all’irrazionalismo, dal colonialismo ai fascismi). Come pure per rammentare, ibridandoli (e vari pensatori e scrittori di origine non euroamericana lo ricordano spesso), i valori positivi inventati dalla cultura occidentale. La tolleranza e la società aperta.
(da Il Corriere della Sera)

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LIBRI E ZAINI PIU’ CARI: IL RITORNO A SCUOLA COSTERA’ PIU’ DI 600 EURO PER OGNI FIGLIO

Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile

I PREZZI MEDI AUMENTATI DEL 6,6% PER IL CORREDO SCOLASTICO E DEL 18% L’ACQUISTO DI LIBRI E TESTI OBBLIGATORI

Con la fine delle vacanze estive, gli italiani si preparano a tornare alla routine quotidiana, e per molte famiglie l’inizio della scuola coinciderà con una notevole spesa per l’acquisto di libri, zaini e materiale scolastico.
Secondo l’ultimo report stilato dall’Osservatorio Nazionale Federconsumatori (O.N.F.), infatti, i costi dei materiali scolastici quest’anno hanno registrato un incremento del 6,6% rispetto al 2023, portando ogni famiglia a spendere in media circa 647 euro per ciascun figlio. Tra i prodotti più costosi si confermano gli zaini, soprattutto i modelli trolley, preferiti per evitare di caricare troppo peso sulle spalle, e quelli dotati di tecnologie avanzate, come le power bank integrate per ricaricare i dispositivi mobili.
Un dato interessante emerso dall’analisi dell’O.N.F. riguarda il canale di acquisto: sebbene le cartolibrerie e la grande distribuzione siano ancora tra le opzioni più utilizzate, gli acquisti online stanno guadagnando sempre più terreno. Acquistare su internet consentirebbe infatti un risparmio medio del 20% rispetto alle cartolibrerie e del 2% rispetto alle offerte di supermercati e ipermercati.
Oltre ai materiali scolastici, una delle preoccupazioni maggiori per le famiglie rimane l’acquisto libri di testo. Quest’anno, la spesa media per gli studenti, che spesso, oltre ai testi obbligatori, include anche dizionari e altri libri “accessori”, si attesta intorno ai 591,44 euro, con un aumento del 18% rispetto all’anno precedente.
A crescere sono soprattutto i costi dei libri per le scuole superiori, mentre quelli per le scuole medie hanno assistito a un lieve calo.
Ad ogni modo, le spese più consistenti sembrano riguardare gli studenti delle prime classi di ogni ciclo di studi: uno studente di prima media spenderà circa 461,81 euro per i libri, a cui si aggiungono i 647 euro per il corredo scolastico, per un totale di oltre 1.100 euro. Ancora più salato il conto per i ragazzi di prima liceo, che dovranno sborsare 715,30 euro solo per i libri, con un totale che supera i 1.360 euro.
Come specificato dagli stessi autori del report, tali pezzi si riferiscono all’acquisto di libri nuovi di zecca. Chi riesce a comprare libri, zaini o strumenti di cancelleria usati potrebbe risparmiare circa il 28% sul totale (in media)
I supporti tecnologici
Oltre a quaderni, penne e libri, molti studenti sono chiamati anche a sostenere l’onere di alcuni dispositivi tecnologici necessari per l’apprendimento. Secondo l’O.N.F., il costo medio per un computer, accessori e software indispensabili è salito a circa 413,44 euro, con un incremento del 5% rispetto al 2023. Le famiglie possono risparmiare optando per dispositivi rigenerati, che costano circa il 38% in meno rispetto ai nuovi.
I bonus ci sono ma non bastano
Al termine del documento che ha restituito un quadro piuttosto preoccupante per le economie di migliaia di famiglie italiane, Federconsumatori ricorda l’esistenza alcune misure di supporto da parte di comuni e regioni, come buoni e agevolazioni per le famiglie con redditi bassi, volti a mitigare l’impatto di queste spese. Iniziative che, pur rappresentando un aiuto, non sembrano bastare per rispondere adeguatamente alle esigenze di tanti genitori in difficoltà.
“Misure sicuramente positive, ma non ancora sufficienti a dare un aiuto concreto alle famiglie in difficoltà” – le ha definite Federconsumatori – “Specialmente alla luce della grave situazione economica che le famiglie stanno vivendo a causa dei forti aumenti che si continuano a registrare”.
(da Fanpage)

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