Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
IL FONDATORE DEL GIORNALE “L’INDIPENDENTE” GLI HA CHIESTO DI FARE UNA FOTO (IN REALTA’, ERA UN VIDEO DI CONTESTAZIONE), VESPA PERDE IL CONTROLLO: “VADA AL DIAVOLO”
La scena si svolge su un treno. Bruno Vespa è seduto quando uno dei viaggiatori si avvicina e
chiede: “Scusi se la disturbo, possiamo fare una foto?”. Il conduttore di Porta a Porta si mostra molto disponibile: “Ma prego, ci mancherebbe altro”. Tuttavia, invece di una foto, il viaggiatore inizia a registrare un video di contestazione, dichiarando: “Bruno Vespa, uno dei professionisti della disinformazione”. A quel punto, lo storico volto di Rai1 si infiamma e risponde: “Ma vada a fare in cu*o”.
La contestazione è stata opera di Matteo Gracis, fondatore del giornale L’indipendente che su Instagram si definisce “pensatore libero”. “Bruno Vespa, uno dei più grandi professionisti della disinformazione, del giornalismo che è megafono della voce dei padroni”, esordisce Gracis, dopo essersi accovacciato accanto al conduttore. Vespa, dopo averlo mandato a quel paese, lo allontana subito, replicando: “Giusto. Ora può accomodarsi? Se ne va democraticamente o se ne va da solo? Vada al diavolo”
È uno dei responsabili dell’informazione spazzatura che abbiamo in Italia. La mia contestazione è stata educata, civile, pacifica, senza insulti e, anzi, mi sono anche scusato per l’incursione.L’ho contestato perché è giusto esternare a questi soggetti, abituati ad autografi e selfie, il proprio dissenso. I danni causati da pennivendoli simili sono incalcolabili. Hanno rincoglionito e lobotomizzato generazioni di italiani.
(da Fanpage)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
SENZA INVENTARSI UNA BELLA COSPIRAZIONE NON SI COSTRUISCE NESSUNA LEADERSHIP IN ITALIA, E QUI C’È PERSINO LA NOVITÀ DEL COMPLOTTO COME SCUDO SPAZIALE. UNA VOLTA C’ERANO LA MANONA DELLA CIA O LA MANINA DI ANDREOTTI, ORA CI SONO LE ZAMPETTE DI RENZI, DEI PM E DEI GIORNALISTI DI SINISTRA. BISOGNA ACCONTENTARSI
Senza inventarsi una bella cospirazione non si costruisce nessuna leadership in Italia, e qui c’è persino la novità del complotto come scudo spaziale. Una sorella non è certo una partner in crime per trasmissione naturale, ma nel caso un giorno davvero Arianna fosse indagata, la denuncia del complotto è come la Strategic Defense Initiative (Sdi) che fu promossa da Reagan sia per intercettare i missili nucleari, sia per scoraggiare il nemico a usarli.
Ecco perché “il complotto delle sorelle” non è stato solo la fregnaccia casalinga di mezza estate, il botto d’ira accaldato delle due Meloni con il sangue caliente delle Contesse di Montecristo. Per le sorelle è stato anche il balletto delle debuttanti nella storia d’Italia, che è storia di crimini e delitti politici, ma anche di finti complotti denunciati, raccontati, favoleggiati, falsi autenticati per coprire l’inadeguatezza, patacche–rifugio svelate con accanimento dai pistaroli che, con la lente di Sherlock Holmes, denunciano i (falsi) complotti subiti dalla parte politica amica e smontano con sarcasmo i (falsi) complotti subiti dagli avversari.
Una volta c’erano la manona della Cia o la manina di Andreotti e ora, nel “complotto delle sorelle”, ci sono le zampette di Renzi, dei pm come categoria, e dei giornalisti di sinistra, tutti. Bisogna accontentarsi di quel che offre lo Spirito del Tempo.
Nella decadenza, invece di “sette sorelle”, a creare l’atmosfera bastano due sorelle, che è la piccola novità che il laboratorio Italia offre al mondo dominato dai fratelli. Si parte da Caino e Abele, e poi Romolo e Remo, i fratelli dei re, soprattutto di Francia e Inghilterra, sino a William contro Harry, e poi i Kennedy e la destra monozigote dei Kaczynski.
Ebbene, invece della fratellanza spesso ostile, Giorgia propone la sorellanza sempre solidale, che è lo ius sanguinis italiano, l’interim per nascita. Bella e pericolosa, la sorellanza ha il sigillo del cognome per fare e disfare, per giudicare e mandare “secondo ch’avvinghia”: in Rai, nelle ferrovie, nel sottogoverno, nel condominio.
Le sorelle sono sempre complici, anche quando si imbrogliano nell’imbroglio dello scudo spaziale.
Come diceva Victor Hugo «sono due dita della stessa mano».
(da Repubblica)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
“LE PREROGATIVE DI GARANTE CONSENTONO A BEPPE, OVE LUI NON CONCORDASSE CON L’ESITO DELLA DELIBERA DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE, DI MODIFICARE NOME O SIMBOLO DEL MOVIMENTO, DI RICHIEDERE IL RINNOVO DELLA VOTAZIONE. MA SE POI GLI ISCRITTI RATIFICASSERO IL VOTO, GRILLO SI VEDREBBE SCONFESSATO”
“Le prerogative di garante consentirebbero a Beppe Grillo, ove lui non concordasse con l’esito
della delibera dell’assemblea costituente di modificare nome, simbolo o addirittura i principi fondanti del Movimento, di richiedere il rinnovo della votazione e, laddove non si raggiungesse il quorum costitutivo della partecipazione della maggioranza degli iscritti, tutte le modifiche decadrebbero. Però questo diventa una sorta di ordalia”.
Così a LaPresse l’avvocato Lorenzo Borrè, legale degli espulsi del M5S. “Se invece poi gli iscritti partecipassero in massa e ratificassero la precedente votazione, Grillo si vedrebbe completamente sconfessato e di fatto esautorato della funzione di garante, perché non più in linea con la volontà della maggioranza degli iscritti”, aggiunge.
“Grillo – sottolinea – ha due poteri: quello dell’interpretazione autentica, che però è una cosa più che altro onorifica, oppure quello di indire una nuova votazione laddove l’esito della prima votazione non trovasse concorde Grillo.
Ed è l’esercizio di una prerogativa politica, non tanto di diritto. Mettiamo che l’assemblea costituente approvasse la modifica del nome, del simbolo e l’abolizione del secondo mandato. A questo punto, Grillo dice: no, rifacciamo la votazione. Se viene rifatta la votazione e si raggiunge il quorum della partecipazione della metà degli iscritti che votano a favore o per ratificare l’eliminazione del limite dei due mandati e il cambio del nome e del simbolo, a questo punto verrebbe sconfessata la stessa funzione di garante” per Grillo, “perché nei fatti non sarebbe più in linea con le corde del Movimento”.
“Sotto il profilo legale, un’impugnazione potrebbe essere praticabile laddove ci fossero dei vizi procedurali, ma per il resto abbiamo ormai compreso che per quello che riguarda il nome e il simbolo ogni decisione spetta all’Associazione e non più a Grillo”, chiarisce Borrè.
(da agenzie)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
50 EURO PER UN CUCCIOLO, 100 PER LA MADRE E 250 PER UN MASCHIO ADULTO,,, I PRESUNTI DANNI PARI A CIRCA 200.000 EURO L’ANNO AGLI AGRICOLTORI? PRIMA VERIFICARE CHE SIANO REALI
Una delibera della Regione Abruzzo dell’8 agosto permetterà ai cacciatori di uccidere 469 cervi in due zone dell’Aquilano, compresi i cuccioli di età inferiore ai 12 mesi.
All’apertura della stagione di caccia, il 14 ottobre, chi imbraccerà il fucile dovrà versare una quota che va dai 50 ai 600 euro per ogni singolo animale ucciso. Insorge il Comitato 2050 del Movimento 5 Stelle: «Questa delibera stabilisce una pratica di abbattimento massiccio di cervi in base a un piano di gestione che riteniamo inappropriato e contrario a qualsiasi principio di tutela della fauna selvatica».
Cosa prevede la delibera
La delibera votata dalla giunta guidata dal presidente Marco Marsilio, ma con il “No” di Forza Italia, prevede un piano di contenimento della popolazione di cervi presenti in regione. La misura si è resa necessaria per «i danni causati dai cervi hanno superato in molte zone interne i danni alle colture causate dai cinghiali. Addirittura dai dati sul monitoraggio delle popolazioni dei cervidi in Abruzzo emerge la presenza di un numero di capi più del doppio rispetto a quello del 2018 in termini assoluti», come ha dichiarato il Vicepresidente della giunta regionale con delega all’Agricoltura, Caccia e Pesca, Emanuele Imprudente.
I cacciatori, soprannominati “selecontrollori”, limiteranno quindi la presenza dei cervi attraverso il loro abbattimento. Il contributo, da 50 a 600 euro per ogni singolo animale ucciso, andrà versato ai rispettivi Ambiti di Caccia Territoriale. Secondo il WWF, il tariffario della Regione prevede: una quota di 50 euro per l’abbattimento di piccoli, di età inferiore ai 12 mesi, 100 euro per le femmine giovani e adulte, 250 euro per i maschi. La quota massima è prevista solo per i cacciatori provenienti da fuori i confini regionali. Secondo la Regione, dal 2019 al 2023 la popolazione di cervi ha causato danni pari a 895.340 euro. A questi andranno aggiunti quelli del 2024 che, secondo stime della giunta, porteranno la somma totale ben oltre il milione di euro.
La petizione del WWF
WWF Italia ha criticato con fermezza la decisione presa dalla giunta abruzzese e per questo ha presentato una petizione, per ora con 55mila firme, per fermare l’uccisione degli animali. «È inaccettabile considerare la fauna una fonte di arricchimento degli stessi organismi che organizzano i prelievi», sostiene l’associazione ambientalista.
(da Open)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
IL CASO DEL 22ENNE MORTO NEL CPR DI POTENZA: “MI HANNO DETTO CHE E’ STATO PICCHIATO SELVAGGIAMENTE E CHE GLI E’ STATA FATTA UNA INIEZIONE PER FARLO RINVENIRE. LO HANNO VISTO SCUOTERSI E MORIRE A TERRA”
Non si può morire così. Non puoi abbandonare il Marocco che non hai nemmeno 18 anni, come
hai fatto tu, Oussama Darkaoui, per inseguire il sogno di diventare un calciatore perché eri molto bravo con il pallone, tanto che ti chiamavano Messi, poi sopravvivere attraversando l’Europa per quattro anni e infine arrivare in Italia e morire proprio all’ultimo miglio, il 4 agosto 2024, a 22 anni e mezzo, a Palazzo San Gervasio, Potenza.
In un Cpr, ossia un Centro per i rimpatri, che altro non è che un campo di detenzione. Partisti senza soldi in tasca e con solo un fagotto da Mouhammadia, 25 chilometri da Casablanca, nel 2019, all’inizio dell’era Covid. Raggiungesti Tangeri, scavalcasti la recinzione metallica del grande e moderno porto Tangeri Med e ti attaccasti sotto alla pancia di un camion che salì a bordo di una nave diretta a Tarifa o ad Algeciras, in Spagna. Qui, prima a Lugo, nell’estremo nord, e poi a Madrid, tenesti duro in due centri per immigrati — che tuttavia non sono come i nostri Cpr, sottratti persino alle norme dell’ordinamento penitenziario —, perché la tua meta finale era l’Italia, Sondrio, dove vive tua zia Massira, la sorella di tua madre Leila Harmouch, che ora non finisce mai di piangerti.
L’ultima tappa
Dalla Spagna raggiungesti la Francia, Parigi, dove cercasti di sopravvivere lavorando in nero, ma ti fu presto chiaro che quella era una illusione, anche perché Parigi costava tanto, troppo. Allora, via, in Germania, a Berlino, in un altro centro immigrati, forse il migliore di tutti, visto che lì ti hanno anche curato un dente cariato, altro che gli psicofarmaci somministrati a forza ai detenuti dagli «italiani brava gente» nel Cpr di Palazzo San Gervasio.
Dalla Germania, l’Italia era un po’ più vicina, bisognava solo attraversare la Svizzera, e tu riuscisti a percorrere anche quest’altra tappa, fino al confine con l’Italia e oplà, eccoti a Sondrio da zia Massira. Marzo 2024. C’erano da fare «solo» i documenti, perché non avevi il permesso di soggiorno. Ma bisognava avere la residenza, e per ottenere la residenza occorreva prima il passaporto, e per avere il passaporto ci voleva prima la carta di identità, mentre tu avevi solo il tuo bel foglio di identità di colore verde che non era sufficiente, e insomma tra comune, consolati, uffici vari e scale da salire e scendere, ci voleva tempo.
E così tu dicesti a tua zia: «Devo lavorare, mandare un po’ di soldi a casa, mio fratello Mouhamed Amin ha perso un occhio in un incidente e ha bisogno di cure, mia madre ha una grave forma di diabete e ha bisogno di medicine. Mi hanno detto che ai mercati ortofrutticoli di Napoli cercano manovali. Vado lì e tu, zia, nel frattempo, provvedi ai miei documenti. Appena saranno pronti, torno a Sondrio e prendo la residenza».
Niente lieto fine
Non hai fatto in tempo. Avevi appena inviato duecento euro a casa, i tuoi primi risparmi, che a Napoli ti hanno fermato. Clandestino. Irregolare. Non avevi nemmeno precedenti penali di alcun tipo, ma qui funziona così, per finire in un Cpr basta questa violazione amministrativa. E ti portarono subito nel Cpr di Psg, acronimo beffardo, che suonava come la famosa squadra di calcio parigina. Lì hai trovato la morte.
Il tuo lungo viaggio, Oussama, si è concluso così, senza il lieto fine di «Io capitano», il film di Matteo Garrone, bello e poetico, perché la vita non è quasi mai poesia, e la tua, Oussama, di sicuro non lo è stata.
Del resto, quanto vale una vita? A chi interessa di una vita qualunque? E sono tutte uguali le vite di ciascun essere umano? No. Purtroppo. Ma c’è la tua famiglia, tua madre Leila, tuo padre Abdellah, i tuoi fratelli Abdelhak, Mahdi e Mouhamed Amin. A loro di te interessa. Ai tuoi amici, quelli che ti chiamavano Messi, e alla tua città, Mouhammadia, di te interessa. Alle tv e ai giornali del Marocco, al governo, al re Muhammad VI, la tua vicenda interessa.
Vogliono tutti la verità sulla tua morte. Sei il loro Giulio Regeni, purtroppo. E tutti ti aspettano, per salutarti con un giusto funerale e una degna sepoltura. Ma il tuo corpo, anche dopo l’autopsia disposta dai magistrati, che hanno detto di «non escludere l’omicidio», a venti giorni dalla tua morte, è ancora lì, in una cella frigorifera dell’obitorio dell’ospedale di Potenza. Si chiama burocrazia. Il dolore di Leila
Il dolore di Leila
Senti cosa dice tua madre, Oussama. Abbiamo parlato con lei in videochiamata da Cuneo, dove vive Safaa, tua cugina, che ci ha fatto da interprete. Safaa ha trentuno anni ed è felicemente in Italia da venti. A Cuneo, Safaa lavora, ha due bambini, frequenta la moschea, come gli ebrei la sinagoga e i cristiani le proprie chiese (un po’ meno). Cuneo ha 56 mila abitanti e oltre settemila immigrati, cioè il 13 per cento, i quali per lo più fanno mestieri che gli italiani non vogliono o non sanno più fare. Quando Safaa ha saputo della tua morte, da Cuneo, con il marito e i due bambini, si è precipitata in macchina a Potenza. Da dove è tornata sconfortata.
Ecco perché era necessario ascoltare Leila, tua madre. La sua implorazione non è meno straziante di quella di Priamo affinché Achille gli restituisca il corpo del figlio Ettore.
«Voglio il corpo di mio figlio — dice Leila —. Per favore. Vi supplico. Perché dopo averlo ucciso lo trattenete ancora lì in Italia? Oussama era un ragazzo molto buono, tutti gli volevano bene. È andato via da qui per aiutare la nostra famiglia, e invece ha trovato la morte. Una morte assurda, crudele. Chi lo ha ucciso ne risponderà davanti a Dio, ma la giustizia degli uomini, se esiste, deve dirci qual è la verità sulla morte di Oussama. Tutto questo è disumano. Dove sono i diritti umani di cui tanto parlate in Europa? Perché un ragazzo senza permesso di soggiorno finisce in un posto che è peggiore del carcere? Di una cosa sono certa, però. Oussama non si è suicidato. Nella sua ultima chiamata, il giorno stesso in cui è morto, mi ha detto che sarebbe uscito da quel centro il 20 agosto. Quindi il suicidio non avrebbe avuto senso. Ma se non si è ucciso vuol dire che lo hanno ucciso: ne sono sicura, lo sente il mio cuore di madre, e voglio la verità. Tutti noi qui vogliamo la verità».
I sospetti e le accuse
Leila ha appreso della morte del figlio nella maniera più brutale. «L’ho visto in foto, morto, su Facebook — continua —. Hanno pubblicato quella foto perché qualcuno potesse identificarlo con certezza. Era l’8 agosto, quattro giorni dopo la sua morte. Non ho capito più nulla. Sono svenuta. Oussama era lì, in quella foto, con gli occhi chiusi, e io non potevo nemmeno abbracciarlo».
Tua madre e quelli che ti conoscevano, anche al Cpr, ti descrivono come un atleta, alto un metro e ottanta, dicono che non fumavi né bevevi, e che avevi tanta voglia di vivere. Ma Leila ci racconta anche un altro particolare allucinante. «Ho parlato con diversi suoi compagni di prigionia — dice Leila —. Mi hanno riferito che Oussama è stato picchiato selvaggiamente e poi trascinato via come un animale e abbandonato per terra. E che dopo tutto questo, forse per farlo rinvenire, gli hanno fatto una iniezione endovenosa, che però gli è stata fatale: lo hanno visto scuotersi e morire lì, per terra, con la bava che gli fuoriusciva dalla bocca».
Oussama è collassato nel pomeriggio del 4 agosto. Il giorno successivo, alle 17, ne è stato «constatato il decesso». Nessuno in quelle 24 ore lo ha soccorso. I magistrati stanno sentendo diversi testimoni, tra detenuti e personale del Cpr, e altri ne sentiranno. Soprattutto fra i 14 prigionieri che sono stati rilasciati — con provvedimento del questore Giuseppe Ferrari ben prima della scadenza dei termini di «trattenimento» — subito dopo la morte di Oussama e la rivolta nel Cpr che ne è seguita. Quei 14 si sono poi dati alla macchia, ma li stanno cercando, e qualcuno è stato già rintracciato. Sono tutti potenziali testimoni di «un omicidio che non si può escludere». Il tuo, Oussama.
(da agenzie)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
SONDAGGIO EUROBAROMETRO: PER IL 70% DEGLI ITALIANI ACQUISIRE LA CITTADINANZA E’ IMPORTANTE PER L’INTEGRAZIONE, MA LA POLITICA ALTERA LE PERCEZIONI
L’altro giorno ho avuto uno scambio di battute con l’addetta del banco del fresco del supermarket della località di mare dov’ero in vacanza. Il supermercato ha aperto giusto un paio di mesi fa, ma la signora era esausta. Solo nel suo reparto – salumi, formaggi e panetteria – mancavano quattro persone per riempire i turni. Proprio quel giorno il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, stava spiegando al meeting di Rimini che nei prossimi 15 anni il numero di persone in età di lavoro ridurrà di 5,5 milioni, anche ipotizzando un afflusso netto di 170 mila immigrati all’anno e che – a parità di tutto il resto – questo fossato demografico renderebbe l’economia italiana più piccola del 13% e ridurrebbe il reddito per abitante di circa un decimo.
Nel frattempo i politici duellavano dai rispettivi ombrelloni sull’opportunità di concedere la cittadinanza a chi va a scuola in Italia almeno fino a 13 o 14 anni di età.
Siamo in un Paese di universi paralleli, ma al banco del fresco del supermarket non ho potuto fare a meno di chiedermi: l’inverno demografico sta già essiccando l’albero della crescita e della vitalità economica in Italia o questa è solo un’ipotesi relegata al futuro? E davvero gli italiani non sono pronti ad aprirsi di più all’integrazione di chi arriva dall’estero?
Rimini, 21 agosto 2024
“Nei prossimi decenni si ridurrà il numero di cittadini europei in età da lavoro e aumenteranno gli anziani, con effetti negativi su sistemi pensionistici, sistema sanitario, propensione a intraprendere e innovare, sostenibilità dei debiti pubblici. E’ essenziale rafforzare il capitale umano e aumentare l’occupazione di giovani e donne, in particolare nei paesi – tra cui l’Italia – dove i divari di partecipazione al mercato del lavoro per genere ed età sono ancora troppo ampi. Anche misure che favoriscano un afflusso di lavoratori stranieri regolari costituiscono una risposta razionale sul piano economico, al di là di altre valutazioni di natura sociale o etica. L’ingresso di immigrati regolari andrà gestito all’interno dell’Unione Europea bilanciando le esigenze produttive ed equilibri sociali, assicurando un’integrazione” così il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, intervenendo al meeting di Rimini. Courtesy: Meeting di Rimini
I nativi stranieri
Non è vero che l’Italia sia così chiusa come a volte la si racconta. Piuttosto, l’Italia è complicata e contraddittoria. E qui parlo dei fatti sull’immigrazione, oltre che delle percezioni. Forse è per questo che così spesso entrambi, fatti e percezioni, vengono distorti e branditi come armi dai gladiatori della politica e del mercato del consenso. Vediamo meglio.
Negli ultimi sei anni il numero degli stranieri nel Paese è aumentato di 300 mila persone, secondo l’Istat, anche se dentro quel numero si nascondono tante correnti diverse.
In buona parte il numero degli stranieri è aumentato anche perché in Italia ogni anno vedono la luce fra 50 mila e 60 mila bambini nati qui, destinati a crescere e andare a scuola qui, eppure privi dei diritti di cittadinanza almeno per un altro paio di decenni.
Il numero degli stranieri in Italia – 5,3 milioni, circa il 9% della popolazione – non aumenterebbe, senza quel flusso continuo di bebè usciti dagli ospedali italiani che appaiono direttamente nelle statistiche con quell’etichetta: nativi stranieri.
Allo stesso tempo tante persone scompaiono dalla stessa categoria di “stranieri” perché l’Italia ha concesso quasi 800 mila cittadinanze negli ultimi cinque anni, malgrado un percorso burocratico che grazie al governo Lega-M5S nel 2018-2019 è diventato più lento, tortuoso, burocratico e incerto.
Quanto ai flussi degli stranieri che entrano o escono dal Paese, anche qui i saldi netti sono positivi: circa duecentomila in più in anni normali, oltre trecentomila in più l’anno scorso (probabilmente per il boom dell’edilizia trascinato dal Superbonus).
Il futuro è già qui
E’ poco, è troppo? Ed è socialmente accettabile, o è una dinamica destinata a scatenare una crisi di rigetto?
Di certo non è abbastanza, se guardiamo ai crudi numeri. Questi ci dicono che il problema dell’addetta del banco del fresco del mio supermarket è un problema di tutti. E sta già segando alla base l’albero della crescita.
Negli ultimi sei anni in Italia la popolazione in età da lavoro in (circa 39 milioni di persone) è scesa di 630 mila teste e il calo è concentrato per intero fra i potenziali lavoratori più giovani, quelli fra 16 e 40 anni (quelli fra i 41 e i 67 anni sono persino aumentati un po’). Il futuro che ci mostra il governatore Panetta dunque è già qui; sta già trasformando e logorando il Paese anno dopo anno, mese dopo mese.
Poiché siamo appena tornati dalle vacanze, evito di approfondire le conseguenze di una situazione del genere per la sostenibilità del debito pubblico. Ma c’era da aspettarselo, in una società che ormai considera ovvio sussidiare ogni pecora o ogni capra di ogni allevatore almeno dieci volte di più di ogni bebè, ogni mese. Lo considera così ovvio che neanche mette conto di parlarne. Così ovvio che non ci pensiamo, perché tutto è sempre talmente complicato e le necessità e le rivendicazioni e gli strati di governo sono sempre infiniti, dall’Unione europea in giù.
Il peso delle percezioni
Eppure proprio questa sorta di dissociazione cognitiva – diamo per scontato che una capra debba essere sostenuta finanziariamente dieci volte più di un figlio – ci dice qualcosa. Ci dice che tutto è nelle nostre percezioni. Esse sono e saranno decisive. E le percezioni sugli immigrati che ormai dobbiamo attrarre ed integrare, magari anche selezionandoli e di certo formandoli, sono diverse da come si racconta. Detto in breve – prima di mostrarvelo in numeri – gli italiani sembrano essere un po’ ignoranti, chiusi e retrivi, in teoria; eppure molto realistici e privi di pregiudizi nella pratica.
Cosa voglio dire?
Ben il 57% degli italiani sovrastima il numero degli stranieri nel Paese e solo il 20% ne ha un’idea approssimativamente corretta. Né è il solo esempio di una certa ignoranza diffusa.
Dallo stesso sondaggio di Eurobarometro (raccolto sul campo alla fine del 2021) viene fuori che oltre metà degli italiani ritiene più numerosi nel Paese gli immigrati “illegali” rispetto a quello con documenti in regola. Naturalmente è vero l’opposto: gli irregolari sono al massimo – ma proprio al massimo – appena un decimo del totale dei residenti stranieri. Questo ci dice che nella parola “immigrazione” sono entrati in questi anni talmente tanti significati e realtà diverse che la confusione ormai è grande. Non stupisce che più persone ritengano l’immigrazione “un problema” piuttosto che “un’opportunità”.
Stranieri per amici o vicini? Perché no?
Ma questa era, appunto, la teoria. Nella pratica, gli stessi italiani del sondaggio di Eurobarometro rivelano anche un Paese diverso. Due Paesi che coabitano in uno, probabilmente spesso nelle stesse persone.
Otto italiani su dieci si dichiarano a proprio agio all’idea di avere un immigrato come amico, vicino o collega.
Sette su dieci dicono lo stesso dell’idea di avere un immigrato come proprio dottore o capo al lavoro.
Più di sei su dieci lo ribadiscono anche riguardo all’idea di avere un immigrato (o immigrata) nella propria famiglia e intanto già uno su dieci riferisce che questa situazione per lei o lui è già realtà. E quasi sei su dieci contano degli immigrati fra i propri amici.
Il racconto distorto fatto dalla politica
Insomma da un lato c’è il grande racconto confuso e distorto che la politica fa di fenomeni diversi; dall’altro c’è l’esperienza quotidiana delle persone. Non per niente la quota di coloro che vedono un’integrazione di successo “nella propria città o nel proprio quartiere” è più alta di quella di chi ritiene che l’integrazione sia di successo in Italia.
Non giudicano l’integrazione riuscita da quello che sentono dire dall’alto, ma la giudicano un po’ più riuscita per quello che vedono dal basso. Da un lato ci sono le paure, il senso di minaccia.
Dall’altro sette italiani su dieci pensano che acquisire la cittadinanza sia importante per l’integrazione (governanti, leggetevi il sondaggio di Eurobarometro…).
Perché in fondo quel che gli italiani chiedono, come tutti gli europei, sono politiche di integrazione concrete, capacità di individuare, attrarre e assimilare competenze e attitudini giuste dal resto del mondo; chiedono una società che, evolvendo, ritrovi un suo equilibrio. Le fole del piccolo mondo antico le lasciano volentieri al generale Roberto Vannacci.
I ghetti e come evitarli
In questo la domanda più urgente, temo, è come evitare che l’aumento dell’immigrazione diventi segregazione. Per “Eco”, la rivista diretta da Tito Boeri, ho mostrato come nelle scuole materne pubbliche di comuni della grande Milano, come Baranzate o Corsico, la quota di bambini stranieri vari fra il 60% e il 90% degli alunni; e questi bambini già a quattro o cinque anni tendono a dare risultati un po’ peggiori rispetto ai loro coetanei italiani in semplici test che misurano la fiducia negli altri, la capacità di autocontrollo, la capacità di capire il punto di vista degli altri. Rischiamo di gettare le basi dei ghetti e delle baby gang “straniere” di domani, anche se a sinistra parlarne è un po’ sconveniente.
Servono scuole di lingua speciali per questi bambini nativi stranieri, servono scuole di lingua e cultura per i loro genitori e soprattutto per le loro giovani madri casalinghe e isolate fra le loro quattro mura. Non vivremo mai nell’Italia ideale. Ma per un’Italia accettabile, serve un po’ di lavoro e di chiarezza di idee. Oltre che, possibilmente, meno ideologia da tutte le parti.
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
“PRIMA SI FANNO I LEP, POI VEDIAMO”: CON LO STOP ALLA RIFORMA LEGHISTA, TAJANI TIENE BUONO IL FRONTE MERIDIONALE GUIDATO DALLA TRIADE OCCHIUTO-SCHIFANI-MARTUSCIELLO E ACCONTENTA I FRATELLI BERLUSCONI. MA SOPRATTUTTO, STRIZZA L’OCCHIO ALLA CHIESA
Colpire la Lega dove fa più male. C’è un terreno su cui Antonio Tajani è pronto a rendere
infuocato l’autunno: l’Autonomia. «Non nego che siamo preoccupati per l’effetto che potrebbero avere alcuni accordi sulle regioni del Sud — confidava poche ore fa il vicepremier — Abbiamo forti perplessità, diciamo».
Lo fa per convinzione, lo fa per almeno tre ragioni politiche concrete. Frenare la riforma leghista gli permette innanzitutto di compattare i gruppi parlamentari, dove l’ala meridionale considera questa legge una sciagura. Interpretare la richiesta dei fratelli Berlusconi di portare avanti una linea autonoma dagli alleati. Il terzo motivo, però, è quello decisivo: contrastare l’autonomia è il sigillo ideale per blindare il patto con un mondo cattolico sempre più insofferente verso un esecutivo a trazione salviniana.
Un patto che Tajani si è posto come obiettivo prioritario. Ecco perché gli azzurri preparano due mosse utili a stoppare, se necessario, i primi accordi tra regioni e Stato centrale.
Oggi l’azzurro sarà a Fondi, per presentare il libro del fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi. Ieri è volato a Verona, al raduno delle route nazionale dell’Agesci (in gioventù Tajani ha vissuto un’esperienza nello scoutismo). È una galassia tradizionalmente vicina al centrosinistra, ma dalla chiara impronta cattolica. E fa parte del target indicato dal vicepremier in un’intervista a Repubblica, «puntiamo allo spazio al centro, tra Meloni e Schlein».
A chiudere l’evento dell’Agesci celebrando messa c’era anche il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale, che molto si è esposta contro l’autonomia, fino al punto da entrare in conflitto con Palazzo Chigi, e tifa per una riforma della cittadinanza. Sui diritti, poi, Tajani dialoga anche con la Cisl di Luigi Sbarra, che ieri ha parlato di una riforma della cittadinanza come di un «dovere morale».
Sono movimenti che attirano l’attenzione di Meloni e irritano Salvini. E che spingeranno Forza Italia ad avventurarsi su terreni inesplorati con un’intensità crescente.
Gli azzurri, va ricordato, hanno contribuito ad approvare l’Autonomia senza troppo lottare contro il progetto leghista. Adesso, però, il clima sembra cambiato. I gruppi parlamentari sono sul piede di guerra. E i segnali inequivocabili lanciati dal governatore calabrese Roberto Occhiuto, che da vicepresidente vicario di FI ha chiesto per primo di “congelare” ogni patto in attesa dei Lep, fanno il resto. Proprio per questo, è allo studio un’offensiva che sarà chiara nelle prossime settimane.
Lo schema di un eventuale accordo andrà trasmesso alle Camere, chiamate ad esprimersi con un parere non vincolante — ma politicamente decisivo — entro tre mesi. Ed è qui che Forza Italia potrebbe decidere di schierare i gruppi contro un testo sgradito, votando con le opposizioni. Toccherebbe poi a Meloni decidere se adeguarsi al parere o ignorarlo. Non è da escludere che possa tornarle utile l’attivismo azzurro, visto il malumore crescente in FdI verso l’Autonomia. Lo spettro, però, è che a farne le spese sia l’unità del governo.
(da Repubblica)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
UNA MOSSA PREVENTIVA PER ANTICIPARE UNA SGRADEVOLE INTERVISTA O UN FOTO-SERVIZIO PICCANTE? OPPURE, UN REPORT INFORMALE DEI SERVIZI? O DURANTE LA VACANZA PUGLIESE UNA PAROLA TIRA IL RANCORE DELL’ALTRA, E SONO VOLATI I NOTI VAFFA?
Perché ha voluto sollevare lei il caso? Come mai Arianna Meloni molla improvvisamente la masseria Beneficio di Ceglie Messapica, carica in auto le due figlie (con due nomi non casuali: Rachele e Vittoria), e una volta che raggiunge la mamma Paratore in Sardegna, rilascia un’intervista a Simone Canettieri del “Foglio” annunciando di aver messo alla porta una volta per tutte il suo baldo compagno Francesco Lollobrigida, trasformando così una chiacchiera da Dagospia in un fatto pubblico e dunque politico?
Ipotesi varie ed eventuali. Una mossa preventiva per anticipare una sgradevole intervista o un servizio fotografico piccante? Oppure, durante la vacanza pugliese, una parola tira l’altra, arrivati i nodi al pettine del rancore, sono volati stracci bagnati tra la Sorella d’Italia e il suo amore giovanile e militante nel Fronte della Gioventù missina chiamato Lollo e soprannominato “Beautiful”, già noto come lo “Stallone di Subiaco”? Un report informale dei Servizi?
Brave storia di una relazione sentimentale sbocciata più di vent’anni fa tra i “gabbiani di Rampelli nelle grotte di Colle Oppio e mai arrivata ai piedi dell’altare per il fatidico “Sì” e scambio di fedi e lancio di riso in faccia, perché al momento di preparare i sacchetti con i famosi confetti di Subiaco, succedeva sempre qualcosa che rinviava a tempi più propizi.
Quella stessa sfiga zitellonica che ha colpito, in barba a tutte le pippe sparate nei comizi rovesciando i bulbi oculari (“Sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana”), anche l’agitata vita amorosa della sorella secondogenita che, una volta raggiunto l’altare del potere, si è ritrovata subito scaraventata nella polvere mediatica dal testosterone in ebollizione di Andrea Giambruno, in trasferta tra le arrapanti divette e stagiste di Cologno Monzese.
Oggi di “Lollo beautiful” che, scaricata la destra sociale di Gianni Alemanno trovava asilo come “gabbiano” di Rampelli, non resta che un cinquantenne stazzonato che sembra il residuo provinciale di un film anni ’50 di Dino Risi, alla “Poveri ma belli”.
Nella spettacolosa ascesa da responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia in via della Scrofa 39 a “cognato” più famoso d’Italia a Palazzo Chigi, spaparanzato sulla poltrona di ministro (per mancanza di prove ma surplus di gaffe) della Sovranità Alimentare, già Agricoltura, ritroviamo tutti i temi di rampismo sociale e politico che dettero vita alla fine dell’Ottocento al capolavoro di Maupassant, “Bel Ami”.
Si sa, certi grandi balzi non sono mai privi di conseguenze a livello mentale e di solito qualche rotella salta. Ecco l’intrepido “cognato d’Italia” che non si accontenta di sgranare i nomi dei candidati per Camera e Senato alle elezioni trionfali del 2022 riempiendo le liste di suoi fedelissimi. Una volta elevato dalla “cognata” a quarta gamba della Fiamma Magica (Giorgia, Arianna, Fazzolari), non disdegna di mettere becco sulle nomine nelle aziende di Stato, piazzando consulenti e dirigenti in giro nei vari ministeri.
Daje e ridaje, in piena euforia del potere, si è cotonato il cervello fino al punto di chiedere e ottenere da Trenitalia una fermata straordinaria a Ciampino del suo Frecciarossa diretto a Napoli: il treno aveva accumulato più di un’ora di ritardo e lui non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo all’inaugurazione del parco ex mafioso di Caivano per poi tornare a Roma e registrare, come ospite, una puntata del programma di Nunzia De Girolamo su Rai 3 (ahò, m’hai detto un prospero: mi aspetta Nunzia!).
Malgrado le sue minchiate quotidiane (una per tutte, quella della “sostituzione etnica”), forte di essere stato per anni a capo dell’organizzazione del partito, Lollo diventa uno degli uomini più potenti del governo Ducioni, almeno fino al 5 aprile 2023. Quando il “Corriere della Sera” pubblica una incredibile lettera di Rachele Silvestri, una ex parlamentare grillina passata a Fratelli d’Italia che trasforma la sua gravidanza in scandalo politico.
La 36enne di Ascoli Piceno, eletta in un collegio blindato abruzzese per volere di Lollo che fece incazzare i camerati locali, sostiene di essere stata “costretta” a fare il test di paternità per suo figlio di soli tre mesi a causa della “presunta notizia uscita su qualche organo d’informazione” sul fatto che il bimbo non sarebbe figlio del suo compagno ma di un politico molto influente di Fratelli d’Italia, a sua volta sposato”.
Ohibò, chi ha costretto l’ex addetta alle vendite del supermercato Penny di Ascoli Piceno a fare il test del Dna? Quale organo di informazione o sito ha fatto il suo nome? Perché non comunica il cognome del compagno di vita e di gravidanza? Trasparenza per trasparenza, perchè non ha postato il test del Dna? Nessuna risposta.
Più che spegnere i fuochi, la lettera apre un caso politico che autorizza giornalisti e politici a fare domande, a investigare, a infilare il naso. Cominciano infatti a girare voci che puntano il dito su Francesco Lollobrigida, ministro e compagno di Arianna Meloni.
Finché Lollo sbotta sul “Corriere”: “È un anno che mi tengono nel mirino. Ho cominciato con l’apprendere di essere padre a mia insaputa, hanno aggredito una collega che era rimasta incinta e che ha dovuto dimostrare chi fosse il vero padre con un esame del Dna…’’.
Da parte sua, Giorgia Meloni non rilascia alcuna dichiarazione di solidarietà alla puerpera Rachele Silvestri. In fondo, la deputata “costretta” a fare il test di paternità al figlio appena nato è stata eletta con Fratelli d’Italia, e sia come presidente del partito che come prima premier donna, avrebbe potuto dire qualcosa. Invece, nisba.
In Transatlantico e nelle redazioni si chiedono: ma chi ha consigliato la sventurata Silvestri di scrivere la lettera al “Corriere”, che si è trasformata in un boomerang? Qualche autorevole giurista di Fdi? Tra gli addetti ai livori si mormora il nome del vispo Donzelli che, come ex adepto PDL di Maurizio Gasparri, è stato tenuto fuori dalle poltrone del governo, e approfittando del fatto di ricoprire il posto di Lollo come responsabile dell’organizzazione del partito ha pensato bene di rafforzare la sua componente interna.
L’indiscrezione su Donzelli deve avere qualche fondamento perché è da quel momento che la Ducetta decide di promuovere la sorella Arianna a capo della segreteria, mettendo un po’ all’angolo dalla cabina di comando di via della Scrofa il pinocchietto toscano.
Intanto negli ambienti politici i boatos su Lollo ingorganola messaggistica dei cellulari: chi dice che una Arianna ferita nell’onore l’ha buttato fuori di casa, chi conferma che da mesi Lollo alloggia in un albergo di via Veneto, chi vocifera che dopo un’assenza di 9 mesi è ritornato al talamo nuziale, apparentemente perdonato… Chissà chi lo sa. Quello che è certo è che lo “Stallone di Subiaco” viene escluso da Palazzo Chigi: non è più la quarta gamba della Fiamma Magica, sostituito dalla prima segretaria di Giorgia, Patrizia Scurti.
E così si arriva al mesto “Con Lollobrigida siamo separati in casa da tempo” di Arianna rivelato nel colloquio con ”Il Foglio”. Una storia d’amore e di coltelli che conferma che il motto “Tengo famiglia” che il vecchio e saggio Longanesi voleva scrivere sulla bandiera italiana non regge più, finito nel cestino dei vecchi ricordi davanti al logorio della vita moderna.
(da Dagoreport)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
È VIETATA LA BIBBIA MA È POSSIBILE FUMARSI UNO SPINELLO. MA OCCHIO ALLA CARTA PER ROLLARLO: SE VIENE USATA UNA PAGINA DI GIORNALE CHE RITRAE KIM, È LESA MAESTÀ E SI RISCHIA DI FINIRE IN UN CAMPO DI LAVORO … I JEANS VIETATI E I TAGLI DI CAPELLI “OBBLIGATI”: TUTTE LE REGOLE PIÙ ASSURDE DA SAPERE ORA CHE LA COREA DEL NORD RIAPRE AI TURISTI
Bibbia vietata ma marijuana libera, almeno finché non rolli con la cartina sbagliata. Se è fatta
con una pagina di giornale che ritrae Kim Jong-un , la canna in Corea del Nord diventa lesa maestà: così come appoggiare il gomito (o peggio altro) sull’ immagine del leader, fotografarlo a metà o portarsi a casa per ricordo una moneta locale. Benvenuti nel Paese che vieta i jeans, decide il taglio di capelli degli abitanti e fa giustiziare un ministro perché “seduto in modo scomposto”.
Dal prossimo dicembre, dopo le chiusure forzate a causa del Covid, la Corea del Nord tornerà tra le destinazioni a disposizione dei viaggiatori più temerari. La storia di un qualsiasi turista che arriva a Pyongyang non è una storia qualsiasi, a partire dalle letture serali: una Bibbia lasciata distrattamente sul comò della stanza d’albergo può trasformarsi in un biglietto di sola andata per un campo di lavoro.
Tra le poche libertà concesse c’è quella di fumare marijuana. Ma con un appunto: se qualcuno si azzarda a rollare usando come cartina una pagina con l’immagine del leader, la sua trasgressione potrebbe costargli carcere, campo di lavoro o morte.
Mai tagliare un pezzo di corpo al leader nordcoreano, Kim Jong-un, nemmeno in foto. Si possono scattare solo foto complete. Dal prossimo dicembre, dopo le chiusure forzate a causa del Covid, la Corea del Nord tornerà tra le destinazioni a disposizione dei viaggiatori più temerari: ecco i divieti più assurdi. Nessuna libertà di movimento: il viaggiatore non può deviare dal percorso del tour, deve comprare solo da negozi specifici e guai a salire sui mezzi pubblici.
Sedersi per sbaglio su una foto del Kim Jong-un? Sacrilegio. Non importa se per errore, in Corea del Nord non si può toccare materiale di propaganda, l’intento non conta (il principio di colpevolezza non esiste e la responsabilità personale nemmeno). Dal prossimo dicembre, dopo le chiusure forzate a causa del Covid, la Corea del Nord tornerà tra le destinazioni a disposizione dei viaggiatori più temerari.
Il turista, reduce da una giornata di visita al complesso di tombe Goguryeo, deve stare attento a crollare sul letto: magari non si accorge che la foto del leader Kim Jong-un, che campeggia su ogni parete, si trova proprio lì accanto: stampata su una rivista. Appoggia il gomito per sbaglio sul ritratto e può passare qualche guaio.
(da editorialedomani.it)
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