Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA GARANZIA DI SOPRAVVIVENZA PER L’AD DI TRENITALIA, LUIGI CORRADI? “LA DIFFICOLTÀ DI METTERSI D’ACCORDO SUL NOME DELLA SOSTITUTA, LA MANAGER SABRINA DE FILIPPIS, CHE NEL CURRICULUM VANTA ‘UNA GRANDE AMICIZIA’ CON ARIANNA”
E dunque si capisce che, di tutti i guai del governo Meloni, la crisi dei treni sia non dico la più nascosta, che sarebbe impossibile, ma la più truccata, proprio perché offende la nazione quanto l’autonomia differenziata la tradisce.
Vengono, infatti, spacciate per «inevitabili febbri di crescita» le stazioni assediate, i guasti sulle linee, i bus sostitutivi, l’alta velocità sempre più lenta, le lunghe soste in aperta campagna, la sporcizia e la soppressione dei bagni, le proteste dei passeggeri sfiancati dall’afa e dall’attesa in carrozze surriscaldate senza più l’aria condizionata.
Spudoratamente Salvini è arrivato a complimentarsi per la «puntualità superiore al 90%, nonostante 1400 cantieri aperti». Dunque la destra, che aveva per divinità l’orario e «quando c’era Lui caro lei» esibiva il miracolo della puntualità, ha consegnato il treno futurista di Depero alle bugie di Salvini. E i giornali governativi, la Rai e Mediaset, copiando la solita velina di Fazzolari, hanno scritto – giuro – che «i treni italiani sono più puntuali di quelli tedeschi» e vuoi mettere «la complessità di gestire i successi della rete italiana»?
Questa propaganda kitsch non riesce però a coprire il fallimento, nell’estate sovranista, del più nazionale e patriottico dei mezzi di trasporto.
E allora il governo, che assolve se stesso, si prepara a cacciare l’amministratore delegato Luigi Corradi, un ex grillino diventato leghista, che invece di migliorare i servizi durante i lavori del Pnrr, magari sorvegliandoli in estate, li ha selvaggiamente rafforzati in luglio e agosto «per proteggere – ha fatto sapere – i pendolari», che sarebbero più importanti dei turisti, anche se i treni a loro destinati sono una vergogna, e vedrete in autunno cosa li aspetta con i lavori previsti sino al 2026.
Corradi, in compenso, si è bene applicato alla propria sopravvivenza, sinora garantita dalla difficoltà di mettersi d’accordo – ha rivelato la nostra Giovanna Vitale – sul nome della sostituta, la manager Sabrina De Filippis, che nel curriculum vanta «una grande amicizia» con Arianna Meloni, la quale copre tutti i ruoli come Tina Pica spiegava a Totò in Destinazione Piovarolo: «Sono la casellante, la manovale, la guardasala, la macchinista, e accudisco pure i capostazione celibi…».
Francesco Merlo
per “la Repubblica”
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
DALLA RAI ALLE AUTORITY, A GUADAGNARSI KA BENEVOLENZA DELLA LEADER NON E’ CI LAVORA BENE MA CHI ESEGUE GLI ORDINI…ALLA FACCIA DELLA MERITOCRAZIA
Per gestire un paese non basta la classe dirigente di un partito che per anni si è mosso
intorno al 4 per cento. Se ci fosse ancora bisogno di prove, ecco planare sul dibattito agostano il caso Battistini. Un servizio esclusivo a cui è seguita l’indicazione aziendale di far rientrare la giornalista del Tg1 che ha raccontato l’ingresso in Russia delle truppe ucraine, minacciata di procedimenti penali dal regime russo.
La mancanza di comunicazione da parte di Farnesina e palazzo Chigi – pure al lavoro in quelle ore per tutelare i colleghi nella sede Rai in Russia – ha fatto il resto. La conseguenza: offrire il fianco a chi critica la scelta dei vertici incaricati da Meloni come una genuflessione su indicazione governativa a Mosca.
La necessità di figure strutturate e competenze forti l’ha capita anche Giorgia Meloni quando si è trovata a fare i conti con tutte le posizioni da occupare su cui palazzo Chigi ha l’ultima parola. I posti da presidiare sono tantissimi ma, a differenza di altri partiti, per cui vale la sempiterna massima «più sederi che sedie», soprattutto in periodi in cui il consenso si restringe, Fratelli d’Italia ha esattamente il problema opposto. Anche perché la presidente del Consiglio deve tenere sempre ben presente il valore più importante che orienta il modo di pensare e di agire della destra italiana: la fedeltà.
Meloni è dunque costretta dalla consuetudine della sua area culturale a trovare una collocazione a chi l’ha accompagnata nella traversata del deserto di quando il partito faticava a superare la soglia di sbarramento alle elezioni europee, anche nel caso in cui non sia forse del tutto preparato per il compito che gli viene assegnato. Una serie di promesse da onorare, che si sommano alle trattative con i partner di maggioranza. «Meglio uno fidato che uno che sa fare» è il commento caustico che rimbalza per esempio in Rai, dove le parole di chi conosce bene viale Mazzini per la governance proposta dai meloniani – in larga parte già presente in azienda e quasi mai in ruoli da Cenerentola – non sono mai state tenere.
La fedeltà del settimo piano
La partita del servizio pubblico, un po’ per il fatto che chi ha subito l’occupazione della Rai non è rimasto in silenzio e un po’ perché tanti protagonisti di fede meloniana si sono fatti notare per un atteggiamento più realista del re, è stata la prova plastica di come per chi siede in plancia di comando la fedeltà non possa essere l’unica stella polare. Nel complicato anno passato Meloni ha dovuto assistere a passi falsi oggettivamente evitabili. A cominciare dal discorso da militante del direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini dal palco di Atreju, il caso Scurati o ancora lo scivolone di Rainews24, che ha scelto di di prediligere il festival delle Città identitarie di Pomezia, prontamente scaricato dal direttore Paolo Petrecca sulla sua vice di turno quella sera. In alcuni casi Meloni è dovuta intervenire in prima persona, come quando ha pubblicato sul suo profilo Facebook l’intervento dello scrittore sull’omicidio Matteotti, sperando di chiudere così il caso. Neanche per idea: alle polemiche incrociate sono seguite interrogazioni, dichiarazioni e risposte incrociate che hanno addirittura peggiorato la posizione, già difficile, dell’azienda. «Bastava lasciarla andare in onda Serena Bortone con la scaletta originaria» è la valutazione che circolava in quei giorni a destra, forte del non detto che in quel periodo gli ascolti di Che sarà non erano ancora stabili: ma ancora una volta, la voglia dei dirigenti di mostrarsi ligi aveva avuto la meglio sulla capacità di leggere il contesto.
Insomma, i suoi colonnelli in Rai nell’ultimo anno a più riprese si sono messi in difficoltà da soli. E allora, nonostante la fiducia che viene in tanti casi da una militanza giovanile condivisa – «una cosa che va oltre l’amicizia» dicono – Meloni in certi momenti si è chiesta se continuare a salvare da sé stessi Giampaolo Rossi, Corsini, Angelo Mellone e Paolo Petrecca: la risposta, però, nell’universo meloniano è scritta sulla pietra, pacta sunt servanda. La squadra non si cambia, anche se a volte provoca scontento: insomma, Rossi a meno di colpi di scena avrà la sua poltrona da ad, nonostante le suggestioni circolate a più riprese. Troppo passato comune alle spalle, troppe le volte in cui il dirigente meloniano ha preso schiaffi (metaforici) per conto del partito, come quando per una gestione spericolata della presidente dell’elezione dei consiglieri in parlamento ha perso il treno per il cda Rai nel 2021.
I ministri
Stesso discorso per Gennaro Sangiuliano. Da un anno si è dipinto un bersaglio sulla schiena con una lunga serie di gaffe. Serve a poco annunciare un libro sui passi falsi degli altri quando ci si gloria con una certa soddisfazione di aver accompagnato alla porta un social media manager colpevole – a dire del ministro – di un errore in un post, salvo tornare pochi giorni dopo sui propri passi e comunicare che il dipendente è stato ricollocato «perché io non metto per strada un padre di famiglia». Ma Sangiuliano è stato un direttore più che compiacente al timone del Tg2, pronto a calcare i palchi di Atreju quando il partito glielo chiedeva: poco importa che i suoi suggerimenti sulle candidature alle comunali di Firenze e Bari di giugno siano stati dei buchi nell’acqua o che il pupillo del presidente del Senato non riesca a rispondere sul suo eventuale antifascismo se non con una controdomanda al cronista.
Anzi, Sangiuliano viene citato come esempio lodevole di gestione di ministero ed enti satelliti, con occupazione di poltrone ogniqualvolta si aprisse l’occasione. Si è prodigato di assumere al vertice di Ales – la società in house del ministero – Fabio Tagliaferri,, già assessore ai Servizi sociali e alla Fragilità e patron di un’azienda di noleggi auto. Tutto lineare. Così come la creazione di una via d’uscita ad hoc per Carlo Fuortes, che con le sue dimissioni in Rai ha lasciato campo libero ai meloniani, rassicurato però dal governo che si sarebbe trovato il modo di accelerare l’uscita di scena di Stéphane Lissner a Napoli per offrirgli quel posto.
Al contrario di Andrea Abodi. Eppure, sul suo curriculum figurava una militanza nel fronte della gioventù che faceva ben sperare: qualche detrattore sussurra che fosse una carta da giocarsi con le ragazze, soprattutto alla luce dei suoi primi due anni da ministro. Il suo staff è decisamente poco riconducibile a Fratelli d’Italia, eccezion fatta per Mario Pozzi, capo della segreteria tecnica vicinissimo al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il resto è un misto di tecnici e assistenti riconducibili ad altre aree politiche. Una tornata di nomine che non è piaciuta al partito: i Fratelli della vecchia guardia non apprezzano l’autonomia del presunto militante, che spesso non risponde al telefono.
Anche sugli incarichi negli enti paraministeriali si aspetta una reazione più celere da un ministro in quota: un episodio su tutti, la faticosa ricerca di un presidente del cda dell’Istituto del credito sportivo, che i meloniani non vorrebbero vedersi ripetere. Per altro in un momento in cui lo sport – e i soldi che gli girano attorno – sono diventati terra di conquista della maggioranza: alla Lega non dispiacerebbe vedere il suo Luca Zaia alla guida del Coni quando Giovanni Malagò passerà la mano. Che della materia si sia occupato solo marginalmente sembra irrilevante: conta l’occupazione della casella, su cui però FdI promette battaglia. Abodi permettendo.
A ragionare secondo l’assioma della fedeltà è un altro pezzo da novanta del partito, la ministra del Turismo. Le vicende giudiziarie di Daniela Santanchè continuano a preoccupare palazzo Chigi, che però si cautela con l’attesa di un eventuale rinvio a giudizio. Ma intanto la ministra ha fatto uso del suo potere per scegliere un nome di assoluta fiducia per l’Enit, ente paraministeriale su cui Santanchè può dire la sua. Anche nominando una direttrice generale, Elena Nembrini, che non ha esperienza nel settore, ma su cui la ministra può contare.
I parlamentari
Ogni poltrona occupata con il criterio della fedeltà invece che con quello della competenza rischia di riservare brutte sorprese. Ma anche coloro da cui ci aspetterebbe una certa esperienza grazie alle legislature alle spalle spesso e volentieri provocano grattacapi a Meloni e la sua cerchia più ristretta (la sorella Arianna, che ieri secondo giornali di destra e un pezzo di Fdi sarebbe obiettivo di un fantomatico complotto ordito dai magistrati e alcuni giornli, Giovan Battista Fazzolari e Patrizia Scurti).
Basta ripensare a quando Giovanni Donzelli – alla seconda legislatura – raccontava in aula informazioni riservata del Dap, oppure quando il parlamentare Emanuele Pozzolo – alla sua prima legislatura, a onor del vero – a Capodanno rimaneva coinvolto in una sparatoria. Da segnalare anche Federico Mollicone: anche il presidente della commissione Cultura non perde occasione per mostrarsi fin troppo osservante del verbo meloniano, mettendo la premier in difficoltà con le sue strampalate tesi sulla strage di Bologna.
La premier aveva parlato di una strage «che le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni neofasciste», Mollicone era arrivato a mettere proprio in discussione tutto l’impianto giudiziario dei processi per chiedere una riapertura dei casi da parte del ministro della Giustizia. Ma la sua unica legislatura di esperienza – o forse la sua carriera nei municipi romani in quota An – gli basta per continuare a essere presidente.
Per non parlare di Andrea Delmastro Delle Vedove. Già avvocato di Meloni, il sottosegretario ne infila a non finire: dalla presenza alla stessa festa dello sparo alla rissa con un sindaco meloniano. L’ultima è solo di qualche giorno fa, quando Delmastro ha pubblicato la fotografia della sua visita alla polizia penitenziaria – «non mi inchino alla Mecca dei detenuti» il sobrio rifiuto di confrontarsi con le persone recluse, oltre che con le guardie carcerarie – con in mano una sigaretta proprio al segno del divieto di fumo. Ma niente da fare, la fiducia non viene messa in discussione. Meglio prendersela con chi polemizza sul fascismo, come Andrea De Bertoldi, prontamente espulso dal partito. Di lui, per Meloni, non c’è da fidarsi.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
IUS SOLI ILLIMITATO NEGLI USA E NEL NORD, CENTRO E SUD AMERICA… TEMPERATO IN FRANCIA, GERMANIA, SPAGNA, PORTOGALLO, BELGIO, GRECIA, OLANDA E REGNO UNITO.. COME L’ITALIA SOLO I PAESI DELL’EST
Negli Usa – Per essere americani basta la nascita
Lo ius soli negli Usa è sancito dal XIV emendamento della Costituzione, che nelle prime righe recita: «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono». È uno dei principi cardini su cui si fonda la democrazia americana: chiunque nasca lì è automaticamente cittadino. L’unica eccezione riguarda i figli dei membri dei corpi diplomatici e delle eventuali forze straniere d’occupazione. Da presidente, l’abolizione dello ius soli è stato uno degli obiettivi, mancati, di Donald Trump. Il diritto del suolo illimitato è riconosciuto anche in Nord, Centro e Sud America: dal Canada al Messico, dal Brasile al Perù e all’Argentina.
In Francia – La cittadinanza arriva a 18 anni, ma se nasce da un genitore straniero che a sua volta era nato in Francia, scatta subito
La Francia riconosce il principio dello ius soli temperato, che non è un diritto acquisito (come negli Stati Uniti). A chi è nato sul territorio francese viene riconosciuta la cittadinanza al compimento dei 18 anni se sussistono due condizioni precise: il possesso di un regolare permesso di soggiorno per i genitori al momento della nascita (concessione automatica del diritto di cittadinanza) e residenza stabile in Francia per un periodo di almeno 5 anni al momento del compimento della maggiore età (concessione legata a una richiesta formale). Un bambino nato in Francia da un genitore straniero che a sua volta era nato sul territorio, è invece considerato francese di nascita
In Germania – I tempi ridotti dall’ultima riforma
Anche in Germania il principio dello ius sanguinis convive con quello dello ius soli temperato. Oltre a chi nasce da genitori tedeschi, la cittadinanza è riconosciuta a chi è figlio di stranieri purché almeno uno dei due genitori viva legalmente in Germania da più di 5 anni — erano 8 prima della riforma entrata in vigore a giugno — e abbia un diritto di soggiorno permanente.
I figli possono anche mantenere la cittadinanza dei genitori. Come Francia e Germania, lo ius soli temperato è applicato anche in Spagna, Belgio, Grecia, Portogallo e Olanda.
Nessun Paese europeo applica lo ius soli illimitato come è previsto negli Stati Uniti: l’Irlanda lo ha avuto fino al 2004 ma ha poi cambiato la Costituzione scegliendo lo ius soli temperato.
Nel Regno Unito – I «paletti» per il genitore
Nel Regno Unito le regole per il riconoscimento della cittadinanza non sono soggette a uno ius soli illimitato: è automaticamente cittadino chi nasce sul territorio britannico anche da un solo genitore che è già in possesso della cittadinanza oppure che risiede legalmente nel Paese. La cittadinanza viene riconosciuta anche dopo tre anni di matrimonio con un cittadino britannico.
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
E NELL’ARTICOLO SI CITA ANCHE IL CASO DI GIORGIA MELONI: “LA STORIA SI RIPETE? COSA È ANDATO STORTO? E POTREBBE ACCADERE CHE LA DEMOCRAZIA AIUTI LA RICOSTRUZIONE DI UN MOSTRO CHE COSTITUISCE IL SUO PIÙ GRANDE TERRORE?”
I volti di Bjoern Hoecke, Marine Le Pen e Donald Trump, e il titolo “Come inizia il
fascismo. Gli Hitler segreti”. Fa discutere in Germania l’ultima copertina del settimanale Spiegel, che anche in vista delle amministrative nei Laender dell’est, dove si annuncia una forte affermazione di Alternative fuer Deutschland a settembre, propone un’analisi sulla minaccia di una rinascita del fascismo.
E nell’articolo si cita anche il caso di Giorgia Meloni in Italia, immortalata a sua volta nelle pagine interne fra le foto di Trump, Putin e Orban. “Il ritorno del fascismo è la paura atavica della società democratica moderna. Ma ciò che a lungo suonava come un qualcosa di isterico e inimmaginabile, sembra diventato nel frattempo serio e reale”, si legge nel magazine, che poi procede a una lunga lista di esempi prima di analizzare in particolare la situazione americana.
“Le ambizioni imperialiste di Wladimir Putin. Il governo nazionalista di Nerendra Modi. La vittoria di Giorgia Meloni in Italia. La strategia di normalizzazione di Marine le Pen in Francia. La vittoria di Javier Milei in Argentina. La dominanza autocratica di Viktor Orban in Ungheria. Il comeback di FPOE in Austria o di Geert Wilders in Olanda. Afd nell’est della Germania. Il dominio autocratico di Nayb Bukele a El Salvador, passato per lo più sotto traccia ma incredibilmente determinato, dove il parlamento è stato costretto con la violenza delle armi alle decisioni. Il rischio di una rielezione di Donald Trump”.
“La questione se si rischi il ritorno del fascismo viene adesso discussa seriamente. In politica, nei media, fra cittadine e cittadini, nei thinktank, fra politologi e filosofi – continua – La storia si ripete? C’è un nuovo fascismo? Aiutano le analogie storiche? Cosa è andato storto? E potrebbe accadere che la democrazia aiuti la ricostruzione di un mostro che costituisce il suo più grande terrore?”.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
A PREOCCUPARE È L’AUMENTO DELLA POPOLARITÀ DI PERSONAGGI COME ANDREW TATE, LO YOUTUBER ARRESTATO IN ROMANIA CON L’ACCUSA DI ADESCAMENTO E STUPRO… LA MINISTRA DEGLI INTERNI YVETTE COOPER: “L’INCITAMENTO ALL’ODIO DI OGNI TIPO CREA ROTTURE E STRAPPI NELLA MAGLIA SOCIALE DELLE NOSTRE COMUNITÀ”
I laburisti di Keir Starmer, che hanno preso in mano il timone del Paese all’inizio di luglio, hanno subito annunciato nuove regole contro l’estremismo, allargando la definizione alla misoginia estrema fisica e online, che potrebbe presto rientrare tra le ideologie pericolose cui si applica la legge contro il terrorismo
Sulla scia dei violenti disordini delle ultime settimane contro profughi, minoranze e centri d’accoglienza per migranti, la ministra degli Interni Yvette Cooper ha chiesto al suo dicastero «una revisione rapida delle norme» per combattere meglio una minaccia sempre più preoccupante.
«Per troppo tempo vari governi non sono riusciti ad affrontare l’ascesa dell’estremismo online e sulle nostre strade», ha sottolineato. «Abbiamo visto un’impennata nel numero di giovani che vengono radicalizzati su Internet. L’incitamento all’odio di ogni tipo crea rotture e strappi nella maglia sociale delle nostre comunità e la nostra democrazia».
Sir Mark Rowley, commissario capo della Metropolitan Police, aveva chiesto recentemente che la violenza contro le donne fosse definita «un pericolo per la sicurezza del Paese», sulla scia di un rapporto dopo il rapimento, lo stupro e l’assassinio nel 2021 da parte di un agente in servizio di Sarah Everard, una donna di 33 anni che stava rincasando a piedi nella zona di Clapham. Rowley aveva parlato di «centinaia di migliaia» di molestatori, stupratori e pedofili e chiesto più risorse.
Dall’inizio dell’anno, sono più di 50 le vittime di femminicidio in Gran Bretagna. Sara Khan, consulente indipendente dell’ex premier Rishi Sunak e commissario contro l’estremismo per i governi di Theresa May e Boris Johnson, aveva accusato gli esecutivi di non aver fatto abbastanza: «Il nostro Paese è impreparato per quella che è una minaccia crescente e pericolosa, ci sono lacune nelle leggi che permettono agli estremisti di operare senza essere puniti».
Preoccupa, ad esempio, la popolarità online di personaggi come Andrew Tate, ex concorrente del Grande Fratello che non fa segreto della sua misoginia e che si trova in Romania con l’accusa di adescamento e stupro.
L’inclusione della misoginia tra gli estremismi che la legge considera terrorismo darebbe agli inquirenti strumenti in più: interrogatori e fermi più lunghi, ad esempio, oltre alla possibilità di congelare introiti e beni. La ministra per le donne Jess Phillips ha precisato che la proposta non rappresenta la criminalizzazione della libertà di parola: «La gente — ha detto ieri — è libera di pensare ciò che vuole ma non possiamo continuare a ignorare la minaccia che rappresenta l’odio espresso per le donne online».
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
NEI BORGHI TRA I TURISTI MORDI E FUGGI… VIA DELL’AMORE A 10 EURO, C’E’ CHI RINUNCIA
A mezzogiorno in punto nel centro di Riomaggiore la temperatura percepita sfiora i
quaranta. Si suda. Un fiume di gente arranca per la salita che attraversa il bellissimo borgo delle Cinque Terre, una salita circondata da case color pastello. Fa caldo, eppure una panchina è occupata da una famiglia, madre padre e due adolescenti. Inglese con accento americano. Tutti e quattro hanno in mano un enorme cartoccio di pesce fritto, la «specialità» delle decine di friggitorie che nel centro storico hanno preso il posto di panetterie, macellerie, negozi di frutta. «It’s extremely hot», commenta Mary Jo, la madre, il sacchetto unto che salta da una mano all’altra perché scotta. «Ma perché mangiate questo e non una pasta al pesto?», chiedo. La risposta è spiazzante: «Ma non è questo qui il piatto tipico? Pesce fritto, così credevo».
Eppure, forse, è nelle parole di Mary Jo che si annida la spiegazione dell’invasione turistica nelle Cinque Terre, ormai dibattuta da mesi: ogni giorno a Vernazza, Riomaggiore, Monterosso e negli altri borghi si riversa una quantità enorme di gente che arriva (via acqua e via terra), scatta qualche foto vista mare, affolla gli stretti «budelli» del centro, mangia un cartoccio di fritto bollente, finisce di sudare nelle stazioni dove il Cinque Terre Express accumula ritardi con puntualità londinese e, infine, quando il sole non è ancora tramontato, queste legioni di americani, tedeschi e francesi svaniscono come lacrime nella pioggia di luce occidentale.
Crociere e tour
Va di moda chiamarlo overtourism, ma Beppe, che a Manarola aveva un piccolo hotel e che oggi non ce l’ha più, preferisce il più efficace «belinata». Lui a quelli che arrivano, mangiano, sudano e se ne vanno darebbe «una sacàgna di botte, ma che ci vuole fare, oggi funziona così». Si chiama «turismo mordi e fuggi» e non si riesce a quantificare, perché ci sono i croceristi americani che arrivano il mercoledì, mentre il giovedì è il turno degli italiani e poi ci sono quelli che vengono dirottati dalla Toscana o dal Piemonte, via treno o via pullman.
«E insomma, alla fine la maggior parte di quelli che arrivano vedono sì e no il 3 per cento del territorio», dice Donatella Bianchi, presidente del Parco delle Cinque Terre, Patrimonio Unesco dal 1997 con la sua bellezza fatta di 4 mila ettari di territorio e 130 chilometri di sentieri.
Ma davvero le Cinque Terre meritano il titolo di «uno dei cinque posti al mondo dove non andare», conferito dalla coppia di influencer americani Thedorcys nel luglio scorso? Sentenza social diventata virale in poche ore: il tempo di un post su Instagram e le bellissime Corniglia e Monterosso si sono ritrovate nella lista nera assieme a Cartagena in Colombia o al Lago Atitlan in Guatemala.
Alex e Eileen (quasi 12 mila follower) sono rimasti però sconvolti dalle legioni turistiche e dal senso di claustrofobia che ogni giorno si respira nelle viuzze strette di questi borghi, un tempo villaggi di pescatori poveri e oggi reami di bistrot dai prezzi proibitivi e, naturalmente, delle friggitorie bollenti.
No, perché il Parco delle Cinque Terre merita altro. Però bisogna fare i conti con i numeri: 3,4 milioni di arrivi registrati nel 2023, quasi 2 mila in un giorno di picco. «Quelli che vengono con le crociere spesso hanno appena venti minuti per visitare un borgo», fa notare Tiziano Pavanini, ricercatore dell’Università di Genova e uno degli autori di un recente studio sul turismo in questo territorio. In venti minuti hanno appena il tempo di un selfie e di un kebab. Ed è proprio un panino alla carne che Anne e Terence Steffison, due turisti americani arrivati qui da Pisa per una escursione in giornata, hanno scelto prima di festeggiare l’anniversario di matrimonio sulla Via dell’Amore, il sentiero sul mare appena riaperto dopo dodici anni nel tratto Riomaggiore-Manarola.
Via dell’Amore
«E l’ingresso contingentato (al massimo cento persone nella via a senso unico, ndr) del sentiero — dice Bianchi — è un primo tentativo di numero chiuso: bisogna prenotarsi e avere la Cinque Terre Card, uno strumento che ti permette di prendere mezzi di trasporto, fare le visite guidate e visitare altri percorsi, avere il wi-fi e tanti altri servizi».
Non è gratis: da 7,50 a 15 euro nell’alta stagione per la giornaliera trekking e da 19,50 a 32,50 nel periodo di alta affluenza per quella treno. E in più ci vogliono dieci euro per fare la Via dell’Amore. Anne e Terence sono qui senza figli e la percorrono teneramente allacciati e senza tante remore da portafoglio, ma la famiglia di Mary Jo, quattro persone, ci ha rinunciato. Tenendo conto che una pasta (ottima, per carità) in uno dei tanti bistrot in centro a Vernazza arriva a costare anche 25 euro.
«Ma magari si fermassero a mangiare e a pernottare — sospira Massimo Giacchetta, presidente di Cna Liguria —. Il punto è che bisogna invogliarli a restare: sconti per chi pernotta, agevolazioni per chi si vuole spostare». Donatella Bianchi va oltre: «A me preoccupa vedere che dai centri storici stanno scomparendo i negozi tradizionali: questo vuol dire che tra non molto sarà impossibile vivere qui per gli stessi residenti, che d’inverno non sapranno dove fare la spesa».
E mentre arriva il via libera alla sperimentazione di droni e totem contapersone all’imbocco dei sentieri del Parco, l’espressione «numero chiuso» non è più un tabù, anzi. Non un ticket come a Venezia (in verità, la Cinque Terre Card è una forma di ticket) ma piuttosto una sorta di semaforo: attraverso un sistema di controllo digitale di arrivi, si proverà a capire quando è il caso di rallentare il flusso verso un borgo per indirizzarlo, magari, verso un altro che in quel momento ha meno presenze. «Il risultato permetterà di aggiornare i visitatori sulle zone troppo affollate e quelle meno, suggerendo itinerari alternativi», dice Bianchi.
E Valentina Figoli, coordinatrice dei Giovani Imprenditori di Cna La Spezia, fa notare che la maggior parte dei turisti in arrivo non sa nemmeno che intorno a Manarola o a Vernazza ci sono «santuari, castelli, ville, zone archeologiche: un mondo da far conoscere, da promuovere meglio». E in effetti, nessuno dei turisti francesi che ho intervistato a Monterosso conosce i luoghi cari a Eugenio Montale o le bellissime limonaie nei dintorni oppure ancora l’Eremo della Maddalena. «C’est vrai?», sgrana gli occhi Lucien quando gli dico che a pochi chilometri dal mare c’è l’area del Giurassico, una sezione di quello che milioni di anni fa era un oceano, la Tetide.
Le soluzioni
Ma, comunicazione a parte, quali potrebbero essere le soluzioni? L’Università di Genova suggerisce prenotazioni obbligatorie e ingressi a numero chiuso sul modello Machu Picchu, proprio perché parliamo di un’area molto ristretta, preziosa per la vegetazione e per la geografia. Riomaggiore ha già inserito l’affollamento turistico nel piano di Protezione civile, anche perché c’è un tema legato alla sicurezza: se una folla incontrollata si riversa su uno stretto sentiero a picco sul mare, come potrebbero fare i soccorritori ad arrivare in tempo in caso di emergenza? A Manarola (frazione di Riomaggiore) la sindaca Fabrizia Pecunia sta studiando accordi con gli operatori ferroviari per controllare gli arrivi. E si pensa di limitare la proliferazione di friggitorie e sexy shop.
Intanto è arrivato il tardo pomeriggio e il Cinque Terre Express, il treno che unisce i cinque borghi, si ferma a Monterosso annunciando che l’ultima fermata, quella di Levanto, è stata soppressa. «Fanno sempre così a quest’ora», sospira una donna che deve tornare a casa. Da Monterosso si prendono altre coincidenze, ma tanta gente che nelle Cinque Terre ci vive, si avvia rassegnata verso la banchina. Dove si resta in attesa tutti assieme: turisti, residenti, giornalisti inviati. Spossatezza, ecco la parola giusta.
(da il Corriere della Sera)
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
IL GENERALE ASPETTA IL CONGRESSO DELLA LEGA, MA INTANTO PREPARA I SUOI COMITATI… SALVINI RISCHIA DI TORNARE AL 3%
Il generale Roberto Vannacci è pronto alla scissione dalla Lega. A dirlo è stato proprio Matteo Salvini a Giorgia Meloni durante il meeting nella masseria di Ceglie Messapica dove la premier sta trascorrendo le vacanze. Mentre nel Carroccio c’è già chi lo mette all’indice. Accusandolo di aver usato la Lega come un taxi per finire a Bruxelles. E il vicepremier nei giorni scorsi si è informato «nervosamente» sui progetti del militare ed europarlamentare. La nascita del suo partito segue un disegno preciso. Con un piano, un percorso e un obiettivo. La prossima tappa sono i congressi regionali. Poi ci sarà quello della Lega. Dove potrebbe arrivare l’annuncio dell’addio. Con la benedizione preventiva di Gianni Alemanno: «Vannacci può essere un aggregatore della destra sovranista, ma prima deve chiarirsi con Salvini».
Il partito del generale
Le prime voci sul partito del generale in preparazione arrivano dalle mail inviate a Ferragosto ai simpatizzanti del suo movimento. Il presidente del suo comitato culturale Fabio Filomeni ha parlato di una «nuova avventura politica» a cui gli iscritti si sentono «pronti».
Secondo alcuni il piano potrebbe scattare già nella festa nazionale organizzata a Viterbo. E ieri proprio Filomeni ha detto che i fan del generale sono pronti a fare un partito, precisando poi (bontà sua) che però non c’è nessun golpe in preparazione.
La Stampa oggi parla con Marco Belviso, giornalista attivo in Friuli Venezia Giulia e coordinatore per il Nord-Est de “Il mondo al contrario”. «Abbiamo diviso l’Italia in sei aree, corrispondenti alle circoscrizioni per l’Europa. Ognuna ha il proprio coordinatore territoriale», dice. Poi ci sono i comitati “Noi con Vannacci”. Fondato dall’ex leghista Umberto Fusco, anche lui militare.
Il piano di Vannacci
Ma c’è anche il gruppo “Gli amici del Nord Est X Vannacci”, che ha nel simbolo il richiamo alla Decima Mas. Anche qui a muoversi è Belviso. Secondo il quale sarà decisivo il congresso della Lega: «Se, come prevedibile, vince la linea di Salvini, la vecchia guardia riunita intorno a Umberto Bossi romperà». Belviso parla di Massimiliano Fedriga e Luca Zaia per incarnare l’ala legata al «sogno federalista».
Vannacci farà da spettatore interessato. E a quel punto potrebbe partire l’Opa (ovvero l’offerta pubblica di acquisto, sul modello di quelle che si fanno per le società quotate in borsa) del generale.
«Per Salvini candidarlo è stata la mossa della disperazione. Senza i 500 mila voti di Vannacci ora la sua Lega è data al 6%. Con la scissione potrebbe tornare al 3-4%», è il ragionamento dei leghisti. Ovvero tornerebbe a quando il Capitano è diventato segretario.
I Patrioti Italiani e l’Europa Sovrana
Per il nuovo partito i nomi più gettonati sono Patrioti Italiani ed Europa Sovrana. L’operazione è organizzata da ex ufficiali ed ex militari di grado. Ma risulta attrattiva anche per i militari in carriera. Perché le critiche alla Nato e le battaglie sull’uranio impoverito sono molto popolari in quei lidi. «Dodici mila ammalati e seicento morti non sono pochi. La battaglia per la verità sull’uranio ha dato un’immagine di eroismo e nobiltà a Vannacci. Il suo progetto piace ai militari perché tra di loro c’è grande cameratismo. Sono uomini che si fidano ciecamente perché si sono coperti le spalle a vicenda e hanno condiviso la tenda», conclude Belviso.
(da la Repubblica)
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
“È UN MODO PER CONFONDERE LE ACQUE E ALZARE UNA CORTINA DI FUMO. GIORGIA MELONI È NERVOSA. NEGLI ULTIMI DUE MESI NON NE HA AZZECCATA UNA” … “TAJANI FA TANTE INTERVISTE PER DIMOSTRARE CHE ESISTE, MA NON SI METTERÀ MAI CONTRO LA PREMIER. LA VERA MINA È VANNACCI”
Matteo Renzi, lei è parte di un complotto contro Arianna Meloni?
«L’idea che io promuova complotti insieme a magistrati e giornalisti è una barzelletta che non fa ridere. Laggiù in masseria deve essersi rotta l’aria condizionata oppure alla premier deve essere andato di traverso il panzerotto».
Il direttore del Giornale, Sallusti, però indica lei come mandante.
«Gli ho chiesto di smentire perché altrimenti ci vediamo in tribunale. Tra l’altro evoca il metodo Palamara: nel suo libro con l’ex magistrato di Roma proprio Sallusti parla della mia persona come una vittima di quel sistema. Ora sostiene esattamente il contrario».
Stiamo ai fatti.
«Quelli sono semplici. Le nostre parlamentari, Maria Elena Boschi e Raffaella Paita, hanno fatto il loro dovere di esponenti dell’opposizione: hanno presentato delle interrogazioni per chiedere conto di un presunto ruolo di Arianna Meloni, la sorella della premier».
Lei pensa abbia svolto un ruolo?
§«Non lo so. Non fa parte del governo e quindi vorremmo sapere se è vero che, come ha scritto Il Fatto , ha partecipato a un vertice sulla Rai o, come affermato da Repubblica , vuol imporre una sua candidata ai vertici delle Ferrovie. È vero? È falso? Un parlamentare di opposizione fa questo di mestiere: controlla».
Sallusti ha risposto con un articolo. Non è legittimo?
«Lo è meno quando si scrive il falso».
Che idea si è fatto della vicenda?
«O in Fratelli d’Italia vedono i fantasmi oppure sanno qualcosa che noi non sappiamo».
C’è un’inchiesta su Arianna Meloni?
«Non saprei. Ma questo spiegherebbe l’attacco a freddo, sproporzionato, nei nostri confronti».
Un modo per mettere le mani avanti?
«Per confondere le acque. Per alzare una cortina di fumo».
Voi cogliete una debolezza?
«Giorgia Meloni è nervosa. Negli ultimi due mesi non ne ha azzeccata una. Ha perso le Europee. Non ha toccato palla nella composizione della nuova Commissione. Ha perso il suo riferimento in Gran Bretagna. Biden non sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. E poi c’è una difficoltà oggettiva interna».
Il governo non è saldissimo?
§«Lei dimentica la mina Vannacci. Ormai è chiaro che farà un partito, spingerà la Lega ancora più a destra. In prospettiva, alle prossime elezioni, Meloni potrebbe non avere più una maggioranza».
Come finirà con lo Ius scholae?
«Noi voteremo a favore. La destra voterà contro. Forza Italia al solito si tirerà indietro all’ultimo minuto».
Quindi non coglie una crepa nella maggioranza?
§«Per me no, è tutta una finta. Tajani fa tante interviste per dimostrare che esiste, ma non si metterà mai contro Giorgia Meloni».
Lei è tornato nel centrosinistra. Promette che vi sarà leale fino alla fine?
«Se il centrosinistra sarà quello che ha descritto Elly Schlein, senza veti e con un serio confronto programmatico noi ci saremo».
(da La Repubblica)
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Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA NUOVA VERSIONE STABILISCE CHE NON È PUNIBILE IL “MEDIATORE” CHE TRAE UN VANTAGGIO POLITICO DALLA SUA AZIONE (UNA NOMINA, PER ESEMPIO), MA SOLO QUELLO CHE NE TRAE UN VANTAGGIO ECONOMICO
Arianna Meloni come Silvio Berlusconi: perseguitata. Il paragone definitivo è arrivato direttamente dalla sorella, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, amareggiata nonostante la vacanza in masseria e il pranzo col vicepremier Matteo Salvini.
La giornata era cominciata col titolo in prima pagina del Giornale, in maiuscolo: “Vogliono indagare Arianna Meloni”. Un “retroscena” firmato dallo stesso direttore Alessandro Sallusti, che ha un ottimo rapporto con la premier di cui, dicono fonti di Fratelli d’Italia, avrebbe raccolto le preoccupazioni, aumentate dopo le accuse e le allusioni su Arianna di Matteo Renzi e dei suoi accoliti.
Giorgia Meloni ha finito per confermare: “Purtroppo – ha detto all’Ansa alle 18 – reputo molto verosimile quanto ha scritto” Sallusti e d’altronde “è uno schema visto e rivisto soprattutto contro Silvio Berlusconi: un sistema di potere che usa ogni metodo e sotterfugio pur di sconfiggere un nemico politico che vince nelle urne la competizione democratica. Hanno setacciato la vita mia e di ogni persona a me vicina senza trovare nulla”.
Sallustilascia intendere “una manovra occulta, campo in cui Renzi da sempre eccelle”. Per il direttore del Giornale […] sono “segnali che gli occhi esperti leggono come una calma foriera di tempesta”, “ovviamente giudiziaria”. Il nostro conosce pure il reato: traffico di influenze. Al suo sguardo navigato sfugge però che quella fattispecie di reato è stata modificata (depotenziata) proprio dal governo Meloni.
La nuova versione stabilisce che non è punibile il “mediatore” che trae un vantaggio politico dalla sua azione (per esempio una nomina), ma solo quello che ne trae un vantaggio economico in denaro o altra utilità.
Tant’è, l’uscita dell’articolo ha innescato una – ovviamente coordinata – raffica di dichiarazioni di dirigenti di Fratelli d’Italia: dal genero di Ignazio La Russa Marco Osnato al castigatore di Peppa Pig Federico Mollicone, passando per la ministra (lei sì, imputata) Daniela Santanchè.
Il tutto “nell’aria afosa di questa apparentemente calma estate italiana”, come la definisce Sallusti. Un clima ideale per una “cospirazione di giornalisti, politici di sinistra e magistrati compiacenti”, ha chiosato Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo FdI. A sera le dichiarazioni in serie erano oltre 30: il meloniano non riposa neanche in agosto.
(da agenzie)
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