Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
FORMALMENTE NON È OBBLIGATA A FARLO, MA VUOLE METTERE LA MAGGIORANZA DI FRONTE ALLA RESPONSABILITÀ DI SOSTENERE LA DECISIONE, TRADOTTO: MELONI VUOLE EVITARE SGAMBETTI DA PARTE DI SALVINI… URSULA HA RISPOSTO PICCHE ALLA RICHIESTA DI UN COMMISSARIO CON DELEGHE ECONOMICHE DI PRIMO PIANO
Una mossa politica, per difendere la scelta dentro e fuori dai confini nazionali. Giorgia Meloni intende portare l’indicazione del nuovo commissario europeo deciso da Palazzo Chigi in Consiglio dei ministri. Formalmente, non è obbligata a farlo, perché è lei che ha l’onere dell’indicazione.
Ma intende parlarne in quella sede, mettere la maggioranza di fronte alla responsabilità di sostenere compattamente la decisione. Si tratterebbe di un atto politico, dunque, non solo di un passaggio burocratico. Un modo per blindare il profilo suggerito a Ursula von der Leyen.
Lo farà, salvo sorprese, nell’ultima settimana di agosto, quella che si apre lunedì 26, ed è questo uno dei motivi per cui non ha ancora segnalato la decisione a Bruxelles (assieme al braccio di ferro sulle deleghe). La strategia è chiara: chiarire all’alleato leghista e alla nuova Commissione continentale che la scelta è quella, non è negoziabile, è assunta dall’esecutivo nella sua interezza e non sono graditi nella maggioranza rifiuti o smarcamenti del giorno dopo.
Non è un passaggio banale, l’indicazione del nuovo commissario. La trattativa sulle deleghe continua: le competenze su Bilancio interno e Pnrr andrebbero accompagnate – secondo Palazzo Chigi – da quelle sui Fondi di coesione, che Roma considera un utile grimaldello per scardinare l’austerità europea e assicurare un po’ di flusso di risorse utile alle magrissime casse italiane.
Il nome più forte è e resta quello di Raffaele Fitto. In fondo, il portafoglio è ritagliato su misura per lui, se von der Leyen dovesse dare il via libera all’intesa. E però, esistono alcune variabili politiche e diplomatiche che non consentono di considerare chiusa la partita.
La prima risponde al nome di Matteo Salvini. Ha fatto della sfida a Ursula una ragione esistenziale e per dare il via libera al profilo meloniano continua ad alzare il prezzo su tutti i dossier. Anche di recente ha chiesto riservatamente alla premier di allargare la rosa di nomi, includendo opzioni a lui più gradite (con Fitto ha spesso duellato, e poi il politico pugliese è capace di dialogare con Bruxelles, mentre il leader del Carroccio ha sostenuto all’Europarlamento il generale Roberto Vannacci).
Al momento, comunque, non si intravedono alternative praticabili. Non sembra esserlo ad esempio Giancarlo Giorgetti, per una duplice ragione. La prima: aprirebbe un enorme buco alla guida dell’Economia, in tempi difficili di legge di bilancio. La seconda: sembra inimmaginabile che la nuova Commissione possa dotarsi di un commissario italiano espresso da un partito iscritto a un gruppo, quello dei Patrioti, ostile a von der Leyen e fuori da ogni gioco continentale.
La premier non permetterà che l’eventuale scelta su Fitto – o sull’unica opzione alternativa percorribile o comunque meno improbabile, la direttrice del Dis Elisabetta Belloni – possa essere rimessa in discussione da Salvini un minuto dopo l’annuncio. Per questo, passerà dal Consiglio dei ministri. Vuole un’assunzione di responsabilità, a partire da Salvini. Ma c’è anche dell’altro, a giustificare questa mossa. C’è il timore che la nuova Commissione possa penalizzare l’Italia a causa della decisione meloniana di votare contro Ursula lo scorso luglio. E la voglia di blindare il profilo prescelto.
I commissari indicati dalle capitali, è cosa nota, devono superare la “graticola” del Parlamento Ue. La paura è che gli eurodeputati popolari, socialisti e liberali di Francia, Germania, Polonia, Spagna e Portogallo (le principali Cancellerie che hanno prodotto l’accordo sulle istituzioni europee) possano colpire il profiloindicato da Meloni.
La presidente del Consiglio vuole anche per questo blindare il nome prescelto. Consapevole che in ogni caso quello di Fitto è certamente tra i più digeribili, grazie al rapporto costruito con von der Leyen negli ultimi due anni da ministro e grazie alla precedente esperienza all’Europarlamento.
(da la Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
A OTTOBRE RISCHIA IL PROCESSO PER TRUFFA, MA OLTRE ALLE GRANE GIUDIZIARIE C’E’ ANCHE LA BOCCIATURA DA MINISTRA
Finita l’estate, la ministra Daniela Santanchè, dovrà affrontare le sue grane giudiziarie
anche se quelle politiche non finiscono mai, l’ultima riguarda la gestione di Enit, tra approfondimenti dell’Anac e della Corte dei conti.
Partiamo dalle indagini a carico della titolare del Turismo. Santanchè, il 9 ottobre, potrebbe andare a processo per il reato di truffa aggravata all’Inps, insieme al compagno, il presunto nobile Dimitri Kunz e altri due imputati. Una ministra accusata di aver maramaldeggiato con i soldi di tutti, forse troppo anche per il garantismo extra large che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, riserva solo agli amici.
Santanchè, per non farsi mancare niente, fa notizia anche in estate, l’ultimo guaio arriva dagli approfondimenti contabili e dell’autorità anticorruzione sulla gestione della spa che si occupa di promozione turistica.
Incarichi e consulenze
Nel novembre 2022, la ministra ha nominato amministratrice delegata di Enit, Ivana Jelinic. «Ha iniziato prestissimo la sua carriera, maturando una lunga esperienza e un background profondamente radicati nel settore», si leggeva nel comunicato che aveva accompagnato la scelta. Ora deve fare i conti con esposti e segnalazioni al vaglio delle autorità di controllo.
Partiamo dalla fine, un sollecito dell’Anac indirizzato a Jelinic, nel suo ruolo di numero uno di Enit, nel quale si legge: «Non risulta pervenuto alcun riscontro alla richiesta di informazioni di cui alla nota del 5 luglio nonostante il decorso del termine per il riscontro». Il documento, datato cinque agosto, si conclude con un promemoria relativo al possibile avvio di un procedimento sanzionatorio in caso di mancato riscontro alla richiesta.
Ma cosa chiedeva l’autorità anticorruzione? «Informazioni in relazione agli affidamenti di incarichi di consulenza e collaborazione sin dal momento della sua costituzione (…) si chiede di voler relazionare nel dettaglio sulla natura dei servizi conferiti ai vari professionisti». Dopo il sollecito è arrivata la risposta dell’ente. «Abbiamo fornito ampie e dettagliate risposte e la relativa documentazione a supporto di esse, com’è giusto che sia e in piena trasparenza e consapevolezza di aver operato nella massima correttezza», recita una nota stampa.
L’altro capitolo riguarda la Corte dei conti e, in particolare il quesito relativo alla dirigente Maria Rossi, dimissionaria dal primo gennaio 2023: «Se, nonostante le suddette dimissioni, risulti ancora in servizio, e in caso affermativo, indicarne le ragioni». Non solo, i magistrati contabili vogliono anche sapere: «Le motivazioni per le quali ha beneficiato dell’aumento della Ral da 105 mila euro a 125 mila euro, specificando la decorrenza di tale aumento». La richiesta del magistrato, Paolo Crea, risale allo scorso aprile.
Enit ha risposto e, a settembre, la procura dovrebbe decidere. Proprio Rossi figura come responsabile unica del progetto di sponsorizzare con sette milioni di euro la fondazione Milano Cortina per i giochi invernali del 2026. La determina, firmata da Jelinic, risale allo scorso dicembre quando l’Enit non si era ancora trasformata in spa, con azioni nelle mani del Tesoro e la vigilanza del ministero del Turismo.
Il Migliore e Santa Rosa
Anche la guardia di Finanza, il nucleo di polizia economica e finanziaria di Viterbo, ha chiesto informazioni, in questo caso in merito a Sandro Pappalardo, per verificare la disciplina sull’incompatibilità, cumulo di impieghi e conflitti d’interessi. Il tenente colonnello, ex assessore della giunta Musumeci in Sicilia, dal 2019 al 2022 ha ricevuto compensi da Enit e dal 2019 al 2023 rimborsi per missioni.
L’ufficiale dell’aeronautica ha dichiarato, lo scorso marzo, di non trovarsi in alcuna causa di incompatibilità, anche se sono in corso accertamenti da parte della Corte dei conti. A febbraio è stato confermato consigliere del cda di Enit, lo indicano come il veterano, Meloni di lui disse «uno dei nostri migliori dirigenti». Un fedelissimo. Di Pappalardo questo giornale si era occupato, lo scorso settembre, quando aveva svelato che il suo era tra i sette nomi di consiglieri «segreti» del ministero della Difesa, guidato da Guido Crosetto. I loro nomi non erano in nessun documento ufficiale, «non sono collaboratori o consulenti, ma consiglieri senza compenso», avevano fatto sapere dal ministero.
In quell’occasione questo giornale aveva elencato una serie di iniziative finanziate da Enit, con Pappalardo nel Cda, come il “Nastro Rosa”, un giro d’Italia in barca a vela organizzato dalla Marina Militare: solo nel 2023, con l’ufficiale già collaboratore di Crosetto, Enit ha garantito alla manifestazione 200mila euro, cifra leggermente superiore a quella degli anni precedenti: erano 118 nel 2022, appena 20mila tre anni fa. In totale sono stati stanziati oltre 400mila euro. Anche quest’anno è prevista la sponsorizzazione.
Su questa e altre iniziative hanno acceso i riflettori i pm contabili che hanno chiesto informazioni su una serie di contratti sottoscritti. L’elenco, che Domani ha letto, è lungo e comprende oltre all’iniziativa Nastro Rosa anche il «contratto sottoscritto con il sodalizio Facchini di Santa Rosa, avente ad oggetto la partecipazione alla manifestazione ‘Macchina di Santa Rosa’», ma anche lettere commerciali relative all’acquisto del sistema di sicurezza antintrusione, il servizio di fornitura di un nuovo sistema utile per la climatizzazione, il servizio di supporto specialistico all’amministratore delegato nelle sue funzioni relative alla direzione finanza amministrazione, acquisto di spazi pubblicitari su riviste.
L’acclamata
Nel cda oltre a Pappalardo c’è la presidente, Alessandra Priante, nominata lo scorso febbraio, con una lunga carriera alle spalle nel settore, fortemente voluta da palazzo Chigi per fermare il declino. Eppure la poltrona più ambita nell’agenzia nazionale del turismo è occupata da Jelinic, una carriera iniziata con la gestione di una piccola agenzia di viaggi a Perugia, poi è diventata presidente di Fiavet, l’associazione di settore, di lei ci sono operatori che ne riconoscono bravura e intraprendenza. Nel 2018 è stata «rieletta per acclamazione al secondo mandato», si legge sul sito di Enit alla voce ‘note biografiche’.
Perché del suo curriculum sul sito non c’è traccia, lo abbiamo chiesto anche all’ufficio stampa, ma senza esito. Laurea? Conoscenze lingue straniere? Informazioni non pervenute, ci dobbiamo accontentare delle note biografiche, per meglio dire agiografiche. «Ha disegnato prospettive», «Ha creato una rete», «esperta di meeting industry», «artefice di una serie di accordi decisivi», e per concludere «ha mantenuto viva l’attenzione sul tema (turismo) durante i momenti difficili della pandemia». Un finale meritevole di acclamazione. Nel periodo di gestione Jelinic c’è stato il lancio del sito Open to meraviglia, un disastro sul quale anche i magistrati contabili avevano aperto un approfondimento.
Tra gli estimatori di Jelinic non c’è solo la ministra che l’ha nominata, ma anche Gianluca Caramanna, deputato, responsabile meloniano al turismo e possibile sostituto di Santanchè in caso di rimpasto, così come il forzista Luca Squeri, che nel partito azzurro si occupa di energia. Abbiamo chiesto su ogni questione risposte all’ufficio stampa dell’agenzia, ma ci ha fatto sapere che sono stati avvisati i vertici, ma hanno deciso di non risponderci.
(da editorialedomani.it)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
IL COLONNELLO FILOMENI ASSICURA CHE IL NUOVO “CONTENITORE POLITICO” E’ PRONTO A QUALSIASI OBIETTIVO ELETTORALE
I fedelissimi di Roberto Vannacci aspettano solo un cenno del comandante per dare il via alla nuova operazione politica, ormai pronta. Lo conferma chiaro e tondo uno dei suoi collaboratori più vicini, il colonnello in congedo Fabio Filomeni, che a La Stampa non parla di un vero e proprio partito: «Il movimento culturale “Il mondo al contrario”, ispirato al libro del generale Roberto Vannacci, che ho fondato un anno fa, diventa un movimento politico».
Le vite parallele di Vannacci e Filomeni
Con Vannacci, Filomeni condivide anche la passione per la scrittura, visto che anche lui dopo aver messo da parte la divisa ha dato alle stampe, in autopubblicazione, un paio di libri. Il primo aveva proprio Vannacci come protagonista e si intitolava «Bagdad. La ribellione del generale», che parlava dei pericoli dell’uranio impoverito.
Poi è arrivato il secondo con il titolo che è tutto un programma: «Morire per la Nato?». Filomeni a modo suo aveva fatto lo stesso percorso del Generale. Al nono Battaglione d’assalto Col Moschin era il suo inquadrature. Poi Vannacci è diventato il suo comandante. Con lui ha condiviso tante missioni all’estero: Somalia, Yemen, Bosnia, Ruanda e Iraq.
La «Bibbia»
Se il movimento diventerà partito e quale sarà l’obiettivo elettorale, sarà solo dopo una decisione di Vannacci: «Dipenderà da cosa vorrà fare. Se diventeremo partito a tutti gli effetti». Per ora Filomeni dice di voler preparare per il Generale un «contenitore che darà casa a tutte le persone che lo hanno votato e che si riconoscono nei 12 capitali e i 7 principi enunciati nel libro». Una sorta di Bibbia: «Lo è – conferma Filomeni – Io conosco Vannacci da 35 anni. Ho una fiducia illimitata in lui, come ce l’ha chi ha messo una croce sul suo nome».
Nè di destra, né di sinistra, né della Lega
Sui rapporti con la Lega, Filomeni fa capire che i malumori all’interno del Carroccio sono abbastanza corrisposti dai fedelissimi del Generale: «Non abbiamo niente a che fare con la Lega di oggi, né tantomeno con quella del passato». Il Colonnello si smarca anche dall’etichetta di movimento di destra: «Sa, io sono di Livorno – spiega a Ilario Lombardo – ho amici comunisti che mi hanno detto: “Stiamo col generale”. Con il mio libro sono stato invitato sia da Casapound sia dai circoli Arci». Magari per le posizioni anti-Nato e filo-russe? Filomeni mette in chiaro: «Ecco, io non sono filorusso».
Gli altri ex militari
Pronti a sostenere il Generale nella nuova avventura politica ci sarebbe anche uno stuolo di militari in congedo. Ma Filomeni ci tiene a chiarire che l’Esercito non c’entra nulla: «Non è un caso che le dichiarazioni più prudenti sulle armi all’Ucraine e contro la Nato vengano da ex generali. Da chi ha conosciuto la guerra. Parlo di militari a riposo perché quelli in servizio non si esprimono. Sono a disposizione del governo, di qualunque colore sia».
«Rivogliamo i colonnelli»
E se qualcuno avesse in mente il tentato golpe del generale Junio Valerio Borghese, o anche “Rivogliamo i colonnelli» con Ugo Tognazzi, Filomeni assicura ridendo: «Se mi sta chiedendo se ci sarà un golpe, le assicuro che no lo stiamo preparando. Crediamo nella democrazia e nella libertà di espressione di tutti, Vannacci compreso».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
MALINCONICO E STRAFOTTENTE, SFRONTATO E INDEFINIBILE
«Io ho sempre vissuto i miei ruoli, non li ho mai interpretati». Alla fine di una carriera
fatta di più di cento film, visti secondo alcuni calcoli da almeno 130 milioni di spettatori, Alain Delon ha voluto ribadire, durante un incontro con dei futuri attori, la sua specificità, il suo non essere assimilabile a nessuna scuola o movimento (a differenza per esempio di Belmondo). Il suo essere unico.
E in effetti è impossibile immaginare che qualcuno ne possa raccogliere l’eredità, e non solo per la bellezza sfacciata e sfuggente, da cui non sai mai cosa davvero aspettarti.
Forse non lo immaginava neanche lui quando, a quattro anni, la sua famiglia piccolo borghese si dissolve e lui si trova a passare attraverso una serie di esperienze (famiglia adottiva, collegio autoritario, servizio militare, sempre vissuti come costrizione e obbligo) che hanno finito per segnare quella malinconica strafottenza, quell’indefinibile sfrontatezza, capaci di illuminare i suoi ruoli più celebri.
In tre anni, e curiosamente sempre in Italia, passa dall’immigrato schiacciato dall’onore familiare di Rocco al cinico agente di borsa che «guarda alla vita attraverso i biglietti di banca» (L’eclisse) fino al garibaldino trasformista e reazionario del Gattopardo, restando però sempre se stesso, l’uomo che prova a restare a galla, con un sorriso magari solo accennato sulle labbra, capace di uscire vittorioso dai nodi in cui si trova.
Ha mai pianto al cinema Alain Delon? Forse sì, ma non sono quelle le scene che restano in mente, quelle in cui l’attore sa dare il meglio di sé: nella mente (e nel cuore) si stampano i ritratti freddi e solitari dei suoi vilain (Frank Costello Faccia d’angelo), dei suoi arrampicatori apatici e avidi (Delitto in pieno sole), dei suoi cinici e inquieti borghesi (Mr. Klein), degli sviliti campioni di una vita provinciale (La prima notte di quiete).
Tutti ruoli dove Delon finisce per dirigere se stesso, per far emergere quella voglia di vivere che lo ha reso immortale.
La riprova, se mai ne servisse una, è arrivata quando aveva settantacinque anni e Dior lo scelse nel 2010 per la pubblicità di un profumo, riproponendo alcune immagini del suo film più popolare, La piscina, dove si intrecciavano storie personali (fu lui a imporre Romy Schneider come partner, che era stata la fidanzata ufficiale agli inizi della sua carriera) e profumi di scandalo (durante le riprese dovette testimoniare a Parigi nel processo per l’assassinio del suo ex factotum, Stefan Marković) e dove la sua immagine e la sua bellezza eclissavano il suo ruolo d’attore e di uomo.
Ancora una volta la sua immagine veniva prima dell’artista, il volto prima della persona. E viene da pensare che quella bellezza che all’inizio della sua carriera era stato il grimaldello verso il successo, poi abbia iniziato a pesare su un uomo che aveva fatto fatica a invecchiare e ad accettare che il pubblico si stesse stancando di lui (quante volte ha dichiarato di volersi ritirare dopo un flop al botteghino e quante volte si è rimangiato la parola). Come una maledizione da cui non riusciva a liberarsi e che l’ha accompagnato fino a ieri.
(da Il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
L’ATTORE NON SI CONSIDERAVA UN “SEDUTTORE”PERCHE’ “LA SEDUZIONE E’ FATTA DI CALCOLO, NON DI FASCINO”
Senza donne e senza attrici, amanti, amiche o senza sua figlia, Alain Delon sarebbe stato, sono le sue parole, solo «l’ombra dell’attore e dell’uomo» che era – il che non gli ha impedito di essere accusato in più occasioni di misoginia.
«Non era mai stato il mio sogno fare l’attore. Sono entrato nella professione e ho continuato a recitare per via delle donne e per le donne», ha scritto, all’età di 87 anni, nella prefazione al libro che ne ripercorre vita e carriera, «Alain Delon, Amours et Mémoires», citando le attrici Brigitte Auber, Romy Schneider, Nathalie Delon, madre di Anthony, suo figlio maggiore, e Mireille Darc, nonché la modella Rosalie van Breemen, madre dei suoi ultimi due figli. Per le donne della sua vita, dice, ha sempre voluto «essere il migliore, il più forte». Di sicuro è stato considerato uno dei più grandi sex simbol della storia, se non addirittura «l’uomo più bello del mondo».
Delon ha lavorato sul set anche con Jane Fonda, Annie Girardot, Claudia Cardinale, Marie Laforêt, Jeanne Moreau, Simone Signoret e Catherine Deneuve.
La prima donna importante della vita di Delon è la madre Edith, soprannominata Mounette, che lo diede alla luce nel 1935. Negli anni Cinquanta furono poi due giovani donne a metterlo sulla buona strada: la sua compagna Brigitte Auber gli presentò Michèle Cordoue, moglie del regista Yves Allégret, che sarebbe diventata anche la sua amante. Cordue, ricorderà Delon, «mi imporrà con suo marito che mi darà il mio primo ruolo in Godot (titolo originale, Quand la femme s’en mêle, 1957)».
La più appassionata storia d’amore del divo è però con una giovane attrice nata a Vienna e venuta in Francia per sbarazzarsi dell’etichetta di Sissi, Romy Schneider, conosciuta nel 1958 sul set de L’amante pura di Pierre Gaspard-Huit. L’anno successivo si fidanzano. Lui ha 23 anni, lei 20. Per cinque anni sono amanti «terribili» e «magnifici». Nel 1964, l’attore lascia Schneider per Francine Canovas (detta Nathalie Delon), che sposa (il suo unico matrimonio) e dalla quale ha un figlio, Anthony, nato lo stesso anno.
Ma un legame indissolubile continuerà a legarlo a Romy Schneider: è al suo braccio che l’attrice si stringe, devastata, il giorno del funerale del figlio quattordicenne, David, nel 1981. Quando morirà a sua volta , un anno dopo, Alain Delon le scrive: «Ti amo, mia Puppelé (bambolina in tedesco, ndr)».
L’attore, che preferiva il termine «incantatore» a quello di «seduttore» perché «la seduzione è fatta di calcolo, non di fascino», moltiplica le sue conquiste. È noto per le relazioni con la cantante Dalida, Maddly Bamy (futuro compagna del cantante Jacques Brel) e Nico, icona dei Velvet Underground, il cui figlio Ari Boulogne (nato nel 1962 e morto nel 2023), assicurò per tutta la vita di essere figlio di Delon. Una paternità mai riconosciuta dal divo francese.
L’attore ha condiviso la vita con l’attrice Mireille Darc dal 1968 al 1983. «Era la donna della mia vita» confidò quando morì nel 2017. Aggiungendo: «Senza di lei, posso andarmene anch’io». Dopo una storia d’amore con l’attrice Anne Parillaud, Delon ha vissuto, dalla fine degli anni ’80 al 2001, con l’olandese Rosalie van Breemen. La coppia ha avuto due figli nel 1990 e nel 1994, Anouchka (la sua preferita, regolarmente descritta come la «donna della [sua] vita») e Alain-Fabien. All’età di 80 anni, Delon si ritira nella sua proprietà a Douchy (Loiret) insieme a Hiromi Rollin, presentata come la sua «dama di compagnia» ma descrivendola come sua compagna. Fino a quando i figli dell’attore non l’hanno cacciata di casa nell’estate del 2023
(da il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
NEL TERRENO DELLA SUA CASA A DOUCHY HANNO TROVATO RIPOSO CIRCA 50 CANI: “TUTTA LA MIA VITA E’ LI'”
“Tutta la mia vita è lì, nelle tombe dei miei cani”. In queste parole si vede tutto l’amore che
Alain Delon aveva per i suoi quattrozampe. E nel terreno di casa sua a Douchy, nel corso della sua vita, hanno trovato il riposo eterno circa 50 cani. Ciascuno con la sua lapide, con il suo nome. Le coppie sepolte insieme. Un cimitero, per averli vicino a sé per sempre. Un luogo eterno dove lo stesso attore francese ha chiesto di essere sepolto.
Alain Delon, sex symbol dalla vita sregolata e dai tanti amori morto oggi all’età di 88 anni, ha da sempre trovato nei cani quell’amore vero e sincero che colmava la solitudine interiore con cui ha convissuto, soprattutto negli ultimi anni della sua vita.
L’attore è sempre vissuto con i cani e uno dei suoi primi quattrozampe è stata Gaia, una femmina di Dobermann. “Un giorno le ho urlato contro, le ho dato uno schiaffo sulle natiche. Lei si è seduta e mi ha guardato – racconta Delon – . L’ho vista piangere”.
Da quel giorno Delon ha capito quanto i cani siano in grado di trasmettere le loro emozioni: “Da allora ho capito tutto. Da allora i miei cani hanno sempre sorriso” ha aggiunto.
Un amore che lo ha spinto ad aiutare anche gli animali meno fortunati dei suoi: Delon è sempre stato fra i principali sostenitori delle battaglie animaliste della sua amica Brigitte Bardot. L’attore non si è tirato indietro anche dal fare gesti eclatanti: una volta ha mandato un elicottero per salvare una gattina a cui avevano strappato una zampetta. Una volta guarita l’ha accolta nella sua villa.
Nel 2009 un altro episodio che dimostra il suo grande amore per i cani: nei pressi di Perpignan, un cane randagio finisce vittima della follia crudele di una coppia – una ragazza di 22 anni e il fidanzato di 17 – che lo cospargono di benzina e gli danno fuoco. Quel piccolo Pinscher, poi chiamato Mambo, è sopravvissuto alle gravi ustioni di terzo grado sul 40 per cento del corpo grazie a diverse cure veterinarie. Il caso provocò grande sdegno e ne nacque una catena di solidarietà a cui parteciparono personaggi come il calciatore Zinedine Zidane e, appunto, Alain Delon.
Tempo dopo, quando ormai il cane si era perfettamente ripreso, l’attore si trovò di passaggio a Perpignan ed espresse il desiderio di incontrare Mambo. Il quotidiano L’Indépendant esaudì il suo desiderio e l’attore in un’intervista disse: “È stato un regalo meraviglioso” aggiungendo anche che aveva offerto i servizi del suo veterinario per curare Mambo e, in maniera provocatoria, disse anche: “Ho anche suggerito che mi mandassero quei due bastardi… che hanno fatto questo nella mia proprietà, a prendermi cura di loro!”
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
“LA TRISTEZZA E’ TROPPO INTENSA”
Aveva 25 anni Claudia Cardinale quando recitò assieme ad Alain Delon, all’epoca 28enne, nel «Gattopardo» di Luchino Visconti. Era il 1963 e da quella pellicola rimase impressa nella memoria collettiva la coppia che incantò il pubblico.
Rivivendo quelle scene, tra cui quella forse più celebre del valzer con Burt Lancaster davanti agli occhi di Delon, Cardinale ricorda così l’attore francese scomparso oggi 18 agosto: «Mi chiedono parole – risponde all’Ansa – ma la tristezza è troppo intensa. Mi unisco al dolore dei suoi figli, dei suoi cari, dei suoi fan… il ballo è finito. Tancredi è salito a ballare con le stelle… per sempre tua, Angelica».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 18th, 2024 Riccardo Fucile
A PORTARLO AL SUCCESSO “ROCCO E I SUOI FRATELLI” E IL “GATTOPARDO”
Tormentato, angelico, rivoluzionario, sbruffone, maledetto ma anche romantico e
spietato. Alain Delon è stato questo e molto altro sul grande schermo. L’attore, morto a 88 anni nella sua casa di Douchy, è stato un’icona del cinema mondiale nella sua lunga carriera, diventando negli anni 60 uno dei volti simbolo di un’epoca d’oro. Film alcuni entrati di diritto nell’olimpo del cinema mondiale come Rocco e i suo fratelli e il Gattopardo, capolavori firmati da Luchino Visconti.
All’inizio della sua lunga carriera gli furono affidati personaggi di seduttore e rubacuori. Era bello, atletico, con un sguardo magnetico. Come avvenne per i primi Fatti bella e taci di Marc Allégret (1958) o Le donne sono deboli di Michel Boisrond (1959). Ma l’incontro con René Clément, grande regista francese, cambiò il suo tragitto. Fu infatti lui a volerlo per Delitto in pieno sole (1960), mettendo in risalto il suo lato oscuro facendogli interpretare il Tom Ripley di Patricia Highsmith.
Da lì l’ascesa, resa ancora più solida grazie all’incontro con alcuni tra i più grandi registi del cinema mondiale. Nel 1960, infatti, interpreta Rocco Parondi, in Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, per il quale sarà, tre anni dopo, il principe Tancredi Falconeri nel Gattopardo, un capolavoro che lo consacra a livello internazionale, tra i più amati da cineasti come Martin Scorsese.
Negli anni Sessanta arrivano i film d’autore come L’eclisse di Michelangelo Antonioni (1963), al fianco di Monica Vitti, e storie di malavita quali Colpo grosso al casinò, dove recitò accanto al suo idolo Jean Gabin.
A metà degli anni 60 Hollywood bussa alla sua porta e lui accetta la sfida divendanto co-protagonista in diversi film (L’ultimo omicidio, Né onore né gloria, Texas oltre il fiume).
Ma nel 1967 Alain Delon arriva a una nuova svolta. In quell’anno, infatti, iniziò la collaborazione con un altro dei suoi mentori, ovvero Jean-Pierre Melville, che con Frank Costello faccia d’angelo lo trasformò in un uomo silenzioso e spietato, fornendogli un’altra maschera amata dal pubblico.
Delon per il grande regista girò anche I senza nome (1970) e Notte sulla città (1972). Più tardi replicò quel personaggio in una serie di film, due diretti da lui stesso come Per la pelle di un poliziotto, Braccato.
Diventato popolarissimo, grazie a film di grande successo come La piscina (1969), Il clan dei siciliani e Borsalino (1970) in coppia con l’altra star francese Jean-Paul Belmondo, nel 1972 Alain Delon presta il volto al professor Daniele Dominici, poeta maledetto e insegnante precario innamorato di una studentessa nella Prima notte di quiete di Valerio Zurlini. Lo stesso anno arriva un altro incontro che segnerà ancora una volta la carriera dell’attore e sarà quello con Joseph Losey, il terzo regista che, dopo Visconti e Melville, offrirà a Delon alcuni dei ruoli più memorabili in Assassinio di Trotsky e Mr.Klein.
Negli anni successi, scanditi da altri film che non gli regalarono però il successo dei precedenti, arrivano nella sua lunga lista Un amore di Swann di Volker Schlondorff (1984) e Nouvelle Vague (1990) di Jean-Luc Godard.
La sua ultima apparizione sul grande schermo è del 2008 in Asterix alle Olimpiadi, dove è uno stanco Giulio Cesare, specchio (forse) di come lui stesso ormai si sentiva.
Poi il 20 maggio del 2019 Alain Delon, il giorno dopo aver ricevuto, tra le lacrime, la Palma d’oro alla carriera a Cannes, affida all’agenzia Afp una lettera di ringraziamento al pubblico che suona come un testamento.
“Il giorno dopo questa Palma d’Oro onoraria – scrive l’attore – mi sento di ringraziare tutti coloro che in un modo o nell’altro mi hanno dimostrato il loro affetto, la loro simpatia, e non solo. Affinché il mio viaggio giunga al termine, voglio dirlo: Ho conosciuto tante passioni, tanti amori, tanti successi e fallimenti, tante polemiche, tanti scandali, vicende oscure, tanti ricordi, tanti appuntamenti mancati e incontri estemporanei, tanti alti e bassi che anche quando sono onori diventano poco più che ricordi vani e lontani, c’è solo una cosa che brillerà con la sua costanza e longevità: tu, tu solo, a te che hai fatto quello che sono, e che farai quello che sarò, dovevo dirlo; a te. Grazie, grazie, grazie!’.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Agosto 17th, 2024 Riccardo Fucile
SUI TEMI DELLA GIUSTIZIA (DALL’ABOLIZIONE DELLA LEGGE SEVERINO ALLO SVUOTA-CARCERI), COSÌ COME SULLA POLITICA ESTERA, AVANZA IL CAMPO LARGO TRA DEM E FORZISTI
Le convergenze parallele: sono quelle che si verificano sempre più spesso tra Pd e Forza Italia. Il partito guidato da Elly Schlein ha al suo interno svariate anime, da quella più radicale a quella più riformista. Più vicina al centro che alla sinistra. Gli azzurri, a loro volta, sono distanti dalle posizioni di destra estrema di Lega e Fratelli d’Italia. E dunque, finiscono per avvicinarsi ai dem.
L’ultimo caso è la legge sulla cittadinanza, ma sui temi della giustizia (dall’abolizione della legge Severino allo svuota-carceri), così come sulla politica estera, le convergenze sono frequenti.
È di questi ultimi giorni l’apertura di FI rispetto a un’ipotesi di modifica della legge sulla cittadinanza. L’idea sarebbe quella di consentire l’accesso a chi ha compiuto un ciclo di studi di 10 anni: lo ius scholae o lo ius culturae. Lo stesso che venne esaminato nella passata legislatura con una proposta di legge che si arenò alla caduta del governo Draghi.
Diverso è lo ius soli, correlato alla nascita sul territorio dello Stato che dà diritto alla cittadinanza, quello di cui Schlein ha fatto una bandiera. La legge del 1992, attualmente vigente, recepisce invece lo ius sanguinis, concedendo la cittadinanza solo a chi nasce o è adottato da cittadini italiani, o è legato a essi da matrimonio; la cittadinanza può essere richiesta dagli stranieri nati e residenti ininterrottamente in Italia fino ai 18 anni, ma solo dopo aver compiuto la maggiore età.
A settembre è attesa la mozione sullo ius soli del Pd, che ha anche depositato un progetto di legge sullo ius soli sportivo riservato agli atleti. I dem sono disponibili al confronto per allargare il sostegno all’iniziativa. E, dopo l’apertura di Forza Italia, il punto di caduta potrebbe essere proprio lo ius scholae, appoggiato anche da M5S e Avs, mentre è ferocemente contraria la Lega e per FdI la questione “non è all’ordine del giorno”.
Un voto comune tra Pd e Forza Italia c’è stato solo poche settimane fa, sulla modifica della legge Severino: in questo caso sia gli azzurri che la Lega avevano detto sì a un ordine del giorno, presentato da Debora Serracchiani al ddl Nordio, riguardante la norma relativa alla sospensione di sindaci e amministratori locali dai loro incarichi dopo una condanna in primo grado, prevedendola invece solo a sentenza definitiva (tranne che per i reati di grave allarme sociale) equiparandoli così ai parlamentari, ai ministri e ai sottosegretari.
In questi giorni Forza Italia è tornata all’attacco: vorrebbe modificare la legge, cancellando la norma relativa alla sospensione dei sindaci condannati in primo grado, ritenuta dagli azzurri “l’anticipazione di una condanna” e quindi la “negazione” del principio di presunzione di innocenza.
Nel momento di votare il decreto Carceri, il Pd ha poi cercato un terreno comune con FI su una serie di emendamenti fotocopia volti a svuotare i penitenziari. Operazione fallita, visto che la maggioranza ha serrato i ranghi e FI non si è sentita di andare allo scontro frontale con il resto della coalizione.
I dem, inoltre, erano arrivati a chiedere il voto segreto sulla legge Giachetti sulla liberazione anticipata, nel tentativo di attrarre i voti di Forza Italia. Ma poi la norma è stata rimandata in Commissione e sostanzialmente affossata.
Per quel che riguarda la politica estera, tocca a Forza Italia e Pd mantenere la posizione dell’atlantismo ortodosso. Entrambi hanno votato per Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea.
Ed erano stati proprio Peppe Provenzano e Antonio Tajani a fare da sherpa per arrivare – quest’inverno – a una mozione per il cessate il fuoco a Gaza, passata con l’astensione della maggioranza.
(da Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »