Destra di Popolo.net

ODIANO L’ISLAM E NON VOGLIONO DARE SOLDI “AI TERRONI”: E’ LA SOLITA LEGA CHE SFILA A PONTIDA

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

“L’ITALIA NON E’ UNA E NON LO SARA’ MAI”.. PER LORO L’IMPORTANTE E’ NEGARE POLITICHE ECONOMICHE E SOCIALI A FAVORE DEL SUD E DEGLI IMMIGRATI

Sono stato a Pontida, la più iconica manifestazione della Lega dai tempi della sua fondazione. La prima Pontida fu nel 1990, voluta direttamente da Umberto Bossi, oggi siamo nel 2024, ma certe idee – e alcune reliquie – non muoiono mai: qualche maglietta “Padania is not Italy” resiste ancora, anche se non la vendono più da anni.
E così, chi non l’aveva comprata vent’anni fa, oggi si è attaccato un foglio di carta su un’altra maglietta, e sul foglio di carta ha scritto: “L’Italia non è una e non lo sarà mai”. C’è anche chi rivendica direttamente di essere “bossiana”, e perciò per lei “l’Italia non esiste”. E tutto questo mentre accanto a loro, patrioti del nord, ci sono persone (e qualche pullman), arrivate direttamente dal sud per applaudire gli stessi leader che stanno applaudendo anche loro. Però meno persone arrivate dal sud, rispetto agli ultimi anni, questa è la mia sensazione. Però ci sono.
La novità di quest’anno è rappresentata dalla presenza di leader europei alleati della Lega, con cui condividono il gruppo e gli scranni all’europarlamento
È a partire da queste presenze a Pontida 2024, applauditissime, che ho cercato di capire meglio cosa ne pensassero le persone presenti. Non si è trattato, ovviamente, di un sondaggio. I sondaggi devono rispondere a requisiti di scientificità e selezione dei gruppi a cui si rivolgono le domande. Io, invece, ho camminato per la festa, avanti e indietro, semplicemente interessato a parlare con chiunque fosse disponibile a farlo di fronte alla mia telecamera. Volevo capire se conoscevano le persone ospiti sul palco, che stavano applaudendo, e in ogni caso cosa ne pensavano di alcune delle loro dichiarazioni più divisive.
Il numero di coloro che si è dichiarato in disaccordo con tutte le affermazioni che gli ho presentato, è stato zero.
Tutti avevano almeno un paio di affermazioni sulle quali concordavano con i leader europei ed extraeuropei presenti, e spesso per le altre trovavano comunque una giustificazione che oscillava tra “non è vero, non l’ha mai detto” fino a “magari ha cambiato idea la settimana dopo, tu cosa ne sai?”.
Non ho trovato neanche una persona che conoscesse i leader André Ventura (Portogallo) e Geert Wilders (Paesi Bassi), due dei leader più forti, radicali e vicini alla Lega ospiti a Pontida. Tutti conoscevano invece Viktor Orbán (capo del governo in Ungheria) e Jair Bolsonaro (ex presidente del Brasile). Nessuno, però, conosceva le loro dichiarazioni in modo preciso. Eppure ho presentato loro alcune delle dichiarazioni più famose e dibattute negli ultimi anni.
Ho ricordato quando André Ventura presentò una mozione in cui si proponeva di togliere le ovaie alle donne che avevano abortito. Oppure quando Geert Wilders urla “mai un centesimo all’Italia”, riferendosi ai fondi europei (alla faccia dell’alleato).
Oppure quando lo stesso Wilders afferma di odiare l’Islam e testualmente dice “abbiamo importato un mostro, e questo mostro si chiama Islam”. Di Viktor Orban avevo riportato le dichiarazioni contro qualsiasi manifestazione contro il governo, in quanto “antipatriottiche”, oppure quando apre alla possibilità dell’introduzione della pena di morte. Di Bolsonaro quando invitava a evadere le tasse o diceva “se vedo due gay per strada li picchio”. O anche: “Ho cinque figli. Quattro ragazzi, poi al quinto sono stato debole e ho avuto una femmina”.
Insomma, non dichiarazioni su cui fosse necessario applicare chissà quale coraggio, nel condannarle. Dichiarazioni in contrasto palese con qualsiasi legge italiana, e ovviamente in opposizione evidente alla nostra Costituzione. Eppure, nonostante questo, le condanne sono state poche, limitatissime e non rappresentative della maggioranza.
Nessuna persona, per esempio, si è chiesta “perché sto applaudendo una persona che pensa queste cose?” In fondo è anche normale, perché la Lega rappresenta, in Europa, l’alleata di ferro di questi partiti. Lei alleata a loro, e loro alleata a lei. Quando André Ventura ha urlato dal palco “la vittoria sarà nostra”, includeva nel plurale anche la Lega. Ancora più chiaro Geert Wilders , che riferendosi a Salvini ha esordito sul palco scandendo in italiano “Matteo, mio amico, ti amo!”
Da ricordare anche l’eurodeputato Roberto Vannacci, che ho sollecitato sulle stesse dichiarazioni e mi ha riposto “non mi imbarazzano per niente”. E il giorno dopo ha provato a sviare l’argomento attaccando me e Fanpage.it, ma finendo soltanto per dimostrare che aveva torto anche su Christian Raimo.
Questa è stata Pontida 2024: sempre un po’ più a destra, ma in fondo senza perdere le sue radici più profonde. C’è chi preferisce odiare le persone meridionali e chi gli immigrati, ma quasi sempre – a Pontida – scelgono di sostenere politiche economiche e sociali contro entrambi.
(da Fanpage)

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IL MINISTRO FERROVIERE E’ UN DISASTRO: ANCORA SCIOPERI, MIT IN TILT, RELAZIONI CHE LO BOCCIANO

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

L’AUTORITA’ INDIPENDENTE CHE REGOLA I TRASPORTI BOCCIA SALVINI, AUMENTANO LE ORE DI INTERRUZIONE DEI TRENI

Ministro Salvini, legga questa relazione e la metta al “chiodo”. E’ dell’Art, l’Autorità di Regolazione dei Trasporti, organo indipendente, ed è ben più dura della richiesta di condanna dei pm di Palermo. Qui non vale la difesa, “mi perseguitano”, e nessun italiano metterà una firma a suo favore.
E’ più dura perché boccia due anni di gestione Salvini, al ministero dei Trasporti, due anni che hanno visto aumentare la durata delle interruzioni ferroviarie da 17.913 ore del 2022 a 22.904 ore nel 2023.
Oggi e domani ci sarà un nuovo sciopero del personale di Fs e il governatore lombardo della Lega, il galantuomo Attilio Fontana, le telefona perché è spazientito dai ritardi di RfI, la società di Ferrovie che gestisce la rete. L’unico “chiodo” fisso dovrebbe essere il binario, l’unico chiodo fisso dovrebbe essere alleggerire la rete, che, documenta Art, è stressata “oltre la soglia dell’85 per cento”. tanto da violare il limite. Un pantografo si guasta, ma gli altri di scorta (è il caso di Roma Termini) funzionano? Ministro, sono finiti anche i chiodi.
La relazione, severissima, dell’Art, l’Autorità di regolazione dei trasporti, che “inchioda” il ministro dei Trasporti, è una relazione al di sopra delle parti. E’ a firma del presidente Nicola Zaccheo, che non è certo un pendolare di sinistra, e mette nero su nero, che c’è un problema serio, serissimo, di capacità di rete, che è già costata a Rfi, la società di Ferrovie che si occupa di infrastrutture, una sanzione. Si preferisce cercare un disgraziato con il martello scappato di mano, “il chiodo”, anziché dire agli italiani che viaggiano: “Stiamo facendo lavori importanti ed è necessario avere meno treni oggi per avere treni più sicuri e veloci domani”. Il chiodo della stazione Termini, esibito da Salvini, e che il 2 ottobre ha fermato l’Italia, va bene solo per fare scena da Massimo Giletti, su Rai 3.
Il ministro continua a dire che i treni sono in orario, ma dimentica di dire quanti treni sono stati soppressi. Ci sono cantieri in tutta Italia, ma il ministro, anziché chiedere “sacrifici” e “pazienza”, è tutto preso dalla “nastrite”, dal taglio del fiocco. I dirigenti di Autostrade e Ferrovie, caro ministro, le sorridono ma quando lei chiama pensano, e dicono ai giornalisti: “Ancora un altro cinema? Un’altra inaugurazione Tik Tok?”. Ogni volta che Salvini vuole tagliare un nastro una squadra di dirigenti deve lasciare il suo lavoro per organizzargli lo spettacolino. Troppo facile dire, “chiodo”. Questa estate i treni ad Alta velocità, e se ne sono accorti i passeggeri, si spostavano improvvisamente sulla rete a bassa velocità. Nulla di strano, si spostavano perché sulla rete venivano effettuati lavori necessari, ma se il treno dell’Alta velocità si sposta, sulla bassa, a essere penalizzati sono i treni regionali che rallentano a loro volta. Ecco perché Attilio Fontana è infuriato e lo scrive il Giornale nel dorso di Milano, il quotidiano “regale” della destra, del direttore universo, di Meloni, e prima di Berlusconi, Alessandro Sallusti. E’ la rete ferroviaria, oggi, a soffrire e lo documenta magnificamente ancora la relazione dell’Art, a pagina 9: “Una corretta assegnazione della capacità ha diretti riflessi sull’uso dell’infrastruttura, sulla adeguata programmazione dei cicli di manutenzione sulla regolarità e sulla puntualità dei servizi”. I disservizi si riversano sugli operatori ferroviari: aumentano le aggressioni e il personale sciopera. Se a chi si occupa di manutenzione si fa capire, e Salvini, lo fa capire, che ‘qui si batte la fiacca’, a pagarne è il personale che diventa il “chiodo” espiatorio. C’è poi la sicurezza dei cantieri. Lo sciopero di oggi e domani è stato proclamato come forma di protesta dopo l’incidente sul lavoro, la morte di Attilio Franzini, del 4 ottobre a San Giorgio di Piano, Bologna. Per una volta, il denaro c’è. Ci sono 40 milioni di euro del Pnrr per ammodernare la rete e Rfi li sta spendendo, ma deve spenderli, presto, entro il 2026, come chiede l’Europa.
Il problema della rete intasata è stato sollevato da Andrea Casu, deputato del Pd, in commissione Trasporti, che sta inseguendo Salvini, il ministro che, dice Casu, “prima pensava tagliare nastri e ora a tagliare teste”. E al ministero mancano le teste come sanno due dirigenti perbene, il capo di gabinetto Alfredo Storto, ed Elisabetta Pellegrini, ingegnere, che guida la struttura tecnica di missione del Mit. Perché i lavori vengono appaltati fuori? Perché al Mit c’è il blocco degli stipendi e un ingegnere per quale ragione dovrebbe accettare di lavorare al Mit a 1.700 euro al mese, ricoprire incarichi, assumere responsabilità enormi, a quella cifra? Un magistrato può fare il magistrato solo nel pubblico, ma un ingegnere può scegliere di lavorare altrove. E lo fa. Mancano perfino le teste per valutare la correttezza di un preventivo e non lo dice il Foglio, ma lo dicono i dipendenti che ci lavorano.
Salvini è un politico e i dirigenti di Rfi si domandano: il ministro perché non prende una decisione politica? La Stazione Termini è una stazione di “testa”, per ogni treno che entra deve essercene uno che esce, Tiburtina è invece una stazione “passante”, e la stazione era immaginata per far fermare l’Alta velocità. Scegliendo Tiburtina si alleggerirebbe Termini. Sarebbe una decisione da politico ed è politica usare una lingua di verità, spiegare che servono “sacrifici” anche per le ferrovie: meno corse per finire i cantieri, meno corse, ma meno interruzioni dopo. A furia di tagliare nastri si sta invece strozzando il mito del treno. Gli italiani hanno smesso di fidarsi di questo mezzo, l’unico mezzo che è rimasto a Salvini per ottenere un autentico sconto di pena. Caro ministro, sta perdendo il suo appuntamento: cerca l’assoluzione a Palermo, rischia la condanna, definitiva, al binario.
(da ilfoglio.it)

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“BASTA CON LE FORNITURE DI ARMI A ISRAELE”; MACRON PRENDE POSIZIONE CONTRO NETANYAHU DOPO GLI SPARI DELL’ESERCITO ISRAELIANO VERSO I CASCHI BLU DELL’ONU

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

S’ACCODA LA SPAGNA, NON L’ITALIA CACASOTTO CHE NON HA VOLUTO INSERIRE IL TEMA DEGLI ARMAMENTI NEL DOCUMENTO DI CONDANNA DEGLI ATTACCHI

Gli spari israeliani contro i caschi blu spingono Emmanuel Macron a prendere la posizione più dura contro Israele. Il presidente francese lancia un appello a interrompere ogni fornitura di armamenti allo Stato ebraico e la prossima settimana porterà all’attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui la Francia è membro permanente, la questione degli attacchi alle basi Unifil per ottenere la censura politica di Netanyahu.
L’Italia sostiene la mossa francese all’Onu (potrebbe chiedere di partecipare alla seduta in quanto soggetto direttamente interessato), ma rimane un passo indietro sull’altra questione, quella più spinosa degli armamenti. Mentre da Pristina, dove era a presenziare all’insediamento del generale Barduani al comando della Kfor, il ministro della Difesa Guido Crosetto si spinge oltre e chiede un cambio radicale delle regole di ingaggio della missione internazionale in Libano
È Macron a commentare per primo la notizia di nuovi “incidenti” alle basi Unifil. «Fermare la cessione di armi a Israele utilizzate a Gaza e in Libano è l’unica leva per porre fine ai conflitti», dice al termine del summit dei Paesi Med9 a Pafo, a Cipro. «Vogliamo che ciò non si ripeta, ne abbiamo parlato con Meloni e Sánchez».
Non a caso, dunque, dall’incontro cipriota esce un comunicato, firmato da Italia, Spagna e Francia, di condanna agli attacchi a Unifil, «ingiustificabili», perché costituiscono «una seria violazione degli obblighi di Israele previsti dalla risoluzione 1701 e dalle leggi umanitarie». I tre Paesi, i cui soldati costituiscono lo zoccolo duro della missione Onu, reclamano il cessate il fuoco immediato. E Giorgia Meloni anticipa uno dei temi del prossimo G7 Difesa a Napoli: «Implementeremo i nostri sforzi per rafforzare le forze armate libanesi». Le sole che, a norma della 1701, possono intervenire per smantellare i covi di Hezbollah. Cosa che però non fanno e non hanno praticamente mai fatto.
Nel comunicato non c’è però quel che sta più a cuore a Macron e Sánchez, cioè la richiesta all’Ue di fermare le forniture di armi. Da ciò che risulta a Repubblica, Meloni non ha voluto che il passaggio fosse esplicitato per evitare lo strappo definitivo con il premier israeliano. Del resto è il ragionamento ribadito a Palazzo Chigi – l’Italia ha già detto che dal 7 ottobre 2023 non dà più armamenti e munizioni. Anche se alcune inchieste giornalistiche, basandosi su dati dell’Agenzia delle Dogane e dei monopoli, riportano di un export di materiale bellico verso Israele per 2 milioni di euro nel bimestre dicembre 2023-gennaio 2024.
Nonostante la cautela, l’Italia non ha intenzione di lasciar cadere le proteste per gli spari alla base dove è acquartierata la Brigata Sassari. Crosetto ha avuto un’aspra telefonata con il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.
«Gli ho detto: cosa dobbiamo fare se succederà di nuovo? Dobbiamo rispondere?», evocando così una reazione armata contro l’Idf che le regole di ingaggio prevedono, quando l’incolumità degli operatori è a rischio. «Unifil non se ne va, e non sarà Gallant a dare ordini ai soldati di 40 nazioni».
La sua idea è allentare le regole di ingaggio per concedere più autonomia operativa ai 10.500 caschi blu: al momento non possono neppure fermare un’auto o perquisire una casa senza la presenza dell’esercito regolare libanese. Che però non c’è quasi mai (dovevano essere 15.000 militari, non sono mai stati più di 2.000), lamentando scarsi equipaggiamenti e paghe da fame
Motivo per cui Crosetto vuole aumentare il numero delle nazioni partecipanti a Unifil, irrobustire il contingente e fornire ai libanesi risorse e addestramento per permettergli di fare ciò che prevede la 1701: disarmare Hezbollah
(da agenzie)

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“CI SONO MINISTRI INADEGUATI, IO NON STO ATTACCATA ALLA POLTRONA, PORTO TUTTI AL VOTO IN PRIMAVERA, PRENDO IL 30% E TORNO ALL’OPPOSIZIONE”: TRA DOSSIER VERI O PRESUNTI, LE CHAT PIENE DI “INFAMI”, I LITIGI TRA SALVINI E TAJANI E LE DIFFICOLTA’ A PREPARARE LA FINANZIARIA

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

MELONI HA SPESSO USATO LA STRATEGIA DELLA ‘DRAMMATIZZAZIONE’ DI FRONTE ALLE DIFFICOLTÀ. MA IL SUO SFOGO È IL SINTOMO DI UN CLIMA DI NERVOSISMO, SOSPETTI E SFIDUCIA CHE ALEGGIA A PALAZZO CHIGI. E ANCHE DI UNA ‘STANCHEZZA’ DELLA PREMIER, CHE RIGUARDA LA SUA VITA PRIVATA

I dossier, veri o presunti. Le chat e la ricerca delle “talpe” nel suo partito. I litigi, continui, tra Matteo Salvini e Antonio Tajani. Errori di comunicazione, in serie, sulla legge di Bilancio che possono farle perdere consensi. Ministri che lei ritiene apertamente “incapaci” e che stanno “danneggiando il governo”.
Una serie di fatti che, anche se non collegati tra loro, fanno pensare alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni che così il suo governo non può andare avanti ancora a lungo: “Io non sto attaccata alla poltrona, porto tutti al voto in primavera, prendo il 30% e torno all’opposizione”, è stato lo sfogo che la premier ha rivolto ad alcuni dirigenti di primo piano del suo partito e del governo negli ultimi giorni, secondo quanto risulta al Fatto da due fonti accreditate a conoscenza dei colloqui.
È bene precisare che più che una minaccia reale questo sia una sorta di “avviso ai naviganti”, dentro e fuori al governo. Anche perché Meloni ha spesso usato la strategia della “drammatizzazione” di fronte alle difficoltà. Ma il suo sfogo è il sintomo di un clima di nervosismo, sospetti e sfiducia che aleggia nelle stanze di Palazzo Chigi. E anche di una “stanchezza” della premier, che riguarda la sua vita privata.
L’ultimo episodio che ha alimentato il clima di complotto a Palazzo Chigi è stata l’inchiesta di Bari su un dipendente di Intesa che spiava i conti correnti di Giorgia e Arianna Meloni, dell’ex compagno Andrea Giambruno e di mezzo governo. “Vogliono sovvertire il risultato del voto”, ha detto ieri la premier a La Stampa. Meloni da settimane pensa che ci sia un assalto, da parte anche di organi istituzionali, per colpirla.
Il clima di paranoia è aumentato dopo la pubblicazione, sul Fatto, delle chat interne a Fratelli d’Italia in cui la premier si sfogava per la fuga di notizie sull’elezione del giudice della Consulta minacciando apertamente di “mollare” per le “infamie” di chi passa le informazioni ai giornali.
Da quel momento è partita una caccia alla talpa della chat che ha coinvolto direttamente i vertici del governo e del partito: la stessa premier, il responsabile della comunicazione Giovanbattista Fazzolari fino ai capigruppo di Camera e Senato di Fratelli d’Italia.
Si sono messi a studiare i colori dei messaggi, come sono stati salvati i partecipanti, paragonandoli a fughe di notizie passate. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha minacciato un esposto in procura. A questo si aggiunge la rottura tra Meloni e alcuni suoi ministri. La premier ce l’ha con i colleghi di governo uomini.
Tra questi c’è Francesco Lollobrigida, ex cognato che si è separato da Arianna Meloni a fine agosto, che ha rapporti sempre più freddi con lei: i due si parlano solo per le questioni strettamente istituzionali. Anche con Guido Crosetto è quasi lo stesso: la notizia sulla sua assenza ai Consigli dei ministri sarebbe uscita proprio da Palazzo Chigi e i due si sono scontrati sul dossieraggio su cui indaga la Procura di Perugia e il ruolo dei Servizi segreti.
Crosetto mercoledì sera è stato convocato da Meloni e durante il colloquio la premier gli ha fatto capire due cose: in primo luogo che deve tornare a occuparsi anche dell’attività di governo e poi che non può non coordinarsi con Chigi su questioni politiche così spinose. Anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ci ha messo del suo: con due dichiarazioni in una settimana, il titolare del Tesoro prima ha ipotizzato “sacrifici” per tutti, poi ha fatto capire che nella legge di Bilancio ci sarà un aumento delle tasse sulla casa.
La premier però teme proprio di perdere consensi dopo la manovra. E quindi gli errori di comunicazione vanno evitati a tutti i costi. Così mercoledì è dovuta intervenire personalmente con un video-selfie – con faccia piuttosto furiosa – spiegando che non ci sarà alcun aumento di tasse.
Per non parlare degli alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani che a Palazzo Chigi ormai vedono come bambini litigiosi. Meloni ce l’ha soprattutto con il vicepremier forzista che non coglie occasione per distinguersi dal governo. La premier tiene d’occhio sempre ogni mossa dei Berlusconi, ormai i veri padroni di Forza Italia: il 23 ottobre Marina sarà a Roma per inaugurare la nuova Mondadori. E chissà che non deciderà di mandare qualche messaggio a Meloni.
(da il Fatto Quotidiano)

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IL MINISTRO GIULI HA RIMOSSO IL CAPO DI GABINETTO DEL MINISTERO DELLA CULTURA, BRACCIO DESTRO DI SANGIULIANO, PER “FATTI GRAVISSIMI”

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

AVREBBE PASSATO A REPORT NOTIZIA RISERVATE… POLEMICHE SUL SUO SUCCESSORE SPANO

«È venuta meno la fiducia». Inattesa, arriva la rimozione di Francesco Gilioli da capo di gabinetto del ministero della Cultura. Alessandro Giuli lo caccia. Con una pec, neanche una telefonata.
Dopo aver scoperto, confida il ministro a un esponente di maggioranza, «fatti gravissimi». Gilioli era il capo di gabinetto di Sangiuliano, nei giorni dello scandalo Boccia, che ne ha portato alle dimissioni. L’idea era sostituirlo a dicembre (in pole c’è Francesco Spano, ma sul suo nome già le prime polemiche): sarebbe tornato a lavorare da consigliere parlamentare al Senato. Poi, improvvisa, l’accelerazione. E nuovi veleni a via del Collegio Romano.
Ecco il sospetto: infedeltà. Gilioli sarebbe stato scoperto a fornire, secondo quanto sostengono alcune fonti, informazioni alla trasmissione tv Report. Informazioni sia su Sangiuliano, sia sul successore Giuli. Secondo altre indiscrezioni sarebbe stato anche ascoltato nei giorni scorsi dai magistrati – ma non c’è alcuna conferma ufficiale – sulla vicenda della consulenza saltata a Maria Rosaria Boccia, allontanando da sé ogni responsabilità.
Forse qualcosa di più si capirà nei prossimi giorni. Ad oggi, quel che è certo è che la decisione di Giuli è stata repentina e lo stato d’animo del ministro parecchio irritato. Tanto che Gilioli avrebbe avuto notizia della rimozione via posta elettronica certificata, mentre era in ospedale al fianco della madre: non un messaggio o una chiamata.
È l’ennesima coda al veleno dell’affaire Sangiuliano-Boccia. Una vicenda nella quale il nome di Gilioli, considerato vicino al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, compare perché citato diverse volte nell’esposto in procura dell’ex ministro: «Le mie perplessità (sulla nomina di Boccia, ndr) sono dimostrate – scrive il giornalista – da un messaggio inoltrato il 9 agosto a mezzo whatsapp al capo di gabinetto Francesco Gilioli: “per quel consigliere da nominare tieni fermo. Ne parliamo a fine agosto”».
Sarebbe stato il capo di gabinetto a esprimere perplessità «circa incongruenze del curriculum e l’eventualità di conflitti d’interesse per pregresse attività di Boccia».
Mentre il lavoro di indagine sull’ex ministro prosegue, Giuli con la cacciata di Gilioli segna l’atto di discontinuità più forte, nella gestione del Collegio Romano, da quando è entrato in carica.
Come nuovo capo di gabinetto si fa il nome di Francesco Spano. Segretario generale della fondazione MAXXI fin dai tempi della presidenza di Giovanna Melandri, ha continuato a svolgere quel ruolo con Giuli, guadagnandone la stima. Spano è un estraneo rispetto al potere meloniano: allievo di Giuliano Amato, ha guidato sotto il governo Renzi l’Ufficio nazionale antidiscriminazione (Unar). Almeno fino al 20 febbraio 2017, quando ha dovuto comunicare le dimissioni all’allora sottosegretaria Maria Elena Boschi, perché coinvolto in un’inchiesta delle Iene che lo accusava di aver versato 55mila euro a un’associazione Lgbtq+, che però in realtà gestiva – secondo l’inchiesta – sesso a pagamento.
Quella polemica, ironia della sorte, scatenò le ire di Giorgia Meloni, con la leader di FdI in prima linea per chiedere le dimissioni di Spano: «Non un euro in più delle tasse degli italiani deve essere buttato per pagargli lo stipendio», tuonava.
Di sicuro, non hanno dimenticato la vicenda gli esponenti dell’associazione Pro Vita, che ha lanciato una petizione contro una nomina che «rappresenta uno schiaffo a tutti i valori che il governo di centrodestra dovrebbe rappresentare». Non le migliori premesse per la scelta di Giuli.
(da agenzie)

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IL GOVERNO A CACCIA DI PARLAMENTARI PER IL VOTO ALLA CONSULTA, ANCHE LA SENATRICE GRUPPONI CONFERMA: “MI HANNO CERCATA”

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LA CAMPAGNA ACQUISTI PER RINFORZARE LA MAGGIORANZA

«Sì, mi hanno cercato. E in tanti anche». C’è anche Naike Gruppioni, deputata eletta con Azione e oggi tra le file di Italia Viva tra i parlamentari corteggiati dal centrodestra per rimpolpare le fila della maggioranza in vista del voto per il giudice della Corte costituzionale. Nei giorni scorsi, Matteo Renzi ha accusato il presidente del Senato Ignazio La Russa di essere andato a pranzo con la deputata Dafne Musolino per provare a convincerla a cambiare casacca. «L’ho preso da parte e gli ho detto che non si fa. Non possono andare a prendere uno per uno i nostri», ha detto l’ex premier in aula. Tra i parlamentari corteggiati dai partiti di governo c’è anche Gruppioni, che però precisa: «Io non sono ancora andata a pranzo con nessuno».
La «campagna acquisti» di La Russa
La premier Giorgia Meloni ha raggiunto l’accordo con i partiti della maggioranza per far entrare alla Consulta il professor Francesco Saverio Marini, attuale consulente giuridico di Palazzo Chigi. Una mossa che ha suscitato l’ira delle opposizioni, che speravano in un dialogo per arrivare a un nome in grado di accontentare tutti. Per assicurarsi i voti in parlamento, scrive oggi Repubblica, Fratelli d’Italia ha iniziato una vera e propria campagna acquisti di deputati e senatori. Dietro questa operazione ci sarebbe proprio La Russa. Sarebbe lui, scrivono i giornalisti Antonio Fraschilla e Giovanna Vitale, ad aver convinto Mara Carfagna, Mariastella Gelmini e Giusi Versace a lasciare Azione e avvicinarsi a Noi Moderati.
E quella di Tajani
Nel frattempo, Forza Italia non resta certo a guardare. E il vicepremier Antonio Tajani, leader di partito, è già riuscito a sfilare all’ex Terzo Polo i deputati Giuseppe Castiglione, Enrico Costa e Isabella De Monte. Ora il titolare della Farnesina starebbe corteggiando Gruppioni, scrive Repubblica, mandando in avanscoperta il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli.
(da agenzie)

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CONSULTA E TRATTATIVE, RENZI QUERELA IL PORTAVOCE DI LA RUSSA

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

IL TENTATIVO DI CONVINCERE LA SENATRICE MUSOLINO (ITALIA VIVA) A VOTARE PER MARINI

Matteo Renzi non molla la presa. Ieri ha annunciato di aver dato mandato ai suoi legali di procedere «in sede civile» contro il portavoce di Ignazio La Russa «per le espressioni false e diffamatorie contenute nel comunicato sull’incontro tra il presidente del Senato e Dafne Musolino».
Il leader di Italia viva, quindi, non ha affatto intenzione di lasciar cadere le accuse che la senatrice di Iv ha mosso contro La Russa, reo, a suo dire, di averle offerto di passare in maggioranza per conquistare un voto in più per la votazione di Francesco Saverio Marini alla Corte costituzionale. Il portavoce del presidente del Senato aveva negato l’accaduto e l’altro ieri, dopo che Renzi aveva denunciato il fatto, aveva diffuso una nota durissima contro l’ex premier: «Mente, sapendo di mentire».
Non è nello stile di Renzi fare finta di niente, anche perché, spiega ai suoi, «si sta parlando della seconda carica dello Stato che fa campagna acquisti». E anche Musolino non demorde. Ieri, durante L’Aria che tira, su LA7, la senatrice di Italia viva ha ribadito la sua versione dei fatti: «Sono ancora sbalordita per aver ricevuto questa offerta irricevibile. C’è stato da parte di La Russa un approccio diretto per verificare la mia disponibilità a fare un passaggio a Fratelli d’Italia». E ancora: «Che questa offerta sia stata fatta è indiscutibile, poi è normale che quando si fanno queste proposte azzardate si cerchi di ridimensionarle, ma ci sono i testimoni». Ma al di là dello scontro tra l’ex premier e il presidente del Senato, resta sul tappeto, con tutti i suoi problemi, il tema dell’elezione dei membri della Corte Costituzionale.
Questa settimana il voto su Francesco Saverio Marini, consulente di palazzo Chigi sulla riforma del premierato, si è risolto in un buco nell’acqua. Il centrosinistra ha scelto l’Aventino, facendo mancare il numero legale, ma l’idea di continuare su questa strada non convince tutte le forze politiche di opposizione. Renzi si è schierato a favore dell’Aventino. I suoi, però, lo descrivono alquanto perplesso. Carlo Calenda, uno che dice pane al pane e vino al vino, osserva: «Non voteremo mai un nome senza accordo complessivo, ma è chiaro che l’Aventino non può essere un sistema di opposizione continuo. Ho visto rivendicarlo in giro con paradossali richieste di Aventino perenne contro i fascisti. Il che dimostra tra l’altro una scarsa conoscenza della storia, avendo l’Aventino favorito la definitiva transizione del fascismo verso un regime dittatoriale».
Le prossime votazioni per la Consulta non si terranno prima del 22 ottobre. Questo lasso di tempo potrebbe servire a superare lo stallo. Nel frattempo, infatti, c’è un lavorio sotterraneo di trattative, perché il rischio è che da dicembre la Corte non sia più in grado di funzionare. Per questa ragione, nelle ultimissime ore, nella maggioranza si fa strada l’ipotesi di insistere su Marini, mettendo però in votazione anche gli altri tre membri mancanti. E inserendo in questa terna un indipendente e un costituzionalista di vaglia, di area Pd, come Stefano Ceccanti.
(da agenzie)

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PIANTEDOSI ANNUNCIA LA PROSSIMA APERTURA DEL CENTRO IN ALBANIA, MA LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA POTREBBE GIA’ BLOCCARLO

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

DAL RISCHIO STOP ISTANTANEO ALLA DENUNCIA PER DANNO ERARIALE: LA CORTE EUROPEA HA DEMOLITO I PRESUPPOSTI SU CU SI BASA, I “PAESI SICURI” TALI NON SONO

“Noi contiamo di partire dalla prossima settimana, realisticamente le prime persone verranno portate già la prossima settimana nei centri in Albania. Non ci saranno tagli di nastri”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, intervenendo alla festa de Il Foglio.”I centri sono analoghi a quelli fatti sul territorio nazionale, sono di trattenimento leggero. Non c’è filo spinato, c’è assistenza, non sono Cpr. Tutti possono fare richiesta di protezione internazionale e ottenerla in pochi giorni”. Centri che, come anticipato da Repubblica, la Corte di giustizia europea potrebbe però bloccare ancor prima dell’apertura.
Perché i Centri in Albania potrebbero rivelrasi un flop
L’operazione infatti, mediatica per il governo Meloni, potrebbe avere seri e immediati contraccolpi: dal rischio stop istantaneo alla denuncia per danno erariale. Perché, giuridicamente, il protocollo Albania è diventato inapplicabile dopo che, la scorsa settimana, una sentenza della Corte di giustizia europea ha di fatto demolito il presupposto su cui si basa.
La definizione, cioè, di Paese sicuro affibbiata al luogo di provenienza dei migranti a cui possono essere applicate le procedure accelerate di frontiera. Una sentenza a cui i giudici di tutta Europa e i governi degli Stati membri sono tenuti a conformarsi.
I giudici del Lussemburgo, infatti, hanno stabilito che per essere giudicato sicuro un Paese deve esserlo in ogni sua parte di territorio e per qualsiasi categoria di persone, senza alcuna eccezione.
La sicurezza al centro della questione
Ed è proprio la definizione di “sicuro” il nodo della questione. Il criterio con cui la Farnesina, a inizio d’anno, ha ritoccato la lista di 22 nazioni di provenienza dei migranti prevede invece che “la designazione di un Paese di origine sicuro può essere fatta con l’eccezione di parti del territorio o di categorie di persone”.
Illegittimo, dice ora la Corte di giustizia europea. E a scorrere la lista, praticamente nessuno dei Paesi da cui provengono migranti che attraversano il Mediterraneo avrebbe più i requisiti per essere ritenuto sicuro: non di certo la Tunisia, né l’Egitto e neanche il Bangladesh da cui quest’anno è arrivato il maggior numero di richiedenti asilo e che, nelle schede della Farnesina, sono indicati proprio come “Paesi sicuri ad eccezione di alcune parti di territorio e per alcune categorie di persone”. Di fatto, a ben guardare la lista, solo chi arriva da Capo Verde (e quest’anno si contano sulle dita di una mano) potrebbe essere soggetto alle procedure accelerate di frontiera.
(da La Repubblica)

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DIECI ANNI DI ALARM PHONE: 8.000 LE IMBARCAZIONI SOCCORSE

Ottobre 12th, 2024 Riccardo Fucile

LA LINEA DI EMERGENZA PER MIGRANTI IN PERICOLO IN MARE HA SALVATO DECINE DI MIGLIAIA DI ESSERI UMANI

Dieci anni fa, un gruppo di attivisti decise di rispondere a un drammatico bisogno di soccorso nel Mediterraneo, lanciando Alarm Phone, una linea di emergenza per migranti e rifugiati in pericolo in mare.
Questo servizio, operativo 24 ore su 24 e gestito interamente da volontari, si propone di salvare vite e denunciare le omissioni di soccorso da parte delle autorità marittime. Alarm Phone è oggi un’ancora di salvezza per migliaia di persone che affrontano il viaggio pericoloso verso l’Europa, spesso a bordo di imbarcazioni sovraffollate e precarie.
Quando un’imbarcazione si trova in difficoltà, i passeggeri possono contattare Alarm Phone, che fornisce assistenza immediata. Grazie all’uso di telefoni satellitari, il team di volontari raccoglie informazioni cruciali: la posizione della barca, le condizioni a bordo e l’urgenza della situazione.
Questi dati vengono poi trasmessi alle guardie costiere competenti, sollecitando un intervento rapido. Allo stesso tempo, Alarm Phone documenta ogni emergenza sui suoi canali social, mettendo pressione pubblica sulle autorità affinché agiscano.
In dieci anni di attività, Alarm Phone ha risposto a oltre 8.000 chiamate di emergenza, aiutando più di 200.000 persone. Questi numeri impressionanti raccontano di un’iniziativa che, pur affrontando enormi sfide, ha contribuito a salvare innumerevoli vite.
Nonostante ciò, molte operazioni di soccorso arrivano troppo tardi, e purtroppo nel Mediterraneo si continuano a registrare morti tragiche.
Nel solo 2023, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha stimato che più di 1.500 persone sono annegate nel Mediterraneo centrale, una delle rotte migratorie più letali al mondo.
Il lavoro dei volontari di Alarm Phone è tanto gratificante quanto estenuante. Ogni giorno, si trovano a gestire situazioni di estrema emergenza, con barche in avaria, imbarcazioni sovraccariche e passeggeri in preda al panico.
I turni, che coprono 24 ore, sono organizzati in turnazioni di otto ore e coinvolgono volontari provenienti da diverse parti del mondo, tra cui Marocco, Tunisia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Svizzera, Italia e Spagna. Grazie alla diversità linguistica dei volontari, Alarm Phone è in grado di rispondere in diverse lingue, inclusi arabo, francese, inglese, italiano e tedesco.
L’impatto di Alarm Phone va oltre il semplice coordinamento dei soccorsi. L’organizzazione è diventata un’importante fonte di documentazione delle violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo. Molti incidenti sarebbero rimasti nascosti senza le loro segnalazioni in tempo reale, sollevando questioni fondamentali sulla responsabilità delle autorità marittime.
Le testimonianze raccolte hanno contribuito a denunciare pratiche illegali come i respingimenti e l’omissione di soccorso, attirando l’attenzione mediatica e sollecitando cambiamenti nelle politiche migratorie.
Negli anni, Alarm Phone ha anche evidenziato un dramma meno visibile ma altrettanto tragico: le morti nel deserto del Sahara. Secondo l’ONU, più persone muoiono nel tentativo di attraversare il Sahara che nel Mediterraneo, rendendo questa rotta una trappola mortale per i migranti.
Nonostante le difficoltà e i limiti, l’importanza di Alarm Phone non può essere sottovalutata. In un contesto globale sempre più caratterizzato da politiche migratorie restrittive e disumanizzanti, l’iniziativa rappresenta una forma concreta di solidarietà.
Come affermano i volontari: “La solidarietà è l’unica forma di umanità in questo mondo brutale”.
Nel decimo anniversario della sua fondazione, Alarm Phone si impegna a continuare la sua missione, consapevole che ogni chiamata potrebbe significare la salvezza per chi si trova in balia del mare.
(da agenzie)

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