Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
LE SITUAZIONI PEGGIORI SI REGISTRANO OVVIAMENTE IN QUEL SUD ITALIA ABBANDONATO A SE STESSO: IN SICILIA, CAMPANIA E CALABRIA OLTRE IL 35% DELLA POPOLAZIONE È A RISCHIO POVERTÀ CONTRO UNA MEDIA EUROPEA DEL 21.4% – NELLA CLASSIFICA DI EUROSTAT IL NOSTRO PAESE È DAVANTI SOLO A BULGARIA E ROMANIA
La povertà in Italia non solo è al suo massimo storico: 5,7 milioni di persone, di cui 1,3 milioni di minori. Ma persiste tra le generazioni. Si eredita, meglio e più dei patrimoni. Il riscatto sociale non si innesca dalle nostre parti.
Tante le cause. L’abbandono precoce degli studi. Il lavoro intermittente, mal retribuito, in settori a basso valore aggiunto come servizi e commercio. La nascita di uno o più figli. L’affitto di casa. La nazionalità straniera.
Lo racconta, da anni, Istat. Lo testimonia ogni giorno la Caritas. Lo ripete anche Eurostat che colloca l’Italia terza dopo Bulgaria e Romania tra i Paesi Ue che registrano adulti tra 25 e 59 anni nel bisogno come quando avevano 14 anni: il 20% nella media Ue, il 48% a Sofia, il 42% a Bucarest, il 34% a Roma dal 31% del pre-Covid. Poveri da bambini e ragazzi. Poveri da grandi, come genitori o coppie.
I numeri, relativi al 2023, non devono sorprendere. Specie se messi a specchio con gli altri, sempre di Eurostat, sull’Italia ultima per occupazione di diplomati e laureati (67 contro 83%), i più protetti dal rischio povertà. Se fanno fatica loro, figuriamoci i meno istruiti.
Non a caso il 72% dei beneficiari del vecchio Reddito di cittadinanza non aveva neanche il diploma di scuola media. Tantissimi senza quello delle elementari. Il basso o assente titolo di studio e la nascita di un figlio sono tra le principali cause di povertà. Il governo di destra non se ne preoccupa.
Ha abolito il Reddito, sostituendolo con l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro. Le famiglie coperte sono state dimezzate a neanche 700 mila. Escluse quelle in affitto e quanti, per età, sono sulla carta “occupabili” perché sotto i 60 anni. La social card da mezzo miliardo del ministro Francesco Lollobrigida manca il bersaglio. Perché va a famiglie non poverissime, con Isee doppio rispetto a quelle el Reddito e dell’Assegno di inclusione.
Il 34% dei poveri adulti italiani lo erano anche da adolescenti, dunque. Solo il 14,4% ha peggiorato la propria condizione, dopo un’infanzia tranquilla. In Spagna queste due percentuali sono 23 e 16,6. Peggio in Grecia (26 e 15). Solo in Danimarca si equivalgono, anzi i poveri solo da adulti sono poco sopra agli altri.
In Francia siamo a 14,4 e 12,4: la forchetta stretta racconta una dinamica più naturale nella trasmissibilità della povertà che ha quasi una stessa probabilità di derivare dal disagio o meno della famiglia di origine. Quello che non succede all’Italia, con ben venti punti di distanza, contro otto della media Ue (20 e 12,4%). Una divaricazione che parla di disagio profondo.
(da agenzie)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
I PAESI DELL’UE SONO RESPONSABILI DI UN TERZO DEL MANCATO GETTITO FISCALE
L’Europa è il “paradiso dei paradisi fiscali“. Svizzera, Olanda, isola di Jersey, Irlanda e
Lussemburgo sono infatti tra i primi dieci Paesi al mondo “amici” di multinazionali, grandi imprese, ricchi professionisti, affaristi e malavitosi che vogliono evadere il fisco. Lo riporta FiscoEquo in un articolo a firma di Luciano Cerasa. I paesi dell’Unione europea sono responsabili di un terzo del mancato gettito fiscale.
La situazione, rispetto al 2021, è peggiorata “grazie”, si fa per dire, all’Irlanda che è entrata nella top ten dei paradisi fiscali. Lo Stato, già considerato un “paradiso” non ha infatti cambiato le proprie leggi anti-abuso fiscale, motivo per cui è rimasto indietro rispetto ad altri paesi.
In testa alla classifica mondiale restano le Isole vergini britanniche, seguite poi dalle Isole Cayman e da Bermuda al terzo posto. Già al quarto troviamo poi uno stato europeo, la Svizzera, seguito da Singapore, Hong Kong, Olanda e Jersey. La new entry Irlanda è al nono posto, mentre il Lussemburgo al decimo. E l’Italia? Il Belpaese si trova alla 29ma posizione della classifica su 70 Paesi che offrono agevolazioni fiscali a non residenti, preceduta da Panama e seguita da Curaçao.
Il nuovo Corporate tax haven index, tramite il quale è possibile stilare la classifica, è stato compilato dall’organizzazione non governativa Tax justice network, che da anni monitora le giurisdizioni fiscali di tutto il mondo e ne valuta gli effetti sull’economia. Secondo gli esperti dell’organizzazione, due terzi delle violazioni fiscali che vengono realizzati ogni anno nel mondo sono commessi da multinazionali che trasferiscono i loro profitti all’estero.
Secondo lo studio di Tax justice network attraverso i primi dieci paesi della classifica transita il 44,6% degli investimenti esteri diretti effettuati dalle multinazionali nei 70 Stati monitorati. Si tratta di fondi “fantasma” che transitano senza lasciare impronte nei conti degli Stati di provenienza e di destinazione. Tax justice network ha calcolato che le 70 giurisdizioni considerate nel Corporate tax haven index rappresentano l’86,67% di tutti gli investimenti diretti esteri globali. Gli Stati Uniti hanno la quota più grande con il 13,5%, seguiti dai Paesi Bassi con il 9,6% e dal Lussemburgo con il 7,6%.
I primi tre paesi della classifica, cioè le Isole vergini britanniche, le Cayman e Bermuda restano i peggiori alleati per le casse pubbliche degli altri paesi. I tre paradisi fiscali hanno infatti ottenuto i peggiori punteggi possibili in tutti i 18 indicatori utilizzati.
Le isole vergini britanniche e le Cayman non prevedono imposte sulle imprese mentre Bermuda prevedono una leggera tassa minima che si applica solo alle imprese che fanno parte di una multinazionale con almeno 750 milioni di euro di fatturato consolidato.
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 29th, 2024 Riccardo Fucile
LO SCANDALO DEI DOSSIERAGGI: SI TRATTA DI TRAFFICI DI INFORMAZIONE GESTITI DA PRIVATI PER SODDISFARE INTERESSI ILLECITI E RICATTI
La parola dossieraggio costella la storia della Prima Repubblica e tutt’ora sappiamo poco su come e quanto ne abbia determinato le vicende. Ma quelli erano dossier costruiti e gestiti da uomini dello Stato con la giustificazione (o l’alibi) della Guerra Fredda.
Il dossieraggio dei tempi nuovi, il dossieraggio della Equalize, dei bancari in apparenza innocui, degli hacker capaci di bucare il ministero della Giustizia o la Tim, non può nemmeno ammantarsi di quel sottile velo di ipocrisia.
Sono traffici di informazioni gestiti da privati per soddisfare interessi di cui abbiamo appena percepito le dimensioni e l’appetito: l’ultima inchiesta ruota intorno a ottocentomila rapporti tratti dalle banche dati delle forze dell’ordine, compresi documenti di interesse per la sicurezza nazionale, compresi leak sulle massime cariche dello Stato.
Dobbiamo per forza immaginare che questa enorme massa di accessi illegali abbia avuto committenti o sia stata comunque giudicata commerciabile perché utilizzabile a fini di ricatto.
E dobbiamo per forza chiederci: come è possibile fare politica, governare ma anche fare opposizione, nell’era dei dossieraggi 2.0?
È una domanda che è stata a lungo elusa. Mentre il mercato delle spiate si sviluppava, cresceva, arruolava ex-poliziotti di prestigio, manovalanza con accesso agli schedari di ogni istituzione della sicurezza, l’attenzione della politica è rimasta fissa (stavolta sì, in modo ossessivo) sulle intercettazioni giudiziarie, la branca più sorvegliata e di sicuro più attentamente regolata delle «intromissioni» nelle nostre esistenze. Lì agisce un potere dello Stato.
Lì ci sono regole, autorizzazioni da dare e avere, persone che ne rispondono, e tuttavia almeno da un paio di decenni è solo di questo che si parla, solo su questo si legifera e si agisce. Il resto, la vasta attività di intelligence privata e senza controllo, o è sfuggita ai radar oppure, ed è l’ipotesi più grave, è stata protetta perché giudicata una risorsa in casi di necessità.
I nomi coinvolti nell’affaire milanese e la loro vasta cerchia di relazioni ci dicono che questa seconda possibilità è concreta. Fornivano un servizio aberrante ma di qualità e interessante per molti. Non solo informazioni vere e segrete ma anche dossier falsi, false chat screditanti, false disavventure giudiziarie all’estero, secondo lo stile più classico di «quelli di prima» che con gli stessi sistemi depistarono gli eventi più tragici della notte della Repubblica.
Ma è proprio il paragone con i vecchi tempi, e la consapevolezza del costo che ha avuto per la nostra vita democratica, a obbligare le classi dirigenti e i partiti a una riflessione. Mezzo secolo dopo gli archivi illegali del Sifar di Francesco De Lorenzo o dell’Ufficio I di Umberto D’Amato, vent’anni dopo i veleni di Pio Pompa, un anno dopo il caso di Pasquale Striano e a pochi giorni da questo nuovo ed enorme affaire Equalize, denunciare genericamente i dossieraggi (magari pensando che prima o poi torneranno utili) non basta più.
Bisogna configurare ogni raccolta dati illegale e ogni costruzione privata di dossier, a qualsiasi titolo eseguita, come un reato di prima classe, un atto potenzialmente eversivo, un modus operandi in conflitto con l’essenza stessa della democrazia oltreché dannoso per singoli che ne sono colpiti, ben oltre le blande e confuse norme dell’attuale codice penale.
Serve, insomma, un collettivo sussulto civico oltre le parti, che troppo spesso hanno agito a corrente alternata sul tema, scandalizzandosi quando colpiva gli amici e minimizzando quando colpiva «gli altri».
Fare politica liberamente, decidere, nominare, criticare o difendere una scelta, sotto la potenziale spada di Damocle dei dossier 2. 0 è impossibile per tutti. Tutti dovrebbero prenderne atto e agire finalmente di conseguenza.
(da La Stampa)
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Ottobre 28th, 2024 Riccardo Fucile
A GENOVA, CITTA’ DOVE E’ SINDACO, BUCCI VIENE STACCATO DA ORLANDO DI 9 PUNTI, CHI LO CONOSCE NON LO VOTA… IL PD PRIMO PARTITO VOLA AL 29%, FDI DIMEZZA I VOTI DELLE EUROPEE DI POCHI MESI FA… ORLANDO PERDE GRAZIE AI GRILLINI (COME AL SOLITO) CHE SONO RIMASTI A CASA DOPO AVER IMPEDITO AI RENZIANI DI FARE UNA LISTA CIVICA… E’ ORA DI FINIRLA DI BLANDIRE I CITTADINI CHE SI ASTENGONO (54% DI ASTENUTI): ORA VI PAGHERETE LE VISITE MEDICHE DAI PRIVATI E SE SARETE PIU’ POVERI SARANNO CAZZI VOSTRI
Con circa 550.000 voti espressi, la partita in Regione Liguria si è decisa per circa 6.000 voti di
distacco tra Bucci e Orlando, circa l’1% (48,6% contro 47,5% quando sono state scrutinate oltre il 90% delle sezioni). Il tutto dopo ore di continui ribaltamenti di fronte e con Orlando spesso in testa.
Sintetizziamo: Bucci viene sconfitto nella provincia di Spezia di 5 punti percentuali, perde clamorosamente a Genova, città di cui è sindaco con 9 punti di distacco da Orlando, perde anche in provincia di Genova e si impone nel Savonese solo con il 3% di vantaggio.
Vince grazie alla provincia di Imperia che gli garantisce un divario del 25% grazie all’apporto di Claudio Scajola, sindaco di Imperia, eterno ras del Ponente ligure.
Ma vediamo i risultati dei partiti.
Vince sicuramente il Pd di Elly Schlein che arriva a sfiorare il 29% guadagnando altri 3 punti rispetto alle Europee in Liguria di pochi mesi fa e diventando il primo partito in Regione.
Reggono bene Avs e Calenda (6,2% e 1,7%), crolla il M5S che scende dal 10% al 4.6%. Come al solito quando si tratta di votare un candidato non loro se ne stanno a casa. Per non dire del contributo allo sfascio dato da Beppe Grillo con continue polemiche che ha fatto rimanere a casa molti elettori grillini sconcertati.
Dopo aver impedito a Orlando di far aderire alla coalizione i renziani che si sarebbero accontenati di una lista civica senza il loro simbolo, i primi a tradire sono stati loro (come avevamo ampiamente preventivato)
Calenda ha portato circa 9.000 voti, una cifra simile avrebbe portato una lista “renziana” ( Bucci ha vinto per meno voti), ma qualcuno ha preferito perdere, un film già visto.
Quanto ai liguri astensionisti (ha votato solo il 46%) sarebbe ora che i politici, invece di stare sempre a “giustificarli”, dicessero chiaramente: “chi tace è complice, poi non venite a lamentarvi se dovete pagare la sanità privata o non vi potete curare, cazzi vostri”.
Urge terapia d’urto, i politici “non sono tutti uguali”, siete voi che siete tutti uguali nella vostra ignoranza delle regole democratiche. E allora tenetevi le opere utili solo a chi ci guadagna, le funivie ridicole, le liste d’attesa di un anno, le feste di capodanno elargite al popolino con i soldi pubblici.
Tra pochi mesi si voterà per il nuovo sindaco di Genova: mi raccomando state a casa, così potrete favorire l’erede al trono giè investito da Bucci e Toti.
Per fortuna c’e’ una parte sana della città che ha dato uno schiaffone a Bucci facendolo perdere nella città che male amministra, una figura di merda per il neo presidente non avere il consenso dei genovesi.
Perchè la morale di queste elezioni è semplice: chi lo conosce non lo vota.
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Ottobre 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE, EX ISCRITTO AL MSI, FA A PEZZI IL NUOVO RESPONSABILE DELLA CULTURA… “MELONI E’ UN’AMICA MA NON LA PENSO COME LEI: IO SONO SOCIALMENTE DI SINISTRA, PER LA PALESTINA E ANTI-NATO”
Il professor Franco Cardini è uno storico e un saggista. È stato iscritto al Movimento Sociale Italiano dal 1953 al 1965. E quindi nessuno può tacciarlo di sinistrismo.
In un’intervista a La Stampa oggi spiega che ha letto il curriculum del nuovo ministro della cultura del governo Meloni. E di Alessandro Giuli ha capito una cosa: «Ha buoni rapporti di amicizia con familiari della presidente».
Perché Giuli «è un signore di quasi 50 anni che si sta laureando dopo un lungo letargo, chissà, forse la nomina gli ha dato una febbre culturale». Mentre il discorso sulle linee programmatiche è «il classico giochetto di quando un semicolto sfoggia un lessico giudicato difficile – quindi “colto” – davanti ad altri semicolti», dice a Francesca Schianchi.
Il curriculum di Giuli e l’amicizia con Arianna Meloni
Cardini prosegue spiegando la raffinatissima tecnica di Giuli e di quelli come lui: «Ci mette parole impegnative per sembrare meno semicolto di loro. È una tecnica che noi insegnanti conosciamo da decenni».
D’altro canto, spiega lo storico, si può parlare di destra e cultura «se si ha una inclinazione al sadomasochismo». Perché secondo lui questo governo «soffre di un handicap congenito: è segnato dalla sua discendenza, sia pure lontana, da un partito esplicitamente neofascista». Meloni, che è «una donna intelligente e competente», questa radice «la conosce, e sa di avere i fucili puntati contro. Deve sapere anche che ogni sua nomina sarà passata ai raggi X. Dovrebbe avere il coraggio di puntare alla qualità e al merito. Invece resta nel suo pollaio che è – con qualche eccezione – un deserto».
Il deserto culturale della destra italiana
Su Giuli l’analisi di Cardini è impietosa: «Dico che il suo curriculum presenta aspetti di debolezza e che non lo definirei esattamente un uomo di cultura. Ci sono a disposizione persone di valore che potrebbero collaborare con questo centrodestra». Per esempio, dice, il suo amico Ernesto Galli della Loggia, che «sta scrivendo un libro sulla città di Roma. O Carlo Ossola, che presiede l’Istituto Enciclopedia italiana: io una telefonata gliel’avrei fatta. Probabilmente avrebbe detto di no, ma perché non provare?». Lui invece si chiama fuori: «Stimo Giorgia, un’amica, le voglio bene. Sa che, come avversario acerrimo della Nato, filomusulmano e socialmente parlando comunista, non potrei mai accettare».
L’egemonia culturale
Cardini dice che l’egemonia culturale si cambia «lavorando sul piano culturale, ma forse mancano gli strumenti. Per esempio, quando hanno tirato fuori la pensata di fare una mostra sul Futurismo, se fossi un membro dell’élite di Fratelli d’Italia avrei detto loro: ma già siamo nell’occhio del ciclone perché ci accusano di essere eredi del neofascismo, ma è il caso di fare una mostra sul futurismo? ». Forse era meglio farne una «sulle conseguenze della decolonizzazione, un processo a come è degenerata l’etica dell’Occidente, per cui siamo andati in giro per il mondo a portare cultura e democrazia ma mai benessere. O sullo sviluppo dell’estetica nel secolo della crisi delle religioni». E ancora: «Mi viene in mente quando, ai tempi di Berlusconi, la destra volle fare una mostra su D’Annunzio. Se la destra va al governo e fa mostre su Tolkien e D’Annunzio, rischia di dare l’impressione che sa suonare solo una tastiera».
(da La Stampa)
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Ottobre 28th, 2024 Riccardo Fucile
LA PRIMA PARTITA DA CHIUDERE: TROVARE UN NUOVO CAPO DI GABINETTO, DOPO LA CACCIATA DI FRANCESCO GILIOLI E I NOVE GIORNI DI SPANO. PER IL POSTO SAREBBE STATA CONTATTATA CRISTIANA LUCIANI, MOGLIE DI LUCA SBARDELLA, DEPUTATO DI FDI. MA L’AVVOCATA NON HA DATO LA PROPRIA DISPONIBILITÀ
La notizia arriva nel tardo pomeriggio, quando mancano poche ore alla puntata di Report che
da giorni fa tremare le mura del Collegio Romano: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Cultura Alessandro Giuli si sono visti per un lungo pranzo domenicale. Circa tre ore.
Da Palazzo Chigi filtrano poche informazioni.
La scelta delle parole punta con cura a blindare la posizione del ministro: l’incontro è stato «conviviale e sereno», precisa lo staff della premier, i due «sono stati bene», hanno mangiato e poi discusso «del programma del ministero per i prossimi tre anni». Per i prossimi tre anni. L’orizzonte temporale – la fine della legislatura – viene ripetuto e sottolineato.
Il messaggio della presidente del Consiglio è chiaro: Giuli non va da nessuna parte.
Dopo le rassicurazioni della sorella Arianna Meloni a La Stampa («Fratelli d’Italia sostiene il ministro»), la premier tenta di archiviare in fretta la settimana che ha portato l’inquilino del Collegio Romano sull’orlo del precipizio: le dimissioni del capo di gabinetto Francesco Spano, i veleni interni al partito, le liti avvenute davanti agli occhi dei giornalisti, le voci sul neo-ministro già esasperato e tentato dal passo indietro. Meloni ha percepito un rischio reale e ha cambiato strategia.
Fino a mercoledì scorso, il giorno delle dimissioni di Spano, aveva fatto di tutto per tenersi fuori dalla vicenda: «Non me ne sono occupata, non ho incontrato Giuli».
Ma lo stillicidio quotidiano ha continuato ad alimentare la frana e la leader di Fratelli d’Italia è scesa in campo personalmente per mettere al sicuro il neo-ministro.
Non a caso, lo ha fatto nello stesso giorno in cui Report ha mandato in onda una lunga inchiesta sulla crisi del ministero della Cultura negli ultimi mesi, dalla gestione Sangiuliano alle grane del successore:
Meloni vuole far capire che bisogna andare avanti, pensare alle cose da fare. Tante, perché il Collegio Romano è congelato da mesi, sospeso nel tempo dell’incertezza fra uno scandalo e l’altro, un ministro e l’altro.
La lista è lunga. Secondo un approfondimento del Sole 24 ore, al momento, un terzo dei musei autonomi – 21 su 67 – è senza direttore. Fra questi, ci sono siti di massima rilevanza: il Parco Archeologico del Colosseo, il polo accorpato della Galleria dell’Accademia e di Musei del Bargello a Firenze, il Museo archeologico nazionale di Napoli, il complesso che raggruppo Pantheon e Castel Sant’Angelo e il Complesso Monumentale della Pilotta a Parma. I tempi sono lunghi, ogni bando richiede almeno sei mesi. La situazione rischia di trascinarsi fino a metà del prossimo anno.
E poi ci sono gli effetti collaterali della lunga gestazione della riforma sul tax credit: il settore è rimasto bloccato per mesi, i decreti attuativi sono arrivati meno di dieci giorni fa. Al ministero stimano che il ritardo abbia fatto perdere a Cinecittà il 60 per cento delle produzioni solo da gennaio a giugno 2024. Nel frattempo, anche il MiC deve versare il proprio obolo alla manovra: un 5 per cento di tagli su 3, 5 miliardi, un bilancio già piccolo rispetto agli altri dicasteri.
La prima partita da chiudere sarà quella delle nomine all’interno del Collegio Romano. Il ministro ha una scadenza indicata da Palazzo Chigi: non più tardi di dicembre. La priorità è trovare un nuovo capo di gabinetto, dopo la cacciata di Francesco Gilioli e i nove giorni lampo di Francesco Spano. Per il posto sarebbe effettivamente stata contattata Cristiana Luciani, che lavora Garante della Privacy ed è moglie di Luca Sbardella, deputato di FdI. Ma l’avvocata non avrebbe dato la propria disponibilità, secondo fonti del ministero della Cultura. E come lei, altri funzionari si starebbero tenendo alla larga dal ruolo, intimoriti dalla velocità con il quale sono stati bruciati i predecessori.
Di certo, per ora, più che un programma Giuli ha cominciato a definire un manifesto: «Vorrei smettere di dire che c’è un centro di ricchi e una periferia di poveri senza cultura, – ha detto in un’intervista su Rai Radio 3 – fare in modo che tutti possano occuparsi di cinema, spettacolo e arti sapendo che non ci può essere diaframma ideologico in questi temi e, soprattutto, vorrei abbassare la conflittualità». A chiudere, una nota auto-ironica, una risata accennata: «Quindi probabilmente fallirò».
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2024 Riccardo Fucile
PAZZALI CHIEDEVA NOTIZIE SUL GIRO DI LETIZIA MORATTI, AVVERSARIO ALLA REGIONE DI ATTILIO FONTANA… “DOMANI”: “ADESSO GIORGIA MELONI, CHE PARLA DA MESI DI COMPLOTTI DEI MEDIA E DELLA SINISTRA, CHIEDERÀ ALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA DI SENTIRE RONZULLI E SANTANCHÈ, PURE LEI CITATA NELLE CARTE?”
«Dossieraggio illegale, anche per conto e nell’interesse di appartenenti al mondo politico». Ai pubblici ministeri della procura di Milano è chiaro lo “scopo associativo” del gruppo che dagli uffici di via Pattari avrebbe prelevato migliaia di informazioni da banche dati strategiche. «Ricattare, estorcere, condizionare gli avvenimenti politici», scrive chi indaga.
Non mancano nelle oltre mille pagine dell’atto di accuse dei pubblici ministeri riferimenti ai “clienti” politici, ossia partiti o singoli esponenti, della presunta associazione a delinquere. Un dato quest’ultimo che emerge dalle intercettazioni captate tra il presidente della Fondazione Fiera, Enrico Pazzali, e il “super poliziotto” Carmine Gallo, entrambi legati alla Equalize srl, al centro del fascicolo d’indagine.
«Mi controlli un nominativo di una signora che mi ha girato Forza Italia?», chiedeva il manager meneghino all’ex ispettore. Solo più tardi Pazzali rivelerà che ad avergli chiesto l’informazione in questione sarebbe stata la senatrice forzista Licia Ronzulli, berlusconiana di primissimo piano, fino all’avvento di Antonio Tajani la più vicina al Cavaliere. «Mi arriva, mi arriva dalla Ronzulli, mi fa un po’ paura», prosegue ancora Pazzali. Il report che sarebbe stato richiesto verte, pertanto, su tale «Simona Gelpi, di Autogrill».
Lo scopo di Pazzali è anche capire se Gelpi abbia avuto coinvolgimenti «in qualche roba con Berlusconi». «No, no, no, non ha mai fatto nulla da giovane, si è sempre occupata di comunicazione», precisa Gallo che dice pure di esserne certo perché possiede un rapporto completo sulle cosiddette “olgettine”.
Perché dunque Ronzulli avrebbe chiesto informazioni sulla donna? A questo giornale la senatrice, una volta contattata, mostra subìto un certo nervosismo: «Siete dei cialtroni», è la prima parte del suo commento. Solo dopo in qualche modo fa una mezza ammissione: «E se avessi chiesto di controllare sarei stata a conoscenza degli illeciti commessi? No. Ho saputo della cosa ieri dai giornali», aggiunge.
A ogni modo l’uso delle informazioni illecitamente raccolte serve anche per ottenere «notizie sul conto dei competitors politico-economici dello stesso Pazzali e di soggetti politicamente legati a quest’ultimo».
Un esempio? Attilio Fontana, governatore leghista della regione Lombardia, vicino al manager di Fondazione Fiera. Così vicini che è lo stesso Fontana a richiamare Pazzali a Milano e promuoverlo al vertice della Fondazione dopo che aveva lasciato Fiera di Milano spa coi bilanci in rosso.
A ottobre 2022, Pazzali aveva contattato Gallo con un obiettivo: voleva «acquisire eventuali notizie pregiudizievoli sul conto di qualcuno dei componenti del Consiglio Direttivo di Lombardia Migliore che, anche attraverso il sito “lombardiamigliore.it”, promuove la candidatura di Letizia Moratti quale futuro Presidente della Regione Lombardia».
Il manager chiedeva, insomma, notizie contro gli avversari di Fontana. E in particolare, si legge nella richiesta dei pm, cercava informazioni su Marco Tizzoni. Tizzoni è l’ex leghista che presentò a Milano l’esposto in cui era adombrato il sospetto che l’Associazione Maroni Presidente «fosse stata tenuta nascosta ai consiglieri dovendo servire quale soggetto occulto di intermediazione finanziaria in favore della Lega o di terzi».
Un report, in altre parole, quello contro Moratti che allo stesso tempo avrebbe potuto colpire il “grande accusatore” del partito del Carroccio. In un altro caso relativo a un altro dossier da confezionare, Pazzali lasciava intendere che la richiesta arrivava direttamente dal governatore Fontana: «Attilio mi chie…Fontana mi chiede». I pm però scrivono che al momento non c’è alcuna prova dell’«effettivo coinvolgimento» del presidente.
(da Domani)
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Ottobre 28th, 2024 Riccardo Fucile
GIULI CHIEDE AIUTO DALLA PREMIER CONTRO GLI “ASSALTI” DEL SUO “GENIO” FAZZO, IL PARAGURU DEL “PENSIORO SOLARE” NON CI PENSA PROPRIO DI DIVENTARE UN BURATTINO IN MANO AL SOTTOSEGRETARIO … ARRIVA IL COMPROMESSO: L’EREDE DI SPANO SARÀ PESCATO IN UNA ROSA DI ALTISSIMI FUNZIONARI DELLO STATO, “TERZI” RISPETTO AI DUE CONTENDENTI, MA COMUNQUE DOVRÀ RICEVERE L’AVALLO DI PALAZZO CHIGI
Un pranzo in famiglia. Per restituire il senso di un legame antico. Lanciare un messaggio
chiaro ai naviganti: Alessandro Giuli non si tocca. Chi, dentro e fuori Fratelli d’Italia, pensava di farlo fuori dovrà fare i conti con lei. Con Giorgia Meloni in persona. Che dopo la blindatura della sorella Arianna, è scesa direttamente in campo per far quadrato intorno al ministro della Cultura, notificare ad amici e avversari che la copertura di Palazzo Chigi è totale.
Senza distinguo. E se ai piani alti del governo c’è qualche sottosegretario che ancora storce il naso, contrario sin dal principio alla sua nomina e poi entrato in assetto di guerra, dovrà farsene una ragione.
Un paio d’ore. Tanto è durato «l’incontro conviviale» fra la presidente del Consiglio e il successore di Gennaro Sangiuliano. Ufficialmente per parlare delle iniziative e dei progetti in cantiere al Mic da qui alla fine della legislatura, in realtà per sciogliere i nodi che tengono in stallo uno dei dicasteri più strategici, quello della rivoluzione culturale vagheggiata dal partito di maggioranza relativa. Primo fra tutti, la squadra, che Giuli ha ribadito di voler scegliere in piena autonomia: «Non accetterò alcuna forma di commissariamento », ha ripetuto all’amica premier.
Chiedendo aiuto contro gli “assalti” di Giovanbattista Fazzolari, il di lei braccio destro, che il ministro sospetta in combutta con il capo della segreteria tecnica al ministero, Emanuele Merlino, per metterlo sotto tutela. Controllarlo. Piazzandogli accanto un capo di gabinetto di loro fiducia, anziché sua.
Meloni prova a spiegargli che dopo il brutale licenziamento di Francesco Gilioli e lo scivolone su Francesco Spano, dimessosi dopo dieci giorni a causa di una feroce campagna condotta dalle associazioni pro-vita e dei forti malumori interni a FdI, non si può più sbagliare. Ma Giuli è categorico. Non intende fare il re travicello.
Finisce con una sorta di mediazione: il vertice degli uffici di diretta collaborazione sarà pescato in una rosa di altissimi funzionari dello Stato, “terzi” rispetto ai due contendenti, ma comunque dovrà ricevere l’avallo di Chigi. Stavolta il neo-ministro non potrà fare di testa sua.
(da La Repubblica)
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Ottobre 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE SI STA SMANTELLANDO: LA MANOVRA PREVEDE SOLO 1,3 MILIARDI PER LA SALUTE, CHE SERVIRANNO A MALAPENA A FINANZIARE I NUOVI CONTRATTI DEL PERSONALE…LA MELONI DICE “NON SONO MAI STATE STANZIATE COSÌ TANTE RISORSSE SULLA SANITÀ”, MA È SOLO PROPAGANDA. E MEDICI E INFERMIERI SCENDONO IN PIAZZA
Con la legge di bilancio 2025, l’articolo 32 della Costituzione rischia di essere ancora una volta tradito. L’universalismo, l’uguaglianza e l’equità del nostro Sistema sanitario nazionale saranno ulteriormente minati dalla manovra che, al di là dei proclami di Giorgia Meloni – “non ci sono mai state così tante risorse sulla sanità” – stanzia fondi assolutamente insufficienti secondo tutte le principali associazioni di categoria.
Alle Regioni resteranno solo due opzioni: o tagliare altri servizi garantiti ai cittadini o alzare le tasse, aumentando l’addizionale Irpef. Il 20 novembre, lo sciopero nazionale di 24 ore di medici, infermieri e professionisti sanitari, proclamato dai sindacati Anaao Assomed, Cimo-Fesmed e Nursing Up, servirà a far rendere conto a decisori politici e cittadini cosa vuol dire vivere in un Paese in cui non esiste più la sanità pubblica.
I professionisti sanitari incroceranno le braccia per 24 ore e si ritroveranno a Roma per una manifestazione a cui sperano possano partecipare anche tanti cittadini.
“Protestiamo per il diritto alla salute di tutti”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Pierino Di Silverio, segretario nazionale di Anaao Assomed. “Per questo invitiamo i cittadini con noi in piazza, speriamo si possa instaurare un rapporto di complicità. Ci fermiamo per un giorno per non fermarci per sempre”.
Dopo gli annunci iniziali che parlavano di risorse complessive superiori ai 3 miliardi, la manovra prevede per la sanità solo 1,3 miliardi, sufficienti a malapena a finanziare i rinnovi dei contratti del personale.
“Già in condizioni di normalità le risorse stanziate sarebbero insufficienti. Nell’emergenza in cui viviamo non sono solo inique, sono inutili, soprattutto perché sono diluite negli anni”, commenta Di Silverio.
In ogni caso, secondo Anaao, indipendentemente dalla quantità di fondi stanziati, la finanziaria non affronta le priorità del Ssn: “Non si investe sui professionisti, né sull’integrazione della medicina del territorio con quella ospedaliera, né c’è la volontà di ammodernare il Sistema o renderlo più credibile agli occhi del cittadino. Non c’è traccia di norme sulla depenalizzazione dell’atto medico, né risorse per riorganizzare la sicurezza dei professionisti sanitari”, elenca Di Silverio. “L’unica a uscire trionfante da questa manovra è la sanità privata”.
Come sottolineato anche da un’analisi della Fondazione Gimbe, le risorse stanziate non consentiranno di mettere in pratica il piano straordinario di assunzioni di medici e infermieri di cui avrebbe bisogno il Ssn e che il ministro Orazio Schillaci aveva promesso. Né tantomeno permetteranno di eliminare il tetto di spesa per il personale sanitario, contrariamente a quanto previsto dal decreto legge sulle liste di attesa.
Ma “il piano di assunzioni sarebbe stato comunque inutile”, commenta Di Silverio. “I concorsi già oggi si fanno ma vanno deserti. Prima bisogna rendere appetibile la professione, valorizzare chi sceglie di lavorare nel pubblico. Invece otteniamo solo aumenti di stipendio risibili”. Il riferimento è all’indennità di specificità medica sanitaria inserita nella manovra: nel 2025, 17 euro netti al mese per i medici e 14 euro per i dirigenti sanitari; l’anno successivo, 115 euro per i medici e zero per i dirigenti sanitari. Ma ancora peggio è andata agli infermieri, i professionisti sanitari che più scarseggiano nel nostro Paese.
Nelle loro tasche entreranno (forse) circa sette euro nel 2025 e 80 nel 2026. L’uso del “forse” è d’obbligo perché, come specifica il presidente di Anaao Assomed, le indennità, sia per i medici che per gli infermieri, arriveranno soltanto dopo la firma dei contratti nazionali validi per il triennio 2025-2027. Contratti la cui discussione, nella migliore delle ipotesi, comincerà tra due anni. Prima, infatti, le parti sociali dovranno firmare il contratto nazionale precedente, quello del triennio 2022-2024, che scadrà tra poco più di due mesi e su cui ancora non c’è accordo.
Senza assunzioni sarà impossibile ridurre il carico di lavoro dei dipendenti e migliorare le condizioni, oggi proibitive, di chi opera negli ospedali. “Ogni anno il Mef, con i suoi burocrati, continua a mettere tagliole alla sanità. Mentre i soldi per altro si trovano sempre. Penso, negli ultimi due anni, a Telecom o al mondo del calcio”, commenta Guido Quici, presidente di Cimo-Fesmed […]: “È una presa in giro aumentare di tre euro le pensioni minime e poi costringere le fasce più povere della popolazione a spendere centinaia di euro per visite mediche private e analisi altrimenti inaccessibili nella sanità pubblica”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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