Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI AGRIGENTO CHE SALI’ A BORDO DELLA NAVE: “CHIUDERE I PORTI A DEI DISPERATI NON HA NULLA A CHE FARE CON UNA SERIA LOTTA AI TRAFFICANTI DI ESSERI UMANI”
Lungi dal commentare una sentenza le cui motivazioni non sono state ancora depositate e nella quasi certezza che le motivazioni della stessa saranno sorrette, sia in punto di fatto che in diritto, da una loro intrinseca ed inappuntabile coerenza, ciò che mi spinge a scrivere queste righe – non senza esitazioni e nella piena consapevolezza di espormi a critiche e censure – è l’amara constatazione che il contrasto all’immigrazione clandestina a partire dal 20 dicembre scorso non sarà più lo stesso.
Non sarà più quello che, pur nella severità dei controlli dovuti per la sicurezza nazionale, ha contraddistinto l’Italia come un Paese di accoglienza rispettoso del diritto delle genti e del mare, dei trattati internazionali e della Costituzione repubblicana.
Va ricordato, infatti, che la Costituzione, memore di essere stata l’Italia una terra di migranti e di perseguitati politici, afferma in modo netto il diritto di asilo e riconosce, come ripetutamente affermato dal Giudice delle Leggi, in determinate situazioni, la protezione umanitaria internazionale.
Questa amara considerazione non ha nulla a che vedere con le ragioni giuridiche che hanno spinto i giudici di Palermo, al termine di un processo che nonostante il clamore mediatico è stato celebrato secondo le regole del giusto processo e nel pieno rispetto dei diritti e delle prerogative dell’imputato, ad assolvere l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini, ma si fonda sull’uso distorto e propagandistico che di tale sentenza da più parti si sta operando.
La Corte costituzionale e la Corte di cassazione, in conformità alle pronunzie della Corte europea dei diritti dell’uomo, hanno più volte affermato che il contrasto all’immigrazione clandestina non possa prescindere dal rispetto degli human rights, dei fondamentali diritti alla vita e alla salute, dal riconoscimento del diritto alla presentazione ed un serio esame di una istanza di asilo o di protezione umanitaria internazionale.
Gli stessi giudici hanno affermato che il rispetto dei trattati internazionali, sottoscritti dall’Italia sul dovere di salvataggio in mare, prevale sulle indicazioni amministrative di contenimento dell’immigrazione clandestina.
E ancora, più volte, è stato autorevolmente sentenziato che “porto sicuro” per i migranti che provengono dal mare non è un semplice posto dove essere messi in salvo, ma il luogo più vicino al punto di salvataggio dove gli stessi possono avere riconosciuti i loro diritti fondamentali, articolando con una valida assistenza legale le loro istanze di protezione internazionale e di asilo.
L’amarezza nasce invece dalla vulgata secondo cui, d’ora in poi, per difendere i confini nazionali sarebbe legittimo imporre fantasiosi quanto impraticabili blocchi navali, ordinare alle navi delle Ong di percorrere, dopo pericolosi e sfiancanti salvataggi in mare, migliaia di miglia nautiche per raggiungere un porto sicuro scelto dall’autorità nazionale secondo estroversi disegni elettoralistici del momento, negare ai migranti il diritto alla corrispondenza telefonica con i loro cari, imporre loro pesanti cauzioni in denaro, ritenere aprioristicamente senza una valida istruttoria, assistita e in contraddittorio fra le parti, che si provenga da un Paese ritenuto, con una sorta di presunzione iuris et de iure, “sicuro”, chiudendo loro le porte del Paese che pure riconosce un ampio diritto di asilo a chi fugge da persecuzioni, discriminazioni politiche, sociali, religiose, razziali o sessuali.
Queste mie amarezze non sono frutto della fantasia di un giurista di parte, che per sgombrare il campo non appartiene ad alcuna corrente o congrega, ma si fondano su diverse e ripetute sentenze della Corte costituzionale e della Corte di cassazione e sulle stesse prudenti parole del Presidente della Repubblica.
Potrei in questa sede citare sentenze e numeri di repertorio ma a nulla varrebbe a fronte della forza mediatica del dispositivo di assoluzione della sentenza di Palermo.
Nel piatto di questa mia amarezza si potrebbe aggiungere che il fenomeno migratorio in Italia è in decrescita, non ha la virulenza di altri Paesi dell’Unione Europea e che, dati alla mano, non costituisce l’unico problema d’ordine pubblico del nostro Paese.
Un Paese, l’Italia, che a parte le complesse problematiche delle periferie delle grandi città metropolitane, riesce ad assorbire i flussi migratori, a impiegare preziosa mano d’opera in settori produttivi poco appetibili ai sempre numericamente inferiori cittadini italiani e che ha bisogno dei contributi previdenziali dei lavoratori stranieri per garantire le pensioni alla popolazione nazionale che invecchia sempre più velocemente.
Una concreta politica sociale e di integrazione, peraltro, sarebbe in grado di contenere i riflessi negativi di una immigrazione irregolare molto più efficacemente dei denari spesi per le c.d. esternalizzazioni (leggasi trasferimento coatto dei migranti verso Paesi terzi) che non solo i giudici italiani ed europei hanno ritenuto illegittime ma che perfino la Supreme Court inglese ha ritenuto illegittima richiamandosi al principio di non-refoulement sancito dalla Convenzione di Ginevra e dalla Corte europea dei diritti umani.
Mi rendo conto, peraltro, quanto impopolari siano queste mie osservazioni, che hanno la forza del diritto e, mi sia permesso, anche la forza dell’etica politica, in un mondo che sempre più spesso usa un linguaggio violento che riprende temi che ritenevamo la storia avesse cancellato per sempre.
In un Occidente democratico, che ha posto le sue aspettative di pace post-belliche sulla Convenzione dei Diritti dell’Uomo e sulle altre Carte sovranazionali, sentire il più importante degli uomini politici statunitensi parlare impunemente di volere porre in essere «la più grande deportazione di massa» mette i brividi e ci riporta alla mente le composte file di ebrei, di oppositori politici, di zingari, di omossessuali, o soltanto di soggetti ritenuti diversi, avviati verso i campi di concentramento nazisti o verso i gulag sovietici.
Così come il giurista, già esperto di criminalità transnazionale, non può non sobbalzare quando, come in un volgare gioco di carte napoletane, si mischiano i temi del contenimento dell’immigrazione clandestina con quelli della lotta ai trafficanti di esseri umani.
Sia ben chiaro, infatti, che chiudere i porti a dei disperati che fuggono da guerre, carestie e malnutrizioni non ha nulla a che fare con una seria lotta ai trafficanti di esseri umani.
I grandi criminali internazionali di essere umani non sono gli scafisti occasionali che ci vantiamo di arrestare nei “mattinali” delle Questure costiere, ma sono potenti delinquenti, spesso protetti da governi e milizie di oltremare, che operano con metodi violenti e spregiudicati.
Sono criminali che muovono grandi rimesse di denaro, che corrompono autorità nazionali, che hanno reti di protezione internazionali e che non hanno nessuna remora a ricorrere a torture, stupri sistematici ed omicidi di massa ove ce ne fosse bisogno.
Eppure, su questo fronte non ho contezza di indagini internazionali, di rogatorie internazionali, di iniziative di Procure e Tribunali Internazionali e meno che mai mi sembra che siano state emanate leggi o direttive volte a rescindere accordi e intese con autorità estere impresentabili o, di contro, a promuovere accordi credibili ed autorevoli in tema di investigazioni comuni.
Di tutto questo avevo necessità di scrivere perché odio gli indifferenti e i mistificatori e perché, cosa più importante, continuo a credere nella forza del diritto sul diritto alla forza.
Luigi Patronaggio
Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Cagliari, già procuratore della Repubblica di Agrigento
(da Avvenire)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
ALLA FINE INTERVIENE IL CANTANTE: “FAI EBEN A FARE QUELLO CHE FAI MA “QUA NUN CE STA NIENTE A ‘FA”… IN GIORNATA ARRIVANO LE SCUSE DI SENESE
«Sono la figlia di James Senese». Così si è sentito rispondere il deputato di AVS
Francesco Emilio Borrelli davanti all’auto della donna, parcheggiata sulle strisce pedonali di fronte al MED a Fuorigrotta nella serata di ieri, sabato 4 gennaio. Una motivazione che però il deputato non ha accettato, filmando il tutto, fino all’intervento del papà stesso, il famoso cantante campano.
La scena è quella che spesso denuncia il parlamentare.
Stavolta, davanti al cinema napoletano si vedono diverse auto parcheggiate sopra le strisce pedonali e sugli scivoli per disabili. E accanto una delle macchine c’è una donna, che si qualifica come la figlia di James Senese, per poi andare via dopo aver litigato con il deputato. Dopo pochi minuti, lei ritorna con il padre, che prova a mediare tra i due. Borrelli sembra esser spintonato dalla donna. «Tu fai bene a fare quello che fai, certamente, ma ricordati una cosa, che qua nun ce sta niente a fa’, nessuno cambierà il modo proprio d’essere», ha dichiarato il cantante prima di allontanarsi. U
na frase a cui il parlamentare nel video replica: «Io non la condivido questa filosofia che ha detto James Senese, allora perché avete combattuto? Allora quello che raccontate non ci credete neanche voi?». “Sono qui per chiedere scusa per ieri sera. Quello che è successo è stato sbagliato, è ingiustificabile”. James Senese, in un video pubblicato sui social, chiede scusa per quanto accaduto ieri sera a Napoli dove la figlia è stata beccata dal deputato Francesco Emilio Borrelli per sosta selvaggia. La donna, di fronte alle rimostranze di Borrelli, si era presentata come la figlia di James Senese. Poi, in un secondo momento anche il musicista, durante un battibecco, era intervenuto e all’esponente Avs aveva detto: “Tu fai bene a fare quello che fai, ma ricordati una cosa, che qua nun ce sta niente a fa”.
“Essere mia figlia non vuol dire potersi permettere certe cose, anzi le mie scuse vanno ai napoletani e in particolare a Francesco Borrelli che ha ragione a dire che se è difficile cambiare certe abitudini bisogna almeno provarci – dice Senese nel video – Venivo da un momento di grandissima emozione nel vedere al Med il documentario sulla storia di Pino Daniele, la storia nostra. Non è una giustificazione ma uscendo da lì ero abbastanza provato. Ma è giusto chiedere scusa quando si sbaglia. Lo faccio a nome mio e a nome di mia figlia”.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
DA NORD A SUD FIORISCONO INCARICHI PER RICICLARE EX E PIAZZARE TROMBATI
Cosa porterà in dono agli italiani il 2025 solo il cielo lo sa. Intanto però tra nomine e consulenze d’oro il Capodanno è stato con il botto da Nord a Sud, isole comprese: le Regioni sembrano aver messo di nuovo il turbo al poltronificio in favore di ex di lusso, trombati da riciclare, sodali da premiare per cementare alleanze o risolvere i bisticci di coalizione. In Liguria, per dire, il neo governatore Marco Bucci non si risparmia: il suo sogno di mettere in piedi un dream team passa dalla nomina di 9 assessori, 6 commissari, 4 sottosegretari. E naturalmente 2 consulenti d’oro: Maria Antonietta Cella, ex sindaca di Santo Stefano d’Aveto e già candidata presidente con il partito dell’ex ministro Roberto Castelli, e l’attuale sindaco di Ventimiglia Flavio Di Muro, ex parlamentare della Lega già capo della segreteria di Edoardo Rixi al ministero dei Trasporti, entrambi sotto contratto per 91 mila euro e spicci per occuparsi l’una di autonomia differenziata, l’altro di sviluppo dell’entroterra. E che dire del Piemonte del governatore Alberto Cirio? Il valzer delle nomine è partito già a ottobre con l’esercito di 1.214 candidati per i 168 posti in palio, ma stringi stringi l’abbuffata sarà per pochi: intanto l’antipasto consumato finora tra le nomine nelle Asl, all’ente per il diritto allo studio e alle case popolari ha riservato uno strapuntino anche a Giovanni Ravalli, direttore della scuola regionale di formazione di FdI, nominato Garante per l’infanzia e l’adolescenza benché privo di titoli. Almeno a detta delle opposizioni, polemiche sulla scelta di compensare Ravalli per la mancata elezione alle regionali.
Dall’altra parte della Penisola, in Calabria, brinda invece all’anno nuovo Fulvia Michela Caligiuri nominata il 27 dicembre dalla giunta Occhiuto direttrice dell’azienda regionale per lo sviluppo dell’Agricoltura. Di chi si tratta? Caligiuri era stata candidata da Forza Italia al Senato nel 2018 ma solo l’anno successivo era riuscita a vedersi assegnato lo scranno, dopo un ricorso contro l’assegnazione errata di circa tremila voti a Matteo Salvini, costretto a migrare dalla Calabria al seggio scattato per lui anche nel Lazio.
Torna sulla cresta anche un’altra ex di lusso: Laura Castelli, già viceministra 5S all’Economia, è capo di gabinetto della Città Metropolitana di Messina, grazie al patto siglato da Sud chiama Nord di Cateno de Luca (di cui Castelli è presidente), col governatore della Sicilia Renato Schifani annunciato agli italiani il 30 dicembre.
Ma al netto delle infornate con vista lenticchie e cotechino, il piatto che si va apparecchiando per il futuro è ancora più ricco di polemiche. L’ultima riguarda la regione Puglia, causa emendamento della 5S Antonella Laricchia inzeppato nella legge finanziaria di fine anno con l’obiettivo di mettere un freno alla discrezionalità delle nomine del presidente Michele Emiliano: in soldoni, la norma impone un controllo sulle designazioni in agenzie regionali o staff, per impedire ai “trombati” di essere riciclati per i cinque anni successivi alla mancata elezione. Rischia di finire a carte bollate: Emiliano ha denunciato l’irregolarità della procedura di approvazione del testo di cui ha informato la Procura di Bari (che ha aperto un fascicolo) ma negando si tratti di una rappresaglia contro chi vorrebbe legargli le mani sulle nomine.
Che più? Come se non bastassero le consulenze, le nomine d’oro e tutto il resto, si fa largo un’idea meravigliosa, quella di creare altri strapuntini per accontentare chi sia rimasto a piedi nella ruota della fortuna della composizione delle giunte. Ecco allora l’ipotesi di nominare i sottosegretari, soluzione accarezzata dal governatore del Lazio Francesco Rocca per sedare la rivolta di Forza Italia, risolvere problemi nella maggioranza litigiosa e superare lo stallo che affligge la sua maggioranza. Idem in Basilicata dove Vito Bardi avendo pochi assessorati da distribuire, ha subito promesso compensazioni sotto le sembianze di sottosegretari. In Liguria Bucci vorrebbe invece cambiare lo Statuto per nominare due assessori in più e pure quattro sottosegretari come previsto dal disegno di legge approvato dalla giunta. Decisione che potrebbe costare fior di palanche – ben 4 milioni di euro in cinque anni – denuncia il Pd. Macchè. Bucci giura: sarà a costo zero.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
“SI TRATTA DI ESSERI UMANI CHE MORIRANNO SE NON SARANNO SOCCORSI TEMPESTIVAMENTE”… IL GOVERNO ITALIANO FINGE DI NON SAPERE
L’ong Mediterranea Saving Humans ha denunciato l’abbandono di migranti nel deserto
da parte delle autorità tunisine. L’organizzazione ha lanciato un appello, segnalando che nelle ultime settimane si stanno moltiplicando le richieste di aiuto che riceve da parte di persone sequestrate e poi lasciate nel deserto dalle autorità tunisine. “Si tratta di esseri umani che moriranno se non saranno soccorsi tempestivamente”, ha scritto Mediterranea Saving Humans in un comunicato.
In particolare l’ultima segnalazione riguarda un gruppo di 7 persone, vittime dell’ennesimo respingimento illegale. “Sono stati catturati dalla Garde Nationale tunisina in mare, mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo. Riportati a terra sono stati letteralmente sequestrati e portati nel deserto ed abbandonati a loro stessi. Tutto è successo una settimana fa, un uomo tunisino che attraversava il deserto si è imbattuto nel gruppo e gli ha prestato il suo telefono per fare una telefonata di aiuto”.
L’ong ha precisato che “la richiesta di soccorso è stata raccolta da Refugees in Libya”. Quindi ha rilanciato l’appello per soccorrere queste persone, vittime di palese violazione di ogni diritto umano, condannate a morire nel deserto solo perché stavano provando a rifarsi una vita, fuggendo da guerre, povertà e cambiamenti climatici”.
“Continuiamo a ricevere decine di richieste di soccorso dal deserto, in particolare nel tratto a sud ovest tra Tunisia ed Algeria – ha spiegato Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans – Sono donne, uomini e bambini deportati dalle autorità tunisine, anche con i pick up appena forniti dall’Italia. Alcuni di loro sono sopravvissuti a naufragi, catturati e successivamente deportati nel deserto a morire. Il lato oscuro degli accordi tra governo italiano e autocrazia tunisina è dunque questo, come fu l’accordo con la Libia per trattenere le persone migranti nei lager”.
Mediterranea Saving Humans ha lancia un appello alla Croce Rossa Internazionale affinché soccorra chi è stato deportato nel deserto. “Chiediamo che intervenga la Croce Rossa Internazionale, che si attivino le operazioni di soccorso per questi esseri umani che ci chiedono aiuto. Chiediamo che l’orrore delle deportazioni abbia fine. Abbiamo inviato queste notizie che riceviamo anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oltre che ai Presidenti di Camera e Senato del Parlamento italiano. In Italia si deve sapere di quali crimini siamo diventati complici, per l’assurda ossessione di fare arrivare meno persone sulle nostre coste”, ha detto ancora la presidente di Mediterranea Saving Humans.
Non è la prima volta che il fenomeno dei migranti abbandonati nel deserto viene alla luce. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre, un barchino con 80 persone a bordo sarebbe stato speronato dalla Guardia Costiera tunisina, che ne avrebbe anche causato il ribaltamento. I sopravvissuti al naufragio hanno poi raccontato di essere stati deportati nel deserto e venduti ai libici. L’ambasciata tunisina ha però smentito la notizia, spiegando che non vi è stata “alcuna collisione tra una motovedetta della Guardia costiera e una barca di migranti nella notte tra il 7 e l’8 novembre 2024”,
(da Fanpage)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
IN CAMBIO SPERA CHE GLI USA NON CHIEDANO L’ESTRADIZIONE DI ABEDINI O CHE, ALMENO, ACCETTINO UN “NO” ALLA RICHIESTA…LA MOSSA DELLA MELONI TAGLIA FUORI TAJANI E NORDIO E SCAVALCA OGNI MEDIAZIONE RISERVATA TRA GLI 007
Il contatto decisivo, a ridosso di Capodanno, è quello con Elon Musk. A lui, Giorgia Meloni si rivolge per risolvere il caso di Cecilia Sala, perché a lui Donald Trump ha affidato una delle missioni più delicate della nuova amministrazione: trattare riservatamente con l’Iran. La premier gli chiede aiuto, senza girarci intorno: «Devo incontrare il Presidente».
È l’unica strada per convincere il tycoon ad accettare la mancata estradizione dell’iraniano Mohammad Abedini. O per coinvolgerlo in una partita a tre — con dentro gli Usa — che consenta la liberazione della giornalista in un quadro di scambi più ampio. Un compromesso che eviti alla leader una scelta impossibile: la libertà della cronista o l’alleanza di ferro con Washington
In Florida, la premier offre dunque al tycoon un sostegno politico totale alla sua amministrazione, a partire dal dossier di Starlink, caro al fondatore di Tesla e agli interessi americani. Manderà segnali sull’Ucraina, dove Meloni non intende opporsi esplicitamente alla linea del repubblicano. Aprirà a un maggiore impegno nelle spese militari per la Nato. Ma aggiungerà anche una preghiera politica, anticipata al cerchio magico, che si può riassumere così: «Se vuoi che sia io la tua sponda europea, devi darmi forza».
Tradotto: troviamo il modo per riportare in Italia la giornalista detenuta. Sarebbe un successo internazionale, per Meloni. Capace di cancellare gli errori delle ultime due settimane.
La prima idea vagliata con Musk, a dire il vero, era quella di sfruttare il giuramento di Trump del 20 gennaio per un contatto tra i due: scartata, non ci sarebbe stato comunque tempo per un faccia a faccia. Bocciata anche la seconda opzione, proposta da Roma: un colloquio alla Casa Bianca il 23 gennaio. Alla fine, il multimiliardario riesce nel miracolo: incontro a sorpresa, immediato, a Mar-a-Lago. Meloni soddisfatta. Anche a costo di uno sgarbo diplomatico a Joe Biden, ancora in carica.
Il viaggio da Trump, d’altra parte, è il piano A di Meloni fin dall’incontro a Palazzo Chigi con la mamma di Cecilia Sala. «Lasciatemi fare. Fidatevi di me», aveva detto. È una strategia che taglia fuori chi fino a quel momento aveva gestito la partita: i ministeri di Esteri e Giustizia. E che scavalca ogni possibile mediazione riservata tra intelligence.
Per Meloni, non esiste altra strada percorribile.
Il sottosegretario Alfredo Mantovano le ha disegnato un quadro quasi brutale: la partita con l’Iran è complessissima, perché troppi sono gli interlocutori e poche le garanzie. Non si può dunque risolvere in un rapporto bilaterale tra l’Italia e l’Iran. Per uscirne, serve parlare con gli Stati Uniti. Per provare una difficile partita a tre che inserisca il caso Sala in uno dei dossier già aperti tra Washington e Teheran, se possibile. Ma soprattutto, per spiegare “all’amico Donald” che l’Italia non può concedere l’estradizione di Abedini.
“Che non significa cedere a un ricatto», ripetono alte fonti dell’intelligence a interlocutori del governo. «Da un punto di vista tecnico ci sono diversi elementi che giustificano una “non estradizione”. Ecco perché è importante far capire agli Usa che non consegnare l’ingegnere non è un atto ostile, ma una nostra necessità ben supportata dal diritto». È una via impervia, dove è decisivo il supporto di Musk. A fine novembre, saltando ogni formalità diplomatica, il fondatore di Tesla aveva incontrato l’ambasciatore iraniano presso l’Onu, in un bilaterale centrato sulla necessità di disinnescare le tensioni tra i due Paesi. Un discorso, dunque, è stato avviato.
La strada giudiziaria sembra al momento la più rapida per favorire la liberazione della cronista. Gli Stati Uniti — che non hanno ancora trasmesso la richiesta di estradizione dell’iraniano — hanno tempo fino al 30 gennaio. In astratto, potrebbero non chiedere la consegna dell’ingegnere. Sarebbe la soluzione ideale, perché permetterebbe all’Italia di liberarlo.
È un’ipotesi improbabile, però. Tutti i segnali arrivati nelle ultime ore vanno in senso opposto: gli Usa hanno chiesto, con un documento durissimo, di non concedere ad Abedini i domiciliari, considerandolo pericoloso e ricordando le responsabilità dell’Italia nella fuga del russo Arthem Uss, mentre si trovava ai domiciliari su richiesta americana.
(da La Repubblica)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA PREMIER, ACCOMPAGNATA DALL’AMBASCIATRICE D’ITALIA A WASHINGTON MARIANGELA ZAPPIA, E’ ANDATA A PIETIRE AL PRESIDENTE ELETTO UNA LINEA MORBIDA SULL’ESTRADIZIONE DI ABEDINI, L’IRANIANO DETENUTO IN ITALIA, CHE PUO’ CONDIZIONARE LA LIBERAZIONE DI CECILIA SALA
La premier italiana Giorgia Meloni ha incontrato a Mar-a-Lago, in Florida, il
presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump. Dopo poco più di 5 ore, la premier è salita di nuovo sull’aereo per tornare in Italia. A riceverla, tra gli altri, il futuro ministro degli Esteri Marco Rubio e il futuro segretario al Tesoro Scott Bessent. Ad accompagnare Meloni l’ambasciatrice d’Italia a Washington Mariangela Zappia. Con lei il futuro ambasciatore Usa a Roma Tilman Fertitta,
La presidente del Consiglio, poco distante, vestita di scuro, osservava sorridente. Poi la delegazione italiana è stata accompagnata da Trump al primo piano tra gli applausi degli ospiti del resort. E poi nel salone principale del Grand Ballroom, con le sue decorazioni, dove il gruppo ha cenato.
Secondo il giornalista del Wall Street Journal Alex Leary, Trump ha detto riguardo alla premier italiana: “Ha preso d’assalto l’Europa”. Poi insieme hanno assistito alla proiezione di un documentario sulle elezioni del 2020, che si conclusero con la vittoria di Joe Biden e l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Rubio ha definito Meloni “un’ottima alleata e un leader forte”.
L’incontro a Mar-a-Lago, secondo il New York Times, “rafforza le speranze dei sostenitori di Meloni che la premier conservatrice italiana diventi l’alleata di riferimento di Trump in Europa”. “Gran parte di questo – secondo il quotidiano progressista americano – consisterebbe nel mediare le tensioni tra altri leader europei e Trump, che ha minacciato di avviare una guerra commerciale con il continente, oltre a ridurre il sostegno americano ad alcuni Paesi della Nato e all’Ucraina nella guerra contro la Russia”. Secondo gli osservatori, i due leader avrebbero discusso soprattutto di questi temi.
L’aereo di Stato con a bordo la premier era partito ieri mattina da Ciampino. Dopo uno scalo tecnico a Shannon, in Irlanda, il viaggio era proseguito verso la Florida dove Meloni è atterrata prima delle 19 (l’una di notte in Italia). All’incontro a Mar-a-Lago, a Palm Beach, era atteso Elon Musk.
La missione, a sorpresa, è arrivata cinque giorni prima dell’incontro tra Meloni e il presidente Joe Biden a Roma, in visita ufficiale, l’ultima prima di lasciare la Casa Bianca, e a due settimane dal giuramento del tycoon, che il 20 gennaio tornerà ufficialmente alla Casa Bianca. Meloni, che secondo quanto ha fatto trapelare il suo staff ha passato la notte nel resort, ha discusso con Trump del caso di Cecilia Sala, la giornalista italiana arrestata in Iran e usata da Teheran come pedina di scambio per bloccare l’estradizione negli Stati Uniti di Mohammad Abedini, l’ingegnere iraniano arrestato a dicembre in Italia e rinchiuso nel carcere di Opera, in esecuzione del mandato di cattura internazionale emesso dagli Stati Uniti.
Musk ha un ruolo chiave: è amico di Meloni ed è l’uomo a cui Trump ha affidato il compito di trattare in via riservata con l’Iran sul nucleare. Il capo di Tesla, Space X e X, e uomo più ricco al mondo, che ha preso in affitto un cottage a Mar-a-Lago da duemila dollari al giorno, è considerato l’unico in grado di convincere Trump ad abbandonare la linea dura, anche se appare una missione difficile. […] La visita della premier a Mar-a-Lago segue quella di altri amici di Trump come il primo ministro ungherese Viktor Orban e il presidente argentino Javier Milei, e dopo la visita del premier canadese Justin Trudeau, il primo del gruppo del G7 ad andare a trovare il tycoon dopo le presidenziali.
(da La Repubblica)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
CHE COSA SI SONO DETTI
A circa due settimane dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, che avverrà il 20 gennaio, Meloni ha voluto incontrare il presidente eletto e alleato con cui si è confrontata su diversi temi.
Si è trattato di una visita lampo, ma sufficiente ad affrontare i dossier più caldi: dalla guerra in Ucraina, al tema dei dazi, fino al caso di Cecilia Sala, detenuta in Iran dal 19 dicembre.
Nella vicenda della giornalista infatti, anche gli Stati Uniti hanno un ruolo. Il regime di Teheran avrebbe fatto intendere di puntare a uno scambio di prigionieri, con Mohammad Abedini Najafabadi, l’ingegnere arrestato in Italia e ricercato dagli Usa con l’accusa di collaborare con il terrorismo.
Da più fronti Washington ha espresso le sue preoccupazioni rispetto a un eventuale rilascio di Abedini, che definisce “molto pericoloso” e di cui teme la fuga.
Nel corso dell’incontro a Mar-a-Lago, secondo i dettagli forniti dal New York Times, il caso della giornalista è stato al centro del tavolo dei due leader. Meloni in particolare, “ha premuto in modo aggressivo” su questo, avrebbe riferito una fonte informata sull’incontro.
Per i media la visita sarebbe stata proficua. “Grande alleata, leader forte”, sarebbero state le parole pronunciate dal futuro segretario di Stato Marco Rubio su Meloni quando è stato chiamato sul palco a Mar-a-Lago da Donald Trump, secondo quanto raccontato su X dal reporter del Wall Street Journal Alex Leary.
Al vertice erano presenti anche l’ambasciatrice italiana negli Usa Mariangela Zappia e i futuri ambasciatore statunitense e segretario del Tesoro, Tilman Fertitta e Scott Bessent.
Per il Nyt, la visita di Meloni consolida l’immagine della premier come di un’alleata cruciale per Trump in Europa. “Rafforza le speranze dei sostenitori della Meloni che la premier conservatrice italiana diventi l’alleata di riferimento di Trump in Europa”, si legge.
In particolare, il ruolo centrale che Meloni potrebbe ricoprire è quello di “mediatrice” nei rapporti, talvolta tesi, tra il tycoon e gli altri leader europei. Soprattutto dopo la minaccia di Trump “di avviare una guerra commerciale con il continente, oltre a ridurre il sostegno americano ad alcuni Paesi della Nato e all’Ucraina nella guerra contro la Russia”, prosegue il quotidiano.
Anche il Wall Street Journal ha riportato alcuni dettagli della visita. Meloni “ha davvero preso d’assalto l’Europa”, avrebbe detto il leader Maga a proposito della premier. E ancora: “È molto emozionante, sono qui con una donna fantastica, il primo ministro italiano”.
Trump poi, avrebbe mostrato a Meloni la première di un documentario incentrato sui ricorsi nelle elezioni del 2020 (quando denunciò brogli di massa e contestò il risultato elettorale), con un focus sugli sforzi dell’avvocato John Eastman.
(DA AGENZIE)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA PROVOCATORIA INIZIATIVA SERVE A EVIDENZIARE LA CARENZA DEL SERVIZIO SANITARIO SUL TERRITORIO ….IL PRONTO SOCCORSO PIÙ VICINO È NELL’OSPEDALE DI CATANZARO, E CIOÈ A 45 CHILOMETRI DI DISTANZA DAL PAESE, LA CUI POPOLAZIONE E’ COMPOSTA PER IL 50% DA PERSONE ANZIANE
I cittadini non possono contare, a causa delle carenze del servizio sul territorio, su
un’assistenza sanitaria adeguata ed il sindaco emette un’ordinanza con cui “vieta” di ammalarsi. Accade, secondo quanto riporta la stampa locale, a Belcastro, un centro di poco più di mille abitanti della provincia di Catanzaro.
La provocatoria iniziativa del primo cittadino, Antonio Torchia, è motivata, in particolare, secondo quanto è spiegato nella stessa ordinanza, dal fatto che l’apertura della postazione di guardia medica nel paese é garantita “a singhiozzo”, sulla base della disponibilità del personale sanitario, “con gli effetti deleteri” che ne derivano per i cittadini, considerato anche che il 50 per cento della popolazione è costituito da persone anziane.
Alla base dell’iniziativa presa dal sindaco Torchia c’é anche il fatto che il pronto soccorso più vicino a Belcastro è nell’ospedale di Catanzaro, e cioè a 45 chilometri di distanza dal paese. Da qui, dunque, la decisione del sindaco di “ordinare ai cittadini di evitare di contrarre qualsiasi malattia che necessiti di un intervento medico, soprattutto d’urgenza, e di stare il più possibile a riposo”.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2025 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DELLE PAGINE DEI COMMENTI DEL GIORNALE GIUSTIFICA LA SCELTA
Il Washington Post, quotidiano di proprietà di Jeff Bezos, non pubblica una vignetta nella quale Ann Telnaes trasforma in satira abrasiva la corsa dei tycoon della tecnologia, un tempo nemici giurati di Donald Trump, ad ingraziarsi il nuovo presidente degli Stati Uniti: disegna lo stesso Bezos di Amazon, Sam Altman di OpenAI, Mark Zuckerberg di Meta-Facebook, il proprietario del Los Angeles Times Patrick Soon-Shiong, inginocchiati, insieme a Topolino, davanti a una statua di Trump alla quale offrono sacchi di dollari.
La disegnatrice, collaboratrice del Post dal 2008 e vincitrice di un premio Pulitzer reagisce alla censura dimettendosi dal quotidiano e rendendo noto, su internet, il caso e la vignetta che fa il giro del mondo. David Shipley, direttore delle pagine dei commenti del giornale della capitale che si considera un baluardo della democrazia americana, dapprima dice di «dissentire dalla interpretazione degli eventi» di Telneas.
Ma lei, nel denunciare il rifiuto della vignetta come «una svolta epocale e pericolosa per la stampa libera», spiega che in tanti anni ha avuto discussioni e anche contrasti coi responsabili editoriali del quotidiano, «ma mai, fino ad oggi, un disegno era stato respinto per via dei personaggi e fatti che prendo di mira»
A quel punto Shipley aggiunge di aver bloccato la vignetta perché il quotidiano aveva pubblicato di recente un editoriale sullo stesso argomento e si apprestava a pubblicarne un altro, stavolta satirico: «Il mio pregiudizio era solo contro la ripetizione del messaggio».
I personaggi ritratti dalla Talnaes sono andati alla corte di Trump, hanno donato, hanno vietato ai loro giornali di dare l’endorsement a Kamala Harris (Bezos e Soon-Shiong) mentre Topolino, steso davanti a Donald, sta lì a ricordare che la Disney ha preferito chiudere una controversia fra Trump e la sua rete tv Abc, riconoscendo il torto e versandogli danni per 15 milioni di dollari, anziché sostenere la correttezza del suo operato in sede giudiziaria, come fatto in passato.
(da agenzie)
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