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LA FECCIA DEL CALCIO: A BARI, FUORI DAL SAN NICOLA, UN TIFOSO DEI BIANCOROSSI E’ STATO PESTATO DAVANTI AL FIGLIOLETTO (IN LACRIME) PERCHÉ VOLEVA RIENTRARE IN CURVA PER RIPRENDERE LO ZAINO DIMENTICATO SUGLI SPALTI

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

ALTRO CHE PRENDERE LE DISTANZE A POSTERIORI, QUEL BAMBINO POTEVA ESSERE VOSTRO FIGLIO, BASTARDI SENZA ONORE… NESSUNO INTERVIENE FINO ALL’ARRIVO DELLA POLIZIA

È stato pestato selvaggiamente davanti al figlio un uomo fuori dallo stadio San Nicola di Bari. La scena diventa virale sui social mostra l’uomo aggredito da alcuni tifosi all’esterno dello stadio, mentre era in corso una contestazione dei gruppi organizzati del tifo durante la partita contro il Pisa di sabato 4 maggio. Gli ultras baresi avrebbero comunque preso le distanze dall’aggressione, esprimendo «ferma condanna» e dicendosi estranei.
Il pestaggio è avvenuto al 25′ del primo tempo, quando i tifosi avevano deciso di lasciare la curva in protesta contro la presidenza di Luigi De Laurentiis. A quel punto l’uomo, anche lui tifoso del Bari, si era accorto di aver lasciato lo zainetto del figlio all’interno dello stadio. Voleva solo rientrare a prenderlo, ma un gruppo di tifosi lo ha aggredito. Nonostante vicino a lui ci fosse il bambino in lacrime, gli ultras hanno colpito con calci e pugni l’uomo che ha cercato di difendersi come poteva, tentando di proteggere anche il bambino. Solo l’intervento della polizia ha fermato il pestaggio, mentre il bambino era stato portato via in braccio da un altro tifoso.
(da Open)

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“USATE LA PAPAMOBILE PER CURARE I BIMBI DI GAZA”: L’ULTIMA RICHIESTA DI PAPA FRANCESCO PRIMA DI MORIRE

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

IL VATICANO HA MESSO A DISPOSIZIONE DELLA CARITAS DI GERUSALEMME LA VETTURA

Papa Francesco non ha mai dimenticato i più fragili ed anche negli ultimi momenti della sua vita ha avuto un pensiero per loro. Tra gli ultimi desideri espressi dal Pontefice, prima della morte verificatasi lo scorso 21 aprile per un ictus, ce ne è stato uno per i bambini di Gaza, da oltre un anno e mezzo vittime
innocenti della guerra: “Usata la papamobile per curarli”.
Così il Vaticano si è subito adoperato per realizzarlo e ha già messo la famosa jeep bianca papale, che sarà trasformata in una piccola stazione sanitaria mobile, a disposizione della Caritas di Gerusalemme, che la sta allestendo con l’aiuto di Caritas Svezia. “Con il veicolo, saremo in grado di raggiungere i bambini che oggi non hanno accesso, nel momento in cui il sistema sanitario di Gaza è quasi completamente al collasso”, ha detto Peter Brune, segretario generale di Caritas Svezia.
Ora, la papamobile sarà gestita da un autista e da medici e al suo interno ci saranno attrezzature per la diagnosi, l’esame e il trattamento, tra cui test rapidi per le infezioni, kit di sutura, siringhe e aghi, fornitura di ossigeno, vaccini e un frigorifero per i medicinali. Quando il corridoio umanitario verso Gaza riaprirà, sarà pronto a fornire assistenza sanitaria di base ai bambini di Gaza. Si tratta della papamobile che Bergoglio aveva utilizzato nel suo storico viaggio in Terra Santa, nel 2014, quasi all’inizio del pontificato. Era rimasta a Betlemme come ricordo di quella visita ma anche un po’ come simbolo di pace.
Bergoglio ha sempre avuto a cuore la situazione a Gaza. Nell’ultima benedizione Urbi et Orbi della domenica di Pasqua, che è stata anche l’occasione della sua ultima apparizione pubblica prima del decesso, verificatosi solo qualche ora dopo, aveva detto: “Il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!”.
Per questo, secondo Sir Anton Asfar, segretario generale di Caritas Gerusalemme, “questo veicolo rappresenta l’amore, la cura e la vicinanza dimostrati da Sua Santità per i più vulnerabili, che ha espresso durante tutta la crisi. Il nostro lavoro a Gaza è una testimonianza del nostro impegno incrollabile per la salute e il benessere della comunità, anche nelle condizioni più difficili”.
(da Fanpage)

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UNA DEMOCRAZIA È ANCORA DEMOCRAZIA SE METTE AL BANDO I PARTITI “ESTREMISTI”? IL 48% DEI TEDESCHI PENSA DI SÌ: È FAVOREVOLE AL BANDO DEI NEO-NAZI DI AFD. “SOLO” IL 37% È CONTRARIO

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

IL 61% DEGLI ABITANTI DELLA REPUBBLICA DI GERMANIA RITIENE ALTERNATIVE FUR DEUTSCHLAND UN PARTITO “ESTREMISTA”… GLI IPOCRITI CHE STANNO A CIANCIARE DI DEMOCRAZIA E FAVORISCONO CHI LA NEGHERA’ IN FUTURO

Quasi la metà dei tedeschi vuole la messa al bando dell’AfD. Dopo che i servizi segreti l’hanno designata ufficialmente come «partito estremista», il sondaggio domenicale della Bild/Insa fotografa lo stato d’animo dei tedeschi.
Ne emerge il quadro di una popolazione che sull’argomento è ben informata e ha le proprie opinioni. Così la maggioranza relativa è per il divieto: 48% a favore, 37% contrario, di fronte a un 15% di indifferenti o indecisi.
Pochi dubbi che il partito sia estremista: lo crede il 61%, contro il 31% dei contrari, ossia poco più di quelli che l’AfD già la votano. Scarse illusioni anche sul fatto che il «Verbot» non sia problematico: il 35% crede che aiuterà la democrazia, mentre la maggioranza (il 39%) ritiene che la danneggerà.
Così come il 41% è convinto che il dibattito aiuti l’AfD e solo il 22% che la danneggi. In ogni modo avviare il percorso politico non sarà facile. Perché
significa andare contro 10 milioni di elettori tedeschi, tanti ne ha l’AfD, e la metà della Germania dell’Est.
In molti si chiedono se avesse senso pubblicare il rapporto in extremis, come ultimo atto del governo Spd/Verdi, mentre una figura potente della Cdu, Jens Spahn, leader dell’ala di destra, dichiarava che l’AfD andava trattata «come un partito normale».
La scelta di pubblicare il rapporto è stata di Nancy Faeser, ministra dell’Interno, che ha informato due ore prima il cancelliere Olaf Scholz, Merz, e il suo futuro successore agli Interni Alexander Dobrindt. Nessuno ha più voluto, o potuto, fare niente.
(da agenzie)

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PRESIDENZIALI ROMANIA, AL PRIMO TURNO VINCE IL CANDIDATO SOVRANISTA, QUINTA COLONNA DI PUTIN E ANTI-UE

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

AL BALLOTTAGGIO SE LA VEDRA’ CON IL SINDACO CENTRISTA DI BUCAREST

Cinque mesi dopo l’annullamento delle elezioni, i romeni sono tornati alle urne per scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Lo hanno fatto in un clima teso, segnato da fratture sociali profonde, una crisi economica in corso, e un’evidente polarizzazione politica.
Durante il voto, i siti web governativi sono stati presi di mira da attacchi informatici da parte di hacker russi. Le autorità romene hanno confermato l’attacco, rivendicato ufficialmente dal gruppo NoName057.
A vincere il primo turno delle elezioni presidenziali di domenica 4 maggio è stato George Simion, 38 anni, leader del partito ultranazionalista AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni).
Populista della nuova destra romena, Simion è anche un fan dichiarato di Donald Trump ed è riuscito a fare del sovranismo e dell’euroscetticismo la sua bandiera. È vicepresidente del Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei
dal gennaio 2025. Al ballottaggio del 18 maggio sfiderà Nicușor Dan (55 anni), sindaco centrista di Bucarest.
Instabilità della Romania
Alla luce degli ultimi eventi politici, la Romania si è presentata come uno dei paesi più instabili dell’Europa Orientale. Un paese diviso, dove le tensioni tra pro-europei e nazionalisti si intrecciano con ferite sociali aperte: la corruzione dilagante, la povertà, l’emigrazione di massa, la sfiducia verso le istituzioni.
Le elezioni presidenziali romene hanno attirato l’attenzione internazionale sia di Bruxelles che di Washington. Osservatori internazionali dell’OSCE ma anche dagli USA hanno seguito il processo elettorale in un contesto in cui la Romania è un membro dell’UE e della NATO, con un ruolo strategico sul fianco orientale.
Da mesi il paese sembra essersi trasformato in un laboratorio politico instabile, un campo di battaglia tra discorsi ultranazionalisti e quelli europeisti, mentre al confine continua la guerra in Ucraina.
George Simion ha saputo sfruttare il vuoto lasciato dall’esclusione di Călin Georgescu, il candidato della destra radicale sospettato di contatti con la Russia (ma allo stesso tempo appoggiato anche da Washington). Simion gode anche di un importante appoggio da parte dei romeni all’estero (al primo turno delle elezioni presidenziali ha ottenuto 489.921 voti – 59,57% – nella diaspora).
Se vincerà, promette di nominare Georgescu primo ministro. D’altronde, Georgescu si è presentato ieri al voto insieme a Simion, con l’obiettivo di rassicurare l’elettorato che tra i due politici c’è una buona collaborazione.
Nella sua prima intervista dopo gli exit poll, George Simion ha dichiarato al Financial Times che “in una democrazia bisogna che sia il popolo a decidere”. Poi, Simion ha spiegato come nominerà Călin Georgescu primo ministro: “Come presidente posso cambiare i membri della Corte Costituzionale, i membri dei servizi segreti, in modo da garantire elezioni eque e posso fare da mediatore per trovare la maggioranza in Parlamento. Ecco come possiamo pensare di averlo come… primo ministro”, ha spiegato il leader dell’AUR.
Simion si oppone al sostegno militare all’Ucraina, critica apertamente la leadership dell’UE e ha espresso il suo sostegno al movimento “Make America Great Again” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È un conservatore
cristiano, noto per il suo sostegno al referendum del 2018 che mirava a vietare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Vuole l’introduzione del servizio di leva obbligatorio e la costituzione di tribunali popolari.
Insoddisfazione tra gli elettori
Secondo la Reuters, l’eventuale vittoria di Simion al ballottaggio potrebbe isolare la Romania a livello internazionale, ridurre la sua attrattiva per gli investimenti esteri e creare incertezza all’interno della NATO, soprattutto per quanto riguarda il sostegno all’Ucraina, il che potrebbe dare alla Russia un vantaggio strategico nel contesto della guerra.
Il crescente sostegno a George Simion è frutto di una profonda insoddisfazione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali.
Dall’altra parte, anche il risultato di Nicusor Dan (20,74%) sindaco di Bucarest, che riesce da indipendente ad andare al ballottaggio raccogliendo più voti del liberale Crin Antonescu (candidato della coalizione al governo tra i social democratici e i liberali) significa sempre un voto anti establishment.
Ad opporsi a Simion al ballottaggio ci sarà, quindi, Nicușor Dan, sindaco di Bucarest. Matematico, con studi anche Parigi, attivista ha costruito la sua carriera opponendosi alla speculazione edilizia nella capitale. Nicușor Dan ha ringraziato i suoi elettori, compresi quelli che hanno votato per gli altri candidati, “perché si trattava di un processo democratico di cui la Romania aveva bisogno”.
“Ringrazio in modo particolare i romeni della Repubblica di Moldova, dove abbiamo vinto con oltre il 50%”, ha ricordato. Secondo Dan, “seguirà un secondo turno difficile. Non sarà un dibattito tra individui, ma un dibattito tra una direzione filo-occidentale per la Romania e una anti-occidentale, questo sarà l’obiettivo del secondo turno. Il nostro compito è convincere i romeni che la Romania ha bisogno di una direzione filo-occidentale ed è su questo che si baserà la nostra campagna nelle prossime due settimane”.
Un appoggio per Dan arriva anche dagli intellettuali romeni. Tra loro, Ana Blandiana, poetessa simbolo della resistenza anti-comunista. In un post su Facebook ha spiegato perché voterà Dan: “È l’unica scelta decente e logica. Un uomo onesto in un mare di figure tossiche e compromesse”.
Ma la partita resta aperta, perché il successo di Simion è anche conseguenza di un disagio reale. Il suo elettorato è trasversale: giovani disillusi, pensionati, piccoli imprenditori colpiti dalla crisi.
Dietro l’adesione al populismo si nasconde una domanda inascoltata di giustizia sociale, di equità, di riscatto. Gli analisti spiegano che i principali responsabili dell’ascesa della destra nazionalista sono proprio i politici al potere.
Il ballottaggio del 18 maggio sarà una prova cruciale. La Romania si trova davanti a un bivio: scegliere se rimanere ancorata all’asse europeo oppure intraprendere una via sovranista ed euroscettica.
(da agenzie)

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REGIONALI PUGLIA, IL CASO TG-NORBA E I POSSIBILI CANDIDATI A DESTRA

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

IL CENTROSINISTRA HA QUASI SCELTO DECARO

Lo scenario che si profila in Puglia, una delle sei Regioni che verranno chiamate al voto tra l’autunno 2025 e la prossima primavera, è il più definito, chiaro, senza spazio per colpi di scena, almeno dalle parti del centrosinistra. «Non c’è in corso ancora nessun tavolo politico, perché siamo tranquilli», dice un dem ad Open. Tutto ruota attorno a un nome già dato per favorito: Antonio Decaro, europarlamentare eletto lo scorso giugno tra le fila del Pd, e che alle elezioni europee ha ottenuto oltre 490mila preferenze, risultando il candidato
più votato del partito nella Circoscrizione Sud. Di queste, ben 350mila sono arrivate dalla sola Puglia, dove Decaro ha ricoperto il ruolo di sindaco di Bari dal 2014 al 2024. Resta però una variabile: la sua candidatura non è stata ancora ufficialmente confermata, e c’è il rischio di fare i conti senza l’oste. Anche se il dem una mezza apertura l’ha data nelle scorse settimane: «Quando arriverà il momento, e ad oggi non si sa nemmeno quando si vota, farò quello che mi chiederanno i pugliesi».
Posizione ribadita ancora dai suoi fedelissimi «se i pugliesi lo chiederanno lui risponderà» perché «non possiamo ignorare 350mila voti….», dicono.
Sostegno da Avs
Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) si è già detta pronta ad appoggiare Decaro nella sua corsa verso le regionali, quando la candidatura verrà confermata. Il partito di Fratoianni e Bonelli starebbe inoltre valutando la possibilità di candidare come consigliere regionale e capolista Nichi Vendola, segnando così il grande ritorno dell’ex presidente della Regione Puglia nell’agone politico.
Nonostante Avs non possa contare su un consenso particolarmente ampio in Puglia, «qualche voto lo porterebbero a casa grazie a Vendola e per le posizioni del partito sulla politica estera, come sulla Palestina – riferiscono fonti di centrosinistra- Un consenso di nicchia, concentrato soprattutto nelle città universitarie», precisano.
Movimento 5 Stelle
Quanto al Movimento 5 Stelle, la situazione resta ancora incerta. Alle scorse regionali i pentastellati si presentarono da soli, candidando Antonella Laricchia, come già avevano fatto nella tornata elettorale precedente. «Siamo in una fase di ascolto – spiega Leonardo Donno, deputato dei 5S – stiamo lavorando alle istanze emerse dai territori per costruire un programma condiviso partendo dalla legalità e dal no al trasformismo. Solo dopo avvieremo le interlocuzioni per verificare possibili convergenze sui temi. Se vogliamo contrastare il centrodestra, dobbiamo lavorare insieme». Un modo prudente, per dire che l’alleanza è possibile.
Una sicurezza per Elly Schlein
Se si guarda agli equilibri interni al Pd, ci può essere qualche nuvola. Se Decaro si candidasse, la Puglia sarebbe la terza regione (insieme alle Marche e alla
Toscana) il cui candidato di centrosinistra sarebbe un riformista del Partito democratico, linea che si discosta dall’impostazione più sociale e di sinistra della segretaria Elly Schlein. E sui possibili malumori interni un dem commenta: «Riusciamo a farci guerra tra di noi, perché quando siamo sicuri di vincere, tanti vorrebbero partecipare alla festa…».
Ma c’è spazio per uno scontro? «Ma no – continua – se tu hai un’investitura dal popolo non c’è Schlein o Bonaccini che tenga», spiega. Per alcuni, inoltre, a Elly Schlein converrebbe avere Decaro come presidente di Regione piuttosto che a Bruxelles. «Un incarico in Europa non ti ghettizza, anzi: ti dà una visione più ampia del Paese e dell’Europa, e può diventare una piattaforma di lancio per ruoli ancora più importanti», quindi «la segretaria sarebbe sicuramente ben contenta di averlo in Puglia».
Il centrodestra attende Taranto
Per quanto riguarda il centrodestra, la situazione è ancora in fase di stallo: si prende tempo, e tutto sembra ruotare attorno alla partita che si giocherà a Taranto il 25 e 26 maggio. Il capoluogo pugliese è uno dei comuni chiamati al voto, ma la maggioranza arriva alle urne divisa. Sarà proprio l’esito di quella competizione a fare da cartina di tornasole per capire come spartirsi la candidatura alle regionali, come rivelano alcune fonti del centrodestra.
Forza Italia e Fratelli d’Italia corrono insieme, sostenendo Luca Lazzaro, presidente regionale di Confagricoltura. La Lega, invece, appoggia Francesco Tacente, avvocato 42enne di area civica, in una coalizione più ampia che include anche i Riformisti-Psi e altri movimenti locali. Un test per vedere che tipo di profilo può convincere di più l’elettorato.
I candidati
Negli ultimi mesi qualche nome ha cominciato comunque a circolare, senza però mai decollare ufficialmente. Uno di questi è quello di Enzo Magistà, direttore del TgNorba, emittente televisiva locale. Il giornalista aveva già avuto diversi incontri con i dirigenti regionali dei partiti, ma poi è arrivata la sorpresa: un’intervista pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno in cui Magistà, di fatto, mette il centrodestra in stand-by, dichiarando di aver ricevuto una proposta anche da Antonio Decaro. «Ho dato la mia personale disponibilità anche a Decaro», afferma. E quando il giornalista gli chiede: «Quindi da una parte e
dall’altra?», Magistà risponde: «Io, per parte mia, mi riservo di valutare tutte le possibilità – continua – Sono un democristiano, né di destra né di sinistra». «Quando la mattina ho letto quell’intervista, ho pensato: dai, ma è uno scherzo…», raccontano dal centrodestra. E invece no. Ovviamente, la sua credibilità si è immediatamente sgretolata. Così si volta pagina, e l’attenzione si concentra su nomi più politici, come quello di Mauro D’Attis, deputato di Forza Italia, vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia e commissario regionale del partito. Da lui, però, non è ancora arrivata alcuna conferma. Stesso discorso vale per Andrea Caroppo, anche lui deputato di Forza Italia. Due profili politici ben definiti, ma lontani dall’identikit del candidato civico che, secondo Antonio Tajani, servirebbe al centrodestra, soprattutto a livello locale, per battere la sinistra. Chi vivrà, vedrà.
(da Fanpage)

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LA STORIA DEI TURISTI ISRAELIANI A NAPOLI, LA TITOLARE DELA TAVERNA SANTA CHIAR: “DIFFAMAZIONE, QUERELIAMO”

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

LE COSE NON SAREBBERO ANDATE COME DENUNCIATO DALLA COPPIA DI TURISTI ISRAELIANI… LA SOLITA STORIA: SE DIFENDI I BAMBINI DI GAZA DIVENTI UN TERRORISTA

È diventato un caso, sui social e ora pure in sede giudiziaria, la lite scoppiata il 3 maggio scorso in un ristorante a Napoli tra una coppia di turisti israeliani e la titolare pro-Palestina della Taverna Santa Chiara. Dopo aver mangiato, i due hanno cominciato a parlare della loro terra con i vicini di tavolo. Ne è così scaturita una conversazione collettiva. La ristoratrice che ha iniziato a difendere le ragioni del suo sostegno al popolo della Striscia di Gaza. Ma il confronto – come si evince dai video ormai virali sui social – è degenerato in uno scontro. Il filmato mostra, infatti, la turista accusare la titolare Nives Monda di «odiare glI ebrei» e di «sostenere il terrorismo». Quest’ultima nega, prova a ribattere. Poi conclude in inglese: «You can go ahead, I don’t want your money (potete andare, non voglio i vostri soldi, ndr)».
Il filmato
Il video viene subito pubblicato sui social dalla turista israeliana, Gilli Moses, che commenta: «Vergognoso. Abbiamo toccato con mano cosa sia l’antisemitismo. Non avremmo mai immaginato potesse succedere a Napoli, città meravigliosa dove nell’aria si respirano libertà e amore. Valuteremo se dare seguito a questa nostra denuncia con un esposto formale». Il post viene ripreso e rilanciato da utenti italiani e non, raccogliendo centinaia condivisioni e commenti durissimi contro il ristorante e il suo staff.
La replica della Taverna
Virale però diventa anche la replica della Taverna di Santa Chiara. Il piccolo locale nel cuore del centro antico della città partenopea riceve altrettanti attestati di solidarietà. «Siamo stati vittime di un episodio a scopo intimidatorio da parte di una avventrice che, dopo aver pranzato nel nostro locale, ha iniziato a parlare ad alta voce, facendo chiaramente intendere di essere sostenitrice dei crimini internazionali del governo israeliano contro il popolo palestinese», si legge nel comunicato pubblicato su Facebook.
«A quel punto, da cittadini coscienziosi quali siamo, abbiamo evidenziato che condanniamo il genocidio palestinese in atto, quale crimine contro l’umanità. La turista ha immediatamente iniziato ad accusarci di antisemitismo, di sostenere il popolo palestinese che, nelle sue parole, lei individuava come popolo di terroristi. E quindi, di essere noi stessi a supporto di terroristi».
La ricostruzione
E poi ancora: «La turista, nel frattempo, ha iniziato a riprendere noi e i nostri lavoratori, nonché altri clienti senza consenso di chi veniva ripreso (inclusi minorenni di un’altra famiglia di clienti), per poi diffondere il video in rete (un reato), diffamandoci come sostenitori del terrorismo e antisemiti (un altro reato) e scatenando una campagna di odio che da ieri sfocia in messaggi anonimi con minacce di 1) spedizioni punitive, 2) distruzione del locale, 3) violenza fisica nei confronti della proprietaria e dello staff, 4) auspici di stupro della proprietaria (tutti reati)».
«Sporgeremo querela»
«Alla luce della campagna di odio e mezzo social che è stata scatenata e delle minacce ricevute, volte a minare anche la nostra incolumità personale nonché l’andamento della nostra attività, sporgeremo formale querela», scrive ancora sui social la titolare.
«I nostri legali, inoltre, hanno mandato di segnalarci tutte le diffamazioni a mezzo social e a mezzo stampa che ci accusano, falsamente, di aver cacciato chicchessia dal locale, come dimostra lo stesso video diffuso dalla coppia. Nel nostro locale, che accoglie da sempre persone di ogni nazionalità, fede ed etnia, non possiamo tollerare e continueremo a non tollerare alcuna forma di esternazione razzista, sia essa ispirata da antisemitismo, islamofobia, o, come in questo caso, razzismo antipalestinese», conclude.
Il caso – scrive Napoli Today – è già al vaglio della Digos della Questura e del comando provinciale dei carabinieri di Napoli che depositeranno le informative alla Procura della Repubblica di Napoli guidata da Nicola Gratteri.
(da Fanpage)

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LA DENUNCIA DI MESSNER: “MILIONI PER ANDARE IN VETTA: COSI’ L’ALPINISMO E’ DIVENTATO UN BUSINESS”

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

“BISOGNA CAPIRE CHE I CONTADINI SONO I CUSTODI DEL PAESAGGIO”

Secondo Reinhold Messner l’alpinismo è ormai un business. «È un mercato superficiale. Per questo giro il mondo per raccontare l’alpinismo classico. Oggi gli alpinisti si allenano in palestra. E l’arrampicata è diventata uno sport perfino olimpico. È bellissimo, ma è altra cosa. In Himalaya si raggiungono i campi base in elicottero. Fra poco ci saranno mille persone ai piedi dell’Everest, un campo base che appare come una cittadina. Poi ci sono situazioni a dir poco paradossali. Sodi una donna che ha offerto sei milioni in Nepal per avere la garanzia di arrivare sul tetto del mondo. E l’hanno esaudita», dice oggi a La Stampa.
Over turismo di montagna
Messner, spiega Enrico Martinet, dice che «non è possibile fare turismo in tutte le vallate. In qualcuna troppo, in altre zero. È una questione di scelte politiche. Bisogna capire che i contadini sono i custodi del paesaggio, quindi esiste la necessità di dar loro la possibilità di continuare a fare il loro lavoro. Fra i problemi c’è anche il lupo. Le aggressioni alle greggi sono una realtà e c’è il rischio di abbandono dei pascoli. I verdi sono per me fuori di testa con la protezione a ogni costo, non tengono conto dell’importanza dell’attività umana».
E lo storico scalatore vara la categoria dell’alpinismo inutile: «Esiste una tensione fra la natura umana e la natura della montagna. Ma l’alpinismo è inutile e in più facendolo si può perfino incontrare la morte. Io stesso ho fatto cose folli. Questa tensione tra noi e la montagna è anche spiritualità che mi pare affievolita. La dimensione religiosa poi non c’è più, se l’è portata con sé papa Francesco. Riguardo all’alpinismo io ho quattro concetti chiari che rispondono alle sue caratteristiche, inutile, pericoloso e assurdo. Il quarto è il racconto che per me offre il senso all’alpinismo. Io sono venuto di lì, cioè dallo storytelling, da quanto ho letto degli alpinisti delle generazioni precedenti».
L’infinito
Messner invece ci crede ancora: «Ho fatto tante cose per raccontare la montagna e l’alpinismo, musei, libri, film. E lo farò finché avrò la forza necessaria. Mi guida la voglia di creatività e ho la fortuna di avere accanto una moglie che ha più creatività di me. Sono realista, non ho più tanti anni davanti, poi sarà per me l’infinito, che equivale al punto zero del tempo».
(da agenzie)

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ELEZIONI COMUNALI IN TRENTINO ALTO ADIGE: TRENTO RIMANE AL CENTROSINISTRA, BALLOTTAGGIO A BOLZANO

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

IANESELLI SI RICONFERMA SINDACO A TRENTO SUPERANDO IL 54%…. SFIDA A BOLZANO CON SVP DETERMINANTE

Domenica 4 maggio i cittadini del Trentino Alto-Adige si sono recati alle urne per eleggere i nuovi sindaci e rinnovare i Consigli comunali in 256 comuni: 111 in Alto Adige e 145 in Trentino. Nella città di Trento ha vinto, come negli ultimi trent’anni, il centrosinistra. Il sindaco uscente, Franco Ianeselli, ex segretario della Cgil del Trentino è stato confermato per un nuovo mandato con oltre il 54% dei consensi (con 93 sezioni scrutinate su 98) sostanzialmente doppiando la candidata del centrodestra Ilaria Goio che si è fermata al 25,4%. Il Pd si conferma primo partito nel capoluogo (24,8% dei voti), mentre Fratelli d’Italia ha raggiunto il 14,3% e la Lega si è fermata al 4,3%.
I risultati a Bolzano
Situazione diversa a Bolzano dove si andrà, invece, al ballottaggio il prossimo 18 maggio, tra l’assessore comunale uscente di centrosinistra Juri Andriollo (27,3%) e, per il centrodestra, Claudio Corrarati (36,3%) per molti anni a capo del Cna altoatesino. Ha 57 anni, imprenditore, ed è appoggiato da FdI, Lega, Fi. Al ballottaggio sarà decisivo il ruolo dell’SVP (Südtiroler Volkspartei), che gode di grandi consensi in città, che è probabile che decida di sostenere Corrarati. Se quest’ultimo dovesse vincere diventerebbe il primo sindaco di centrodestra a Bolzano, dopo il “sindaco di maggio” Giovanni Benussi, che vinse nel 2005 per soli 7 voti, ma poi non trovò una maggioranza e gettò la spugna. Le elezioni di ieri hanno dato il via alla tornata elettorale di primavera, destinata a coinvolgere successivamente 117 comuni delle regioni a statuto ordinario.
L’affluenza
Il “vincitore” di questa tornata elettorale è comunque la disaffezione. L’affluenza è crollata un po’ ovunque. A Bolzano si è recato alle urne solo il
52,16% degli elettori, mentre nel 2020, quando però si votò su due giorni, fu il 60,65%. Ancora più significativo il calo a Trento, dove l’affluenza è crollata dal 60,98 al 49,93%. A livello provinciale, invece, ha votato in Alto Adige il 60.0% (440 sezioni su 441), rispetto al 65,4% di cinque anni fa e in Trentino il 54,53% rispetto al 64,08%.
(da agenzie)

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TRUMP, IL VERO SUCCESSO DEI SUOI PRIMI 100 GIORNI: L’ARRICCHIMENTO PERSONALE

Maggio 5th, 2025 Riccardo Fucile

I GUADAGNI SULLE CRIPTOVALUTE

A nascondersi dietro al culto della personalità, all’accentramento di potere, alle intimidazioni e vendette politiche, alle deportazioni extraterritoriali, all’uso sistematico della menzogna e alle altalene sui dazi, è la trasformazione dell’Ufficio Ovale in un centro di arricchimento personale senza precedenti storici.
Solo dieci anni fa, nel settimo anno di amministrazione Obama, gli Stati Uniti erano al 16° posto nella classifica dei Paesi con la minore corruzione percepita al mondo. Quest’anno sono destinati a scendere sotto il 27° posto a cui li avevano relegati i primi quattro anni di amministrazione Trump, perché molto di ciò che the Donald sta facendo in questa seconda amministrazione (incluso i dazi, che gli conferiscono un potere straordinario), non sembra avere alcuna logica economico-finanziaria se non quella di favorire i suoi affari.
Molto di ciò che the Donald sta facendo in questa seconda amministrazione (non sembra avere alcuna logica economico-finanziaria se non quella di favorire i suoi affari.
Le crypto Trump
Partiamo dalla passione per le cryptovalute, denunciate per anni dallo stesso Trump come rifugio per truffatori e spacciatori. Oggi ha cambiato idea: è attratto soprattutto dai memecoin che, al contrario dei Bitcoin (investimento reso credibile da una capitalizzazione che ormai sfiora i duemila miliardi di dollari), tendono a essere un’illusione sostenuta solo dal «pompaggio» social e dalla propaganda. Pura speculazione dove pochi guadagnano e moltissimi perdono.
Il 17 gennaio, tre giorni prima dell’insediamento alla Casa Bianca, Trump lancia il $TRUMP. Oggi sulla carta capitalizza 2,5 miliardi di dollari e l’80% delle società anonime che hanno creato quel memecoin (CIC Digital LLC e Fight Fight Fight LLC) sono attribuite alla famiglia del presidente. È vero che quel denaro smetterà di essere virtuale solo quando i Trump decideranno di vendere, ma il reddito prodotto finora dagli scambi ha già reso centinaia di milioni sonanti. E come il meme scende di valore e gli scambi diminuiscono, Trump li rivitalizza. Per esempio, il 23 aprile scorso, ha annunciato che i 200 investitori che entro il prossimo 12 maggio avranno comprato più $TRUMP riceveranno «l’invito più esclusivo al mondo» e cioè «una cena privata» con il Presidente Trump nel suo golf club della Virginia, seguita da un tour della Casa Bianca. Nelle 48 ore successive a quell’annuncio, il valore del meme è schizzato di oltre il 60% e gli scambi hanno generato commissioni per quasi un milione di dollari.
«In buona sostanza è come se Trump avesse aperto un conto svizzero e avesse annunciato di voler premiare chi vi depositerà più soldi. Mai visto nulla di simile» ha commentato alla CNN Scott Galloway, professore di marketing della Stern School of Business della New York University. In realtà è molto peggio, perché il conto svizzero, seppure segreto, lascia tracce mentre la moneta virtuale è per sua natura impalpabile.
Le operazioni a strascico
Scoperto quindilo straordinario potenziale delle criptovalute, tutta la famiglia si
è buttata a pesce. Il 22 aprile la Trump Media & Technology Group ha annunciato di aver firmato un accordo con la piattaforma Crypto.com per la quotazione del valore di un paniere di criptovalute, in partnership con Yorkville Advisors che, nel frattempo, ha acquistato oltre 17 milioni di azioni della stessa Trump Media. Il secondogenito Eric Trump ha invece annunciato il lancio di American Bitcoin, una nuova società di mining che punta a diventare «il più grande ed efficiente miner di Bitcoin al mondo». Invece Il 24 febbraio scorso la DTTM Operations LLC, la società che controlla tutti i marchi della Trump Organization, ha presentato domanda di registrazione di un marchio da utilizzare per commercializzare il cognome del presidente in piattaforme di Non-Fungible Tokens, i beni per le speculazioni virtuali.
Gli accordi in corso
Il Wall Street Journal e altri media americani hanno riportato che i Trump stanno negoziando due accordi con la ben più grande piattaforma di crypto-trading, Binance. Il primo riguarda l’acquisizione di una partecipazione nel suo braccio statunitense, la Binance.us; il secondo la quotazione di una nuova criptovaluta agganciata al dollaro emessa da World Liberty Financial, altra società della famiglia del presidente, che tra i fondatori ha Steve Witkoff, il super-mediatore per la pace che da mesi sta negoziando con Vladimir Putin. Tutto questo mentre Binance sta trattando con il Dipartimento del Tesoro un’applicazione più morbida delle leggi sul segreto bancario, primo passo per un rientro sul mercato Usa. Binance, infatti, ne era uscita nel novembre del 2023, dopo aver ammesso la violazione di quelle leggi e pagato una multa record di 4,3 miliardi di dollari al Dipartimento di Giustizia e una di 2,7 miliardi di dollari alla Commodity Futures Trading Commission. Il fondatore di Binance, Changpeng Zhao, dopo essersi dimesso dalla carica di amministratore delegato e scontato quattro mesi in un carcere statunitense, conta ora di strappare la grazia dal Presidente (suo possibile socio).
Le norme presidenziali: tutte violate
Siamo di fronte ad un caso unico nella storia americana dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Le norme di comportamento intese a ridurre i rischi di corruzione, e osservate da tutti i presidenti, impongono di liberarsi dei propri asset finanziari e di rendere pubblica la dichiarazione dei redditi. Per Harry
Truman non ce ne fu bisogno, tant’è che lasciò la Casa Bianca senza un soldo – unica sua entrata la pensione di 112 dollari al mese dell’esercito. La sopravvivenza post-presidenziale si fece per lui così difficile che, come rimedio, il Congresso decise di conferire una pensione di 25.000 dollari all’anno a tutti gli ex presidenti.
Dopo Truman venne Dwight D. Eisenhower, il quale istituì la tradizione del blind trust. Così fu anche per John F. Kennedy e Lyndon B. Johnson. Richard Nixon non fece un blind trust, ma vendette tutti i suoi beni finanziari per investirli solo in proprietà immobiliari. Il presidente Jimmy Carter invece mise in un blind trust il suo unico bene: una piantagione di arachidi. Da allora tutti i presidenti eletti, democratici e repubblicani, hanno sempre fatto lo stesso. Fino al 2016, quando Trump decise di non fare né il blind trust né la dichiarazione dei redditi. Non l’ha fatto neppure in questo secondo mandato, che ha subito iniziato monetizzando. Ma come è possibile che ciò avvenga sotto agli occhi di tutti, magistratura compresa? Non è per caso. Pur essendo infatti un cultore dell’impulsività, su questo fronte Trump ha avuto modo di pianificare.
Durante la sua prima amministrazione Trumpha accumulato oltre 3.400 casi di conflitti di interesse.
La pianificazion
Secondo la Citizens for Responsibility and Ethics in Washington (CREW), durante la sua prima amministrazione Trump ha accumulato oltre 3.400 casi di conflitti di interesse. La minoranza democratica alla Camera ha inoltre denunciato il fatto che, nei primi due anni di quel mandato, vari governi stranieri (tra i quali quelli di Cina, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Malesia) hanno speso quasi 20 milioni di dollari nelle varie proprietà immobiliari di Trump al fine di coltivare il favore del presidente. I calcoli sui secondi due anni sono stati bloccati nel 2022 dalla maggioranza repubblicana. Ma il primo mandato è stato solo il giro di prova del secondo. Appena insediato si è premurato di avere un’amministrazione popolata principalmente da esecutori delle sue volontà, dopodiché Trump si è liberato di ogni possibile posto di blocco.
Leggi sospese e dirigenti sostituiti
Il 25 gennaio ha licenziato in tronco gli ispettori generali (cioè i controllori indipendenti) di 17 dei maggiori enti governativi. Quindici giorni dopo ha rimosso il direttore dell’Office of Government Ethics, David Huitema, il cui mandato di cinque anni era stato ratificato dal Senato appena un mese prima. Huitema veniva da decenni di carriera legale costruita attorno a questioni di etica nel governo. Al suo posto Trump ha scelto Jamieson Greer, un avvocato esperto di commercio estero che aveva fatto parte della sua prima amministrazione, grande sostenitore dei dazi e assolutamente privo di esperienza in materia. Poi, con un ordine esecutivo, Trump ha istruito il Dipartimento di Giustizia a sospendere l’applicazione del Foreign Corrupt Practices Act, la legge che vieta alle aziende americane di pagare tangenti per fare affari all’estero. Il 2 marzo, il Dipartimento del Tesoro ha annunciato che non avrebbe più applicato il Corporate Transparency Act, la normativa approvata per combattere il riciclaggio di denaro, l’evasione fiscale e le violazioni della legge da parte di investitori anonimi. Il 7 aprile, lo stesso Dipartimento della Giustizia si è fatto sentire sulla materia che sta più a cuore al presidente annunciando di aver sciolto il National Cryptocurrency Enforcement Team, l’unità che si occupa delle frodi cripto-valutarie. Con l’occasione il Dipartimento ha fatto sapere che non è più materia penale e quindi «non perseguirà più contenziosi o azioni giudiziarie riguardanti asset digitali».
Virata della Sec
Per quel che riguarda l’altra autorità di controllo dei mercati finanziari, ovvero la Securities and Exchange Commission (SEC, equivalente alla nostra Consob), Trump ha scelto come presidente Paul S. Atkins, ex consigliere di operatori cripto. E poche settimane dopo la SEC ha annunciato di aver archiviato una dozzina di cause o indagini aperte sulle società emittenti di criptovalute. La prima a beneficiarne è stata la Crypto.com, la piattaforma partner di Trump Media & Technology Group. Il 26 febbraio la SEC ha comunicato la probabile chiusura dell’indagine a carico di Justin Sun, un imprenditore di criptovalute divenuto noto per aver speso 6 milioni di dollari per comprare la banana di Maurizio Cattelan.Il fatto che Sun abbia investito almeno 75 milioni di dollari nella cripto-moneta $WLFI, lanciata dalla società dalla World Liberty Financial (società dei Trump),è ovviamente una semplice coincidenza.
Nel mondo criptovalutario, in cui si è gettato a capofitto Trump, di controllo
non c’è neppure l’odore.
Affari opachi
Qui però emerge un altro aspetto: sia Justin Sun che il boss di Binance, Changpeng Zhao, non hanno la cittadinanza americana e, quindi, se emergesse un loro collegamento con un governo straniero si entrerebbe nel campo degli «emolumenti», specificatamente vietati dalla costituzione americana. Due casi di enti governativi stranieri che hanno investito in società di Trump prive di solidità economica si sono già verificati. La SEC ha infatti reso noto che, nel quarto trimestre dello scorso anno, la Banca nazionale svizzera possedeva azioni di Trump Media per un valore di 5,37 milioni di dollari e che la Zürcher Kantonalbank ne possedeva per un valore di 237.000 dollari. Il capitale di entrambe le banche è detenuto dai cantoni e da enti pubblici. Questi investimenti sono emersi perché la Trump Media è una società quotata, quindi sotto il controllo (più o meno attento) dalla SEC. Ma nel mondo criptovalutario, in cui si è gettato a capofitto Trump, di controllo non c’è neppure l’odore. Un’analisi condotta per conto del New York Times ha rivelato che molti degli investitori della cripto-moneta della World Liberty Financial hanno sede proprio all’estero, in luoghi come Singapore, Corea del Sud, Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti.
Gli incontri di Mar-a-Lago
Il 4 aprile scorso quando Trump ha improvvisamente lasciato Washington era un venerdì, non un giorno festivo, ma non è andato in Delaware ad accogliere le salme dei quattro militari americani uccisi in un incidente in Lituania. Si è recato in Florida dove ha partecipato a un torneo della LIV golf, la lega di golf creata dal Public Investment Fund, il fondo sovrano della Arabia Saudita da 925 miliardi di dollari. Poi ha soggiornato nel suo club di Mar-a-Lago, dove alloggiavano anche gli sponsor del torneo. Tra i numerosi ospiti c’erano Yasir al-Rumayyan, gestore del fondo saudita, i dirigenti della Riyadh Air, la compagnia aerea saudita, e quelli dell’Aramco, la compagnia petrolifera statale. Tutti soggetti direttamente legati a governi stranieri. L’associazione CREW ha calcolato che nei quattro anni di questo secondo mandato, le società di Trump saranno impegnate in 19 progetti sparsi per il mondo, legati ai governi di quei Paesi.
In affari con i governi stranieri
In Oman, la Trump Organization ha un hotel, un campo da golf e residenze private in fase di realizzazione su un terreno di proprietà del governo. In Serbia, Affinity Global Development, la società immobiliare del genero del presidente, Jared Kushner, sta costruendo un hotel con il brand Trump su un terreno di proprietà del governo. In Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, Trump è in partenariato con la filiale internazionale di una società saudita legata al governo, la Dar Global. Il primo maggio la Trump Organization ha firmato un accordo per un nuovo campo da golf in partnership con una società controllata dal governo del Qatar (Qatari Diar). E poi ci sono otto progetti in India (per lo più con la società Trump Towers e Trump Organization) e altri in Vietnam (Trump International Vietnam) e Uruguay (Trump Tower Punta del Este). Da presidente Trump potrà prendere decisioni su questioni che interessano quei Paesi, valutando l’impatto che avrebbero sui suoi profitti. Da parte loro i governanti di quegli stessi Paesi saranno nelle condizioni di scegliere se applicare alla lettera le normative vigenti oppure riservargli un trattamento speciale.
Una «feccia umana»
Da anni Trump definisce i giornalisti proprio così e la stampa è «nemica del popolo», «corrotta», «fake news». Dopo aver chiesto 20 miliardi di danni alla prestigiosa emittente Tv CBS per aver editato in modo da lui non apprezzato un’intervista a Kamala Harris, due giorni fa, con un ordine esecutivo presidenziale, ha tagliato tutti i finanziamenti (già stanziati dal Congresso) alle emittenti pubbliche NPR e PBS. Il motivo dichiarato: «Non presentano ai contribuenti un quadro equo, accurato o imparziale dell’attualità». Il legittimo sospetto: esercitano il diritto di critica verso un Presidente che nei suoi primi 100 giorni ha certamente centrato un obiettivo, quello di gonfiare il portafogli di famiglia.
Milena Gabanelli e Claudio Gatti
(da corriere.it)

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