Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
CRIPTO, IMMOBILI, AZIENDE: IL SECONDO MANDATO DEL PRESIDENTE USA BATTE GIA’ TUTTI I SUOI RECORD NEGATIVI
Tra i vari prodotti che ha esportato nel mondo, ora l’Italia può vantare un nuovo
successo planetario: quello del conflitto d’interessi tra affari e politica. A 31 anni di distanza dalla “discesa in campo” grazie alla quale Silvio Berlusconi risolse il rebus di 7.140 miliardi di lire di debiti del suo gruppo, lo schema è stato replicato da Donald Trump. Dopo il rodaggio del suo primo mandato, il 47esimo presidente Usa ha perfezionato l’arte di fare soldi grazie alla sua carica pubblica: nei primi 110 giorni dall’elezione il suo patrimonio è balzato da 2,3 a 5,1 miliardi di dollari grazie alle criptovalute, ma anche a immobiliare, commercio, finanza, turismo. Tutta la numerosa famiglia dell’inquilino della Casa Bianca e il vasto club dei miliardari vicini al presidente partecipano alla cuccagna, mentre le proteste degli avversari politici e delle organizzazioni civili cadono nel vuoto anche perché Trump sta cacciando chiunque potrebbero ostacolarlo.
Un simile cortocircuito non si era mai visto negli Usa. Unica eccezione, non casualmente, il primo mandato di Trump. Durante il quale, secondo la Ong Citizens for Responsibility and Ethics in Washington (Crew) “il rifiuto di Trump di disinvestire dalle sue attività globali al suo insediamento ha creato il potenziale per conflitti di interesse senza precedenti, che da allora sono diventati una delle caratteristiche distintive della sua amministrazione”. Nei 1.461 giorni del primo mandato, Crew ha calcolato 3.740 casi di conflitto di interesse divisi in cinque categorie: 831 visite alle proprietà di Trump da parte di dignitari di governi stranieri, membri del Congresso, funzionari dell’amministrazione tra cui lo stesso Trump (il tutto ne ha reclamizzato e aumentato il valore); 242 eventi a pagamento organizzati nelle stesse proprietà da lobby, enti politici e governi stranieri, per ingraziarsi l’amministrazione; innumerevoli casi in cui il presidente e altri funzionari della Casa Bianca hanno usato il loro ruolo per promuovere le proprietà della Trump Organization; 72 marchi di aziende di Trump che hanno ottenuto vantaggi da Paesi stranieri; altre “interazioni” tra Governi stranieri e la Trump Organization.
Medie già battute nei primi 110 giorni dal secondo insediamento. La Casa Bianca, secondo Crew, è ormai l’ufficio pr del capo: “La presidenza offre a Trump una piattaforma di marketing illimitata per promuovere le sue proprietà”. Ma gli utili realizzati con il vecchio schema, tra i quali i soggiorni pagati da funzionari e delegazioni nazionali ed estere negli hotel di Trump, erano quisquilie rispetto al salto garantito dalle criptovalute. Gli investimenti di Trump nel settore blockchain hanno aumentato il patrimonio della sua famiglia di 2,9 miliardi in sei mesi, portandolo a 5,1 anche grazie al fatto che la sua amministrazione continua ad allentare l’approccio normativo sul comparto e a cacciare tutti coloro che negli enti di controllo si sono opposti. Secondo la Ong State Democracy Defenders Action, le criptovalute rappresentano quasi il 40% del patrimonio netto di Trump, grazie al lancio di memecoin quali $Trump e $Melania (la moglie), oltre alla quota del 60% detenuta in World Liberty Financial, un exchange di criptovalute lanciato a ottobre 2024 nel quale una società di Abu Dhabi, Mgx, investirà 2 miliardi di dollari per creare la stablecoin Usd1, agganciata al dollaro Usa che sarà usata per comprare altre cripto attraverso l’exchange Binance, tra i maggiori al mondo.
Poi ci sono le operazioni immobiliari, come la tenuta di Trump a Mar-a-Lago, in Florida, dove eventi del Partito Repubblicano e di altri organismi gli fruttano denaro: secondo Reuters, 24 milioni di dollari nel solo 2024. I suoi campi da golf hanno registrato ottimi rendimenti. Poi ci sono gli annunci di operazioni immobiliari a marchio Trump a Dubai, in Arabia Saudita, Oman, VietNam e l’idea di trasformare la Striscia di Gaza in un resort balneare internazionale, lanciata dal genero Jared Kushner, ex consigliere della Casa Bianca che ora dirige una società di private equity alimentata da investimenti provenienti da Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Ma non mancano i soldi realizzati nei social media grazie alla piattaforma Truth, quotata al Nasdaq e della quale Trump detiene più della metà delle azioni. X, l’ex Twitter di Elon Musk, ha pagato 10 milioni di dollari a Trump per chiudere una causa. Anche Meta ha pagato 25 milioni di dollari poco dopo l’insediamento di Trump per chiudere una causa per la sospensione dei suoi account Facebook e Instagram dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Ma Trump ha fatto causa anche a Cbs News per 20 miliardi di dollari, sostenendo che non sarebbe stata imparziale in campagna elettorale. Poi ci sono gli incassi come i 40 milioni pagati da Amazon per fare un documentario sulla
first lady Melania. Non mancano le sue pubblicità a pagamento di prodotti di largo consumo, tra cui sneaker e persino la Bibbia pubblicata da un cantante country.
L’ultima saga riguarda i figli. Il 17 aprile il Financial Times ha raccontato che due azioni semisconosciute quotate al Nasdaq (Unusual Machines, azienda produttrice di droni, e Dominari Holdings, gruppo fintech con sede nella Trump Tower di New York) sono aumentate vertiginosamente (+200% e +580%) nelle settimane precedenti l’annuncio, da parte delle due società, dell’assunzione come consulenti di Donald Jr ed Eric, figli di Trump. Segno che avere un Trump a bordo porta bene: alla faccia delle norme contro i conflitti d’interesse.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
ERANO PARTITI DALLA LIBIA IL 7 MAGGIO CON ALTRE 63 PERSONE
Una morte lenta e terribile. Ma soprattutto evitabile. Due bambini di due e quattro anni sono morti stremati dalla fame e dalla sete dopo essere rimasti per giorni alla deriva nel Mar Mediterraneo. Erano a bordo di un gommone con altre 63 persone. Tutte partite dal porto libico di Zawitah il 7 maggio scorso. E soccorse la notte di sabato 10 maggio. I due piccoli erano originari del Ghana. Sono morti di stenti dopo un’agonia di due giorni. «Siamo arrivati troppo tardi», dice la dottoressa Rania del Nadir, veliero della ong tedesca Resqship.
Durante il viaggio
«Quando abbiamo iniziato il salvataggio, ci sono stati consegnati due corpi di bambini. Erano morti il giorno prima», dicono a La Stampa dalla nave. Durante il viaggio un uomo si è anche gettato in mare per il dolore delle usttioni da carburante. Un altro è morto durante il soccorso, forse per ipotermia. Sull’imbarcazione erano in 66, tra cui 13 donne, due neonati e quattro bambini piccoli. Sono sbarcati a Lampedusa in 63.
«Quando siamo intervenuti, molti avevano ustioni estese dovute alla miscela tossica di acqua salata e benzina», riferisce Hannah della Resqship. «Le donne sono state particolarmente colpite perché erano sedute dove si accumula il liquido all’interno del gommone».
Save the children e Msf
Nell’hotspot di Contrada Imbriacola sono stati portati i sopravvissuti.«È sempre
difficile trovare le parole adeguate. Tre vite sono state spezzate nel mezzo di un viaggio che avrebbe dovuto dare loro la speranza di un futuro migliore, lontano da pericoli e difficoltà» sottolinea Rosario Valastro, presidente della Cri. «Questa vicenda ci tocca tutti terribilmente». Save The Children ricorda che dal 2014 sono 32 mila i dispersi o i morti nel Mediterraneo. In cinque mesi del 2025 sono arrivati a 500.
Chiara Montaldo di Medici Senza Frontiere dice: «La disidratazione, anche grave delle persone in mare è un situazione che purtroppo ci troviamo ad affrontare spesso. Le scorte di cibo e acqua finiscono subito, anche perché pesano e ne vengono caricate quantità limitate. In queste situazioni i più fragili, cioè i bambini e gli anziani, sono decisamente i più a rischio. Non sempre gli eventi sono per fortuna mortali, ma non è raro trovare casi che richiedono un intervento medico».
Gli altri fattori
Ci sono poi diversi fattori da tenere presente: Nel 2022 abbiamo registrato molti casi di disidratazione dei migranti, perché i viaggi erano spesso più lunghi, c’erano persone che arrivavano dal Libano e Turchia. Dalla Libia invece i viaggi sono più brevi ma le condizioni nei centri di detenzione sono note. Le persone partono già in uno stato fisico fortemente debilitato. In questo caso sappiamo che sono stati almeno quattro giorni alla deriva, possiamo immaginare la gravità della situazione per tutti, compresi i bambini».
Senza acqua, spiega Montaldo, «un bambino, specialmente se molto piccolo, può resistere pochissimo, al massimo un paio di giorni. Un adulto qualche giorno in più, ma comunque un tempo limitato. Consideriamo che in condizioni normali un bimbo dovrebbe bere almeno un litro d’acqua al giorno. Stando molte ore sotto il sole a picco anche di più. Quando, invece, viene privato dei liquidi il suo corpo va in quello che chiamiamo choc ipovolemico, perché il volume di sangue si riduce, impedisce così al cuore di pompare regolarment
va in arresto cardiaco».
Una morte lenta e terribile
Si tratta di «una morte lenta e terribile. «In alcuni casi si può verificare una situazione di coma che precede la morte. Per questo prima si interviene e più probabilità ci sono di salvare le persone. Quando si riesce a intervenire in tempo la prima cosa che si fa è reintegrare i liquidi anche in vena. L’esposizione al sole per lunghi periodi può dare vita anche a casi di meningismo».
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
TRUMP HA ABBASSATO LA CRESTA: NEI PROSSIMI 90 GIORNI
LE TARIFFE AMERICANE SCENDERANNO AL 30%, QUELLE CINESI AL 10%
Una tregua momentanea, quella tra Cina e Stati Uniti: Washington e Pechino hanno
comunicato la sospensione dei «dazi reciproci punitivi» per i successivi 90 giorni. Sono le prime prove concrete verso una de-escalation del conflitto commerciale che nelle scorse settimane aveva portato i due colossi mondiali a rispondersi colpo su colpo. Sia Cina che Stati Uniti abbasseranno i loro dazi del 115% «entro il 14 maggio» e per i prossimi tre mesi, portando così le tariffe americane dal 145% al 30% complessivo e quelle cinesi dal 125% al 10%. A comunicarlo ufficialmente, dopo una prima anticipazione ieri sera, è il
segretario del Tesoro americano Scott Bessent: «Nessuno vuole una netta separazione delle nostre due economie», ha detto al termine della due giorni di colloqui a Ginevra, in Svizzera. Ma non ha rinunciato a pungere Pechino: «Vorremmo vedere la Cina più aperta ai beni americani».
Le concessioni di Washington e Pechino: i tagli alle aliquote nel dettaglio
In particolare, si tratta dell’abolizione delle aliquote aggiunte da Trump lo scorso 8 aprile e 9 aprile, che avevano fatto schizzare le tariffe sui beni cinesi (ma anche provenienti da Hong Kong e Macao) dal 54% al 145%. In più ci sarebbe un ulteriore taglio del 24% alla tariffa «base» (quella del 54%) sulle aliquote aggiuntive ad valorem, portando in complesso i dazi al 30%. La Cina risponderà con un taglio di pari valore, portando le tariffe fino al 10% e impegnandosi ad «adottare tutte le misure amministrative necessarie per sospendere o revocare le contromisure non tariffarie adottate nei confronti degli Stati Uniti dal 2 aprile 2025».
Usa e Cina: «Relazione fondamentale per l’economia globale»
Si conclude dunque con un successo il primo round di trattative tra Cina e Stati Uniti, solo il tempo dirà se si tratta di una vittoria provvisoria o destinata a consolidarsi. I due Paesi, in una dichiarazione congiunta, hanno sottolineato «l’importanza delle relazioni economiche e commerciali bilaterali per entrambi i Paesi e per l’economia globale». E hanno poi ribadito quanto sia fondamentale, sia per Washington che per Pechino, «avere una relazione economica e commerciale sostenibile, di lungo termine e reciprocamente vantaggiosa». Per questo – per una “coscienza” del ruolo all’interno del tessuto economico mondiale e per un oggettivo guadagno individuale – i due Paesi avrebbero deciso di procedere «in uno spirito di reciproca apertura, comunicazione continua, cooperazione e rispetto».
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI ATTACCANO LA GESTIONE DEGLI SPAZI TELEVISIVI
Da una parte, gli appelli all’astensione lanciati da esponenti di governo, big della maggioranza e massime cariche dello Stato, buon ultimo il presidente del Senato Ignazio La Russa. Dall’altra, l’indifferenza delle tv, che finora — a parte le polemiche di giornata riportate nei Tg — non hanno dedicato un solo minuto di approfondimento, né un dibattito, ai referendum in programma l’8 e il 9 giugno.
Secondo l’opposizione, una strategia orchestrata «ai piani alti di Palazzo Chigi»
che, complice «il regolamento-truffa» approvato dal centrodestra in Vigilanza, di fatto si traduce in un «gravissimo boicottaggio» dei cinque quesiti proposti su lavoro e cittadinanza. I quali «a oggi non hanno trovato posto nei palinsesti Rai, nonostante gli inderogabili obblighi normativi» attacca Stefano Graziano, capogruppo del Pd nella bicamerale di controllo: «Un silenzio inaccettabile da parte di un servizio pubblico vincolato per legge a garantire pluralismo, completezza e imparzialità dell’informazione. Per questo abbiamo chiesto di convocare i vertici aziendali e di attivare al più presto le tribune politiche».
Se n’era accorta, già una settimana fa, l’Autorità garante delle comunicazioni, che in uno scarno comunicato aveva invitato «tutte le emittenti a dedicare un adeguato spazio informativo sulle questioni sottoposte a voto popolare, affinché i cittadini possano avere gli strumenti per decidere con piena consapevolezza». Un alert caduto nel vuoto.
«Storicamente i referendum vengono neutralizzati facendo mancare ai cittadini un’informazione adeguata sulla loro esistenza, ancor prima che sul contenuto del voto», spiega Riccardo Magi, segretario di +Europa e presidente del Comitato per la cittadinanza: «Con la mancanza di informazione vince l’astensione ed è ciò che vuole il governo». La prova fornita dal regolamento varato a fine marzo in Vigilanza: «È molto attento al fatto che il Sì non abbia 5 secondi di voce più del No, ma se non c’è alcuno spazio informativo il regolamento è rispettato».
Per assurdo, è sufficiente che i contrari rifiutino di partecipare alle trasmissioni per farle saltare e così oscurare ogni discussione. Come peraltro sta già accadendo. «Il No fin qui si è sottratto al confronto e tutte le tribune elettorali (poche e a orari con scarsi ascolti) inizieranno nella seconda metà di maggio», prosegue Magi. Tant’è che gli avvocati sono già al lavoro per impugnare al Tar il regolamento-truffa. E non è tutto. «Se aggiungiamo che la Vigilanza, chiamata a controllare la fase prima del voto, è bloccata dall’ostruzionismo della maggioranza, ecco che la censura è servita», conclude il leader di +Europa. Rendendo ancor più evidente a chi appartiene la manina che spinge per far fallire il quorum.
È stato Antonio Tajani il primo a schierarsi per «l’astensionismo politico», visto che «non condividiamo la proposta referendaria». Poi è intervenuto pure La Russa a dire che avrebbe fatto «campagna» per il non voto. «Uno sfregio all’altissima carica che ricopre e un attacco alla partecipazione dei cittadini costituzionalmente garantita», è andata giù dura l’Anpi. «Mai l’Italia ha avuto un presidente del Senato così fazioso e inadeguato. Se vuole fare il dirigente di partito lo faccia, ma si dimetta»
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
“IN CITTA’ E’ TUTTO ABUSIVO, PURE LE MACCHINETTE PER IL CAFFE’”… “I CLAN? LO STATO ARRETRA, IO INVECE NO”… “VOGLIO UNA NAPOLI DI ONESTI”
Francesco Emilio Borrelli è il primo videodeputato nella storia della Repubblica.
Rivelo i fatti, le nefandezze, le illegalità.
Settecentomila followers plaudenti. Assomiglia al giustiziere della notte, al vendicatore dei deboli.
Non sono moralista, non sono giustiziere. Voglio la legalità, voglio vedere vincere lo Stato e perdere i lazzaroni, come si dice a Napoli.
Lei è il politico che non liscia il pelo agli elettori. Anzi li martella, li condanna, li accusa e li piglia a male parole.
Li dipingo nel modo in cui sono. Sei camorrista? Ti chiamo camorrista. Sei farabutto? Ti chiamo farabutto. Sei ladro? Ti chiamo ladro.
A Napoli è su piazza da ormai due decadi.
Sempre solo, sempre a fronte alta anche se a volte la mia fronte, il mio naso, vede questo naso?
È andato in frantumi temo.
L’ultima volta in una colluttazione coi clan. Io documento tutto e con i social vivo la mia esperienza politica e civile.
Lei è una telecamera vivente.
I social ti fanno vincere battaglie che sembrano perse, perchè la telecamera è l’estrema difesa contro i camorristi che trasformano la realtà e con l’intimidazione arrivano a farla trasformare anche agli incolpevoli.
La chiamano onorevole Sputtanapoli.
Un modo per dire che le mie battaglie sporcano il volto della città. Ma io sporco soltanto le facce sporche.
A volte sembra un po’ ossessivo, corre da un luogo a un altro per fare a botte.
Fare a botte? Sono stato una trentina di volte al pronto soccorso, ho la retina inguaiata, il naso tutto storto, gli zigomi infranti, le braccia ferite. Almeno cento volte sono stato malmenato. Io le prendo, ma non sto zitto. A volte mi sento un po’ Gandhi.
Lei documenta tutto.
E così salvo la pelle e l’onore. Vuol vedere l’assalto del clan Contini contro il mio corpo, sulla mia faccia?
Ora ha la scorta.
Da quando sono deputato ho la scorta, sì.
Cinquantamila preferenze, un botto di consensi.
C’è un popolo che mi segue. Noi verdi siamo la terza forza a Napoli.
È stato consigliere regionale.
La città è preda di un vizio antico e per me insopportabile: la legalità le riesce insopportabile
La votano nel segreto dell’urna ma in piazza ci va spesso da solo.
Io non mi pongo questi problemi, io agisco. Per dire: vado all’ospedale San Giovanni Bosco, parcheggio l’auto. Entro per un’ispezione, al tempo di consigliere regionale e mi dicono: il parcheggio è abusivo, sbarra e gabbiotto sono abusivi, come pure le macchinette automatiche per l’acqua e il caffè.
Tutto abusivo?
Abusivissimo. Sulle macchinette un adesivo: in caso di malfunzionamento rivolgersi a Gennaro. Chiamo questo Gennaro e gli dico: Ma tu chi sei? E lui: Io chi sono? Sto da vent’anni.
Si arrivò alle mani.
Lì me la sono vista brutta, volevano proprio staccarmi la testa. Per un pelo non mi mandarono in frantumi la cervicale. Una guardia giurata mi ha salvato. Grande paura ma grande soddisfazione: è dovuta intervenire la Procura, ho fatto smantellare tutto.
Lei accusa i napoletani.
Quelli disonesti assolutamente sì.
Li chiama in tutti i modi.
Mi infastidiscono chiamandomi a volte con fare confidenziale fratè. Io non sono tuo fratello, tu sei un delinquente e devi andare in galera.
Lei bastona, anche con le invettive.
Guardi questo video, guardi la polizia come arretra, lo Stato arretra davanti ai delinquenti. Guardi: questi si erano presi un pezzo di strada. L’avevano chiuso ed era divenuta loro. Ma si può? Non sono un coraggioso, è che non ce la faccio a sopportare queste schifezze. Poi mi chiamano, mi segnalano e io intervengo.
È un pronto soccorso vivente, diciamo così.
Dove c’è il sopruso c’è Borrelli.
Dov’è che va più spesso?
A liberare le abitazioni abusive. L’ultima mia battaglia contro una coppia di tiktoker, marito e moglie, che freschi freschi si erano fatti casa dove non potevano.
Lei sta nel gruppo parlamentare di Avs, con Bonelli e Fratoianni.
Ci sto benissimo.
La sua compagna è sempre in pensiero.
Non ho voluto figli anche per questa mia condizione pubblica.
E qui ci fermiamo.
Tre scooter andati a fuoco.
Non l’abbiamo già scritto?
E le ferite al braccio, le querele vinte?
(da il Fatto Quotidiano)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
COSA VOGLIONO I SOVRANISTI
Alla fiera dell’Est c’è una merce che si vende molto bene: il nazionalismo sovranista. E va anche meglio da quando è arrivato Donald Trump: «La sua vittoria elettorale – dice Radu Magdin, un analista politico rumeno – ha incoraggiato i politici conservatori ad adottare questo modello». Il nazionalismo sovranista è la bussola di chi comanda in Ungheria (Viktor Orbán), in Slovacchia (Robert Fico), in Serbia (Aleksandar Vucic), e in Georgia (Mikheil Kavelashvili). Per circa un decennio, ha dominato la scena della Polonia, della Repubblica Ceca e della Bulgaria. Domenica scorsa ha fatto volare al primo turno (40%) il sovranista George Simion, candidato alla presidenza della Romania, fra qualche giorno potrebbe sfondare di nuovo in Polonia e a settembre in Moldova.
Chi sono e cosa vogliono
Ma da dove arrivano questi politici? Chi sono? E soprattutto: fino a che punto possono spingersi? In Romania lo scorso novembre si presenta alle elezioni Calin Georgescu: da perfetto sconosciuto in poche settimane accumula 3,4 milioni di follower e passa il primo turno con il 22,4% dei voti. Elezioni poi annullate dalla Corte Costituzionale, e Georgescu escluso dalla corsa elettorale per il sospetto di finanziamenti illeciti ricevuti dalla Russia e per l’uso manipolatorio di bot e d’account falsi su TikTok, il social cinese che proprio in Romania ha il più alto indice europeo di penetrazione. La decisione è subito condannata dal vicepresidente Usa J.D. Vance, da Elon Musk, da Vladimir Putin, dal presidente turco Erdogan («è una minaccia alla democrazia»), dai Conservatori europei di cui fino a gennaio è stata presidente Giorgia Meloni, oltre che dal vicepremier Matteo Salvini che ha parlato di «euro-golpe in stile sovietico». Georgescu è sostituito dall’ultranazionalista Simion, che il 4 maggio passa il primo turno con il 41%, ed è il grande favorito al ballottaggio.
Polonia al bivio
Domenica prossima in Polonia si vota per le presidenziali, e l’astro nascente è il populista Slawomir Mentzen, il politico più seguito su TikTok. Vuole liberalizzare le criptovalute e nel 2019 s’era posto come obiettivo il bando agli ebrei, agli omosessuali, alle tasse e all’Ue. Era arrivato a chiedere l’arresto per le donne che abortiscono e l’impunità per chi infligge punizioni corporali a bambini. Oggi Mentzen, al secondo posto nei sondaggi e alleato dei tedeschi di AfD all’Europarlamento, ha rivisto un po’ le sue posizioni: quel che basta a evitargli la messa al bando e, forse, a garantirgli la vittoria.
«Slovacchia first» è la linea che guida Robert Fico, il sovranista che fa a gara con l’ungherese Viktor Orbán nel compiacere la Russia. Comunista ai tempi dell’Urss, oggi legato all’estrema destra e contrario alla Nato, è fra i pochissimi membri Ue ben accolti al Cremlino.
Gli aspiranti all’Ue
L’onda nazionalista bagna anche i Paesi che aspirano a entrare nell’Ue. Tra questi c’è la Moldova, dove il 25 marzo s’è ricorsi all’arresto di Evghenia Gutul, esponente dell’opposizione e leader d’una minoranza etnica contraria all’ingresso del Paese nella Nato e nell’Ue. Avrebbe comprato voti e ricevuto finanziamenti illeciti da un oligarca filorusso ricercato dalla giustizia internazionale per il fallimento di tre banche e per un buco da un miliardo di dollari. Il governo di Chisinau l’ha pertanto esclusa dal posto nel governo che, in base alla Costituzione, le spetterebbe. A favore della Gutul sono insorti sia Putin che Erdogan – proprio loro – accusando i moldavi di «minare la democrazia».
Molti di questi nuovi leader non hanno un passato. O ce l’hanno oscuro. In Georgia c’è un ex giocatore del Manchester City, Mikheil Kavelashvili, che in dicembre è spuntato quasi dal nulla ed è riuscito a diventare Capo dello Stato. Era l’unico candidato, e l’ha eletto un Parlamento boicottato dalle opposizioni, perché votato secondo una legge elettorale ritenuta ingannevole. A Kavelashvili non era mai riuscito di fare nemmeno il presidente della Federcalcio nazionale, perché la legge lo proibisce a chi, come lui, ha solo la terza media. Ma con le sue posizioni filorusse e una propaganda battente su TikTok, ce l’ha fatta a prendere il posto della leader europeista Salomé Zourabichvili.
Anche in Serbia è al potere da undici anni, prima come premier e poi Capodello
Stato, il nazionalista Aleksandar Vucic. Da giovane inneggiava al massacro di Srebrenica e censurava i giornalisti per conto di Slobodan Milosevic, l’artefice delle pulizie etniche in Croazia, Bosnia e in Kosovo, processato all’Aja per crimini di guerra. La Serbia aspira a entrare nell’Ue, ma intanto s’oppone alle sanzioni contro Putin, compra armi dalla Cina e fa affari immobiliari con il figlio di Trump, Donald Jr.
Il caso AfD
In Germania il governo e la Corte costituzionale dovranno affrontare una missione impossibile: la messa al bando di AfD. Il partito Alternative fűr Deutschland dichiaratamente omofobo, islamofobo e negazionista dell’Olocausto, ufficialmente classificato dai servizi d’intelligence dopo tre anni d’indagini come formazione d’estrema destra; mentre l’Ufficio federale per la Protezione della Costituzione l’ha definito «un’organizzazione non compatibile con l’ordine democratico», perché «ignora la dignità umana». Sarà complicato mettere al bando un partito scelto dal 20% dei tedeschi, ma la pronuncia dell’Ufficio federale era inevitabile, poiché in Germania (come nel resto d’Europa) i partiti devono rispettare i princìpi fondamentali sanciti dai primi cinque articoli della Costituzione: il rispetto delle minoranze, l’antisemitismo, i diritti inviolabili della persona, lo stato di diritto. Contro il rapporto degli 007 si sono schierati Matteo Salvini («gravissimo»), Orbán («l’AfD può contare su di noi»), Elon Musk, il segretario di Stato americano Mark Rubio e il vicepresidente Usa, J. D. Vance: «Questa è tirannia».
Silenzio per i nemici
I nazionalisti gridano al complotto, quand’è messa in discussione la libertà degli amici. Ma tacciono, se tocca ai loro nemici. Il 29 aprile, Erdogan è venuto in Italia e s’è incontrato con Giorgia Meloni. Fra sorrisi e accordi di scambi commerciali per 35 miliardi di euro, oltre all’impegno d’organizzare insieme gli Europei di calcio nel 2032, la premier italiana non ha trovato nemmeno un
minuto per ricordare al presidente turco il caso del suo principale avversario politico, Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e candidato alle presidenziali del 2028, arrestato lo scorso 23 marzo con le accuse di corruzione, estorsione, riciclaggio, turbativa d’asta e terrorismo. Un capo d’imputazione riguarda perfino l’irregolarità nella registrazione della sua laurea. Sul sindaco pendono sette processi, considerati pretestuosi da Amnesty International, dal Comitato di Helsinki, da Human Rights Watch e da altre otto ong internazionali. Ma per lui Meloni, Salvini, Orban, Musk, Vance e Rubio non hanno mai speso una parola. E il «golpe turco» che ha portato in galera Imamoglu non ha smosso l’indignazione nemmeno di Simion o di Georgescu.
I vantaggi della Ue
Una cosa accomuna tutti i nazionalisti: l’odio per l’Ue. Eppure vengono votati in Paesi che hanno ricevuto enormi benefici dall’ingresso in Europa. La Polonia, entrata nel 2004, è l’unico Stato europeo che da allora non è mai andato in recessione, è il Paese che più utilizza i fondi strutturali comunitari assegnati ogni 7 anni e oggi è diventata la sesta economia del Continente. La Romania ha avuto dal 2007, data dell’adesione all’Ue, una crescita media del 2-3% annuo, con punte del 4,8% prima della guerra in Ucraina. L’Ungheria è entrata nell’Ue nel 2004: da allora i contributi europei hanno favorito in maniera determinante una crescita media del 4%. Ma gli ultranazionalisti non si limitano alle critiche all’Europa: ne chiedono l’abolizione.
Gli strumenti per arginare
I governi nazionalisti hanno scatenato due guerre mondiali, e da allora le democrazie occidentali hanno fissato paletti vincolanti. Le istituzioni europee, con il Trattato di Lisbona, la Carta dei diritti di Nizza, i criteri di Copenaghen, definiscono le norme che tutti i Paesi membri, e gli aspiranti tali, devono rispettare: dallo stato di diritto, alle competizioni elettorali trasparenti e leali. Chi le infrange ne paga le conseguenze. Certo, diventa molto complesso punire
un Paese dove la maggioranza, o una larga fetta della popolazione sceglie un partito eversivo. Al tempo stesso le democrazie hanno non solo il diritto, ma il dovere di difendersi da chi ne mette in pericolo le fondamenta. Lo strumento è quello delle sanzioni, come nel caso dell’Ungheria a cui sono stati sospesi i fondi europei, oppure, se le sanzioni non bastano, togliendo il diritto di voto, e quindi di veto. Decisione possibile, ma solo con il superamento del vincolo dell’ unanimità.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
POI ATTACCA: “IL GOVERNO STA BOICOTTANDO LA CONSULTAZIONE”
La segretaria del Partito Democratico non lascia spazi alle ambiguità: “La linea del Pd è
di pieno appoggio a tutti e cinque i quesiti. Chi nasce o cresce in Italia è italiano: mentre aspettiamo di riuscire ad approvare una legge compiuta, votiamo sì per correggere una norma ingiusta. E, sul lavoro, è importante votare sì per contrastare la precarietà e aumentare la sicurezza”.
È una dichiarazione senza zone d’ombra quella che Elly Schlein consegna a più riprese, da Perugia a Terni, da Repubblica a La Stampa, per rilanciare la campagna referendaria sostenuta dal suo partito e ribadire che “il tempo dell’equilibrismo” è finito.
“L’8 e il 9 giugno tutte le cittadine e i cittadini possono votare contro la precarietà, per la cittadinanza, per la sicurezza del lavoro, per la dignità del lavoro, perché l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro: lo dice la nostra splendida Costituzione. Ma non può essere fondata sul lavoro povero e
sfruttato, sui salari bassi, sul lavoro poco sicuro”. Per Schlein si tratta di un passaggio cruciale per il Paese, ma anche per la coerenza del partito: “Ho vinto le primarie con una piattaforma di forte discontinuità e una seria autocritica delle scelte sbagliate fatte in passato rispetto al tema del lavoro. Ora devo onorare gli impegni che ho preso con gli elettori: non chiedo abiure ma la linea del Pd oggi è questa. E, secondo i sondaggi, la nostra base è d’accordo: condivide i quesiti per oltre il 90 per cento”.
Un partito unito, un governo che ostacola
Di fronte a chi, dentro e fuori il partito, prova a ridimensionare la portata della consultazione o a restare in silenzio, Schlein risponde con fermezza: “La posizione del Pd è quella votata in Direzione nazionale senza voti contrari. Non chiedo abiure personali a chi votò il Jobs act, ma il sostegno del partito a tutti e cinque i quesiti è chiaro. Il partito è unito nel dire di andare a votare: lo ha fatto anche il presidente Stefano Bonaccini”. Più tagliente è invece il giudizio verso la destra e il governo: “Visto che come al solito si è rifugiata nel silenzio, mi piacerebbe sapere cosa pensa Giorgia Meloni di questi referendum e se condivide il vergognoso appello all’astensione lanciato dal presidente Ignazio La Russa”, afferma la segretaria dem, denunciando un clima di sabotaggio istituzionale: “La Russa non è un militante qualsiasi, è il presidente del Senato. Ed è davvero grave che la seconda carica dello Stato inviti a disertare le urne: così tradisce un principio costituzionale che fissa il voto non solo come diritto, ma anche come dovere civico. Però sappiamo che dei principi e dei diritti l’estrema destra che sta al governo non se ne cura affatto”. Per Schlein, insomma, il boicottaggio è sistemico: “Il governo Meloni lo sta boicottando, tant’è che anche la Rai, ridotta ormai a megafono di Palazzo Chigi, nega uno spazio adeguato all’importanza di questo voto. Stanno usando tutte le leve in loro possesso per reprimere il sacrosanto diritto a una informazione libera e completa: una deriva illiberale che abbiamo già sperimentato”.
Schlein: “Un’occasione per cambiare la vita delle persone”
Schlein insiste sul potenziale trasformativo del voto: “Le cittadine e i cittadini possono decidere se cambiare delle leggi e riuscire a migliorare la condizione di vita e di lavoro delle persone, ma anche di vita perché il quinto referendum è quello sulla cittadinanza e noi lo sosteniamo con grande convinzione”. Contro chi accusa l’iniziativa di essere simbolica o tardiva, la leader dem poi risponde con una visione di lungo periodo: “È una battaglia giusta da fare, anche se siamo un Paese in cui alle ultime elezioni ha votato meno del 50% degli elettori. Ma io credo che l’Italia ci saprà stupire. Ce la possiamo fare, invece. La precarietà è la peggiore nemica dello sviluppo e del benessere della società, ruba il futuro ai giovani e alle donne, specie al Sud”. Infine, non manca un affondo anche sulla politica estera, legato al recente vertice di Kiev: “Proprio ora che Macron, Starmer e Merz vanno a parlare finalmente di un cessate il fuoco incondizionato per costruire una pace giusta, che tenga conto degli interessi ucraini e anche europei, Meloni è assente. Altro che pontiera, la nostra premier ha perso il treno”.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
PREVISIONI IPSOS: DAL 32% AL 38%…. NON C’E’ DA STUPIRSI VISTO CHE A VOTARE ORMAI VA IL 50% DEGLI AVENTI DIRITTO… IL 38% DEGLI ITALIANI NEANCHE SA CHE SI VOTA… TRA CHI VOTERA’ PREVALGONO NETTAMENTE I SI’
Manca un mese esatto ai referendum su cittadinanza e lavoro e l’attenzione è tutta rivolta all’affluenza. L’esito della consultazione dell’8 e 9 giugno dipenderà dal raggiungimento del quorum, ossia la soglia – pari al 50%+1 degli aventi diritto – necessaria perché il referendum passi.
Nelle ultime ore sono tornate a crescere le polemiche per le richieste da più esponenti del governo, tra cui il presidente del Senato Ignazio La Russa, perché non si vada a votare, sabotando in questo modo la riuscita del referendum. C’è poi la questione delle date scelte per il voto: anziché accorparlo con il primo turno delle comunali (previsto per il 25 e 26 maggio) si è preferito optare per l’8 e 9 giugno. Una scelta che, con le scuole chiuse e l’estate alle porte, secondo alcuni penalizzerebbe la sfida per il quorum.
Ad ogni modo le opposizioni si sono schierate contro gli appelli della maggioranza, rinnovando l’invito a partecipare al voto. E dunque, cosa decideranno di fare gli italiani i prossimi 8 e 9 giugno? Si recheranno alle urne
o prevarrà l’astensione? Una domanda a cui ha cercato di rispondere l’ultimo sondaggio condotto dall’Istituto Ipsos, che ha stimato un’affluenza tra il 32% e il 38%. Se così fosse, il referendum non passerebbe perché non riuscirebbe a raggiungere la soglia di partecipazione richiesta.
Un’ipotesi in cui sembrano credere gli stessi intervistati: solo il 18% di loro pensa che il quorum ci sarà, mentre il 42% crede i i numeri dell’affluenza saranno più bassi.
Queste percentuali comunque, variano a seconda dell’orientamento di voto degli intervistati. Negli elettori di Pd e Movimento 5 Stelle la propensione a votare è molto più elevata rispetto agli elettori dei partiti di maggioranza. Ad esempio, complessivamente la percentuale di sostenitori dem con un’alta propensione a votare sono il 64%, mentre salgono al 71% i pentastellati.
In generale poi , il 62% degli italiani dice di sapere che il referendum si terrà, contro un 32% che non lo sa e un 6% che crede non ci sia alcun voto.
Quanto all’importanza riconosciuta alla consultazione, la maggioranza – in totale il 53% – è d’accordo nel ritenerlo un momento importante. Con i vari distinguo, come c’era d’aspettarsi, a seconda degli orientamenti politici.
Quanto ai singoli quesiti, la maggior parte degli intervistati è per il sì.
Nel dettaglio, per quel che riguarda i quesiti sul lavoro: l’86% è favorevole all’abrogazione della disciplina dei licenziamenti per i contratti a tutele crescenti prevista dal jobs act; l’85% all’abrogazione di alcune norme sui contratti a tempo determinato; l’87% a cambiare le norme sulla responsabilità in caso di infortuni sul lavoro in caso di appalto e subappalto; il 79% voterà sì alla cancellazione del limite di indennità in caso di licenziamento illegittimo nelle piccole imprese.
Per quanto riguarda il referendum sulla cittadinanza invece, la percentuale è più bassa. Il 66% è deciso a voler abbassare da 10 a 5 anni il soggiorno legale richiesto per diventare cittadini italiani e dunque voterà sì. In quest’ultimo caso si registrano differenze più nette, a seconda delle preferenze politiche, tra gli elettori Pd e M5s, (rispettivamente l’85% e il 79% è favorevole a cambiare le regole sulla cittadinanza), e quelli di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega (rispettivamente 31%, 41% e 16% per il sì).
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2025 Riccardo Fucile
“NON STAVO BENE, SONO USCITA PIANGENDO”… UNA DONNA DI 43 ANNI IN CURA PER 16 METASTASI TRA OSSA E FEGATO INSULTATA DA UN COGLIONE: “SE DOVEVI MORIRE, ERI GIA’ MORTA”
Una donna di 43 anni, residente a Cornate d’Adda della provincia di Monza e della
Brianza, ha denunciato un’aggressione verbale subita in una farmacia del paese. Il fatto è avvenuto mercoledì mattina, al rientro da una visita all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
La donna è in cura per un tumore con sedici metastasi tra ossa e fegato ed è stata aggredita verbalmente da un altro cliente dopo essere passata avanti in coda. La donna ha saltato la fila dopo che il farmacista le ha fatto un cenno di venire al banco.
La 43enne ha poi spiegato con educazione che era in uno stato di profonda stanchezza legato alle cure oncologiche. Ma c’è stata una reazione spropositata da parte di un cliente presente nella farmacia.
Il racconto della donna malata di tumore
Secondo il racconto della 43enne affidato a prima Monza, tre delle quattro persone in fila non avrebbero protestato, ma uno di loro ha iniziato a inveire contro di lei, dubitando persino della sua malattia.
«Ero fuori casa dalle 6:45, rientrata dallo Ieo dopo un prelievo in vista della chemioterapia del giorno successivo. Quando il farmacista mi ha fatto cenno, ho chiesto se potevo passare avanti perché non stavo bene. Ci ho messo tre minuti, ho pagato, chiesto scusa e stavo per andare via», ha raccontato la donna. A quel punto, però, è partita l’aggressione verbale. Nonostante abbia provato a spiegare la sua condizione di salute, l’uomo ha continuato a insultarla.
«Mi ha detto: “Se dovevi morire, eri già morta”»
«Mi ha detto frasi come “Se dovevi morire, eri già morta” e “Magari capita proprio oggi”», ha riferito. Il farmacista ha tentato di intervenire per calmare la situazione, ma è servito a ben poco. La donna ha lasciato la farmacia in lacrime. «In vita mia non sono mai passata avanti, nemmeno con la disability card che mi autorizza. Questa volta ero solo stanca. Chiedevo un po’ di comprensione. Ma non c’è stata. Fortunatamente, nonostante tutto, ringrazio di non essere come quella persona», ha concluso.
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