Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
CHI VOTA ITALIA VIVA APPREZZA GLI UOMINI FORTI AL POTERE: È IL PARTITO A CUI PIACCIONO DI PIÙ NETANYAHU E ZELENSKY, E IL SECONDO, DIETRO LA LEGA, PER TRUMP E PUTIN… AI GRILLINI, INVECE, NON VA BENE NESSUNO, NEMMENO IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO E PUTIN, TANTO CARI A “GIUSEPPI” QUANDO ERA PREMIER
Negli ultimi anni i protagonisti dell’inquietudine globale sono diversi. In primo luogo, Donald Trump, rieletto presidente degli Usa nel novembre 2024.
Inoltre, Vladimir Putin, presidente della Russia, l’altra storica potenza globale. Alternativa agli Usa, come ha marcato il Muro di Berlino per alcuni decenni, dal 1961 al 1989.
Un segno di divisione, importante sul piano ideologico e politico, fra l’Occidente e il sistema sovietico.
In quest’area, inoltre, ha acquisito un ruolo importante l’Ucraina, che è stata attaccata e in parte occupata dalla Russia nel 2022, per timore che aderisse alla Nato. Da allora, per l’Occidente, è divenuta un confine geopolitico.
Insieme all’Ucraina ha acquisito visibilità e importanza anche il suo presidente, Volodymyr Zelensky, divenuto, a sua volta, un riferimento internazionale.
Dopo essersi affermato, in ambito nazionale, anzitutto come attore. [
Un’altra figura rilevante, sulla scena internazionale, è sicuramente Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele. […] questi attori politici attualmente recitano una parte di primo piano anche sul piano mediatico.
Per questo motivo è interessante sottolineare come in Italia il giudizio dei cittadini, per quanto differenziato, condivida un calo di popolarità nei loro confronti.
In termini di valori assoluti, Zelensky ottiene un grado di fiducia maggiore rispetto agli altri.
E supera Trump, che, lo scorso febbraio era più avanti, seppur di poco. Favorito dall’elezione appena avvenuta.
Molto più indietro si collocano Putin e Netanyahu. Se valutiamo il grado di fiducia nel corso degli anni e degli ultimi mesi emergono, comunque, alcune tendenze significative.
Pur restando evidenti le differenze segnalate, emerge un certo grado di normalizzazione dell’immagine di leader, peraltro, così diversi e distanti. In quanto la loro percezione appare stabile.
Naturalmente, il quadro cambia sensibilmente se valutato in base alla posizione politica degli intervistati.
Anche se, talora, gli orientamenti non appaiono molto chiari. Trump, ad esempio, piace maggiormente a chi si pone nel Centro-Destra
Quindi, ai sostenitori di Lega, Forza Italia e FdI. Ma anche di Italia Viva. Che allarga il proprio bacino elettorale anche a persone di Centro-Destra. Zelensky, invece, è apprezzato soprattutto tra il Centro-Sinistra.
In particolare, fra chi è più vicino al Centro. Cioè, il Terzo Polo: Azione, +Europa e Italia Viva. Ma è valutato positivamente anche da (poco) più di metà di chi si rivolge al Pd e ad Avs.
Il sostegno a Netanyahu è più trasversale. Limitato e senza concentrazioni specifiche. Ma, con un distacco evidente nel Centro-Sinistra, nella base del M5s, del PD e di Avs.
Un risentimento che caratterizza anche l’atteggiamento verso Putin. Il quale, come da tradizione, intercetta soprattutto il consenso di chi è prossimo alla Lega. E a Italia Viva.
In definitiva, è complicato definire la geografia politica della fiducia verso alcuni dei principali leader globali, che alimentano sentimenti e risentimenti dei cittadini.
Di certo non si percepiscono le fratture di un tempo, i muri in grado di generare e spiegare le distanze fra partiti. Fra Destra e Sinistra.
Mentre il Centro è un polo a sua volta difficile da definire. Letteralmente: delimitare. Anche per questo motivo gli italiani si guardano intorno spaesati.
Alla ricerca di figure e riferimenti, amici e nemici. E, in fondo, di nuovi muri che forniscano identità e appartenenza a livello territoriale. E globale.
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
IL GUARDASIGILLI PUNTA A RIMPIAZZARE L’EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE CON MAURO PALADINI, PROFESSORE DI DIRITTO PRIVATO A MILANO BICOCCA – “IL FATTO”: “1.750 GIUDICI DA IMMETTERE NEI RANGHI NEI PROSSIMI DUE ANNI SONO UN BOCCONE TROPPO GHIOTTO PER IL CENTRODESTRA, CHE GIÀ LI PREFIGURA COME ALTRETTANTI SOLDATINI”
Dal centrodestra non si salva neppure la Scuola superiore della magistratura. Non era mai
accaduto. Succede adesso. La presidente Silvana Sciarra è sotto assedio. Prima di lei non erano mai stati contestati gli altri tre predecessori, tutti ex della Consulta, Valerio Onida, Gaetano Silvestri, Giorgio Lattanzi.
Ma 1.750 giudici da immettere nei ranghi nei prossimi due anni, con i concorsi già lanciati, sono un boccone troppo ghiotto per un centrodestra a trazione Nordio-Mantovano che già li prefigura come altrettanti soldatini. Pronti soprattutto a interpretare la nuova stagione meloniana, se mai entrerà in vigore, referendum permettendo, la separazione delle carriere
Ecco allora le grandi manovre per trasformare la Scuola della magistratura – potente macchina spara corsi, tre sedi a Scandicci, Roma, Napoli, un budget di 8 milioni di euro dopo il taglio di 5 imposto da Nordio nel 2023 – in una struttura all’insegna dell’obbedienza.
Primo obiettivo, alla boa dei due anni, non confermare al vertice Sciarra, che ha la “colpa” di essere stata indicata dal Pd nel 2014. Non basta. Serve pure un segretario generale dall’orientamento giusto, nonché corsi ben orientati sui temi più sensibili, dall’immigrazione, al fine vita, ai reati ambientali.
A partire dalla guerriglia contro Sciarra, allieva di Gino Giugni, cominciata già al Csm quando i laici del centrodestra – con i durissimi interventi della leghista Claudia Eccher e dell’ex forzista e oggi meloniana Isabella Bertolini – non l’hanno votata, contestandone perfino il diritto a correre. Il candidato alternativo c’è già.
Sarebbe Mauro Paladini, professore di diritto privato all’università Milano Bicocca, indicato da Carlo Nordio tra i cinque nomi che gli spettavano, che è già vicepresidente. E Nordio può contare su Ines Maria Luisa Marini, l’ex presidente della Corte d’Appello di Venezia sua grande amica, che fa parte del direttivo della Scuola.
Ecco poi il blitz al Csm per nominare un segretario generale di “area”, e cioè Stefano Quaranta, presidente di sezione a Santa Maria Capua Vetere, che avrebbe dalla sua buoni rapporti con la Fondazione Livatino, noto dominio del potente sottosegretario Alfredo Mantovano.
Sull’incarico la guerra va avanti da un anno. Alla fine hanno dovuto cedere la “facente funzioni” Laura Condemi e Sciarra che deve subire Quaranta.
Ma il capitolo su cui si sta giocando la battaglia più dura è quello dei corsi per i Mot, i magistrati in tirocinio. Che a seconda di chi parla possono influire pesantemente sulla formazione delle giovani toghe. Un corso sul fine vita ha scatenato un putiferio perché Paladini e i suoi hanno preteso di dare un taglio filo-cattolico e conservatore.
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
GHISLERI: “TUTTI I SONDAGGI RILEVANO UNA MARCATA CONTRARIETÀ ALL’AUMENTO DELLE SPESE MILITARI COME RISPOSTA AL CONFLITTO IN UCRAINA. SI REGISTRA TRA LA POPOLAZIONE ITALIANA UNA DIMINUZIONE DELL’EMPATIA VERSO KIEV”
Il 57,2% degli italiani è preoccupato per aver «sentito» dell’intensificarsi delle attività militari russe ai confini con la Finlandia (fonte: sondaggio Only Numbers). Le ragioni di questa sensazione di insicurezza spaziano dall’intuizione di una minaccia diretta all’Europa, fino alla crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni internazionali.
La Russia negli ultimi tempi ha avviato un significativo potenziamento delle sue basi militari lungo il confine con la Finlandia, a seguito dell’ingresso di quest’ultima nella Nato nel 2023. Le recenti immagini satellitari rivelate dal New York Times, hanno confermato l’avvio di una militarizzazione biunivoca della frontiera, con la costruzione di nuovi alloggi per soldati e l’ammodernamento delle basi aeree.
Queste azioni sono giustificate dalla Russia come una risposta strategica da parte di Mosca per rafforzare la sua posizione nel Baltico e contrastare
l’espansione dell’Alleanza Atlantica.
Nel nostro Paese, l’elettorato della Lega e quello del Movimento 5 Stelle risultano i più scettici e i più divisi rispetto a possibili scenari di conflitto su nuovi fronti europei con protagonista sempre la Russia di Vladimir Putin.
Tuttavia, un dato di fatto è che l’ingresso della Finlandia nella Nato ha raddoppiato la lunghezza del confine tra Russia e Alleanza Atlantica, aumentando la sensazione di una minaccia diretta alla sicurezza nazionale sui due fronti, con possibili conseguenze.
Ad oggi tutti i sondaggi realizzati tra l’opinione pubblica italiana, rilevano una marcata contrarietà all’aumento delle spese militari come risposta alla guerra in Ucraina, indicando una certa sfiducia nelle istituzioni internazionali e una preferenza per le soluzioni diplomatiche piuttosto che per un ulteriore riarmo.
La presa d’atto dell’impossibilità che la Russia venga del tutto sconfitta, riduce ulteriormente la convinzione che possa essere utile il sostegno all’invio di armi e aggiunge sicuramente vigore alle pressioni per negoziati risolutivi.
Il conflitto ucraino è vissuto come una tragedia umana al centro dell’Europa che dovrebbe finire il prima possibile. In quest’ottica, un cittadino su tre vede la cessione di territori da parte dell’Ucraina come un «male minore» rispetto al prolungarsi delle violenze, soprattutto se la guerra – come sta accadendo – appare senza via di uscita.
Nonostante la solidarietà mostrata verso Kiev e il suo popolo, col passare del tempo si registra tra la popolazione italiana una diminuzione dell’interesse e dell’empatia, facendo spazio a una visione più pragmatica e disillusa. Il timore passa per la possibilità che un ipotetico tentativo di espansione da parte della Russia potrebbe coinvolgere in modo diretto anche il nostro Paese.
In effetti un italiano su 3 (34,1%) – nel sondaggio di Only Numbers – manifesta una certa preoccupazione per i possibili sviluppi futuri. Su questa linea sono schierati gli elettori di tutti i partiti delle opposizioni ad eccezione del Movimento 5 Stelle che, in forte maggioranza, assieme ai partiti di Governo non temono alcun coinvolgimento diretto del nostro Paese in una guerra nel nord dell’Europa.
Interessante osservare il target dei cittadini più giovani che, pur non ignorando completamente la guerra, la percepiscono come lontana, meno minacciosa e prioritaria rispetto ad altre crisi (80,5%). Il loro modo di informarsi principalmente attraverso i social e nel web, la fiducia che ripongono nelle strutture occidentali e una certa abitudine ai racconti sull’instabilità globale li rende più resistenti al panico, anche di fronte alle minacce di Putin o all’evoluzione della Nato.
La percezione degli italiani riguardo ai conflitti in corso nel mondo, è influenzata da una combinazione di fattori sentimentali, mediatici e generazionali che origina una maggiore vicinanza emotiva e politica per il conflitto a Gaza che, per molti versi e per gli sviluppi internazionali, è visto come più vicino e rapido nell’azione, suscitando preoccupazioni più forti rispetto alla guerra in Ucraina.
Le democrazie occidentali spesso appaiono lente, divise e paralizzate da logiche interne – elezioni, opinione pubblica, vincoli legali – e da competizioni tra Stati. Mentre gli attori autoritari agiscono rapidamente e senza vincoli, mettendo in difficoltà l’Occidente che risponde con condanne, sanzioni, appelli al diritto internazionale, che appaiono all’opinione pubblica inefficaci di fronte a chi è un “player” senza regole.
La sensazione che emerge dai dati dei diversi sondaggi è che la forza e la minaccia sembrano guadagnare terreno, mentre i valori della democrazia appaiono sempre più deboli, appannati, aggrovigliati nella burocrazia e a tratti astratti e, purtroppo, la storia ci dice che la forza può vincere le battaglie e raramente la pace trionfa
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
“MI HA MOSTRATO LE SUE FRAGILITA’, E’ STATO UN ONORE CONOSCERLO”
Nei giorni di festa per il Bologna, dopo la vittoria della Coppa Italia, il ricordo di Sinisa
Mihajlovic, morto il 16 dicembre del 2022, è tornato a farsi sentire con forza. A rendergli omaggio, oltre alla città e ai tifosi, anche sua figlia Viktorija, che sui social ha condiviso una lettera toccante inviatale da un’infermiera dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna, dove l’ex tecnico rossoblù fu ricoverato durante la malattia. «Sto facendo la notte in ospedale e spero che non ti dia troppo fastidio, ma ti racconto quei momenti sperando che possano farti sorridere», scrive l’infermiera. «Mi
ricordo di come aveva sempre un modo particolare di dire le cose, sincero, diretto e senza timore, a volte non sapevi come reagire», sottolinea. «Sapeva come farsi rispettare e non lo mandava a dire. La prima volta che sono entrata oltre al sudore dovuto dalla vestizione, avevo un po’ timore, avevo paura che reagisse male ad avere una tirocinante lì che lo “curasse”, ma con me è sempre stato gentile, mai una parola fuori posto, un istinto paterno forse, mi chiedeva se ero stanca, se ero tornata in autobus e se avevo mangiato. Mi chiedeva sempre come era l’aria fuori, quella era una cosa che gli mancava tanto», si legge nel post pubblicato su Istangram da Viktorija.
Le telefonate in vivavoce
L’infermeria ricorda, inoltre, di aver assistito spesso a telefonate di famiglia fatte con il vivavoce. «Ricordo quella volta che eravate arrivati in Sardegna e lui era al telefono con te, ti chiamava spesso Amore, e tu gli dicesti “ho aperto il cassetto del bagno di Virgi ed è saltata fuori una rana” e lui incredulo, poi tu avevi chiesto l’aiuto di Miro ma lui non riusciva a prenderla e correva e lui “2 metri di uomo e ha paura di una rana”», racconta. E poi ancora: «Mi ricordo di una chiamata con Nikolas e gli chiedeva dei voti a scuola, di una con Virginia e Violante in cui lui le parlava, mi ha detto di come la viziava, perché “ai nipoti bisogna far fare ciò che non hai potuto far fare ai figli per insegnarli bene”, “i genitori servono per educare i figli, i nonni per viziare i nipoti”».
La scoperta della malattia
Il racconto si fa via via più personale e commovente, soprattutto quando l’infermiera rievoca la sera in cui Sinisa scelse di aprirsi con lei, raccontandole come aveva scoperto di essere malato. «Una sera mi ha raccontato di come l’ha scoperto per la prima volta, ma a tua mamma l’ha detto solo dopo aver avuto la diagnosi, e poi “l’ ho chiamata e gliel’ho detto al telefono, io non so dirle le bugie, e poi era più facile che dirglielo guardandola” – racconta ancora R. (così la chiama Viktorija, figlia di Mihajlović) -. Mi ha raccontato di quanto è stato difficile quando è arrivato qui in Italia, che gli mancava molto casa e voleva tornare. Mi ha mostrato
le sue fragilità, ha pianto, mi ha detto di come questa seconda volta era proprio abbattuto, sapeva cosa aveva passato in precedenza, tutto il dolore che doveva affrontare, era meno grintoso, a volte aveva meno speranza», racconta ancora l’infermiera. L’ex allenatore cercava però di tenere nascosta quella fragilità alle persone che amava, soprattutto ad Arianna, sua moglie, con la quale aveva sempre condiviso un tacito accordo: proteggersi a vicenda, nascondendo le preoccupazioni per non appesantire l’altro.
Le canzoni di Mannoia e Vecchioni
Durante le lunghe ore trascorse nella solitudine della stanza del Sant’Orsola, Sinisa si è aperto con l’infermiera R., raccontandole del profondo amore che lo aveva travolto quando aveva conosciuto sua moglie, del desiderio di essere un padre presente nonostante i mille impegni, e della fatica delle notti in cui la solitudine diventava più dura da sopportare. «Quella notte, tra i nostri occhi lucidi, mi fece ascoltare dal mio telefono, disse proprio “ti faccio ascoltare le mie canzoni preferite”: Combattente di Fiorella Mannoia, Ho conosciuto il dolore di Roberto Vecchioni (e qui quando parla di Dio, mi fa “forse a volte non mi ascolta”) e una canzone serba», spiega R.
Il momento più duro per Sinisa
Il momento più duro? «La notte» perché «non smetteva di pensare» ed «era da solo», dice. «Come la prima volta che venne ricoverato – prosegue -, che spesso si diceva di non farcela e poi però vedeva la foto sul comodino (quella con il cuore e l’ acqua dentro fatta in Sardegna, il giorno del rinnovo delle promesse) e doveva provare, almeno per voi». E poi ancora: «Mi scusai per averlo fatto piangere, e lui disse che era stato bello, si era sfogato, si sentiva più libero. Gli regalai la pagina del giorno del calendario filosofico con scritto “non mollare mai, Pobedi Sinisa (vinci Sinisa)”», spiega l’infermiera per poi aggiungere che «è stato un onore conoscerlo, parlarci in questo modo, toccare con mano la sua e la vostra vera persona». «La famiglia – conclude – è la cosa più importante che abbiamo e voi lo sapete molto bene, ed è solo grazie a lui e a tua mamma».
Nel post su Instagram Viktorija spiega perché ha voluto rendere pubblici questi messaggi: «I motivi sono due: il primo e far sì che mio padre non venga mai dimenticato e il secondo, è per farvi sentire meno soli».
(da Open)
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
“HA COSTITUITO UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE”
C’è anche l’imprenditore Mirko Pellegrini tra le cinque persone arrestate questa mattina dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma su un presunto sistema corruttivo, legato all’aggiudicazione di appalti pubblici per la manutenzione stradale. Nei suoi confronti è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Pellegrini, 46 anni, nato a Roma e residente a Frascati e massimo referente della Fenice Srl, ma anche legato ad altre 16 società, era già finito al centro di un’indagine nei mesi scorsi per fatti analoghi. Insieme a lui sono altre quattro le persone raggiunte dalla misura: Simone Pellegrini, Flavio Verdone, Roberto Filipponi e Alessandro Di Pierantonio. Contestualmente, per 17 società è stato disposto il divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione.
Le accuse
L’imprenditore, secondo l’accusa, avrebbe costituito una «associazione a delinquere» del quale è stato considerato il «dominus». In carcere, con lui, anche il fratello e altri tre sodali che facevano parte di questa «associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di reati, di turbata libertà degli incanti, frode nelle pubbliche forniture, corruzione, bancarotta fraudolenta, riciclaggio e autoriciclaggio, tra i quali quelli di seguito descritti, tra l’altro volti a conseguire illecitamente contratti d’appalto di lavori da Roma Capitale, e da altri enti pubblici, lucrando illecitamente attraverso fraudolenti risparmi di spesa e falsa documentazione contabile». È quanto si legge nelle 100 pagine di ordinanza cautelare firmate dal gip Flavia Costantini.
Le società intestate a prestanome
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli indagati avrebbero costituito una serie di società intestate a prestanome riconducibili a un unico gruppo imprenditoriale attivo nel settore dei lavori di manutenzione stradale. Attraverso tali società l’organizzazione si sarebbe aggiudicata, anche mediante accordi o promesse corruttive, diversi appalti di lavori per il rifacimento di arterie stradali di grande viabilità, banditi da Roma Capitale e Astral Spa – Azienda Strade Lazio.
Per il gip l’organizzazione era «un cartello di imprese»
Nel provvedimento, il gip definisce l’organizzazione «un cartello di imprese» che operava in modo «stabile e organizzato», per alterare la libera concorrenza nelle gare pubbliche e frodare la pubblica amministrazione. Le società coinvolte, si legge nel provvedimento, costituivano «lo strumento funzionale alla consumazione degli illeciti», permettendo agli associati di ottenere appalti, gestire fondi in maniera unitaria e conseguire «vantaggi economici e finanziari che, senza l’appartenenza al cartello, non avrebbero potuto raggiungere».
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
LA DONNA SOPRAVVISSUTA ALL’OLOCAUSTO: “RIBELLARSI, CONTESTARE IL GOVERNO, DISOBBEDIRE”…. “L’UNICA SOLUZIONE E’ UNO STATO PALESTINESE”
«Ribellarsi, contestare il governo Netanyahu giorno e notte, disobbedire
anche nell’esercito». In un’intervista al Quotidiano Nazionale Edith Bruck, scrittrice sopravvissuta all’Olocausto, parla della situazione in Medio Oriente e del ruolo di Israele. «Quello che accade a Gaza è molto, molto doloroso per me, e credo che sia lo stesso per tutti. Netanyahu sta provocando uno tsunami di antisemitismo, perché tutti identificano gli ebrei con il governo israeliano. Ma la maggioranza degli ebrei e degli israeliani non è assolutamente d’accordo col governo Netanyahu. In Israele stanno protestando, ogni sabato ci sono manifestazioni contro Netanyahu, ma lui è sordo e cieco e si appoggia alla destra religiosa, che invoca la violenza in nome di Dio. Questo è terribile. Usare Dio per uccidere è una cosa mostruosa. Lo hanno fatto tutti, anche i nazisti».
Protestare di più
I cittadini israeliani potrebbero, secondo la scrittrice, «protestare di più. Non solo il sabato, ma tutti i giorni, anzi giorno e notte. Anche assediando la casa-bunker di Netanyahu e della moglie. Questo è il momento di ribellarsi. Molti soldati non vogliono essere coinvolti nelle operazioni a Gaza. Io credo che tutti, nell’esercito, dovrebbero ribellarsi e non eseguire o
rdini che sono disumani. Bisogna dire di no. E poi nemmeno riusciamo a capire a che cosa si voglia arrivare nella Striscia».
In Ue invece «parlano, parlano, parlano, ma non ci sono fatti. Niente cambia. Per l’Europa è sempre stato molto difficile intervenire perché si porta dietro una colpa infinita e imperdonabile, e quindi non vuole mettersi contro i governi di Israele. I tempi però sono cambiati e certe posizioni andrebbero riviste. Gli Stati Uniti dovrebbero smettere di inviare armi a Israele, così gli attacchi a Gaza potrebbero finire. Non osano farlo, probabilmente, per le pressioni degli ebrei americani”. La via d’uscita sarebbe «creare uno Stato palestinese, a quel punto cambierebbe tutto».
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
HA LASCIATO MILANO SEI ANNI FA E ORA VIVE NELL’INCERTEZZA: “ANCORA NON SO SE MI LASCERANNO OTTENERE IL TITOLO DI STUDIO”
Il nome non vuole farlo ma il Quotidiano Nazionale lo chiama Mario. È dottorando ad Harvard. Sei anni fa ha lasciato Milano. E adesso che Donald Trump ha vietato all’ateneo la possibilità di ammettere studenti provenienti dall’estero, si trova in una situazione strana. «Dovrei laurearmi fra cinque giorni: sono il primo a raggiungere questo traguardo nella mia famiglia. I miei parenti dovrebbero arrivare a breve per festeggiare insieme a me, ma ancora non so se mi lasceranno ottenere il titolo di studio», dice a Serena Curci.
Abbandonati in un limbo
«In realtà la scelta di Trump colpisce l’intero ateneo, nessuno escluso. Io ho un visto F1, tipicamente destinato agli studenti, ma sono un dottorando. Questa decisione totalmente inattesa si ripercuote anche sui ricercatori che
si apprestano a entrare nel mondo dell’insegnamento o che stanno già tenendo delle lezioni qui», spiega. E aggiunge che la decisione potrebbe rivelarsi un boomerang: «Voglio farti un esempio: buona parte degli studiosi dell’intelligenza artificiale sono giovani immigrati regolari. Così facendo l’amministrazione Trump colpisce un settore in cui gli States sono molto forti. Si stanno facendo un autogol clamoroso».
L’ordinanza sospesa
Nel frattempo l’ordinanza è stata sospesa: «Questa è una scelta temporanea, mi sembra di essere tornato ai tempi del Covid, quando non sapevamo se riprendere l’aereo per tornare in Italia o restare qui – racconta il dottorando -. Poi c’è un altro tema: se io adesso dovessi lasciare gli States per qualche giorno e volessi farvi ritorno, potrei essere respinto alla frontiera senza troppe spiegazioni. Questo è un bel problema: una volta respinto, infatti, non potrei tornare qui per ben cinque anni e questo mi cambierebbe la carriera. La mia vita, ormai, è qui».
E conclude: «Gli Stati Uniti sono cambiati parecchio negli ultimi tempi: prima c’era davvero molta più libertà di pensiero. La nuova amministrazione è molto diversa da quella del 2017: ora si cerca di silenziare il dissenso. Le università devono continuare a lottare per essere dalla parte giusta della Storia».
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
UNDICI ANNI, YAQEEN HAMMAD ERA DIVENTATA UN PUNTO DI RIFERIMENTO FUORI E DENTRO LA STRISCIA CON I SUOI VIDEO PIENI DI SPERANZA
“Provo a portare un po’ di allegria fra i bambini, in modo che dimentichino la guerra per un po’”.
Undici anni, sorriso sghembo, occhi scuri come i capelli, in uno dei suoi ultimi video così Yaqeen Hammad spiegava perché, dopo venti mesi di bombe e quasi tre di assedio totale, ancora cercasse – con un gioco, il ballo, un finto gelato – di strappare dall’angoscia e dall’orrore i bambini come lei. Fuori e dentro Gaza, quelle pillole via Instagram di impensabile allegria fra le macerie della Striscia erano diventate virali. Ma adesso, la bimba che con il sorriso sfidava le bombe, è solo l’ennesima vittima dell’offensiva israeliana “Carri di Gedeone”, che dopo la strage dei fratellini al Najjar, i nove dei dieci figli della pediatra di Khan Younis uccisi sabato, solo ieri notte è costata la vita a altri venti minori, uccisi dalle bombe sganciate su una scuola.
Nella notte fra venerdì e sabato, un raid Idf nell’area di al-Baraka a Deir el-Balah l’ha spazzata via, insieme a gran parte della sua famiglia. “Yaqeen, la mia campionessa. La mia sorellina, la mia anima, è stata uccisa”, ha scritto il fratello Mohamed, fra i pochi sopravvissuti, che con lei viveva in simbiosi.
Operatore umanitario lui, attivista lei, con il collettivo Ouena,
distribuivano cibo, vestiti, speranza fra sfollati e orfani. E Yaqeen della piccola ong palestinese era diventata il volto. I social l’avevano trasformata in un’influencer della speranza e della capacità di resistere alle scuole usate come rifugi e ugualmente bombardate, agli ospedali divenuti target, come gli operatori umanitari, ai continui sfollamenti da una parte all’altra della Striscia dettati dagli ordini di evacuazione.
Lei che balla e canta con bimbi come lei. Lei che si inventa un gelato da ghiaccio e sciroppo, che abbraccia il fratello maggiore, che ostenta un sorriso che non arriva agli occhi. Con i suoi video da Gaza, Yaqeen era diventata una delle testimoni più note della tragedia dei bambini nella Striscia. I vulnerabili, per eccellenza.
Solo dal 18 marzo, quando Israele ha violato il cessate il fuoco, secondo l’Unicef ne sono morti 950. Un milione, quasi la metà della popolazione della Striscia, dice Save the children, soffrono la fame, che ha già ucciso 29 fra neonati e anziani mentre gli aiuti rimangono bloccati ai valichi. Almeno 4.500 dovrebbero uscire da Gaza per ricevere le cure che dentro, con gli ospedali distrutti da bombe e raid e svuotati di farmaci e terapie che da mesi non entrano più, non possono più avere.
Yaqeen era una di loro. Ma a Gaza si impegnava per restituire ai più piccoli qualche momento di leggerezza che venti mesi di raid, fame e paura hanno portato a tutti via. In alcuni video, la si vede ancora con addosso il gilet dell’ong o un giubbotto antiproiettile, troppo grande per lei così minuta, mentre lavora fra le macerie, distribuisce pasti e vestiti, impacchetta dolcetti da distribuire.
Con impensabile sorriso raccontava come un paio di barattoli e un falò potessero diventare un’improvvisata cucina a gas, diventato inutile reperto da quando il carburante è bene di lusso nella Striscia. O della crisi idrica e degli sforzi per scavare pozzi, distribuire acqua pulita, quasi impossibile con il sistema idrico devastato e contaminato, pozzi e desalinizzatori fuori uso e i materiali per ripristinarli bloccati ai valichi. “A Gaza niente è impossibile”, commentava lei ostinata.E sotto le bombe, fra le macerie di palazzi, scuole e ospedali, parlava di speranza, di futuro.
Ma adesso i suoi profili sono diventati solo un lungo epitaffio e lei l’ennesima vittima di un’offensiva che è già costata la vita ad almeno 15mila bambini (cifra che sale a 20mila secondo alcune fonti che considerano anche i dispersi sotto le macerie) e gravi ferite a più di 175mila. Numeri che secondo l’Unrwa superano – e di gran lunga – il totale dei minori vittime di conflitto degli ultimi quattro anni. “Questa guerra – ha affermato il comitato della Nazioni Unite per i diritti dei bambini – è una tragica eccezione di umana brutalità”. E Yaqeen l’ennesima vittima
(da La Repubblica)
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Maggio 26th, 2025 Riccardo Fucile
GABANELLI: “LA PRIMA RAGIONE DELLA MORIA DELLE API È DOVUTA A UNA CARENZA DI RISORSE ALIMENTARI: UNA DELLE CAUSE PRINCIPALI DELLA DIFFICOLTÀ A TROVARE CIBO È IL CAMBIAMENTO CLIMATICO. LA SECONDA RAGIONE DELLA MORIA DI API SONO I PESTICIDI
Almeno una volta all’anno ricordiamoci di questi piccoli insetti che, con noncuranza, stiamo uccidendo. Ricordiamoci che è il loro lavoro silenzioso a garantire da sempre la sicurezza alimentare e il funzionamento dell’ecosistema.
Il 75% delle colture agrarie dipende da insetti specializzati nel trasporto del polline dagli stami (organi maschili) ai pistilli (organi femminili) dei fiori. È una squadra numerosissima composta da farfalle, coleotteri, bombi, ma soprattutto api.
Le api di un singolo alveare possono visitare dai 3 ai 20 miliardi di fiori in un anno, coprendo un’area fino a 30 chilometri quadrati attorno agli
alveari, dalla primavera all’autunno. Il valore economico di questo servizio naturale è enorme: circa 153 miliardi di euro all’anno a livello globale, di cui 22 miliardi in Europa e 2-3 miliardi in Italia.
Una popolazione vitale che, purtroppo, sta diminuendo. Dal 2015 a oggi, il Centro di referenza nazionale per l’Apicoltura, che fa capo all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, a Legnaro (Padova), ha ricevuto 914 segnalazioni di apiari colpiti da morie fino al 50%. […] La perdita oscilla fra i 165 milioni e 500 milioni di api.
Un dato ampiamente sottostimato perché pochi apicoltori segnalano, infatti il dato riguarda meno dell’1% degli apiari presenti in Italia, nonostante dal 2022 sia in vigore l’obbligo di registrare nel Sistema identificazione e registrazione le morie di api. Qual è la causa? Siamo andati a fondo con l’aiuto dell’Istituto Mario Negri, Ispra e Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea).
La prima ragione è dovuta a una carenza di risorse alimentari Una delle cause principali della difficoltà a trovare cibo è il cambiamento climatico: le piante possono fiorire in anticipo o in ritardo, gelate improvvise, piogge intense o lunghi periodi di siccità possono danneggiare o annullare del tutto la fioritura.
Così, quando gli impollinatori sono attivi, spesso non trovano né polline né nettare a sufficienza per svolgere le loro funzioni vitali, riprodursi e garantire il ricambio generazionale. A questo si aggiunge la diffusione di nuove varietà autofertili, come quelle di girasole e di erba medica, selezionate per l’elevata produttività. Si tratta di varietà che non hanno bisogno di impollinatori per produrre frutti o semi, ma nella maggior parte dei casi non forniscono nemmeno nettare e polline agli insetti.
E gli agricoltori nemmeno lo sanno che quelle sementi non sono in grado di sostenere gli impollinatori, perché a livello industriale sulle etichette non compare alcuna informazione specifica.
La seconda ragione della moria di api sono i pesticidi. Le analisi di laboratorio effettuate sulle api morte rivelano in quasi la metà dei casi la presenza di principi attivi di fitofarmaci sia sui corpi che nel polline raccolto. Il loro uso massiccio è tipico dell’agricoltura intensiva. In Italia, su 12,5 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata (dati Istat), il 30,4% è occupato da agricoltura ad alta intensità, pari a circa 3,8 milioni di ettari (fonte: ultimo dato Ue 2021, indicatore «Farm input intensity»).
Inoltre, la diffusione dei concimi chimici provoca un progressivo deterioramento del suolo. I terreni impoveriti richiedono ancora più fertilizzanti, diventano più vulnerabili a parassiti e malattie, innescando un ulteriore aumento di prodotti fitosanitari. È vero che le normative sull’uso dei pesticidi stanno diventando più rigorose, ma il loro impiego su larga scala ha un impatto diretto sulla vita delle api, e di conseguenza sull’equilibrio dell’intero ecosistema.
La strategia europea «Farm to Fork» (Dal produttore al consumatore) raccomanda esplicitamente: «Ai metodi chimici devono essere preferiti metodi biologici sostenibili e altri approcci non chimici». E l’Unione europea premia gli agricoltori che adottano pratiche agricole favorevoli agli impollinatori, principalmente attraverso il Fondo Europeo Agricolo di Garanzia e il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale.
Nel periodo 2023-2027, sono a disposizione 218 milioni di euro per chi riduce l’uso di fitosanitari e favorisce la presenza di habitat per gli impollinatori. Solo nel 2023, questo intervento ha coinvolto oltre 62.000 ettari.
Inoltre, l’Ue destina 780 milioni di euro a chi non utilizza diserbanti chimici nei terreni dove cresce erba spontanea, con 1 milione di ettari supportati nel 2023. Sono previsti anche 819 milioni di euro per chi alterna le colture: nel 2023 coinvolti 3 milioni di ettari. […] Un altro intervento fondamentale è rappresentato dall’agricoltura biologica, promossa dalla Ue con oltre 2 miliardi di euro nel periodo 2023-2027. Nel 2023, i fondi europei hanno sostenuto 822.000 ettari
I dati mostrano un effettivo aumento delle coltivazioni più sostenibili, ma in un anno, su 44.500 tonnellate immesse in commercio, vengono ancora utilizzate 19.580 tonnellate di principi attivi non consentiti per l’agricoltura biologica, si tratta cioè di sostanze chimiche più potenti e che minacciano la sopravvivenza delle api.
Di fronte alla crescente perdita degli insetti impollinatori, l’industria pensa ai droni: macchine volanti capaci di rilasciare con estrema precisione — grazie alla guida attraverso Gps — la giusta quantità di polline sulle colture nel posto esatto. Ma quanti droni servirebbero per sostituire le api, che in un solo alveare visitano fino a 20 miliardi di fiori l’anno? […] quale sarebbe il prezzo finale? Certo, i droni non si stancano, non si avvelenano, non si ammalano, non muoiono. A morire però è la biodiversità, garante degli equilibri che regolano la vita sul pianeta. Sarebbe dunque una sconfitta culturale ed ecologica.
Milena Gabanelli, Simona Ravizza
per “Dataroom – Corriere della Sera”
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