Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DI BANKITAIA SPRONA IL GOVERNO: “INVESTIRE SUI GIOVANI E RILANCIARE LA PRODUTTIVITA’ PER FAR CRESCERE I SALARI”
Sono tempi di profonda incertezza per l’economia mondiale. C’entra ovviamente la
politica commerciale aggressiva, ma pure altalenante, della Casa Bianca. Ma pure i conflitti e sconquassi planetari.
Una «profonda crisi degli equilibri economici», la definisce oggi nelle sue Considerazioni finale il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. In un contesto già «in rapida trasformazione», sottolinea Panetta, le politiche protezionistiche di Donald Trump hanno dato il colpo di grazia. Ma a patirne le conseguenze strutturali più dolorose, avverte il capo di Bankitalia, potrebbero essere gli stessi Stati Uniti, nel loro ruolo di leader dell’economia mondiale: a farne le spese può essere il simbolo stesso della forza degli Usa nel mondo: il dollaro. «Ci sono interrogativi sul ruolo centrale della divisa americana come valuta di riserva», scolpisce nella sua relazione Panetta.
L’errore di Trump sui dazi: «Minaccia alla concorrenza»
Per recuperare una forma di stabilità, secondo Panetta, è necessario tornare alle origini, a quello stretto legame di collaborazione tra Stati Uniti e Unione europea: «Le affinità culturali e i legami economici che ci uniscono dovranno alla fine prevalere sugli attriti presenti». Anche perché le stime, e le evidenze, parlano di un sistema economico che vive nella totale incertezza e la cui crescita potrebbe essere penalizzata «di quasi un punto percentuale nell’arco di un biennio». I dazi, ha spiegato il governatore di Bankitalia, mettono a rischio il 5% del commercio globale ma sarebbero completamente immotivati. Quel deficit commerciale che gli americani lamentano nei confronti dell’Ue e di altri partner, infatti, sarebbe controbilanciato dall’«ampio surplus» che gli Usa possono vantare in termini di servizi e tecnologie. Una forza che porta con sé un enorme rischio: «Poche grandi imprese globali controllano enormi volumi di dati e minacciano la concorrenza».
L’importanza dell’Ue: «È baluardo del libero scambio, ma non resti ferma»
Proprio in questo momento di flessione dei mercati, dove la compravendita di merci è messa a repentaglio dal muro delle tariffe, Panetta ha evidenziato la necessità di «investire adeguatamente e semplificare le procedure per nuovi impianti energetici». Un intervento che permetterebbe, «in Italia più che altrove in Europa», di abbattere il costo dell’energia sempre tenendo presente le tre direttrici fondamentali: fonti pulite, contratti a lungo termine e consolidamento delle infrastrutture. Una presa di coscienza
un’attività che l’Italia non deve prendere da sola ma di concerto con l’Unione europea, «il baluardo dello stato di diritto e dell’apertura agli scambi e alle relazioni internazionali». Proprio da Bruxelles, ha insistito il governatore della banca centrale italiana, dovrebbe arrivare la spinta a «superare i particolarismi nazionali», perché ora più che mai «non può permettersi di rimanere ferma».
L’invecchiamento della popolazione e i conti pubblici
Su questo punto si instaura anche il discorso italiano. A partire dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, che con gli ultimi interventi previsti nei prossimi due anni potrebbe «innalzare il prodotto dello 0,5%». La strada è quella giusta, ma nei prossimi anni l’Italia sarà sottoposta a ulteriori stress a causa soprattutto dell’invecchiamento della popolazione, della bassa natalità ma anche degli investimenti su difesa e transizione verde e digitale. Per questo, nell’ottica di un progressivo risanamento dei conti pubblici, serve «una politica prudente», che insista sui «segni di una ritrovata vitalità economica». Per esempio, tentando di trattenere i giovani che fuggono all’estero con «opportunità di occupazione attrattive». Oppure sfruttando l’apporto che «l’immigrazione regolare può fornire».
La piaga degli stipendi fermi
Entro un quadro comunque a tinte positive, i salari rimangono una nota dolente. In termini reali, ha scritto ancora Fabio Panetta, sono cresciuti «molto meno che negli altri principali Paesi europei» e rimangono sotto il livello del 2000. Nonostante il lieve aumento rispetto allo scorso anno, definito comunque come «incoraggiante», per il governatore i Bankitalia «è indispensabile rilanciare la produttività e la crescita tramite l’innovazione, l’accumulazione di capitale e un’azione pubblica incisiva». Solo così sarà possibile «garantire un aumento duraturo delle retribuzioni».
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
LE STORIE DI CAPORALATO DI TRE RAGAZZI VENTENNI PARTITI DAL MAROCCO E SFRUTTATI IN ITALIA
Ahmed, Kamal e Omar (nomi di fantasia) sono tre ragazzi poco più che ventenni partiti dal Marocco per raggiungere l’Italia. Hanno attraversato boschi a piedi, camminato per chilometri, o hanno intrapreso viaggi sotto ai tir solo per arrivare in un Paese dove speravano di poter trovare un futuro migliore di quello che la loro terra d’origine avrebbe potuto dare.
Tutti e tre però, una volta in Italia, sono finiti nella rete dello sfruttamento lavorativo e del caporalato: turni massacranti, condizioni di vita degradanti, minacce e vessazioni e il tutto per pochi euro. Ahmed, Kamal e Omar sono riusciti a uscire da queste condizioni e si sono rivolti alla Cooperativa Lule, che li sta guidando in un percorso di integrazione sociale e lavorativo.
La storia di Ahmed
“Ho scelto l’Italia perché cercavo un’opportunità lavorativa. Sono partito in compagnia di altri due ragazzi. Ho fatto diverse ore di viaggio. Quando sono arrivato in Italia, ho iniziato a chiedere in giro se qualcuno avesse un lavoro. Mi serviva sia per avere un sostegno economico che per pagare i debiti”, ha spiegato Ahmed in un’intervista a Fanpage.it.
Il ragazzo ha poi trovato lavoro in Sicilia e precisamente nella
raccolta degli agrumi: “Mi svegliavo alle 5 del mattino, facevo un viaggio di qualche chilometro e poi iniziavo a lavorare alle 7.30 e fino alle 3 del pomeriggio. Non c’erano pause e andavo a lavorare a prescindere dal mio stato di salute altrimenti avrei perso il posto di lavoro”.
È poi arrivato in Lombardia dove ha trovato lavoro in un panificio: “Iniziavo alle 18 e finivo alle 5 del mattino. Mi trattavano come fossi un animale. Quando chiedevo la paga, mi davano solo acconti di circa 200 euro sempre con moneta e mai con contanti. Mi hanno chiuso il bagno per non usarlo e quando prendevo il pane per mangiare, mi trattenevano i soldi dalla paga”.
“C’era un socio del datore di lavoro che era molto aggressivo: mi ha minacciato un paio di volte. Diceva che avrebbe chiamato i carabinieri perché ero lì senza documenti. Un giorno ho perso il pullman e ho avvisato che sarei arrivato in ritardo. Quando sono arrivato, ho trovato un’altra persona che lavorava al posto mio. Ho dovuto aspettare che finissero il loro turno”.
Ahmed dormiva in una stanza del panificio: “La stanza era molto piccola. C’era cattivo odore, era molto calda e umida”. A un certo punto, grazie a un video che gli aveva mostrato un suo amico, ha scoperto il Numero Verde Nazionale Anti Tratta: “Li ho contattati e piano piano sono entrato nel progetto”. Adesso sta studiando italiano e sta seguendo alcuni corsi che parlano di diritti sul lavoro e sicurezza: “Vorrei rimanere in Italia. Anche se ho subito tutto ciò, non significa che tutta Italia sia così. Spero di poter trovare lavoro e costruire qui il mio futuro”.
La storia di Kamal
La sua storia, per certi versi, è simile a quella di Ahmed. Anche lui ha lasciato il Marocco, ma perché ha deciso di abbandonare l’esercito: “Per questa mia decisione, ho avuto alcuni problemi con la
mia famiglia. A me però questo lavoro non piaceva. Preferivo studiare: quando sono andato via, ero al secondo anno di Diritto Internazionale all’università. A me piace la vita, la libertà lì non potevo avere queste cose”.
Invece è arrivato in Italia passando dalla Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria e poi Austria. Una parte del viaggio l’ha affrontata a piedi e un’altra chiedendo passaggi in macchina a persone che lui ha poi pagato. Dopo aver trascorso qualche giorno in Toscana, è arrivato in Lombardia.
In Lombardia ha lavorato come lavapiatti, cameriere e barista. Tutti i lavori che ha trovato, gli sono stati segnalati da persone che frequentavano la moschea: “Ho iniziato a lavorare in un albergo dove la cucina era stata trasformata in stanze per il personale. Io dormivo in una di queste: era piccolissima, 2 metri per un metro e mezzo. Non c’erano finestre e la porta veniva chiusa tutta la notte per poi essere aperta al mattino da chi iniziava il turno o dalla responsabile”.
Kamal aveva due responsabili di riferimento: “Uno era italiano e un altro marocchino. Quest’ultimo caporale non dava niente per niente. Dovevi infatti pagare per qualsiasi cosa chiedevi”.
“Una volta è caduto in cucina un ragazzo che lavorava in nero come lavapiatti. Il responsabile non ha nemmeno chiamato l’ambulanza. Lo ha portato con la sua automobile in ospedale e lo ha lasciato lì. Non l’ho più visto. Ma subito dopo è arrivato un altro. I responsabili trovano sempre sostituti perché girano con l’automobile alle fermate dell’autobus, fuori dalle stazioni e sono sempre in cerca di persone senza documenti”.
Anche Kamal è seguito da Lule: “Adesso studio la lingua italiana. Il mio futuro è qui in Italia dove voglio pagare le tasse e lavorare”.
La storia di Omar
Quella di Omar è una storia più complessa: “Quando è morta mia madre, ho scelto di partire. Non potevo più vivere in Marocco. Non riuscivo a trovare un lavoro dignitoso e, insieme ad altri sei ragazzi che vivevano nel mio quartiere, sono partito”, ha spiegato. Dopo aver raggiunto la Turchia con un aereo, ha attraversato la Grecia a piedi in un viaggio che è durato sei giorni. Una volta in Bulgaria, ha raggiunto l’Austria attaccato all’asse di un camion insieme a un amico. Il conducente non sapeva nulla della loro presenza.
Inizialmente è arrivato a Milano. Poi si è trasferito a Bari: “Un mio amico mi ha detto che potevo lavorare nella raccolta delle olive e così l’ho raggiunto”. Poi è stata la volta della Sicilia, il Veneto e infine la Lombardia dove ha iniziato a lavorare in un panificio: “Dormivo nella stessa stanza in cui lavoravo. Guadagnavo molto poco e venivo anche trattato male. Lavoravo dalle 6 alle 5 del mattino e quando arrivava la fine del mese, mi dicevano che non c’erano mai soldi per pagare. Dopo quindici giorni, mi davano un accanto in moneta. Erano circa 200-300 euro”.
“Non è stato un periodo facile. Ti senti impotente. Non riesci a reagire. Sai che quelle modalità sono ingiuste, ma non è facile uscirne”. Ma dopo diverso tempo, ha trovato un’associazione a Catania a cui ha chiesto aiuto. È stato poi indirizzato verso Lule Onlus. Anche Omar sogna di rimanere in Italia e trovare un lavoro qui.
Lo sfruttamento lavorativo in Lombardia
L’Ente Anti-Tratta ha identificato 128 casi di vittime di gravissimo sfruttamento. La maggior parte, come nel caso di Ahmed, Kamal e Omar sono uomini tra i 26 e i 32 anni. Tra gli sfruttati potrebbero esserci anche diversi minori stranieri che arrivano in Italia non accompagnati e che è difficile rintracciare.
Su questi 128 casi, 36 sono in campo agricolo, 23 nel settore edile
poi segue quello alberghiero, commerciale, industriale, manifatturiero. All’apparenza potrebbero sembrare pochi casi, ma in realtà non è molto semplice rintracciare le vittime di sfruttamento.
La difficoltà è data da diversi fattori. In primis, la mobilità: “Serve che la manovalanza a basso costo sia estremamente mobile”, ha spiegato a Fanpage.it un operatore di Lule. “Una persona potrebbe lavorare in Lombardia per alcuni mesi, poi potrebbe essere spostato in un’altra zona. E anche il campo di sfruttamento non è detto che rimanga lo stesso”.
Per spostare persone, esistono cooperative senza terra che chiedono inoltre il pagamento di un’abitazione, del trasporto sul luogo di lavoro e di eventuali pseudo avvocati: “C’è una grossa organizzazione”. Oltre alla mobilità, a complicare l’attività è il fatto che spesso si lavora in strutture private in cui è difficile entrare.
Una volta che gli enti anti-tratta riescono a individuare le possibili vittime e, dopo aver accertato che sussistano gli indicatori per riconoscere lo sfruttamento lavorativo (paga scarsa o assente, misure di sicurezza praticamente inesistenti, niente pause o ferie e fino alla violenza o al ricatto nei casi più estremi), Lule propone un percorso di protezione: “Questo prevede un’abitazione lontana dalla situazione di pericolo, un servizio di mediazione linguistico-culturale, visite sanitarie per agire tempestivamente su problemi fisici causati dalle condizioni di vita degradanti e usuranti e psicologiche per affrontare sia il trauma migratorio o i possibili episodi di violenza subiti . Successivamente è previsto un percorso di assistenza legale per far ottenere il permesso di soggiorno. Ci vogliono specialisti sanitari, aziende di inserimento lavorativo, specialisti per la formazione, per i corsi di italiano e per gli psicologi”.
“Dopodiché cerchiamo di capire la storia della persona: se ha denunciato per esempio dove è stato reclutato. Cerchiamo di creare
una relazione di fiducia. Il percorso è poi finalizzato a rendere la persona autonoma sul territorio e ad autodeterminarsi. Saranno quindi erogati corsi di italiano, verrano approfondite le competenze. L’obiettivo è permettere nell’arco di un anno e mezzo di far raggiungere un’autonomia personale, abitativa e lavorativa”.
In tutto questo, quindi, il lavoro multi-agenzia è fondamentale: “A un sistema si risponde con un sistema, non come singolo attore. La Lombardia rappresenta una singolarità. Ci sono due progetti Antitratta: Mettiamo Le Ali, Lombardia 2 che vede come capofila Lule onlus e opera su 7 province (Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Lecco, Pavia, Mantova), l’altro ha come capofila il Comune di Milano e si chiama Derive e Approdi su Milano e provincia, Varese, Monza e Brianza e Sondrio. In altre regioni, come per esempio in Veneto, c’è un progetto regionale che vede la Regione come capofila”.
Il punto è che bisogna imparare a parlarsi e confrontarsi: “A Mantova e Lodi siamo in co-progettazione con le Prefettura e i risultati sono ottimi. Questi progetti dimostrano che è possibile creare sistemi virtuosi dove vi è una comunicazione fluida con tutti gli Enti coinvolti”.
(da Fanpage)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL CARROCCIO SI PRESENTA ALLA RINASCENTE DI ROMA PER IL LANCIO DI UNA STARTUP MODAIOLA CHE REALIZZA ACCESSORI DEDICATI AI SEGNI ZODIACALI… TESTIMONIAL DELL’EVENTO È IL SUO CONSIGLIERE ECONOMICO ARMANDO SIRI, EX SOTTOSEGRETARIO, MA LA TRUPPA LEGHISTA È NUMEROSA: TRA UN CALZINO E UNA CRAVATTA, SPUNTANO I SOTTOSEGRETARI CLAUDIO DURIGON E LUCIA BORGONZONI, I PARLAMENTARI ALESSANDRO MORELLI, SIMONETTA MATONE E LAURA RAVETTO
Matteo Salvini in blu elettrico (o Cina? O estoril?, vai a capirlo, ci vorrebbe un esperto
alla Giambruno per scoprirlo!) guida una piccola schiera di Leghisti freschi e tosti alla Rinascente di via del Tritone. Pomeriggio di shopping? Macchè! Nato sotto il segno dei Pesci, Matteo (mai visto così disponibile e cordiale con tutti sarà che era contento di aver visto approvata la legge “Salva Animali”, sua battaglia storica) non poteva non accorrere a dare manforte all’amico Armando Siri, suo Consigliere per le politiche economiche e già senatore della Lega.
Uno che, nato sotto il segno del Leone, si è appassionato all’astrologia di cui è diventato grande studioso tanto da fare proseliti: ha “contagiato” persino due giovanissimi, Matteo Alessi e Leonardo Gatto, ideatori della startup modaiola “Elios Milano” che sforna accessori made in Italy lussuosetti dedicati ai segni zodiacali: cravatte, pashime, T-shirt, foulard, ribon e calzini con ricami in filo dorato che rappresentano il glifo dei vari segni. Costano dai 100 euro in su ma nel packaging ti ritrovi una piccola pergamena con la descrizione del segno scelto. Capperi!
Il ministro e vice presidente del Consiglio Salvini, in ottima forma e sorridente, è arrivato puntualissimo alle 19 al cocktail modaiol-astrologico: ha bevuto un calice di vino bianco, assaggiato stuzzichini, parlato e scherzato posando anche per molti selfie.
Con lui anche i senatori leghisti Claudio Durigon, Sottosegretario al Lavoro, la pimpante Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni, l’ex direttore di “Radio Padania” Alessandro Morelli, senatore e Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla programmazione e al coordinamento della politica economica. Insomma, tutti pezzi grossi.
Arrivano anche la coloratissima nel look Simonetta Matone, magistrata ed onorevole della Lega, seguita poco dopo da Giorgia Latini, vicepresidente Commissione Cultura alla Camera. Come si sarà sentito l’unico col cuore a sinistra, il 25enne Federico Lo Buono, “alieno” del Pd, presidente dell’associazione “La Giovane Roma” con cui è stato il più giovane candidato Sindaco della Città eterna della storia. Federico nel 2021 ha pubblicato il romanzo “Un alieno a Roma”.
“Lascia il segno” il titolo dell’happening per lanciare la nuova collezione di accessori nel segno delle stelle. Tanto che ad accogliere tutti è stato l’enorme “Cerchio dello Zodiaco”, una grande ruota con i 12 segni zodiacali. E pronta a sfornare il tema natale di ognuno che ne facesse richiesta (e la fila era bella lunga) c’era l’astrologa Betty Gatti, visto che Siri era troppo occupato a fare gli onori di casa e intrattenere gli amici accorsi, anche se figurava solo come testimonial dell’evento che battezzava la startup.
A dare il benvenuto nel rooftop al sesto piano, ecco la cantautrice e conduttrice radiofonica Silvia Salemi, sorridente nel suo look casual, che ha aperto la serata con un saluto. “L’astrologia è sempre stata una disciplina un po’ da parrucchiere, ci credo e non ci credo”, ha rotto il giaccio Siri che ha avuto una serie di vicende giudiziarie poi archiviate.
“Ma non c’è bisogno di credere a nulla perché lo zodiaco non chiede di credere, bensì di conoscere! In un mondo che spesso ci appare pesante e greve, lo zodiaco vuole offrire un po’ di quella sana spensieratezza e di quella leggerezza, da non confondere con frivolezza ma, anzi, essenziale e fondamentale per vedere le cose da una prospettiva di ottimismo e di fiducia”.
E tra finger food, brindisi, dj set dal vivo arrivano via prezzemolini dello spettacolo, del giornalismo e delle istituzioni. Ecco l’inviato delle Iene Filippo Roma con la sua Liliana Chiaranello, gli attori Marco Cocci, Romano Reggiani, Eleonora Puglia, l’astrologo Rino Jupiter, le giornaliste tv Alessandra Viero, Maria Letizia Modica, Lucia Pioppi, Ylenia Buonviso, la mondanissima direttrice di “Grazia” Silvia Grilli, le onnipresenti Veronica Ursida e Maria Monsè minigonnatissima con stivaloni argentati.
E altra varia umanità. Per ultimo, alle 21, quando già Salvini e company erano andati via ecco apparire Claudio Lotito, senatore anche lui ma di Forza Italia e mitologico presidente della Lazio. Che si è fatto subito tentare da un cesto di ciliegie che, si sa, una tira l’altra. Che dire? Che i nostri politici si affidano alle stelle…
(da Dagospia)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
A REALIZZARE L’ATTREZZATURA PER I SOLDATI A STELLE E STRISCE SONO RIMASTE SOLO DUE AZIENDE. E UNA DI QUESTE, CON SEDE IN CAROLINA DEL NORD, HA UNA FORZA LAVORO COMPOSTA PER IL 30% DI IMMIGRATI PROVENIENTI DA UCRAINA E NICARAGUA, CON TUTELE LEGALI TEMPORANEE E QUINDI A FORTE RISCHIO DI ESSERE CACCIATI DAL PAESE
Solo due aziende producono i paracadute per l’esercito americano, ma oggi una di queste, la Mills Manufacturing, rischia il collasso a causa delle deportazioni ordinate da Donald Trump.
Come riporta il Wall Street Journal, gli immigrati provenienti da Ucraina e Nicaragua, che mantengono in funzione una fabbrica nella Carolina del Nord, sono tra gli 1,8 milioni di lavoratori con tutele legali temporanee, e il Ceo John Oswald avverte che, “se perdessimo questi lavoratori, sarebbe devastante per la nostra attività e metterebbe a rischio il resto della forza lavoro”.
L’azienda, con i suoi 90 anni di storia, è una delle sole due imprese rimaste qualificate per la produzione dell’MC-6 e del T-11, i principali paracadute per l’esercito statunitense, e il 30% dello staff si trova ora in bilico dopo che la Corte Suprema ha concesso a
Trump di revocare le protezioni legali temporanee
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
TRA I GRAZIATI CI SONO I REPUBBLICANI MICHAEL GRIMM E JOHN G. ROWLAND, CONDANNATI PER FRODE FISCALE. POI C’È EARL LAMONT SMITH, SERGENTE E FERVENTE TRUMPIANO, CHE RUBÒ MIGLIAIA DI COMPUTER DEL GOVERNO. PER NON PARLARE DEL GANGSTER
In un solo giorno Donald Trump ha concesso il perdono presidenziale a 25 persone e
commutato le pene ad altre 9. E se c’è un’indicazione da dedurne, è che il capo della Casa Bianca ama evasori, bancarottieri fraudolenti, ladri di beni pubblici, politici corrotti. Soprattutto quelli che lo sostengono e finanziano le sue campagne. Tant’è. Fra i graziati spiccano i nomi dell’ex rappresentante repubblicano di New York Michael Grimm e dell’ex governatore del Connecticut, John G. Rowland, entrambi condannati per frode fiscale.
Ancora, quelli di Jeremy Hutchinson, condannato a 4 anni per aver accettato mazzette quando era senatore in Arkansas, e dei coniugi Julie e Todd Chrisley, due star televisive che avevano truffato fisco e banche per 30 milioni di dollari per sostenere il loro tenore di vita.Quanto a Earl Lamont Smith, altro graziato, è sergente della riserva e fervente trumpiano, che nel 2010 rubò migliaia di computer di proprietà del governo, per rivenderli e intascare il guadagno. Dulcis in fundo, grazia anche per Imaad Zuberi, grande donatore di Trump, condannato a 12 anni per violazione della legge sul finanziamento elettorale e ostruzione della giustizia.
Un caso a parte e molto controverso è la commutazione di sei ergastoli decisa da Trump per Larry Hoover, già fondatore e capo della Gangster Disciples, banda criminale di Chicago che negli Anni Settanta arrivò ad avere 30 mila membri. In carcere dal 1997, condannato per omicidio, estorsione, riciclaggio e spaccio, Hoover, che ora ha 74 anni, non uscirà di galera perché deve ancora scontare 200 anni di condanna statale in Illinois.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
PER FARLO OCCORREVA L’AUTORIZZAZIONE DELLA MAGISTRATURA… A CHE TITOLO I PARTITI POLITICI VENGONO SPIATI E DA CHI?
Il giovane sarebbe rimasto tra le file del partito per dieci mesi, partecipando a tutte le principali iniziative. I primi dubbi sono sorti dopo la manifestazione del Primo maggio. presentate tre interrogazioni al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi
Era un agente della «antiterrorismo» il giovane 21enne che per 10 mesi avrebbe militato sotto copertura nelle file di Potere al popolo. L’agente, classe 2004 e uscito dalla scuola di polizia nel 2023, sarebbe stato prima assegnato alla Questura di Milano, poi trasferito alla «antiterrorismo». A svelarlo sono gli stessi documenti del ministero dell’Interno, citati nell’edizione odierna del Fatto Quotidiano. A partire dal settembre 2024, poi, il giovane compare tra i militanti di Potere al popolo: «Si è presentato a noi come uno studente fuori sede, proveniente dalla Puglia», aveva raccontato il
portavoce del partito, Giuliano Granato, a Fanpage. Ed effettivamente il legame con la Puglia l’agente non lo ha mai perso negli ultimi dieci mesi: stava a Napoli, «studente alla Federico II», fino al venerdì per poi rientrare a casa nel weekend.L’attività in prima linea poi i primi dubbi: «Usava il suo vero nome, abbiamo trovato foto in divisa»
Mentre era a Napoli, però, era sempre in prima linea in tutte le iniziative di Potere al popolo: «Ha partecipato a blocchi degli sfratti, lotte studentesche e anche ai momenti nazionali di Potere al popolo. Non mancava mai», ha racontato ancora Granato. I dubbi sono poi scattati dopo la manifestazione del Primo maggio, quando il giovane è stato visto in un ristorante seduto al tavolo con due uomini in giacca e cravatta. Le prime indagini, però, non avevano dato nessun riscontro: il giovane agente, pur «sotto copertura», aveva sempre usato il suo vero nome e dai social non compariva alcuna foto che lo ritraesse in divisa. Solo un’analisi più accurata della sua rete di contatti ha permesso ai membri di Potere al popolo di scovare l’occupazione del 21enne.
La versione «ufficiale» e le interrogazioni parlamentari a Piantedosi
Le «fonti qualificate», scrive ancora il Fatto Quotidiano, al momento negano, anche perché l’attività degli agenti sotto copertura deve per legge coinvolgere anche l’autorità giudiziaria. Per far chiarezza su questo punto, nei prossimi giorni le opposizioni avrebbero intenzione di presentare tre interrogazioni al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. «Già girano le prime versioni per insabbiare e spargere fumo sul caso», ha denunciato Peppe De Cristofaro, capogruppo di Alleanza Verdi Sinistra al Senato. Le altre due sono portate avanti dal Pd, con i deputati Chiara Gribaudo e Mauro Berruto, e dal Movimento 5 Stelle, a firma della deputata Gilda Sportiello.
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
POI L’INVITO A TRUMP: “SANZIONI MOSCA SE NON VUOLE PERDERE CREDIBILITA’”
Da Singapore, in una conferenza stampa, il presidente francese ha ribadito la necessità
di mettere ulteriore pressione a Mosca. Su Gaza, invece, ha insistito sulla necessità di un maggiore impegno
umanitario da parte di Israele, minacciando un fronte unico europeo contro Tel Aviv
Le sanzioni alla Russia, in caso di ennesimo rifiuto di un cessate il fuoco, sarebbe da parte degli Stati Uniti un semplice «test di credibilità». Insomma se davvero – come si è detto negli ultimi giorni – il presidente americano Donald Trump è così «impaziente», non mancherà di «confermare il suo impegno a colpire Mosca». È il presidente francese Emmanuel Macron a suonare ancora una volta la carica contro il leader del Cremlino, Vladimir Putin, chiamando a raccolta le grandi potenze occidentali e spronando anche Washington a mettere ulteriore pressioni verso una tregua. «Ho parlato 48 ore fa con il presidente Trump. La domanda ora è: cosa facciamo?», ha detto durante una conferenza stampa a Singapore, una delle tappe del suo viaggio nel Sud-Est asiatico. «Noi europei siamo pronti, se la Russia conferma di non essere pronta a fare la pace gli Stati Uniti devono sanzionarla».
Gaza, Macron: «Riconoscere uno Stato palestinese è un’esigenza politica, l’Europa più dura contro Israele se non cambia nelle prossime ore»
L’impegno per Emmanuel Macron non si ferma al suo ruolo di rappresentante (di spicco) dei «Paesi volenterosi». Altro focus a livello internazionale è ovviamente anche il conflitto a Gaza, in merito a cui l’inquilino dell’Eliseo continua a ribadire con fermezza la sua posizione. «Riconoscere uno Stato palestinese non è semplicemente un dovere morale, ma un’esigenza politica». Per raggiungere questo obiettivo, il presidente francese ha stilato una serie di punti che Israele deve garantire. A partire dalla situazione umanitaria – ripristino di acqua, elettricità e flusso di aiuti nonché libera circolazione degli operatori sanitari –, fino a un piano di ripresa e ricostruzione di Gaza. Un progetto a cui Macron sarebbe
disposto ad accettare la partecipazione di alcuni Paesi arabi e che dovrebbe portare a uno Stato «con una nuova governance palestinese, guidata dall’Autorità nazionale palestinese». A stretto giro è necessario ovviamente un immediato e duraturo cessate il fuoco, per cui gli europei dovrebbero impegnarsi «rafforzando la loro posizione collettiva contro Israele se non ci sarà una risposta commisurata nelle prossime ore».
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
COSI’ STA VINCENDO IL MODELLO DI PECHINO
Vengo in questo paese quasi ogni anno da trent’anni. Ho potuto perciò vedere con i miei occhi la stupefacente rinascita di questo Stato-civiltà che ammalia chiunque lo incontri, da amico o da nemico, da alleato a invasore, prima e dopo Marco Polo. Ma è giunto il tempo di fare un inventario dei miei pensieri e dei miei sentimenti verso la Cina, e nelle scorse settimane ho avuto l’occasione di metterli alla prova in una serie di dibattiti ad alta intensità in alcune delle maggiori università del paese. Offro ai lettori un resoconto molto parziale dei temi sui quali mi sono misurato con studenti, professori, dirigenti di partito, giornalisti. Grandi temi, certo, perché tutto è grande nella Cina di questi tempi. E occorrono chiavi di lettura adeguate se non si vuole cadere in balia dei luoghi comuni, delle mezze verità e degli stereotipi. Non c’è un flusso di notizie affidabile su ciò che succede davvero in Cina, su come essa si comporti nella scena internazionale. Credo che la nozione più dura da afferrare per media e governi occidentali è che la potenza cinese attuale poggi su solide basi non-capitalistiche. Il più diffuso luogo comune è quello che pretende di spiegare il miracolo economico della Cina con la scelta di volare sulle ali del capitalismo occidentale per fuggire dall’inferno della povertà estrema in cui essa era piombata dopo la caduta del Celeste Impero. Mao Tse Tung e la rivoluzione comunista del 1949 non sarebbero stati altro che un costoso, eccentrico biglietto di ingresso nella modernità occidentale, perseguita poi fino in fondo secondo una formula autoritaria e nazionalista. La Cina di Xi Jinping, secondo le vittime del suddetto pregiudizio, è una replica tardiva e pericolosa della modernizzazione tedesca, giapponese e italiana del secolo passato destinata a terminare come sappiamo. Salvo una sua conversione dell’ultimo minuto alla democrazia liberale e allo Stato di diritto. Conversione di giorno in giorno più improbabile data la saldezza crescente di un dominio comunista diventato, con le nuove tecnologie, compiutamente orwelliano. La forza di questo stereotipo non è intrinseca, ma è dovuta all’assenza di una concezione antagonista
munita degli adeguati strumenti di contrasto.
L’eresia dei successori di Mao non è stata la conversione alla società del mercato, bensì la scelta di usare il capitalismo invece di distruggerlo, forzandolo a comportarsi come una risorsa al servizio del bene di tutti. Ma la potenza delle idee sbagliate può essere suprema. Lo deduco dal tempo che ha impiegato uno studioso di orientamento socialista come chi scrive per sentirsi in grado di attaccare il mito della Cina capitalista, e dalla timidezza con cui lo stesso governo di Pechino rivendica l’alterità del suo sistema rispetto a un Occidente capitalistico pervenuto alla fase terminale del suo declino.
Durante un dibattito in università, un alto dirigente del Partito comunista ha così motivato la riluttanza del PCC a marcare le basi non-capitalistiche di una Cina aperta al confronto con mercati e Stati esteri: “Primo, il concetto è difficile da spiegare, soprattutto a una audience straniera scettica verso di noi, pronta a considerare propaganda qualsiasi nostra dichiarazione di contenuto fortemente politico. Secondo, non intendiamo dare l’impressione di proporre un modello da imporre agli altri tipo l’esportazione della democrazia promossa dai neocon americani. Terzo, l’idea può essere facilmente distorta e messa in contrasto con la nostra advocacy dei principi di non interferenza e di rispetto della sovranità”.
In effetti, la narrativa di un sistema cinese composto da un’economia largamente capitalistica e di mercato e da uno Stato che non la riflette – perché socialista e orientato a dominarla invece del contrario – non è facile da spiegare neanche agli economisti. Credo che solo i keynesiani più fedeli alle idee originarie del loro maestro siano in grado di comprendere bene questo concetto. Ora non prendetemi per un attempato comunista se vi dico che il potere euristico di questa chiave di lettura è grandioso. Essa vi consente
non solo di risolvere l’enigma del miracolo economico della Cina post-Mao, ma vi permette di stare seduti in prima fila davanti al tramonto di un capitalismo occidentale dove la finanza si ciba dell’industria e del commercio.
Mentre le industrie euroatlantiche soffrono di una cronica caduta dei profitti e sono costrette per sopravvivere a trasformarsi in imprese finanziarie, quelle cinesi realizzano introiti dal 50 al 200% superiori a quelli delle loro controparti occidentali grazie alla riduzione dei costi e dei rischi apportata dalla pianificazione socialista e grazie all’assenza del vampirismo finanziario. Questo elemento è davvero fondamentale. Una delle maggiori risorse del “socialismo di mercato” cinese è un sistema bancario interamente pubblico, che consente di trasformare i risparmi dei cittadini in investimenti produttivi invece che in fiche del casinò finanziario mondiale. Il sistema cinese attuale è andato oltre Marx e molto oltre Keynes. Esso non cerca né di distruggere né di “riparare” il capitalismo, ma di usarne l’immensa forza e dinamicità a scopi di benessere collettivo. Superandolo anche nel campo dello sviluppo delle forze produttive. Come? Per mezzo di un possesso pubblico diretto di tutti mezzi di produzione strategici: il capitale-denaro, la terra, le grandi imprese dei settori strategici e, oggi, anche il mezzo di produzione più cruciale che è l’Intelligenza artificiale. Tutti questi beni, i centri di comando della produzione e della distribuzione, sono di proprietà statale. Il cuore, il cervello e il sistema nervoso dell’economia cinese, perciò, non obbediscono al capitale ma allo Stato. Sono essi stessi lo Stato. Il “corpaccione” materiale dell’economia cinese è invece largamente privato, composto da investitori capitalistici alla ricerca del profitto, del tutto simili ai loro omologhi occidentali. Parlo di milioni di imprese e imprenditori che sono la parte più visibile dell’economia reale più imponente del pianeta, che genera
ormai il 40% della produzione industriale globale. Il software di tutta la baracca è una pianificazione altamente sofisticata, algoritmica, tentativa, collocata agli antipodi della rigida pianificazione sovietica che ha scavato la fossa del socialismo russo. E agli antipodi anche della formula primitiva del capitalismo di Stato adottata in viarie parti del Grande Sud. Il piano quinquennale cinese raramente ha mancato l’obiettivo grazie al suo comando immediato di risorse pubbliche gigantesche, ai suoi megaprogetti infrastrutturali da 6 trilioni di dollari, e al suo potere di indirizzare le strategie delle grandi imprese private.
Questo potere è cresciuto invece di indebolirsi con la crescita del Pil, anche perché l’Intelligenza artificiale ha amplificato di molto la capacità predittiva dei movimenti della domanda. La competizione interna tra imprese cinesi pubbliche e private persiste ed è ancora vigorosa, ma l’intera economia della Cina funziona sempre più come una gigantesca singola corporation in grado di battere qualunque rivale estera grazie… al suo non essere ontologicamente capitalista.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 30th, 2025 Riccardo Fucile
ORMAI NON SI CONTANO PIU’ GLI ARRESTI DI PUBBLICI AMMINISTRATORI E IMPRENDITORI
Ormai non si contano più le inchieste e gli arresti di pubblici amministratori e
imprenditori (legati anche alla criminalità organizzata) per corruzione e appalti truccati. Da Nord a Sud non sono molti i comuni o le regioni immuni da fenomeni di corruzione nella concessione degli appalti, nel rilascio di licenze per costruire, di permessi per aprire attività commerciali, ecc.: gli episodi corruttivi e le turbate libertà degli incanti si contano a centinaia forniscono il quadro di una Pubblica amministrazione corrosa dal fenomeno delle tangenti
L’arte della corruzione nasce e si sviluppa negli uffici pubblici e in quelli di imprese private: la collettività è danneggiata enormemente dalle innumerevoli “cricche” locali, più o meno stabili nel tempo. I “colletti bianchi” della corruzione considerano, invero, il territorio alla stregua di una preda da scarnificare.
Molto frequente è che il corrotto indossi la fascia tricolore di un sindaco. Succede di continuo, ma le tante storie di corruzione locale spesso non escono dai confini provinciali, eppure, messe insieme, esse tratteggiano il quadro in cui il municipio, simbolo più immediato della democrazia, viene svenduto a interessi privati. In tale contesto corruttivo si collocano le recenti inchieste che hanno portato: a) all’arresto del sindaco di Paestum Franco Alfieri – presidente della Provincia di Salerno e fedelissimo di De Luca che lo ha definito “il re delle fritture di pesce” per le sue capacità clientelari – colpito da ben due ordini di arresto, uno per i reati di corruzione e turbata libertà degli incanti, l’altro per il reato di voto di scambio politico-mafioso; b) all’arresto del sindaco di Sorrento Massimo Coppola, colto in flagranza di reato perché intascava una “mazzetta” per un appalto pubblico di un valore complessivo a base d’asta di oltre 4,5 milioni di euro, dopo essere stato in precedenza colto a nascondere 14 mila euro in un panettone; c) all’arresto del sindaco di S. Marina, cittadina che si affaccia sullo splendido golfo di Policastro, Giovanni Fortunato di FI per aver incassato una tangente di 100 mila euro per il rilascio a un imprenditore di una concessione edilizia illegittima per costruire un complesso turistico. La Procura di Lagonegro ha dato atto che già nel 2023 erano stati sequestrati 160 mila euro e ha “delineato l’esistenza di un sistema di gestione della “cosa pubblica” orientata al perseguimento di interessi privati”
L’unica radicale soluzione possibile per contrastare questo cancro è quello di sottrarre ai Comuni la gestione del territorio. È assolutamente necessario togliere loro tutte le competenze in ordine ai piani regolatori e di lottizzazione, alle varianti urbanistiche, al rilascio delle concessioni edilizie e dei successivi certificati di staticità, agibilità o abitabilità e per i cambiamenti di destinazione di uso degli immobili e attribuirle a organi statali quali gli uffici tecnici provinciali delle Sovraintendenze e del Genio civile, integrati tra loro e opportunamente potenziati con uomini e mezzi.
Così come deve essere restituita ai prefetti e ai questori la competenza in tema di rilascio di licenze e autorizzazioni per gli esercizi commerciali. Ma è bene dire subito che una tale riforma, che va a incidere su rilevanti interessi politici ed economici poco trasparenti, difficilmente sarà attuata, considerato anche che l’attuale maggioranza parlamentare è impegnata a garantire sempre più spazi di impunità a pubblici amministratori abrogando il reato di abuso di atti d’ufficio e riducendo irresponsabilmente al minimo la durata delle intercettazioni pur sapendo che si tratta di uno strumento indispensabile per l’accertamento dei reati.
(da ilfattoquotidiano.it)
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