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SILVIA SALIS CON IL CASO DELLO STRISCIONE ANTIRAZZISTA FATTO DAI BAMBINI E STRAPPATO DALLA DIGOS HA FATTO PIU’ DANNI AI SOVRANISTI CHE IL CAMPO LARGO IN UN MESE: BLITZ A SCUOLA, DETERMINAZIONE, COMUNICAZIONE PERFETTA SUI MEDIA, RESTITUZIONE DEL MALTOLTO, GOVERNO SPUTTANATO (“QUESTO E’ IL PAESE REALE, MELONI VIVE IN UN ALTRO MONDO”

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

PERSINO “IL FATTO” AMMETTE: “E’ UNA LEADER CHE RIESCE A FIUTARE IL SENTIMENTO POPOLARE E A CONCLUDERE COSE IN UNA MATTINATA CHE AL PD RICHIEDEREBBERO UN MESE DI DISCUSSIONI”

Ci sono voluti i bambini per mettere a nudo il governo. Tutto accade alla scuola Daneo, nota per l’impegno sull’integrazione e i progetti multiculturali nel centro storico di Genova. Alunni e famiglie appendono uno striscione di protesta contro il nuovo decreto del governo, che vorrebbe imporre un tetto nelle classi ai figli delle famiglie di origini non italiane: “Qui nessuno è straniero”.
Rimane appeso poche ore, dal pomeriggio di giovedì alle prime ore della mattina di ieri, quando va in scena uno zelante e muscolare intervento di due poliziotti, che rimuovono e strappano lo striscione. Poliziotti in borghese che reprimono il dissenso di bambini delle elementari, “colpevoli”, se così si può dire, di aver criticato il governo.
Basta poco per capire che l’intervento è destinato a diventare un caso, soprattutto in un quartiere che soffre di ben altri problemi, dal degrado allo spaccio. E la prima a capirlo è la leader più lesta del centrosinistra: a fine mattinata davanti alla scuola compare la sindaca Silvia Salis, accompagnata da tutto lo staff comunicativo.
Silvia Salis porta solidarietà alla scuola e alle famiglie, dice le parole che ogni elettore di centrosinistra vorrebbe sentire. E lo fa a favore di camera, come era già accaduto in occasione del primo giorno di scuola del figlio, diventato uno spot a favore della scuola pubblica. La stories viene rilanciata quasi immediatamente e in poche ore diventa virale: “Ho chiesto chiarimenti, la dinamica dell’intervento non è chiara e difficile da giustificare. Questo gesto ha spaventato i bambini, che ora vogliono scrivere al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica e del Consiglio. Nella loro semplicità vogliono dire che non sono d’accordo sulle misure che sta prendendo il governo. A Roma parlano di un Paese che non esiste, il Paese vero è questo”.
Il sostegno di Silvia Salis dà coraggio alle famiglie, che rimettono lo striscione al suo posto. La storia diventa un boomerang. Altre scuole della città, dal convitto Colombo alla Don Milani, espongono striscioni simili, come messaggio di solidarietà. La questura fa retromarcia e in un comunicato parla di “errore di valutazione”.
La vicenda è però interessante anche in chiave politica e dice più di quanto sembri sui tormenti che attraversano il campo largo. Dopo un’iniziale sovraesposizione, da tempo Silvia Salis si è inabissata, ripetendo voler continuare a fare la sindaca e di non aver alcuna intenzione di candidarsi.
Ma casi come questo la accreditano come una leader che riesce a fiutare il sentimento popolare del suo elettorato e a concludere cose in una mattinata che al Pd richiederebbero un mese di discussioni.
Lo scontro fra Elly Schlein e Giuseppe Conte rischia di favorire le chance di un terzo nome. A inizio ottobre sono pronti il libro autobiografico di Salis e una tournée italiana. Una posizione perfetta, quella della non candidata, per candidarsi. Corsi e ricorsi: la prima volta che Salis cedette a dirsi disponibile a fare l’antiMeloni era stato all’indomani del successo del concerto di Charlotte de Witte, lo scorso aprile. Il 2 ottobre arriverà a Genova Novah, altra star della techno-music, anche lei giovane e belga. Sintonizzarsi e accendere i telefoni.

(da Il Fatto Quotidiano)

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NON PASSA LO STRANIERO

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

I SOVRANISTI CERCANO DI INCANALARE I FIUMI D’ODIO E A SPACCIARE AI POPOLI SPAESATI SCORCIATOIE MENTALI: A QUESTO SERVONO I DECRETI RAZZISTI DI MELONI, LE PENOSE LINEE DEL PIACE DI SALVINI E LE VERGOGNOSE REMIGRAZIONI DI VANNACCI

L’uso politico dello “straniero” è il cardine emotivo intorno al quale ruota la propaganda elettorale di tutte le destre nazionali e internazionali. Domenica 20 settembre, in Italia e in Europa, abbiamo assistito a un’impennata semantica che rivela un’evidente convergenza ideologica. A Fenix, Meloni ha annunciato il suo editto sulla difesa della razza nelle scuole, urlando «non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza, non si può fare!».
A Pontida, Salvini è salito sul palco sovrastato dal motto «non passa lo straniero», e ha tuonato «il vero pericolo per i nostri figli non è la Russia ma l’Islam» mentre la folla dal pratone strillava di rimando «né sostituzione né sottomissione».
A Orvieto, Vannacci ha rilanciato la «remigrazione come punto cardine del programma di Futuro Nazionale», senza arretrare di un millimetro sulla follia eugenetica delle classi separate per migranti e disabili.
In Meclemburgo-Pomerania, dopo il trionfo di due settimane prima in Sassonia-Anhalt, il partito neonazista ha rotto gli argini con un piano che prevede l’utilizzo dell’esercito e l’uso delle armi per espellere e deportare migranti e richiedenti asilo, mentre a Berlino il cancelliere-fantasma Merz ha scaricato sui migranti le colpe del degrado nelle città tedesche. Ad Amsterdam, il turbo-populista Wilders ha accusato i «nuovi entrati» del dissesto abitativo che assilla le città olandesi.
Volendo, potremmo anche aggiungere che a Mosca, alle elezioni-farsa per il rinnovo della Duma, ha rifatto il pieno il partito di Putin, che fa entrare gli immigrati solo per trasformarli in carne da cannone sul fronte ucraino. E che a Washington la milizia para-militare di Trump ha appena festeggiato il record di 50mila ispanici arrestati in un solo mese. Ma non divaghiamo con le autocrazie globali. Restiamo alle democrazie europee, dove la marea nera dell’etno-nazionalismo e della radicalizzazione xenofoba sta diventando la leva principale per la raccolta del consenso.
Pontida (Bergamo), 20 settembre: Matteo Salvini sul palco al raduno della Lega
E restiamo all’Italia dove Giorgia e Matteo, come topolini al seguito del generale-pifferaio, hanno piazzato il secondo colpo di un’ordalia elettorale che promette di trascinare il Paese nell’abisso morale. Dopo l’abolizione del bollo auto, arriva il tetto del 30% alla presenza di studenti stranieri nelle classi. Un decreto-legge che, al di là dei tecnicismi, riflette un’impronta “valoriale” chiarissima: il razzismo, barattato per un pugno di voti con la vita dei bambini.
A cos’altro serve fissare nella bozza originaria una soglia che riguarda meno di mille classi su 366mila, buttare nello stesso calderone tutti i 600mila figli di migranti ma nati in Italia e quindi italiani più di noi anche se non cittadini come noi, imporre il trasferimento coatto in altri quartieri o Comuni degli studenti fuori-tetto, obbligare i genitori a studiare l’italiano e togliergli addirittura i figli se non adempiono all’obbligo?
Ora si sospira di sollievo, perché gli uffici del Quirinale sono riusciti a ridurre il danno con la solita moral suasion, convincendo gli azzeccagarbugli di palazzo Chigi a introdurre deroghe e ad espungere dal testo le sue parti più odiose. E dunque grazie, presidente Mattarella. Ma che magra consolazione: se la versione finale pare meno ripugnante, il messaggio che passa rimane agghiacciante, perché sa ancora tanto di apartheid.
Nessuno toglierà la potestà genitoriale alla madre filippina che fa la badante 20 ore su 24 o al padre cingalese che si spacca la schiena sui campi o nei cantieri. Ma se non riusciranno a seguire i corsi di italiano, pagheranno comunque una multa fino a 1.000 euro: per loro, lo stipendio di un mese. Così imparano a servire il Belpaese.
La ratio della norma è palese: il cattivismo puro di una coalizione cinica e irresponsabile, che pure sui banchi tratta gli “stranieri” come figli di un dio minore e trasforma in un campo di battaglia la scuola libera e uguale, aperta e inclusiva sancita dalla Costituzione e sognata da Calamandrei e da don Milani, il prete di Barbiana che diceva se per qualsiasi motivo lasciate un bambino senza istruzione buttate in cielo un passerotto senza ali.
Anche i presupposti del decreto-legge sono lapalissiani, peccato solo non abbiano nulla a che vedere col diritto: non conta l’emergenza dell’edilizia scolastica in rovina, dei prof di lingua e di sostegno che mancano e degli stipendi da fame che prendono, ma “la necessità” che vuol dire elezioni e “l’urgenza” che vuol dire Vannacci.
Questo è il nuovo spirito del tempo. Una volta, con Bill Clinton, avremmo detto «it’s the economy, stupid». Oggi, nonostante le bollette, la benzina e il carrello della spesa fuori controllo, l’economia non è più sufficiente a mobilitare i cittadini-elettori.
I sondaggi confermano che l’immigrazione è la priorità, reale o percepita che sia. La livida retorica sciovinista dei patrioti al comando attinge alle paure profonde, persino irrazionali: vellicando il “corpo sociale” sempre più in basso, non parla più alla pancia ma all’intestino del Paese. La testa è ormai lontana, perché possa elaborare le banali evidenze filtrate dalla ragione umana.
Quelle magnificamente riassunte da Stefano Massini nel suo monologo a Piazza pulita, quando il selvaggio «Bingo Bongo» ricorda al suprematista bianco che lo vuole cacciare «se io me ne vado, poi ad asfaltare le strade, a raccogliere i pomodori, a fare il muratore, il facchino, il badante ci vai tu». Lo straniero come minaccia esistenziale, per i confini e per le tradizioni. La “patria-nazione” come naturale «comunità di destino», fondata sul sangue e sul suolo. E dunque la certezza che tutto ciò che le è “estraneo” le è nemico, “nemico opportuno”, anzi necessario per plasmare l’identità perduta.
L’aveva capito già nel 1995 Eric Hobsbawm, quando nel Secolo breve scriveva che gli attriti delle migrazioni «saranno un fattore determinante della politica mondiale dei prossimi decenni». Oggi Anton Jäger, autore di Iperpolitica, osserva giustamente che le politiche contro i migranti sono così attraenti perché colmano il buco nero nel cuore dell’identità dell’Europa, ormai non più capace di capire cos’è e che cosa vuole. Non è più sede di imperi globali, né potenza egemone né guida culturale del pianeta. Semplice spazio economico, con due guerre alle porte di casa e tante crisi dentro, dalla sicurezza al welfare.
Per quanto nobile, l’europeismo civico è un antidoto troppo debole contro questi malanni. Qui invece i sovranismi hanno buon gioco a evocare simboli, appartenenze, promesse, a incanalare i fiumi dell’odio e a spacciare ai popoli spaesati scorciatoie mentali che sembrano dare sbocco a quelle crisi. A questo servono i decreti razzisti di Meloni e le penose linee del Piave di Salvini, le vergognose remigrazioni di Vannacci e le scandalose inchieste sui medici impegnati nei Cpr-lager.
Sospesa sullo sfondo, resta solo un’ultima domanda: di fronte a tanta macelleria etico-politica, cosa oppone oggi il famoso “campo largo”, i cui i leader continuano a lottare nel fango delle primarie e del programma? Se davvero vuole tornare al governo, alla sinistra che persevera nei suoi errori non basta più condannare la destra per i suoi orrori.

(da Repubblica)

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E’ CACCIA AL POSTO DA CAPOLISTA DENTRO FORZA ITALIA E LEGA

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESITO DELLE SUPPLETTIVE A REGGIO DARA’ IL POLSO DI QUANTO VANNACCI RUBERA’ AL CENTRODESTRA… I PARTITI MINORI SANNO CHE I RIELETTI SARANNO SOLO I CAPOLISTA E LA CORSA E’ PARTITA

Il fuggi fuggi è già cominciato, sia alla Camera che al Senato. A fare eccezione saranno le prossime, dal 28 settembre all’8 ottobre, in cui a Montecitorio dovrebbe essere discussa e approvata in via definitiva la legge elettorale voluta da Giorgia Meloni: quello sarà il passaggio definitivo, ma il liberi tutti che è già nell’aria.
Il Melonellum ha costretto i parlamentari che aspirano alla rielezione a interrogarsi sul futuro. Due sono le variabili: la prima è la vicinanza ai rispettivi leader. Con una legge elettorale a capilista bloccati, chi li sceglie ha in mano i nomi degli unici con una buona possibilità di essere eletti. L’alternativa è passare per le forche caudine delle preferenze che però faranno scattare seggi solo per i partiti maggiori, dunque per azzurri e leghisti il posto da capolista è l’unica vera garanzia. Il secondo livello è quello territoriale: chi non può contare su un nume tutelare politico, sa di doversi appellare al gradimento del collegio e del ras locale.
Anche in quest’ottica le suppletive di Reggio Calabria di domani e lunedì saranno significative, in test anticipato di ciò che potrà accadere col Melonellum. Il candidato di centrodestra nel collegio uninominale (che sparirà, ma non cambieranno le dinamiche) è il romanissimo Fabio Roscioli di Forza Italia, benedetto dalla vicinanza con i Berlusconi e sotto l’ala protettrice del sindaco della città calabrese, Francesco Cannizzaro.
Basta dare un’occhiata ai suoi social per vedere che il primo cittadino – forte dei suoi sessantamila voti – si è caricato la campagna di Roscioli, tanto da essersi scontrato a distanza con Roberto Vannacci, che ha candidato l’ex azzurro e consigliere regionale, Mimmo Giannetta. L’esito reggino darà agli aspiranti parlamentari di Lega e FI il polso di quanto Futuro nazionale potrà sabotare i loro sogni di elezione, sottraendo voti ai rispettivi partiti.
Sotto il vincolo di anonimato, a parlare sono soprattutto le donne di centrodestra, che rischiano di essere le più penalizzate dalla nuova legge elettorale. Una parlamentare di FI spiega che sarà «lotta senza quartiere» per procurarsi un posto da capolista: il segretario Antonio Tajani avrebbe garantito equi livelli di rappresentanza anche senza quote, ma «quando si tratta di un posto bloccato, nessuno guarda in faccia nessuno» e ora l’interrogativo è capire le ripartizioni.
Quanti posti saranno appannaggio della famiglia Berlusconi e quanti del vicepremier? La lista dei ricandidati è lunga: c’è la ministra Elisabetta Casellati, che vuole un posto nel suo Veneto dopo essersi adattata alla Basilicata; c’è l’interrogativo sui due influenti ex capigruppo Maurizio Gasparri e Paolo Barelli, veterani dell’aula ma oggetto di critiche interne.
Per blindarli, Tajani dovrà rinunciare a qualcun altro. E poi c’è il posto considerato certo di Marta Fascina, l’ex compagna del Cavaliere e garante di un gruppo di giovani come Tullio Ferrante e Stefano Benigni.
Nella Lega il panico serpeggia soprattutto tra gli eletti del Sud, dove la presa del partito è sempre più debole e il rischio di venir fagocitati dal tornado Vannacci è altissimo. «Siamo tutti appesi al congresso che stabilità i rapporti di forza e chi farà le liste», è la sintesi. Intanto, meglio prenotare i treni di ritorno nei rispettivi collegi ogni fine settimana e presidiare feste e sagre, in attesa della finanziaria in cui tentare di incassare piccole o grandi elargizioni da rivendicare in campagna elettorale.

(da agenzie)

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L’ITALIA VEDE NERO. NEL NOSTRO PAESE L’ECONOMIA SOMMERSA VALE 197,6 MILIARDI DI EURO (PARI AL 9,2% DEL PIL) E SOTTRAE A OGNI CITTADINO CIRCA 3.350 EURO. LO RILEVA UNO STUDIO DI CENSIS-CONFCOOPERATIVE

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL DRAMMA DEI 2,7 MILIONI DI LAVORATORI IRREGOLARI. CHI VIENE IMPIEGATO SENZA CONTRATTO SI BECCA IN MEDIA 9,2 EURO LORDI L’ORA (CONTRO I 17,8 DEI LAVORATORI REGOLARI)… IL DEBITO PUBBLICO HA SUPERATO I 3.000 MILIARDI DI EURO: SARÀ L’ORA DI FARE QUALCOSA PER FRENARE L’EVASIONE?

Un’economia sommersa da 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del Pil del Paese che sottrae a ciascun cittadino 3.350 euro e brucia una ricchezza equivalente all’intera produzione dell’Emilia-Romagna o a oltre un anno di spesa sanitaria. È quanto emerge dal Focus Censis-Confcooperative, che fa luce su una voragine da 2,7 milioni di lavoratori irregolari e da oltre 100 miliardi l’anno di evasione fiscale e contributiva.
“Il lavoro sommerso è un’economia che non si vede e non si tassa” e “sottrae a ogni italiano, dai neonati agli anziani, 3.350 euro”, sottolinea Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative. “Con la stessa somma, potremmo coprire, per oltre un anno, la spesa sanitaria nazionale che vale circa 142 miliardi (l’anno). Dietro questi numeri, c’è un’altra realtà. Inaccettabile: 2,7 milioni di persone di lavoratori irregolari, sfruttati e pagati quasi la metà dei colleghi regolari”.
Sono tre i motori di questa economia invisibile, secondo l’indagine. Tre ingranaggi che non pesano tutti allo stesso modo: 108,2 miliardi di euro (+21,6% dal 2019) da sottodichiarazione. Sono imprese, professionisti e lavoratori autonomi che dichiarano al fisco meno di quanto guadagnano davvero, evadendo imposte su produzione, redditi e Iva; 77,2 miliardi di euro (+4% dal 2019) da lavoro irregolare, cioè rapporti di lavoro non registrati o solo in parte dichiarati; 12,2 miliardi di euro da altre componenti. Soi tratta di affitti in nero e mance non dichiarate in ristorazione, alberghi e servizi alla persona, sostanzialmente stabili nel periodo. Il messaggio è chiaro: la crescita del sommerso italiano è trainata sempre più dalla sottodichiarazione dei redditi, più che dal solo lavoro nero.
A pesare più del numero è il prezzo di questa condizione: chi lavora senza contratto percepisce in media 9,2 euro lordi l’ora contro i 17,8 dei colleghi regolari, registrando una perdita del 48,3% che sfiora il 53,5% nell’industria. In sostanza, chi lavora senza contratto, in media, guadagna la metà.
L’evasione sottrae ogni anno alle casse pubbliche circa 100 miliardi, principalmente tra Iva (30 miliardi) e Irpef di autonomi e imprese (oltre 36 miliardi), dove la propensione all’evasione tocca il picco del 60,6%. E il conto finale ricade sull’intero Paese. Il debito pubblico ha superato 3.000 miliardi di euro, pari al 136,7% del Pil. Solo fra il 2021 e il 2023 la somma dei mancati introiti fiscali e contributivi ha raggiunto 313 miliardi di euro, una cifra superiore di 88 miliardi all’intero ammontare delle risorse del Pnrr destinate all’Italia (225 miliardi).
Secondo le simulazioni dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, un miglioramento strutturale della compliance fiscale potrebbe portare il rapporto debito/Pil, entro il 2041, in un intervallo fra 115,9 e 118 punti percentuali.
“Il sommerso è un moltiplicatore di diseguaglianze, che colpisce prima di tutto chi lavora senza tutele. Ogni euro che sfugge alla fiscalità generale – conclude Gardini – è un euro in meno per la sanità, per le pensioni, per i servizi che tengono insieme il Paese: un macigno che si scarica sul debito pubblico e sulle prossime generazioni”.

(da agenzie)

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“CORNUTO SEI TU!”, A REGGIO CALABRIA VOLANO GLI STRACCI TRA IL SINDACO FORZISTA FRANCESCO CANNIZZARO E ROBERTO VANNACCI

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

DURANTE UN COMIZIO A SOSTEGNO DEL COLLEGA DI PARTITO FABIO ROSCIOLI, IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA ALLE SUPPLETIVE DI DOMENICA E LUNEDI’, CANNIZZARO HA INFILZATO L’EX GENERALE

“Curnutu sì tu e cu nun t’u dice”. Cornuto sei tu e chi non te lo dice, urla in dialetto dal palco il sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro. E molti in piazza fanno eco: “Curnutu”. Ce l’hanno con il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci.
Sulla riva calabrese dello Stretto domenica e lunedì si voterà per scegliere un nuovo deputato proprio al posto di Cannizzaro.
Campagna infuocatissima. Cannizzaro fa parte di Forza Italia e al partito azzurro appartiene anche il governatore Roberto Occhiuto. Vannacci ha deciso di sfidarli scegliendo Reggio come primo banco di prova elettorale e arruolando come candidato Mimmo Giannetta che era capogruppo alla Regione proprio di Forza Italia.
Cannizzaro sostiene invece la candidatura di un esponente nazionale azzurro, l’avvocato romano Fabio Roscioli. In un comizio, Vannacci ha provocato accusando Cannizzaro di avanzare promesse elettorali: “Vi fa vedere le carote come foste asini”.
E su Roscioli ha detto: “Vi leggono l’elenco dei forestieri eletti in Calabria, vogliono convincervi che se siete stati cornuti in passato dovete essere mazziati per il futuro”. Cannizzaro non l’ha presa bene. Da qui la replica sul palco.

(da agenzie)

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LA COPERTURA È CORTISSIMA: LA “MANOVRA ELETTORALE” NON S’HA DA FARE. LA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO AVVISA MELONI E SOCI SULLA LEGGE DI BILANCIO: SENZA COPERTURE ECONOMICHE NON SI PUO’ FARE UN CAZZO SU TASSE E PENSIONI

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

LA CERTIFICAZIONE DELL’ISTAT SUL DEFICIT AL 3,1% HA RIDOTTO GLI SPAZI PER IL GOVERNO MA DENTRO LA MAGGIORANZA OGNUNO VA PER SE’: LA LEGA E’ OSSESSIONATA DALLE PENSIONI (QUOTA 100 E ALTRE MISURE SIMILI SONO COSTATE ALLO STATO 41,3 MILIARDI DI EURO), FORZA ITALIA VUOLE DETASSARE LE TREDICESIME E FRATELLI D’ITALIA PUNTA A RIDURRE L’IRPEF

Da una parte le pensioni, dall’altra il taglio delle tasse. In mezzo, come ogni autunno, c’è la stessa variabile che condiziona la legge di Bilancio: le coperture. Mentre il governo prova a costruire il mosaico della manovra per il 2027, dalla Ragioneria generale dello Stato arriva un promemoria destinato a pesare nel confronto interno al centrodestra.
Le diverse forme di pensionamento anticipato introdotte negli ultimi anni, a partire da Quota 100, sono costate 41,3 miliardi di euro tra il 2019 e il 2025. Una cifra che si scontra inevitabilmente con la richiesta della Lega di riaprire una finestra d’uscita a 64 anni.
Secondo i tecnici del ministero dell’Economia, le misure di flessibilità introdotte dal decreto che varò Quota 100 e le successive proroghe hanno comportato circa 41,3 miliardi di euro di complessivi oneri nell’arco di sette anni.
Nel conteggio rientrano Quota 100, Quota 102 e Quota 103, ma anche Opzione donna e il blocco dell’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita per la pensione anticipata ordinaria.
La parte più consistente del conto riguarda proprio le varie “quote” e il congelamento degli adeguamenti alla longevità, che da soli hanno assorbito oltre 36 miliardi. Altri 5,2 miliardi sono stati invece destinati a Opzione donna. I picchi di spesa sono stati registrati nel 2021 e nel 2022, quando l’esborso annuale ha superato rispettivamente i 7,7 e gli 8,1 miliardi di euro.
Matteo Salvini insiste sulla necessità di una «manovra coraggiosa» e chiede risorse per introdurre una nuova possibilità di pensionamento a 64 anni. Secondo le stime circolate negli ultimi giorni, la misura potrebbe interessare fino a 180 mila persone e costare 5 miliardi nel prossimo triennio.
I tecnici non esprimono valutazioni politiche, ma mettono nero su bianco l’impatto finanziario delle deroghe introdotte negli ultimi anni rispetto ai requisiti fissati dalla riforma Fornero. Un richiamo che rischia di rafforzare quanti, all’interno della coalizione e del Mef, invitano alla prudenza nel momento in cui si dovrà decidere come utilizzare le limitate risorse disponibili.
Anche perché sul tavolo non ci sono soltanto le pensioni. L’altro grande dossier della manovra riguarda il fisco. All’evento Telefisco del Sole 24 ore il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha confermato l’obiettivo di estendere l’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra 50 e 60 mila euro, misura rivolta al ceto medio che Fratelli d’Italia considera una priorità politica. […]
A questo, ha aggiunto, potrebbe affiancarsi «un ulteriore incentivo anche alle imprese che assumono i giovani». Quanto agli immobili commerciali, Leo ha ricordato il precedente del 2019 sulla cedolare secca, spiegando che «a certe condizioni, entro certi limiti, penso che si possa adottare».
Ma lo stesso Leo ha indicato la condizione preliminare per qualsiasi intervento: «Le coperture». Un concetto destinato a diventare il vero filo conduttore delle prossime settimane. Perché, come ogni anno, le richieste dei partiti superano gli spazi finanziari disponibili.
La Lega spinge sulle pensioni e guarda anche a un ulteriore ritocco delle minime. Forza Italia vuole la detassazione delle tredicesime. Fratelli d’Italia punta invece a concentrare gli sforzi sulla riduzione dell’Irpef. Il nodo resta sempre lo stesso: trovare un equilibrio tra misure elettorali e sostenibilità dei conti pubblici. Una sintesi che, alla vigilia della manovra, appare ancora tutta da costruire.

(da agenzie)

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SALVINI E L’INTERO GOVERNO TEMONO L’ENNESIMA STRONCATURA DEL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA: NELLE PROSSIME SETTIMANE E’ ATTESO IL VISTO DELLA CORTE DEI CONTI

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

LO SCORAMENTO DI ALCUNI MINISTRI: “SE LO BOCCIANO ANCORA, LA SUA REALIZZAZIONE E’ IMPOSSIBILE” …IL PIANO DI EMERGENZA DEL CENTRODESTRA: IL “TESORETTO” DEL PONTE (CIRCA UN MILIARDO DI EURO) POTREBBE ESSERE SPOSTATO VERSO LA LEGGE DI BILANCIO – IL PARERE DEL CONSIGLIO SUPERIORE DEI LAVORI PUBBLICI CON 361 PRESCRIZIONI VINCOLANTI

E’ attesa fra poche settimane la delibera del Cipess, il visto della Corte dei conti e negli uffici del Dipe, del governo, del Mit, c’è scoramento. Si teme un’altra bocciatura e che il “tesoro” destinato, per il 2027, quasi un miliardo di euro, venga spostato in finanziaria, nelle pieghe del bilancio, così come l’onda sposta la zattera.
Il 29 ottobre 2025, la Corte dei Conti ha negato il visto di legittimità della delibera Cipess.
Si contestava la carenza di documentazione, un cortocircuito fra strutture ministeriali. Il Dipe (il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica) aveva avvisato la struttura del Mit, il capo di gabinetto di Salvini, Alfredo Storto, ed Elena Griglio, il capo del legislativo: “Rischiamo di non farcela, non abbiamo risposto in maniera adeguata”. […]
In occasione della prima bocciatura, Meloni ha reagito in maniera adulta e confidando: “Era un esame importante. Dobbiamo chiederci: siamo arrivati preparati?”. Sono passati mesi e c’è l’esame finale. Il costo dell’opera è di circa 13,5 miliardi di euro, spalmati in sette anni.
In seguito alla decisione della Corte dei conti, il governo ha rimodulato le risorse impegnate. I 2,8 miliardi di euro destinati nel 2025 al Ponte sono stati spostati su Ferrovie. Rischia di ripetersi. Le risorse stanziate per il 2026 sono circa 750 milioni di euro.
Cosa accade se manca il visto della Corte dei conti? C’è chi azzarda, e sono ministri: “Se la Corte ci boccia ancora, è chiaro che la sua realizzazione è impossibile”. Non c’è solo la Corte dei conti. Il Consiglio superiore dei lavori pubblici ha espresso ieri un nuovo parere con 361 prescrizioni vincolanti. Di queste, ben 166 richiedono nuove analisi. Insomma, significa ricominciare dall’inizio.
Le verifiche comportano costi nuovi, aggiornamento dei prezzi. Chi vuole bene all’opera, e non è preso da furore ideologico, chi la ama, al di là della bandiera, da esibire in campagna elettorale, al di là di un problema storico dell’Italia in cui l’immobilismo a volte appare essere l’unica forma di legalità consentita, si domanda: cosa non sta funzionando? L’opera ha dovuto superare le riserve a livello europeo.
Siamo sicuri che quelle riserve sono state superate e che il parere sia stato trasmesso al Cipess? Il Mit assicura che sono state superate, ma al Cipess basterà? Esiste chiaramente una questione di cui Salvini è consapevole.
La struttura del Mit si è indebolita da quando è stata indagata Elisabetta Pellegrini, la coordinatrice della struttura tecnica di missione. La procura le ha sequestrato i dispositivi e perfino il numero di telefono è tornato nella sua disponibilità solo da pochi giorni. Nessuno mette in discussione l’impegno dei tecnici, ma si può arrivare a un esame con il numero “10” della squadra infortunato?
Un’altra bocciatura libererebbe un miliardo da utilizzare in manovra, ma darebbe un altro dispiacere a Salvini che ha convocato il congresso della Lega. Avrebbe un significato politico, all’interno della coalizione e sui sondaggi, così come lo avrebbe costruire (finalmente) il Ponte.

(da agenzie)

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IL MEDITERRANEO È GIA’ NEL MIRINO DI MOSCA. SECONDO LO SCENARIO RACCONTATO DAL “EL MUNDO”, CHE CITA LA CIA, LA RUSSIA HA PREPARATO DRONI NASCOSTI NEI CONTAINER DI NAVI MERCANTILI, PRONTI A ESSERE LANCIATI A POCHE CENTINAIA DI CHILOMETRI DALLE COSTE DI ITALIA, FRANCIA O SPAGNA

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE GLI 007 LITUANI HANNO LANCIATO L’ALLARME SU UN “PIANO RUSSO CONTRO IL SUD DELL’UE” – LA MINACCIA RUSSA SUL MEDITERRANEO È TECNICAMENTE CONCRETA DA ALMENO DUE ANNI: PUO’ COLPIRE ATTRAVERSO DRONI FANTASMA E FLOTTE OMBRA

Droni russi nascosti nei container di navi mercantili, portati nel Mediterraneo e lanciati a poche centinaia di chilometri dalle coste europee per colpire Italia, Francia o Spagna. È lo scenario raccontato da El Mundo, secondo il quale l’intelligence americana avrebbe raccolto informazioni su una possibile nuova escalation del Cremlino e le avrebbe condivise con diversi governi europei. Tra cui anche l’Italia.
Fonti di palazzo Chigi e dei Servizi spiegano a Repubblica che all’Italia non risulta alcuna segnalazione della Cia su un piano russo per attaccare il nostro Paese con droni lanciati da navi nel Mediterraneo. Non risulta a livello di intelligence, né attraverso i canali diplomatici o militari.
Una posizione che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha reso pubblica senza lasciare molti margini: «L’ho già detto io, l’hanno detto tutti: non ci risulta, non solo a noi, non risulta a nessuno», ha detto nel corso della presentazione a Roma del nuovo libro di Paolo Gentiloni. E ancora: «Non ci risulta e neanche ad altri governi. Ciò non significa che non esista una minaccia, ma a noi non risulta».
Crosetto contesta soprattutto lo scenario operativo descritto dal quotidiano spagnolo. «La Russia non ha alcun bisogno di navi a 200, 300 o 500 chilometri dall’Italia per colpirci. La minaccia russa contro qualunque Paese europeo non ha bisogno di navi nel Mediterraneo. Bastano le armi che ha e usa quasi tutti i giorni in Ucraina. Non abbiamo bisogno di inventare minacce per spaventarci».
Se a Roma non risulta l’allarme raccontato da El Mundo, il Mediterraneo è da settimane dentro le valutazioni degli apparati italiani. E ancora negli ultimi giorni si è ragionato sulla possibilità che, dopo il fronte orientale dell’Europa, proprio il Mediterraneo possa diventare un altro spazio nel quale Mosca provi ad aumentare la pressione sui Paesi Nato.
Le informazioni in possesso dell’intelligence italiana, allo stato, non indicano però un concreto pericolo di un attacco militare russo contro l’Italia. È uno scenario allo stato non contemplato. Diverso è il tema della provocazione. Uno sconfinamento, per esempio.
C’è poi un terzo fronte, ancora più difficile da controllare: quello della guerra ibrida. Cyberattacchi, sabotaggi, infrastrutture critiche. E soprattutto operazioni nelle quali la responsabilità di uno Stato può essere nascosta dietro soggetti apparentemente autonomi.
In serata, il presidente francese Emmanuel Macron ha citato il ministro italiano confermando la smentita, proprio all’inizio dell’attesa intervista a reti unificate su Tf1 e France 2 all’interno del telegiornale delle 20: «Questa informazione la possiamo smentire. Il ministro della Difesa italiano ha fatto la stessa cosa». Per il resto, il quadro globale di allarme viene confermato.
Macron non parla più di guerra «ibrida», denuncia i «continui atti ostili e talvolta criminali » da parte della Russia contro l’Europa, e giudica credibile un imminente «reclutamento di 300 mila uomini» da impiegare nell’assalto russo al Donbass perché «lo indicano molti indizi concordanti».
La Cia può non avere condiviso piani specifici contro i Paesi mediterranei, ma «se mi chiedete se può succedere anche in Francia quello che è accaduto a Lipsia, la mia risposta è sì».
Prima dell’intervento di Macron, l’intelligence della Danimarca ha organizzato una conferenza stampa per affrontare la possibilità di un attacco russo: «Esiste un rischio basso ma crescente che Mosca lanci un attacco militare limitato contro uno o più Paesi della Nato confinanti con la Russia», ha detto Thomas Ahrenkiel, capo del Ddis (Danish defence intelligence service). […]
La Polonia in particolare è bersaglio delle provocazioni, nelle ultime ore. Nella notte tra mercoledì e giovedì un incendio è divampato in una stazione di comunicazioni satellitari Starlink (il fornitore internet fondato da Elon Musk), usata dalla Polonia e dall’Ucraina. «Un atto di sabotaggio — ha detto il ministro per gli Affari digitali, Krzysztof Gawkowski — deliberatamente pianificato per mettere fuori uso l’accesso a Internet di varie istituzioni, tra cui l’esercito ucraino».
Mercoledì un elicottero da combattimento russo ha sconfinato nello spazio aereo della Polonia, che ha fatto decollare i suoi caccia, e il premier Donald Tusk ha annunciato che i valichi di frontiera tra Polonia e Ucraina sono stati evacuati a causa dei bombardamenti russi, sempre più vicini. […]
Droni fantasma e flotte ombra: la minaccia russa contro Italia, Francia e Spagna attribuita da “El Mundo” a un dossier della Cia sembra una leggenda dei mari. In realtà è tecnicamente concreta e da due anni è diventata uno dei capitoli chiave della guerra ibrida che tormenta l’Europa.
In particolare, è stato valutato dagli investigatori nel dicembre 2025 in occasione del raid sulla penisola bunker di Ile Longue, una fortezza contemporanea zeppa di sistemi difensivi dove sono custoditi i sottomarini nucleari lanciamissili francesi: l’unica forza atomica della Ue. Ma il sospetto è finito al centro dell’attenzione nello scorso gennaio pure per il sorvolo di droni alla Spezia sui moli della Marina e sulle industrie leader della difesa: l’episodio più inquietante registrato nel nostro Paese.
I velivoli teleguidati russi Gerbera appaiono perfetti per questo tipo di operazioni. Possono essere trasportati smontati in una cassa di due metri e mezzo all’interno di un container: su un mercantile ci sono infiniti modi di nasconderli.
Per l’assemblaggio e l’inserimento dei dati della rotta bastano trenta minuti: può essere dotato di una guida autonoma affidata all’intelligenza artificiale o ai satelliti. Per il lancio serve una rampa metallica di circa cinque metri, che dopo l’impiego può essere gettata tra le onde e fatta sparire.
Il velivolo viene costruito in vetroresina, con un motore a pistoni: è invisibile ai radar ed emette poco calore, sfuggendo ai sensori termici. Un vero fantasma, che decide di manifestare la sua presenza in un determinato momento accendendo una luce o emettendo onde radio.
I russi ne producono decine di migliaia: li impiegano per far sprecare munizioni alla contraerea, ma possono contenere una carica esplosiva di circa cinque chili. Nel caso delle incursioni sui Paesi europei, c’è l’ipotesi che vengano fatti esplodere sul mare cancellando ogni traccia. Anche se venissero abbattuti, è difficile provarne la nazionalità: possono usare componenti elettroniche e propulsori occidentali o cinesi, identici a quelli delle macchine ucraine.
Con un raggio di sei-ottocento chilometri, decollando dalle acque internazionali possono arrivare molto lontano: dal Tirreno centrale tutta la Penisola sarebbe alla loro portata, con l’eccezione del Friuli Venezia Giulia e del Salento.
Un’inchiesta giornalistica condotta dalla Axel Springer Academy assieme all’esperto Henk van Ess nel dicembre 2025 ha collegato la presenza di cargo e petroliere sospette in concomitanza con 19 delle allerte provocate da questi velivoli in Germania e Olanda. In particolare hanno evidenziato l’attività della Hav Dolphin, con bandiera di Antigua, che ha compiuto lunghi giri nella baia di Kiel proprio mentre ci sono stati sorvoli sui cantieri navali che costruiscono fregate e sottomarini.
Una nave gemella, la Hav Sapper, ha gettato l’ancora davanti a un’isola olandese due ore prima dell’apparizione di velivoli teleguidati su un’unità militare tedesca che controllava i movimenti di un cargo russo, impegnato nel trasferimento di armamenti in Medio Oriente.
Le autorità di Berlino hanno commentato: “Il ministero degli Interni è consapevole del fenomeno della “flotta ombra”. La questione viene affrontata senza sosta con gli strumenti legali disponibili. I rapporti sull’attività di droni sono numerosi e si presume il coinvolgimento di nazioni straniere in parte di questi episodi”.
Solo poche settimane fa, dopo la scoperta dei droni bomba sull’aeroporto di Lipsia — che non erano partiti dal mare — il governo tedesco ha accusato esplicitamente la Russia: prima di allora, la linea ufficiale era stata di ridimensionare il problema per non amplificare il clima di paura.

(da agenzie)

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IL PRESIDENTE BRASILIANO LULA IN TESTA CON IL 40% DELLE INTENZIONI DI VOTO NEI SONDAGGI IN VISTA DELLE ELEZIONI DI OTTOBRE. FLÁVIO BOLSONARO INSEGUE CON IL 36%

Settembre 26th, 2026 Riccardo Fucile

IN CASO DI BALLOTTAGGIO LULA OTTERREBE IL 47% DEI CONSENSI CONTRO IL 45% DEL FIGLIO MAGGIORE DELL’EX PRESIDENTE JAIR BOLSONARO… TRENTA DEPUTATI E UN SENATORE STATUNITENSI HANNO ACCUSATO TRUMP DI INTERFERIRE NELLE ELEZIONI BRASILIANE. DONALD NON E’ UNO SPETTATORE INDIFFERENTE E FA IL TIFO PER BOLSONARO

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è al 40% delle intenzioni di voto contro il 36% del senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, al primo turno delle elezioni presidenziali in programma tra dieci giorni.
È quanto emerge dall’ultimo sondaggio Datafolha, realizzato il 22 e 23 settembre su 2.002 elettori e commissionato da Folha de S.Paulo e Tv Globo. Al secondo turno Lula è al 47% e Flávio al 45%, una differenza entro il margine di errore di due punti percentuali. Nel primo turno seguono Augusto Cury (5%), Ronaldo Caiado (4%) e Renan Santos (3%), mentre Romeu Zema e Samara sono all’1%. Il 5% dichiara che voterà scheda bianca o nulla e il 2% è indeciso.
Rispetto alla rilevazione della settimana precedente, Lula sale di un punto e Flávio resta stabile al 36%; nel ballottaggio i due passano rispettivamente da 46% a 47% e da 44% a 45%. A dieci giorni dal voto, le due candidature principali spingono per il cosiddetto voto utile al primo turno.
Trenta deputati e un senatore statunitensi, hanno accusato l’amministrazione del presidente Donald Trump di interferire nelle elezioni presidenziali brasiliane di ottobre. In una lettera al segretario di Stato Usa, Marco Rubio, i firmatari chiedono a Washington di impegnarsi a riconoscere ed accettare i risultati del voto.
Nel documento i 31 parlamentari denunciano le pressioni sulle istituzioni brasiliane attraverso dazi, sanzioni contro magistrati e funzionari del governo di Luiz Inácio Lula da Silva e la classificazione del Primeiro Comando da Capital (Pcc) e del Comando Vermelho (Cv) come organizzazioni terroristiche.
Contestano inoltre l’uso di misure economiche e diplomatiche per condizionare il processo giudiziario contro l’ex presidente Jair Bolsonaro (2019-2022) e criticano le sanzioni adottate ai sensi della legge Magnitsky. Secondo i firmatari, le iniziative degli Stati Uniti violano la sovranità brasiliana e mettono a rischio la cooperazione tra i due Paesi.

(da agenzie)

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