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GOVERNO E INDUSTRIALI HANNO DESCRITTO UN’EUROPA MIOPE. MA E’ L’ITALIA CHE NON CI VEDE

QUANDO L’ITALIA RECEPISCE UNA DIRETTIVA EUROPEA CI AGGIUNGE TROPPI VINCOLI CHE NEL TESTO ORIGINALE NON ESISTONO

All’assemblea Confindustria 2026 alla Nuvola dell’Eur, governo e industriali hanno recitato lo stesso copione: l’Europa è un gigante burocratico che frena la crescita, l’ETS va sospeso, il nucleare ci salverà, nel frattempo andiamo a “tutto gas”.. Il messaggio di fondo di Meloni e Orsini è in gran parte sovrapponibile.
Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha detto anche cose vere: il costo dell’energia è “una vera e propria minaccia esistenziale” per la manifattura, ci sono 131 GW di rinnovabili bloccati dalle Regioni e su questo ha chiesto correttamente un intervento bipartisan dello Stato. Ha invocato mercato unico dell’energia, mercato dei capitali e debito comune europeo per investimenti strategici: proposte non prive di senso. Ma poi è arrivato il salto logico: il sistema ETS è “una vera pazzia” che ha trasformato la decarbonizzazione in “speculazione finanziaria” e va sospeso subito. Il gas è “fondamentale per mantenere la stabilità energetica del Paese” e pensare di farne a meno è “miopia”. Sul nucleare, chi sostiene che i 10-15 anni necessari per costruire un reattore siano un problema dice una cosa “falsa”. Europa e decarbonizzazione: i nemici delle imprese italiane.
Meloni ha fatto lo stesso dal podio, con maggiore enfasi retorica. L’UE è un “gigante burocratico” che ha sacrificato competitività e crescita sull'”altare di approcci ideologici e tecnocratici”. Il Green Deal era un “orpello ideologico” spazzato via dalla storia. La “giungla normativa” europea va disboscata. E poi, quasi di passaggio, la proposta concreta agli industriali in sala: avviare subito “un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia in Italia”. In Italia. Meloni stessa individua il vero problema, lo dice alla platea giusta, poi torna ad attaccare l’Europa. A questa contraddizione se ne aggiunge un’altra più strutturale: chiede velocità nelle decisioni europee, ma difende l’unanimità al Consiglio dove basta il veto di uno Stato membro, anche il suo, per bloccare tutto. Paolo Gentiloni ha sintetizzato bene: dire che il problema dell’Italia è la burocrazia
di Bruxelles “ricorda quello che diceva che il problema di Palermo è il traffico”. E l’Italia è ultima per crescita e prima per debito in Europa, nonostante abbia ricevuto negli ultimi anni circa 200 miliardi di fondi europei: più di qualsiasi altro Paese nella storia dell’Unione.
Anche sull’ETS, governo e Confindustria combattono la stessa battaglia: sospensione immediata, riforma radicale, basta speculazione. Ma si sbaglia nemico. Il prezzo dell’elettricità in Italia è formato per l’89% delle ore dal gas: il costo del carbonio pesa al massimo il 10% sulla bolletta finale, meno dell’IVA. L’Autorità europea sui mercati finanziari ESMA ha indagato due volte sulla presunta speculazione e ha concluso ogni volta che non esiste. Esistono invece molte risorse mal utilizzate: dal 2012 al 2024 le aste ETS hanno generato 18,2 miliardi di euro per l’Italia, di cui solo il 9% è stato investito in politiche di accompagnamento alla transizione, contro il 100% previsto dalla normativa UE. Il dibattito sulla revisione dell’ETS è legittimo, ma la domanda seria è: chi ha usato male quei miliardi?
La vera burocrazia che strangola le imprese non viene da Bruxelles. Il corpus normativo UE conta circa 20.000 atti; quello italiano supera i 150.000. Nel solo 2024, tra Gazzette Ufficiali e supplementi, sono state pubblicate 35.140 pagine di norme italiane. Il problema si chiama goldplating: quando l’Italia recepisce una direttiva europea, ci aggiunge strati di vincoli che nel testo originale non esistono: è così, ad esempio, che i 131 GW di rinnovabili approvati restano bloccati per anni, per scelte di Roma e delle Regioni. Le barriere alla concorrenza nei servizi sono prodotto di scelte tutte italiane: concessioni prorogate a vita, iter autorizzativi che duplicano quanto richiesto dall’UE. E non basta: con 75 procedure di infrazione aperte, l’Italia ha pagato oltre 1,1 miliardi in sanzioni europee dal 2011, più del 70% per danni ambientali con effetti diretti sui cittadini; tutte risorse tornate a Bruxelles. Inoltre, l’Italia continua a non volere ratificare il MES, bloccando di fatto proprio quel mercato unico dei capitali che Orsini stesso chiede come priorità assoluta.
Sul nucleare, nessuno nei piani alti di Confindustria o del governo crede davvero che possa abbassare le bollette italiane in tempi utili. Mettiamo in fila un po’ di numeri e fatti: il PNIEC prevede 0,4 GW di SMR al 2035, che corrisponderebbe all’incirca all’1,1% del consumo nazionale: irrilevante.
Bankitalia scrive senza ambiguità che il nucleare non avrebbe impatti significativi sui prezzi. Gli SMR non esistono ancora commercialmente in Occidente: NuScale non ha cantieri aperti, Newcleo e Naarea sono in crisi finanziaria. Secondo Lazard 2025, il nucleare di nuova costruzione costa tra 141 e 220 dollari per MWh; il solare tra 38 e 78, l’eolico tra 37 e 86. La Corte dei Conti francese ha rivisto al rialzo il programma EPR2 da 51,7 a oltre 67 miliardi, con la possibilità concreta di superare i 100, e la prima coppia di reattori non entrerà in funzione prima del 2039-2044. Per l’Italia, che riparte da zero, si parla realisticamente di 25-30 anni. Nel frattempo, un parco fotovoltaico industriale si costruisce in 18-36 mesi.
C’è poi un problema tecnico che il dibattito italiano ignora: il nucleare è una fonte che produce 24 ore su 24 e si modula con difficoltà. Aggiungere nucleare a un sistema che cresce in rinnovabili non risolve l’intermittenza: la peggiora. In Francia, nel 2025, si sono registrate 436 ore di prezzi negativi proprio perché il nucleare non riesce a modulare con le rinnovabili in eccesso.
Lo stesso vale per il gas, presentato come “fonte di transizione”, ma di fatto blindato come scelta strutturale: investire in nuovi rigassificatori e contratti pluridecennali mentre si annuncia un nucleare lontano vent’anni significa rendere il gas permanente fino al 2045 almeno. E poi: chi obietta “compriamo elettricità nucleare dalla Francia, è ipocrita esserne contro” ci vede come borghetti chiusi da mura e non come un libero mercato: l’Italia importa il 16% del fabbisogno, un terzo dalla Francia, non perché siamo vulnerabili ma perché il mercato europeo è progettato per scambiare energia. La Francia esporta non per generosità ma perché deve: il suo nucleare è troppo rigido per assorbire la produzione rinnovabile in eccesso. È un problema francese, non un modello da imitare. La vera vulnerabilità italiana non è dove compriamo elettricità: è quanto la paghiamo. E paghiamo cara perché nel 70% delle ore il prezzo è fissato dal gas.
La sicurezza energetica non si compra con una promessa al 2050: si costruisce nei prossimi cinque anni, riducendo la dipendenza dal gas. Come? Sbloccando le 4.000 concessioni rinnovabili ferme. Investendo seriamente in accumuli: il MACSE di Terna, già attivo, va potenziato. Lanciando un piano nazionale per ridurre la povertà energetica di 2,4 milioni di famiglie, usando fondi europei in gran parte no
utilizzati. Recependo finalmente la Direttiva Efficienza Energetica, scaduta lo scorso 11 ottobre, e applicando tempestivamente la direttiva Case Green. Tutte cose che si fanno in due-cinque anni, non in venticinque. Ogni gigawatt di rinnovabili installato oggi abbassa il prezzo dell’elettricità in Italia oggi, non nel 2050.
Invece, in 40 giorni il governo ha approvato un decreto bollette da circa 5 miliardi di euro fatto di bonus una tantum, sconti volontari e contributi a pioggia che non cambiano la struttura del prezzo dell’elettricità italiana. Misure effimere e costosissime. Quel miliardo e mezzo destinato alle famiglie, se investito in efficienza energetica delle abitazioni, avrebbe potuto contribuire ad abbassare le bollette per i prossimi vent’anni e creato lavoro qualificato. Questa è la differenza fra una politica energetica strutturale e una politica di rincorsa permanente, che rifiuta di pensare che si può fare a meno di gas, petrolio, carbone.
Il giacimento di sicurezza energetica che abbiamo già in casa si chiama efficienza, e si nutre di sole, vento e accumuli. Continuare a inseguire una promessa lunga un quarto di secolo, mentre famiglie e imprese chiedono risposte adesso, non è scelta strategica. È una scelta di campo: contro politiche climatiche sempre più urgenti, a favore di chi guadagna e specula oggi, a discapito di famiglie e imprese. E in Europa, dove la Spagna abbatte i prezzi con le rinnovabili, la Germania accumula gigawatt di batterie, e la Francia stessa fatica a far quadrare i conti del nucleare, l’Italia si distingue per una cosa sola: per la caparbia con cui sceglie la strada più cara e più lunga. Non è la fatalità del mercato né l’inevitabilità della tecnologia: è una decisione politica precisa, che si può rovesciare. Ma per farlo bisogna cominciare a fare ciò che serve adesso: sbloccare i progetti rinnovabili, finanziare l’efficienza, ridurre la dipendenza dal gas.
(da Fanpage)

This entry was posted on sabato, Maggio 30th, 2026 at 20:35 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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