MENO DISOCCUPATI NON VUOL DIRE PIÙ OCCUPATI: IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE IN ITALIA È AI MINIMI STORICI (5,2%). QUEL CHE NON VIENE SPECIFICATO È CHE IN PARALLELO NON È AUMENTATA L’OCCUPAZIONE, MA L’INATTIVITÀ
LE PERSONE CHE NON LAVORANO NÉ LO CERCANO SONO AUMENTATE DI 351MILA UNITÀ, I DISOCCUPATI SONO DIMINUITI DI 304MILA. IL SALDO È NEGATIVO: SONO USCITE DAL MERCATO PIÙ PERSONE DI QUANTE NE SIANO ENTRATE. CHI SONO? CAREGIVER, INABILI E “INATTIVI PER SCELTA”, CHE SPESSO HANNO CONVENIENZA A LAVORARE AL NERO O HANNO SMESSO DI CERCARE UN’OCCUPAZIONE (E CAMPANO CON LE RENDITE FAMILIARI)
Il dato più celebrato del Rapporto annuale Istat presentato il 21 maggio è il tasso di disoccupazione: 5,2 per cento a marzo 2026, ai minimi storici dall’inizio delle rilevazioni. Il governo lo cita, i titoli lo riportano, i comunicati stampa lo mettono in apertura. È un dato reale. Ma racconta una storia incompleta e la parte che manca è quella più importante.
A marzo 2026, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, i disoccupati sono diminuiti di 304mila unità. Nello stesso periodo gli inattivi, le persone che non lavorano, non cercano lavoro, e quindi non compaiono nelle statistiche sulla disoccupazione, sono aumentati di 351mila unità. Il saldo è negativo: più persone sono uscite dal mercato del lavoro di quante ne siano entrate. Il tasso di inattività è salito al 34,1 per cento.
La disoccupazione cala anche perché chi non trova lavoro smette di cercarlo e sparisce dai radar. Non è una ripresa: è una ritirata silenziosa.
Questo spiega il secondo paradosso, quello che i titoli non riportano: nonostante i minimi storici sulla disoccupazione, l’Italia è ultima nell’Unione europea per tasso di occupazione nella fascia 20-64 anni. Il 67,6 per cento contro una media Ue del 76,1 per cento. Meno disoccupati, ma meno persone al lavoro in proporzione alla popolazione.
Chi sono questi invisibili? Il grosso sono donne: 7,85 milioni, pari al 42 per cento di tutte le donne in età lavorativa (dati Istat 2024). […] Ma accanto a loro ci sono 4,52 milioni di uomini inattivi.
Una ricerca dell’Università Cattolica li scompone in cinque profili. Ci sono i “caregiver”, fuori mercato perché accudiscono genitori anziani o familiari malati: in quasi 8 casi su 10 vorrebbero tornare a lavorare. Ci sono gli “inabili”, spesso ex operai di lavori usuranti, con percorsi segnati da depressione e precarietà.
I tre gruppi più rivelatori sul piano strutturale sono però altri. Il primo: gli “inattivi
per scelta”, circa il 13 per cento del campione maschile. Il 60 per cento sono laureati, poco meno dei due terzi vivono di rendite da capitali o affitti; in 6 casi su 10 non tornerebbero a lavorare a nessun livello salariale.
Molti non hanno mai lavorato: non sono usciti dal mercato, non vi sono mai entrati.
Un sistema fiscale che tassa i redditi da lavoro molto più delle rendite finanziarie e patrimoniali li aiuta a mantenere quella scelta.
Gli altri due gruppi – gli “sfiduciati” e gli “stabilmente inattivi” – coprono circa due terzi del campione. In 8 casi su 10 lavorano in nero continuativamente o hanno smesso di cercare dopo ripetuti fallimenti.
La ricerca demolisce una narrativa politica diffusa: non sono i sussidi pubblici a tenerli fuori dal mercato. È l’economia sommersa – normalizzata, accettata socialmente, conveniente. Questo si incrocia con un dato strutturale: la forza lavoro inutilizzata ammontava, già nel Rapporto Istat 2024, a circa 4,2 milioni di persone, di cui 2,3 milioni inattivi involontari e 1,9 milioni disoccupati ufficiali.
Gli invisibili, già allora, erano più numerosi dei disoccupati dichiarati. Nel frattempo le imprese segnalano difficoltà di reperimento per il 47 per cento delle assunzioni programmate, dovute nel 30 per cento dei casi alla semplice mancanza numerica di candidati. Milioni di persone in età lavorativa fuori dal mercato, e imprese che non trovano chi assumere.
Il paradosso si completa guardando al futuro. Il 42 per cento degli occupati italiani ha almeno 50 anni . E solo il 19,9 per cento degli italiani usa strumenti di Intelligenza artificiale, contro il 32,7 per cento della media europea.
Sullo sfondo c’è il dato che il Rapporto Istat mette sul tavolo senza enfatizzarlo abbastanza. Dal 2007 al 2025 il Pil reale italiano è cresciuto dell’1,9 per cento, mentre Francia, Germania e Spagna crescevano in media di quasi il 20 per cento. Non è una recessione, non è una crisi: è quasi vent’anni di immobilità mentre il resto d’Europa avanzava. I salari reali sono ancora dell’8,6 per cento sotto i livelli del 2019.
(da agenzie)
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