Giugno 3rd, 2016 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE CHIUDE LA CAMPAGNA ELETTORALE A ROMA… L’IRA DEI LEGHISTI: “PORTI IL CERTIFICATO MEDICO”
La campagna elettorale del centrodestra finisce esattamente come era iniziata: con gli stracci che volano tra presunti alleati.
Il forfait last minute di Berlusconi alla chiusura milanese di Stefano Parisi, e la scelta di andare ad Ostia a dare una mano ad Alfio Marchini, hanno fatto infuriare Lega e Fratelli d’Italia.
E del resto, Milano e Roma sono l’Alfa e l’Omega di questa campagna: sotto la Madonnina il centrodestra è miracolosamente unito intorno a Stefano Parisi, con una coalizione che comprende anche Ncd; nella Capitale invece la competition è durissima: Meloni (sostenuta da Salvini) si gioca il ballottaggio con Marchini, partito come civico e finito con Forza Italia.
Se andrà bene, solo uno dei due si giocherà anche il secondo turno, e i rapporti tra “alleati” sono tali da non poter prevedere un gemellaggio al ballottaggio.
Del resto, a Roma si gioca la leadership futura del centrodestra: prevarrà il vecchio leone Silvio che si è scoperto moderato o i giovani ribelli Matteo e Giorgia che vogliono fargli le scarpe?
O entrambi resteranno fuori dal secondo tempo?
A Milano Parisi ha annullato il comizio finale (ufficialmente per il maltempo) ripiegando su un megastore della Replay tra i grattacieli di piazza Gae Aulenti, zona cool a due passi da Corso Como.
Nello staff del candidato del centrodestra minimizzano: “Silvio è andato a Roma perchè lì il ballottaggio è incerto, noi invece ci andiamo di sicuro. Hanno più bisogno di lui nella Capitale…”.
Chissà , c’è persino chi, a microfoni spenti, confida che nella città di Berlusconi si senta poco la sua mancanza, quasi a voler sottolineare che Parisi inaugura una nuova stagione de-berlusconizzata.
Leghisti e Fratelli d’Italia invece sono infuriati. Già , perchè dovendo scegliere tra Roma e Milano, l’ex Cavaliere ha deciso di mettere la faccia proprio dove la competizione a destra è aperta e non dove c’è un embrione di unità .
“Mi spiace che sia lontano da Milano, ma noi qui vinciamo lo stesso”, fa sapere Salvini a margine della festa di Parisi. “Io sono qua perchè tengo all’unità della coalizione. Lui ha scelto di andare a perdere a Roma, visto che al ballottaggio ci mandiamo la Meloni. Amen…”.
Ancora più duro Ignazio La Russa “Non ho capito l’assenza di Berlusconi. L’avrei voluto con noi, sarebbe stato un aiuto a Milano e non sarebbe stato un aiuto alla sinistra. A me spiace che Forza Italia presupponga la possibilità di una grossa coalizione, votando noi non ci saranno inciuci”.
Il capogruppo leghista Centinaio ironizza: ”Se si vuol parlare di centrodestra unito, se si vuol parlare di futuro, questo forfait non lo vedo bene. Berlusconi ci mandi il certificato medico e spieghi le ragioni della sua assenza…”.
Dura la replica del forzista Paolo Romani: Hai perso un’occasione per tacere, Silvio non ha il dono dell’ubiquità , se dovevi parlare potevi farlo contro gli avversari…”.
L’ex Cavaliere, come gesto di cortesia, si collega telefonicamente da Ostia con Milano subito prima di prendere la parola a fianco di Alfio Marchini. “Quella di Milano è una battaglia che possiamo vincere e vinceremo”. “A Milano siamo sicuri di andare al ballottaggio, per questo con Parisi abbiamo convenuto che io restassi a sostenere Marchini”, si giustifica.
“Oggi dipende da ogni milanese se ripartiranno i grandi progetti come quelli della giunte Moratti e Albertini, quali tasse ci saranno, se continueranno le multe selvagge”.
E anche se ci sarà sicurezza e “se i campi rom saranno sgomberati”. “Solo se Stefano diventerà sindaco comincerà una stagione di sviluppo per Milano”.
L’intervento si chiude con un “saluto affettuoso agli amici della Lega e a quelli di Fratelli d’Italia”.
Il bel gesto non sana le ferite a destra. L’ex Cavaliere da Roma si lancia a capofitto contro la “bulimia di potere di Renzi” ed elogia Marchini come “esponente della società civile e non della vecchia politica”.
“Questo voto sarà uno sfratto definitivo per il governo che non ha una maggioranza democratica e ha votato di notte per cambiare la Costituzione portandoci ad un regime”.
Pochissimi riferimenti a Roma, per Silvio la sfida del 5 giugno è una sfida politica nazionale.
Al netto di Roma e Milano, il centrodestra praticamente non è pervenuto.
A Torino Forza Italia sostiene Osvaldo Napoli e la Lega il notaio Alberto Morano; a Napoli Fi sta con Gianni Lettieri e Fratelli d’Italia e Lega con Marcello Taglialatela, ma i leghisti senza lista e senza simbolo.
Unica grande città dove il centrodestra è unito è Bologna, dove corre la discussa leghista Lucia Borgonzoni. Ma, nonostante il comizio dello scorso novembre con Berlusconi-Salvini-Meloni, e le ripetute incursioni di Salvini, a Bologna il centrodestra pare realmente fuori partita.
Nonostante le liti, nel suo complesso tra il 5 e il 19 giugno il centrodestra si gioca molte carte per il futuro: se a Milano dovesse vincere Sala, e se a Roma nessuno dei due tra Marchini e Meloni dovesse arrivare al ballottaggio, ripartire sarebbe molto difficile, uniti o divisi.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 31st, 2016 Riccardo Fucile
ORMAI IL CAVALIERE PUNTA SU MARA CARFAGNA
L’investitura c’è stata a Napoli: dopo il comizio, c’è stata la solita cena, molto gremita. Si pensava che
sarebbero stati fatti i soliti discorsi. Ma Berlusconi ha sorpreso tutti.
E ha detto testualmente: “E ora vi invito a fare un brindisi per Mara Carfagna, che sarà il futuro leader del centro-destra”.
Una vera e propria investitura per l’onorevole Mara Carfagna, che ormai può vantare una grande esperienza (è stata anche ministro, ed è la coordinatrice di Forza Italia in Campania).
E al tempo stesso un vero e proprio siluro per il Governatore della Liguria Giovanni Toti, che essendo il numero due di Forza Italia credeva di essere il successore naturale di Berlusconi.
La rottura è avvenuta per motivi politici. Toti vorrebbe esportare il modello Liguria (con una giunta di leghisti sotto processo e favori alla sanità privata), basata sull’alleanza con la Lega (senza il cui apporto non sarebbe mai stato eletto).
Toti pur di arrivare a fare il candidato premier è sempre d’accordo con Salvini, mentre Berlusconi vuole un leader che sappia tracciare una via nuova.
Non a caso Mara Carfagna è sempre stata molto attenta sul tema dei diritti civili e rapppresenta l’ala liberal delle origini di Forza Italia.
Molto dipenderà dai risultati delle amministrative: se Lettieri a Napoli andasse al ballottaggio e la Meloni a Roma no, il Cavaliere avrebbe un motivo in più per lanciare Mara con un ruolo di “erede”.
(da agenzie)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
LA FAMIGLIA IN CAMPO PER SALVARE I CONTI DI FORZA ITALIA, I CINQUE FIGLI STACCANO ASSEGNI
La famiglia Berlusconi scende in campo per salvare i conti di Forza Italia: i cinque figli dell’ex Cavaliere,
Barbara, Eleonora, Luigi, Marina e PierSilvio, hanno staccato ciascuno un assegno di 100.000 euro nel 2015 in favore delle Casse “azzurre”.
È quanto emerge dalle dichiarazioni congiunte, con i finanziamenti che i privati danno ai partiti e che devono essere depositate alla Camera.
In soccorso di Forza Italia sono arrivati anche Paolo Berlusconi, nonchè Fedele Confalonieri e Bruno Ermolli con altri tre contributi di 100.000 euro a cui se ne è aggiunto uno della Fininvest sede di Roma.
Ben più onerosi gli impegni di Silvio Berlusconi in favore del suo partito, con tre maxi-assegni per estinguere altrettante fidejussioni: il primo di 23,28 milioni di euro per un fido di Mps del 2001; il secondo di 10,38 milioni di euro per un fido del Banco Popolare di Sondrio risalente al 1998; un terzo pari a 10,25 milioni per un fido del 2000 della Banca del Fucino sede di Roma.
Dalle dichiarazioni congiunte si apprende che il contenzioso tra Forza Italia e Ncd sui soldi del Pdl si è chiuso con un accordo siglato il 22 ottobre 2014 (al momento della scissione) che ha portato il 15 marzo 2015 a Forza Italia una prima tranche di 900.000 mila euro; è seguita, il 24 aprile una “scrittura privata” che ha portato due altre tranche di 27.600 e di 6.815 euro.
Sempre dal Pdl sono arrivati altre risorse in termini di beni e servizi: 92.458,97 sono giunti dal “distacco parziale di personale dipendente” e 8.200 per la “messa a disposizione di locali con contratto di comodato”.
In fuga, invece, i grandi imprenditori come Gavio, Arvedi o Riva, che nel passato avevano aiutato Forza Italia o il Pdl.
Tra le imprese si registrano solo la Sant’Angelo, una società immobiliare di Roma (30.000 euro) e la Italgraf (23.000) sempre della Capitale.
Il resto arriva tutto dagli eletti, con Paolo Romani che si dimostra il più prodigo (66.800 euro).
Ma la fuga di imprese e privati dal sostegno economico ai partiti è generalizzato.
Anche il Pd non può più contare sul tradizionale contributo delle Coop; solo a Ravenna se ne sono registrate due: la Coop Alice, che ha donato 6.000 euro e la Legacoop che ha versato 10.000.
Il Pd quindi ricorre quasi esclusivamente ai finanziamenti dei propri eletti, con una curiosità : tra i nomi dei “big” che hanno versato la loro quota al partito non figura Matteo Renzi, mentre ci sono i suoi due vice, Lorenzo Guerini (18.000 euro) e Debora Serracchiani (15.600 euro) e soprattutto tutti gli esponenti dell’opposizione interna, capitanati da Pierluigi Bersani (20.300). L’unico ad aver finanziato due partiti diversi è Pippo Civati: prima ha versato la sua quota al Pd (6.000 euro) e dopo la sua uscita dai Dem ha dato 5.579 euro al suo nuovo partito, Possibile.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA SALE AL 13,1%, LEGA E FDI PERDONO LO 0,5% A TESTA… ORA LA MELONI A ROMA CERCA L’APPOGGIO DI EX NOTABILI DEMOCRISTIANI TROMBATI PER DARSI UN LOOK MODERATO
Forza Italia accelera nei sondaggi e si porta a una incollatura dalla Lega.
I tumultuosi fatti romani e la separazione nel teatro capitolino del partito di Silvio Berlusconi da quelli guidati da Matteo Salvini e Giorgia Meloni fa aumentare i consensi nazionali degli azzurri.
Una rilevazione realizzata da Alessandra Ghisleri rivela, infatti, che Forza Italia si attesta al 13,1 contro il 13,3 della Lega.
I due principali partiti del centrodestra sono praticamente alla pari, con Fi che guadagna uno 0,1% e il Carroccio che perde uno 0,5%.
Anche Fratelli d’Italia è in calo di uno 0,5%.
Da registrare anche una impennata della popolarità di Berlusconi che sale dello 0,6% mentre scendono sia la Meloni che Salvini.
Berlusconi – che l’8 presenterà le liste milanesi di Fi e il 20 maggio incontrerà a Milano il presidente del Ppe, Joseph Daul – di concerto con lo stato maggiore del partito continua a lavorare per la delicata partita capitolina.
La lista azzurra a sostegno di Alfio Marchini è ormai in via di definizione con Alessandra Mussolini capolista e il coordinatore romano Davide Bordoni come numero due.
Marchini loda la scelta del Cavaliere. «Berlusconi è stato generoso e coraggioso. Ha sposato un movimento civico che ha combattuto battaglie vere. Bertolaso sarà nella squadra come assessore e anche molto di più. È una straordinaria risorsa, avrà un ruolo ad hoc».
In dirittura d’arrivo anche l’accordo con Francesco Storace. «Marchini è la soluzione più ragionevole se si trova un accordo sul programma», spiega l’ex governatore. «Chi voterà me, voterà Marchini attraverso il mio nome».
Grandi manovre in corso anche sull’asse Salvini-Meloni che sta imbarcando qualche ex Dc nel tentativo di darsi un volto moderato: ci sarà una lista a trazione centrista – i Popolari per la Libertà – nella quale figurerà come capolista Giuseppe Cossiga, già candidato alle Politiche con Fdi e che avrà il sostegno di Mario Mauro e Mario Tassone.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2016 Riccardo Fucile
COSA HA PORTATO ALLA SUA NOMINA E PERCHE’ E’ UNA MINACCIA PER L’ASSE MELONI-SALVINI
Non sono stati giorni facili fra Arcore e Palazzo Grazioli.
Gli effetti positivi del capolavoro-Milano (un candidato moderato che unisce il centro-destra e drena consensi nell’elettorato di sinistra) rischiavano di essere rovinati dal pasticcio romano.
Al Cavaliere arrivavano sollecitazioni di ogni tipo.
Quelle nordiste, a ricomporre l’alleanza con Meloni e (soprattutto) Salvini.
Quelle aziendali, e dei forzisti di Roma, a fare esattamente il contrario. E
in mezzo, Bertolaso.
Berlusconi aveva agito in modo lineare in uno scenario che di lineare non aveva nulla. Avrebbe voluto Marchini dal principio, d’accordo in questo con Salvini, e aveva dovuto rinunciare per l’impuntatura di Giorgia Meloni.
L'”Evita Peron” della Garbatella aveva giurato che mai e poi mai il ricco imprenditore con un pedigree di sinistra (nonno e zio molto vicini al PCI) sarebbe stato il suo candidato. Popolo di destra contro quartieri alti di sinistra? O più banalmente voglia di “marcare il territorio”?
Poichè Almirante riempiva in memorabili comizi Piazza del Popolo, la Meloni (e il suo mentore Rampelli) pensano che Roma sia cosa loro.
E quindi Bertolaso, che se ne stava a Londra in tutt’altre faccende affaccendato, venne richiamato d’urgenza a Roma, accettato e applaudito da tutti.
Bertolaso si mise all’opera, e a dire alcune verità . Apriti cielo.
Disse che i rom non si possono semplicemente cancellare dalla faccia della terra, e quindi va bene sgomberare i campi, ma poi da qualche parte bisogna pur metterli (cosa del tutto ovvia), e di colpo per Salvini divenne un traditore.
Convocò ai gazebo il (non numerosissimo) popolo della Lega di Roma chiedendogli che candidato volessero. Bertolaso ovviamente arrivò ultimo.
Primo classificato — indovinate — fu proprio Marchini.
Il colpo di coda di Meloni
In questo caos, Giorgia Meloni annunciò — supremo sacrificio — la propria disponibilità a candidarsi, subito accolta con entusiasmo da Salvini.
Dunque Bertolaso venne lasciato solo con il suo golfino azzurro a ripetere come il bimbo della fiaba che “il re è nudo”, fra lo sconcerto generale.
Berlusconi doveva prendere una decisione, e lo fece, come suo solito, da solo. O meglio, ascoltò un’ultima volta tutti, diede un’ultima occhiata ai sondaggi, poi invitò a cena Umberto Bossi (uno che della Lega e della politica italiana sa molto e capisce tutto) e gli annunciò la sua decisione: Marchini.
Perchè lo ha fatto? La partita di Roma è una partita più complessa di come la raccontano.
La debolezza dell’asse Salvini-Melon
Intanto l’asse Salvini-Meloni esiste solo sulla carta. Salvini, che a Roma è debolissimo e ha scarso interesse concreto ai risultati romani, aveva tutt’altro in mente. Non tanto l’egemonia del centro-destra, che comunque non gli dispiacerebbe, quanto quella della destra-destra.
Costringere la Meloni a contarsi, e – nel caso di un’improbabile vittoria — relegarla nel ruolo prestigioso ma rischiosissimo e comunque paralizzante di sindaco di Roma, oppure — di fronte ad un’assai più probabile sconfitta – ridimensionarne definitivamente le ambizioni da co-leader della coalizione.
Già , perchè la Meloni per Salvini è un concorrente molto più pericoloso di Berlusconi. Insegue lo stesso elettorato della Lega, ora che Salvini ha abbandonato l’indipendentismo padano per posizionarsi nello spazio della destra tradizionale.
Con la differenza che a sud della linea gotica la Lega è ancora guardata con sospetto. Decenni di insulti contro Roma ladrona, di “forza Vesuvio” e di orgoglio padano non si cancellano con qualche passeggiata a sud nè con la faccia paciosa di Raffaele Volpi, simpatico bresciano di lontana origine DC incaricato da Salvini di radicare il verbo leghista fra gli ex-“terroni”.
Il pezzo che manca
Gli è andata male, perchè la Meloni avrebbe dovuto vincere — o perdere — con l’appoggio di tutto il centro-destra. Salvini era convinto che Berlusconi avrebbe finito con l’assecondare il gioco, per salvare l’unità della coalizione.
Il problema è che oggi l’unità della coalizione non basta più, e Berlusconi lo sa benissimo.
Sa anche di non essere affatto in pericolo, con buona pace della narrazione conformista dei principali quotidiani.
Certo, Forza Italia è ben lontana dai bei tempi dei trionfi, ma una cosa è ben chiara: Berlusconi è l’unico fra i leader del centro-destra ad avere delle alternative, a poter scegliere fra geometrie politiche diverse. A Roma lo ha dimostrato.
Il ruolo oggi di Berlusconi
La destra italiana negli ultimi vent’anni è stata una destra di governo, forte del suo rispettabile 15-20%, grazie al fatto che si è alleata con un centro moderato che portava il 30% mancante, cioè i consensi necessari a diventare maggioranza. Senza di questo, sarebbe stata soltanto un grande MSI, forte ma ininfluente.
Quello che è stato il capolavoro di Berlusconi, rendere possibile l’alleanza fra i moderati e la destra democratica, non possono farlo nè Salvini nè la Meloni. Può farlo ancora una volta solo Berlusconi. Lo ha fatto con Parisi a Milano, sta provando a farlo con Marchini a Roma.
Se ci riuscirà , avrà vinto di nuovo. Nel 1994 Achille Ochetto, nel 2016 Matteo Renzi, pensavano di aver già vinto per mancanza di avversari.
Allora fu l’alleanza a geometria variabile con Bossi e Fini, oggi dal cilindro del mago di Arcore è uscito un coniglietto con il sorriso furbo di Stefano Parisi e l’abbronzatura di Alfio Marchini.
Al povero Renzi, già in difficoltà per conto suo, fra sondaggi che non decollano, ministri con parenti imbarazzanti, ripresa che non si vede, questo guaio non ci voleva proprio.
(da “Panorama“)
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Aprile 30th, 2016 Riccardo Fucile
NCD SORPASSA FRATELLI D’ITALIA… CINQUESTELLE A DUE PUNTI DAL PD… SALVINI HA PERSO LA LEADERSHIP
Cinque Stelle in avvicinamento al Pd, ancora avanti nelle intenzioni di voto ma in lieve flessione rispetto al sondaggio della metà di marzo: 31,1%, in calo dell’1,1% rispetto a marzo, seguito dal M5S con il 28,9%.
Ma un’altra novità è rappresentata dal fatto che a seguire Forza Italia e Lega ora sono appaiate al 13,1%, mentre Area popolare (4,2%) scavalca Fratelli d’Italia (3,9%).
Infine, Sel-Sinistra italiana (3,2%) si colloca di poco al di sopra della soglia di sbarramento prevista dall’Italicum.
Il ballottaggio tra Pd e M5S si risolverebbe con una vittoria di misura del partito di Renzi (50,9% a 49,1%).
Lo scenario politico di questa settimana fa segnare un avvicinamento del M5S al Pd, che continua a prevalere nella graduatoria delle intenzioni di voto ma risulta in lieve flessione rispetto alla precedente rilevazione della metà di marzo.
I due partiti risultano ora separati solamente da 2,2% mentre allora la distanza era di 5,3%
Le sei settimane che separano i due sondaggi sono state caratterizzate da avvenimenti di grande rilievo, sul fronte interno e su quello internazionale.
Si tratta di avvenimenti che sembrano aver determinato qualche segnale di cambiamento nelle scelte degli elettori.
Vediamo i risultati in dettaglio, iniziando dalla «zona grigia» rappresentata da astensionisti ed indecisi che raggiungono il livello più elevato nell’ultimo anno, attestandosi a 36,9%
Come si diceva, il Pd mantiene il primato nella graduatoria di voto con il 31,1% delle preferenze, in flessione di 1,1% rispetto a marzo, seguito dal M5S con il 28,9%.
Il primo risulta indebolito dalle permanenti tensioni interne, che si sono manifestate anche in occasione del referendum sulle trivelle, e dalla vicenda giudiziaria campana (è indagato il presidente dimissionario del Pd campano Stefano Graziano) che hanno evidenziato, una volta di più, lo scollamento del partito tra centro e periferia, non tanto o non solo per le tumultuose vicende che hanno accompagnato le elezioni primarie in diverse città , quanto piuttosto per l’immagine di un partito che in svariati contesti locali sembra fuori controllo.
Il M5S sembra aver superato la difficile fase causata dalla vicenda di Quarto, recuperando il calo di consensi subito.
Dopo la scomparsa di Casaleggio i giovani dirigenti del movimento sono chiamati a consolidare il proprio ruolo mostrando la capacità di rappresentare un’alternativa di governo.
Nonostante la riduzione delle distanze tra i primi due contendenti, il ballottaggio tra Pd e M5S si risolverebbe con una vittoria di misura del partito di Renzi (50,9% a 49,1%). Come nelle precedenti rilevazioni si osserva che il M5S risulta nettamente preferito al Pd dagli elettori della Lega e di Fratelli d’Italia e in misura più contenuta da quelli di Forza Italia.
Tra gli elettori di Area popolare prevarrebbe di poco il Pd mentre tra quelli di Sel e SI il risultato sarebbe alla pari.
È difficile immaginare se, alla luce dei recenti avvenimenti romani, potrebbe nascere una lista unica di centrodestra che raggruppi Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, oppure se la decisione di Berlusconi di sostenere Marchini preluda ad un compattamento delle diverse componenti moderate del centro e del centro destra e a uno spostamento degli equilibri
Pur con questa incognita, le intenzioni di voto per una lista unica di centro destra sono oggi pari al 28,9%, sostanzialmente in linea con il risultato del M5S (29,1%), ed in lieve flessione rispetto alla somma algebrica dei tre partiti misurati singolarmente dato che, come spesso accade, l’unione di forze politiche produce qualche contrarietà e disaffezione nell’elettorato di partenza
Immaginando un ballottaggio tra Pd e la lista unica di centrodestra, ad oggi il primo prevarrebbe sulla seconda 52,3% a 47,7%, con gli elettori del M5S più a favore del Pd (35% a 25%) e i centristi di Area popolare a favore della lista unica di centrodestra (55% a 35%).
Sorprendentemente, tenuto conto che sono alleati del Pd nella coalizione di governo.
Infine abbiamo testato un ipotetico ballottaggio tra M5S e lista di centrodestra, scenario al momento difficile a realizzarsi.
In questo caso il Movimento 5 Stelle prevarrebbe nettamente, con più di nove punti di distacco, grazie al convergere su di esso della larga maggioranza della sinistra e di una quota rilevante degli elettori Pd.
Come detto, gli ultimi mesi sono stati densi di avvenimenti.
Tuttavia per il Pd i successi ascritti, come l’approvazione della riforma costituzionale e la scarsa partecipazione al recente referendum, sono stati oscurati dalle vicende giudiziarie e dalle dinamiche critiche interne al partito.
Per il centrodestra la divisione si è conclamata con la scelta di Marchini a Roma. Oltre alla necessità di Berlusconi di mantenere un ruolo centrale, sembra esserci anche una visione strategica distante tra chi cerca di collocarsi nel solco del popolarismo europeo e chi invece fa una scelta xenofoba e populista sull’onda delle destre vincenti in Europa.
In tutto ciò il Movimento 5 Stelle guadagna consensi. La situazione rimane disordinata.
A questo punto forse sarà solo la prossima tornata amministrativa a chiarire il panorama.
Nando Pagnoncelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 30th, 2016 Riccardo Fucile
ALTRO CHE REGALO AL PREMIER, ELIMINEREBBE DALLA CORSA IL RENZIANO GIACHETTI E LA “MAI STATA FASCISTA” GIORGIA… E ALLA FINE SE LA GIOCHEREBBE ALLA PARI CON LA RAGGI
Passare da Bertolaso a Marchini, da parte di Berlusconi, è stato un regalo a Renzi? Che lo dicano,
per propaganda, Raggi, Meloni e Giachetti è comprensibile.
Ma che lo sostengano giornali e osservatori politici appare assai avventato, si tratterebbe semmai di un regalo avvelenato.
Non solo perchè, a differenza di Marchini — e a parte l’ormai modesto apporto degli ultimi moicani del berlusconismo a Roma — l’ex-capo della protezione civile di suo non aveva, e non ha, un voto.
Non solo perchè Bertolaso non ha aspettato il breve tratto di questa campagna elettorale, percorso come candidato, per rivelarsi un formidabile gaffeur
Non solo perchè la scelta di Berlusconi a favore del “Ridge de noantri” mette effettivamente in ambasce Meloni e Salvini, isolandoli su posizioni di destra estrema, lepenista e “trumpista”.
Non solo perchè oppone, alla marcia inarrestabile della “cittadina” Raggi e al recupero sondaggistico di Giachetti e del Pd romano travolto da Mafia Capitale, quello che è stato sinora oggettivamente un marciatore solitario, “libero dai partiti” e unico, vero oppositore — insieme al movimento cinque stelle — degli amministratori che hanno aiutato e comunque non si sono accorti di Mafia Capitale…
Ma passare da Bertolaso a Marchini, da parte di Berlusconi, è stato tutt’altro che un regalo a Renzi soprattutto perchè dell’imprenditore romano tutto si può dire fuorchè sia o possa essere un docile strumento nelle mani o a disposizione di Berlusconi, delle sue trame revansciste o, peggio, del suo interesse a far regalie elettorali a Renzi per ottenerne in cambio regalie aziendali e/o affaristiche.
Così come una cosa è prendere atto che sul Marchini “libero dai partiti” convergeranno Berlusconi e a quanto pare Storace, magari con proprie liste e simboli, altra è dare per scontato che il civico Marchini si faccia fagocitare, diventi succube dei partiti e comunque si faccia trasferire di peso nel centrodestra o centro-destra.
Staremo a vedere. Peraltro a breve. Si vedrà da subito, dagli sviluppi della campagna elettorale di questi giorni, se Marchini confermerà la capacità di resistenza sinora messa in campo. l’identità civica e laica, la sua “libertà dai partiti” e la sua storia
E qui vanno ricordate le risorse economiche personali e familiari che lo hanno aiutato notevolmente a rimanere (sinora) “libero”: nel 2013 ha ottenuto alle elezioni amministrative a Roma 114.169 voti, pari al 9,48%.
E oggi i sondaggi dicono, che con l’appoggio di Forza Italia Marchini potrebbe raggiungere il 23% delle preferenze e ottenere così il ballottaggio.
Presumibilmente con Raggi, eliminando dalla corsa la “non sono mai stata fascista” Meloni e l’ultras renziano Giachetti.
Un regalo a Renzi? Non sembra proprio.
Beppe Lopez
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 29th, 2016 Riccardo Fucile
LA SVOLTA DI ROMA SU MARCHINI PER STRAPPARE IL CENTRO A RENZI
Per la prima volta, dopo mesi di lenta e apparentemente inesorabile eclissi, la stella di Berlusconi ha ricominciato a emettere luce.
La decisione di abbandonare la candidatura di bandiera di Guido Bertolaso, apparsa fin dall’inizio senza alcuna prospettiva, segna un ritorno dell’ex Cavaliere alla politica e potenzialmente può riverberare i suoi effetti anche oltre il perimetro del Grande Raccordo Anulare.
Per il suo profilo moderato, trasversale – proviene da una famiglia comunista, si è candidato come indipendente a Roma contro Marino, è stato corteggiato in passato da Renzi ma respinto dai ras locali del Pd – Alfio Marchini rappresenta infatti una possibile base di partenza per la ricostruzione di un’area che fino a ieri sembrava semplicemente liquefatta.
Con grave danno anche per il sistema democratico italiano, che come qualsiasi organismo deve poter respirare con due polmoni per vivere: la destra e la sinistra. Un’anomalia che sta anche al centro delle preoccupazioni private del capo dello Stato. Da troppo tempo infatti l’unica alternativa a Matteo Renzi è rappresentata dai Cinque Stelle.
E benchè un giovane come Luigi Di Maio stia crescendo come popolarità e come leadership, restano ancora troppe incognite sul Movimento perchè possa proporsi in maniera credibile.
In gioco infatti c’è la guida di una moderna democrazia occidentale che siede al G8, deve rispettare i suoi impegni con la Nato e con l’Unione europea.
Dunque per ora e per chissà ancora quanto tempo, Matteo Renzi ballerà da solo.
LO “SPARIGLIAMENTO”
Ma fino a quando godrà di questa posizione privilegiata?
Ecco, lo sparigliamento compiuto ida Berlusconi a Roma costituisce il seme di un possibile schieramento alternativo al PdR, il Partito di Renzi come lo ha ribattezzato Ilvo Diamanti.
La strada è ancora lunga, certo, ed è tutto da dimostrare l’appeal che un romano come Marchini può avere a nord della linea gotica.
Eppure si vede qualcosa in movimento. Affermare, come hanno fatto a caldo Salvini e Meloni, che la mossa del leader forzista è dettata da chissà quali interessi aziendali o precostituisce un’alleanza futura con il Pd, può essere una facile battuta propagandistica.
La realtà è un’altra: quello che a Renzi fa più comodo è proprio restare l’unica sentinella in piedi a presidiare l’area di centro, la sola che fa vincere le elezioni.
E avere alla sua destra due leader come Salvini e Meloni che guardano a Putin, Orban, Hofer e Le Pen come modelli, rende tutto estremamente facile per il capo del governo. L’unica cosa che può impensierirlo – e lo dimostra la svolta moderata impressa da Di Maio al M5S – è la nascita di un soggetto politico e di un leader che gli contenda il voto al centro. Il resto è folklore.
La svolta moderata di Berlusconi contiene il seme che può far rinascere l’albero del centrodestra.
E anche in quel campo non sono all’anno zero.
Quando Forza Italia, come è successo a Venezia con Luigi Brugnaro, si affida a un civico moderato, è capace di portare a casa il risultato. Costringendo le destre estreme (anche in laguna Lega e Fratelli d’Italia) a convergere al ballottaggio.
E Brugnaro, non va dimenticato, è finito secondo nella recente classifica Ipr-Sole24ore, tra i sindaci più apprezzati.
UN’OPERAZIONE ARDITA
Berlusconi deve riuscire in un’operazione spericolata: far crescere una leadership moderata nuova, che non sia la sua, e contemporaneamente tenere uniti a sè i lepenisti. Ma in posizione subalterna.
Non è detto che ci riuscirà , tuttavia l’unica strada per tornare a un centrodestra competitivo è quella.
Senza offesa per i capi di Lega e FdI, ma la loro azione è paragonabile a quelli che Moisès Naìm definisce come dei «micropoteri», che raramente riescono a mettere fuori gioco i grandi protagonisti.
Certo, aggiunge Naìm, con il loro martellamento incessante «logorano, ostacolano, minano, sabotano e aggirano i grandi protagonisti».
Ma «non sono attrezzati per conquiste di vasta portata».
Francesco Bei
(da “La Stampa“)
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Aprile 29th, 2016 Riccardo Fucile
“ALFIO E’ L’UNICO IN GRADO DI VINCERE AL BALLOTTAGGIO, SENZA LE SUE FIRME CI SAREBBE ANCORA MARINO”… “SE LEGA E FDI NON AVESSERO CAMBIATO IDEA CINQUE VOLTE, AVREMMO UN CANDIDATO UNITARIO DA MESI”
Presidente Berlusconi, può dirci che cosa vi siete detti con Bertolaso durante la notte in cui ha deciso di puntare su Marchini?
«Avevamo scelto Guido Bertolaso per due motivi: in primo luogo perchè è l’uomo delle emergenze per eccellenza, un tecnico di valore straordinario, conosciuto in tutto il mondo per le sue capacità ; e poi perchè la sua candidatura era unitaria. Guido, non dimentichiamolo, aveva dato la sua disponibilità dopo grandi insistenze da parte di tutto il centro-destra. Si è messo a disposizione, accantonando importanti progetti internazionali ai quali stava lavorando. Con lo stesso straordinario spirito di sacrificio e senso di responsabilità , è venuto da me e si è dichiarato disposto a fare un passo indietro ma tenendosi a disposizione della futura amministrazione capitolina».
Perchè Marchini? Che cosa rappresenta una figura cosi?
«Siamo semplicemente tornati al punto da cui eravamo partiti. Alfio Marchini in questi tre anni di opposizione seria e concreta in Consiglio Comunale ha dimostrato di condividere i valori liberali e riformatori che ci ispirano e di essere un moderato che, a differenza dei grillini, non si è tirato indietro quando si è trattato di mandare a casa l’ex sindaco di sinistra Marino. E poi Marchini, secondo tutti i sondaggi, è l’unico nome in grado di vincere al ballottaggio, per non consegnare Roma nè alla continuità disastrosa del Pd nè all’avventurismo del movimento Cinque Stelle. Mi consenta di aggiungere una cosa: Marchini è stato il primo candidato su cui sembrava possibile trovare un accordo di coalizione. Ma solo per il veto di un alleato non si riuscì a convergere sul suo nome. Se la Lega e Fratelli d’Italia non avessero cambiato idea più volte, oggi ci troveremmo tutti uniti sullo stesso candidato».
Qual è il senso politico di questa capriola su Roma?
«L’unico senso politico di questa scelta è il buonsenso. Il centro-destra in Italia rappresenta da sempre la maggioranza degli italiani. Lo confermano tutti i sondaggi. Il problema è che il centro-destra, per funzionare, dev’essere fatto di una destra, che legittimamente rappresenta una fascia di elettori, e di un centro, che ne rappresenta un’altra, diversa, popolare, liberale. La destra, sommando Lega e un tempo Alleanza Nazionale, oggi Fratelli d’Italia, rappresenta meno del 20 per cento dell’elettorato. Una parte imprescindibile, ma da sola condannata ad essere ininfluente. Per vincere, la destra deve essere alleata con il centro. E occorre anche richiamare al voto quegli elettori moderati che, rassegnati, hanno deciso di non votare. Forza Italia sta operando in questa direzione. Noi rappresentiamo una cultura diversa e complementare rispetto a quella di Salvini e Meloni. Una cultura che deve tornare ad essere trainante, perchè, come in tutta l’Europa, sono i moderati a prevalere sulla sinistra».
È un colpo contro Renzi questa convergenza su Marchini perchè potrebbe rendere più difficile l’accesso al ballottaggio per Giachetti?
«E’ una decisione per riportare i moderati a governare Roma. E questo immagino non farà piacere a Renzi. Eppure c’è chi, forse nella confusione delle ultime ore, ci ha accusato proprio del contrario, di voler fare un favore a Renzi, risuscitando addirittura il Patto del Nazareno. Questa è un’accusa che mi ha davvero sorpreso. Intanto il Patto del Nazareno, come lo avevamo inteso noi, non serviva affatto a fare il gioco di Renzi, serviva a rendere insieme un servizio al Paese, cambiandolo e modernizzandolo con riforme condivise: avevamo il dovere di provarci. Ma poi ci siamo resi conto che Renzi aveva tutt’altre intenzioni, voleva soltanto una riforma a suo uso e consumo che di fatto limita la democrazia. Abbiamo rotto nel momento in cui Renzi era più forte, dovremmo metterci d’accordo proprio ora che è in palese difficoltà e tenta in tutti i modi di attrarre i voti moderati? Ripeto: se vogliamo contrastare davvero Renzi dobbiamo convincere coloro che non votano a tornare con noi, usando il linguaggio della ragione e della concretezza».
Ieri si è incontrato con Marchini e Bertolaso. Che cosa vi siete detti?
«Abbiamo avuto un confronto approfondito sui problemi di Roma; sulla mobilità di superficie, del tutto inadeguata sia per quanto riguarda il trasporto pubblico che quello privato; sulla condizione disastrosa e pericolosa delle strade; sulla sicurezza e sul degrado di molti quartieri, sul disagio dei cittadini abbandonati a se stessi. Bertolaso ha inoltre sottolineato il rischio che fra sei mesi Roma sia invasa dai rifiuti, se non si faranno interventi seri ed immediati. Dobbiamo rendere di nuovo Roma una città sicura e piacevole in cui vivere, non soltanto nel centro storico, ma nei quartieri nei quali abita la grande maggioranza dei romani. E poi c’è una situazione di bilancio drammatica da risanare, con la macchina comunale inceppata da rimettere in funzione. Insomma, un compito colossale, che richiede le migliori professionalità ».
In che senso Roma può diventare laboratorio nazionale del centro-destra?
«Roma non è un laboratorio. L’unica preoccupazione di chi la governerà dovrà essere quella di farla uscire da una situazione di degrado inaccettabile».
Barbara Jerkov
(da “il Messaggero”)
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