IL BOARD OF PEACE NON SERVE A UN CAZZO (MA QUALCUNO SI STA ARRICCHENDO ALLE SPALLE DEI PALESTINESI DI GAZA)
È VERO CHE IL FONDO UFFICIALE DELL’ORGANISMO VOLUTO DA TRUMP NON HA RICEVUTO UN SOLO DOLLARO DAI DONATORI, MA I SOLDI CI SONO. CONTRIBUTI DEL MAROCCO E DEGLI EMIRATI ARABI, RISPETTIVAMENTE PER TRE E VENTI MILIONI, HANNO FINANZIATO L’UFFICIO DI NICKOLAY MLADENOV, L’ALTO RAPPRESENTANTE PER GAZA. IL GUAIO È CHE I FONDI NON TRANSITANO ATTRAVERSO IL MECCANISMO TRASPARENTE DELLA BANCA MONDIALE, MA SU UN CONTO JPMORGAN CONTROLLATO DAL BOARD, PER IL QUALE NON SONO PREVISTI REQUISITI INDIPENDENTI DI TRASPARENZA
Ieri il Financial Times ha rivelato che il fondo ufficiale del Board of Peace di Donald
Trump – il meccanismo finanziario istituito attraverso la Banca Mondiale e approvato dall’Onu – non ha ricevuto un solo dollaro dai donatori. «Zero dollars have been deposited» («Non è stato depositato alcun dollaro»), ha dichiarato una fonte a conoscenza della situazione
Quattro mesi dopo la nascita dell’organismo che Trump aveva definito uno dei più «consequential» («importanti») mai creati, quello che resta è un conto vuoto, un limbo giuridico e una domanda precisa: chi controlla i soldi che ci sono davvero?
Perché i soldi, almeno in parte, ci sono. Contributi del Marocco e degli Emirati Arabi, per circa tre milioni e venti milioni di dollari rispettivamente, hanno finanziato l’ufficio di Nickolay Mladenov, l’alto rappresentante per Gaza nel dopoguerra, e i salari del comitato tecnocratico palestinese che il board ha formato per governare la striscia.
Ma questi fondi non transitano attraverso il meccanismo trasparente della Banca Mondiale. I donatori hanno invece versato direttamente su un conto JPMorgan controllato dal board, per il quale non sono previsti requisiti indipendenti di trasparenza.§Un organismo internazionale creato per governare la ricostruzione di due milioni di persone, che raccoglie denaro senza obbligo di rendiconto pubblico, attraverso la banca privata con cui il suo fondatore ha una causa legale aperta da cinque miliardi di dollari.
La Carnegie Endowment lo ha scritto chiaramente a marzo: la struttura non prevede meccanismi di supervisione e audit, e solleva domande su chi potrà prelevare da quel conto anche dopo la fine del mandato Onu e dopo che Trump lascerà la Casa Bianca.
Mladenov, il diplomatico bulgaro incaricato di tradurre questo progetto in realtà, lo sa. Lo sa così bene che la settimana scorsa, parlando al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha avvertito che il deteriorarsi dello status quo rischia di diventare permanente: una Gaza divisa, in cui Hamas detiene il controllo militare e amministrativo su due milioni di persone in meno della metà del territorio
I monitor del conflitto registrano che i bombardamenti israeliani su Gaza sono accelerati del 35% dopo il cessate il fuoco con l’Iran, stipulato il mese scorso. Come se la fine di una guerra in un teatro avesse liberato energia per intensificare quella nell’altro.
L’occupazione militare israeliana si estende ora a circa il 65% del territorio di Gaza: quando Trump dichiarò la tregua in ottobre, le forze israeliane occupavano il 53% della Striscia. Da allora si sono spinte più a ovest, definendo un nuovo perimetro
chiamato “linea arancione”. I sopravvissuti palestinesi vivono nel 35% rimanente del loro territorio originario.
Due milioni di persone in un terzo di uno spazio già minuscolo, con i bombardamenti, i cecchini e i checkpoint come confini mobili della loro esistenza quotidiana. Israele mantiene il controllo di oltre il 60% della Striscia, inclusi tutti i valichi di entrata e di uscita, mentre la popolazione è concentrata lungo la costa.
È in questo scenario che si inserisce la seconda fase del piano Trump, quella che dovrebbe portare al disarmo di Hamas, alla governance civile, alla ricostruzione. Il problema è che l’accordo firmato da Israele e Hamas a ottobre riguardava esclusivamente il ritiro iniziale dalle parti di Gaza, il cessate il fuoco, lo scambio di ostaggi e le disposizioni sugli aiuti umanitari. Hamas non ha ancora accettato la seconda fase del piano in venti punti, e i negoziati tra i mediatori – Stati Uniti, Egitto, Qatar, Turchia – si sono ripetutamente arenati.
Nessuna delle parti ha interesse a un accordo definitivo nelle condizioni date. Hamas perché cedere le armi senza garanzie di sovranità significa cedere l’unica leva rimasta. Israele perché ogni settimana che passa consolida una presenza militare e territoriale che, nella visione dei ministri della destra estrema del governo Netanyahu, è l’obiettivo reale, non il mezzo.
Questa è la struttura del blocco: un fondo senza fondi, un organismo di pace senza autorità, un cessate il fuoco che non ferma le bombe, un piano di disarmo che nessuno ha firmato, un’occupazione che avanza ogni settimana ridefinendo i propri confini come se la geometria fosse più solida del diritto.
La verità è che dopo oltre due anni e più di 72.775 morti palestinesi, entrambe le cose possono essere vere insieme, e questa coesistenza è esattamente il problema che né il Board of Peace né nessun altro ha affrontato con onestà: Gaza non è un territorio da ricostruire. È un territorio in cui la distruzione è ancora in corso. E costruire una pace sopra una guerra attiva non si chiama ricostruzione. Si chiama architettura del limbo, e qualcuno ne trae vantaggio.
(da agenzie)
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