Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
IL QUADRO DEGLI STOCCAGGI VEDE UN UTILIZZO ARRIVATO AL 60% DEL TOTALE, CON UNA RIMANENZA DI 4 MILIARDI MI MC, CUI SI AGGIUNGONO 5 MILIARDI DI MC DI STRATEGICO
L’Europa è nella morsa del gelo e la Russia non riesce a far fronte alla domanda crescente di gas per il riscaldamento.
Per questo l’Italia stacca la spina alle aziende che hanno contratti di gas di tipo interrompibile.
Loro pagano una bolletta ridotta, ma sono consapevoli che possa accadere di ricevere meno gas del necessario. Nessuna riduzione per i condomini, assicura Corrado Passera.
Torniamo per un attimo in Russia, sabato 4 febbraio.
In tutto il Paese, malgrado il gelo si svolgono manifestazioni di piazza. A Mosca, con meno 20°C, ci sono 40mila contro e 140 mila pro-Putin.
“Non abbiamo paura del freddo”, scandiscono i manifestanti. Sono sicuri che quando torneranno nelle loro case dentro ci saranno 23 gradi.
Ovviamente sopra lo zero.
La Tv fa vedere tutte e due le manifestazioni. E anche la riunione del premier Vladimir Putin con il suo vice per l’energia — il potente Igor Sechin — e i vertici di Gazprom. Manca il capo, Alexey Miller (probabilmente ammalato), ma sono presenti i suoi due vice, Alexander Medvedev e Andrey Kruglov.
Sul tavolo, emergenza freddo e forniture di gas a russi e clienti esteri.
“Per il momento Gazprom non può fornire i volumi supplementari che i nostri partner dell’Europa occidentale ci chiedono”, ha dichiarato Kruglov. “Nei giorni scorsi si è verificato un calo del 10% delle forniture, ma i volumi forniti sono ora ritornati ai livelli normali”.
A Gazprom lo stesso primo ministro Vladimir Putin ha chiesto di “fare tutti gli sforzi per soddisfare le necessità dei nostri partner stranieri”, pur ricordando che “l’obiettivo principale della compagnia deve essere di rispondere ai bisogni interni della Russia”.
Una mossa naturale, e non solo pre-elettorale, visto che ci sono zone della Russia dove le temperature sono scese a -50.
Alla domanda di Putin — perchè l’Europa non compra il gas mancante sul mercato spot — Alexander Medvedev ha ribadito che il “mercato spot è piuttosto virtuale, esiste solo quando non serve tanto gas, e quando serve non riesce a soddisfare le esigenze”.
Ciò permette a Putin di attaccare l’Europa (“sarebbe da ricordare adesso chi rallentava la costruzione di Nord Stream”), e confermare la necessità di nuovi gasdotti, come la seconda linea di Nord Stream e di South Stream.
Nonostante le rassicurazioni di Putin, le agenzie di stampa di mezza Europa sono andate in tilt. I Tg europei e italiani aprono con i titoli “Putin riduce le forniture gas all’Europa”. E a rincarare la dose ci si è messo anche Paolo Scaroni. “Siamo in emergenza e abbiamo reagito all’emergenza aumentando le importazioni di gas dall’Algeria e dal nord Europa attraverso la Svizzera. Quindi non abbiamo problemi fino a mercoledì”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni. “Ma da giovedì ci attendiamo un’altra ondata di freddo, e non sappiamo come si comporterà Gazprom”.
Ma siamo veramente in emergenza? Dai numeri, non sembrerebbe.
Al momento il quadro degli stoccaggi vede un utilizzo arrivato al 60% circa del totale del working gas, con una rimanenza di circa 4 miliardi di metri cubi cui si aggiungono i 5 miliardi di metri cubi di strategico.
Nei tempi peggiori della guerra del gas russo-ucraina, siamo arrivati a prosciugare gli stoccaggi (non strategici).
Se facciamo il calcolo della mancanza di rifornimenti, glissata anche dalla commissione europea, arriviamo a piena primavera.
Anche Antonio Urbano, amministratore delegato di Puraction, concorda: “Capita periodicamente che quando fa freddo ci siano problemi temporanei di rifornimento di gas. Questo si supera normalmente sfruttando le flessibilità dei tubi dall’Algeria e dalla Libia e ricorrendo a gas in stoccaggio (in questo periodo più disponibile del solito grazie all’inverno fin qui caldo).
Quando serve si sfruttano i contratti interrompibili di consumatori industriali, che già ricevono un compenso per aver fornito questa loro disponibilità a fare da cuscinetto.
Pur tuttavia ogni volta che ci sono questi problemi si mettono le mani avanti per richiamare l’interesse politico e dell’opinione pubblica sulla necessità di nuove infrastrutture di trasporto o sulla importanza e strategicità delle strutture esistenti.”
Ma sembra che con il freddo anche i rigassificatori non funzionino bene.
Ad esempio, quello di Rovigo va solo al 20%.
L’unica soluzione reale è avere più stoccaggi, e pomparli con il gas a buon prezzo d’estate, per usarle nelle emergenze invernali.
Facile dire che il freddo conviene a Putin.
In questo modo Gazprom vende più gas all’Europa e si arricchisce di più. Non esattamente.
Gazprom vorrebbe vendere più gas all’Europa, sarebbe il suo sogno prima di portare il gas in Cina, ma con contratti stabili, definiti, senza emergenza, quello che fa di solito.
E Paolo Scaroni immagina come si comporterà Gazprom giovedì.
Solo che ci sono in corso negoziazioni di contratti con il monopolista russo (e non solo di Eni, ma anche di altri operatori europei), e un po’ di rumore intorno non guasta.
Da ricordare, nella prima guerra di gas, nel 2006, quando i rubinetti del gasdotto russo-ucraino sono stati semplicemente chiusi, che anche alcune aziende italiane avevano guadagnato vendendo l’elettricità prodotta dal gas (mancante) e rivendendola a prezzi alti ai paesi vicini.
Mauro Meggiolaro ed Evgeny Utkin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
L’ITALIA E LA DIPENDENZA STORICA: VIENE IMPORTATA IL 90% DELL’ENERGIA…. PETROLIO E GAS COPRONO QUASI L’80% DEL FABBISOGNO NAZIONALE
Il gas mancherà o non mancherà ? 
L’inverno del 2012 passerà alla storia come un anno critico per le sorti energetiche del Paese.
Ma per avere una ragionevole certezza del «lieto fine» bisognerà che una regola non scritta sia rispettata: quella secondo la quale è altamente auspicabile che non vada fuori uso più di una linea di rifornimento alla volta.
Gli esperti, nel loro gergo, parlano di «enne meno uno», e con il gasdotto della Russia che perde colpi e il rigassificatore dell’Alto Adriatico bloccato dal maltempo (onde fino a 5 metri che impediscono l’attracco delle navi metaniere) ci siamo sostanzialmente arrivati.
Per un Paese come l’Italia, che per la sua energia dipende al 90% dall’estero e che copre il 40% dei suoi bisogni civili e industriali con il gas naturale (un altro 40% è petrolio, cosa che di certo non rassicura), una prescrizione come questa diventa fondamentale.
Un’occhiata alla mappa dei gasdotti e alle rotte marittime interessate permette di comprendere la situazione più di mille parole.
Le arterie principali che nutrono la fame di energia dell’ottava economia del mondo arrivano da Algeria e Russia.
L’interruzione totale di una sola delle due metterebbe in ginocchio il sistema di approvvigionamento.
Su base giornaliera, se ci riferiamo allo scorso 2 febbraio, verrebbero a mancare 80-90 milioni di metri cubi su 420. Finora non ci si è mai arrivati, ma negli anni scorsi ci si è andati vicini.
Ad esempio nell’inverno 2005-06 e nel 2008 con le «guerre del gas» Russia-Ucraina. Mentre pochi ricordano che nel dicembre 2008 l’ancora di una nave strappò una delle 5 condotte del tubo dall’Algeria nello stretto di Messina, bloccando per settimane il flusso di gas.
Ma andiamo avanti: subito dopo i due gasdotti principali arrivano quello dal Nord Europa e il libico Greenstream, pari rispettivamente a 35-40 e 16-18 milioni di metri cubi al giorno.
Quello libico, è storia recente, ha ricominciato a trasportare metano solo da pochi mesi, e a prezzo di enormi sforzi degli uomini dell’Eni.
Ma è rimasto fermo per mesi dopo la rivoluzione anti-Gheddafi della primavera 2011. E l’inverno precedente, tanto per rimettere in fila tutti gli eventi «sfortunati», una frana nel Canton Berna aveva bloccato per mesi il tubo proveniente dal Nord Europa.
Tutti fatti imprevedibili, è vero.
Per di più – in un momento di bassi consumi generalizzati come negli ultimi anni – accolti persino con favore da clienti che hanno potuto invocare una «causa di forza maggiore» per non pagare forniture altrimenti inutilizzabili.
Ma la casistica delle disavventure, mai avvenute in contemporanea tanto da indurre a qualche scongiuro, serve a mettere in evidenza la fragilità di un sistema che probabilmente non si è mai diversificato abbastanza.
E che con questa sua rigidità di fondo ha anche mancato di cogliere delle «occasioni» favorevoli: con qualche rigassificatore in più (un investimento che forse i consumatori accetterebbero di sostenere in bolletta) si sarebbe potuto pagare il gas ai prezzi più favorevoli del mercato «spot», risparmiando fino al 20%.
Ora invece, oltre che sulla buona sorte, bisognerà fare conto soprattutto sulle riserve immagazzinate negli «stoccaggi» (i vecchi giacimenti esauriti da tempo che si trovano soprattutto nella Pianura Padana) e nelle contromisure d’emergenza prese dal Comitato per la Sicurezza.
Gli stoccaggi, però, funzionano con il «principio del palloncino».
Quando sono pieni e in pressione, all’inizio dell’inverno, possono arrivare a fornire fino a 260-270 milioni di metri cubi al giorno, ma alla fine della stagione, quando sono un po’ più «spompati», si scende a 150 milioni.
Nel 2006, l’anno difficile della crisi ucraina, erano pari a 12,9 miliardi di metri cubi. Ora, dopo 6 anni, siamo saliti a 14,7 miliardi, compresi 5,1 miliardi di «riserve strategiche», quelle che la leader di Confindustria Emma Marcegaglia vorrebbe utilizzare subito.
Un incremento non proprio spettacolare, verrebbe da dire, nella speranza che non ci sia da pentirsene.
Sempre nel 2006 si applicarono le medesime contromosse decise ieri, e il distacco degli «interrompibili» durò quasi un mese, dal 23 gennaio al 22 febbraio.
Fu autorizzata l’entrata in funzione delle più inquinanti centrali a olio combustibile per risparmiare il prezioso gas. Un terzo delle riserve strategiche fu intaccato.
Nulla, tuttavia, è a costo zero.
Allora, per le tasche degli italiani, l’emergenza si tradusse in una ulteriore tassa di 400 milioni di euro.
L’Autorità presieduta da Alessandro Ortis dovette riconoscere 66 milioni di euro all’Enel come reintegrazione per i maggiori oneri sostenuti con l’uso delle centrali a olio. Ci fu il tempo persino per qualche battuta salace in vista delle elezioni: «Il gas non è mancato grazie alla mia amicizia con Putin», disse Berlusconi.
«Mi chiedo di quale gas Berlusconi abbia parlato con Putin», rispose il Ds Massimo D’Alema.
Stefano Agnoli
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA DI UN GRUPPO DI GENITORI PER PROTESTARE CONTRO I TAGLI ASSISTENZIALI E L’IPOTESI DI NUOVI TICKET
Sta succedendo. Giorno dopo giorno.
Crescono l’ansia, la rabbia, la preoccupazione, l’incertezza.
La disabilità non è solo una situazione umana che tocca chi la vive sulla propria pelle. Molto spesso la disabilità si trasferisce su altre persone. Per primi i genitori. La mamma. il papà . E poi i fratelli, le sorelle. E’ inevitabile.
E’ così che succede da sempre, soprattutto quando la persona con disabilità non è in grado di rappresentarsi da sola, di parlare, di comunicare nel modo ordinario che noi tutti attribuiamo a questo termine.
E allora succede che l’handicap si trasferisce sui familiari. Avviene da un punto di vista legale, il che è assolutamente logico.
Ma accade anche dal punto di vista della comunicazione emotiva. Specialmente in tempi difficili come questi.
Quando cioè, per effetto della crisi del welfare, cadono le certezze, aumentano le insicurezze rispetto ai diritti conquistati in anni di leggi e di leggine, di certificati e di diagnosi, di percentuali e di servizi messi in fila uno dopo l’altro per ridare un senso dignitoso alla vita.
Leggo in questi giorni di una iniziativa molto forte e dolorosa, messa in atto da un gruppo di genitori su iniziativa di una mamma torinese, molto determinata e tenace, Marina Cometto (fondatrice dell’associazione Claudia Bottigelli, il nome della figlia, colpita da sindrome di Rett).
Hanno deciso di restituire la tessera elettorale al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnando il gesto con una lettera dai toni forti e amari, diffusa in questi giorni grazie al tam tam dei social network, in particolare facebook.
Eccone un passaggio: “La goccia che però ha fatto traboccare il vaso è stata l’ultima notizia che ho letto riguardo ai ticket che si vogliono imporre anche sulle forniture di pannoloni, ossigeno, alimenti per celiaci, ausili per diabetici , lancette, strisce e macchinette perla rilevazione quotidiana della glicemia , molti di questi sono salvavita e la vita non si può salvaguardare a seconda del reddito , non in un Paese civile”.
Notizie non confermate da provvedimenti, solo ipotesi di lavoro, ma tanto basta a mettere in uno stato crescente di ansia un popolo di genitori che soprattutto negli ultimi anni sono stati costretti a ridiscutere, a causa dei controlli a tappeto sulle pensioni di invalidità , originati dalla campagna sui cosiddetti “falsi invalidi”, anche certificazioni relative a situazioni di assoluta gravità , non migliorabili a meno di un miracolo.
E poi i tagli ai trasferimenti agli enti locali, la contrazione dei servizi socioassistenziali, la mancanza di punti di riferimento certi.
Tutto sta portando le famiglie verso una esasperazione che è comprensibile, anche se in verità il recente incontro del ministro Fornero con le rappresentanze di Fish e Fand, i coordinamenti delle più importanti associazioni italiane, è stato tutt’altro che negativo.
Il rischio dell’antipolitica contagia dunque anche il mondo normalmente molto pacato e dignitoso dei familiari di persone disabili in situazione di gravità .
La coesione sociale, di cui tanto si parla, è ai limiti di rottura. E qui non c’è nessuna monotonia da superare, visto che la disabilità , in questo caso, è davvero a tempo indeterminato.
Franco Bomprezzi –
da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
TRA PENDOLARI E CAMBI DI RESIDENZA, I DATI SMENTISCONO IL PRESUNTO IMMOBILISMO….A UN ANNO DALLA LAUREA IL GIOVANE MERIDIONALE SI TROVA DISTANTE DA CASA 214 CHILOMETRI
Eppur si muovono: meno di quanto si faceva negli anni Sessanta, in misura minore anche rispetto agli
anni pre-crisi, ma gli italiani, i giovani soprattutto, vanno a cercare il lavoro dove c’è.
Il guaio è che spesso non lo trovano.
Stare vicino a mamma e papà non è una priorità : certo aiuta se il lavoro è precario e lo stipendio è basso o se i genitori coprono il vuoto assistenziale legato – in caso di figli piccoli – alla mancanza di asili nido.
Ma spostarsi non è un problema.
Secondo un’indagine elaborata dall’Isfol con il dipartimento demografico della Sapienza di Roma il 72 per cento dei giovani fra i 20 e i 34 anni è disponibile a spostarsi pur di trovare lavoro.
Il 17 per cento mette in conto di vivere in un altro paese europeo, quasi il 10 è disponibile anche a cambiare continente.
Una tendenza confermata dai dati dello Svimez, dell’Istat e di Almalaurea. Le resistenze a cambiare città o regione sono basse, specialmente in presenza di un titolo di studio elevato.
E il cambio di mentalità è generalizzato, riguarda sia il Nord che il Sud, sia i maschi che le femmine.
Nel 2010, spiega lo Svimez, 250 mila persone si sono spostate dalle regioni meridionali ad altre aree del Paese.
Di queste 114 mila hanno effettuato il cambio di residenza (erano 70 mila solo a metà degli anni 90) e 134 mila si sono attrezzati con la mobilità a lungo raggio e il pendolarismo.
Volendo considerare il lungo periodo le quote lievitano: dal 1990 al 2005, certifica la Banca d’Italia, il passaggio dal Sud al Nord ha coinvolto due milioni di persone.
“Dire che i giovani vogliono starsene con papà e mamma è un luogo comune – assicura Luca Bianchi, vicedirettore dello Svimez – in realtà c’è una grande disponibilità sia a muoversi che ad accettare occupazioni non corrispondenti al titolo di studio. E’ vero che negli ultimi mesi in fenomeno si è ridimensionato: fra il 2008 e il 2010 ci sono state 15 mila migrazioni in meno, ma questo è un effetto della crisi”.
Anche loro sono disposte a partire: nel 2009, prendendo in considerazione i titoli di studio medio-alti (diploma e laurea), il 54,6 per cento degli spostamenti per lavoro da Sud a Nord è dovuto alla componente femminile e ciò spiega in parte il crollo delle nascite nelle regioni meridionali.
Fra le laureate, dato nazionale di Almalaurea, solo il 4,9 per cento delle ragazze non è disponibile a spostarsi.
Nel 2010, dati Svimez, quasi 60 mila laureati si sono spostati dal Sud a Nord per motivi di lavoro (oltre 18 mila con cambio di residenza) e 1.200 sono “fuggiti” all’estero.
Almalaurea certifica che solo il 3,8 per cento dei laureati italiani non è disponibile a trasferimenti. Di fatto, ad un anno dalla tesi, i laureati meridionali lavoro a 214 chilometri di distanza media dal comune di nascita, ma la media italiana è comunque alta (88 Km).
La disponibilità a spostarsi aumenta all’aumentare del reddito della famiglia di provenienza. “Einaudi diceva che per governare bisogna conoscere” ricorda Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea “affermare che i giovani tendono all’immobilismo è un errore smentito dalle cifre. Non è poggiando su vecchi luoghi comuni che troveremo la strada per uscire dalla crisi”.
Luisa Grion
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
IL PDL APRE ALLE CONSULTAZIONI SULLA LEGGE ELETTORALE…LE APERTURE VERSO IL PD SPIAZZANO I SUOI… LA NUOVA STRATEGIA DEL CAVALIERE: OFFRE L’INCIUCIO E DIALOGA CON TUTTI
Nella primavera di due anni fa, fu chiamato “lo spirito di Onna”.
Silvio Berlusconi, in una delle località simbolo dell’Abruzzo disastrato dal terremoto, tenne un discorso pacificatore e bipartisan nel giorno della Liberazione.
Le cronache di allora raccontarono di un indice di gradimento dell’85 per cento, trampolino di lancio perfetto per lo “statista” B. al Quirinale.
Una manciata di giorni però e a fine aprile scattò quella che secondo l’ex ministro Gianfranco Rotondi fu “una congiura per frenare l’ascesa del premier”.
Da Noemi Letizia in poi, uno scandalo sessuale dopo l’altro, che nel gennaio di un anno fa a Cortina d’Ampezzo fecero dire a Vittorio Feltri, da direttore di Libero: “Spero che il prossimo presidente della Repubblica non sia Berlusconi: immaginate cosa potrebbe succedere con le escort al Quirinale”.
Adesso, in questo freddissimo febbraio, “lo spirito di Onna” è risorto in un contesto diverso.
A Palazzo Chigi c’è il tecnico Mario Monti e Berlusconi si sta ritagliando un ruolo di padre nobile “responsabile” del governo.
Appena una settimana fa il tema imperante a destra era la libanizzazione del Pdl e i mal di pancia dei falchi contro “l’esecutivo delle banche”. Oggi la scena appare completamente cambiata.
Berlusconi è tornato a far sentire la sua voce con varie interviste, dimostrando di essere ancora lui il dominus del Pdl, e non l’evanescente segretario Angelino Alfano, e ha messo sul tavolo della maggioranza tripartita l’offerta concreta di dialogo (inciucio) sulla legge elettorale.
Il confronto è iniziato con la delegazione del Pdl che incontrerà le altre, anche quelle delle forze di opposizione (Lega e Idv) e dei movimenti non presenti in Parlamento (Sel, Rifondazione e Destra di Storace).
Ma nel grande ventre parlamentare del Pdl a tenere banco è un interrogativo che riguarda proprio il Cavaliere.
Se fino a sette giorni fa, il dilemma era “responsabile” o “falco”, ieri c’è stata un’altra metamorfosi.
Come riassumono vari deputati berlusconiani sorpresi e disorientati: “Abbiamo di nuovo due Berlusconi. Uno è quello di Libero che dice di essere bipolarista, vuole l’inciucio solo con il Pd e conferma Alfano candidato-premier, l’altro è quello del Giornale di Sallusti e Feltri che fonda un nuovo partito, sconfessa Alfano e propende per un sistema proporzionale”.
Il Cavaliere, con toni diversi, ha smentito entrambi i quotidiani a lui vicini e questo ha finito per alimentare altri dubbi e voci.
Sulla legge elettorale e il relativo sistema politico, il nodo sarà sciolto solo a settembre, dopo un logorante confronto di almeno sei-sette mesi, ma nel frattempo è chiaro a tutti che al ritorno del Cavaliere corrisponde un altro interrogativo: che farà il “padre nobile” B.?
Ieri il redivivo Sandro Bondi lo ha definito il più grande statista italiano dopo De Gasperi e qualche giorno prima il sottosegretario tecnico Gianfranco Polillo (in realtà sia socialista legato a Cicchitto, sia repubblicano vicino a Nucara) ha esplicitato un desiderio comune a molti: “Spero vada al Quirinale”.
Il tema ritorna e tutte le mosse dell’ex premier sembrano andare nella direzione del Quirinale.
Dice un ex ministro del suo governo, a microfoni spenti: “Il nuovo capo dello Stato sarà eletto nel 2013, quando si celebrerà il ventennio berlusconiano”.
Chi ha parlato con il Cavaliere in queste ore offre un altro indizio: “Ha la testa soprattutto per i suoi guai giudiziari (Mills e Ruby, ndr) e se dovesse risolverli a suo favore tutto è possibile, compreso un rinnovato interesse per il Quirinale”.
Anche per questo, Berlusconi ha inaugurato una serie di interviste all’estero (ieri a The Atlantic: “Con gli italiani non mi devo scusare di nulla, sanno che sono una brava persona”) con l’obiettivo principale di riabilitare la sua immagine, devastata dallo spread e dagli scandali sessuali.
Poi, la scelta di sistema per la Terza Repubblica prossima a venire farà il resto: Berlusconi al Quirinale, Monti o Passera a Palazzo Chigi (qualcuno fa il nome della Cancellieri), il centrista Casini presidente del Senato, il democrat D’Alema a capo della Camera. Solo fantapolitica?
No, in Transatlantico sono in tanti ormai a disegnare solo scenari di inciucio per il futuro.
E adesso, dopo tre mesi di silenzio, si torna a parlare di una casella da destinare al padre-padrone della destra. La più autorevole e prestigiosa.
Persino Fini ha definito la sua disponibilità al dialogo come “prova di grande maturazione”.
Con B. di nuovo in campo, il film della Terza Repubblica sta per cominciare sul serio. Senza dimenticare che, alla fine dell’anno, più di cento parlamentari del Pdl hanno presentato una proposta di legge per l’elezione diretta del capo dello Stato.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
ALEMANNO A DICEMBRE AVEVA TOLTO ALL’AMA IL RUOLO PRINCIPALE NELLA GESTIONE DELLE SITUAZIONI ECCEZIONALI… SUB E CACCIATORI NELL’ELENCO DEI VOLONTARI PER SPARGERE IL SALE IN CITTA‘
Sono rimaste lì per qualche anno e di certo erano lì venerdì pomeriggio e venerdì notte, proprio
mentre i romani erano bloccati sul Raccordo, o nelle tante strade paralizzate dalle precipitazioni atmosferiche e da un piano antineve che, oggettivamente, non ha funzionato.
Alle otto della sera di quel venerdì, racconterà poi il capo della Protezione civile Franco Gabrielli, «Alemanno mi ha telefonato, cercava uno spazzaneve»
Un po’ come tutti i romani, che si guardavano intorno nella speranza di trovare mezzi in grado di liberare le strade – e le loro vite – da quella morsa di traffico e neve.
In quei momenti, le lame erano lì: ferme, abbandonate.
Comprate – con i soldi dei romani – e poi lasciate lì, senza manutenzione.
Per trovarle basta andare in via Baccelli, a San Saba.
Il deposito Ama si trova dietro un centro anziani: sono decine, sia fisse sia con i pistoni per girare.
Sono di quelle da attaccare ai compattatori dell’Ama per trasformare i mezzi in spazzaneve: e sono di proprietà dell’Ama, comprate a più riprese in anni nei quali il Piano antineve del Campidoglio puntava tutto sulla municipalizzata.
Poi, con l’arrivo di Gianni Alemanno al Comune, è cambiato tutto.
Perchè nel dicembre 2005 l’ordinanza antineve era chiara: «L’Ama deve fare fronte alle proprie incombenze con tutti i mezzi a disposizione e con il personale necessario, collaborando con gli organi comunali per lo sgombero della neve e per lo spargimento del sale».
Invece, nell’atto del 14 dicembre 2011, il Campidoglio stabilisce che «Ama parteciperà a supporto, compatibilmente con i propri compiti istituzionali (…) per le opere di spazzaneve metterà a disposizione sei mezzi, tre pale meccaniche, una lama, due spandisale».
Sei mezzi. E il sale chi lo sparge?
Il servizio giardini, «le ditte appaltatrici della manutenzione stradale» e le associazioni di volontariato.
E chi sono i volontari che devono salvare i romani dal ghiaccio? Ci sono vigili in pensione, la «misericordia Appio tuscolano» e «Park forest rangers».
La «Federcaccia». «Blu sub». Cacciatori e sommozzatori.
Il Pd, con il consigliere Athos De Luca, si indigna: «Quelle lame spazzaneve non utilizzate sono un monumento allo spreco e all’insipienza. E ciò dimostra che, per salvare la città dall’incubo neve, sarebbe stato sufficiente riuscire a organizzare quello che c’era. Anche perchè affidarsi ad Ama avrebbe significato puntare su squadre organizzate, alle quali era sufficiente pagare gli straordinari. Invece si sono affidati alle ditte esterne. E a quei volontari lì».
«Alemanno la smetta di dire che “Roma non è pronta alla neve”: con lui, forse, ma prima i mezzi c’erano, c’era il sale, c’era tutto».
Le lame spazzaneve, adesso, così abbandonate e senza manutenzione da anni, saranno probabilmente destinate alla dismissione.
La signora del centro anziani che ce le mostra aspetta gli uomini dell’Ama: «Mi hanno telefonato perchè vogliono prenderle, ma quando arrivano?».
Troppo tardi signora, troppo tardi.
Alessandro Capponi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
I MILITARI ALL’OPERA A URBINO E AD ANCONA: 10 SPALATORI COSTANO 700 EURO AL GIORNO, PIU’ VITTO E ALLOGGIO…SENZA LA DICHIARAZIONE DELLO STATO DI EMERGENZA DEVONO PAGARE I COMUNI
I sindaci alle prese con l’emergenza neve, vogliono l’aiuto dei militari dell’Esercito?
Nessun problema, basta pagare: 700 euro al giorno per dieci spalatori (cioè soldati con una pala in mano), più il vitto, e l’alloggio.
E’ quanto sta pagando, spinto da un’emergenza che si fa ogni ora più grave, il Comune di Urbino: nel circondario la neve ha raggiunto i 3-4 metri di altezza, l’accesso a singole abitazioni e intere frazioni è sempre più difficile, e i mezzi a disposizione non bastano più.
Decisamente più salato si prospetta il conto del Comune di Ancona, che proprio stamani ha reclutato 14 spalatori del 28/o Reggimento di Pesaro e 17 militari (più sei mezzi spazzaneve) in arrivo da Piacenza, per liberare le frazioni rimaste off limits.
E così ogni altro Comune che necessiti di un supporto analogo.
“Non voglio fare polemiche, in un momento così drammatico le istituzioni devono collaborare, e non polemizzare” premette il presidente Pd della Provincia di Pesaro Urbino Matteo Ricci, che ha sollevato il tema. “Ma non mi sembra giusto che lo Stato faccia pagare i Comuni in un frangente simile, quando raggiungere o non raggiungere un’abitazione, un borgo sepolto dalla neve è spesso questione di vita o di morte per anziani, malati, bambini. I Comuni e le Province sono già strozzati dal Patto di stabilità , stanno spendendo milioni di euro, che non hanno, per mettere in campo spazzaneve, pale meccaniche, servizi di prima necessità , e devono pagarsi pure l’Esercito…”.
Al sindaco di un piccolo comune della zona che aveva provato a saggiare il terreno è giunto un fax di risposta con un preventivo di 800 euro: doccia gelata, e la scelta di rinunciare all’impiego delle tute mimetiche.
“Per fortuna — è l’amara ironia dell’assessore provinciale ai Lavori pubblici Massimo Galuzzi – Urbino risparmia qualcosa sull’alloggio: i militari arrivano al mattino da Pesaro, e tornano a dormire in caserma”.
Da qui, dalla prima linea di un territorio dove nevica da una settimana e il sistema rischia il collasso, le baruffe sulla neve a Roma appaiono “molto, molto lontane”.
“Le Forze armate non avanzano richieste onerose alle amministrazioni locali per intervenire” precisa in serata il ministero della Difesa. “Il problema dell’onerosità dei concorsi — spiega in una nota — riguarda i rapporti tra le Amministrazioni ministeriali”.
Cioè, sembra di capire, i rapporti fra ministero della Difesa e degli Interni: i sindaci dovrebbero essere risarciti se e quando per i loro territori verrà dichiarato lo stato di emergenza.
Stato di emergenza che la Regione Marche non ha chiesto, almeno per ora, perchè, lo ha ricordato il governatore Gian Mario Spacca, in base al decreto Milleproroghe a pagare sarebbero i cittadini”, costretti a subire, come proprio qui è già avvenuto con l’alluvione di un anno fa, un aumento delle accise sulla benzina.
Intanto, il ministro Giampaolo Di Paola “ha confermato al capo di Stato Maggiore della Difesa Biagio Abrate l’esigenza di utilizzare i reparti delle forze armate disponibili per fronteggiare l’emergenza neve”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
VERNICE VERDE E OFFESE CONTRO LA CONSIGLIERA COMUNALE NOTA PER AVER SCOPERCHIATO LO SCANDALO AFFITTOPOLI DEL PIO ALBERGO TRIVULZIO E DELL’ADER… “SULLA TRASPARENZA IO VADO AVANTI, SE NE FACCIANO UNA RAGIONE”
“Ciabò a morte”, “Fini traditore”, “Ciabò venduta”. Queste alcune delle
scritte comparse due notti fa notte sul muro e la finestra della sede milanese di Futuro e libertà in via Lanzone.
Vernice verde e un comune denominatore: le offese contro la consigliera comunale e coordinatrice di Fli Barbara Ciabò e contro il presidente della Camera nonchè fondatore del partito Gianfranco Fini.
“Non so proprio chi possa essere stato — spiega Ciabò per nulla intimorita — Certo non è un messaggio rassicurante, ma se qualcuno pensa che io mi preoccupi per questo episodio, sbaglia. E di grosso”.
Del resto, Barbara Ciabò, classe 1967, laureata in legge, consigliere comunale da oltre 10 anni e attuale presidente della Commissione Casa e demanio del Comune di Milano, è abituata alle polemiche e di fronte a qualche scritta non perde per nulla la calma.
Eletta nel 2006 in “Alleanza Nazionale”, è confluita in Futuro e libertà seguendo la scissione politica voluta da Fini.
In prima linea sul tema della trasparenza nell’amministrazione pubblica, Ciabò ha scoperchiato il pentolone dello scandalo noto come “Affittopoli” legato alla gestione del patrimonio del Pio Albergo Trivulzio (Pat).
“Forse questo mio impegno sul fronte della legalità infastidisce qualcuno — spiega ancora la coordinatrice di Fli che a febbraio aveva chiesto l’accesso agli elenchi degli affittuari del Pat, vedendoseli rifiutare per presunti motivi di “privacy” — Ma ho intenzione di andare avanti, specie per quanto riguarda il filone delle infiltrazioni mafiose in Lombardia”.
Insomma, dopo essere passata alle cronache nazionali come “l’osso duro della Baggina” ed essere rimasta fuori dal Consiglio di amministrazione dell’Aler (l’Azienda lombarda edilizia residenziale, per aver insistito nel chiedere di renderne pubbliche le liste, ora Ciabò promette nuovamente battaglia e a chi crede di intimorirla con scritte sul muro dice: “Io vado avanti, se ne facciano una ragione”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
DI FRONTE A CONTESTAZIONI CIRCOSTANZIATE NEL MERITO SUI DUE EMENDAMENTI DA LUI PRESENTATI, IL DEPUTATO DI FLI TOGLIE L’AMICIZIA SU FB AL NOSTRO DIRETTORE INVECE CHE AI VIVISETTORI, POI CANCELLA IL NOSTRO POST E E CI ACCUSA DI VOLER FAR MORIRE I NOSTRI CARI PER NON VOLER FARE SPERIMENTARE SU ANIMALI CURE MIRACOLOSE
In merito all’ampio e documentato articolo che abbiamo dedicato alla votazione alla Camera relativa alla direttiva europea sulla vivisezione e alla presentazione di due emendamenti a firma Raisi (Fli) (articolo che trovate sulla nostra home page e che per correttezza abbiamo postato anche nella pagina Fb dell’on Raisi) riceviamo dal deputato di Futuro e Libertà questa cortese nota che riproduciamo integralmente:
Cazzate le scrivete voi che cadete nella propaganda della Brambilla come dei bambinoni. Llegete bene le norme e la legge e siate menù faciloni nel fare i commenti EED esprimere i giudizi perchè essere strumentalizzati da miss autoreggenti e’ il massimo.
E poi vorrei sapere per quale motivo essere a favore del mantenimento della ricerca scientifica nel nostro paese che inevitabilmente prevede anche la sperimentazione animale, che non vuol dire vivisezione lo dico perchè ignorate anche questo, significa essere succubi delle presunte lobbies farmaceutiche: siete ignoranti e offensivi e di questo articolo vi dovete vergognare.
Spero solo che nessun vostro caro debba aver bisogno di cure che debbano essere sperimentate su animale perchè vi rimangereste ciò che avete scritto.
Enzo Raisi
Non ci siamo permessi di provvedere ad alcuna correzione poichè, essendo noi “ignoranti”, come ci ricorda l’on Raisi, non avremmo voluto rovinare nè la fluidità grammaticale del suo dire nè la sua profonda analisi tecnica del tema.
Qua di seguito pubblichiamo la risposta del nostro direttore.
Caro amico Raisi,
anzi ex amico sarebbe il caso di dire, visto che, in un impeto d’ira non controllato e non attenuato da uno di quei tanti farmaci calmanti in commercio, tutti uguali tra loro, ma sperimentati separatamente su centinaia di animali in centinaia di diversi laboratori, hai pensato bene di cancellarmi dalle tue amicizie su Facebook, insieme al post che commentava i tuoi emendamenti, mi hai fatto ricordare un episodio di tanti anni fa.
Una localizzazione che dovrebbe perlomeno accomunarci per le origini, un congresso nazionale del Msi.
Poco più che ventenne, impegnato nelle battaglie ambientaliste degli allora Gruppi di Ricerca Ecologica, ricordo che illustrai un ordine del giorno contro la vivisezione, primo caso in Italia in un congresso di un partito di destra.
Ricordo l’attenzione con cui l’allora segretario Giorgio Almirante seguì il mio breve intervento: alla fine si alzò per darmi la mano, dimostrando sensibilità al tema, dicendomi un semplice e convinto “grazie”.
Altro stile certo, ma anche altra classe dirigente, ne converrai.
Allora le posizioni erano tante, magari si litigava ferocemente su tutti i temi, ma c’erano personaggi di spessore in grado di sostenerli, giusti o sbagliati che fossero.
Non c’erano soggetti che negavano di aver votato sì ad un emendamento, salvo poi, di fronte alla pubblicazione dei tabulati, qualificarsi come bugiardi.
Non c’erano politici che per giustificare un emendamento prima ne negano gli effetti, poi li sminuiscono, poi come contorsionisti si attaccano alle autoreggenti di una poveretta come argomento politico, per finire con il dover ammettere lo scopo che li ha mossi e gli interessi che intendevano tutelare.
La tua reazione scomposta non fa che dimostrare che avevo visto giusto, la tua assoluta mancanza di una risposta nel merito conferma che parli di argomenti che non conosci.
Basta avere una minima dimestichezza con i testi di norme ed emendamenti per capire che se i tuoi fossero passati avrebbero permesso il mantenimento e il proliferare di tanti Green Hill e di tante sperimentazioni senza anestesia.
Qualcuno ha giustamente osservato: la norma europea non tutela a sufficienza gli animali.
E’ vero, non serve chiudere gli allevamenti in Italia se poi si permette l’importazione dall’estero: infatti mi chiedo perchè non hai fatto un emendamento in tal senso?
Non lo hai fatto semplicemente perchè lo spirito del tuo interessamento era l’opposto, quello di tutelare le case farmaceutiche e i centri di ricerca che ricevono lauti finanziamenti dallo Stato per ricerche che non servono a nulla.
Esiste un’ampia documentazione scientifica che lo dimostra, avallata da illustri scienziati.
Intendiamoci, non contesto il tuo diritto ad avere la tua opinione, ma dato che non rappresenti te stesso, ma Fli, è mio diritto ritenere che hai fatto politicamente una cazzata mostruosa che Fli pagherà cara elettoralmente:
E per cosa, visto che i tuoi emendamenti sono stati respinti 400 a 40?
Per quale motivo si è voluto spostare il partito su posizioni da “becero destra”, più affini a Lega e Pdl, invece che a un movimento futurista che sa interpretare la società del futuro e i valori che emergono nella società ?
Lascia stare la retorica dei parenti che muoiono a causa del divieto di sperimentare farmaci su animali; sono argomenti fasulli che andavano di moda trent’anni fa.
Potrei risponderti: quanti pazienti entrano con minime patologie negli ospedali italiani e ne escono con altre più gravi, per malattie contratte in ambienti sanitari o per cure sbagliate?
Quante speculazioni esistono nel fissare i prezzi delle medicine, quante sono realmente testate, quante sono copiate e fatte passare per frutto di ricerche?
Mi fermo qua, caro ex amico che non ama il confronto e non accetta critiche dalla base.
Spero per te che un giorno ti possa vergognare per gli insulti che mi hai indirizzato solo per aver dissentito.
Se così non fosse, cercherò di sopravvivere lo stesso.
Anche senza i farmaci, a te cari, testati su animali.
A tua disposizione per qualsiasi confronto pubblico sul tema, io non sfuggo.
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