Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
PER LEGGE LA BATTIGIA DOVREBBE ESSERE DELLA COLLETTIVITA’, MA SPESSO COSI’ NON E’
Una corsa lungo la spiaggia, balzo da triplista sulla battigia, prima onda saltata, leggero cedimento sulla seconda e poi … splaff , schienata sulla terza.
Scena da mare.
Volete fare un bagno gratis attraversando la spiaggia attrezzata?
È un diritto garantito dalla legge. E vietato dalle norme.
Ripetiamo il concetto: un diritto allo stesso tempo tutelato (fin quasi in riva al mare) e negato (lì proprio dove batte l’onda).
È come potersi tuffare da un trampolino purchè ci si fermi prima di toccare l’acqua.
Un cortocircuito legislativo. E in teoria i castelli di sabbia in riva al mare potrebbero essere proibiti così come l’uso di «armi» quali palette e secchielli
È un paradosso che viaggia per migliaia di chilometri lungo il litorale italiano, soprattutto là dove le spiagge sono popolate di stabilimenti balneari.
I gestori, per altro, difendono giustamente il diritto dei clienti paganti a non ritrovarsi una barriera umana sul bagnasciuga.
Ma è un diritto quando le spiagge libere sono rarissime?
Andiamo sul concreto, non si può pensare che per un bagno ci si debba portar dietro il proprio avvocato
La norma «buona» è un comma della legge finanziaria 2007.
Impone l’«obbligo per i titolari delle concessioni di consentire il libero e gratuito accesso e transito per il raggiungimento della battigia antistante l’area ricompresa nella concessione, anche al fine di balneazione».
«Anche»? Che significa? Posso prendere il sole? Mettere giù il telo? Tirar su il castello di sabbia?
È un «anche» che resta appeso
A questo punto arrivano le norme «cattive», che valgono erga omnes, quindi anche per chi paga l’ombrellone di un bagno privato.
Sono ordinanze comunali o regionali. Coprono gran parte del litorale italiano.
Alla base ci sono direttive di sicurezza delle Capitanerie di Porto. Sono quasi in fotocopia.
E nel «quasi» c’è la differenza tra le più severe e le più liberali.
Tutte proibiscono di occupare con ombrelloni, sdraio e accessori simili «la fascia di battigia» destinata al libero transito, in genere 5 metri.
Detto questo, molte località aggiungono esplicitamente i teli all’elenco degli accessori vietati. Altre un «eccetera» che giustifica la più ampia discrezionalità del bagnino che ha funzioni di «polizia balneare» nel suo tratto di arenile e che in teoria dovrebbe usare lo stesso metro per i suoi clienti e per gli estranei.
Facciamo un Giro d’Italia.
Ad Amalfi (Salerno) teli fuorilegge anche se «provvisori» nella fascia di 3 metri dal bagnasciuga. Stessa cosa a Capalbio e in tutto il grossetano con il corridoio a 5 metri.
Al Lido di Venezia fuorilegge teli e «qualsiasi attrezzatura anche se precaria».
Teli out a Fiumicino (Roma).
Divieti di prassi anche a Viareggio e Forte dei Marmi: guai ad appoggiare l’asciugamano in riva al mare (entro 5 metri) però nelle spiagge libere, seppure regolamentato, «è consentito l’accesso dei cavalli».
La Sardegna ha una disciplina regionale standard che non vieta esplicitamente i teli ma nell’«eccetera» della sua norma ci può stare tutto.
E Rimini, Riccione, Cattolica?
La Riviera Romagnola con le sue sterminate spiagge?
Niente da fare: le concessioni dei bagni arrivano fin in prossimità dei 5 metri della fascia di transito poi scatta il divieto per «attrezzature mobili di qualsiasi tipologia» (l’asciugamano sarà «attrezzatura mobile»?).
In alcuni comuni della Liguria (per esempio Alassio, Pietra Ligure, Lavagna) vige il più stringente «divieto di sosta».
E oltre ai teli dovrebbero sparire «oggetti di qualunque tipo compresi effetti personali e indumenti» (palette e secchielli, per esempio, sono oggetti).
Giusto? Sbagliato? Certo il margine di 5 metri restringe ben di più le spiaggette liguri divorate dal mare che non le spiaggione romagnole.
E il nostro bagno garantito dalla legge e vietato dalle ordinanze?
Immaginiamo di arrivare in prossimità della spiaggia. Attraversiamo uno stabilimento per raggiungere il mare.
Devono farci passare, è una legge dello Stato. A quel punto siamo in riva al mare.
Via maglietta, bermuda e infradito, telo appoggiato in terra, rincorsa ….
«Scusi?». È il bagnino, l’ordinanza vieta di lasciare lì qualsiasi cosa.
E noi siamo senza avvocato. Si torna su.
Cambio veloce in auto o in hotel e via con gli slip e basta, sul marciapiede verso il mare… «Scusi?». È il vigile; giustamente fa notare che «sa, per il decoro… l’ordinanza… non si può stare in slip fuori dalla spiaggia».
E il bagno? Meglio una doccia.
Mario Gerevini
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
“CI SONO TANTI PICCOLI CANI CHE ABBAIANO MOLTO MA NON FANNO PAURA”
«Non rispondo, ma il capo sono io». 
Così Umberto Bossi, conversando in Transatlantico risponde a chi gli chiede un commento alle parole di Maroni: «Ci sono tanti cani piccoli – aggiunge – che abbaiano molto ma non fanno paura».
Il nuovo segretario federale della Lega aveva detto in un’intervista a Sette: «La presidenza di Bossi è un ruolo affettivo. Non ha nessun potere. È il riconoscimento concesso alla sua storia personale».
Parole che non devono essere piaciute al senatur.
Ormai nella Lega Nord si parla da separati in casa: Roberto Maroni da una parte, Umberto Bossi dall’altra.
E l’intervista al magazine del Corriere è forse l’atto ufficiale con cui l’eterno delfino del Carroccio ha messo alla porta il padre storico del movimento padano, riaffermando la propria leadership.
Bossi ha poi rivolto un pensiero a Berlusconi, invitando l’antico alleato a stare in guardia, se davvero è intenzionato a scendere di nuovo in campo.
«Come si è fatto vivo, la magistratura lo ha mazzolato subito», ha spiegato il presidente della Lega citando anche l’inchiesta Stato-mafia.
«Deve stare attento a quel che fa…», ha aggiunto Bossi.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
BOSSI E’ ORMAI SOPPORTATO IN LEGA SOLO “PER UN MOTIVO AFFETTIVO”… SI ACCENTUA LO SCONTRO TRA PASSATO E PRESENTE DEL CARROCCIO, SEMPRE A RISCHIO SCISSIONE
Ormai nella Lega Nord si parla da separati in casa: Roberto Maroni da una parte, Umberto Bossi dall’altra.
L’eterno delfino del Carroccio mette alla porta il Senatur e riafferma la sua leadership: «Bossi non ha nessun potere – chiarisce – E la sua presidenza è un ruolo affettivo, il riconoscimento concesso alla sua storia personale».
Sono parole che non lasciano spazio ad interpretazioni. Dure e amare.
Anche se non è dato sapere come siano state accolte dal diretto interessato: Bossi, infatti, non replica.
Tace ancora ed all’avanzata del suo successore oppone soltanto una “resistenza gandhiana”.
C’è Giacomo Stucchi, deputato della vecchia guardia bossiana, che difende il ‘capò. Ed attacca Maroni: «È incredibile come un figlio possa disconoscere l’opera del ‘padrè », afferma a Montecitorio il parlamentare ligure.
Insomma, il dramma padano ha tutti i contorni di una guerra interna dalle conclusioni più inattese, anche una impensabile (almeno fino a qualche mese fa) ‘scissionè leghista.
Il partito è attraversato da fremiti separatisti, ma stavolta solo interni.
Maroni, forse infastidito dalle continue punzecchiature di Bossi, sbaraglia il campo da fraintendimenti sulla guida del partito: «Al congresso – spiega – ho detto chiaramente ai delegati: ‘Se mi eleggete sappiate che voglio pieni poteri sulla linea politica e sulla gestione del partitò. Mi hanno eletto».
Insomma, il partito l’ho conquistato con i voti dei militanti e la linea la detto io.
Bossi, dal suo canto, appare impegnato in una guerra di trincea: piccole sortite che innervosiscono l’avversario per poi ritirarsi nel silenzio.
Come le dichiarazioni negli incontri pubblici in giro nei feudi leghisti: a corrente alterna dà un colpo alla leadership di Maroni e poco dopo esprime parole di elogio per Bobo.
I due vengono descritti da separati in casa anche a Via Bellerio.
Maroni impegnato in lunghe riunioni con il nuovo gruppo dirigente per rilanciare il partito e dar vita al “Fronte del Nord”.
Bossi, chiuso nel suo studio, che riceve le visite dei suoi fedelissimi e fa le pulci al neosegretario.
Così l’ex responsabile del Viminale smentisce che il ‘senatur’ abbia ancora poteri di comando e decisionali: «Non è così», dice seccamente.
Una risposta indiretta al ‘capò che invece, durante alcuni incontri pubblici, aveva avocato a sè i poteri di reintegro nel partito di chi è stato espulso.
A sentire i bossiani, comunque, di «scissioni interne non se ne parla. I panni sporchi si lavano in famiglia».
Al massimo – spiegano – si può creare una corrente come fu quella dei ‘Barbari sognantì. Sarà .
Eppure, in Parlamento tra qualche deputato è sempre più forte il sospetto che in futuro possa nascere una “Rifondazione leghista”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL TIPO DI ESPERIMENTI A GREEN HILL NON SERVONO ALL’UOMO: SOLO L’1% DEI FARMACI TESTATI SU ANIMALI ARRIVA IN FARMACIA … E’ LA LEGGE CHE OBBLIGA ALLA SPERIMENTAZIONE SU ANIMALI, NON LA SCIENZA
«Vengono usati per impianti odontoiatrici: gli spaccano la mandibola per poi provare gli
impianti. Oppure gli modificano il cuore, poi li sottopongono a stress fino all’infarto».
Michela Kuan, biologa, spiega il destino dei beagle allevati a Montichiari per la sperimentazione animale.
Si dice sempre che la vivisezione è necessaria per salvare vite umane.
«Gli animali sottoposti al fumo delle sigarette per 24 ore al giorno non si ammalano di tumore ai polmoni, e neanche l’amianto ha provocato loro danni: non è stato così per l’uomo. Poi l’aspirina: per alcuni malati è un salvavita per gli animali è tossica».
Allora perchè proseguire?
«La legge obbliga al passaggio sull’animale, ma meno del 5 per cento dei farmaci testati sugli animali superano l’esame e di questi solo l’1 per cento arriva al commercio. Non si capisce perchè, se non per motivi economici, ci si affidi a un sistema fallimentare: molte molecole testate sull’animale non servono all’uomo. E chissà quante ne vengono scartate, perchè gli animali muoiono, mentre sarebbero utili all’uomo».
Antonella Mariotti
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
“HA SCELTO GLI ARREDI, LE CABINE ERA PRATICAMENTE RISERVATE, VI TENEVA GLI EFFETTI PERSONALI”
Sull’Ojala, quella a prua e quella a poppa erano cabine assegnate. Inviolabili. Accessibili solo ai legittimi proprietari: il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni e l’amico-commercialista Alberto Perego.
Cuccette extralusso “dove”, mette a verbale uno dei comandanti, “venivano custoditi i loro effetti personali imbarcati all’inizio della stagione e portati via nel mese di ottobre.
Nessuno era autorizzato ad utilizzarle salvo in rarissimi casi”.
Un fatto inconsueto, visto che il Ferretti 70 (maxi-yacht da oltre 20 metri) risulta di proprietà di una terza persona: Pierangelo Daccò, consulente nel campo della sanità , vicinissimo (da sempre) al governatore.
Niente viaggi da semplici ospiti, dunque, ma un utilizzo “quasi esclusivo”.
Tanto che è “opinione comune di tutti i testimoni” che la presenza dei due “a bordo non era quella di meri passeggeri occasionali, bensì quella tipica dei proprietari del bene stesso”.
Il quadro, finora inedito, emerge dall’ultima informativa di polizia giudiziaria messa agli atti dell’inchiesta sugli 80 milioni di fondi neri usciti dalla Fondazione Maugeri e traghettati in un complicato risiko di conti esteri.
Ecco allora l’ultimo capitolo della storia che vede indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti lo stesso Formigoni.
Solo ora, infatti, si comprende come i due membri dei Memores Domini (il cosiddetto “gruppo adulto” di Cl) tra il 2007 e il 2011 non solo abbiano navigato dalla Sardegna alla Costa Azzurra, ma abbiano anche utilizzato il personale di bordo per organizzare cene in ville sontuose. Insomma, quella era roba loro.
Questo emerge sfogliando le oltre duecento pagine dell’annotazione.
Una situazione nella quale Perego si trovava a meraviglia, “tanto da intervenire persino nella scelta degli allestimenti e degli arredi delle imbarcazioni”.
E se uno si occupava dello scenografia, l’altro (il presidente) a bordo “era solito lavorare”.
Lo racconta Mauro Montaldo, uno dei capitani degli yacht. Sentito dai magistrati, dichiara: “Ricordo che faceva frequenti telefonate di lavoro, inviava e riceveva email tramite il computer di bordo e rilasciava interviste telefoniche”.
Detto questo, chi pagava?
Alla domanda risponde un altro dei capitani degli yacht, Silvio Passalacqua: “Il comandante faceva fronte a tutte le spese utilizzando la carta di credito delle società (intestate a Daccò, ndr). Mi si chiede se Perego o Formigoni abbiano mai pagato personalmente qualche spesa della barca e rispondo di non averli mai visti versare alcunchè, neanche un centesimo”.
Passalacqua, negli anni, ha condotto diverse imbarcazioni.
Alla fine, è stato licenziato dallo stesso faccendiere della sanità .
Motivo? “Daccò mi chiese di mettergli a disposizione due componenti dell’equipaggio perchè doveva organizzare una festa sulla terraferma (…) alla quale partecipavano Formigoni e Perego. Io mi rifiutai”.
Tutti fatti “accertati” e definiti “gravi”, se si tiene conto “che i benefit di Formigoni sono garantiti con somme provenienti da pagamenti illeciti e da fondi (…) sottratti alle casse delle fondazioni San Raffaele e Maugeri che a loro volta distraggono denaro proveniente dalla Regione”.
Quanto? Tre milioni e settecentomila euro in quattro anni solo “per l’utilizzo delle tre imbarcazioni (Ojala, Cinghingaia, Ad Maiora) da parte di Formigoni e Perego”.
Giunti a questo punto, ecco la logica conclusione degli investigatori: “La ragionevole evidenza di uno stretto nesso causale e cronologico tra gli illeciti pagamenti erogati a favore di Daccò e Antonio Simone (ex assessore Dc amico da sempre del presidente lombardo), le utilità messe a disposizione di Formigoni (mediante beni di lusso e servizi), nonchè la formazione ed emanazione di delibere di Regione Lombardia, va a completare un quadro che delinea l’esistenza di un gravissimo sistema illecito”. Conclusione: “L’esosità dei benefit giustificherebbe — per usare un eufemismo — l’entità elevatissima delle somme illecitamente percepite dagli Enti ospedalieri”. Questi i fatti.
Ora a costruire l’ipotesi d’accusa finale dovranno pensare i magistrati.
Antonella Mascali e Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
LA CONVERSAZIONE INTERCETTATA CIRCA LA VENDITA A PREZZO DI FAVORE DELLA CASA
C’è anche la voce di Roberto Formigoni nelle intercettazioni della Procura di Milano. 
Non perchè i suoi numeri siano stati messi sotto controllo, ma per la vendetta di un suo ex assessore.
È Massimo Buscemi, marito della figlia di Pierangelo Daccò, Erika, che il 28 ottobre 2011 va nell’ufficio del presidente della Regione Lombardia e fa partire dal suo cellulare una telefonata a Patrik Gonnella, il fidanzato della sorella di Erika, Monica Daccò.
Così tutto il colloquio finisce registrato.
Buscemi è infuriato per essere stato sacrificato: Formigoni, tre mesi dopo l’arresto di Daccò, ha fatto un mini-rimpasto di giunta per potergli togliere l’assessorato alla cultura e dimostrare di aver tagliato i ponti con gli uomini più vicini al superfaccendiere.
Non ci sta a fare il capro espiatorio, lui che è stato più volte sulle barche di Daccò in compagnia di Formigoni. Protesta: “Esco dalla giunta in malo modo, sono lo zimbello di tutti… Non è possibile, Roberto, cioè io vengo a guadagnare 2.500 euro in meno in questo periodo qua in cui abbiamo tutto bloccato”.
Il riferimento è ai beni della famiglia Daccò congelati dall’inchiesta giudiziaria.
Buscemi, per spaventare Formigoni, dice una cosa non vera: “Adesso Erika l’hanno chiamata in tribunale, perchè le chiederanno com’è quella storia della casa, vogliono sapere conto e ragione e come mai così poco… Tre milioni, contro 9/10 milioni di valore commerciale! No guarda, siamo nella merda fino a qua!”.
La “storia” è quella della villa in Sardegna, venduta a prezzo di favore da Daccò ad Alberto Perego, alter ego di Formigoni.
Il presidente non si scompone: “Ho le fonti”.
Buscemi replica: “Ce le ho anch’io le fonti… le nostre fonti sono richieste ufficiali di verifiche che stanno facendo… Stanno indagando su Erika, le hanno sequestrato tutto”.
Formigoni: “Il problema, siccome mi sono impegnato a risolverlo, lo risolviamo…”.
La conversazione dimostra un paio di cose pesanti.
La prima è che la villa è di fatto riconducibile a Formigoni (il quale ci ha messo 1 milione di euro, che sostiene di aver prestato all’amico Perego).
La seconda che il prezzo pagato è molto più basso di quello reale.
“Dal contenuto del dialogo, è evidente”, commentano gli investigatori, “che Formigoni nè ha disconosciuto l’operazione, nè contestato le cifre espresse da Buscemi… Emerge come i due interlocutori abbiano la consapevolezza che il prezzo concordato (…) sia considerevolmente al di sotto del suo effettivo valore di mercato”.
In più, Buscemi ha “la cosciente consapevolezza di interloquire con il reale beneficiario economico dell’operazione o quantomeno uno dei beneficiari”.
Gli investigatori parlano di “condotta intimidatoria di Massimo Buscemi nei confronti di Roberto Formigoni”, di “atteggiamento ricattatorio con specifico riferimento alla sua richiesta di ottenere un nuovo incarico politico che sia oltretutto adeguato e corrispondente alle sue necessità economiche”.
Lo fanno anche a proposito di due intercettazioni del 17 aprile 2012. Buscemi parla al telefono con il senatore Mario Mantovani, coordinatore lombardo del Pdl.
Non gli è piaciuto che il presidente, in un programma tv condotto da Gad Lerner, abbia nella sostanza dato del “Giuda” al suocero Daccò (“Anche Gesù ha sbagliato nella scelta di uno dei collaboratori”, aveva detto Formigoni).
Nella prima telefonata, Buscemi dice a Mantovani che alle 15 andrà dal presidente, col quale “andrà giù pesante”.
Nella seconda telefonata, gli racconta l’incontro. Gli dice che quel “Giuda” non è piaciuto “a nessuno, tanto meno alla famiglia”. Gli fa capire che, in cambio dell’assessorato perso, vuole un’altra poltrona pubblica.
“Gli ho detto io ho ancora la faccia tagliata, per cui non vengo più, io qui non ci vengo più fino a che non mi metti a posto la mia situazione, trova quello che vuoi (…). Pensa a quello che può evidentemente salvare il mio conto perchè io, ho detto, la mia pazienza è qui terminata, la mia lealtà e la mia riservatezza continuano, ma certamente non puoi abusare della mia posizione. Lui era molto scosso”.
“Alla fine mi ha tirato fuori la presidenza di questa società della Fiera che è Miart (…), però gli ho detto fai la conferenza stampa al mio fianco e annunci al popolo che questa cosa è una cosa straordinaria. Lui ha preso nota di tutto e ha detto che lo fa”.
Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
“IL FATTO” PUBBLICA UNA INFORMATIVA DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA DI MILANO SUI REGALI ELARGITI DAL FACCENDIERE ARRESTATO AL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA
Sarebbero circa 9 i milioni di euro spesi per Roberto Formigoni e il suo entourage da Pierangelo Daccò, il faccendiere in carcere per le inchieste sulla Fondazione Maugeri e il San Raffaele: a fare il conto è il Fatto quotidiano, che cita una informativa segreta della polizia giudiziaria di 200 pagine inviata al procuratore aggiunto Francesco Greco e ai pm Luigi Orsi, Laura Pedio, Gaetano Ruta e Antonio Pastore.
Nell’articolo si legge di 20 milioni movimentati da Daccò e da Antonio Simone, anche lui in carcere.
Di 11 milioni non si sarebbe potuta verificare la destinazione, mentre 4 milioni sarebbero lo sconto “di cui hanno goduto Formigoni e Perego, a cui Daccò ha venduto una villa in Sardegna”, 3,7 milioni sarebbero andati per acquistare imbarcazioni di lusso e per mantenerle dal 2007 al 2011, 800mila euro per vacanze e biglietti aerei, 70mila euro per il meeting di Cl, mezzo milione per eventi e incontri in ristoranti rinomati “con Formigoni e altri politici, dirigenti e funzionari della sanità lombarda, dirigenti di strutture sanitarie pubbliche e private”.
Nell’elenco ci sono anche 600mila euro transitati dal conto Ramsete della Maugeri al centro Sikri di Daccò: soldi che sarebbero stati ricevuti per la campagna elettorale del Pdl per le regionali del 2010, ma che Daccò dice di aver tenuto per sè.
“Mera dichiarazione di circostanza – scrivono gli investigatori in un passaggio citato dal Fatto – per non coinvolgere l’amico politico”.
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL BILANCIO DELLA REGIONE SAREBBE STATO ATTIVO NEGLI ULTIMI DUE ANNI.. SOLO UNA MANCANZA DI LIQUIDITA’ RISOLTA CON 400 MILIONI”
Sicilia contrordine. 
Parole “tranquillizzanti” di fonti governative le riporta l’agenzia Ansa. «Non c’è rischio default per la Sicilia», l’affermazione contraddice le parole del numero due della Confindustria siciliano, Ivan Lo Bello, aveva denunciato che la Sicilia è «sull’orlo del fallimento» e che aveva spinto Mario Monti a scrivere a Lombardo per avere conferma dell’intenzione – dichiarata pubblicamente – di dimettersi il 31 luglio. Il problema non è strutturale ma di «temporanea mancanza di liquidità ed è stato risolto con trasferimenti per 400 milioni di euro già programmati» continua l’Ansa riportando fonti governative secondo le quali il bilancio della Regione Sicilia è stato in attivo nel 2011 e nel 2010 e i fabbisogni delle Regioni non sono automaticamente garantiti dall’Amministrazione centrale dello Stato.
La spending review, spiega la fonte, prevede inoltre interventi di ottimizzazione per la spesa pubblica anche per le Regioni.
Per le Regioni a Statuto speciale sono previsti interventi per complessivi 600 milioni già nel 2012.
Ma la Sicilia non ha pace.
E nel frattempo si fomenta la polemica tra il presidente Raffaele Lombardo e Ivan Lo Bello. E nasce un piccolo giallo che ha tenuto banco per tutto il pomeriggio.
«È la smentita di quanti, non disinteressatamente, hanno parlato di default e di rischio fallimento per la Sicilia con articoli, interviste e prime pagine di quotidiani nazionali». È stata la reazione del presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo.
«Vorrei che taluni imprenditori facessero davvero il bene della Sicilia. Lo Bello – avrebbe sibilato Lombardo – l’ho incontrato alcune volte nel caso di inaugurazione di impianti fotovoltaici, tipo di investimenti che si è visto essere nelle mani dei mafiosi. Perchè non fanno le cose positive invece di dire certe cose?».
Ed è polemica anche per un’affermazione («può andare a morire ammazzato») che Lombardo avrebbe diretto verso il numero due della Confindustria Siciliana.
Il governatore ha smentito ma che ha scatenato egualmente una pioggia di reazioni. Lombardo ha precisato di aver voluto criticare uno «pseudo imprenditore secondo cui la ricetta per salvare le casse della Regione è quella di licenziare i dipendenti regionali. Nessun riferimento a Lo Bello».
Ma tra i suoi «nemici» l’inquilino di Palazzo d’Orleans annovera anche l’Udc che proprio domenica scorsa aveva annunciato la presentazione in Parlamento di una mozione per chiedere il commissariamento dell’amministrazione siciliana. Pierferdinando Casini, leader dello scudocrociato rincara la dose: «Sollevando il problema della spesa in Sicilia, che è un grande nominificio, Monti ha compiuto un gesto di grande responsabilità istituzionale».
Lombardo, fondatore del Mpa, rimanda al mittente le critiche con parole al vetriolo: «l’Udc vuole rimettere le mani sulla Sicilia.
Sono pronto a confrontarmi con Casini, anche sui sette anni precedenti ai miei fatti di termovalorizzatori e quant’altro».
Accuse respinte da Lombardo che contesta anche l’analisi sulle risorse finanziare della Regione snocciolando alcune cifre: «Il bilancio della Sicilia è di 27 miliardi, il debito di 5,5 miliardi, il Pil di 85 miliardi di euro.
Se confrontiamo il nostro Pil con quello nazionale capiamo meglio: lo Stato ha un Pil di 1600 miliardi e duemila miliardi di euro di debito. Inoltre, lo Stato ci deve circa un miliardo».
Dati che stridono con un’analisi resa nota stamane dalla Cgia di Mestre: «La Regione Sicilia ha costi per la politica e per l’acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, circa il doppio rispetto alla media di tutte le altre regioni d’Italia; quelli relativi agli stipendi del personale addirittura più del triplo».
Ma Lombardo allarga le braccia: «Certo il numero dei dipendenti, sono circa 26 mila – è alto, ne basterebbero la metà ma ce li siamo trovati e cosa dobbiamo fare? Sparargli?».
E liquida seccamente chi lo accusa di volere ancora prendere tempo, esorcizzando al contempo l’ipotesi di un commissariamento: «Per quanto mi riguarda è come se mi fossi dimesso ieri. Non voglio però che la Sicilia diventi merce di scambio, in caso di elezioni contemporanee con le politiche, per un ministero in più. Si deve votare prima».
Chi non sembra proprio accorgersi di una Sicilia sull’orlo del fallimento, sono gli stranieri. Emanuele Spurny, un giovane turista austriaco in coda per visitare la Cappella Palatina all’interno di Palazzo dei Normanni, sede del più antico parlamento d’Europa, domanda: «Siete davvero ad un passo dal default? Vista da fuori la situazione non sembra così drammatica»
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
I PASSAGGI DI DENARO NEGLI ULTIMI DIECI ANNI ALIMENTEREBERO IL SOSPETTO CHE L’EX PREMIER PAGASSE IL SILENZIO DI DELL’UTRI NEI PROCESSI
Sono tanti soldi, più di quaranta milioni, quelli che Silvio Berlusconi ha versato a Marcello Dell’Utri negli ultimi dieci anni.
Il prezzo del ricatto, secondo l’accusa, esercitato sull’ex presidente del Consiglio da uno dei più stretti collaboratori colluso con la mafia.
Il quale, per tacere particolari scomodi o per altre ragioni legate alle sue «relazioni pericolose» con i boss, ha costretto Berlusconi a pagarlo profumatamente.
Anche di recente. Almeno fino alla vigilia della sentenza della Cassazione, dopo la quale sarebbe potuto finire in galera.
A meno di darsi a una clamorosa latitanza. Invece evitò la cella perchè la Corte annullò la condanna, pur confermando i rapporti dell’imputato con Cosa Nostra negli anni Settanta e Ottanta.
Ma il ricatto, nell’ipotesi della Procura di Palermo, non s’è mai fermato.
Solo la metà di quel fiume di denaro risulta formalmente giustificata dall’acquisto di villa Comalcione a Torno, sul lago di Como.
Venduta da Dell’Utri a Berlusconi per 21 milioni l’8 marzo scorso (il giorno prima del giudizio della Corte suprema, per l’appunto), nonostante una valutazione del 2004 fissasse il prezzo della lussuosa abitazione a «soli» 9,3 milioni.
Tutto il resto non ha motivazione ufficiale, e i versamenti dai conti bancari dell’ex premier a quelli del senatore e di sua moglie sono stati registrati sempre sotto la stessa voce: «prestito infruttifero».
Stesso discorso per la donazione di titoli bancari.
I magistrati considerano Berlusconi vittima della presunta estorsione realizzata dal senatore del Pdl che lo aiutò a fondare Forza Italia e l’ha accompagnato in tutta la sua avventura politica.
E come lui sua figlia Marina, giacchè alcuni pagamenti sono arrivati da conti correnti cointestati a lei.
Per questo entrambi sono stati convocati.
La nuova indagine nasce da uno stralcio di quella sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia al tempo delle stragi, tra il ’92 e il ’94, all’interno della quale un anno fa la Procura di Palermo acquisì le prime tracce dei movimenti milionari scovati dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta romana sulla cosiddetta P3 (Dell’Utri è imputato anche lì): 9 milioni e mezzo elargiti in tre tranche : 1,5 il 22 maggio 2008, tratto da un conto del Monte dei Paschi di Siena, e altri 8 tra il 25 febbraio e l’11 marzo 2011, arrivati da una filiale milanese di Banca Intesa private banking.
Dopo gli approfondimenti degli investigatori delle Fiamme gialle sono venuti alla luce altri movimenti bancari sospetti, è così scattata la nuova ipotesi di estorsione. Collegata, più che alla trattativa, al processo per concorso in associazione mafiosa a carico del senatore.
Proprio mercoledì è cominciato il nuovo dibattimento di appello, dopo l’annullamento della Cassazione.
Che però è stato parziale, poichè alcune parti della precedente sentenza sono state confermate.
Come quella in cui è sancita la colpevolezza del senatore per i fatti precedenti al 1974. È stato definitivamente accertato che Dell’Utri, «avvalendosi dei rapporti personali di cui già a Palermo godeva con i boss, realizzò un incontro materiale e il correlato accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico Berlusconi», hanno scritto i giudici.
Un’intermediazione da cui derivò «l’accordo di protezione mafiosa propiziato da Dell’Utri» in favore del futuro presidente del Consiglio.
In questa trama criminale è rimasto impigliato il solo senatore, mentre Berlusconi non ha subito conseguenze nonostante le inchieste subite (è stato più volte inquisito dalla Procura di Palermo, ma sempre archiviato) sulla misteriosa origine dei suoi capitali. Oggi l’ipotesi dell’accusa è che con quei quaranta milioni, e chissà quali altre «donazioni» non ancora scoperte, l’ex premier abbia comprato il silenzio del suo amico e collaboratore su qualche particolare che poteva trasformarlo da vittima dei boss in un complice consapevole dei traffici di Cosa Nostra.
In questa ricostruzione Berlusconi è diventato dunque vittima di Dell’Utri, dopo esserlo stato della mafia per i ricatti dai quali il senatore lo avrebbe liberato grazie ai suoi «buoni uffici» negli anni Settanta e Ottanta.
Ad esempio attraverso l’assunzione come stalliere nella villa di Arcore del «picciotto» Vittorio Mangano, «indicativa di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia», scrivono ancora i giudici della Cassazione.
La convocazione dell’ex premier in Procura coincide con quella chiesta dal sostituto procuratore generale nel nuovo processo d’appello a Dell’Utri.
Anche in quel giudizio l’ex capo del governo è considerato dall’accusa una «persona offesa» dai reati attribuiti all’imputato.
Nel 2002, ascoltato dal tribunale, si avvalse della facoltà di non rispondere poichè all’epoca era indagato in un procedimento connesso.
Oggi non lo è più, e quindi sarebbe obbligato a rispondere. Come in Procura. I legali di Dell’Utri si sono opposti alla sua testimonianza. La Corte d’Appello deciderà , i procuratori hanno già deciso.
L’acquisto della villa sul lago di Como, oltre a non spiegare l’intera somma dei versamenti, agli inquirenti sembra un paravento.
Al di là della sopravvalutazione rispetto alla stima del 2004, infatti, Dell’Utri giustificò i «prestiti infruttiferi» del 2008 e del 2011 con i restauri da effettuare in quella residenza.
Finanziati da Berlusconi, dunque, che alla fine avrebbe l’avrebbe pagata più di 30 milioni.
Un po’ troppo, pensano i pubblici ministeri in attesa di spiegazioni.
Giovanni Bianconi
(da “Il Corriere della Sera”)
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