Destra di Popolo.net

LO SFRUTTAMENTO DEGLI IMMIGRATI: PER 8 SU 10 NESSUN RIPOSO SETTIMANALE, META’ SONO OCCUPATI ANCHE DI NOTTE

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

NEI CAMPI MEZZO MILIONE DI SCHIAVI AL LAVORO PER 20 EURO AL GIORNO

Schiavi e caporali. Datori di lavoro opachi e immigrati invisibili.
La nuova “legge Rosarno” mira a scoperchiare il mondo della clandestinità .
Due le armi: permesso di soggiorno a chi denuncia lo sfruttatore e regolarizzazione per il datore di lavoro che esce allo scoperto.

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MEZZO MILIONE DI INVISIBILI
Gli immigrati irregolari sono un esercito, anche se le loro fila si stanno sfoltendo.
Stando al XVII rapporto Ismu (Fondazione di studi sulla multietnicità ), al 1° gennaio 2011 non avevano un valido titolo di soggiorno 443mila stranieri, 11mila in meno rispetto al 1° gennaio 2010.
Dove vivono? «Per lo più al Nord Italia, ma la loro incidenza percentuale raggiunge il record al Sud spiega Alessio Menonna, ricercatore dell’Ismu – in base a un nostro studio di qualche anno fa gli irregolari sono il 53% del totale degli immigrati a Cosenza, il 46% a Foggia e il 45% a Vibo Valentia. Sono impiegati in nero nell’agricoltura, nell’edilizia, ma il vero bacino della clandestinità  è stato il settore domestico. Almeno fino alla sanatoria 2009».
SANATORIE E CLIC DAY
Per la sanatoria colf e badanti 2009 è arrivata al Viminale una valanga di domande (295.112) e sono stati firmati 173.997 contratti.
Le nazionalità  più rappresentate sono quella ucraina (37.211), seguita dalla marocchina (36.138), dalla moldava (25.685) e dalla cinese (21.633).
«In questo modo – prosegue Menonna – si sono sanati molti irregolari impegnati nel lavoro domestico. Con due limiti: sono stati regolarizzati spesso i casi meno gravi, di chi aveva un sia pur minimo reddito. E molti lavoratori domestici lo erano solo di facciata: in verità  facevano tutt’altro, basta vedere gli alti numeri delle domande di cinesi».
Poi ad arginare in parte il fenomeno degli irregolari è arrivato il decreto flussi col clic day di gennaio 2011: a vincere un posto sono stati i più veloci, vista la scarsità  delle quote in palio (86.580 nuovi ingressi).
L’IDENTIKIT DELL’IMMIGRATO IRREGOLARE
A fotografare l’opaco mondo degli invisibili è un’indagine condotta nel 2009 dall’economista Tito Boeri per la Fondazione Rodolfo Debenedetti.
Cosa ne emerge? Gli irregolari lavorano di più e guadagnano di meno rispetto a chi ha i documenti in regola.
Insomma, sono una risorsa per molti imprenditori privi di scrupoli.
Il 66% degli irregolari, infatti, ha un lavoro, nonostante sia privo di un titolo legale per rimanere in Italia.
È impiegato in nero e fa turni molto pesanti: l’80% non si ferma neppure il sabato, il 31,8% lavora di domenica e il 38% fa anche turni notturni (contro il 22% degli immigrati regolari). Lavorano tanto, ma guadagnano poco.
«Il 40% di chi non ha il permesso di soggiorno – spiega Boeri – guadagna meno di 5 euro l’ora, mentre fra i regolari la percentuale scende al 10%».
CAPORALI E SFRUTTATORI
Stando alla Flai-Cgil, oggi ci sono 400mila lavoratori che vivono sotto il giogo dei caporali e (secondo i sindacati) 60mila immigrati vivono ancora in condizioni di degrado simili a quelle riscontrare a Rosarno nei giorni della rivolta di due anni fa.
Gli sfruttati dell’agricoltura guadagnano (al netto della mazzetta al caporale) sui 20 euro per una giornata di lavoro.
Il contratto nazionale parla di 36,30 euro per sei ore e mezza di lavoro? Troppo.
Oggi un bracciante è fortunato quando prende 3,50 euro l’ora.
O meglio il padrone dà  al caporale 3,50 euro l’ora per ogni operaio che gli porta e lui trattiene almeno 70 centesimi.
Nell’edilizia è invece di 200-300 euro al mese la “provvigione” che pretende il caporale.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)

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IL MINISTRO DELLA SALUTE BALDUZZI: “NESSUN TAGLIO ALLE CURE PER I PAZIENTI”

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA: “LA VERA SCOMESSA E’ IMPARARE A SPENDERE MEGLIO”

La lunga notte della spending review si fa ancora sentire ma il ministro della Salute, Renato Balduzzi, ha voglia di parlare e spiegare che sì, il taglio di 4,5 miliardi (non più 5) lo preoccupa ma che si è riusciti a farlo senza tagliare i servizi ai cittadini.
Che le Regioni potranno ricontrattare tutte le misure purchè i saldi restino invariati.
Che la riforma dei ticket fatta introducendo le nuove franchigie si deve fare per garantire maggiore equità .
Mettendo in chiaro che i 2 miliardi messi in cascina da Tremonti per il 2014 però dovranno arrivare.
E sugli ospedali assicura: abbiamo evitato pericolosi tagli con l’accetta ma gli ospedaletti inefficienti e i reparti sottoutilizzati dovranno essere chiusi.
E se non lo faranno le Regioni scatteranno i poteri sostitutivi.
E’ stata un battaglia difficile ?
«Ho letto di duelli all’arma bianca. Capisco che a voi giornalisti questo serve a far notizia ma in realtà  c’è stato solo un confronto serio, che alla fine ha visto prevalere la ragionevolezza».
Però la Sanità  lascia sul terreno 5 miliardi che si sommano agli 8 della manovra Tremonti delle scorso anno. Non è che a furia di grattare buchiamo il fondo del barile?
«Prima di tutto chiariamo che il taglio è di 4,5 miliardi e non 5,900 milioni il primo anno e poi 1,8 i successivi. Ma è chiaro che la sommatoria con le manovre precedenti ha creato una ragionevole preoccupazione».
E’ anche sua?
«Come ministro della Salute a contatto quotidiano con le realtà  sanitarie regionali non posso che farmene carico. La Sanità  è stata chiamata a contribuire per il 20% dell’intera operazione di revisione della spesa e abbiamo cercato di farlo senza intaccare direttamente i servizi offerti ai cittadini ma agendo con misure per spendere meglio. Certo, questo richiede alle diverse realtà  regionali di cogliere una sfida comunque difficile. Ma sono convinto che il nostro sistema saprà  vincerla».
Le Regioni però sono sul piede di guerra…
«A loro dico che la spending è solo il tassello di un percorso più complesso, che deve svilupparsi all’interno del nuovo Patto per la salute. Convocherò le Regioni a giorni e spiegherò che nel decreto c’è una clausola che consente di modificare le misure. Ma a saldi invariati perchè non possiamo promettere di investire risorse che non ci sono».
Presenterà  anche la proposta del pagamento a franchigia che dovrebbe sostituire gli attuali ticket?
«Da parte di diverse regioni ho già  riscontrato l’interesse ad approfondire quella che resta una proposta. Ma abbiamo il dovere di farlo perchè altrimenti dal 1° gennaio 2014 avremmo un aumento indiscriminato dei ticket per oltre 2 miliardi di euro, previsto dalla manovra del precedente governo. E questi si che manderebbero in tilt il sistema».
Ma dalle tasche dei cittadini sempre 2 miliardi in più dovranno arrivare…
«Il gettito deve essere quello. Non possiamo far finta di non avere vincoli finanziari. Ma un conto è varare un aumento indiscriminato di ticket che colpirebbero solo metà  della popolazione non esente. Un altro è far pagare tutti ma meno e in rapporto alle condizioni di reddito e al nucleo familiare. E’ una questione di equità ».
Torniamo alla spending. Sulla chiusura dei piccoli ospedali ha vinto lei, no?
«Non ho vinto, ho solo fatto capire che non è il modo migliore di razionalizzare la rete ospedaliera chiudere gli ospedali da Roma con un taglio lineare sotto i 120 posti letto».
Eppure sotto quella linea di demarcazione si dice che gli ospedali siano anche pericolosi.
«No, perchè ci sono anche piccoli ospedali mono-specialistici che svolgono una funzione importate. Altri garantiscono il servizio in zone disagiate di montagna. Ci sono centri di medicina interna, per le cure oncologiche o l’assistenza geriatrica che hanno ragione di esistere se operano in rete col territorio. Tagliare con l’accetta non serve».
Allora tutto resterà  come prima?
«No, perchè nel decreto c’è una clausola di salvaguardia dove si dice che le Regioni devono avviare una verifica sugli standard di qualità  ed efficienza e poi chiudere chi non vi rientra».
E se non lo faranno?
«Scatteranno i poteri sostitutivi».
Ma ci sono anche grandi ospedali con reparti sottoutilizzati tenuti aperti solo per garantire il posto al primario mentre altrove le liste d’attesa esplodono…
«E’ vero, e il decreto interviene anche lì riducendo i posti letto al tasso di 3,7 ogni mille abitanti e non sarà  un taglio lineare perchè c’è una clausola che prevede proprio la chiusura delle unità  operative complesse sottoutilizzate».
Sull’industria farmaceutica siete andati giù pesanti. Non c’è il rischio di disinvestimenti?
«Alla fine si è inciso meno di quanto previsto. E poi nel decreto sanitario che sto mettendo a punto si daranno maggiori certezze sui tempi di autorizzazione alla commercializzazione dei nuovi medicinali e sulla tutela brevettuale. Tutte cose che compensano il sacrificio richiesto oggi».

Paolo Russo
(
da “La Stampa”)

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L’INTERVISTA INTEGRALE A JORG ASMUSSEN DELLA BCE: “L’ITALIA PUO’ FARCELA SE PUNTA SULLA CRESCITA”

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

 IL BANCHIERE TEDESCO, EX VICEMINISTRO DELLE FINANZE: “C’E’ UNA SPACCATURA TRA NORD E SUD DELL’EUROPA”

Dal 34° piano dell’Eurotower la vista della “Mainhattan”, la skyline delle grandi banche affacciate sul Meno, è spettacolare.
Jà¶rg Asmussen ha l’aria rilassata, nonostante l’andirivieni continuo con Bruxelles, che per il membro tedesco del board della Bce è diventata una seconda casa.
Il successore di Jà¼rgen Stark è incaricato di seguire i dossier europei.
E in questa prima intervista a un quotidiano italiano il banchiere centrale tedesco racconta le nuove sfide per l’Europa, mette i primi, decisi paletti sulla futura vigilanza bancaria affidata all’Eurotower e sull’utilizzo dei fondi salva-Stati ma racconta anche cosa pensa di Mario Monti, della “politica dei piccoli passi” di Angela Merkel e dell’ipotesi che la Grecia o la Finlandia escano dall’euro.
È vero come sostenuto anche da molti giornali tedeschi, che Merkel è uscita sconfitta dal vertice Ue mentre c’è un vittorioso «fronte del sud» Monti-Rajoy?
«Quello che mi preoccupa è che c’è una spaccatura percepita tra Nord- e Sudeuropa. È sbagliato porre la questione su chi ha vinto e chi ha perso. Dobbiamo chiederci solo se ha vinto l’Europa. Questo modo di vedere le cose sta svanendo e questo mi preoccupa».
E l’Europa ha vinto?
«Credo che il Consiglio abbia preso delle decisioni importanti. Tra le altre cose ha anche approvato un ampio pacchetto per la crescita. Altrettanto rilevante è stata la lettera dei quattro Presidenti, Draghi, Barroso, Juncker e Van Rompuy alla vigilia del summit che si interroga su come continuare a costruire l’Europa. È stato un vertice importante ma ora tutto va velocemente tradotto nella realtà  — non ci si può rilassare».
Il Consiglio Ue vorrebbe affidare alla Bce una funzione importante: la vigilanza europea sulle banche. È plausibile che sia pronta per fine anno? Se non lo fosse, come si farà  a ricapitalizzare le banche spagnole, visto che la vigilanza è la premessa per il salvataggio diretto attraverso il fondo salva-Stati Esm?
«Per arrivare alla vigilanza bancaria europea, che ritengo senza dubbio importante come parte dell’unione finanziaria, bisognerà  risolvere molte questioni pratiche. Il vertice Ue ha chiarito che la Commissione dovrà  fare entro fine anno una proposta, basata sull’articolo 127.6 del Trattato, che cita esplicitamente la Bce. Ma l’attivazione può avvenire anche dopo. Penso dunque che la vigilanza europea sarà  pienamente in funzione solo nel corso del 2013. Sino ad allora il governo spagnolo potrà  attingere ai salva-Stati per ricapitalizzare le banche».
Ma questo significherebbe aggravare il debito pubblico della Spagna: sarebbe il governo a chiedere soldi al salva-Stati, non le banche.
«È vero, ma appena il nuovo meccanismo sarà  efficace, il credito verrà  trasferito. L’aumento del debito sarebbe temporaneo».
Secondo lei quando l’Esm interverrà  sulle banche è giusto che ne acquisti il controllo?
«Penso che debba valere il vecchio principio che se uno mette a disposizione del capitale, deve anche avere il controllo. Deve sapere cosa accade con la banca. Il principio deve essere: se si chiedono soldi, si accetta il controllo».
Quanto deve essere estesa secondo lei la vigilanza bancaria? Deve comprendere anche le banche locali come ad esempio le Landesbanken?
«Siamo all’inizio di una discussione. Ma nel consiglio direttivo della Bce siamo unanimemente convinti che sia importante separare la politica monetaria, che deve restare indipendente, dalla vigilanza bancaria. Bisogna fare in modo che ciò sia garantito attraverso processi decisionali e organizzativi separati. Ed è importante che la vigilanza bancaria sia sottoposta ad un chiaro controllo democratico. Stiamo parlando di soldi dei contribuenti europei ed è giusto dunque che ci sia un controllo parlamentare».
Alcuni, come Finlandia e Paesi Bassi, si oppongono all’acquisto diretto di bond da parte dell’Esm. Secondo lei come deve funzionare?
«È già  previsto che l’Efsf e l’Esm siano attivi sul mercato primario e secondario, non è una novità . Ma il funzionamento di entrambi è legato a delle condizionalità , sia sul versante dei conti pubblici sia su quello delle riforme strutturali. Ritengo che si tratti di un meccanismo corretto. Gli aiuti finanziari devono essere concessi in cambio di impegni. È un principio basilare. E il vertice non ha cambiato questo principio».
Non pensa che l’Esm avrebbe bisogno di una licenza bancaria per funzionare in modo credibile, per essere insomma un «frangifiamme» forte?
«Penso che l’Esm non dovrebbe avere una licenza bancaria e neanche accesso alla Bce. Si tratterebbe di finanziamento indiretto degli Stati ed è giustamente vietato dai Trattati. Sono assolutamente contrario. Quanto al capitale del salva-Stati: il sottinteso del dibattito sul “frangifiamme”, è sempre che quanto più alta è la dotazione, tanto più siamo al sicuro. È sbagliato. Il firewall è l’ultima risorsa. La migliore protezione contro il rischio contagio sono i conti pubblici e una politica economica solidi. Vale anche per l’Italia».
Ma non basta, evidentemente. Nonostante l’avanzo primario, i mercati continuano a bastonare i nostri rendimenti.
«Sono convinto che il governo Monti abbia fatto dei passi fondamentali. È vero, ha assicurato alle finanze pubbliche un avanzo primario — è molto importante — e ha approvato una riforma del lavoro. Ma il punto di partenza dell’Italia è complesso: ha il secondo debito più alto dell’Eurozona dopo la Grecia. Deve continuare a procedere sulla via delle riforme perchè ha un problema fondamentale con il potenziale di crescita che è estremamente basso. Secondo il parere unanime di Ocse, Fmi e Commissione europea, è attualmente vicino allo zero. Le riforme strutturali dovranno rispondere alla domanda: come può il l’Italia, che invecchia anche molto in fretta, crescere di nuovo? Dal lato dell’aggiustamento fiscale, ha fatto parecchio. Ma ora deve incrementare la propria produttività  e chiedersi se può riconquistare le quote di mercato mondiale che ha perso».
Pensa che l’Italia avrà  bisogno di chiedere aiuti alla Ue e al Fmi?
«Credo che l’Italia possa farcela da sola, ma se prosegue senza indugi sulla via delle riforme e se affronta seriamente il problema della crescita. Agire solo sul versante fiscale non basta. L’Italia deve crescere».
E allora perchè non promuovere gli eurobond?
«Anzitutto va specificato che ci sono diverse proposte sugli eurobond. Per me è chiaro tuttavia che qualsiasi forma di messa in comune dei debiti non può che stare alla fine del processo dell’unione fiscale, quando ci sarà  stata una vera convergenza tra il monitoraggio e le responsabilità  europee. Allo stato attuale la discussione sugli eurobond è prematura e fuori luogo, e infatti non c’è stata, al vertice».
A che punto siamo della crisi?
«Credo che siamo un bel pezzo avanti sulla via della stabilizzazione, ma non siamo fuori dal tunnel. Abbiamo dinanzi processi di risanamento che in molti paesi dureranno anni. Siamo sulla strada giusta ma non dobbiamo pensare che la crisi finirà  domani».
Qual è secondo lei il contributo di Mario Monti ai rapporti in Europa, soprattutto dopo l’indebolimento dell’asse franco-tedesco?
«Mario Monti, per come l’ho conosciuto, ha sempre avuto una visione molto europeista. È stato commissario Ue per il Mercato interno in un momento importantissimo e gode di una grande credibilità  fuori e dentro l’Italia. Ma penso che continui ad essere fondamentale che la Germania e la Francia cooperino in modo stretto».
Merkel è criticata spesso per la sua “politica dei piccoli passi” e perchè sembra spesso più preoccupata per le elezioni regionali che per il futuro dell’Europa.
«Non sono d’accordo. Merkel concilia ciò che è economicamente ragionevole con ciò che è politicamente possibile. e la Germania è un paese federale mentre l’Italia o la Francia sono molto più centralizzati. È normale che presti più attenzione alle elezioni dei Là¤nder. I cancellieri lo hanno sempre fatto».
La Grecia ce la farà  a restare nell’euro? E se non fosse così, la sua uscita dalla moneta unica sarebbe ancora un rischio per l’Europa?
«Non sappiamo cosa succede se un Paese lascia l’unione monetaria. Sono sempre molto sorpreso dalla leggerezza con la quale giornalisti e studiosi discettano su questa eventualità . Io sarei molto cauto. Credo che sarebbe molto dannoso per la Grecia, politicamente ed economicamente, ma anche per il resto dell’Eurozona. Per entrambi. La Bce preferirebbe che la Grecia rimanesse nell’euro. Ma è anche importante che rispetti gli impegni presi. Il memorandum non è stato concepito per far piacere a Merkel o Monti o alla trojka. Con o senza salvataggio la Grecia avrebbe dovuto intraprendere un duro cammino di riforme, il suo debito pubblico non era sostenibile. La sua competitività  si è molto indebolita, negli ultimi dieci anni».
Secondo lei i rendimenti tedeschi sui titoli di Stato così bassi potrebbero essere un sintomo che il mercato scommette su un “supereuro”, su un euro dei Paesi forti?
«I rendimenti sui titoli tedeschi sono effettivamente schiacciati da una estrema avversione al rischio e ritengo questa dinamica esagerata».
La Finlandia può uscire dall’euro?
«Se oggi guardiamo all’utilizzo dell’euro come moneta mondiale di riserva, ha un’estensione molto maggiore della somma delle valute europee che c’erano prima. I vantaggi ci sono per tutti».

Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa”)

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PROMESSE DA MARINAIO: A NAPOLI I CONSIGLIERI COMUNALI PROMETTONO DI DEVOLVERE IL GETTONE AI TERREMOTATI, POI LA META’ NON LO VERSA

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

DOVEVA ANDARE AI CITTADINI EMILIANI COLPITI DAL SISMA: 100 EURO DA OGNUNO DEI 48 MEMBRI … MA IN 21 NON HANNO ANCORA FIRMATO PER CONSENTIRE IL PRELIEVO

Modena chiama, Napoli risponde. Ma solo a metà .
Per i terremotati dell’Emilia il Consiglio comunale della città  partenopea ha deciso di devolvere un gettone di presenza dei 48 eletti del popolo: valore, 100 euro ciascuno.
La raccolta fondi è partita 10 giorni fa, ma quando ne mancano quattro al termine quasi la metà  dei consiglieri non ha ancora dato l’ok.
“Non sapevamo di dover andare a firmare di persona in ragioneria”, si giustificano in molti.
La lista che gira in queste ore tra i corridoi del Palazzo è diventata la cartina dell’imbarazzo: 21 consiglieri comunali su 48 non hanno ancora concesso il loro gettone di presenza.
Quasi la metà  degli eletti, gli “sbadati della beneficenza”: i 6 di Federazione della Sinistra, i 4 del Pd e altri 10 sparsi tra Pdl, gruppo misto e sigle di opposizione.
Corrono voci, covano sdegni e nelle ultime ore c’è chi si precipita a firmare. Sarebbero altri 7 i consiglieri ad aver sanato nelle ultime ore il loro debito con la coscienza, per cui da 21 passerebbero a 14 quelli che non hanno ancora donato il loro gettone per la “tragedia dell’Emilia”.
E c’è tempo solo fino a martedì 10 luglio, termine ultimo.
In tanti non si sono ancora decisi.
Semplici ritardatari o portoghesi della politica?
Il fatto è che l’adesione era stata data da tutti i gruppi in Aula il 19 giugno, senza bisogno di una votazione, tanto che fu ritirato anche un ordine del giorno, a firma di un esponente dell’opposizione, visto che alcuni consiglieri avevano già  avviato l’iniziativa, dando il loro assenso agli uffici del Consiglio. Inutile “sancire la beneficenza”: ogni singolo consigliere sarebbe di lì a poco passato in segreteria e con una firma avrebbe offerto un contributi per l’Emilia.
Con il prelievo del gettone pronto a scattare sullo stipendio di fine luglio.
Ma dopo le buone intenzioni troppi di quei consiglieri non si sono più fatti vedere.
E tra loro c’è chi se la prende con gli uffici del dipartimento del Consiglio: colpa di segretari e amministrativi se i politici dimenticano.
“Solo ieri — attacca Ciro Fiola, capogruppo del Partito democratico — ci hanno mandato dagli uffici del Consiglio i fogli per sottoscrivere la donazione. Lo faremo entro martedì”.
A contestare la procedura è anche il capogruppo della Federazione della sinistra, Sandro Fucito: “Una modalità  assurda, mai vista. Sono andato proprio ieri a prelevare i moduli di sottoscrizione per i miei sei consiglieri. Non sapevamo di dover andare di persona per dare l’assenso alla donazione. Di solito, il presidente del Consiglio legge due righe in Aula e tutto avviene in automatico”.
Ma negli uffici di via Verdi, sede del Consiglio, non mancano le stroncature: “Quando devono riscuotere i fondi per i gruppi politici i consiglieri sono pronti a fare la fila fuori dalle stanze della ragioneria. Ora che devono rimetterci per beneficenza non si fanno vedere, latitano, e se la prendono con gli uffici che non li hanno avvertiti. Dobbiamo mica inseguirli”.
Tra i primi ad aver devoluto il gettone ci sono i 14 consiglieri dell’Italia dei valori e gli otto di ‘Napoli è tua’, la lista civica del sindaco Luigi de Magistris. Spiega il capogruppo Idv, Franco Moxedano: “La procedura è pubblica da 10 giorni: facemmo dei comunicati stampa, inviammo una nota al presidente del Consiglio Pasquino e addirittura si stava presentando un ordine del giorno in Consiglio prima della seduta di bilancio, ma ci sembrava pleonastico firmare, visto che noi dell’Idv avevamo già  dato l’autorizzazione agli uffici”.
Ora che l’imbarazzo è certo, nel Palazzo scommettono che tutti i 48 consiglieri saranno ligi al loro dovere.
Come a dire: quando non provvede, la Casta si ravvede.

Alessio Gemma
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TAGLI ALLA SPESA, LE 38 PROVINCE DESTINATE A SALTARE

Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile

SI AGGIUNGONO ALLE 10 CITTA’ METROPOLITANE… RIDOTTE DEL 50% SULLA BASE DI POPOLAZIONE ED ESTENSIONE

La sforbiciata alle 107 Province italiane deciso dal governo in sede di spending review terrà  conto di due criteri: l’estensione (probabilmente 3mila km quadrati) e la popolazione (numero di abitanti inferiore a 350 mila).
Il processo di revisione prevede però, entro la fine dell’anno, anche una fase di accorpamento (mediante una procedura che vede il governo trasmettere la propria deliberazione con i criteri esatti al Consiglio delle autonomie locali, istituito in ogni regione, che verrà  poi approvato dallo stesso Consiglio entro 40 giorni) ma, alla luce della definizione esatta dei parametri, è possibile stilare una prima lista delle Province che potrebbero essere oggetto di taglio.
Sono in tutto 38 le province con meno di 35omila abitanti e meno di 3mila chilometri quadrati che rischiano di saltare:
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VERCELLI,
ASTI,
BIELLA,
VERBANO-CUSIO-OSSOLA,
LECCO,
LODI,
ROVIGO,
GORIZIA,
PORDENONE,
IMPERIA,
SAVONA,
LA SPEZIA,
PIACENZA,
RIMINI,
MASSA CARRARA,
PISTOIA,
LIVORNO,
PRATO,
TERNI,
MACERATA,
ASCOLI PICENO,
FERMO,
RIETI,
TERAMO,
PESCARA,
ISERNIA,
BENEVENTO,
MATERA,
CROTONE,
VIBO VALENTIA,
CALTANISSETTA,
ENNA,
RAGUSA,
ORISTANO,
OLBIA TEMPIO,
OGLIASTRA,
MEDIO CAMPIDANO,
CARBONIA IGLESIAS

A questa lista vanno ad aggiungersi le Province, cassate, delle 10 città  metropolitane, vale a dire:
ROMA,
MILANO,
TORINO,
GENOVA,
VENEZIA,
BOLOGNA,
FIRENZE,
BARI,
NAPOLI,
REGGIO CALABRIA

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LA LEGA DI MARONI TAROCCA ANCHE LE FOTO SUL GIORNALE DI PARTITO: AL POSTO DI BRESCIANI INSERISCE GIBELLI

Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile

I MEDIA DEL CARROCCIO CANCELLANO LE TRACCE DEL SENATUR COME LA PRAVDA COMUNISTA: LA PADANIA RITOCCA LA FOTO IN PRIMA PAGINA SOSTITUENDO L’ASSESSORE REGIONALE E MEDICO DI BOSSI CON IL VICEPRESIDENTE DEL PIRELLONE

Arriva Roberto Maroni e la chiamano Lega 2.0 ma quel che appare più evidente, oltre al restyling online, è l’oscuramento dai siti e dai social media del partito dalla figura di Umberto Bossi.
Che in pratica è stato cancellato ridimensionato, se non scomparso del tutto
Al comizio dell’”orgoglio leghista” a Bergamo il neosegretario aveva imbracciato la scopa e garantito che avrebbe “fatto pulizia” all’interno del partito.
Ma la prima cosa che ha eliminato sono state le tracce del Senatur.
Un assaggio arriva da La Padania sabato 30 giugno, alla vigilia del congresso di Assago che avrebbe proclamato per alzata di mano il candidato unico.
In prima pagina una foto che testimonia l’accordo siglato a Bad ragaz in Svizzera sulla nascita della macroregione alpina che, spiega il quotidiano di via Bellerio, sancisce la “nascita di una nuova comunità  di lavoro destinata ad avere già  dal prossimo futuro un peso considerevole nell’Unione europea e non solo”.
Da sinistra nella foto Luca Zaia, presidente del Veneto, Andrea Gibelli, vicepresidente leghista della regione Lombardia, Umberto Bossi, Roberto Cota governatore del Piemonte e il suo capogruppo in regione Michele Marinello.
Peccato che Gibelli non abbia mai posato per quella foto.
Era presente all’incontro ma sulla prima della Padania e anche a pagina 9 dello stesso numero, finisce un fotomontaggio.
Nell’originale infatti al suo posto c’era Luciano Bresciani, assessore alla Sanità  della giunta Formigoni nonchè medico personale di Bossi.
Che sulle pagine del quotidiano è stato sostituito da Gibelli, considerato vicino al triumviro Calderoli.
Non un bossiano doc, insomma.
Un “ritocchino” che ricorda la prassi di rimozione della Pravda, il quotidiano espressione del regime comunista che dalle immagini cancellava le presenze “non gradite”.
La questione sarebbe — forse — passata inosservata, se Elena Artioli e Claudio Degasperi, rispettivamente consigliere provinciale e comunale della Lega di Bolzano entrambi presenti all’incontro, non avessero messo online le foto.
Da lì la rete, incluso il Corriere della Sera di domenica, ha smascherato il fotomontaggio.
Fonti vicine a Bresciani confermano che “nell’originale della foto c’era l’assessore e non Gibelli” e che Bresciani “ha incontrato il direttore della Padania Stefania Piazzo“.
Parlando con i leghisti della regione Lombardia, pare che il problema non sia affatto il fotomontaggio.
Anzi, quello sarebbe andato benissimo se solo fosse stato aggiunto Gibelli senza tagliare Bresciani.
“Ma l’assessore non si è offeso e non ha tempo da perdere. Anzi, una volta vista la prima della Padania si è fatto una bella risata”. Perchè, sostengono in Regione, a volere quel fotomontaggio non sono stati nè Bossi, nè Maroni nè Zaia.
Se in Regione Lombardia fanno spallucce davanti al photoshop, il consigliere Degasperi in un primo momento finge di non avere nemmeno pubblicato le foto su Facebook.
“Magari le ho messe sul mio profilo, non so. E se ce le ho comunque è un caso”.
Poi, alla richiesta del fattoquotidiano.it di potere vedere l’originale per verificare il fotomontaggio spiega: “Prima dovrei vedere cosa volete scrivere. E poi se sono sul mio profilo facebook, non sono pubbliche e le possono vedere soltanto i miei ‘amici’”.
Degasperi poi aggiunge che “un quotidiano che ne attacca un altro va contro l’etica della professione” e preferisce difendere il giornale di partito perchè, anche se è un fotomontaggio, “si tratta di una foto-verità ”.
“Gibelli in quel momento era un attimo al telefono per problemi famigliari — spiega il consigliere — ma serviva una foto istituzionale e allora hanno rimediato così. Formigoni se n’era già  andato ed era rimasto Gibelli che è vicepresidente. Non ci vedo nulla di male”.
Nessuna ombra sulla sostituzione del bossiano Bresciani, anzi, osserva Degasperi, quel che ha fatto la Padania è stata solo “un’ingenuità , visto che il fotomontaggio è fatto male, senza tecnica”.
Mentre i leghisti continuano a nicchiare sulle ragioni del photoshop prosegue la pulizia anti-Bossi anche dai siti istituzionali.
Nel restyling del sito ufficiale della Lega, il Senatur è stato ridimensionato in alto a sinistra col sigaro in bocca mentre sotto trionfano le immagini e i video del nuovo segretario.
Nell’era della sua, invece, campeggiava sulla homepage il suo mezzobusto col maglione verde.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CALAMITA’ NATURALI: LE OFFERTE DEI VENETI MAI ARRIVATE NEI PAESI COLPITI

Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile

SOLIDARIETA’, DONAZIONI BLOCCATE IN REGIONE DAL 2003… CIRCA 160.000 EURO GIACCIONO ANCORA IN UN CONTO UNICREDIT… CI SONO ANCHE I SOLDI PER L’ABRUZZO

Quando, il 26 dicembre del 2003, un terremoto distrusse l’Iran, Nassin aveva 6 mesi.
I soccorritori la trovarono tre giorni dopo, ancora viva, salvata dalle macerie dall’abbraccio della madre che aveva fatto scudo con il suo corpo.
All’epoca, coi veneti sotto choc per le immagini trasmesse dalle televisioni, la Regione diede il via libera al Centro regionale della Protezione civile di avviare una raccolta fondi. In pochi mesi vennero ricevute donazioni per oltre 112mila euro.
Oggi, per dare un’idea del tempo trascorso, quella neonata è una bimba di nove anni e magari, almeno per lei, il sisma che provocò 56mila morti è un’immagine sbiadita.
Ma a ricordare a Palazzo Balbi il disastro, resta il conto corrente aperto nel 2003. All’interno, ben custoditi dall’Unicredit, ci sono ancora quei 112mila euro, più i relativi interessi.
Di tutte le donazioni, in Iran non è arrivato un soldo.
Ma non è finita.
Passato un anno dal terremoto, i veneti si ritrovarono a guardare le immagini di un altro disastro naturale: lo tsunami che nel 2004 investì il sud Est Asiatico.
Il conto corrente venne subito riaperto e in pochi mesi arrivarono donazioni per quasi 44mila euro.
Quei soldi, almeno quelli, sono effettivamente stati consegnati all’ambasciata thailandese.
Quando? Solo pochi mesi fa, sette anni dopo il disastro.
Ai superstiti del maremoto è comunque andata meglio che ai terremotati dell’Abruzzo.
In quell’occasione, rispolverato il solito conto corrente, i veneti donarono 192mila euro. Di questi, 127mila sono stati consegnati dalla Regione per la sistemazione della chiesa di San Marco a l’Aquila.
I restanti 65mila euro sono ancora depositati, in attesa di servire alla ricostruzione dell’Abruzzo.
Ma quel «Conto di solidarietà » nel frattempo si è rimpinguato ancora.
Il terremoto ad Haiti del gennaio 2010, spinse i veneti a donare mille euro.
La stessa cifra pervenuta per aiutare le vittime dell’alluvione del Pakistan, pochi mesi più tardi.
Chi si aspettava che, per quanto pochi, contribuissero a regalare un po’ di speranza agli sfollati, rimarrà  deluso: sono ancora tutti nelle casse dell’Unicredit. In totale, nel conto corrente ci sono circa 160mila euro.
A confermarlo è l’assessore regionale alla Protezione Civile, Daniele Stival.
Che però assicura che si sta già  facendo tutto il possibile per far giungere a destinazione il denaro raccolto. «Per me è una spina nel fianco, che mi sono ritrovato quando mi è stata assegnata la responsabilità  del Centro regionale della protezione civile. Ne sono stato informato nel 2010, durante un Cda successivo all’alluvione, e da allora si sta facendo tutto il possibile per consegnare finalmente quei soldi ».
Perchè dietro questo scandalo, a detta della Regione, non ci sarebbe alcuna «distrazione» da parte dei funzionari di Venezia.
E neppure di tecnici e assessori dell’era Galan (visto che, a eccezione dell’alluvione in Pakistan, tutte le calamità  avvennero prima dell’elezione a governatore di Luca Zaia). «È colpa della burocrazia internazionale », chiosa Stival che, per ciascun dramma umanitario, ha una giustificazione per la mancata consegna delle donazioni.
A cominciare dall’Iran. «La situazione è surreale: i “paletti” fissati dall’embargo internazionale ci impediscono di consegnare quei soldi. La stessa Unicredit ci ha comunicato di non poter fare alcun trasferimento di denaro. Nei mesi scorsi la Regione ha individuato un’associazione che opera nel Paese, ma dobbiamo attendere il nullaosta della Farnesina, che abbiamo sollecitato a più riprese». La prospettiva non è rassicurante: «Per quanto ne so, quei soldi potrebbero restare bloccati anche per anni…».
La raccolta di denaro per operazioni di solidarietà , impone che la destinazione venga rispettata. «Quando ho proposto di dirottare i soldi del conto corrente per aiutare gli alluvionati mi hanno risposto che è illegale », precisa Stival.
Stesso problema per lo tsunami. «Ma almeno lì, nei mesi scorsi, siamo finalmente riusciti a consegnare il denaro. E non è stato affatto facile».
L’assessore è sconfortato. «C’è troppa burocrazia, è tutto estremamente complicato. Per l’Abruzzo, ad esempio, dobbiamo aspettare che il commissario per l’emergenza ci comunichi a cosa verranno destinati i 65mila euro ancora in cassa».
Se per Haiti l’intoppo starebbe nei ritardi coi quali l’organizzazione umanitaria contattata dalla Regione sta individuando il preciso utilizzo dei mille euro raccolti, per il Pakistan la difficoltà  sta a monte: non è ancora stata trovata l’organizzazione in grado di gestire i soldi.
«Forse l’abbiamo individuata, ma stiamo ancora facendo delle verifiche per accertarne l’affidabilità », garantisce l’assessore. Ora serve chiarezza. Che si tratti di malaburocrazia, o che qualcuno abbia delle responsabilità , magari solo di aver «dimenticato» l’esistenza di quel denaro o di non aver fatto tutto il possibile per consegnarlo agli sfollati, conta (e molto) per tutti quei veneti che da nove anni a questa parte hanno versato il proprio contributo nella convinzione che i soldi servissero ad aiutare dei disperati.
Anche Stival deve ammetterlo: «Se io, viste le difficoltà  burocratiche, darei il mio contributo di solidarietà ? Sinceramente ci penserei due volte…».

Andrea Priante
(da “il Corriere del Veneto“)

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I CONSIGLIERI RAI DELL’ERA MONTI: MENO SOLDI E NIENTE AUTO BLU

Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile

I MEMBRI DEL CDA NON AVRANNO NEMMENO L’UFFICO: SI ARRIVA IN VIALE MAZZINI, SI VOTA E SI RITORNA A CASA… IL COMPENSO SCENDE DA 98.000 EURO A 66.000

Da giovedì è nata la Rai dell’era post-Berlusconi. Cioè di Mario Monti.
A colpi di tagli.
Primo annuncio del rappresentante dell’Economia durante l’assemblea dei Soci: il compenso dei consiglieri scende da 98 mila euro annui a 66 mila.
Secondo annuncio: taglio di tre milioni annui alle spese del consiglio.
Addio auto blu, segreterie, assistenti, le stesse stanze.
Si arriva alla Rai con mezzi propri, si vota, si torna a casa.
Terzo annuncio: l’azionista «indica» ai consiglieri di affidare al presidente le deleghe per firmare contratti fino a 10 milioni di euro (su proposta del direttore generale, che mantiene il potere di spesa fino a 2.5 milioni) e per nominare direttori non giornalistici di prima e seconda fascia.
Consiglio ridimensionatissimo.
Guglielmo Rositani, consigliere uscente e rientrante del Pdl, ha fatto mettere a verbale che tutto ciò è «contra legem» e che sarà  il Cda a decidere «nella sua piena autonomia».
C’è chi lo interpreta come un avvertimento del centrodestra a Mario Monti e alla presidente designata Anna Maria Tarantola: se è così, addio al voto favorevole qualificato dei tre quarti della Commissione di Vigilanza, indispensabile per l’insediamento.
Martedì si vedrà : prima riunione del Consiglio e poi il consulto in Vigilanza.
Sarà  una votazione anche su Monti. Lui ha indicato la futura presidente, Anna Maria Tarantola, Banca d’Italia. Lui ha scelto il consigliere di amministrazione «in quota» ministero dell’Economia, Marco Pinto.
E ha designato il futuro direttore generale, Luigi Gubitosi.
Il gioco, sulla carta, è fatto: addio a maggioranze di centrodestra precostituite e prevedibili, non basteranno quattro consiglieri Pdl-Lega a dettare legge.
Addio a direttori generali (Mauro Masi, Lorenza Lei) espressi «in area» centrodestra-Berlusconi.
Ma l’orizzonte per l’insediamento, e per il futuro, è pieno di incognite.
Primo scoglio: appunto il voto in Vigilanza, pericolosissimo, potrebbe far saltare tutto.
Se mai Tarantola fosse bocciata, Rositani presiederebbe come consigliere anziano. Un disastro per Monti.
Poi i famosi 80 milioni di euro di pubblicità  in meno che, a fine 2012, la Rai si ritroverà  rispetto alle previsioni di fine 2011.
Nel taccuino di Anna Maria Tarantola campeggia intanto un interrogativo: come mai il complesso delle spese esterne Rai (appalti e affidamenti) supera il costo del lavoro interno, che non è altissimo?
Perchè la Rai produce internamente così relativamente poco e compra così tanto con un numero di dipendenti (10.500 circa) di tutto rispetto? Bel quesito.
Basterebbe citare il caso Sanremo.
Il responsabile della nuova direzione Intrattenimento, Giancarlo Leone, ha annunciato a febbraio che il Festival di Sanremo rientrerà  nelle produzioni interne Rai dopo quasi dieci anni di permanenza esterna in area Gianmarco Mazzi-Lucio Presta.
Operazione per la quale Leone si è battuto sfidando lobby interne. In molti hanno gridato al miracolo: reazione, vista con occhi non-Rai, incomprensibile.
Cos’altro dovrebbe fare una tv pubblica se non autoprodurre il principale show dell’anno?
Nell’era Tarantola-Gubitosi, per capirci, sarà  impossibile rivedere un caso come quello dei monologhi di Celentano: assurdo mistero sui contenuti e ridicola attesa del Verbo, buio sulla guida editoriale, grotteschi rimpalli di responsabilità , penosi carteggi interni tra dirigenti.
Tutto questo finirà .
Falsa anche l’idea che il team montiano non si stia ponendo il problema della qualità  editoriale dell’offerta.
Ci sarà , invece, una stretta sullo «stile» da servizio pubblico, soprattutto nei contenitori di intrattenimento dove l’abbonato ha assistito in diretta negli anni a cadute di gusto (magliette col doppio senso, parolacce, liti, risse selvagge, bestemmie, altre volgarità  di diverso tipo) inaccettabili persino per una tv di provincia. Figuriamoci per la Rai. E poi (come potrebbero mancare?) le nomine.
Di poltrone in discussione ce ne sono molte, per il tandem Tarantola-Gubitosi.
Se ne vedranno delle belle. C’è da giurarci.

Paolo Conti
(da “Il Corriere della Sera“)

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SCUOLE PARITARIE, NESSUNA ELARGIZIONE, ANZI I FONDI CALANO

Luglio 6th, 2012 Riccardo Fucile

CON UNA NOTA IRONICA IL MIUR SMENTISCE LE NOTIZIE SUGLI AUMENTI ALLE SCUOLE PRIVATE FATTE CIRCOLARE IN QUESTI GIORNI

Nella spending review non c’è alcun aumento di fondi per le scuole paritarie.
E non è una marcia indietro, ma proprio non è mai stato previsto nulla del genere come racconta in modo ironico oggi il Miur sul suo sito:
Spiega il ministero:
1) se pure esistesse la proposta di diminuzione della dotazione per le università , essa sarebbe comunque parte di un processo ancora in itinere, che deve esser preso seriamente, e dunque valutato alla fine;
2) il completamento della dotazione ordinaria delle scuole paritarie è tradizionalmente fatta prima dell’estate, quest’anno come ogni anno, ed il fatto che coincida temporalmente con la cosiddetta spending review ora in atto da parte del governo è del tutto casuale;
3) nel merito della somma, siamo poi comunque in presenza di una diminuzione della cifra destinata alle scuole paritarie, con una diminuzione delle risorse rispetto al 2011 ed una accentuata diminuzione prevista per il 2013.
E’ quindi del tutto privo di fondamento il collegamento tra le due somme, frutto di due processi amministrativi del tutto diversi per tempistica ed e impostazione, che non sono due vasi comunicanti bensì parte di due sistemi diversi. Così come è del tutto incongruo, peraltro, leggere la seconda cifra relativa alle scuole paritarie come preceduta da un segno “+” quando in effetti costituisce una diminuzione. ‘
Insomma i 200 milioni per gli istituti non statali fanno parte della quota annuale già¡ prevista per che ammonta in tutto a 500 mln e che è stata tagliata rispetto allo scorso anno, sostiene il ministero.
La conferma?
La protesta dell’Agesc, l’associazione dei genitori delle scuole cattoliche che lamentano un taglio di 60 milioni di euro. ‘I tagli determineranno la chiusura di numerose scuole paritarie, facendo venire meno la possibilità  di scelta delle famiglie, nello stesso tempo, provocando problemi occupazionali non indifferenti.’ , dichiara il presidente Roberto Gontero che aggiunge:’L’ulteriore riduzione della spesa per le scuole paritarie ci allontana sempre più dai contesti degli altri Paesi europei, dove la possibilità  di scegliere la scuola più adatta per i propri figli è sempre garantita ‘

(da “La Stampa“).

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