Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
VINCE FINI: DOPO GLI SCANDALI E LE POLEMICHE, I DEPUTATI TENTANO LA VIA DELLA TRASPARENZA…IL CONTROLLO TERZO SUI BILANCI PASSA ALL’UNANIMITA’
Nessun controllo esterno sui bilanci dei gruppi parlamentari. Ma era ieri.
Dopo le polemiche oggi la Camera, come del resto aveva auspicato il presidente Gianfranco Fini, ha votato all’unanimità perchè ci sia una verifica esterna.
I bilanci dei gruppi della Camera quindi saranno sottoposti al controllo di società di revisione esterne come stabilito dalla giunta per il Regolamento di Montecitorio.
Nel corso della riunione, a quanto si è appreso, si è deciso di approvare il testo dei relatori Gianclaudio Bressa (Pd) e Antonio Leone (Pdl) e integrarlo con il principio della verifica dei bilanci dei gruppi tramite una società esterna.
La riunione della giunta è stata sospesa dopo circa un’ora e aggiornata alle 15.30 per redigere il nuovo testo integrato del regolamento.
In ambienti parlamentari si parla dell’ipotesi di individuare un’unica società esterna che sarebbe scelta dall’ufficio di presidenza della Camera attraverso attraverso una gara.
”Ho apprezzato molto questa nuova posizione di trasparenza che ha intrapreso il presidente Fini. Penso però – afferma il deputato del Pdl, Guido Crosetto – che il percorso verso la trasparenza passi non attraverso la certificazione dei bilanci dei gruppi, ma attraverso una cosa più seria: la pubblicazione su internet di tutte le spese anche della stessa Camera e dei gruppi. Così magari tutti i cittadini e gli stessi parlamentari, ai quali oggi non è consentito, potranno verificare singolarmente ogni spesa effettuata con denaro pubblico”.
Ma sul provvedimento votato non tutti erano d’accordo: “Sono nettamente contrario. Per quale motivo dobbiamo farci controllare dall’esterno?” diceva questa mattina il senatore del Pdl, Altero Matteoli.
“Noi dobbiamo dimostrare di saperci controllare da soli, senza bisogno di metterci nelle mani degli altri. Non facciamo demagogia. Fini sbaglia a dire che ci devono controllare gli altri. Dobbiamo controllare da soli e dimostrare alla pubblica opinione che i soldi che percepiamo per il funzionamento della politica sono spesi bene e proprio per questo fine”.
Diciamo un Matteoli in versione umoristica
La Lega, partito stravolto dallo scandalo sui fondi usati dalla famiglia Bossi, invece avrebbe voluto andare anche oltre la verifica esterna.
Non basterebbe un controllo puramente contabile dei bilanci dei gruppi parlamentari da parte di una società di certificazione esterna, ma servirebbe anche un “codice di principi con le spese ammissibili” redatto dalla Corte dei Conti secondo il capogruppo del Carroccio, Giampaolo Dozzo.
Domanda spontanea: perchè non hanno pensato prima?
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
CACCIATO DAL SINDACO DI ROMA ALEMANNO, L’ESPONENTE DI FLI SVELA: “FUORI DALLA GIUNTA PERCHE’ NON ERO D’ACCORDO SU CERTE PRATICHE”… RIMBORSI SPESE PER CHI DICE DI VIVERE FUORI CITTA’ E ASSUNZIONI TAROCCATE
Sono diverse le pratiche messe in campo da consiglieri comunali e municipali per ottenere
benefici e soldi oltre quelli previsti.
Meccanismi, escamotage, che Umberto Croppi, oggi direttore della Fondazione Valore Italia, uomo forte di Fli, ha visto e conosciuto quando occupava il ruolo di assessore alle Politiche culturali nella giunta comunale del sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Si parte dal rimborso spesa chilometrico: “Quando il consigliere comunale o municipale viene eletto si prende la residenza in comuni distanti dal capoluogo per prendere il rimborso chilometrico. Rimborsi che vengono commisurati al numero di riunioni a cui si partecipa e questo — continua — produce l’aumento di commissioni e del numero di riunioni, spesso inutili”.
L’altro meccanismo è farsi assumere da un’azienda dopo l’elezione così che lo stato possa pagare l’azienda per le ore non lavorate in base all’impegno pubblico.
Croppi spiega che dietro la sua estromissione dalla giunta Alemanno c’è anche la divergenza con il sindaco su queste pratiche: “La mia uscita dalla giunta Alemanno coincide con la parentopoli. Alemanno alla fine è rimasto succube delle pressioni dei gruppi — afferma -, dell’equilibrio interno al consiglio comunale che è dettato da logiche di questo tipo”.
E sul caso Fiorito in Regione Lazio aggiunge: “Non è un caso singolo, ma prassi consolidata. Siamo sicuri che sia l’unico ad aver comprato l’auto con i soldi del gruppo?”
Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
“MAI RIUSCITO L’AMALGAMA TRA EX AN ED EX FORZA ITALIA”…”NEL LAZIO ERA UNO SCANDALO ALLA LUCE DEL SOLE, TANTI SAPEVANO”
Lunedì mattina è finita con la macchina in una voragine mentre accompagnava il figlio a scuola. Un tombino ha ceduto in via Spallanzani a Roma e Alessandra
Mussolini c’è affondata dentro con tutte le ruote. In quel momento ha capito che non era quello l’unico buco nero della sua vita. “Con quel che è successo al Pdl nel Lazio
è franato un mondo, ora ci finiremo tutti”.
Onorevole, questo scandalo non assomiglia di più a una guerra tra bande, ex An contro ex Forza Italia?
È chiaro che la bomba è scoppiata in un momento di crisi tra due realtà .
Di chi è la colpa?
La scissione di Fini ha lasciato delle conseguenze.
Ancora lui?
Parte da lì. E da un’amalgama mal riuscito tra i due ex partiti in alcuni territori.
Tipo nel Lazio.
Siamo stravolti. Ma come si possono fare delle cose così grossolane nel momento in cui la gente chiede assoluta trasparenza?
Già , come si fa?
Danno la colpa a Piero Marrazzo per aver diminuito i controlli, ma mica ci devono essere i controlli per non rubare. Non devono rubare e basta.
Limpido. Ma secondo lei perchè non denunciava nessuno, erano tutti conniventi?
Sapevano, perchè la modalità di spartizione del denaro pubblico era uno scandalo alla luce del sole.
Che andava bene a tutti.
La sensazione è quella. Neanche gli altri partiti sono intervenuti.
Renata Polverini doveva fare un passo indietro?
Credo che deciderà a seconda di come si metterà la situazione, ma ha reagito a testa alta. Lei è una realtà a se stante, aspettate e vedrete.
Grandi manovre.
È tutto in movimento. L’unica consolazione di questa storia è che alla fine si sono auto-denunciati senza aspettare che arrivasse la magistratura.
E a quel punto sono volati gli stracci tra colleghi di partito.
Conseguenze di un’unione venuta male.
Paventa la scissione?
Per carità , a chi conviene andarsene in un momento di crisi? Guardate che fine ha fatto Fini con il suo gruppo di deputati, sta al 2% se ci arriva.
Scommetto non le dispiace. Che conseguenze allora per il Pdl nazionale?
Pesantissime. La gente sente parlare di Pdl alla tv e non fa distinzioni.. Poi, dopo i casi Lusi e Belsito, diventa tutto un calderone. Eravamo già in difficoltà con le dimissioni di Berlusconi, il governo Monti e l’Italia dilaniata dalla crisi.
Vi serve una faccia nuova?
Per carità , se significa avere un altro Renzi proprio no.
Vi rottamerebbe?
Ma lui è da rottamare. Chiede trasparenza e poi è il meno trasparente di tutti, sul suo sito non c’è una riga sui costi di questa campagna.
Sempre e solo Berlusconi?
Condivido in pieno la sua pausa di riflessione. Così come le due ultime uscite su Imu e fiscal compact. È tutto così indeciso, dalla legge elettorale in giù, che non si può prevedere quel che succederà . Ormai noi politici siamo estremamente volubili, quasi vapore acqueo… il rischio è quello di una bella sublimazione e spariamo tutti. Non si può più sbagliare.
Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL SUO AVVOCATO: “FIORITO NON VUOLE ESSERE IL CAPRO ESPIATORIO, IN QUEL PORCILE SGUAZZAVANO TUTTI”
Arriva il giorno del redde rationem. Dell’apertura del pozzo nero in cui galleggia
minaccioso Franco Fiorito.
L’ex capogruppo e tesoriere del Pdl alla regione Lazio, l’uomo che ha svuotato i conti del partito, è pronto a sostenere oggi l’interrogatorio con il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il sostituto Alberto Pioletti che procedono nei suoi confronti per peculato.
Dunque, a seppellire sotto una colata di fango quel poco che resta della credibilità politica della giunta Polverini e l’indignazione di chi gli è stato compagno di merende e oggi lo schizza come un appestato.
Del resto, se hanno un senso le parole che, a sera, il suo avvocato Carlo Taormina scandisce al telefono, che il passaggio si annunci cruento non è una possibilità , ma una certezza. “Vedo – dice – che la Polverini, l’ex ministro Meloni e molti altri parlano di tumore, di rubagalline, di calci sui denti. E vedo che qualcun altro, come l’assessore al bilancio Cetica, tace. Pensano di riuscire a far credere che il porcile in cui sono stati, in cui i soldi del partito venivano spesi da qualcuno per andare a puttane, sia una faccenda che riguarda solo Fiorito. Hanno fatto male i loro conti. Siamo pronti a consegnare ai pm i documenti che provano cosa è stato questo Sistema”.
Nello scartafaccio della vergogna confezionato da Fiorito, il morto è dunque pronto ad afferrarsi ai vivi.
O a chi ancora appare tale. Con un solo caveat. Che all’interrogatorio fissato per oggi dia semaforo verde il procuratore Giuseppe Pignatone, che solo questa mattina scioglierà con Caperna e Pioletti la sua riserva sull’opportunità o meno di ascoltare in questo momento l’uomo che può imprimere a questa storia un nuovo giro.
Un passaggio comunque cruciale.
Perchè se la Procura dovesse rinunciare all’interrogatorio, la circostanza avrebbe un solo significato: che il tempo da libero di Batman sta per finire.
Del resto, l’uomo non sembra avere ormai molto da perdere.
L’indagine della Finanza viaggia spedita. E il network di conti correnti utilizzato per svuotare le casse del gruppo Pdl va assumendo contorni sempre più nitidi.
La donna cui era cointestato il conto Unicredit della filiale 30302 Anagni-Casilina è la madre di Fiorito, Anna Tintori, classe 1947.
Un secondo conto Unicredit, acceso dall’ex tesoriere presso la filiale della stessa banca nel quartiere di Roma Eur, ha un saldo di 111 mila euro e di lì sembrerebbero essere usciti i soldi per l’acquisto della villa “sanata” al Circeo di cui Repubblica ha
dato conto ieri.
Altri due conti, dei cinque individuati in Spagna, erano cointestati al fratello di Fiorito, Andrea, e al padre, Giuseppe, scomparso recentemente, dopo aver vissuto a Tenerife.
E come per la madre, anche questi due conti hanno visto per due anni bonifici in entrata. Ma per cifre maggiori dei 4.190 e 8.380 che normalmente alimentavano la giostra.
Si tratterebbe infatti di operazioni sui 70 mila euro.
Fiorito disponeva e la famiglia o i famigli (come hanno confermato ai pm il cugino Pierluigi Boschi, suo primo segretario particolare, Bruno Galassi, che ne ha preso il posto, e il commercialista di fiducia Francesco Angelucci) obbedivano.
Restano invece domande su una parte del patrimonio immobiliare del nostro.
A Roma Fiorito si muove su due abitazioni certe (c’è chi parla di tre), una in via Catania, l’altra ai Parioli.
Ma di nessuna delle due risulta proprietario nè lui, nè il fratello, nè la madre.
E resta dunque da capire se le abiti da affittuario o altrimenti.
Carlo Bonini e Maria Elena Vincenzi
(da “La Repubblica”)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL NO ALLA CERTIFICAZIONE ESTERNA DEI BILANCI DEI PARTITI: UNA DELLE PAGINE PIU’ SQUALLIDE DELLA STORIA DELLA REPUBBLICA
La classe dirigente al crepuscolo ha vissuto ieri un’altra delle sue surreali giornate. La Giunta per il regolamento della Camera ha respinto la proposta del presidente Fini di affidare la certificazione dei bilanci dei gruppi parlamentari a una società esterna. Perchè scomodare degli estranei quando gli onorevoli deputati possono giustificare le proprie magagne benissimo da soli?
Tanto più che la certificazione esterna li obbligherebbe a garantire la tracciabilità delle spese.
Addio a contanti e fuori busta, e instaurazione della dittatura delle ricevute e delle carte di credito.
Una scelta da Paese civile, quindi oltremodo antipatica ma fortunatamente scongiurabile, a patto che il controllo venga lasciato a chi ha davvero i titoli per esercitarlo: i controllati.
Naturalmente non è questa motivazione prosaica ad avere impreziosito le relazioni dei membri della Giunta.
Essi hanno preferito appigliarsi alla Costituzione, alla democrazia e alla libertà .
Ma appena il frutto delle loro cogitazioni è finito sulle agenzie di stampa è scoppiato il pandemonio.
I più lesti ad accorgersene sono stati due democristiani — Casini dell’Udc e Franceschini del Pd — che fiutando la rabbia degli elettori di centro e di sinistra si sono affrettati a smentire i propri rappresentanti in Giunta, dicendo che mai e poi mai avrebbero accettato una simile riforma consociativa e che anzi si sarebbero adoperati per fare certificare all’esterno i bilanci dei loro gruppi parlamentari.
Nessun segnale apprezzabile è venuto invece dal Pdl, nonostante i suoi elettori siano persino più arrabbiati degli altri.
Il partito che fu di Berlusconi ha preferito osservare l’ennesimo minuto di silenzio in morte di se stesso.
Alla fine il nuovo strappo fra Palazzo e Paese è stato in parte scongiurato e, fra un inciampo e un tentennamento, la Casta continua la sua opera di redenzione fuori tempo massimo.
Cavour ammoniva che le riforme vanno fatte un attimo prima che i cittadini ne avvertano l’esigenza.
Invece l’autoriforma della politica sta avvenendo in ritardo, a singhiozzo, e solo per il costante stimolo dell’opinione pubblica.
Appena giornali e associazioni si distraggono un attimo, quelli ci riprovano.
E quando la magistratura scoperchia gli scandali come alla Regione Lazio, imponendo uno scatto quantomeno di dignità , alle promesse iniziali di sfracelli seguono brodini caldi che ancora qualche tempo fa ci sarebbero apparsi saporiti, ma adesso risultano inesorabilmente sciapi.
Se Renata Polverini avesse bloccato la proliferazione (con relativi benefit) dei gruppi consiliari composti da una sola persona o avesse tagliato le ventotto auto blu del garage laziale quando tutti glielo chiedevano, avrebbe raccolto consensi.
Oggi che di auto ne toglie ventitrè, i cittadini non applaudono.
Semmai guardano con dispetto alle cinque rimaste, immaginando che serviranno a saziare i bisogni mobili del presidente del Consiglio regionale Abbruzzese, quel tizio impermeabile alla vergogna che ha dichiarato al nostro giornale di avere urgente necessità di due vetture sovvenzionate dai contribuenti, una per muoversi a Roma nel corso della settimana e l’altra per curare il collegio elettorale di Cassino durante il weekend.
La sensazione è che, malgrado gli sforzi dei politici più avveduti, all’opera anche ieri, il rapporto di fiducia fra questa classe politica e il Paese sia saltato definitivamente. Ormai basta un equivoco o un dettaglio sospetto — il classico capello sulla giacca che allarma la moglie più volte tradita, dunque diffidente — perchè il disgusto, la nausea e la disistima tornino a prendere il sopravvento.
Il ricambio della nomenclatura di destra e di sinistra non è un capriccio populista, ma la condizione perchè gli italiani ricomincino a fidarsi dei loro rappresentanti.
Per tentare di restituire alla politica il prestigio perduto non è rimasto che un modo: cambiare le persone che la fanno.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
MENTRE DILAGANO GLI SCANDALI DAL LAZIO ALLA LOMBARDIA, LA MAGGIORANZA ALLA CAMERA AFFOSSA LE CERTIFICAZIONI INDIPENDENTI SUI BILANCI DEI GRUPPI…MEGLIO TENERLI SEGRETI
Non è bastato Lusi. E men che meno Belsito e Fiorito. 
Gli scandali percorrono la casta senza soluzione di continuità . E la casta risponde. Blindandosi ancora. Attraverso il rifiuto di controlli esterni sull’uso dei fondi pubblici destinati proprio ai partiti.
Per l’ennesima volta un provvedimento che tenta di sollevare il velo di opacità sui bilanci dei gruppi parlamentari viene respinto da chi dovrebbe diventare oggetto del controllo; sempre i partiti.
Così, proprio mentre Mario Monti, dopo il caso Fiorito e su sollecitazione del Quirinale, studia un decreto per mettere un freno all’uso improprio dei fondi pubblici destinati alle forze politiche, arriva dalla Camera la prima doccia fredda: non ci sarà alcuna società di certificazione a sorvegliare i bilanci dei gruppi parlamentari di Montecitorio.
Bocciata, dunque, la proposta fatta da Gianfranco Fini di ottenere maggiore trasparenza — e disincentivare le violazioni — mettendo nelle mani di un unico soggetto terzo la certificazione dei bilanci.
I partiti, così, si “autocontrolleranno” attraverso un organismo, interno alla Camera, che sarà chiamato a visionare annualmente i rendiconti e di cui faranno parte sempre parlamentari dei vari gruppi. Pd, l’Udc, Idv e Lega sostengono che faranno comunque rivedere il bilancio da una società esterna, ma a questo punto tutto resta, in pratica, come prima: controllori e controllati verranno incarnati dai medesimi soggetti, i partiti.
Il presidente della Camera, promotore dell’iniziativa, non si è dato per vinto. E ieri, in conclusione di un acceso dibattito d’aula, si è augurato che la Giunta (che si riunisce oggi) torni alle origini approvando il primo testo esaminato, quando si parlava appunto di certificazioni esterne, ma sembra una speranza destinata a rimanere delusa. La stessa giunta, infatti, mercoledì scorso ha dovuto constatare che l’orientamento dei gruppi andava in direzione del tutto opposta ai desiderata di Fini in nome dell’autogiurisdizione degli organi costituzionali.
Che è un problema non facile da superare, ma con la volontà politica di tutti i partiti si potrebbe fare e oggi si vedrà se la pressione di Fini avrà sortito al suo scopo.
Le speranze, tuttavia, sono poche.
Nel nuovo regolamento, che dovrebbe essere varato, si esplicita anche una questione che dovrebbe essere ovvia, ossia che i fondi non possono essere usati per scopi privati o estranei all’attività parlamentare, ma dopo gli scandali, la sottolineatura di questo aspetto non appare affatto una ridondanza.
Per il resto, tutto potrebbe restare ancora una volta come prima. I risultati sono noti.
E il segnale è comunque pessimo.
L’ennesimo sul fronte casta, registrato come molto negativo anche a Palazzo Chigi. Dove Monti sta appunto studiando un provvedimento (forse anche un decreto) per dare un “segnale forte” contro la dilagante pratica dell’uso illecito del pubblico denaro.
Il premier, infatti, non è rimasto affatto impermeabile al caso Fiorito, anche se un’indignazione più forte della sua Monti l’ha sentita dal Quirinale.
Di lì la scelta di varare rapidamente una misura per far capire che il governo non sta a guardare e che, soprattutto, non chiude un occhio davanti agli scandali per non essere coinvolto.
Nelle corde di Napolitano c’è da tempo una particolare sensibilità legata al rischio che gli scandali e le inchieste sulla corruzione della classe politica (e, ovviamente, non solo) possano alimentare “la tendenza al voto populista” (identificato per lo più nella figura di Grillo piuttosto che in quella del Cavaliere).
Ecco, dunque, che subito dopo il colloquio con Napolitano, il premier ha chiesto un impegno ai partiti della maggioranza (“Abc”) per trovare un”intesa, innanzitutto tra le forze parlamentari, sulla destinazione dei rimborsi elettorali.
E i partiti, a quanto si è appreso, si sono riservati di dare una risposta a breve, ma è indubbio che il percorso di Monti è in salita.
La determinazione del premier, però, è nota.
E in questo caso, il suo punto di riferimento resta il ‘rapporto Amato’. Oltre ad una ulteriore possibile riduzione dei fondi, sul tavolo c’è la questione del controllo delle risorse e l’eventualità che ci sia un organismo di controllo che certifichi le spese.
Cioè che sia certificato ogni capitolo di spesa, dai volantini ai filmati, dagli opuscoli alle manifestazioni elettorali.
Dove non c’è l’autodeterminazione alla legalità , dunque, potrebbe arrivare il governo. Il tutto potrebbe essere già pronto per il consiglio dei ministri di venerdì, ma molto dipenderà anche dall’eventuale escalation in Regione Lazio.
La Polverini, d’altra parte, ha già pronta una bella candidatura nelle file dell’Udc (che lei nega) e potrebbe non voler resistere a lungo alle spallate della giustizia sulla Pisana.
E anche per avere lumi a riguardo, Monti attende la determinazione della sua maggioranza.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile
PER IL CANDIDATO APPOGGIATO DA FLI “MEGLIO NOMI CHE NON RICORDINO LA MAFIA”…. PER LUI I DUE MAGISTRATI UCCISI DALLA MAFIA SONO FIGURE NEGATIVE: COME PUO’ IL PARTITO DELLA LEGALITA’ ( COME AMA DEFINIRSI FLI) PORTARE COME PRESIDENTE DELLA REGIONE UN PERSONAGGIO DEL GENERE?
Il candidato alla presidenza della Regione insiste: “Falcone e Borsellino? Sbagliato intitolare a loro l’aeroporto, io lo l’avrei intestato ad Archimede o qualche figura che non ricorda la mafia”
Lo aveva già detto in occasione dell’intitolazione, adesso Gianfranco Miccichè ribadisce il concetto che il nome dei due eroi palermitani per eccellenza, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non doveva essere legato all’aeroporto di Palermo per il retaggio sulle stragi di mafia.
“Continuo ad essere convinto che intitolare l’aeroporto di Palermo a Falcone e Borsellino, significa che ci si ricorda della mafia”- ha detto il candidato alla presidenza della Regione in un’intervista televisiva a Sky Tg 24 – L’aeroporto di Palermo lo intitolerei ad Archimede o ad altre figure della scienza, figure positive”.
“Ritengo, comunque, che sia una scelta di marketing sbagliata, per un territorio a vocazione turistica come il nostro, intitolare un luogo di partenza e arrivo come l’aeroporto alla memoria dei propri caduti.
Il commento del ns. direttore
Il cocainomane (per sua stessa ammissione in un verbale di polizia) Miccichè stavolta ha passato il segno della decenza.
Non tanto e non solo per avere ripetuto un concetto che aveva già espresso in passato circa la sua contrarietà alla intitolazione dell’aeroporto di Palermo a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino, ma per le motivazioni che ha addotto a tale sua tesi:
1) Il fatto che i due “ricordano la mafia” e quindi ciò sarebbe disdicevole per l’immagine della Sicilia. Notoriamente per Miccichè la mafia non esiste: è la stessa posizione dei mafiosi che tendono ad accusare chi denuncia la criminalità organizzata nell’isola come “gente che parla male della Sicilia”.
2) Sostenendo che l’aeroporto andrebbe intitolato a “figure positive”, Miccichè fa intendere che i due giudici che hanno sacrificato con la vita la loro dedizione allo Stato fossero “figure negative”, il che è semplicemente schifoso e indegno di un parlamentare della Repubblica, figurarsi di un candidato a governatore della Sicilia.
3) Miccichè parla di marketing e di turismo come se non esistessero valori etici da ricordare e prendere ad esempio, ma solo la presunta convenienza economica.
4) E’ vergognoso che un partito come Futuro e Libertà che nel manifesto di Bastia Umbra poneva la legalità come base del proprio agire politico e che ogni anno commemora il sacrificio di Paolo Borsellino, si sia ridotto ad appoggiare come candidato alla presidenza della Regione un figuro del genere
5) E’ penoso che qualche esponente di Fli parli di “liste pulite” e invochi “per usum coglioni” il criterio della legalità e dei valori morali nella scelta dei candidati in lista.
Se ci credessero davvero il primo da escludere sarebbe stato proprio Miccichè, ma evidentemente in Fli la dignità conta meno della poltrona.
Altro che “tattiche” e “dinamiche”, tutte stronzate: ci sono valori su cui non si può barattare la propria coscienza con meschini interessi personali o viltà .
Soprattutto se la difesa di quei presunti valori sono richiamati nel manifesto programmatico del partito.
E’ la coerenza che alla lunga paga, non i compromessi e gli errori di campo.
Ha deciso Fini l’alleanza con un inquisito per mafia e con Miccichè?
Bene, Fini ha fatto una cazzata, non sarebbe la prima.
E’ stato costretto a questa scelta per evitare di scomparire?
Responsabilità sua, se Fli avesse continuato a fare politica sulla traccia del manifesto di Bastia Umbra non sarebbe stato un problema superare da soli la soglia del 5% di sbarramento.
Sono stati i consiglieri regionali uscenti a premere per Miccichè candidato di Fli a governatore, pensando di avere così più chances per mantenere la poltrona?
Bene, mandateli a casa insieme a Miccichè: castigarne uno per educarne cento.
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Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO L’APPARENTE USCITA DI SCENA DEL PADRE INDAGATO PER MAFIA, ECCO SPUNTARE IL FIGLIO STUDENTE VENTITREENNE
«Liberi di crederci» ma anche la Sicilia avrà il suo «trota». 
Dopo l’apparente uscita di scena del governatore Raffaele Lombardo ora è il turno del figlio.
Toti, studente universitario di 23 anni, scende in campo in vista delle prossime elezioni regionali con la lista dell’Mpa che sostiene il candidato presidente Gianfranco Miccichè.
Lo slogan che ha scelto è appunto «liberi di crederci».
FAMIGLIA IN POLITICA
E così la saga dei Lombardo in politica continua. Alla scorsa tornata elettorale il governatore siciliano fece candidare il fratello Angelo contemporaneamente alle elezioni per la Camera dei Deputati e a quelle per la Regione Siciliana.
E, manco a dirlo, con quel cognome pesante Lombardo, Angelo, venne eletto a Roma e Palermo, optando poi per il parlamento nazionale che a differenza di quello regionale concede come benefit anche l’immuinità . Non si sa mai!
E in effetti quando nella primavera del 2010 i due fratelli Lombardo rischiarono l’arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa Angelo era paradossalmente più al sicuro del fratello maggiore e dante causa Raffaele.
INDAGINI PER MAFIA
Il rischio manette sembra ormai definitivamente passato, ma non quello del processo per mafia che i due fratelli Lombardo dovranno affrontare dopo che il Gip di Catania ha respinto la richiesta di archiviazione presentata dalla procura imponendo l’imputazione coatta.
Ma anche se azzoppato Raffaele Lombardo è ancora nel pieno delle forze (politiche) ed anzi molti lo considerano il vero burattinaio delle imminenti elezioni regionali del 28 ottobre prossimo giocando, come nel suo stile, su più tavoli.
Anche se ufficialmente appoggia Miccichè i suoi baffetti fanno capolino anche dietro la candidatura di Rosario Crocetta, l’ex sindaco di Gela ed esponente del Pd, partito con il quale negli ultimi anni Lombardo ha governatore la Regione Siciliana dopo aver abbandonato la maggioranza di centro-destra che lo aveva eletto alla Regione.
Pare che qualche suo uomo sia infiltrato anche nelle liste che sostengono il candidato del Pdl Nello Musumeci.
E in ogni caso le truppe dell’ex governatore sono ancora in grado di determinare l’esito delle prossime elezioni.
MAI CANDIDATO
Ma Lombardo non si accontenta di manovrare dietro le quinte e dunque mette in pista il figlio, studente di giurisprudenza a Roma.
Eppure appena qualche mese fa aveva negato categoricamente questa possibilità .
«È una sciocchezza» rispose a chi gli chiedeva esplicitamente dell’imminente candidatura del figlio.
«Non è nei progetti miei, ma soprattutto – spiegò – non è nei progetti di mio figlio, lo dicono solo per fare spaventare i candidati delle nostre liste».
Ma evidentemente ha cambiato idea mentre tra i candidati nelle liste dell’ex governatore serpeggia lo spauracchio di restare al palo dovendo contare su un seggio in meno per fare posto al «trota» siciliano.
FIGLIO-EREDE
Non potendo scendere in campo nè lui nè il fratello ecco dunque venir fuori il figlio Toti, che ha già maturato la sua esperienza elettorale in ambito universitario.
Tra i colleghi e coetanei è molto apprezzato per intelligenza, capacità di fare squadra e sicuramente non ha una personalità paragonabile a quella del «trota» Renzo Bossi. Piuttosto sembra un degno erede del padre, capace di prenderne il testimone e gestire il vasto patrimonio di consensi elettorali: con l’occhio sveglio e persino una smaccata somiglianza.
Insomma non si tratta di storie di «trota» quanto piuttosto di trame da Vicerè di Sicilia che non mollano mai il potere, anche quando dicono di farlo.
Alfio Sciacca
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 18th, 2012 Riccardo Fucile
E’ IL PAESE EUROPEO DOVE SONO CRESCIUTE DI PIU’…A MILANO E NAPOLI UN VERBALE OGNI 10 SECONDI
Importi raddoppiati, crescite vertiginose del numero di telecamere e rilevatori, una contravvenzione ogni 10 secondi.
L’Italia detiene un record non proprio invidiabile: quello degli aumenti delle multe, +1.512% in 10 anni.
Un salasso.
Numeri che arrivano da uno studio del Centro Studi e Ricerche Sociologiche «Antonella Di Benedetto» di Krls Network of Business Ethics per Contribuenti.it. L’amaro verdetto è arrivato dopo aver elaborato i dati delle polizie municipali e quelli di diversi Stati europei.
LA MAGGIORANZA FA RICORSO
Nello «spread» delle multe l’Italia stacca tutti: la Romania, infatti, è al secondo posto a distanza siderale con +341%.
Dietro ci sono Grecia, Bulgaria ed Estonia, mentre in Francia e Spagna la crescita si è fermata al 46 e 44%.
In Inghilterra e Germania, poi, gli incrementi sono stati del 38 e del 23%.
Ma è la Svezia a piazzarsi in ultima posizione con il più modesto degli aumenti.
Ma il boom italiano è solo frutto dell’indisciplina automobilistica?
Su questo l’indagine non si esprime limitandosi a fornire i freddi numeri: nel nord-est si è registrato + 1.534% contro il 1.515 del Centro e il 1.501 del Nord Ovest. Impressionanti altri dati: a Milano e Napoli telecamere e vigili producono un verbale ogni 10 secondi, a Roma, Torino e Venezia ogni 12.
Secondo Vittorio Carlomagno presidente di Contribuenti.it «solo due italiani su dieci pagano la multa senza contestazione, mente l’88% impugnano il verbale innanzi al Prefetto o al Giudice di pace, ed è un’altro primato negativo per il nostro paese».
Un fenomeno che potrebbe essere quando entreranno in vigore alcune modifiche al Codice della Strada, in discussione in Parlamento: taglio del 20% a chi paga la contravvenzione entro 5 giorni dalla notifica.
(da “Il Corriere della Sera“)
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