Destra di Popolo.net

LE SPESE D’ORO PER GLI ASSESSORI, OLTRE 5 MILIONI L’ANNO AI TECNICI

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

ECCO TUTTI I CONTI PER LA “SQUADRA” DELLA POLVERINI…SOLO UNO DEI QUINDICI ASSESSORI ELETTO DAI CITTADINI…SONO 17 I CAPIGRUPPO, OTTO FORMAZIONI COMPOSTE DA UN SOLO CONSIGLIERE

Cinque milioni di euro all’anno paga la Regione Lazio per i 14 assessori chiamati dall’esterno. Solo uno dei 15 uomini della giunta è stato eletto dai cittadini.
È un altro primato del Lazio: in Lombardia, 4 su 16 sono gli assessori nominati.
C’è dunque un esecutivo di tecnici nella Regione della capitale? Non sembrerebbe a scorrere il curriculum degli uomini di giunta.
Molti sono i “bocciati senza esami” alle regionali 2010, quando la lista del Pdl venne esclusa, complice l’attacco di fame di quell’Alfredo Milioni che, a ridosso del time out per la consegna dei nomi dei candidati, se ne andò a mangiare un panino.
I vitalizi
Non è l’unico regalo della governatrice Renata Polverini ai suoi fedelissimi. Dopo l’annuncio dell’abolizione dei vitalizi (da 3.100 euro mensili agli oltre 5mila) per la legislatura prossima, la presidente ha voluto una norma che garantisse una pensione d’oro agli assessori non eletti. Con costi che il gruppo dei Radicali stima in un milione di euro all’anno.
Tutti graduati
Con buona pace di tutti, non c’è consigliere senza gradi. Per i 71 eletti del Lazio sono 79 le poltrone occupate tra presidenze, vicepresidenze di commissione e segretariati d’aula.
Posti che valgono prebende ed emolumenti aggiuntivi a una retribuzione mensile di oltre dieci mila euro.
Così nel Lazio, con la metà  degli abitanti della Lombardia (5 milioni contro 10), i consiglieri regionali incassano una retribuzione doppia di quella dei loro colleghi del “Pirellone”(10 contro 5mila euro).
E di cariche, in molti ne cumulano più d’una. Ecco così 4 segretari del Consiglio, 20 presidenti e 57 vice per le 19 commissioni (ce ne sono 8 in Lombardia, 15 per Camera e Senato) e per il comitato di controllo contabile.
Le commissioni erano 20 a fine maggio quando fu abolita quella per i Giochi Olimpici che ha resistito comunque quattro mesi dopo il ritiro della candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020.
20 milioni
Tra le altre cariche ecco quelle dei capigruppo, 17 in tutto.
Ma sono 8 i gruppi costituiti da un solo consigliere (5 di questi non sono stati neanche legittimati dal voto popolare) e costano sui 20 milioni all’anno.
Tutti i consiglieri, oltre alla diaria (4.252 euro al mese) e all’indennità  di ruolo (4.003), godono dell’indennità  di funzione che va dai 2.311 euro per il presidente del Consiglio, Mario Abruzzese, al minimo dei 594 euro dei vicepresidenti di commissione.
Rimborsi spese
Tanti annunci, ma stipendi, vitalizi e indennità  sono rimasti gli stessi.
I rimborsi spese, invece, ritoccati all’insù per gli spostamenti con auto propria (40 centesimi al chilometro), continuano a essere corrisposti senza ricevute.
Basta l’autocertificazione. Si dichiara, per esempio, di aver trasferito il domicilio ai confini del Lazio nord o di quello meridionale e si lucra ogni giorno su carburante e usura auto. Ma sul “730”, oltre la metà  dei consiglieri dichiara di non possedere una macchina e c’è chi non ha neanche la patente.
335mila euro
Conti alla mano, la Cisl Lazio stima che un consigliere valga quanto un appartamento, 335mila euro all’anno, il 20% in più rispetto al 2009.
Sono lievitati di 5 milioni e 300mila euro, passando dai 109 milioni 700mila ai 115 milioni. Sarebbero dovuti scendere a 103: uno scarto di 9 milioni.
Solo per le spese di manutenzione degli immobili che ospitano il Consiglio, la Regione spende 10milioni di euro all’anno.
Le consulenze esterne
Con una delibera approvata da maggioranza e opposizione, è stato speso in sei mesi un milione 60mila euro per affidare a 45 esperti “bipartisan” tra i quali vari ex assessori ed ex consiglieri regionali, «studi dei regolamenti regionali», «progetti di finanza attiva», «cura della comunicazione per il garante dei detenuti» e via elencando.

Carlo Picozza e Laura Serloni
(da “la Repubblica“)

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SONDAGGIO IPR: PIU’ FIDUCIA IN MONTI, MENO NEL GOVERNO

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

IL PREMIER SALE DI GRADIMENTO E TOCCA IL 52% CONTRO IL 49% DI LUGLIO… I MINISTRI CONVINCONO INVECE SOLO IL 37% DEGLI ITALIANI…”SI PREMIA LA PERSONA, NON I PROVVEDIMENTI PRESI”

Cresce la fiducia degli italiani in Mario Monti, diminuisce quella nel suo governo.
E’ il paradosso che emerge dall’ultimo rilevamento di Ipr Marketing per Repubblica.it. Dalle risposte del campione di mille persone consultato per via telematica e rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne, il gradimento nei confronti del presidente del Consiglio risulta pari al 52%, ben tre punti in più dell’ultimo sondaggio effettuato il 12 luglio e addirittura sei in più rispetto al 18 giugno.
I punti guadagnati dal Professore nel corso dell’estate sono esattamente gli stessi che perde il suo governo.
Gli italiani che sostengono di avere “molta/abbastanza” fiducia nell’esecutivo dei tecnici scendono infatti dal 40 al 37%, il minimo dallo scorso dicembre, quando era nientemeno che al 54%.
Il dato che riguarda Monti, fanno notare dall’Ipr, è “un risultato di tutto rilievo in un momento di crisi”.
“E’ come se per gli italiani ci fossero due giudizi contrapposti e solo in parte contraddittori”, sottlineano ancora dall’istituto.
“Da una parte si premia la ‘persona Monti’, la sua esperienza e la sua volontà  di salvare l’Italia, dall’altra evidentemente i giudizi negativi sui provvedimenti del governo nonchè l’aumento della coflittualità  sociale e della disoccupazione determinano un giudizio altamente puntivo nei confronti del governo”.
Insomma è come se in Monti fosse vista una “figura terza” anche nei confronti della squadra da lui capeggiata.
Squadra di cui solo il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri continua a convincere la maggioranza degli italiani.
Il suo indice di fiducia è infatti al 50%, anche se in caduta di tre punti rispetto a luglio. A seguire viene il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, che passa dal 48 al 46% scontando probabilmente la maldestra gestione degli spinosi dossier Alcoa e Fiat.
Unici ministri in ascesa sono Andrea Riccardi (46%, +1%) e Corrado Clini (37%, +2%).
Del responsabile dell’Ambiente è stato apprezzato evidentemente il comportamento nel caso Ilva dello scorso agosto.

(da “la Repubblica”)

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LA7, MEDIOBANCA SCARTA MEDIASET

Settembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

L’ADVISOR DI TELECOM: RISCHI DI CONCENTRAZIONE

Colpo di scena nella cessione di La7.
Mediobanca, l’advisor di Telecom Italia Media per la vendita della società  televisiva, ha negato i “dati sensibili” a Mediaset perchè l’eventuale acquisizione avrebbe fatto sorgere problemi di concentrazione sui mercati della raccolta pubblicitaria.
Ma il gruppo di Berlusconi potrebbe comunque fare un’offerta.
Nella vicenda Mediaset-La7 si registra un primo colpo di scena.
Mediobanca, advisor di Telecom Italia Media per la vendita della società  televisiva, non ha inviato il cosiddetto “information memorandum” alla società  di Silvio Berlusconi che ne aveva fatto richiesta.
Gli uomini di piazzetta Cuccia hanno ritenuto che un eventuale acquisizione di La7 e di Mtv da parte di Mediaset avrebbe fatto sorgere problemi di concentrazione sui mercati della raccolta pubblicitaria e della capacità  trasmissiva, e dunque l’offerta sarebbe sicuramente incappata nelle maglie dell’Autorità  Antitrust.
Inoltre, essendo Mediaset un concorrente diretto del polo tv che fa capo a Ti Media, gli advisor non hanno ritenuto opportuno fornire informazioni sensibili e riservate sul gruppo televisivo che fa capo a Telecom Italia.
E così, delle 15 manifestazioni di interesse iniziali, solo sette hanno avuto seguito con l’invio della documentazione preparata da Gianni Stella, l’amministratore delegato di Ti Media.
Sono state scartate da questa fase anche le richieste di Ei Towers, la società  delle antenne che fa capo a Mediaset (interessata ai tre multiplex per la trasmissione in digitale di proprietà  di Ti Media), e di Lt Media.
Al contrario Cairo Communications, il gruppo di Urbano Cairo titolare del contratto di concessione pubblicitaria de La7, dovrebbe ricevere a breve tutta la documentazione.
Lunedì 24 settembre scadrà  il termine per la presentazione delle offerte non vincolanti e in teoria nessuno impedisce a Mediaset di fare questo passo se lo ritenesse opportuno.
La società  del Biscione, contattata al riguardo, non ha voluto scoprire le carte e neanche commentare il ricevimento o meno della documentazione da parte di Mediobanca.
L’idea che si sono fatti in Telecom è che la notizia dell’interessamento di Mediaset per La7 sia stata fatta filtrare ad arte per creare confusione e rallentare un processo di vendita che potrebbe portare entro la fine dell’anno un nuovo proprietario in quello che da sempre ambisce a diventare il terzo polo televisivo.
Oggi tra l’altro riapre piazza Affari e si vedrà  quali saranno le reazioni dei titoli (sia Ti Media sia Mediaset sono quotate) alla bagarre scatenatasi nel week-end in seguito alle indiscrezioni non smentite dalle società  di Berlusconi.
Se i movimenti dei prezzi fossero significativi, la Consob potrebbe chiedere alle rispettive società  di chiarire la loro posizione riguardo le notizie filtrate sulla stampa.
Tuttavia il fuoco di fila politico e istituzionale che si è sollevato sull’eventualità  di una discesa in campo di Mediaset nella partita per la vendita de La7 potrebbe scoraggiare Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi dal proseguire.
Obiettivo dei vertici del Biscione resta quello di evitare che un grosso gruppo straniero, dotato di mezzi finanziari, decida di entrare nel mercato della tv generalista italiana e per questa via vada a sottrarle pubblicità  e quote di mercato.
Si sa infatti che in corsa ci sono il gruppo americano Liberty Media, quello tedesco Rtl, Discovery Channel più una serie di fondi specializzati negli investimenti infrastrutturali.
Il boccone preparato da Bernabè e Stella, però, non è così facile da digerire.
E’ vero che con l’arrivo di Enrico Mentana alle news l’audience della tv si è alzata e la raccolta pubblicitaria ne ha beneficiato.
Ma gli investimenti per rinforzare il palinsesto hanno appesantito non poco la struttura finanziaria del gruppo.
Nel primo semestre del 2012 la perdita in termini di margine operativo lordo è arrivata a 35 milioni con un indebitamento che è salito fino a 200 milioni.
Dunque chi deciderà  di fare un’offerta per Ti Media dovrà  fare bene i suoi calcoli per non trovarsi a gestire un gruppo strutturalmente in perdita
Nella sua storia, iniziata a metà  degli anni ’80 con il brand Telemontecarlo, che l’ha vista passare prima sotto la gestione Montedison di Raul Gardini, poi nelle mani di Vittorio Cecchi Gori, finire ancora sotto le insegne della Seat di Lorenzo Pelliccioli e Roberto Colaninno, quindi nel freezer per volontà  di Marco Tronchetti Provera e infine tentare il rilancio con Bernabè, La7 non ha mai fatto una lira o un euro di utile. Ma la sua uscita dal mercato andrebbe in ogni caso a beneficio dei diretti concorrenti e in particolare di Mediaset che soffre la presenza di quel piccolo 3,5% di share.
E soprattutto teme i programmi d’opinione destinati a un pubblico che può diventare determinante anche in vista delle prossime elezioni.

Giovanni Pons
(da “La Repubblica“)

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IL TESORO E LA CORTE DEI CONTI ROTTAMANO RENZI: IL “MORALIZZATORE” HA BUTTATO 6 MILIONI DI EURO

Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile

DANNO ERARIALE RECORD NELLA GESTIONE DI RENZI IN PROVINCIA… SI INDAGA SU “FLORENCE MULTIMEDIA”, SOCIETA’ VOLUTA DA RENZI CHE AVREBBE “CONCESSO UN IRREGOLARE AFFIDAMENTO DI SERVIZI PER UN IMPORTO SUPERIORE A QUELLO PREVISTO” CON “NOMINE DI SOGGETTI IN ASPETTATIVA NELLO STESSO ENTE”

Sei milioni di euro. Su questa cifra incassata da Florence Multimedia mentre Matteo Renzi era presidente della Provincia di Firenze, la Corte dei conti e il ministero del Tesoro vogliono vederci più chiaro.
A Florence Multimedia — accusa il dicastero dell’Economia e delle Finanze in una contestazione inviata a maggio — la Provincia di Firenze, presieduta da Matteo Renzi dal 2004 al 2009, ha concesso un “irregolare affidamento di servizi per un importo superiore a quello previsto dai relativi contratti di servizio”, con una spesa complessiva di oltre nove milioni di euro; dei quali sei adesso sono sotto l’attenzione dei giudici contabili, che invieranno un ispettore a Firenze e, per evitare eventuali prescrizioni, hanno messo in mora tutti i dirigenti di quel periodo.
Senza, quindi, la procedura prevista dalla legge e senza mai farne parola in Consiglio provinciale, sostiene il Ministero, Florence Multimedia, tra il 2006 e il 2009, incassò 9.213.644 euro.
Attraverso “contratti, convenzioni, disciplinari di servizio, affidamenti al lordo (…) il cui importo triplica quello dei contratti di servizio di base”.
Già  un anno fa il Tesoro aveva, in seguito a un’ispezione, prefigurato un danno erariale alla Provincia proprio nel periodo di presidenza Renzi.
E dalla difesa della Provincia a quelle contestazioni è nata la nuova indagine, con tanto di documento, di cui riportiamo le accuse nei virgolettati, inviato lo scorso maggio all’ente locale, sul cui trono nel frattempo non siede più Renzi, diventato sindaco e lanciato proprio in questi giorni nella corsa a Palazzo Chigi.
LA SOCIETA’ E LE ACCUSE DI LUSI
Florence Multimedia Srl (“società  in house della Provincia di Firenze”, come si legge nel sito internet) è nata nel 2005 per volere di Renzi che lì trasferì l’ufficio stampa, liquidandolo ed esternalizzandolo; con una situazione pessima alla fine dell’avventura dello stesso Renzi in Provincia: buco “superiore al terzo del capitale sociale. (…) Emerge una perdita stimata di 358.865 euro originatasi nel secondo semestre 2009”, c’è scritto nella relazione di quel dicembre degli amministratori della stessa società .
Florence Multimedia veicolò, nello stesso anno, campagne promozionali per la Dotmedia, retta da quel Davide Bancarella, in precedenza in forze alla Web & Press edizioni (dal 2007 al 2009).
Quest’ultima società  è quella delle fatture, datate proprio 2009, sequestrate dalla Guardia di finanza (una da 36 mila e l’altra da 45660 euro: soldi con cui Renzi ha sempre negato di aver avuto a che fare) dopo le accuse dell’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, in carcere da fine giugno.
Insomma basterebbe questo quadro per creare qualche grattacapo a chi, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, si propone, ormai da anni, come il nuovo che avanza.
QUELLE SCELTE NON MERITOCRATICHE
Eppure c’è un’altra accusa mossa dal Ministero dell’Economia e che sarà  passata al vaglio dell’ispettore della Corte dei conti nei prossimi giorni. Riguarda il direttore unico della Provincia, sostituito da Renzi con un collegio di direzione generale composto da quattro membri “con evidenti e rilevantissimi profili di illegittimità ”.
Due di quei quattro, segnala Via Venti Settembre, erano dipendenti messi in aspettativa e poi riassunti con un contratto a tempo determinato che portò a un aumento di spesa di ben un milione e 34 mila euro.
L’organo monocratico, come ricorda il Ministero nel documento di maggio, “è previsto dall’ordinamento degli enti locali”.
Quindi “non si riesce a reperire nessuna ragione logica, prima ancora che giuridica, in forza alla quale soggetti già  investiti della qualifica dirigenziale possano essere collocati in aspettativa per essere investiti di un nuovo incarico dirigenziale, questa volta a tempo determinato, molto più oneroso del precedente”.
L’accusa è grave e precisa, si tratterebbe di “illegittima attribuzione di quattro incarichi di direzione generale”.
I rilievi del Ministero sul Renzi-che-fu non sono ancora finiti.
Rispetto a dipendenti e dirigenti di quella Provincia il boy scout di Rignano sull’Arno avrebbe agito con “mancato rispetto dei principi di selettività  meritocratica” con “gravi illegittimità  nell’attribuzione di alcuni compensi a carattere indennitario”.
Il sindaco se ne lava le mani,“furono scelte degli uffici”, hanno comunicato i suoi alla stampa fiorentina.
Ma dopo la condanna in primo grado dell’agosto 2011, per 50mila euro di danno erariale, si profilano altri guai dalle indagini della Corte dei conti, mentre la Provincia è solo un lontano ricordo e, adesso, Renzi sogna Palazzo Chigi.

Giampiero Calapà 
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ASTENSIONE E VOTO DI PROTESTA: LA TENTAZIONE DI DUE ITALIANI SU TRE

Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile

SONDAGGIO MANNHEIMER: IL 36% DEGLI ITALIANI APPOGGERA’ UN PARTITO TRADIZIONALE… ALLE PRIMARIE IL CONSENSO PER BERSANI SUPERA IL 50% TRA GLI ELETTORI PD, MA NON CONQUISTA LA MAGGIORANZA NEL CENTROSINISTRA… RENZI SI ATTESTA AL 25%-30%

I principali partiti si preparano alla competizione elettorale ormai prossima.
E debbono fronteggiare quello che sembra il pericolo maggiore all’orizzonte: la disaffezione e la disistima nei loro confronti, che porta poco meno di due elettori su tre a dichiarare nei sondaggi la propria indecisione sul voto (e, in particolare, la perplessità  ad optare per i partiti tradizionali) o l’intenzione di astenersi o, ancora, la preferenza per forze antitetiche a quelle tradizionali come il Movimento 5 Stelle o l’Italia dei valori.
Nell’insieme, oggi solo il 36% degli elettori esprime la volontà  di optare per uno dei partiti tradizionali presenti sullo scenario politico.
Le reazioni dei partiti tra silenzi e contraddizioni
Ma la reazione delle maggiori forze politiche a questo stato problematico è assai diversa: mentre il Pdl appare in qualche modo chiuso in una riflessione, centrata sulla candidatura o meno di Berlusconi, il Pd è, con tutta evidenza, dilaniato dalle sue contraddizioni interne, di carattere personale (il conflitto tra i diversi leader) o programmatico (la difficile compatibilità  tra l’alleanza con Vendola e l’apertura verso l’Udc).
Il segno più evidente delle fratture che attraversano la principale forza del centrosinistra emerge dal conflitto tra Bersani e Renzi.
Quest’ultimo tenta di incarnare i valori del «nuovo» e del «diverso», che tanto successo hanno avuto nelle competizioni elettorali degli ultimi lustri e che tanta popolarità  ricoprono tutt’ora tra gli elettori.
Non solo in quelli di centrosinistra, ma anche in moltissimi votanti per il centro e per il centrodestra, che non voteranno alle primarie, ma si pronunceranno invece alle politiche: Renzi piace più di Bersani non solo a buona parte dei votanti attuali per il Pdl, ma, specialmente, a chi oggi si dichiara indeciso o propenso per l’astensione, ove sono numerosi i delusi dal centrodestra.
Il vantaggio del segretario tra i «fedelissimi» del Pd
Ma, naturalmente, nel misurare lo stato attuale della contesa tra i due leader, occorre considerare solamente quanti intendono partecipare effettivamente alle primarie del centrosinistra.
Si tratta, a tutt’oggi, di circa il 38% dell’elettorato italiano, corrispondente al 75% dei votanti per il centrosinistra e all’86% di quanti dichiarano di optare per il Pd.
Tra costoro, Bersani è tutt’ora in vantaggio, ma Renzi ha comunque già  conquistato una fetta consistente di consensi, pari grossomodo al 25-30%. Come si è detto, il seguito per Bersani è maggiore, ma non arriva a coinvolgere la maggioranza degli elettori di centrosinistra (ove Vendola è un «terzo incomodo» che raccoglie quasi il 20%) e supera di poco il 50% tra quelli specificatamente del Pd.
L’appeal del sindaco tra i favorevoli al Monti-bis
Il profilo dei sostenitori di Renzi è per molti versi diverso, ma per altri simile, a quello dei fautori di Bersani.
Sul piano degli orientamenti politici, alcuni giudizi coincidono: è eguale il favore verso il Governo (maggiore rispetto a quanto si rileva, ad esempio, nell’elettorato del Pdl) e simile l’appoggio alle politiche europee, anche se l’elettorato di Bersani appare lievemente più ottimista sulla prossima uscita dalla crisi.
Significative sono le differenze nel profilo socio anagrafico: tra i sostenitori di Renzi si registra infatti una percentuale maggiore di maschi e di persone in età  centrale, tra i 35 e i 55 anni, specie impiegati e insegnanti.
Sul piano territoriale, il sindaco di Firenze pare ottenere relativamente più consensi al Sud, mentre Bersani ha un sostegno maggiore nel Nord.
Inoltre, il fatto che Renzi paia appoggiare e sostenere in modo più evidente il Governo Monti e, specialmente, l’ipotesi di un Monti-bis, lo avvantaggia nell’elettorato del Pd, che è assai più favorevole di altri a questa ipotesi.
Non a caso, il 75% di quest’ultimo dichiara la propria stima verso il Presidente del Consiglio – in misura peraltro pari tra i sostenitori di Renzi e Bersani -, quando la media tra tutta la popolazione è del 50%.
Una gara aperta (con un favorito)
Nell’insieme, dunque, Bersani appare ancora favorito, ma la gara risulta più aperta di quanto molti si aspettassero qualche mese fa.
E con la sua comunicazione così intensa, Renzi sembra guadagnare posizioni.
Qualunque sia l’esito, la competizione tra i due avrà  sicuramente effetti sulla – per certi versi già  fragile – coesione interna del partito.
Nonostante le dichiarazioni di Renzi sull’appoggio a Bersani nel caso di una sua sconfitta, la campagna per le primarie acuisce le fratture che dividono l’elettorato e la leadership del Pd.

Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera”)

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ORA IL BATMAN DELLA CIOCIARIA RISCHIA L’ARRESTO: ECCO I DODICI PUNTI SOTTO INCHIESTA

Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DI TUTTI I MOVIMENTI DELL’EX CAPOGRUPPO DEL PDL FIORITO ALLA REGIONE LAZIO CHE POTREBBE ALLARGARSI AD ALTRI ESPONENTI DEL SUO PARTITO E AD ALTRI GRUPPI…. PRELIEVI IN NERO PER OLTRE UN MILIONE

Non è stato un lavoro di fino. Franco Fiorito ha trafficato alla grossa.
Si è mosso con la perizia e la circospezione finanziaria di un forchettone da condominio, lasciando traccia di sè ovunque.
O, forse, con l’arroganza di chi è certo che nessuno avrebbe messo becco nella greppia dove – dice lui agitando l’arma del ricatto – “magnaveno tutti”.
A cominciare da chi gli è succeduto e lo ha ammazzato, il nuovo tesoriere e capogruppo Pdl Battistoni, come pure, dice lui, Arianna Meloni, sorella dell’ex ministro Giorgia, Alessandra Sabatini, cognata dell’ex assessore comunale Rampelli, e tale Carmela Puzzone, moglie del presidente della commissione Scuola, Del Balzo.
E tuttavia, nelle parole con cui in queste ore una fonte inquirente dipinge il quadro di movimenti bancari spalancato da un SOS di Bankitalia e da una guerra di dossier nel Pdl prima, e da un’indagine della Procura poi, c’è una doppia indicazione.
“Fiorito? – chiosa – Un Lusi alla amatriciana, che ragionevolmente non farà  una fine diversa”.
Dove l’evocazione degradante del metodo (all’amatriciana) indica anche e soprattutto un probabile e comune approdo: il carcere.
Non fosse altro che un peculato è affare penalmente assai più serio (dai 3 ai 10 anni) di un’appropriazione indebita.
7 milioni e mezzo in 2 anni
Vediamole, dunque, le mosse di “Francone” e il suo “lavoro alla ciociara”. Almeno per quello che sin qui è possibile documentare.
Succhia nei due conti che dovrebbero alimentare le spese del gruppo regionale Pdl, di cui lui è tesoriere e dunque “padrone”.
Vengono entrambi accesi nella filiale Unicredit 30656 della Pisana (la sede della Regione) nell’estate del 2010, subito dopo le elezioni, e portano i numeri 72130 e 72093.
Il primo è destinato a saldare i mandati di pagamento necessari al funzionamento del gruppo.
Il secondo, ai rimborsi delle spese sostenute dai 17 consiglieri Pdl “per garantire il rapporto tra elettore ed eletto”.
Ebbene, tra il giugno del 2010 e il luglio del 2011, i due conti vengono svuotati per complessivi 7 milioni e mezzo di euro. Cinque milioni 976 mila escono dal 72093, 1 milione e 817 mila dal 72130.
Sui due conti, Fiorito ha la delega ad operare con Bruno Galassi, il suo “spicciafaccende”. ”
Un Fiorito in sedicesimi”, dice un inquirente.
Certamente, uno che non fa, nè si fa troppe domande.
Non fosse altro perchè l’effetto che creano le migliaia di operazioni in uscita dai due conti Unicredit (almeno 300 solo in questi ultimi due mesi) è di assoluta confusione sulle ragioni dei movimenti.
Rimborsi legittimi per altrettanto legittime spese politiche si impastano con le “privatissime” spese e gli altrettanto privatissimi appetiti di Fiorito.
Il tipo maneggia contanti, bancomat, assegni circolari e una carta di credito ricaricabile, come i soldi del Monopoli.
E – incredibilmente – quando c’è da prendere per lui – non prova neppure a dissimulare.
Due banche italiane, 4 spagnole
Fiorito si intesta dodici conti. O almeno questo è il numero di quelli già  documentati con certezza.
Sette in Italia, presso filiali di Roma del “Monte dei Paschi” e della “Banca Popolare del Lazio”.
Cinque, in quattro istituti spagnoli: “Banco Santander”, “Caixa banc”, “Banco Pastor”, “Caja general del Ahorros”.
Anche se poi un altro, secondo i primi accertamenti del Nucleo valutario della Guardia di Finanza, sarebbe in Francia, neanche fosse una beffarda conferma di quell’antico adagio del popolino romano, “Franza o Spagna l’importante è che se magna”.
È un fatto che su questi dodici (o forse tredici) conti personali, Fiorito pompa 753 mila euro con 108 bonifici dalla ridicola causale “fondi per il rapporto tra elettore ed eletto” pescati dal conto Unicredit 72130 (quello del gruppo). 439 mila vengono parcheggiati su “Monte dei Paschi” e “Banca Popolare del Lazio”, gli altri 314 mila spalmati sulle quattro banche spagnole.
E parliamo, va da sè, di una fetta soltanto della torta da 5 milioni e 900 mila.
Il vortice
Perchè per avere idea del vortice in cui appozza con bulimica frenesia, con l’ebbrezza da pentolaccia in una fiera di paese, basta scorrere le singole voci in uscita del conto 72130 nei 24 mesi in cui ne è stato il “custode”.
Stacca assegni per 864 mila euro di cui non rendiconta i beneficiari.
Firma 417 deleghe di pagamento per il saldo di “contributi dei collaboratori” (quali, non è dato sapere).
Salda piccole spese con Pagobancomat per 32 mila euro. E ne preleva 235 mila.
Mentre la carta appoggiata sul conto, intestata al gruppo, ma nelle sue personali mani, viene ricaricata per 188 mila euro: 90 mila l’anno, 7 mila al mese. Fino ai rid per pagamenti ricorrenti a scadenza fissa per 47 mila euro e ai 13 mila per spese generiche.
La bulimia
Ci vorrà  del tempo per venire a capo di tutti i capricci che Fiorito si è tolto con il grano pubblico.
Sappiamo della Bmw X5, della Smart, delle vacanze in Costa Smeralda. Ma nel mazzo figurerebbero anche articoli di pelletteria e ogni genere di gadget elettronico.
L’avvocato Carlo Taormina, che difende Fiorito, continua a dire che “la vicenda è solo una questione di qualificazione giuridica” del denaro grattato al conto del gruppo Pdl.
È un fatto che il tempo, per Fiorito, non sembra molto.
E che dovrà  in fretta provare a mettere insieme pezzi di carta che provino a spiegare (ammesso esista una spiegazione diversa dall’evidenza) il sacco di questi due anni.
Fiorito, per altro, potrebbe essere solo l’incipit di un’inchiesta che potrebbe andare a spulciare anche i conti degli altri partiti della Pisana.

Maria Elena Vincenzi e Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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FAVIA A UN PASSO DALLA SCISSIONE: “IN MIGLIAIA ATTORNO A ME”

Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile

IL CONSIGLIERE REGIONALE CINQUESTELLE PROSSIMO ALLA CREAZIONE DI UN SUO PARTITO

“Intorno a me sta nascendo una corrente, me lo chiedono migliaia di persone”.
Giovanni Favia ricomincia da Galliera, sulla strada tra Bologna e Ferrara, teatro ieri della sua prima riapparizione pubblica dopo lo scandalo. L’attesa di sapere da che parte si girerà  è però quasi finita.
Ormai l’enfant prodige del Movimento 5 Stelle è ad un passo dal rompere gli indugi. Farà  rotta su Roma, sfidando il grande capo, il padre padrone.
Sia quello visibile che quello invisibile.
Dopo lo scandalo in diretta tv a “Piazza Pulita”, prima è venuto il lancio degli stracci dentro la casa comune, ed ora ci sono le dimostrazioni di solidarietà , che in privato piovono a centinaia, anche da parte di chi, ufficialmente, prende le distanze.
Con messaggi come: “Hai passato il Rubicone, adesso marcia su Roma”. I numeri parlano: i contatti della sua pagina Facebook sono passati da 10 a 14mila nel giro di una settimana.
Aperta un’inchiesta sulle minacce di morte
Il ritorno di Favia sul territorio è solo l’inizio della ripartenza. Il Movimento 5 Stelle di Galliera gli ha prima riconfermato l’invito a un’iniziativa sulle biomasse (in calendario da tempo), e ha poi accolto il reietto a braccia aperte.
Intanto, da Parma, il primo cittadino Federico Pizzarotti invita ad abbassare i toni nella rissa contro Favia, strizzando l’occhio al consigliere regionale finito nella tempesta.
“Questo clima è eccessivo, sicuramente non fa bene a nessuno. I toni sono troppo elevati. Tutti. Bisognerebbe capire chi li sta fomentando”.
Sull’appoggio incondizionato del suo braccio destro, l’epurato numero uno, Valentino Tavolazzi di Ferrara, poi, neanche a parlarne. “Grillo è proprietario del logo, non del Movimento. Nulla è perduto, tutto è rimediabile “, scriveva ieri su Facebook.
I corteggiamenti sono incalzanti.
Solo il Pdl spara a zero sul consigliere regionale, vittima di minacce di morte: “Chi si mette in un movimento di squadristi non può venirsi a lamentare delle cattive compagnie “, manda a dire l’onorevole Giuliano Cazzola.
Se il Pd (al netto dell’esternazione subito smentita di Pippo Civati) non sta allungando le mani, c’è chi assicura che anche la Lega Nord, oltre all’Idv, abbia fatto offerte a Favia, in vista di una possibile candidatura per il 2013, con il capogruppo in consiglio comunale Manes Bernardini come gran tessitore.
Ma lo stesso capogruppo del Carroccio vorrebbe farla passare come fantapolitica e assicura. “Non lo sento da due settimane”.
La corrente di Favia invece esiste.
Il consigliere regionale deve solo prenderla in mano, darle una voce, plasmarle una forma.
In tanti sottolineano come, dopo il comunicato della sfiducia di Grillo (“Io non caccio nessuno, ma Giovanni Favia non ha più la mia fiducia”), i commenti più votati, in fondo, stavano dalla sua parte.
E la scelta (quella tra il ritirarsi alzando le mani e occuparsi della sua salute, dello choc post fuori onda oppure gettarsi nella mischia) in fondo è già  fatta.
Chi è vicino al ribelle assicura che ormai “Giovanni ha deciso di abbandonare i nani e le ballerine, di lasciare i cortigiani di Grillo al loro destino, e di giocarsi la partita più importante”. Ormai, la riconciliazione con il guru sembra impossibile.
Lo strappo è stato troppo netto, violento, eclatante per tornare indietro.
Questi pochi giorni sono sembrati, nella loro serrata cronistoria, addirittura mesi.
“Quelli sono così: appena alzi la testa e dici che non sei d’accordo ti fanno fuori”, spiegano dall’entourage.
Si susseguono giorni di attesa, ma non è un mistero che tutti ormai scommettano sulla discesa in campo. Le truppe sono pronte.
“In Emilia – confida il ribelle ai suoi -, la buona parte è con me, e la metà  è pronta a uscire allo scoperto, sono io che li sto tenendo tutti fermi”.
Lo strumento, il server per la democrazia diretta, è già  pronto.
“Finora è mancata la volontà  politica di utilizzarlo, molti Movimenti in Italia lo usano già “. Intanto, sabato prossimo arriva Grillo.
E, tra i fedelissimi del blogger, c’è anche chi teme contestazioni. Questa volta interne.

Caterina Gusberti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE FOLLI SPESE DEL LAZIO TRA SEDI E CONVEGNI

Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile

CONTRIBUTI PUBBLICI PIU’ ALTI CHE ALLA CAMERA… IL BILANCIO DELLA REGIONE, INVECE CHE DIMINUIRE, E’ AUMENTATO DEL 7%

La targa sopra il portone dice: «Carlo Goldoni, padre immortale della italiana commedia, dimorò in questa casa».
Se avesse saputo cosa sarebbe accaduto fra quelle mura due secoli e mezzo dopo, il celebre drammaturgo veneziano vi avrebbe magari ambientato un atto unico. Protagonista: il solito Pantalone.
Perchè chi paga la ristrutturazione di un appartamento signorile della Regione Lazio nello stabile di largo Goldoni 47 all’angolo con via dei Condotti, a Roma, è sempre lui. Cioè noi.
I condomini, dopo aver sventato il tentativo di piazzare tappeto rosso e palmizi stile Sanremo all’ingresso dopo l’avvenuta trasformazione in elegante «ufficio del centro» dell’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo di un secondo alloggio regionale nel palazzo, paventano che i lavori siano il preludio per l’apertura di un’altra sede di rappresentanza ancora. Stavolta, della governatrice Renata Polverini.
Fosse così, saremmo davvero alla commedia.
Non soltanto perchè quell’appartamento proviene da un antico lascito per opere di bene al Santo Spirito.
Soprattutto perchè a poca distanza, in via Poli, c’era già  un ufficio «di rappresentanza» del consiglio regionale.
Era stato affittato da Sergio Scarpellini, il proprietario dei palazzi affittati alla Camera e al Senato, al tempo della giunta di Francesco Storace e due anni fa si era deciso di rescindere il contratto: 320 mila euro l’anno.
Una spesa demenziale, visto che il consiglio regionale del Lazio, come del resto la giunta, ha una più che confortevole sede a Roma.
Chiudere quell’ufficio era il minimo.
Peccato soltanto, lamenta Scarpellini nella causa civile intentata contro la decisione, che la rescissione sia avvenuta oltre i termini.
E se il tribunale dovesse accogliere la tesi sarebbero dolori: 700 mila euro. Più la parcella del legale.
Un avvocato esterno, ovvio.
Ma ce ne fossero di rogne così, con l’aria che tira oggi dalle parti della Pisana.
La storia incredibile dei finanziamenti pubblici ai gruppi consiliari innescata dai Radicali con la meritoria pubblicazione sul loro sito internet del bilancio 2011, è ormai una palla sempre più grossa che rotola a valle.
Inarrestabile e minacciosa, come dimostra l’inchiesta per peculato che si è abbattuta sull’ex capogruppo del Pdl Franco Fiorito.
Ma non servivano certo le cravatte di Marinella, le cene a base di ostriche, le bottiglie di champagne, i servizi fotografici, i Suv, nè le altre spese sfrontate che hanno inghiottito i lauti contributi al partito di Silvio Berlusconi e sulle quali ora indaga la magistratura, per capire che si era passato il segno.
E non era nemmeno necessario guardare, come molti fanno oggi con ipocrita stupore, quella cifra rivelata dai radicali, il cui gruppo composto da due persone, Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo, ha incassato nel solo 2011 ben 422 mila euro.
Il quadruplo, in proporzione, dei soldi che la Camera dei deputati stanzia per i gruppi parlamentari.
Era sufficiente, diciamo la verità , controllare i bonifici che arrivavano di volta in volta sul conto corrente.
Per questo fanno sorridere oggi tanto il decalogo sui tagli dei costi della politica proposto dal consigliere udc Rodolfo Gigli quanto dichiarazioni come quelle del capogruppo del Pd Esterino Montino, che annuncia un tour de force per «ridurre le spese della giunta e del consiglio».
Mentre alcune misure che avrebbero introdotto l’unico antidoto valido alla dissipazione di denaro pubblico, vale a dire la trasparenza, sono finite su un binario morto. È il caso della legge sull’anagrafe degli eletti e dei nominati, proposta sempre dai Radicali nel 2010 e arenata in qualche cassetto di qualche commissione.
Ai gruppi finiscono cifre inimmaginabili.
Tanti soldi che non si sa nemmeno come spenderli.
Basta dare un’occhiata ai due bilanci dei gruppi finora resi noti: oltre a quello dei Radicali, quello del Partito democratico.
Il gruppo del Pd ha incassato nel 2011 la bellezza di 2 milioni 17.946 euro.
Che divisi per i 14 componenti fa oltre 144 mila euro pro capite: quasi il triplo dei contribuiti erogati da Montecitorio.
Inutile allora stupirsi che i democratici spendano 210.207 euro (!) per «riunioni, convegni, conferenze, incontri», 622.083 euro (!!) per i collaboratori e 738.863 euro (!!!) per «diffusione attività  del gruppo, stampa manifesti».
E nonostante questo ci sono ancora in cassa 304 mila euro.
Invece ai Radicali, che con i contributi al gruppo ci hanno pagato anche un convegno sui diritti civili a Tirana oltre ai congressi del partito a Chianciano e a Roma, sono avanzati 270 mila euro.
Così da pensare che si possa ripetere la scena del ferragosto 1997, quando Marco Pannella in piazza del Campidoglio restituì i denari del finanziamento pubblico regalando 50 mila lire a chi mostrava un documento.
Tanti soldi, che contribuiscono ad alimentare una macchina completamente impazzita. Basta dire che nessuno sa dire con esattezza quanta gente gira intorno al consiglio regionale.
Lo scorso anno i dipendenti ufficialmente presenti in quella struttura erano 786.
I collaboratori dei gruppi, 180.
Le persone addette alle segreterie dell’ufficio di presidenza, 87.
Quelle delle segreterie delle commissioni, 71.
Ma è niente in confronto alle poltrone che danno diritto a chi le occupa di incassare un’indennità  aggiuntiva rispetto a una retribuzione base minima di 7.211 euro netti al mese.
Sono un’ottantina, decisamente più numerose dei 70 consiglieri.
Ci sono 17 gruppi consiliari, otto dei quali composti da una sola persona.
Fra commissioni e giunte se ne contano 21.
Le sole commissioni permanenti sono sedici: due più della Camera, che ha però 630 deputati. Alcune, a dir poco stravaganti.
C’è per esempio la commissione Affari comunitari e internazionali, presieduta da Gilberto Casciani della Lista Polverini: nel 2012 si è riunita quattro volte.
E poi la commissione Piccola impresa che fa il paio con la commissione Sviluppo economico.
Oppure la commissione Lavori pubblici, più la commissione Urbanistica, più la commissione Ambiente.
Quest’ultima, però, si occupa pure, chissà  in base a quale criterio, della «cooperazione tra i popoli». Avete letto bene: «cooperazione tra i popoli».
Non rammentiamo più quante volte hanno promesso che le avrebbero ridotte. Ricordiamo invece bene le affermazioni rese dal presidente del consiglio Mario Abbruzzese il 22 dicembre 2011: «Quest’anno chiudiamo il bilancio con circa sei milioni di risparmi rispetto al 2010. Dà  il senso della strada che abbiamo intrapreso». Il consuntivo dell’anno scorso, ancora non approvato, parla di impegni di spesa per 103 milioni 529.311 euro.
Mezzo milione oltre le previsioni iniziali e ben sei milioni 772.701 euro in più nei confronti del 2010.
L’aumento è del 7 per cento.
Se questa è la strada…

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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CHE COSA BOLLE NELLA PENTOLA CENTRISTA?

Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile

L’ALLEANZA TRA ITALIA FUTURA E FERMARE IL DECLINO

Per chi non lo sapesse, con la prima puntata di Ballarò è ufficialmente cominciata l’annata politico-televisiva 2012/2013.
Particolarmente interessante la presenza congiunta in studio di Matteo Renzi, sindaco del PD e candidato alle primarie di partito (coalizione?), e di Irene Tinagli, esponente di punta di Italia Futura ed editorialista della Stampa.
Dal punto di vista politico, l’aspetto rilevante è quella che democristianamente potremmo definire la “non lontananza” tra i due.
Il tema è di un certo rilievo, in quanto è il momento di capire come si posizioneranno i partiti e i movimenti politici in questo inizio di Terza Repubblica, tenuto conto della fluidità  della situazione e del malcontento nell’elettorato.
E soprattutto la domanda è: che cosa succederà  al centro?
Lasciando da parte per un momento i numeri, pare interessante questa alleanza tra Italia Futura e Fermare il Declino, il movimento liberista e ricco di economisti in cui – data la presenza di Oscar Giannino – non è difficile scorgere la sagoma potenzialmente generosa (in senso finanziario) di Emma Marcegaglia.
Ricordiamo la strenua corte fatta da Irene Tinagli a Michele Boldrin, che insieme ad Alberto Bisin e Luigi Zingales è oggi nelle prime file degli economisti di FiD.
La questione principale resta comunque quella della leadership: Oscar Giannino è ambizioso ma non ha la stoffa del candidato premier, Irene Tinagli è forse troppo giovane e inesperta, Boldrin è bravo, buca lo schermo ma non è abbastanza noto al grande pubblico, Montezemolo potrà  forse contare sul volano di una vittoria di Alonso ai mondiali di F1 (nota bene: quasi l’inverso di IF!) ma rischia di non apparire non abbastanza lontano dalla prima Repubblica, specialmente a motivo del suo incarico di presidente di Italia90.
Non è solo questione di leadership, ma anche di voti potenzialmente raccoglibili: l’accoppiata IF-FiD (si cerchi peraltro un altro acronimo, per non sembrare una finanziaria degli Agnelli) deve rammentare il caso del Partito d’Azione, che subito dopo la Seconda Guerra Mondiale raccoglieva menti ragguardevoli del calibro di Ugo La Malfa e di Ernesto Rossi, ma che dal punto vista elettorale raccolse percentuali di voto da prefisso telefonico, o quasi.
Scendiamo al punto: l’accoppiata IF-FiD si è mostrata un po’ schifiltosa nei confronti del centro cattolico, cioè dell’Udc, evidentemente con lo scopo di preservare la percezione della propria novità  politica, ma anche in questo frangente avrebbe dovuto ricordarsi di questa sindrome del Partito d’Azione, cioè del partito intelligente, un po’ saputello, che rischia di prendere pochi voti. Intanto, il tema della leadership resta e si interseca con quello della collocazione politica: non sono assenti dentro l’accoppiata IF-FiD quelli che guardano con simpatia alle posizioni di Matteo Renzi, che però sta a sinistra, cioè nel Pd.
Se ci fosse una qualche conflagrazione all’interno del PD dopo l’esito delle primarie, non appare così inverosimile un ulteriore avvicinamento tra IF-FiD e Renzi, tenendo però presente che la maggior parte dei liberisti in Italia (se ce ne sono) si collocano molto più a destra di Renzi.
La situazione è fluida ed è dunque buona cosa osservare con attenzione i sondaggi sulle intenzioni di voto.
A buon intenditor poche parole: non bastano i sondaggi sul gradimento dei singoli personaggi, come quello su Montezemolo apparso qualche mese fa sulle colonne del Corriere.
Si sta parlando di intenzioni di voto, che è un gesto assai più forte del semplice gradimento.
Solo a questo punto si potrà  capire se l’accoppiata IF-FiD riuscirà  a non assomigliare troppo a un Partito d’Azione della Terza Repubblica.

(da “il Portaborse“)

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