Settembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
UN FOTOMONTAGGIO DEL GIORNALE DI VIA SOLFERINO TITOLA: “CITOFONAVA E SCAPPAVA” ACCANTO A UNA FOTO DEL COMICO GENOVESE… LUI SU FB METTE “MI PIACE”, MOLTI SUOI FANS NON CAPISCONO NEANCHE LO SCHERZO (FATTO DAI GRILLINI DI RIMINI)
Le notizie sulla rete corrono veloci, le bufale pure. 
E questo Beppe Grillo sicuramente lo sa.
Invece, quello di cui alcuni internauti sostenitori del Movimento 5 Stelle non si sono accorti è che l’umorismo si può fare anche sul loro leader, e che anzi, proprio a un politico, che è anche un comico, una risata fa bene.
Soprattutto se piace a lui per primo, tanto da postarlo sul proprio account face-book.
È successo così che il gruppo Facebook dell’M5S di Rimini ha pubblicato un ironico fotomontaggio del Corriere della Sera, subito ripostato sul social network dal blogger genovese, che doveva trovarlo evidentemente divertente e intelligente.
Nella prima pagina del quotidiano di via Solferino campeggia il titolo a otto colonne: “Citofonava e scappava. Wikileaks pubblica i file riservati sul Guru del Movimento 5 Stelle. Sgomento tra i giovani militanti. Intervista esclusiva di una compagno di quinta elementare. Era peggio di Charles Manson”.
Lo status di Grillo totalizza oltre 5000 like in poche ore.
Ma “mi piace” cosa, esattamente?
La presa in giro del Corriere — probabilmente nel mirino perchè aveva riesumato uno spezzone di uno spettacolo di alcuni anni fa, in cui il comico invitava a “dare una ripassatina ai marocchini”, magari di nascosto?
Oppure la denuncia di un possibile complotto della grande stampa nazionale contro i 5 stelle?
La risposta arriva forse dai circa 2500 commenti piovuti sul social network.
Tantissimi quelli che difendono il Grillo citofonatore folle al grido di “lo facevo anch’io, e allora?”, oppure “non sanno più cosa inventarsi”.
“La prossima scottante rivelazione sarà : Grillo lanciava gli aeroplanini di carta ai compagni di classe durante l’ora di matematica”, prova a pungere Antonello.
Gli fa eco Maria: “Ora andranno a intervistare gli amici dell’asilo e sapremo che rubava la merenda”.
Ad attacco da parte di un quotidiano, sembra logico, si risponde proprio attaccando quel quotidiano e gli altri.
Ed ecco i post della serie “è la stampa, schifezza”. “I giornali hanno paura che gli togliamo le sovvenzioni statali. Vergogna!”, inveisce Riccardo.
Tommaso si imbarca in un’analisi ad ampio raggio: “Cosa si può commentare ad un articolo insignificante come questo: Antonio Polito intervista addirittura un compagno di V elementare di Beppe Grillo. Evidentemente non sanno più cosa dire e scrivere per screditare il leader di un movimento”.
Infatti, commenta qualcuno “Grillo è un santo”. Punto e basta.
Peccato però che l’attacco a Grillo non esiste.
Qualcuno comincia a dubitarne quasi da subito e sono tanti i commenti simili a quello di Francesco: “Se la gente del M5S non capisce che questo è un palese fotomontaggio (fatto da altri grillini) è perchè probabilmente non sa neanche come sia fatto un giornale… pessima figura… che delusione!”.
Massimo critica chi ha preso sul serio la burla e sdrammatizza: “Titolo del prossimo Vernacoliere: ‘È ufficiale: i fan di Grillo so’ tutti pisani!’”.
L’affondo — e non è neppure il più duro — arriva da Matthew: “Elettori del Movimento Cinque Stelle grazie per il più bel Epic Fail (figuraccia sul web, ndr) che ho mai visto in vita mia”.
E pensare che era tutta una cosa degli amici di Beppe Grillo, giusto per riderci su.
Andrea Valdambrini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
RISPUNTA L’IDEA DELLE PRIMARIE… ALFANO. “IO NON CORRO”
Sondaggi neri, umore blu.
Non bastasse aver passato tre ore in caserma a rispondere alle domande di Antonio Ingroia, ieri al Cavaliere è toccata pure una serata dedicata alla legge elettorale, tema notoriamente in cima ai suoi pensieri.
Ma la vera ragione del morale sotto i tacchi è un’altra.
È la corona di spine che gli ha consegnato lunedì la sondaggista Alessandra Ghisleri. Numeri impietosi che fotografano l’assoluta mancanza di un «effetto Silvio» sul Pdl. Il partito è infatti inchiodato al 18-20 per cento, gli stessi numeri che aveva con Alfano.
Per questo il Cavaliere è di nuovo in preda al dubbio, non sa come andare avanti, se candidarsi o meno.
Mentre nel partito – condannato allo stallo – cresce la fibrillazione per questa indecisione del leader.
Ieri sera a palazzo Grazioli è stato un coro, da Alfano a La Russa, da Cicchitto a Gasparri, tutti a dirgli «Silvio ti devi decidere, ci dobbiamo muovere per la campagna elettorale».
E visto che Berlusconi ha annunciato di voler partecipare alla festa di Atreju a Roma (l’appuntamento dei giovani di An, ora ereditato dal Pdl) il 14 settembre, il segretario è arrivato fino a minacciare di portargli davanti al palco un pattuglione di giovani «per chiedergli di sciogliere la riserva» perchè «Berlusconi rimane il miglior candidato».
Il fatto è che, a tutt’oggi, è anche l’unico. Alfano, dopo il tira e molla a cui Berlusconi l’ha sottoposto per mesi, con tanto di umiliazione sulla «mancanza del quid», ha già messo in chiaro che lui non intende trangugiare altra cicuta: «Io non correrò».
Scartata quindi l’idea che si possa tornare su Alfano, in un balletto poco dignito)so, ieri si è riaffacciata l’ipotesi di organizzare delle primarie, come peraltro era già stato deciso.
Si potrebbero svolgere a novembre, vicino a quelle del Pd, creando un effetto “convention Usa”.
«Ma la prima opzione – riferisce uno dei boss del Pdl vicini al segretario – è che si candidi Berlusconi, che ci metta lui la faccia».
Così, in caso di sconfitta, sarà il Cavaliere a caricarsela sulle spalle.
Raccontano tuttavia che Berlusconi stia ancora almanaccando sulla possibilità di trovare un candidato nuovo, «un outsider, un giovane, magari con qualche importante esperienza all’estero».
Gli piacerebbe un Marchionne giovane, ma al momento ha solo in mano l’identikit.
Così, con il Cavaliere poco propenso alle battute e con nulla da annunciare, ieri sera è andato avanti per ore un confronto sulla legge elettorale.
Il Pdl infatti su questo argomento è spaccato in due.
Da una parte c’è chi punta su un modello proporzionale alla tedesca, quello che Gaetano Quagliariello aveva trattato con Luciano Violante prima dell’estate.
È uno schema che renderebbe più facile per il Pdl rientrare in una futura grande coalizione dato che ogni partito arriverebbe dopo il voto con le mani libere.
Inoltre riaprirebbe il casello autostradale verso l’Udc, cosa a cui puntano molto le colombe del Pdl.
Al Senato questa carta si potrebbe giocare subito, tanto che Renato Schifani sta premendo in tutti i modi per sbloccare l’intesa e ieri ha fatto filtrare tutta la sua «irritazione» per l’ennesimo buco nell’acqua.
Una presa di posizione che ha raccolto il plauso, guarda caso, di altri due centristi filo Monti come Lorenzo Cesa (Udc) ed Enrico Letta (Pd).
Ma c’è una corrente potente nel Pdl che tira dalla parte opposta e punta a chiudere un accordo con il Pd su una legge elettorale vicina al Provincellum, con un terzo di parlamentari eletti in liste bloccate e un premio di maggioranza del 15% al primo partito.
È Denis Verdini il capofila di quest’ala e ieri sera si è detto ancora convinto di poter «portare a casa l’intesa con il Pd nelle prossime 48 ore».
A quel punto, ma qui siamo ai confini della fantascienza, si potrebbe riprendere in mano l’idea di anticipare il voto a Novembre.
Peccato che Napolitano abbia già fatto sapere a Gianni Letta, nell’ultima conversazione avuta al Quirinale, di ritenere questa ipotesi morta e sepolta.
Infine ci sono gli ex An. Da qualche tempo hanno ripreso a vedersi tra di loro, guidati da La Russa, tra Roma e Milano.
Riunioni in cui si riparla di andarsene per conto proprio se una parte del Pdl dovesse mettersi d’accordo con Casini per la grande coalizione.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Settembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
SANCITI DA UNA SENTENZA I COSPICUI PAGAMENTI PER PROTEGGERE IL CAVALIERE DA COSA NOSTRA
Da 39 anni, sono inseparabili. Silvio Berlusconi ama raccontare che l’amico Marcello
Dell’Utri ha sempre avuto una buona idea da proporgli, al momento giusto.
La prima, del 1973, è rimasta memorabile: l’arrivo di un esperto fattore da Palermo per prendersi cura dei terreni e dei cavalli della nuova grande residenza di Berlusconi, la villa di Arcore.
Ma quel fattore, Vittorio Mangano, era anche un mafioso di rango.
E così, quell’amicizia nata sui banchi dell’università di Milano, negli anni Sessanta, ha finito per incuriosire anche la magistratura.
Berlusconi non si è mai scomposto, non ha mai avuto un dubbio sull’amico siciliano. Anzi, l’ha sempre difeso a spada tratta.
«Non riuscivo davvero a trovare un fattore fidato – spiegò il 26 giugno 1987, alla Procura di Milano – chiesi a Dell’Utri e lui si ricordò di una persona conosciuta sui campi di calcio della squadra Bacigalupo di Palermo».
Altro che mafia, altro che misteri.
Solo una storia di amicizia, secondo Berlusconi.
Ma è un’altra la storia che racconta la sentenza della Corte di Cassazione che nel marzo scorso ha condannato definitivamente Dell’Utri per le sue frequentazioni mafiose fra il 1973 e il 1978.
Per i giudici della suprema corte non ci sono più dubbi sulle «cospicue somme» che negli anni Settanta Berlusconi pagò alla mafia, attraverso il «mediatore» Dell’Utri, «per la sua sicurezza e quella dei suoi familiari».
Erano gli anni dei sequestri a Milano.
È stata dunque la Cassazione, prima ancora della Procura di Palermo, a parlare di un’estorsione subita da Berlusconi.
Scrivono i giudici: «Dei versamenti di somme da parte di Berlusconi in favore di Cosa nostra, per la protezione, hanno parlato almeno quattro collaboratori: Francesco Di Carlo, Antonino Galliano, Salvatore Cucuzza e Francesco Scrima».
E il primo ha anche raccontato di un incontro in particolare organizzato nel 1974 da
Dell’Utri, fra all’allora giovane imprenditore Berlusconi e il capomafia palermitano Stefano Bontate.
Anche questo è un capitolo già certificato dalla Cassazione. E se Dell’Utri non è ancora finito in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa è solo perchè i giudici della Cassazione hanno disposto un nuovo processo d’appello, per approfondire le sue frequentazioni mafiose fra il 1978 e il 1982.
Berlusconi, naturalmente, ha continuato a difendere a spada tratta il suo vecchio amico di università , intanto diventato compagno di tante altre imprese, da Publitalia a Forza Italia.
Ma la storia dei due inseparabili amici continua ad essere oggetto di indagini giudiziarie a Palermo.
Questa volta, di scena, non ci sono più gli anni Ottanta, ma i recenti anni Novanta, quando Berlusconi ricoprì la carica di presidente del Consiglio.
E Dell’Utri è adesso il principale indagato per il processo sulla trattativa mafia-Stato, perchè nel 1994 avrebbe recapitato un altro messaggio dei boss a Berlusconi:
Cosa nostra minacciava nuove stragi se non fosse arrivato un ulteriore alleggerimento del carcere duro.
Questo ha detto il pentito Giovanni Brusca.
E i pm di Palermo si chiedono adesso se quei milioni di euro offerti in dono da Berlusconi siano stati davvero solo per Dell’Utri.
Salvo Palazzolo
(da “la Repubblica“)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
LA ISABELLA VOTINO, PLENIPOTENZIARA DI MARONI, HA SOSTITUITO IL TEAM FEDELE A BOSSI CON UNA GIORNALISTA DI TELEPADANIA
Il governatore della Regione Veneto è stato chiaro: “Affidiamoci all’autunno, che è
meglio, e finiamola con questa estate”.
Alla fine dell’estate però manca ancora un po’ di tempo e i colpi di coda potrebbero riservare ulteriori sorprese.
E non sarà di certo l’addio alle folkloristiche feste Popoli padani a tenere con il fiato sospeso i militanti della Lega quanto l’incessante opera di epurazione che i “barbari sognanti” fedelissimi di Roberto Maroni stanno mettendo a segno a scapito degli ormai pochi duri e puri sostenitori dell’Umberto.
Così è accaduto a Padova per esempio dove è stato dato il benservito al segretario provinciale, il bossiano Roberto Marcato, da parte del direttivo regionale guidato dal maroniano Flavio Tosi.
Ma così sta capitando anche nella Capitale dove, proprio nell’ufficio stampa del Gruppo di Montecitorio, si sta per preparare un rientro dalle ferie al vetriolo.
Ma andiamo con ordine.
La tanto declamata “pulizia” decantata da Maroni si è scagliata sull’ufficio stampa già a fine luglio.
La vittima designata era Giulia Macchi, giornalista, consigliere comunale della Lega a Solaro (Mi), bossiana al 100% (tanto per dirne una l’immagine del suo profilo Facebook è una foto del Senatur) e chiamata a Roma da Roberto Cota all’epoca capogruppo del Carroccio.
Una personalità troppo schierata, troppo fedelissima dell’ex Capo e quindi scomoda tanto che Giampaolo Dozzo, attuale capogruppo, non ha esitato a prendere carta e penna e mettere per iscritto il buon servito per essere venuto meno “il rapporto fiduciario” tra le parti.
Appena quindici giorni dopo, alla vigilia di Ferragosto, la scure delle purghe leghiste ha colpito un’altra addetta stampa del Gruppo.
Si tratta di Alessia Quiriconi, anche lei, come la collega Macchi, arrivata alla Camera per volontà del capogruppo diventato nel frattempo Marco Reguzzoni e inquadrata con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa di legislatura, quindi valido fino a nuove elezioni.
Altra storia, visto che la Quiriconi è toscana di nascita e giornalista da oltre dieci anni sia alla Padania che al Federalismo, ma terminata nello stesso e identico modo: è venuto meno il rapporto di fiducia.
Questo almeno per quello che c’è scritto nelle lettere spedite alle due interessate, eppure poi, basta vedere le dichiarazioni ufficiali di Dozzo e Maroni alle agenzie di stampa per leggere un’altra versione: è in atto una politica di “ taglio dei costi”.
Taglio dei costi?
Beh se fosse stato così perchè non proporre alle due giornaliste di restare all’Ufficio Stampa magari rivedendo al ribasso gli stipendi?
E se veramente bisognava tagliare allora perchè aspettare luglio e non attuare il tutto già a gennaio ovvero dal momento dell’elezione di Dozzo a capogruppo e invece si è preferito mettere in atto l’epurazione immediatamente dopo l’elezione di Maroni a segretario del movimento?
Ma gli interrogativi di certo in queste occasioni si sprecano e quindi ecco che, con questi, arriva anche qualche frecciata agli altri componenti dell’Ufficio stampa.
E così sul banco degli imputati è salito il romano Federico De Cesare che, attento all’evoluzione maroniana all’interno del movimento si è legato al deputato e segretario leghista del Trentino Maurizio Fugatti salvando così il posto.
Eppure, se di spending review si tratta, non si capisce come mai si sia permesso in questi anni che l’ex ministro dell’Interno Maroni imponesse l’assunzione di Isabella Votino al Gruppo (insieme alla sua segretaria Daniela Propersi e all’ex sottosegretario Sonia Viale) alla modica cifra di 4000 euro netti al mese per lavorare solo per lui.
E proprio ora che Maroni è diventato segretario, la sua “portasilenzi” come ormai viene soprannominata la Votino, ha preso il comando di tutto l’apparato comunicativo del Carroccio: la Padania è così data sempre più vicino alla chiusura o almeno alla trasformazione, il sito del movimento completamente da rifare, come l’ufficio stampa.
E così se l’ufficio è da rifare, a fronte di imminenti uscite ecco che i rumors di palazzo danno già per scontate le prossime nomine.
Rumors che il deputato bossiano Davide Chiappori aspetta siano smentiti dal capogruppo Dozzo (“se così fosse si sarebbe trattato di vere e proprie epurazioni che non hanno niente a che vedere con il taglio dei costi’”) ma che invece trovano rispondenza sentendo i commenti di qualche collega giornalista.
“Sì, da quello che so, mi spiaga un amico, al posto della Macchi e della Quiriconi, dovrebbero arrivare un collaboratore con il quale la Votino lavorava al Viminale e la maroniana Camilla Vanaria, addetta stampa del partito a Brescia, consigliere comunale a Lonato, dipendente di tele Padania e figlia di Roberto, componente del Cda di Csmt ed ex consigliere regionale della Lombardia per la Lega”.
Insomma, la bollente estate leghista e ben distante dall’essere chiusa e quest’anno non ci sarà nemmeno l’acqua del Po a sedare i bollenti spiriti.
(da “Il Portaborse”)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO ROTTAMA LEGA E CAVALIERE: “STO FUORI DAI VECCHI PARTITI”
Giulio Tremonti lo aveva annunciato ripetutamente nei mesi scorsi, aveva anticipato una sua discesa in campo e in un’intervista sul Corriere della Sera scopre le sue carte.
Rivela che intende fare una lista “aperta” “non dentro i vecchi partiti, non con i generali di armata morta, non con le marionette di se stessi. Comincerò con un manifesto, una lista collettiva, aperta soprattutto ai giovani”.
L’ex ministro cita l’Inno di Mameli per spiegare la situazione dell’Italia e degli italiani: “Noi siamo da secoli calpesti derisi perchè non siamo popolo perchè siam divisi” e spiega che l’obiettivo del suo manifesto (che non porterà il suo nome) è il recupero della sovranità nazionale e della dignità personale.
Tremonti commenta l’esternazione di Angela Merkel di lunedì scorso secondo cui i mercati non sono amici del popolo.
“Questo segna un progresso nella filosofia politica della Germania dove i socialisti avevano già espresso questo concetto ma la Cancelliera aveva detto l’opposto. E cioè che era la democrazia a doversi adattare al mercato finanziario”.
E quando il giornalista gli fa notare che anche Beppe Grillo critica i mercati finanziari, lui risponde: “Diciamo allora che la Merkel sta convergendo su posizioni alla Grillo, ma sarebbe meglio dire che è diventata tremontiana.
Attacco a Monti
Tremonti sostiene che il governo Monti non stia agendo nel senso di arginare lo strapotere dei mercati, la sua ricetta in questo senso, oltre alla separazione bancaria (le banche che raccolgono risparmi possono usarlo solo per finanziare imprese, lavoratori e famiglie non per le scommesse sul casinò finanziario), prevede di tagliare i derivati, stabilire che i bonus vengano lasciati a garanzia per un po’ di anni.
E sul piano anti-debito lanciato dal Pdl, Tremonti è sferzante: “Pensato come un pilastro della campagna elettorale, si presenta come un piano P come Pinocchio: il patrimonio deve essere venduto ma non è possibile farlo nei tempi e nei numeri che sono stati calcolati alla carlona”. E lancia l’allarme: “O abbiamo la forza di tornare a essere padroni a casa nostra o verremo colonizzati”.
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
DUE SORELLE MILANESI AVEVANO SFRUTTATO L’OPPORTUNITA’ OFFERTA DAL DECRETO LIBERALIZZAZIONI DI MONTI… MA RESTA IL PROBLEMA DELL’ACCESSO AL CREDITO E DEGLI AFFITTI TROPPO ALTI
Aprire una società al costo di un caffè, o quasi. 
E’ la nuova opportunità per i giovani under 35, grazie all’istituzione delle srl semplificate: un solo euro di capitale sociale, anzichè 10mila o più, e con la firma dal notaio un nuovo imprenditore è nato.
E fa niente se poi, in tempi di crisi, per pagare i primi fornitori o un minimo di attrezzature chiedi un prestito in banca e lì fanno spallucce.
Stefania e Serena Pasquali, due sorelle di Corsico, nell’hinterland milanese, hanno deciso di provarci lo stesso: “Parteciperemo ai bandi regionali o europei per l’imprenditoria giovanile e femminile. Ci finanzieremo così”, assicurano.
Sono loro le prime in Italia ad avere sfruttato le nuove regole inserite dal governo Monti nel decreto sulle liberalizzazioni di gennaio, nel tentativo di favorire i giovani imprenditori.
Ci sono voluti sette mesi e alla fine sono arrivati anche i decreti attuativi.
Così la settimana scorsa Serena (22 anni) e Stefania (20 anni) sono corse dal notaio per siglare il modello standard di atto costitutivo predisposto dal ministero.
E la nuova società è nata: si chiama ‘La casa delle fate’, come i quattro negozi che i loro genitori hanno già a Bologna, Parma, Bergamo e Vigevano.
Sono figlie d’arte, le due sorelle: tra un esame di Relazioni Pubbliche allo Iulm per Serena e uno alla facoltà di Economia in Bicocca per Stefania, in passato hanno lavorato nei punti vendita dove mamma e papà commercializzano oggetti di design per la casa.
Ma ora vogliono staccarsi, “essere indipendenti”.
E aprire altri negozi simili, da gestire da sole. “Prima in Italia, poi anche all’estero — spiega Serena -. Di sicuro negli Stati Uniti, perchè lì c’è un mercato ampio che dà spazio a nuove idee e a prodotti di design”.
Ora la società è formalmente costituita.
Per il primo negozio puntano su Milano e la ricerca di un locale da affittare è già partita.
Solo che qui iniziano i primi problemi: “I costi sono molto alti”.
E tutti i limiti della nuova forma societaria vengono fuori: in banca non concedono certo prestiti a un’impresa che sul piatto mette in garanzia appena un euro di patrimonio.
“Per noi dovrebbero garantire i genitori”, proprio quello che le due sorelle non vogliono, alla ricerca come sono della loro indipendenza. “Ci hanno già regalato il loro marchio e la loro storia — spiega Stefania -. Ora tocca a noi”.
“Quello delle società a un euro è un primo passo positivo per i giovani.
Ma tutto rischia di essere inutile, se non ci saranno cambiamenti che facilitino l’accesso al credito”, ammette Serena.
Insomma, per dar vita a una nuova attività non bastano una buona idea e un solo euro. Serena e Stefania proveranno a vincere qualcuno dei bandi che Regione Lombardia e Unione europea mettono a disposizione di giovani donne imprenditrici.
E su questo la società a responsabilità limitata semplificata qualche vantaggio lo dà : “Altrimenti per cercare di ottenere un finanziamento avremmo dovuto costituire una srl normale. Ma noi non avevamo un capitale nostro”.
Con il notaio gratis, a loro sono bastati 368 euro tra imposta di registro e diritti camerali. E poi un euro di capitale sociale.
Chi l’ha messo? “Cinquanta centesimi a testa”, risponde Serena.
“No, in realtà l’ha messo mia sorella — smentisce Stefania -. Dice così per farmi fare bella figura. Siamo molto affiatate: lei è più portata per l’organizzazione e per le cose quadrate. Io ho una passione incredibile per l’allestimento di vetrine e per il design: delle due sono quella creativa”.
Il sogno ora qual è? “Creare negozi che siano apprezzati dalla gente e che a noi consentano di fare un minimo di utili”, inizia Serena.
“Girare il mondo — aggiunge Stefania — scoprire un prodotto, in Thailandia magari, commercializzarlo qui e farlo crescere”.
Luigi Franco
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL TESORO CONFERMA: “CI LAVORIAMO, MA LA MATERIA E’ COMPLESSA”… IL GETTITO STIMATO DAI COMUNI E’ DI 600 MILIONI DI EURO, CIFRA CONTESTATA DALLA CEI
Doveva essere una svolta storica.
Per ragioni di equità , ma anche per evitare la procedura d’infrazione dell’Unione europea per aiuti di Stato.
Eppure la tanto invocata estensione dell’Imu alla Chiesa rischia di trasformarsi in un clamoroso flop.
Il decreto del ministero dell’Economia, atteso per la fine di maggio, ancora non esiste. E senza, dal primo gennaio 2013, la Chiesa continuerà a non pagare l’Imu.
Così partiti, sindacati, fondazioni, associazioni.
Una beffa.
La notizia, rilanciata dal quotidiano Milano Finanza, rimbalza nei corridoi di via Venti Settembre.
L’imbarazzo è palpabile. “Nessuna proroga all’imposta, il decreto arriverà a breve e poi dovrà passare l’esame del Consiglio di Stato”, si affrettano a precisare, nel tentativo di stemperare il ritardo cronico del ministero dell’Economia.
E non solo su questa materia, visto che il dicastero guidato da Grilli deve varare ancora tre quarti dei provvedimenti attuativi delle sette grandi riforme targate Monti. “Il ritardo si deve all’esame complesso della materia”, spiegano. “Ma questo non pregiudica la corretta applicazione della norma, anche perchè la scadenza della prima rata è il 16 giugno 2013”.
Tutto vero.
Peccato però che in base all’articolo 91 bis del Cresci-Italia, aggiunto con un emendamento firmato da Monti in persona e presentato dal premier in Senato lo scorso 27 febbraio, l’esenzione all’Imu “si applica in proporzione all’utilizzazione non commerciale dell’immobile quale risulta da apposita dichiarazione”.
Dichiarazione da presentare entro il 2012 per pagare nel 2013, in base al modello disposto dal decreto del ministero.
Che ancora non c’è.
La Chiesa – e gli altri enti – non devono alcuna Imu sugli edifici o loro porzioni nei quali si svolge attività no profit, che non dà lucro, come il culto o il volontariato. Mentre “alla frazione di unità ” in cui si fanno utili si applicano le regole valide per tutti gli altri proprietari.
Il punto è proprio questo.
Un bar in parrocchia deve essere accatastato ex novo. Senza bisogno di decreto.
Ma per tutte le superfici meno individuabili (la maggior parte) si procede in base a “un rapporto proporzionale” (il 10% commerciale, il resto no, ad esempio), secondo le modalità del regolamento “fantasma”.
Il decreto, tra l’altro, dovrebbe precisare anche tutti i casi in cui escludere scuole e ospedali cattolici (ma anche altri enti) dall’Imu, come anticipato da Monti a febbraio. Esentati solo se non iscrivono utili a bilancio.
Il gettito stimato (Anci) da questa porzione di Imu è pari a 600 milioni.
Cifra sempre contestata dalla Cei (vescovi).
Barbara Artù e Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
PIU’ DI UN TERZO DEI PENSIONATI TEDESCHI, A PARTIRE DAL 2030, DOVRANNO CAVARSELA CON 688 EURO LORDI AL MESE A FRONTE DI UNO STIPENDIO ATTUALE DI 2500 EURO
Guadagnate 2.500 euro al mese e vi sembra poco? 
Godetevela finchè potete, perchè il futuro potrebbe davvero grigio.
A fare i primi conti su come si trasformerà l’importo una volta in pensione, ci hanno pensato i tedeschi che non la vedono affatto bene.
E se i ricchi piangono, o meglio, piangeranno, figuriamoci i poveri italiani che ancora stanno cercando di orientarsi nei meandri del labirinto della riforma previdenziale del ministro Fornero.
Ma partiamo con la Germania.
Secondo i dati elaborati dal ministero del Lavoro tedesco, a partire dal 2030 più di un terzo dei pensionati tedeschi dovranno cavarsela con 688 euro lordi al mese, una cifra che, per ammissione dello stesso ministro Ursula von der Leyen, costringerà il pensionato “a chiedere il sussidio statale di povertà “.
E a ritrovarsi in questa situazione non saranno coloro che hanno svolto un part time o lavorato con discontinuità , ma lavoratori a tempo pieno che per 35 anni hanno percepito un salario lordo di 2.500 euro.
La colpa è della riduzione della percentuale di calcolo della pensione rispetto allo stipendio, che nel 2030 sarà del 43% del salario netto, contro l’attuale 51%, che garantisce a parità di stipendio una pensione di 816 euro.
Questi dati sono stati rivelati dall’edizione domenicale del quotidiano Bild, che scrive anche che, in una lettera inviata ai giovani parlamentari della Cdu, la von der Leyen sottolinea l’importanza di sottoscrivere una pensione aggiuntiva privata finanziata totalmente dal lavoratore.
Secondo l’Ufficio statistico federale, più di un terzo degli occupati tedeschi a tempo pieno guadagna meno di 2.500 euro lordi al mese.
Già oggi in Germania, dove dal 1998 è stato più volte riformato il sistema previdenziale, si va in pensione a 65 anni (per poi salire progressivamente a 67) e il costo del sistema previdenziale è pari al 10,5% del prodotto interno lordo, contro il 14,1% fatto registrare dall’Italia.
Secondo i dati raccolti dall’istituto Hans-Bà¶ckler, infermieri, panettieri, imbianchini, educatrici, commesse, camerieri, operatori socio-sanitari e cuochi sono alcuni degli impieghi il cui stipendio lordo medio è inferiore ai 2.500 euro.
Tenuto conto del trend demografico la von der Leyen non intende però modificare l’attuale sistema pensionistico ma puntare sulle pensioni integrative.
“Molti lavoratori non si rendono conto che rischiano la povertà in vecchiaia e che hanno assolutamente bisogno di una pensione integrativa per non cascare nella trappola della povertà una volta andati in pensione“.
I calcoli del ministero del Lavoro di Berlino si basano però solo sul cosiddetto primo pilastro pensionistico, ovvero la pensione erogata direttamente dallo Stato, a cui lavoratori e imprese versano contributi mensili nell’ordine del 20% equamente distribuiti (10% il dipendente e 10% l’azienda, in Italia per contro il lavoratore versa il 10% e l’azienda il 32%).
Nel sistema previdenziale tedesco esistono però anche un secondo e un terzo pilastro, rispettivamente i fondi aziendali e i fondi pensionistici volontari.
Visto che i fondi aziendali sono molto diffusi e danno un deciso contributo al totale della pensione dei lavoratori, un confronto con l’Italia risulta estremamente difficile. Nel nostro Paese infatti mancano i fondi aziendali, mentre è stato da pochi anni avviato il conferimento del Tfr ai fondi pensioni.
Al di là delle differenze dei due sistemi pensionistici, poi, c’è anche il fatto che in Italia oggi è impossibile calcolare in maniera realistica l’importo della pensione che un lavoratore percepirà nel 2030.
“Posso solo dire che per avere una pensione dignitosa, il lavoratore dovrà aver versato nel corso della sua vita lavorativa almeno 300-400 mila euro di contributi, una cifra molto alta — spiega Temistocle Bussino, docente della Bocconi in materia previdenziale — Una cifra del genere è difficilmente raggiungibile per un lavoratore dipendente, per chi ha altri contratti di lavoro è sostanzialmente impossibile“.
Per Bussino anche in Italia, dopo il passaggio a un sistema esclusivamente contributivo, è di fondamentale importanza una previdenza complementare che vada a integrare quella erogata dallo Stato: “Allo stato attuale delle cose, ma è molto probabile che cambino da qui al 2030, la pensione è inferiore al 50% dell’ultimo stipendio percepito“.
Secondo l’esperto, infatti, potrebbero cambiare i coefficienti legati alla speranza di vita, così come non sono da escludere nuovi interventi sulle pensioni.
“Non credo che i futuri governi interverranno sull’età a cui poter andare in pensione, perchè la riforma Fornero prevede già che nel 2050 si possa andare in pensione a 70 anni, però non sono affatto da escludere interventi sui coefficienti, in modo da ridurre l’enorme costo del sistema previdenziale“, conclude Bussino.
Insomma, anche i ricchi piangono ma i poveri di più.
Giorgio Faunieri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
VOCI DI CORRIDOIO IN PARLAMENTO SULLA TESTIMONIANZA DAVANTI AI MAGISTRATI DI UN POLITICO CAMPANO CHE AVREBBE AVUTO UN RUOLO DIRETTO NELLA CAMPAGNA ACQUISTI POSTA IN ESSERE DALL’EX PREMIER BERLUSCONI PER SALVARE IL SUO GOVERNO
Tira una strana aria ultimamente dalle parti di Palazzo Grazioli. 
Un’ariaccia al sapor di giustizia.
E qual è la novità ?, direte voi. Il fatto è che pare che stavolta il venticello potrebbe non fermarsi allo stato di “tempesta mediatica”.
Potrebbe andare oltre.
Ne parlano i deputati più vicini alle istituzioni, più vicini alle forze dell’ordine.
Lo dicono sottovoce, per ora. Ma lo dicono.
A quanto pare su Silvio Berlusconi si starebbero per scagliare accuse senza precedenti.
Anzi, di più.
Le accuse sarebbero state già formalizzate.
Mancherebbero le verifiche e poi sarà un gran casino.
Ora starete pensando: “Vabbè, parla chiaro!”. Ok, ma con cautela.
La voce che circola è che un politico napoletano sia andato dai magistrati per riferire tutta la storia della compravendita dei parlamentari.
Un politico, quindi scordatevi Lavitola, anche se lui nella storia un poco c’entra.
Un politico napoletano che avrebbe partecipato in prima persona all’operazione, uno incaricato da Silvio Berlusconi a trattare direttamente per portare quanti più parlamentari “indecisi” dalla sua parte.
La testimonianza sarebbe travolgente, rischierebbe di dare il colpo, macchè, la batosta finale al Cavaliere alla vigilia delle elezioni 2013.
Non a caso proprio lui negli scorsi giorni è tornato a parlare di procure e giustizia a orologeria.
Non a caso il lancio di un ipotetico nuovo partito sembra da mesi un annuncio che non si concretizza.
Non a caso non è ancora chiaro se si candida o no, se farà un passo indietro o un balzo in avanti.
(da “Il Portaborse“)
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