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L’ADDIO DI VELTRONI SCUOTE LA VECCHIA GUARDIA, ORA D’ALEMA SPIAZZATO MEDITA IL RITIRO

Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile

LA MOSSA CREA PROBLEMI ANCHE ALLA BINDI E ALLA FINOCCHIARO

A Pier Luigi Bersani, con cui ha parlato ieri sera, l’ha spiegata così: «E’ una scelta del tutto personale, senza altre letture. Non è per fare polemica: avevo preso un impegno nel 2006 e dentro di me l’avevo confermato quando mi sono dimesso da segretario». Ma è indubbio che, al di là  delle sue intenzioni e della sua volontà , la scelta di Walter Veltroni è destinata a mutare il corso delle cose nel Partito democratico.
Ed è singolare in questo senso che, seppure per caso, il suo annuncio sia caduto proprio nel giorno del compleanno di quel Pd che lui ha fondato.
Da settimane l’ex leader spiegava di «non poterne più di essere messo nel calderone dei vecchi che hanno fatto cattiva politica», da mesi ripeteva che «la storia del patto tra i big del partito per cui io mi sarei prenotato la presidenza della Camera per la prossima legislatura è una balla».
E ora si sente finalmente «in pace» con se stesso.
Il che non vuol dire che si defilerà  dalla lotta.
Lo ha assicurato al segretario: «Farò campagna elettorale e mi impegnerò per far vincere il Pd». Bersani ha ringraziato sia per la promessa fattagli sia perchè con questa decisione Veltroni spiana la strada al leader che vuole rinnovare «senza umiliare o mettere da parte nessuno»: «Dobbiamo far vedere che anche noi vogliamo il ricambio, anche perchè è vero».
E adesso tutti si chiedono che cosa farà  D’Alema.
Perchè l’annuncio di Veltroni pone un problema ai maggiorenti di lungo corso del Pd. Per dirla con il giovane onorevole Fausto Recchia «in molti oggi si sentiranno invecchiati».
Bersani spera in suo autonomo passo indietro.
Il presidente del Copasir ha ammesso in più di un comizio che due mesi fa aveva pensato di dimettersi ma che poi di fronte «all’aggressione di Renzi» ha cambiato idea. E ora? Ora che Emanuele Fiano dice «facessero anche gli altri questo gesto».
Ora che Alessandra Moretti, portavoce del comitato elettorale di Bersani, non ha fatto e non fa mistero di voler pensionare anche lui, che cosa farà  D’Alema?
È spiazzato, di certo, perchè questa sua scelta l’ex segretario del Pd l’aveva maturata da solo, una settimana fa.
Ne era al corrente, in qualche modo, Bersani, ma erano pochissimi quelli che sapevano tutto: la moglie Flavia e l’indispensabile braccio destro Walter Verini.
Il presidente del Copasir sostiene che «come sempre, farà  quello che è bene per il partito».
E lascia intendere che potrebbe defilarsi. Ma intanto non si sa quanto spontaneamente più di seicento politici, economisti, uomini di cultura meridionali oggi su l’Unità  sosterranno che per loro «D’Alema è un punto di riferimento».
Si badi bene, questo non è un tentativo di ricandidatura da parte del presidente del Copasir.
Semplicemente, D’Alema è amareggiato per il trattamento riservatogli: «Sono stato preso come il simbolo negativo della politica».
E il fatto che i vertici del Pd non lo abbiano difeso gli ha fatto male.
Un conto è uscire dalla mischia politica tra i fischi, un altro uscirne tra gli applausi. Ma non c’è solo D’Alema a essere spiazzato – e nel suo caso anche anticipato – dalla mossa di Veltroni. C’è anche Rosy Bindi.
È in Parlamento da una vita e Renzi glielo ricorda ogni volta che può. Lei dice «mi rimetto alle decisioni del partito».
Però spiega anche perchè e per come si è meritata la ricandidatura. Ora non potrà  riscendere in pista senza fare la figura di quella attaccata alla poltrona.
Perciò sta riflettendo sul da farsi.
Lo stesso dicasi per Anna Finocchiaro. Non ha problemi invece l’ex presidente del Senato Franco Marini che, qualche mese fa, in un’intervista alla Stampa disse che non si sarebbe ricandidato.
Ora c’è chi per rito o chi per convinzione, chiede a Veltroni, come fa Enrico Letta, di «ripensarci».
Ma lui spiega: «Non ritornerò mai sui miei passi». E non esclude in un prossimo futuro un altro viaggio in quel continente che, al di là  delle ironie che sono state fatte, gli è rimasto nel cuore: l’Africa.

Maria Teresa Meli
(da “Il Corriere della Sera“)

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REGIONALI LOMBARDIA, APERTA LA CORSA A SINISTRA: SPUNTA LA CANDIDATURA TABACCI

Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile

“POTREI RINUNCIARE A ROMA E PRESENTARMI IO”… “QUESTI MESI A PALAZZO MARINO MI HANNO FATTO REINNAMORARE DELLA GESTIONE AMMINISTRATIVA”

“Questa storia sta portando la Lombardia a un grado di scadimento senza precedenti. Gli ultimi cinque anni sono stati raccapriccianti: la sanità , le bonifiche ambientali, le fiere. Mancava soltanto un’accusa così infamante come quella del commercio di voti.
C’è stato un potere eccessivo senza contrappesi, accentuato dal fatto che il presidenzialismo all’italiana ha dimostrato di non avere gli anticorpi adatti: oggi Bill Clinton fa il conferenziere, Formigoni è al suo quarto mandato».
Bruno Tabacci, assessore al Bilancio della giunta Pisapia, già  presidente della Regione Lombardia dal 1987 al 1989 per la Dc, non ha mai fatto sconti al governo Formigoni. E adesso che il Celeste è più in bilico che mai è pronto a darsi da fare per costruire un’alternativa di centro-sinistra, o di «sinistra-centro» – come preferisce chiamarla lui — per Palazzo Lombardia.
Onorevole Tabacci, l’alleanza Pdl-Lega sta implodendo. Pare proprio che si voterà  in aprile. Siete pronti ad offrire un’alternativa?  
L’alternativa si può creare. Però non ci si può limitare al centrosinistra così come emerge dalle sigle che sono in campo oggi. Tant’è vero che il fenomeno Pisapia è stato costruito intorno ad un movimento, quello degli arancioni, che andava ben oltre i partiti tradizionali».
Il modello Pisapia è esportabile a livello regionale?  
«Sì, a patto di costruire una lista civica lombarda, alleata del Pd, che raccolga le forze centriste che in passato hanno ceduto alle lusinghe di Berlusconi, i sindaci delle liste civiche, la società  civile».
Cosa pensa delle primarie?  
«Le primarie si possono fare. Ma credo che la cosa principale sia fare le cose in modo molto ordinato. La Lombardia ha bisogno prima di tutto di qualcuno che si occupi di smantellare questo sistema di potere. Io stesso, candidandomi alle primarie nazionali, mi sono messo alla prova per costruire un’alternativa di “sinistra-centro” per il Paese. Certo, è un grave errore non aver inserito alcun riferimento all’agenda Monti nella carta d’intenti presentata ieri da Bersani, Vendola e Nencini».
Per il Pirellone pensa a un Monti lombardo?  
«Meno tiriamo in ballo Monti e meglio è. Lo dico per rispetto alla sua persona. Di sicuro però la Lombardia ha bisogno di persone trasparenti che non abbiamo strutture politiche fameliche da mantenere».
Mettiamola così. Se nel 2013 dovesse scegliere fra ricandidarsi al Parlamento o impegnarsi in prima persona per la Lombardia cosa sceglierebbe?  
«Non ho alcuna difficoltà  a dire che potrei non candidarmi al Parlamento. Forse è stato solo un caso ma da quando Giuliano mi ha chiamato a far parte della sua squadra ho riscoperto un entusiasmo che credevo sopito dopo le esperienze balzane della politica nazionale. Aggiungiamoci pure che questi mesi a Palazzo Marino mi hanno fatto reinnamorare della gestione amministrativa…».

Francesco Moscatelli
(da “Il Corriere della Sera“)

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INTERVISTA A FORMIGONI: “LEGA: SOLITI RIBALTONISTI, SCELGANO ENTRO STASERA O URNE SUBITE”

Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA REGIONE: “ALLIBITO DA MARONI, AVEVAMO FATTO UN PATTO. NON ASPETTO SEI MESI, SI VOTI SUBITO”

Il Governatore dà  l’ultimatum alla Lega, che «ha mostrato la sua anima inaffidabile e ribaltonista». «Se entro oggi non cambiano la loro posizione, mi assumo il compito istituzionale, che mi compete, di limitare al minimo la campagna elettorale e andare al voto al più presto».
Presidente Formigoni, cosa significa al più presto?
«Significa che do pochi giorni di tempo al consiglio regionale perchè elimini il privilegio del listino bloccato, come chiedo a voce e per iscritto da molti mesi. Come secondo atto amministrativo voglio vedere cosa succede sulla chiusura del bilancio. Poi, si va al voto».
Perchè questo ultimatum?
«Perchè sei mesi di campagna elettorale per la Lombardia sono un fatto demenziale. Mi assumo la responsabilità  di mettere fine a questa agonia che comporterebbe blocchi, polemiche, intralci di ogni genere».
Tutto deciso, quindi?
«Dipende dalla risposta che avrò dalla Lega nelle prossime 24 ore. Giovedì scorso, il segretario Roberto Maroni aveva spiegato che, dopo aver ottenuto l’azzeramento della giunta regionale, aveva il dovere di andare avanti. Sabato ha detto che bisogna votare ad aprile: se questa resta la loro linea, ripeto, è inutile aspettare la primavera».
Si sente tradito dal segretario Maroni? Dalla Lega?
«Sono più che altro allibito. Giovedì ci siamo parlati in tre: io, Alfano e Maroni. Abbiamo concordato la strategia, siamo andati davanti alle telecamere, ci siamo stretti la mano: e poi? Sono allibito e sconcertato: si conferma l’anima della Lega inaffidabile e ribaltonista».
Come giudica questa idea che hanno lanciato delle primarie?
«Se è così, vuol dire che hanno proprio deciso di andare da soli. Non mi resta che augurare loro un buon cammino. Ma non credo andranno molto lontano».
Dopo le dimissioni, lei cosa farà ?
«Io sarò in campo. Non è necessario essere candidato: farò la campagna elettorale con un ruolo da definire, perchè a me interessa rivendicare l’eccellenza del buon governo e della buona politica di questi 17 anni e offrire una proposta ai lombardi».
Se si va al voto in Lombardia, crede che ci saranno ripercussioni su Piemonte e Veneto?
«Lo ha detto il segretario del Pdl veneto, Alberto Giorgetti: “Se cade la Lombardia, si vota anche qui”. La scelta spetta al partito e io non metto becco nelle vicende delle altre regioni. Ma faccio notare che Lombardia, Piemonte e Veneto sono figlie dello stesso patto».
Il Pdl condivide la sua linea?
«Alfano dice le stesse cose che dico io perchè le abbiamo condivise: non ha senso prolungare un’agonia. Siamo in totale sintonia con i vertici del partito e ancora questa mattina (ieri, ndr ) mi sono sentito con Berlusconi, Alfano, La Russa e Mantovani, ripetendoci le stesse cose. Siamo compatti».
Non crede ci sia stato un patto fra Alfano e Maroni?
«Giovedì a Roma ho visto come Alfano ha lavorato al mio fianco e a mio sostegno e ho anche postato un tweet scrivendo Abbiamo un segretario».
E i suoi amici ciellini? Il movimento la sostiene?
«Più di quello che c’è stato a Rimini cosa posso chiedere? Ho avuto applausi e affetto. Questa è la realtà , il resto sono dietrologie false. Il popolo di Comunione e Liberazione non mi ha mai lasciato solo: certo, posso avere compiuto errori e so di avere un caratteraccio: ma non ho mai fatto nulla contro la legge, e non ho commesso reati».
Però l’inchiesta che coinvolge il faccendiere Daccò la chiama in causa e le ricevute delle vacanze ai Caraibi non si sono ancora viste.
«Ripeto quello che sto dicendo da mesi: non ho ricevuto nessun vantaggio da Daccò e Daccò non ha ricevuto nessun vantaggio da me. La sentenza del processo sul San Raffaele, che tra parentesi giudico abnorme per Daccò, ha dimostrato l’assoluta estraneità  mia e della Regione. Aggiungo sommessamente, senza voler interferire nel lavoro della magistratura, che anche la vicenda Maugeri segue la stessa logica».
Stasera ci sarà  una manifestazione fuori dal Palazzo Lombardia per chiedere le sue dimissioni: preoccupato?
«L’opposizione è libera di fare quello che vuole. A quella organizzata dopo l’arresto di Zambetti c’erano una cinquantina di persone: può essere che qui ne arrivino di più, del resto anche nell’anno in cui sono stato eletto con il record del 63 per cento dei consensi, più di 2 milioni di lombardi hanno votato contro di me. È la democrazia, no?».
Lei è molto impegnato per Expo, come ha dimostrato negli interventi all’International Participants Meeting che si è appena concluso. Dopo le dimissioni, manterrà  l’incarico di commissario generale?
«Fino all’insediamento del nuovo governo regionale, resto presidente a tutti gli effetti. La nomina di commissario generale di Expo è stata fatta sulla persona, non sulla carica: tuttavia, mi prenderò poi del tempo per riflettere e decidere».

Elisabetta Soglio
(da “Il Corriere della Sera“)

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IN LOMBARDIA IL PDL APRE LE FOGNE: ANCORA ALLEANZA CON LA LEGA E APPOGGIO ALLA CANDIDATURA DELL’IMPRESENTABILE SALVINI

Ottobre 15th, 2012 Riccardo Fucile

MAI UN UOMO DI DESTRA POTREBBE VOTARE UN FIGURO DEL GENERE, ANTI-ITALIANO E RAZZISTA… IL PDL PAGHERA’ CARA UNA SCELTA DA PERENNE SERVO DI UN PICCOLO PARTITO DEL 5%, CON PLURI-INQUISITI CHE FANNO PURE LA MORALE AGLI ALTRI

E’ un altro ventennio che va in soffitta, quello dell’eterno Celeste alla guida del modello Lombardia gettato in faccia alla Nazione con arroganza e ostentazione oscena del potere.
Dopo una lunga notte di conciliaboli e telefonate concitate, alle fine anche l’ultima zattera che restava in mano a Formigoni è venuta meno; Alfano ha annunciato l’intenzione del Pdl di sfilarsi dal sostegno ad oltranza del governatore che, tuttavia, piloterà  la crisi fino alle elezioni di cui lui deciderà  “autonomamente” la data; un modo per non lasciare la gestione del passaggio in mano al Carroccio, anche se l’asse Pdl-Lega resta solido.
Nel nome di un accordo ad orologeria che, tuttavia, già  guarda all’alleanza nel dopo Formigoni.
Che dovrà  portare un leghista — nelle intenzioni- alla guida di Palazzo Lombardia.
Ma non sarà  Maroni.
E’ stato ieri sera, a Lecco, che i fantasmi della sconfitta definitiva a lungo temuti del Celeste si sono materializzati in una folla che gridava “buffone, dimettiti”.
Poco prima, Maroni si era trovato l’intero consiglio federale della Lega a fargli una sorta di processo, capitanato da Matteo Salvini, che sventolava i titoli dei giornali della mattina: “La Lega salva Formigoni”.
Un’onta che il nuovo Carroccio non poteva tollerare.
Così Maroni, sentito Bossi, ha cambiato la corrente degli eventi attaccandosi a quella data di chiusura della legislatura lombarda che mai era stata sottoscritta durante il vertice di giovedì a Roma e ha chiesto a Formigoni il famoso passo indietro: “Si va a votare ad aprile”.
La linea Salvini ha vinto su tutto, ma Maroni, prima di darla vinta al suo arrogante luogotenente, aveva sentito Alfano, concordando la linea da tenere in futuro.
Formigoni avrà  probabilmente un seggio al Senato, nel listino blindato di quello che sarà  il Pdl alle politiche; una candidatura che verrà  sostenuta anche dalla Lega, per non rinnegare “l’ottimo lavoro fatto in Regione fino ad oggi”.
Se il Celeste accetterà  questa ciambella di salvataggio lo si vedrà  poi. Intanto, però, governerà  lui la crisi decidendo anche la data delle elezioni, cosa che Salvini, invece, non voleva in alcun modo concedere.
In cambio, il Pdl non metterà  a rischio la tenuta delle due regioni leghiste, Piemonte e Veneto, ma non appena verrà  stabilita la data del voto l’asse Pdl e Lega tornerà  ad rinsaldarsi sul nome del successore di Formigoni che, con ogni probabilità  sarà  proprio Matteo Salvini.
Maroni sembra continuare a voler ritagliare per sè il ruolo di “traghettatore” della Lega 2.0. che ha bisogno ancora di un lungo lavoro di ricostruzione prima di poter pensare di rivolgersi nuovamente all’elettorato nazionale senza temere di restare sotto lo sbarramento più basso, quello del 4% in coalizione. L’accordo che chiude il ventennio ciellino alla guida del Pirellone è stato quindi siglato nella notte.
Poi, stamattina, una lunga telefonata tra Alfano e Formigoni e quindi l’annuncio, durante la convention dei Democristiani di Rotondi a Saint-Vincent.
Niente “accanimenti terapeutici”, andare alle elezioni “per il bene della Lombardia”.
Alfano, dunque, ha scaricato Formigoni (anche se lui ha parlato maliziosamente di “lettura malevola della vicenda”) pur di non perdere il più fedele alleato e cominciare a ricostruire, fin da subito, un “dopo” che possa soddisfare entrambi.
D’altra parte, l’alleanza tra Pdl e Lega è stata la colonna portante del ventennio e ora la parte più nuova di questa ossatura politica (la Lega di Salvini, non certo quella di un Maroni ancora troppo compromesso con il passato e interessato anche dall’inchiesta Finmeccanica) prova a rinascere dalle ceneri del suo alleato.
La Lombardia è stata il modello di efficienza e sviluppo che il centrodestra offriva al resto del Paese reale.
Appena pochi mesi fa Formigoni era considerato una possibile alternativa alla leadership nazionale di Berlusconi, e rivendicava le primarie per prenderne il posto.
Invece, il Celeste ha molte responsabilità  personali, a partire dalla negazione dell’evidenza.
E cioè che la ‘ndrangheta dettava legge a Milano, comprava e vendeva voti, infiltrandosi ovunque, nel suo partito e altrove.
Come sempre ci si chiederà , ora più che prima, come poteva “non sapere” tutto questo Formigoni; la storia giudiziaria racconterà  il resto.
Domani, dunque, sarà  davvero un altro giorno per la Regione Lombardia.
Ma chissà  quanto migliore.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

Il commento del ns. direttore

Formigoni doveva dimettersi da tempo, i vertici del Pdl avrebbero dovuto convincerlo a rassegnarle prima che la situazione precipitasse.
Ma che vengano a fare la morale i compagni di merenda di Boni e Belsito, ovvero colui che, secondo gli inquirenti, aveva rapporti con la ‘ndrangheta, è davvero il massimo della sconcezza politica.
Se Formigoni “non poteva non sapere” del suo assessore che pagava 50 euro a voto, il metro di giudizio deve valere anche per Maroni e Salvini che “non potevano non sapere” dei soldi in Tanzania e dei lingotti d’oro.
Salvo che non si auto-accusino di essere dei coglioni, il che non deporrebbe in ogni caso a loro favore.
Berlusconi e Alfano, dopo aver minacciato di far cadere le giunte di Piemonte e Veneto, si sono calati le braghe, anche perchè nessun assessore del Pdl in quelle due regioni avrebbe mai mollato la poltrona.
E’ il prezzo che si paga ad aggregare soggetti senza ideali.
E’ risaputo che, all’interno della Lega, molti esponenti di rilievo hanno da sempre considerato Maroni “un traditore” potenziale: se ha tradito Bossi, quale scrupolo volete che abbia avuto a venir meno alla parola data a Formigoni.
Dopo aver subito ricatti per anni, i vertici del Pdl dimostrano di non aver compreso ancora la lezione: ora pare che sarebbero disposti a cedere a un partito del 5%, allo sfascio più del loro, la presidenza anche della Lombardia. E non a una persona che almeno non rutti a tavola, ma al peggiore becerume esistente in via Bellerio, l’anti-italiano Salvini.
Il famoso sobrio cantante dai cori razzisti secondo cui “i napoletani puzzano”.
Un soggetto che se in Italia venisse perseguito il reato di istigazione alla discriminazione razziale si potrebbe presentare solo alle primarie di San Vittore, ma che pare molto gradito alla fogna padagna del 5%.
Bene, presentatelo come candidato governatore in Lombardia e tanti uomini e donne di destra vera, non quella becera o dei conti in Tanzania, non quella imputata di corruzione o che trasforma i soldi pubblici in lingotti, saprà  come regolarsi.
Chiunque sarà  l’avversario di Salvini, fosse anche il Pisapia di turno, il nostro voto sarà  per chi non rutta corruzione, divisione del Paese   e razzismo.
Per Salvini la Padania non è l’Italia?
Bene, fuori dai coglioni allora: torni in Tanzania a contare i soldi di Belsito.

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