Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
I FONDI PER AIUTARLE NON CI SONO PIU’… OGNI GIORNO 5 NUCLEI FAMILIARI FINISCONO SULLA STRADA… IL REDDITO MASSIMO PER AVERE UN SOSTEGNO E’ DI 4.000 EURO L’ANNO
Senza lavoro, senza stipendio, senza soldi per pagare l’affitto.
In rapida successione e in un rapporto di causa-effetto a cui manca solo l’epilogo: lo sfratto.
È la sorte che pende sul capo di oltre diecimila famiglie di Milano e provincia (la cifra esatta è 10.372), il 90 per cento di quelle che hanno un procedimento di sfratto convalidato, i due terzi di coloro per i quali il procedimento è esecutivo, con la concessione della forza pubblica per eseguire lo sgombero coatto dell’alloggio.
Solo quindici anni fa, a fine anni Novanta, gli sfratti per morosità erano appena uno su 10.
Ma la crisi economica ha costretto a diventare inadempienti anche le famiglie che hanno sempre pagato l’affitto con regolarità , portandole sull’orlo del baratro rappresentato dalla perdita del tetto.
L’allarme arriva da Sunia, Sicet e Uniat, i sindacati inquilini di Cgil, Cisl e Uil, che hanno diffuso le ultime statistiche relative ai 16.783 sfratti esecutivi pendenti.
«È una situazione che si aggrava ogni anno di più e che fa a pugni con il dato degli 80mila alloggi sfitti in città , di cui 45mila di proprietà pubblica – spiega Stefano Chiappelli del Sunia Cgil – Chiediamo un incontro col prefetto per arrivare al blocco degli sfratti, considerando che a luglio ne erano già stati eseguiti 2.118 e si va avanti spediti al ritmo di 4-5 al giorno. Le famiglie, oltre a non avere lavoro, si trovano in strada da un giorno all’altro».
Un quadro drammatico che stride con il taglio dei fondi per il sostegno all’affitto, risorse delle quali nel 2011 avevano beneficiato 7.537 famiglie milanesi.
«Quest’anno – denuncia Leo Spinelli, segretario regionale del Sicet – lo Stato ha eliminato il 93 per cento delle risorse, la Regione il 41. Il risultato è che si crolla dai 40,8 milioni disponibili l’anno scorso per la Lombardia ai 12 odierni».
Per legge ogni Comune deve integrare il fondo regionale con una quota proporzionale: dai complessivi 6,4 milioni del 2011 si passa a 4,8.
I sindacati aggiungono che al taglio delle risorse è seguita anche la decisione di abbassare la soglia di accesso al contributo una tantum di 1200 euro: potranno presentare domanda con qualche speranza di essere accettati solo i nuclei con reddito Isee (reddito complessivo, al netto dell’Irpef e delle spese mediche, diviso per il numero dei componenti della famiglia e rapportato alle aggravanti del disagio familiare o personale) non superiore a 4mila euro annui.
«A Milano in questo modo – continua Spinelli – resteranno escluse 6.400 famiglie che per mancanza di requisiti non potranno più presentare domanda: soprattutto pensionati soli con la minima, genitori separati con figli a carico e i single in difficoltà che sono in forte aumento».
I sindacati sono già passati al contrattacco e dal Comune di Milano hanno ottenuto la promessa che oltre un milione e 100mila euro verrà destinato a finanziare, in tempi brevissimi, un nuovo bando per il sostegno all’affitto con requisiti meno draconiani.
A giorni si riaprirà anche il bando per le case popolari: oggi in graduatoria ci sono 23mila nominativi (34mila domande presentate) ma le assegnazioni non sono più di 800 all’anno.
Metà delle quali vanno a famiglie finite in strada dopo lo sfratto.
Zita Dazzi
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
GLI ENTI FANTASMA CANCELLATI DAL REFERENDUM STANZIANO CENTINAI DI MIGLIAIA DI EURO… CARBONIA INVESTE SULLA LIBERTA’ DI INTERNET IN CINA, OLBIA ELARGISCE SOLDI ALLE SAGRE
In primavera sembravano morte dopo il plebiscito del referendum sardo, poi sono state
tenute in vita fino a febbraio del 2013 per evitare il caos amministrativo. In pratica per le otto Province dell’isola, quelle storiche e quelle cosiddette ‘nuove’ citate nei quesiti abrogativi (Ogliastra, Carbonia-Iglesias, Olbia-Tempio e Medio Campidano) non è cambiato nulla.
Gestiscono fondi pubblici non in vista di una loro ‘liquidazione’, ma programmano per gli anni a venire, assumono personale, assegnano incarichi e distribuiscono contributi a sagre e fiere.
E ricevono ingenti finanziamenti dalla stessa Regione.
Così c’è chi solleva un dubbio di legittimità sul loro operato.
Così questa mattina è stato presentato un esposto alla Corte dei conti in “quanto inadempienti al dettato regionale 11/2012 del 25 maggio e all’indicazione del voto referendario”.
Lo hanno fatto alcuni membri del comitato referendario “Sardegna si cambia”, anche appartenenti ai Riformatori sardi, partito si è speso per la campagna di una consultazione, sostenuta anche dal governatore Ugo Cappellacci, e per cui sono stati stanziati 6 milioni di euro. Allegate varie delibere provinciali “quelle pubblicate sui siti istituzionali, ma molte non lo sono”.
In particolare si contesta la non coerenza con la legge regionale di maggio sul riordino delle autonomie locali.
La scaletta prevede che entro il 31 ottobre il consiglio approvi una legge e che entro l’anno, 31 dicembre, ne venga data attuazione. La data di fine è sempre la stessa: 28 febbraio dell’anno prossimo, intanto c’è la gestione “in via provvisoria” per “provvedere alla ricognizione di tutti i rapporti giuridici, dei beni e del personale dipendente ai fini del successivo trasferimento”
Che vale soprattutto per le cosiddette ‘nuove’, ma anche per le storiche, su cui i sardi si erano espressi con un semplice quesito consultivo.
Ma nonostante tutto si procede con gli acquisti anche con la copertura finanziaria del bilancio di previsione 2012.
Piccole e grandi spese.
La giunta della provincia di Carbonia-Iglesias, per esempio, il 23 luglio delibera lo stanziamento di mille euro per “un congruo numero di copie, scontate rispetto al prezzo di copertina” del saggio “Il controllo politico di internet in Cina” — pubblicato da Ex Libris.
Da distribuire agli studenti delle scuole superiori perchè “spunto di riflessione, perchè abbia ricaduta nella scuole”.
La stessa provincia gestisce ovviamente anche cifre più consistenti. È l’unica che ha avuto un presidente dimissionario nelle ore calde del referendum, Salvatore Cherchi (Pd) ex parlamentare Pci, poi subito tornato sui suoi passi.
Per il progetto “Welfare to work” la stessa provincia colpita da una grave crisi e dalla chiusura delle fabbriche, manovra risorse per un milione e 115mila euro, coperta dai bilanci degli anni passati.
Il contributo è di 15mila euro per ogni nuova azienda e ci sono voucher formativi e bonus assunzionali per 651mila euro.
La provincia d’Ogliastra, 58mila anime appena, chiude i conti con il Progetto terre civiche che prevede l’istituzione di un Osservatorio e vista l’”urgenza” il 23 agosto si stanziano 30mila euro al Dipartimento di Sanità pubblica dell’Università di Cagliari. Altra provincia in bilico, altre spese.
Nel Nord Sardegna quella di Olbia-Tempio punta tutto comunicazione e su un apposito piano 2012 e sulle sagre.
A cui la giunta provinciale dà l’ok il 2 agosto. Ci sono soldi a pioggia per “valorizzare le produzioni vitivinicola”: 10mila euro alla Confraternita del Nebiolo di Luras, 12mila alla Cantina del Vermentino, 20mila all’Agrimercato Gallura Onlus.
E poi le feste: 10mila per la “Grande Danza di San Pantaleo” e ancora 10mila al’Associazione culturale Fidale di Tempio.
E via discorrendo, somme da versare dopo apposita rendicontazione. E poi pubblicazioni varie.
Ma il fatto che le province non si considerino in dismissione arriva dal capitolo pianificazione.
Sempre quella di Olbia-Tempio il 2 agosto deliberava il “conferimento di un incarico per il Pup/Ptcp” ossia il Piano Urbanistico Provinciale/Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale.
Per le assunzioni sbaraglia tutti la Provincia di Cagliari, illesa dai quesiti referendari, il 25 settembre procede attraverso una determina di un dirigente con la gara semplificata per l’affido a un’agenzia interinale.
L’Adecco Italia spa si aggiudica il piano di tre anni per l’assunzione di lavoratori interinali: si tratta di 4 milioni e duecentomila euro, iva inclusa.
Anche la Provincia di Nuoro ha bisogno di altro personale, così tra luglio e agosto diventa esecutiva una delibera che prevede vari incarichi co.co.co.: uno per un esperto di politiche ambientali, e quattro per esperti di lingua sarda parlata e scritta.
Ma anche per la Regione si va avanti come se nulla fosse.
Tanto che a inizio settembre, il 4, approva un disegno di legge che trasferisce alle province ben 12 milioni di euro.
Sono i soldi necessari per il funzionamento dei Cesil (Centri servizi inserimento lavorativo) e dei Csl (Centri servizi per il lavoro), una vertenza che va avanti da anni, con centinaia di precari che lavorano nelle pubbliche amministrazioni.
Ebbene, finora, come recita la stessa delibera, la sistemazione e il finanziamento erano stati più volte cassati dalla Corte Costituzionale.
Ora si è trovata una soluzione tampone, ancora, “per la prosecuzione dell’attività lavorativa del personale in servizio”.
Ma che fine faranno, poi, questi dipendenti?
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
GLI STATI UE HANNO TAGLIATO I FINANZIAMENTI AL FONDO SOCIALE
L’Unione Europea ha finito i soldi per il programma Erasmus. Segno dei tempi.
Il Fondo Sociale è al lumicino e a soffrirne saranno anche programmi storici e simbolo dell’Europa.
La commissione bilancio del Parlamento europeo ha approvato in extremis gli emendamenti per evitare che il programma per gli studenti sparisca nel 2013, ma intanto i soldi per finanziare gli ultimi tre mesi del 2012 non ci sono.
Spetta all’Ue erogare i finanziamenti per avviare i programmi Erasmus, ma non ha fondi per farlo, perchè i Paesi membri hanno tagliato i contributi al budget. Non ci sono, perciò, le risorse per pagare le richieste avanzate per il periodo settembre-dicembre, maggiori del previsto, mentre l’accordo raggiunto in extremis ieri ha ridimensionato il progetto per la mobilità degli studenti del 2013.
Le difficoltà dell’Erasmus sono le più eclatanti, vista la popo-larità del programma che, lanciato nel 1987, ha permesso a oltre due milioni di giovani europei di studiare in 33 Paesi, tra cui anche stati non membri dell’Unione come Islanda, Liechtenstein e Turchia.
A soffrire del taglio di quattro miliardi nel budget sarà però, più in generale, l’intero Fondo sociale europeo, uno dei più importanti strumenti finanziari dell’Unione Europea, indispensabile per finanziare i progetti per lo sviluppo e la promozione della coesione tra i diversi stati membri. La ricaduta per i singoli Stati è disastrosa, perchè i progetti non finanziati corrispondono a 900 milioni di euro per la Spagna, 600 per l’Italia e la Grecia, 400 per la Francia e circa 150 milioni per la Gran Bretagna.
Ad azionare la scure dei tagli, oltre alle difficoltà economiche, anche la diffidenza di alcuni stati membri a proposito della regolarità dei rimborsi chiesti dalle singole nazioni, ritenuti esosi o immotivati.
A questo proposito, l’eurodeputato francese Alain Lamassoure ha chiesto che siano rese pubbliche le cifre spese da ciascuno stato e si stabilisca che l’Unione Europea paghi soltanto le fatture certificate.
I cordoni della borsa si chiudono, insomma, anche per stimolare comportamenti più virtuosi e una gestione più oculata, che eviti in futuro la situazione attuale di un Fondo sociale europeo senza più un euro.
“L’allarme Erasmus”, lanciato tre giorni fa da alcuni eurodepu-tati, ha messo in luce anche l’incoerenza, come spiega Patrizio Fiorilli, portavoce del Commissario europeo al bilancio, Janusz Lewandowski, dei capi di governo che «negli ultimi consigli hanno tutti e 27 dichiarato unanimemente che per uscire dalla crisi bisogna investire sui giovani e sulla ricerca» salvo poi tagliare proprio le risorse ai progetti per finanziare innovazione e studio.
Nell’immaginario europeo i giovani che hanno usufruito in questi 25 anni dell’Erasmus sono gli spensierati goliardi di film come “L’appartamento spagnolo”, ma in realtà gli scambi tra università sono stati una promozione formidabile del modello europeo e hanno contribuito più di ogni altra cosa a far crescere cittadini che si sentono a casa a Siviglia come a Roma e a Parigi.
Cristina Nadotti
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
FORSE STAVOLTA E’ DAVVERO FINITA
Addio alla politica. Addio al Parlamento.
Per adesso è solo un’ipotesi, l’ha confidata a pochi «intimi» prima di lasciare l’Italia per volare a Mosca ai festeggiamenti del fine settimana per i sessant’anni dell’amico Putin.
Solo un’ipotesi che, però, Silvio Berlusconi sta prendendo in seria considerazione.
Un passo di lato, più che indietro.
Destinato a favorire uno scenario impensabile fino ad oggi e ignoto alla quasi totalità dei dirigenti di quella barca alla deriva che è ormai il Pdl.
Il Cavaliere pensa a rinunciare non solo alla corsa alla premiership, per la quale sa di non avere chance, fosse pure alla guida di una formazione con simbolo e nome nuovi di zecca. Ma anche alla candidatura in Parlamento, a un seggio alla Camera o al Senato.
Lasciare il campo, va da sè, non vorrebbe dire rinunciare alla tutela degli interessi personali, degli ingenti affari del suo impero, e neanche alla protezione dalle grane giudiziarie che ancora lo insidiano.
La sua è una mossa tattica – racconta in queste ore chi è di casa a Palazzo Grazioli – destinata a spiazzare e a terremotare tutto il quadro politico.
A cominciare da chi lo circonda, dai big di un partito che, per restare alle sue parole, «non è da resettare, ma è da sciogliere, da azzerare».
E la ricetta individuata non sarebbe affatto quella che gli ha sottoposto con uno schemino in dieci punti il suo segretario Angelino Alfano.
Quel documento, che prevedeva tra le altre “novità ” una sorta di assemblea-congresso da one day da tenersi ai primi di dicembre, l’ex premier l’ha già piegato e riposto nel cassetto. «Continuano a propormi palliativi quando qui occorre uno shock» ha confidato nelle ultime ore.
Preoccupato dai sondaggi e indispettito dal coro di dichiarazioni di tutti i pidiellini che da ieri si dicono pronti a saltare sulla scialuppa del nuovo soggetto politico.
In procinto di dire “basta”.
«Ve lo immaginate Berlusconi che, per smantellare la baracca, convoca una platea affollata da politici di cui intende liberarsi?».
Il “Presidente” assieme ai bozzetti del nuovo simbolo e del nuovo nome pensa dunque ad altro.
Prepara la soluzione «shock», appunto.
Nell’ultimo vertice, a coordinatori e capigruppo Pdl ha ripetuto di aver provato in tutti i modi a convincere Montezemolo, senza successo.
Il ragionamento esposto successivamente solo ai più fidati trae le conseguenze: «Farmi da parte è l’unico modo per convincerlo, per consentire a Luca o a uno come Corrado Passera di accettare la guida di una grande coalizione dei moderati. Con me in prima fila non lo faranno mai».
Nella prospettiva del Cavaliere, a quel punto – e solo a quella condizione – rientrerebbe in partita Pier Ferdinando Casini con l’Udc. E con lui perfino Gianfranco Fini.
Al di là delle scintille ancora recenti e delle querele di queste settimane al presidente della Camera, tutto – col ritiro di Berlusconi – sarebbe destinato a rientrare.
In nome di un grande, unico partito centrista.
E di un solo slogan: «fermare i comunisti».
Con il Pd costretto ad allearsi «solo» con Vendola e Di Pietro.
La mossa del cavallo, quindi, per consentire la nascita della costellazione del nuovo centrodestra.
Nella quale potrebbero pure trovare posto una sigla post-An di La Russa piuttosto che le liste civiche che ha in mente Alemanno, quella berlusconiana dei giovani o degli imprenditori. Dettagli.
Quel che conta, per l’inquilino di Palazzo Grazioli, è che il Ppe in salsa italiana che nascerebbe dalle ceneri, o quanto meno un suo zoccolo duro berlusconiano, continui a tutelare i molteplici interessi del «padre nobile» fattosi da parte per «il bene di tutti».
Questo balena negli ultimi giorni nella mente di Berlusconi, mentre fino a ieri sera dirigenti e peones del Pdl confidavano paure e incertezze sul futuro in un giro vorticoso di telefonate. Tra i più preoccupati, neanche a dirlo, proprio gli ex An.
Sventato da Matteoli e Gasparri e Augello lo strappo al quale puntavano soprattutto La Russa e Corsaro, resta l’enorme problema del «tesoro» di An.
I fondi milionari ancora congelati dalla disputa giudiziaria che va avanti ormai da anni con gli avversari di Fli.
I “colonnelli” berlusconiani stanno riaprendo le trattative, quei soldi servono e servono subito, con la campagna elettorale che incombe e una prospettiva non ancora tramontata di dar vita a un qualcosa di «destra».
Minaccia accantonata per ora (anche per mancanza di risorse, appunto) ma pronta – raccontano – a essere rispolverata dopo il voto.
Se gli ex An riusciranno davvero a far eleggere e salvare quella «riserva» indiana di 25 parlamentari.
Intanto tremano loro e trema tutto l’esercito pidiellino, in attesa di capire come il generale giocherà la partita della sopravvivenza.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
PASSEGGERI INCREDULI SUL VOLO PARIGI-BARI, IL MESSAGGIO TRADOTTO ANCHE IN INGLESE… UNA RAGAZZA SCRIVE ALLA COMPAGNIA: “OFFESI DA UNA SOCIETA’ CHE PER IL SUO HUB A BARI PERCEPISCE PURE SOLDI DELLA REGIONE”
In un primo momento ha pensato di aver sentito male: “Benvenuti a bordo di questo
volo Ryanair da Parigi Beauvais a Bari, la città della mafia e di San Nicola”.
Non si sbagliava, la passeggera, al microfono la hostess aveva detto proprio così.
La conferma l’ha avuta dagli altri italiani pronti a decollare insieme con lei, all’inizio imbarazzati, poi sbigottiti per la gravità dell’annuncio.
“Attorno a me nessuno ha parlato – racconta la ragazza protagonista del poco piacevole episodio – anche perchè la maggior parte degli altri erano stranieri. Poi però ci siamo accorti di aver capito bene”.
E infatti la gaffe c’è stata, si è fatta beffe di preconcetti duri a sradicarsi, e la ragazza si è sentita oltraggiata.
Arrivata a Bari ha scritto una lettera di reclamo alla compagnia aerea: “Mi sento terribilmente offesa da questo modo ridicolo con cui trattate i vostri passeggeri, paganti. Bari si trova in Puglia, che ha sostenuto Ryanair con soldi pubblici, affinchè un paio di anni fa stabilisse qui un hub”.
La giovane barese si aspetta ora una risposta immediata, intanto anche il sindaco Michele Emiliano è stato informato dell’accaduto.
“L’annuncio è stato fatto prima in un perfetto italiano, in modo gentile, quindi è molto probabile che la hostess fosse madrelingua”.
La battuta è venuta fuori con la traduzione in inglese.
Ma anche se detti in un altro idioma, i pregiudizi pesano eccome.
Anna Puricella
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
“NON RUBO, NON HO TESORI ALL’ESTERO, NON SO COME FARE”… “CON META’ STIPENDIO E SENZA PENSIONE NON RIUSCIRO’ A TIRARE AVANTI”
“Ho letto il decreto sul taglio alle Regioni: drastica riduzione dell’indennità entro il 30.11 e nessuna pensione. Uno come me cosa deve fare?”.
Inizia così lo sfogo che l’assessore alle Infrastrutture e mobilità della Regione Lombardia, Raffaele Cattaneo, pidiellino e formigoniano di ferro, affida a Twitter, lamentando la “sforbiciata” ai costi della politica decisa dal governo Monti.
“Non rubo — aggiunge — e quindi non ho tesori all’estero. Vivo di ciò che fra un mese mi verrà dimezzato e tra mutuo, rette, ecc. non so come fare”.
Poi, a stretto giro, l’assessore “in bolletta” affida un’altra riflessione alla Rete: “Se fossi rimasto un dirigente guadagnerei già ora di più, figuriamoci dopo i tagli. Che faccio? Siamo sicuri che così la politica migliorerà ?”.
Cattaneo pubblica la sua busta paga e mette in guardia i cittadini: “Ogni dittatore — scrive — diventa tale a furor di popolo. E’ solo dopo che il popolo si accorge del mostro che ha generato! Attenzione! Chi ci va di mezzo è proprio chi lavora e fa politica sul serio”.
Ma la sua preoccupazione scatena il popolo di Twitter che, a colpi di cinguettii, gli fa notare che la stragrande maggioranza degli italiani è messa peggio di lui.
A Davide D’Antoni, giornalista di Telelombardia che propone ironicamente una colletta, risponde: “Bravo! Vedo che ha colto perfettamente. Queste banalità porteranno il Paese a star meglio? Allora cancelliamo la democrazia”.
“Ora guadagno circa 8mila euro per 12 mensilità . Non è poco, è distante dai 14mila di cui si favoleggia. Dopo, circa la metà ”, aggiunge rispondendo a chi gli chiede quanto guadagni in Regione.
Ma Cattaneo, come si legge dal suo sito web, oltre ad essere assessore è anche consigliere della Sea e membro del Consiglio di sorveglianza di Infrastrutture Lombarde Spa.
Inutile dire che su Twitter l’assessore è sepolto dai commenti — per niente teneri — degli altri utenti.
Vera gli manda a dire, per esempio: “Oggi guadagno 675 euro al mese. E’ poco, visto che sono laureata, devo fare la spesa e, per fortuna, non ho figli da mantenere”.
Chiara cerca di riportare Cattaneo alla realtà : “Anche chi fa il netturbino lavora al servizio del bene comune. Ma 8 mila euro se li sogna”.
C’è chi la prende un po’ peggio, come Piero: “Ma vai a zappare la terra sfigato assessore regionale di Milano”.
Lorenzo la butta sul ridere: “Prepariamo la colletta per #Cattaneo??”. Con l’hashtag #agliantipodidellarealtà replica anche Andrea: “Caro #Cattaneo, ti comprendo, anche io prendo 8000 euro al mese. Il primo mese, poi per altri 4 mesi più niente”.
Cattaneo, tuttavia, insiste: “Il problema dell’equa remunerazione è funzionale al compito che uno ha nella società ”.
E ancora: “Non faccio politica per soldi,punto alla trasparenza”.
E tre: “Quello che voglio difendere non è il privilegio, ma il valore e la dignità della politica come servizio al bene comune”.
Anche se poi dice di avere un “rispetto immenso per chi tira fine mese con 1000 euro”. Poi rilancia. Cioè ritwitta ciò che gli scrive Alfonso: “Poteva ‘risparmiarsi’ il commento. Ma sono sicuro che il 98% di chi la critica, vedendosi i tagli, si sarebbe lamentato”.
Sempre oggi di un’uscita analoga era stato protagonista l’ex ministro e presidente dell’Associazione degli ex parlamentari Gerardo Bianco che al Giornale aveva lanciato l’allarme: “Con quel poco che ci danno come vitalizio, per gente che ha 80 anni e magari è malata, ha difficoltà a muoversi, e deve andare avanti con 4mila euro di pensione”. L’associazione “tutela” 1600 associati su 2700 ex deputati e senatori.
“Chi come me ha fatto più di 4 legislature arriva a 5.500 euro, ma altri prendono anche meno, la maggioranza è sui 4mila. Ci sono situazioni difficili, oggi mi ha scritto un ex deputato ligure, con tre by-pass, che se la prende con me perchè dal 2005 i nostri vitalizi non vengono più adeguati. Per chi ha dedicato la vita alla politica è umiliante. Capisco che rispetto a una pensione di operaio sono tanti soldi, ma altri funzionari dello Stato hanno pensioni molto più alte”.
Il Giornale scrive che la spesa della Camera per i vitalizi degli ex tocca una cifra ragguardevole: 96.605.000 euro di “vitalizi diretti” e 24.500.000 di “vitalizi di reversibilità ” goduti da vedove e figli.
Vale anche per gli ex parlamentari per un giorno, come il radicale Luca Boneschi, eletto il 12 maggio 1982 e dimessosi il 13.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 5th, 2012 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DEL SOTTOSEGRETARIO CATRICALA’: “PRENDEREMO COME PARAMETRO I CONTRIBUTI AI GRUPPI DELLA REGIONE CHE NE DEVOLVE DI MENO E SU QUELLI TAGLIEREMO ANCORA DEL 50%”… SE SARA’ COSI’, LEGA E IDV “COSTRETTI” A VOTARE A FAVORE
I fondi ai gruppi consiliari potranno arrivare a essere ridotti anche del 90-95% e
per le spese dei gruppi regionali è introdotta la tracciabilità .
Lo assicura il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà , ai microfoni di RadioRai1, parlando del dl sui costi della politica.
“Abbiamo stabilito che i soldi che vanno ai gruppi consiliari debbono essere ridotti. La conferenza Stato-Regioni individuerà in quale regione i gruppi -ha spiegato- percepiscono di meno e quella regione sarà il parametro. E quel parametro sarà ridotto del 50%. Il che vuol dire che in alcuni casi la riduzione potrà arrivare al 90, 95%”.
Il sottosegretario ha spiegato che a dare una spinta verso il taglio dei costi della politica è stato “il clima di indignazione che c’è nel Paese a seguito dei recenti episodi accaduti: il clima che si era creato in Italia ci ha favorito”, ha sottolineato Catricalà .
Il sottosegretario di palazzo Chigi ha spiegato che “le Regioni avranno un controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti” e ha concluso dicendo che “con la gamma di nuovi interventi che abbiamo varato i brutti episodi non si potranno più verificare”.
Tracciabilità delle spese. “Per le spese dei gruppi regionali abbiamo introdotto la tracciabilità “, ha detto ancora il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Qualora le Regioni non si adeguassero, ha proseguito il sottosegretario, “non riceveranno trasferimenti statali. Quindi prevediamo una diffida e poi, ma questa è solo un’ipotesi di scuola, se anche dopo la diffida, ma stiamo parlando di fantascienza – ha chiosato Catricalà – allora avvieremo la procedura prevista dall’articolo 126 della Costituzione, che prevede lo scioglimento del consiglio regionale”.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 5th, 2012 Riccardo Fucile
UNA PENSIONE DI INVALIDITA’ DI 7.000 EURO OLTRE ALLO STIPENDIO
Lunga vita ad Alberto Sarra.
Ma è giusto che riceva dalla Regione Calabria un vitalizio di invalidità di 7.490,33 euro al mese, dieci volte più alto di quei portatori di handicap che non sono neppure in grado di soffiarsi il naso?
Ed è giusto che accumuli un’altra indennità come sottosegretario regionale nonostante risulti disabile al 100%?
Chiariamo subito: il pensionato-sottosegretario ha, come paziente, tutta la nostra solidarietà .
Reggino, avvocato, 46 anni, da sempre amico, compagno di basket e camerata politico del governatore Giuseppe Scopelliti, già consigliere e assessore provinciale di Reggio, criticato da alcuni giornali locali per avere accettato la difesa di personaggi in odore di ‘ndrangheta, Alberto Sarra fu colpito nei primi giorni del 2010, quando stava scadendo il suo mandato di consigliere regionale, da uno choc emorragico.
Salvato grazie a un delicato intervento chirurgico, si perse le elezioni di marzo.
Tre mesi dopo, visto che era in forma, l’amico Scopelliti lo nominava già sottosegretario regionale alla presidenza, una ridicola carica da retrobottega politico inventata dalla precedente giunta sinistrorsa di Agazio Loiero, mantenuta dal centrodestra e destinata ad essere abolita al prossimo giro proprio perchè insensata.
Da allora, l’archivio dell’Ansa trabocca di notizie su di lui: 156 dispacci.
Lui che incontra i presidenti delle Comunità montane.
Lui che presiede conferenze dei servizi sulle frane.
Lui che inaugura nuove strade. Lui che si occupa dei consorzi industriali.
Lui che riceve l’ambasciatrice cubana in Italia.
Lui che cerca di risolvere il nodo dei forestali.
Insomma, instancabile.
Si sa com’è: governare una Regione è una faticaccia. Come dice Roberto Formigoni, «per fare politica, ci vuole un fisico bestiale».
Contemporaneamente, mentre gli amici si congratulavano per il suo attivismo, il dinamico sottosegretario avviava le pratiche per farsi riconoscere invalido al lavoro. Finchè il 13 giugno scorso, mentre lui era impantanato nelle trattative sulla forestazione, una commissione di cui faceva parte il suo cardiologo di fiducia Enzo Amodeo, dichiarava che «considerata la patologia – aneurismi dei grossi vasi arteriosi del collo e del tronco complicati da dissezioni della aorta torico-addominale – si ritiene l’avvocato Alberto Sarra permanentemente inabile a proficuo lavoro».
La settimana dopo, record mondiale di velocità burocratica, l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale riconosceva al sottosegretario l’«inabilità totale e permanente dal lavoro».
Poche settimane d’attesa e il Bollettino Ufficiale, come ha raccontato Antonio Ricchio sul Corriere della Calabria, pubblicava la Determinazione 439 che concedeva a Sarra un assegno mensile di 7.490,33 euro «al lordo delle ritenute di legge, a titolo di vitalizio, con decorrenza dal 7 gennaio 2010».
Per capirci: gli riconosceva gli arretrati per un totale di 30 mesi pari (stando a quei numeri) a circa 225 mila euro.
Cioè quanto un normale disabile totale e permanente, uno che non solo non è in grado di ricevere l’ambasciatore bielorusso ma magari neppure di portarsi il cibo alla bocca, prende in 24 anni e mezzo.
Ricordate la storia che abbiamo raccontato mesi fa di Giulia, la ragazza padovana con «insufficienza mentale medio-grave in paraparesi spastica»?
Per permetterle di vivere seguendola 24 ore al giorno il padre e la madre Gloriano e Mariagrazia, obbligata a lasciare il lavoro per dedicarsi solo alla figlia, ricevono una pensione mensile lorda di 270,60 euro più un’indennità d’accompagnamento di 487,39 per un totale di 757 euro e 99 centesimi.
Un decimo.
«E di casi così in Italia, di persone che dipendono dai familiari in tutto e per tutto, ce ne saranno almeno centomila», spiega Pietro Barbieri, presidente della Fish, la federazione italiana delle associazioni di sostegno all’handicap.
«Sia chiaro: se Sarra non è più in grado di lavorare, è giusto che l’invalidità gli sia riconosciuta. Ma nessuno nelle sue condizioni, in Italia, ha mai visto un vitalizio con delle cifre simili. Nessuno».
Di più: quel vitalizio stratosferico rispetto ai trattamenti miserabili concessi agli altri invalidi totali che non fanno parte del mondo dorato della politica, va a sommarsi con l’indennità e le altre prebende riconosciute ai sottosegretari regionali calabresi.
Per carità , non ci permetteremmo mai di sottovalutare i problemi avuti dall’esponente pidiellino.
Anzi, che abbia trovato la forza per riprendersi è una cosa che non può che rallegrare noi e tutti i cittadini.
Ma c’è o non c’è una contraddizione tra quella invalidità assoluta e permanente a ogni lavoro e la sua permanenza ai vertici del governo di una regione italiana?
E sono accettabili quelle cifre in un paese come l’Italia che dal 2008 al 2013, come dice un’analisi di Antonio Misiani, ha visto il Fondo per le politiche sociali precipitare nelle tabelle degli stanziamenti da 929,3 milioni di euro a 44,6?
Come possono capire i cittadini calabresi, sapendo che la loro regione risulta essere, stando ai dati Istat, l’ultima delle ultime per stanziamenti nell’assistenza e nell’aiuto alla disabilità ?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Costume, partito del popolo della libertà, Politica | Commenta »
Ottobre 5th, 2012 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ DELL’A.D. DI TRIBUTI ITALIA FU AIUTATA DA UN DECRETO DEL GOVERNO
L’hanno chiamato il “sistema Saggese”. 
E non tanto per l’enorme “privatizzazione” di denaro pubblico che l’ad di Tributi Italia, appunto, Giuseppe Saggese, è riuscito a mettere insieme nel corso di tutta l’onorata carriera.
È il reticolo di connivenze e protezioni politiche che ha avuto la società negli anni a rappresentare un vero “scandalo nello scandalo” più volte denunciato in sede parlamentare e sempre — puntualmente — coperto.
O lasciato cadere nel nulla come le risposte alle quattro interrogazioni parlamentari che i Radicali hanno presentato nel corso di tre anni e che hanno avuto un’unica — insoddisfacente — risposta quando ormai il governo Berlusconi era sull’orlo dell’abisso (20 giugno 2011).
Ovviamente, non è un caso.
Val la peena di ricostruire alcuni passaggi parlamentari, di cui la Tributi Italia è stata protagonista, per dare il senso del vischioso sistema di connivenze eretto a difesa della società da parte del governo Berlusconi.
Il primo avvenimento, d’altra parte, è stato eclatante. E ha riguardato una vera e propria norma “ad aziendam” (non a caso ribattezzata “norma Tributitalia”), inserita nel decreto fiscale 2010, firmato dal ministro Tremonti, che ha consentito alla società di Saggese di utilizzare la legge Marzano per il concordato delle grandi imprese in crisi (la stessa procedura utilizzata per Alitalia, giusto per capire le dimensioni).
Era l’articolo 3, comma 3 del provvedimento, grazie al quale Tributi Italia ha avuto accesso alle procedure di ristrutturazione economica e finanziaria, evitando la bancarotta e continuando a svolgere attività di accertamento e riscossione dei tributi locali. In più di 400 comuni.
La parte più scottante del comma è infatti quella in cui si dispone “la persistenza delle convenzioni vigenti con gli enti locali immediatamente prima della data di cancellazione dall’albo”: Tributi Italia, infatti, aveva in corso una procedura di cancellazione che, però, come ha ricordato anche ieri Rita Bernardini, ha avuto un iter molto lungo e sofferto in commissione Finanze di Montecitorio.
“Come già abbiamo ricordato nell’interrogazione del 13 aprile del 2010 — racconta la Bernardini — c’erano persone interne alla commissione di sorveglianza sugli enti di riscossione, che faceva gli interessi diretti della famiglia Saggese”.
E non solo lì, certo.
Il dicastero dell’Economia era retto da Giulio Tremonti, componente anche della commissione Finanze della Camera dove, tuttavia, non andava mai, visto che il lavoro vero di calendarizzazione delle discussioni (quello più delicato per stabilire le priorità ) era nelle mani del presidente Gianfranco Conte, anche lui Pdl.
Fin qui, in apparenza, nulla di strano.
Ma è leggendo i resoconti dei lavori nella Commissione, come d’altra parte, i verbali delle riunioni tenute al ministero dell’Economia e delle Finanze della Commissione che gestisce l’albo dei riscossori che si scopre come sia stato tortuoso il cammino per la cancellazione dall’albo di Tributi Italia.
E che l’Anci, l’associazione dei Comuni, non è sempre stata presente alle riunioni dell’Anacap (l’associazione di categoria dei riscossori).
E che — soprattutto — tra i componenti di quest’ultima, che ha voce in capitolo sulla cancellazione, ci fosse Pietro Di Benedetto che fa l’avvocato e difende proprio Tributi Italia.
L’avvocato di famiglia successore del primo, storico legale della società dall’epoca della prima denuncia per frode, datata 1999: Niccolò Ghedini.
Fino al 2010, la società aveva speso non meno di 6 milioni di euro (come si legge nell’interrogazione parlamentare del 2010) per pagare i suoi consulenti legali.
Tasse dei cittadini? Alla luce degli ultimi fatti, la domanda è più che lecita. Insomma, quel fiume di denaro che anno dopo anno scompariva dopo essere stato prelevato dalle tasche dei contribuenti, era un po’ sotto gli occhi di tutti.
Ma il “sistema Saggese” proteggeva la società , in barba alle richieste di indagini ispettive e trasmissione degli atti alla Corte dei conti, come minacciato da Idv e Radicali, per configurare un danno erariale.
“Volevamo uno strumento legislativo che potesse garantire innanzitutto i cittadini contribuenti — sostiene infine la parlamentare radicale — perchè non è fallita solo Tributi Italia, è fallito un intero sistema. Il sistema della riscossione dei tributi va ora ripensato in modo da assicurare l’interesse generale”.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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