Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
LA SCALATA DI TELCO E’ COSTATA 748 MILIONI. MA NEL 2012 HA CHIUSO CON 51,2 MILIARDI DI DEBITI
L’ultimo shopping, da 748 milioni di euro, è stata la scalata, ultimata stanotte, di Telco, la
holding che controlla il 22, 4% di Telecom Italia, passando dal 46, 2% al 70% delle azioni.
Ma Telefà³nica, il colosso spagnolo nato nel 1924 come filiale della Itt e privatizzata nel ’97 dall’ex premier popolare Aznar che mise sul mercato il 20,9% che controllava lo Stato, è abituata ad essere protagonista sui mercati mondiali.
Solo nello scorso giugno, con un blitz da 8 miliardi di euro, ha conquistato E-Plus, diventando leader in Germania.
Secondo operatore europeo, primo in America Latina, il colosso spagnolo guidato dal presidente Cèsar Alierta ha però un sacco di debiti: il suo obbiettivo strategico 2013 è quello di ridurlo a 47 miliardi di euro.
Un rosso che nel 2012 è stato pari, con un fatturato di 62, 3 miliardi di euro ed utili netti di 3, 9 miliardi du euro, a 51, 2 miliardi di euro.
Telefà³nica ha 316 milioni di clienti in tutto il mondo.
È ovviamente leader in Spagna, sia nel fisso, che nei cellulari che in Internet, ed offre da tempo la fibra ottica.
Non solo: sta per lanciare il 4G, l’Internet velocissimo per i telefonini.
Gian Antonio Orighi
(da “la Stampa”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
CAMBIAMENTI DEGLI ASSETTI PROPRIETARI: NESSUNA DICHIARAZIONE DEL GOVERNO
Il governo del premier Enrico Letta per ora ha scelto la strada del silenzio su Telecom e Alitalia: nessuna dichiarazione nè commento è arrivato finora dal premier o da suoi ministri sulle due vicende che stanno toccando profondamente l’assetto proprietario di due società strategiche dell’industria italiana.
«Il governo si chiama fuori da Alitalia e Telecom», ha detto una fonte governativa interpellata dall’agenzia Reuters all’indomani dell’intesa sulla holding che controlla Telecom e che la farà diventare spagnola e mentre Air France-Klm ha intenzione di prendere parte all’aumento di capitale di Alitalia arrivando al 50%.
PD E PDL: «IL GOVERNO RIFERISCA»
Pd e Pdl, i due partiti maggiori del governo di coalizione, chiedono invece al governo di riferire «al più presto» al Parlamento sulle vicende di Alitalia e Telecom Italia.
«Le vicende contestuali di Alitalia e Telecom rappresentano in modo impietoso l’esito di una lunga catena di errori in gran parte dovuti all’assenza ventennale di una politica industriale e, conseguentemente, alla prevalenza degli interessi privati sugli interessi pubblici», ha detto in una nota Luigi Zanda, presidente dei senatori democratici. «È necessario che il governo venga al più presto in Senato a riferire sul grave declino del sistema industriale italiano che coinvolge due imprese strategiche per i nostri servizi pubblici», ha aggiunto.
Anche Pippo Civati, candidato alla segreteria del Partito democratico, ha sottolineato: «Quella di Telecom è la prima delle privatizzazioni all’italiana di cui parla Letta? Cedere pezzi significativi del Paese per mantenere in piedi “questa” classe dirigente, pubblica e privata? Perdere il controllo di occupazione, ricerca e sviluppo in settori strategici mentre quelli tradizionali vanno a picco?».
Dall’altra parte dello schieramento, il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta ha commentato: «Sulla vendita di azioni Telco alla società spagnola Telefonica e sul conseguente nuovo assetto di controllo di una delle imprese chiave per lo sviluppo del nostro Paese, Telecom Italia, serve un quadro dettagliato per esprimere qualsiasi giudizio ma è evidente che è proprio la mancanza di dettagli e di chiarezza che alimenta le preoccupazioni».
LE CONSEGUENZE PER L’INDUSTRIA ITALIANA
Telecom Italia è al centro di un’operazione della spagnola Telefonica, che si appresta a salire al 66% della controllante Telco, per un esborso di 324 milioni di euro, per il momento senza aumentare i diritti di voto, ma che potrebbe arrivare secondo gli accordi al 100%, una volta ottenute le necessarie autorizzazioni dell’Antitrust.
«Cosa cambierà con i due terzi del capitale Telco in mano agli spagnoli? Ci saranno ancora le risorse per gli investimenti e per lo sviluppo dei servizi? A che punto è il progetto di scorporo della rete fissa e quali sono le prospettive del settore in Italia?», ha chiesto Brunetta, sollecitando un intervento dello stesso premier.
INTERESSE NAZIONALE
Air France-Klm potrebbe invece salire al 50% del capitale di Alitalia, di cui detiene attualmente il 25%, e il governo italiano ha già detto che non porrà alcun veto in proposito.
«La vicenda Alitalia conferma la sciagurata disinvoltura con cui nel 2008 sono stati buttati al vento cinque miliardi di euro dal Governo Berlusconi», ha detto ancora Zanda nel comunicato.
«Il caso Telecom è, sotto il profilo dell’interesse nazionale, ancora più serio. L’Italia sta perdendo il controllo di una grande società che, prima di essere privatizzata (nel 1997) era all’avanguardia tecnologica, non aveva debiti ed era in grado di crescere in Italia e nel mondo».
I SINDACATI: «A RISCHIO 16MILA POSTI» –
La questione Telecom spaventa molto anche i sindacati. A rischio, secondo le stime di Michele Azzola della Slc Cgil, ci sono fino a 16mila posti.
Di fronte a questo scenario il Governo «ha il compito di convocare subito le parti sociali e Telefonica per conoscerne il piano e valutare l’utilizzo della golden share prevista dall’articolo 22 dello Statuto di Telecom».
Quella con Telefonica «è la prima operazione – spiega Azzola – che consegna agli stranieri un gruppo strategico italiano. Un’operazione mai avvenuta in nessun Paese occidentale».
Il rischio è, secondo le sigle di settore, che Telefonica adotti per Telecom lo stesso modello di esternalizzazione del Call center e dell’Information Technology che ha usato in casa propria. Il Governo, aggiunge il segretario confederale della Cisl Annamaria Furlan, «deve attivare subito un tavolo per capire cosa intende fare perchè la proprietà della rete non sia esclusivamente di un’azienda spagnola».
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
MEDIOBANCA, INTESA E GENERALI SI SONO CONTESI L’AZIENDA PER 16 ANNI… ORA LA CONSEGNANO AGLI SPAGNOLI CHE NON CI INVESTIRANNO UN EURO… UN ALTRO CAPOLAVORO DEL CAPITALISMO SENZA CAPITALI
Oggi Telecom, gravata ab origine da miliardi di euro di debiti mai ripianati. Domani Alitalia, che
potrebbe diventare francese con sei anni di ritardo rispetto all’ipotesi originaria contro cui Berlusconi costruì la retorica elettorale dei patrioti.
Il capitalismo senza capitali all’italiana svende i suoi antichi gioielli, ma non prima di averli spogliati di tutto.
E se il caso Parmalat fece esplodere il marcio del sistema — e regalò ai francesi di Lactalis una azienda produttivamente sana ma economicamente fondata sui falsi in bilancio — non c’è bisogno dei processi per avere il quadro di un Paese in saldo.
Il caso della compagnia di bandiera, che doveva restare italiana e oggi rischia di cambiare nazionalità a prezzo da outlet, rimane la cartina di tornasole di un osso — l’industria italiana — spolpato fino al midollo e poi lasciato al suo destino.
E se nel 2007 Air France era pronta ad offrire sei miliardi per accollarsi il nostro vettore, oggi prende tempo, chiede rassicurazioni e punta a spendere il meno possibile senza prendersi i debiti, mentre l’operazione italianità ha accumulato più di un miliardo di rosso e i cittadini si sono accollati i 4,5 miliardi di costi dell’operazione.
Telecom, insomma, non fa eccezione alla logica dei poteri (ex) forti.
Non a caso, immediatamente dopo l’ufficializzazione della vendita, Mediobanca ha diramato una nota per proclamare l’utile del trimestre.
In dettaglio, si legge, a seguito dell’aumento di capitale Telco sottoscritto da Telefonica, operazione che valorizza Telecom Italia con un premio dell’85% rispetto alle attuali quotazioni, la partecipazione Mediobanca al capitale sociale di Telco si riduce dall’11,6% al 7,3% (e quella in trasparenza in Telecom Italia dal 2,6% all’1,6%).
Inoltre a seguito del parziale acquisto da parte di Telefonica del prestito soci, Mediobanca riduce il prestito soci di pertinenza per 35 milioni (da 78 a 43 milioni) attraverso il concambio in azioni Telefonica e realizza un utile di circa 60 milioni, registrato nel 1°trimestre del corrente esercizio.
Tradotto, dopo essersi contesi per 16 anni il controllo di Telecom Italia, trofeo ambito nelle loro guerre di potere, gli ex poteri forti l’hanno consegnata, per pochi spiccioli, a Telefà³nica Espaà±a, rattoppando in questo modo i propri bilanci.
Nel frattempo Telecom è stata una macchina da soldi che ha propiziato arricchimenti e carriere. Adesso non c’è più niente da spolpare ed è un problema di cui liberarsi al più presto.
Le cosiddette “banche di sistema” e i profeti dell’italianità riscoprono gli imperativi categorici del mercato.
Il governo tace. Il viceministro alle Comunicazioni, Antonio Catricalà , ha detto ieri: “Vorremmo che tutte le aziende fossero italiane, ma non viviamo nel mondo dei sogni”.
Altro che Agenda Digitale: l’Italia rischia di restare senza Internet e pure senza telefoni. Un’esagerazione? La complessa partita a scacchi che sta portando all’eutanasia di Telecom rende fondato il timore.
Al centro della scena c’è il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè.
Ha bisogno di capitali da investire sulla rete del futuro ma l’azienda non li ha perchè è ancora gravata da 40 miliardi di debiti accumulati da Roberto Colaninno (che scalò il colosso a spese della stessa Telecom nel 1999) e da Marco Tronchetti Provera che la rilevò nel 2001.
Bernabè punta a a un aumento di capitale, cioè i soci che iniettano denaro nell’azienda.
Ma i padroni di Telecom non vogliono scucire un euro, perchè quando hanno comprata lo hanno fatto per il controllo (in italiano corrente: il potere) e non per investire nelle telecomunicazioni.
E del resto è comprensibile, basta guardare come è composto il salotto buono denominato Telco.
Questa scatola appositamente costituita nell’aprile 2007 ha acquistato dalla Pirelli di Tronchetti le azioni Telecom a 2,8 euro l’una, con un investimento di 4,5 miliardi.
Oggi il 22,45 per cento di Telecom, che basta a Telco per comandare, vale in Borsa circa 750 milioni (ieri il titolo ha chiuso a 0,59 euro: in sei anni hanno perso tre quarti dell’investimento).
I soci di Telco sono Telefà³nica Espaà±a con il 46,18 per cento, Mediobanca e Intesa Sanpaolo con l’11,62 per cento a testa e Assicurazioni Generali con il 30,58 per cento.
Il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, ha detto a chiare lettere che lui vuole sbarazzarsi dell’imbarazzante investimento, e che certo non si sogna di mettere altri soldi.
Il boss di Generali, Mario Greco, è sulla stessa linea: come spiegare agli azionisti che la compagnia ha perso un miliardo e mezzo per giocare con i telefoni?
Nagel e Greco hanno dichiarato all’unisono guerra a salotti, patti di sindacato e capitalismo di relazione, e si comportano di conseguenza.
Tace con vivo imbarazzo Enrico Cucchiani, capo di Intesa Sanpaolo, che si è autoeletta “banca di sistema” (ha all’attivo il capolavoro della difesa dell’italianità di Alitalia).
Il numero uno di Telefà³nica si è rassegnato a offrire agli altri soci Telco fino a 1,09 euro per azione, più del doppio del valore di mercato (perchè loro possono, ai piccoli azionisti invece non tocca niente se il controllo delle società quotate si scambia con meno del 30 per cento delle azioni).
Le trattative sono ferventi, con varie riunioni nella sede milanese di Mediobanca.
In pratica Cesar Alierta pagherà al massimo 850 milioni, probabilmente in due tranche. Per una società che vale in Borsa oltre 11 miliardi è un sacrificio accettabile, soprattutto se serve a paralizzarla.
Alierta non intende mettere un solo euro nella società italiana. Ha già detto a Bernabè che se vuole investire sulle tlc italiane può vendere Telecom Argentina e Tim Brasil, cioè i due unici pezzi del residuo impero che producono utili. Il fatto è che in Argentina e Brasile ci sono anche le controllate di Telefà³nica, alle quali le società italiane fanno una fastidiosa concorrenza.
E la sorte di Telecom Italia senza l’America Latina è segnata.
Gli azionisti italiani in fuga hanno un alibi perfetto: anche se non vendono è uguale.
Infatti nel 2007, all’inizio dell’avventura, hanno consegnato ad Alierta un diritto di veto su ogni decisione importante, per esempio gli aumenti di capitale.
Quindi Bernabè, anche se Mediobanca, Intesa e Generali non vendessero, non potrebbe mai portare al cda la proposta di aumento di capitale, perchè Alierta la bloccherebbe.
E neppure un aumento di capitale riservato a un nuovo socio: siccome si parla di 3/5 miliardi, chi paga diventa padrone e Alierta non vuole. Bernabè ha fatto sapere che se le cose vanno avanti così, il suo addio sarà automatico.
Ma la Telecom è stata consegnata al suo concorrente Telefà³nica nel 2007, e la politica se ne accorge (forse) solo adesso che è tardi.
Infatti fa finta di niente.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
“BASTA CON IL TIRO AL PICCIONE O MI FACCIO DA PARTE”… BERLUSCONI: “LO TERREMO IN PIEDI”
E adesso Enrico Letta pretende la verifica. Sarà il momento del redde rationem.
Pochi giorni e il premier presenterà il suo «contratto» ai partiti.
Prendere o lasciare, dentro o fuori. «Non sto qui a subire il tiro al piccione, nè da destra nè da sinistra». Enrico Letta vuole blindare la sua maggioranza.
E pretende un accordo sulla legge di Stabilità prima che approdi in consiglio dei ministri.
Il premier è a New York, ma lo sguardo è costantemente rivolto all’Italia. La mancata assunzione di responsabilità di Pd e Pdl su quella che un tempo si chiamava Finanziaria, equivarrebbe per Palazzo Chigi a una sfiducia.
Porterebbe in via automatica a un passo indietro del suo inquilino.
Neutralizzare dunque la selva di avvertimenti, le fibrillazioni, le messe in mora, le minacce, da una parte e dall’altra, ecco la priorità .
E lo strumento individuato dall’asse di ferro con il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni è proprio la legge di stabilità , che il Consiglio dei ministri è chiamato a varare entro metà ottobre: dovrà diventare il patto di coalizione per il prossimo anno «o mi faccio da parte».
Chi lo sottoscriverà si impegnerà a portarlo avanti senza ripensamenti.
Per il capo del governo, dunque, si tratterà di unvero e proprio test per capire se la “strana maggioranza” possa andare avanti nel 2014 come chiede anche Napolitano.
Il premier in missione per «vendere» il “prodotto Italia” in America, vuole insomma certezze e porre fine al tira e molla di questi giorni.
Con l’obiettivo di imbullonare l’esecutivo anche rispetto alle vicende giudiziarie e molto personali del Cavaliere.
Il richiamo di ieri del presidente della Repubblica Napolitano torna ancor una volta utile a chi lavora alla tenuta del governo.
Letta non ha ancora deciso se il passaggio, che sarà comunque parlamentare, comporterà una mozione di fiducia da affiancare alla legge.
Ipotesi tutta da valutare proprio con il Colle.
Al momento è la meno probabile, dato che nessuno haritirato il sostegno. Il presidente del Consiglio potrebbe piuttosto rivolgersi alla coalizione con un appello in aula.
Se votate, vi impegnerete per tutto il 2014, questo il senso. E non solo per tutti i passaggi concreti, i decreti e quant’altro di tecnico discende dalla legge di stabilità . Il richiamo dovrà avere un peso tutto politico, piuttosto.
Affinchè tutti i temi sul tappeto non vengano riaperti giorno per giorno. Un impegno, va detto, che Letta pretende non solo daifalchi berlusconiani ma anche dal Pd.
Due gli obiettivi della «verifica ».
Primo: evitare che il Pdl/Forza Italia logori appunto day by day il suo governo, col tira e molla quotidiano tra i falchi Brunetta-Santanchè, da una parte, e le colombe ministeriali Alfano e Lupi, dall’altra.
Secondo: avere la certezza di potersi proiettare su tutto il 2014, gestire in serenità il semestre di presidenza italiana della Ue. E, come auspica il Colle, condurre inporto proprio in quell’arco di tempo le riforme, a cominciare da quella elettorale.
Ma su questo terreno Enrico Letta sa di misurarsi con le fibrillazioni che ancora attraversano il fronte berlusconiano.
Il Cavaliere ieri ad Arcore ha fatto il solito vertice con Fedele Confalonieri, Ennio Doris e i dirigenti Mediaset e, dopo aver incontrato i figli, si è blindato con gli avvocati, compreso Franco Coppi. In cima alle sue preoccupazioni, la scelta dei servizi sociali (preferita) piuttosto che dei domiciliari, alla quale dovrà pervenire entro il 15 ottobre.
Tuttavia, è anche l’argomento dimissioni in aula al Senato da rassegnare poco prima della decadenza, ad essere tornato di stretta attualità nei conciliaboli familiari e legali di Villa San Martino. Gianni Letta e non solo lui sta insistendo in queste ore per scongiurare l’avvio della nuova campagna tv che il leader intende giocare tutta all’attacco, contro i giudici e Md in particolare.
Oggi Berlusconi torna a Roma e per domani avrebbe intenzione di materializzarsi nel salotto di Porta a Porta, prima di approdare il giorno del suo compleanno, il 29, a Domenica Cinque sulla sua rete ammiraglia.
Tutto incerto, ancora, i dubbi sulla strategia lo logorano, mentre sullo sfondo si staglia la lotta di potere già in atto sui ruoli di vertice in Forza Italia.
Daniela Santanchè rinuncerà alla candidatura alla vicepresidenza della Camera (presto ai voti) ma i falchi non cedono il passo e Brunetta piazza per quel ruolo il “suo” Simone Baldelli.
Resterebbero a guardare Carfagna, Prestigiacomo, tra gli altri.
Alfano e i ministri lottano per non perdere posizioni nel nuovo partito.
Resta appesa la convocazione dei gruppi Pdl tra domani e dopo: improbabile – raccontano – se davvero Berlusconi ha rinunciato come sembra a dichiarare guerra al governo.
D’Argenio e Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI CONTABILI PERPLESSI SUL CONDONO AI CONCESSIONARI DI SLOT DA CUI SONO ATTESI 600 MILIONI: “FINORA NON C’E’ STATA ALCUNA ADESIONE DEI CONDANNATI, COME SI FA A DARLI PER CERTI?”
La Corte dei Conti esprime perplessità sulla sanatoria per i concessionari dei giochi telematici
prevista nel decreto legge sull’Imu.
Una misura dalla quale il governo ha stimato di ricavare 600 milioni di euro – sui circa 2,4 miliardi di euro necessari per l’abolizione della prima rata del 2013.
A sollevare i dubbi è stato il presidente reggente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, in un’audizione davanti alle commissioni Bilancio e Finanze della Camera. Resta incerta anche la questione della seconda rata, che il governo si è impegnato ad affrontare in un secondo momento.
A riaprire il dossier arrivano anche le parole di Matteo Colaninno: “Per il 2013 potrebbe essere un discorso serio dire che i soldi non ci sono – afferma ad Agorà il responsabile economico del Pd -, vanno trovati 6 miliardi e mezzo che non crei con la bacchetta magica. Possiamo pensare di riaprire la seconda rata dell’imu perchè i soldi non ci sono”.
La relazione della Corte dei Conti.
Nel mirino dei magistrati contabili il condono ai concessionari di slot, che prima avrebbero dovuto pagare 2,5 miliardi di euro.
Finora – ha affermato Squitieri – ”Non c’è stata nessuna adesione da parte dei concessionari condannati per aver violato gli obblighi di servizio al mancato collegamento degli apparecchi alla rete telematica”.
Adesso – aggiunge il presidente della Corte dei Conti – “appare opportuno interrogarsi sull’idoneità della norma ad assicurare il maggior gettito atteso, 600 milioni di euro, che concorre in maniera determinante ad assicurare la copertura”.
I magistrati contabili sottolineano comunque che si tratta di indicazioni “del tutto preliminari e parziali”, dalle quali sono esclusi i concessionari condannati con la sentenza della Corte dei Conti del 2012, quella cioè “destinata ad assicurare il gettito atteso dall’art.14 del dl”.
“Si tratta – ha concluso Squitieri – delle posizioni economicamente più rilevanti che però, proprio per questo, risentono delle incertezze che caratterizzano questa prima applicazione della norma”.
In base ai dati acquisiti dalla Corte al 23 settembre – e relativi a soggetti responsabili di altre tipologie di danno – “le istanze presentate sulla base dell’art. 14 risultano pari a 33; gli introiti potenzialmente incamerabili, nella misura percentuale minima del 25% dei danni quantificati nelle sentenze di primo grado, ammontano a circa 270 mila euro, di cui solo circa 75 mila destinabili direttamente al bilancio dello Stato; le posizioni soggettive già definite con decreto camerale sono 17, per un totale di pagamenti pari a circa 13 mila euro”. Infine arriva un’osservazione sulla clausola di salvaguardia, che garantirebbe comunque la copertura attraverso l’incremento degli acconti Irap e Ires. Secondo la magistratura contabile la copertura attraverso la leva fiscale provocherebbe “rilevanti effetti di natura distributiva”.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
CONTINUA LA TRATTATIVA SU DOVE TROVARE LE COPERTURE,,, QUELLE PROPOSTE DA BRUNETTA GIUDICATE “PURA DEMAGOGIA A BUON MERCATO”
L’accordo c’è, i soldi ancora no. “Tra un paio di giorni avremo le coperture”, diceva ieri il ministro Maurizio Lupi. “Tra un paio di giorni”, dicevano al Tesoro.
Si parla dell’aumento dell’aliquota principale Iva dal 21 al 22% che, in assenza di interventi, scatterà dal primo ottobre: non si tratta, peraltro, di evitare l’aumento per sempre — di quello si parlerà semmai con la legge di stabilità (servono quattro miliardi l’anno) — ma di rinviarlo ancora, al primo gennaio per la precisione.
Per farlo basta un miliardo di euro. Però, sempre entro il 31 dicembre, ne servono pure 2,4 per evitare il pagamento della seconda rata dell’Imu sulla prima casa.
E poi mancano 500 milioni per le missioni militari all’estero e altre cosette sparse. “Siamo ad almeno cinque o sei miliardi quest’anno — sostiene il sottosegretario Carlo Dell’Aringa — e credo che sia possibile trovarli”.
Un po’ meno ottimista il viceministro all’Economia Stefano Fassina (Pd): il rinvio dell’aumento Iva “è un’ipotesi plausibile”, a patto che “si facciano altre scelte” visto che i soldi sono pochi.
“Noi, per dire, abbiamo messo sul tavolo anche l’intervento sul cuneo fiscale e per i prossimi tre mesi siamo allo stesso punto: una coperta cortissima che non consente di fare tutto”.
L’allusione di Fassina è all’imposta sugli immobili: si deve “riconsiderare la seconda rata” facendo pagare “il 10% delle abitazioni di maggior valore”.
Il Pdl, ovviamente, non ne vuole sentir parlare nemmeno per scherzo: Renato Brunetta si affida alle sette proposte di copertura per 10,5 miliardi (una tantum) consegnate a Enrico Letta qualche giorno fa.
Roba un po’ ballerina, in verità , che il ministro Fabrizio Saccomanni non ha per ora tenuto in considerazione.
Attacca Francesco Boccia, presidente (lettiano) della commissione Bilancio della Camera: “Brunetta si presenti con delle proposte credibili. E l’unica proposta seria è: o dirci dove tagliamo, ma dirci esattamente la misure e i programmi del bilancio dello Stato, oppure dire chiaramente quali sono le aliquote che si innalzano per abbassarne altre. Il resto è qualunquismo a buon mercato”.
Una delle ipotesi su cui si continua a lavorare a via XX settembre — nonostante la contrarietà dei berluscones — è una rimodulazione delle imposte: far pagare l’Imu ad alcune categorie catastali di lusso ora esenti per volere del Pdl; distinguere tra le varie categorie merceologiche quelle che resteranno al 21% e quelle che invece passeranno al ventidue.
Così l’asticella s’abbassa, ma non è detto che il governo la scavalli.
Marco Palombo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
INUTILE LA MINACCIA DI DIMISSIONI DEL MINISTRO: NUOVE PROMESSE DAL GOVERNO
La minaccia è stata inutile. Neanche 24 ore dopo che il ministro dell’Economia, Fabrizio
Saccomanni, ha detto di essere pronto a lasciare come estremo richiamo alla serietà , a non giocare con i conti pubblici, i partiti di governo fanno quello che riesce loro meglio: promettono di spendere soldi che non hanno.
Pd e Pdl trovano l’accordo sull’ennesimo rinvio dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento previsto per il primo ottobre.
Un miliardo di euro, che il governo di Enrico Letta non sa ancora dove prendere.
E rinviare l’aumento dell’Iva era proprio una delle cose da evitare, come diceva Saccomanni al Corriere della Sera : “Io non mi metto alla disperata ricerca di un miliardo se poi a febbraio si va a votare”.
Ora dovrà farlo, anche perchè dal Quirinale Giorgio Napolitano ordina la sopravvivenza del governo: la politica proceda “senza incertezze e tantomeno rotture, nel compiere le azioni necessarie”.
Magari nell’illusione che dopo la riconferma di Angela Merkel la Germania cambi approccio e la disciplina nei conti si faccia più morbida.
“Gli italiani meritano di sapere come stanno le cose e non soltanto slogan di carattere propagandistico”, ha detto domenica Saccomanni.
Visto che, si deduce, lui non è libero di dirle, ecco quali sono le verità che è utile conoscere sui nostri conti.
E che, a cercarle, sono scritte nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza pubblicata sul sito del Tesoro.
1) La ripresa è una debole illusione
L’economia è meno disastrosa di qualche mese fa, ma sperare nella ripresa per spendere senza freni è pericoloso. Il Pil nel 2013 scende almeno dell’1,7 per cento. La previsione del governo per il 2014 è +1.
Tutti gli istituti economici internazionali (tranne il Ref) si aspettano meno, il consesus (cioè l’orientamento degli analisti) è 0,5. Pil più basso implica un rapporto con il deficit più elevato e dunque il rischio di nuove manovre. E il governo, a parte il miliardo per l’Iva nel 2013, si è già preso impegni che valgono 12 miliardi di euro. Quasi tutti da trovare.
2) Lo spread conta molto più di Letta e Berlusconi
Giocare con i conti compromette la reputazione, un Paese molto indebitato (debito al 132 per cento del Pil) e poco credibile paga interessi più elevati.
Gli interessi passivi che lo Stato pagherà nei prossimi anni sono questi: 83,9 miliardi nel 2013, 86 nel 2014, 88,8 nel 2015, 91,8 nel 2016. E già così sono tantissimi.
Ma il dato più inquietante è che queste cifre si basano sul-l’ipotesi che lo spread, cioè la differenza di costo tra debito italiano e tedesco, continui a scendere. E vada a 200 nel 2014, a 150 nel 2015 e a 100 nel 2016. Oggi è a 234. Se non comincia ad abbassarsi subito, il conto finale sarà ancora più elevato.
3) L’Europa costa cara, anche per colpa dei tedeschi
La linea della Germania sulla gestione dei Paesi in crisi ha fatto lievitare il nostro debito pubblico al di là delle nostre colpe.
Visto che la Bce non poteva intervenire — Berlino non voleva — i singoli Stati hanno prestato miliardi ai due fondi europei di emergenza, Efsf ed Esm, che poi giravano i capitali ai Paesi in difficoltà . Tra il 2011 e il 2012, l’Italia ha versato 50 miliardi dieuro e nel 2013 altri 5,8. Quasi 60 miliardi per costruire uno strumento da cui l’Italia non ha ricevuto un centesimo.
4) Tagliare la spesa è praticamente impossibile
Questo Saccomanni ha provato a dirlo fin dalla sua prima intervista da ministro. La spesa pubblica al netto degli interessi (cioè senza contare il costo del debito) sarà 714,3 miliardi nel 2013, 723,7 nel 2014, 726 nel 2015 e 739 nel 2016.
Sostenere, come fa Renato Brunetta, che essendo così ingente nessuno si accorgerà se si taglia un miliardo, è ignorare la pratica quotidiana.
Al massimo si riesce a frenare l’aumento, ma senza riforme molto profonde che riducano il perimetro dell’azione dello Stato è illusorio sperare di finanziarie politiche costose con limature alla spesa.
5) Il rigore continua
Anche se pochi parlamentari ne sembrano consapevoli, l’Italia ha dato il via libera alle nuove regole di bilancio europee che prevedono, tra l’altro, il bilancio pubblico in pareggio (deficit strutturale, che non considera gli effetti della crisi, pari a zero, deficit nominale sotto il 3 per cento), e una riduzione ogni anno del 5 per cento della parte di debito che supera il 60 per cento del Pil.
Secondo il Tesoro, noi siamo in regola fino al 2015, ma soltanto perchè le tasse continueranno a essere altissime, con una pressione fiscale attorno al 44 per cento.
Ogni intervento mette a rischio gli obiettivi , e se il deficit supera il 3 per cento l’Italia torna sotto procedura d’infrazione.
6) Bisogna risparmiare soldi. Per darli alle banche.
Le sofferenze bancarie sono arrivate a 138 miliardi. Le grandi banche sono fragili, hanno bisogno di soldi (Mps cerca 2,5 miliardi) e non ci sono azionisti italiani disposti a metterceli.
Finora l’Italia è uno dei Paesi europei che ha dato meno soldi al sistema creditizio, ma adesso i timori stanno aumentando. E lo Stato deve essere pronto a intervenire.
Come dimostra l’annuncio della rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, un trucco del governo per rendere più solidi i bilanci delle banche azioniste dell’istituto di vigilanza.
Stefano Feltri
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
VENDITA IMMOBILI, TAGLI, ACCONTI IRPEF E ACCISE
Si tenta una manovra tampone da mettere in campo entro la settimana per riportare il deficit-Pil entro il 3 per cento nominale, trovare le risorse per scongiurare l’aumento dell’Iva e finanziare le missioni militari.
Sono queste le tre emergenze, in ordine di importanza, sul tavolo del governo che ha messo sotto pressione i tecnici per trovare una soluzione al quadro dei conti pubblici e alla spinosa questione delle tasse.
Le risorse ipotizzate verranno dalla vendita degli immobili, dai tagli ai ministeri, dall’aumento degli acconti Irpef e dalle accise
Dopo la minaccia di dimissioni del ministro dell’Economia Saccomanni e l’operazione trasparenza effettuata posizionando il deficit al 3,1 per cento del Pil, il dossier conti pubblici è stato riaperto.
Da parte del Pd e del Pdl è giunta la richiesta della convocazione della cosiddetta «cabina di regia», mentre il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta ha annunciato che la «priorità » per il governo è quella di «mettere in sicurezza i conti pubblici riportandoli subito sotto la soglia del 3 per cento»
La manovra di aggiustamento costa da sola 1,6 miliardi e la riapertura del dossier darebbe la possibilità di intervenire anche sull’Iva (1 miliardo) ed erogare le risorse per le missioni militari (400 milioni).
In tutto 3 miliardi che verrebbero recuperati con un mini intervento di vendita degli immobili pubblici (1 miliardo), un taglio alla spesa dei ministeri, un ulteriore aumento dell’acconto Irpef e Ires e qualche ritocco alle accise.
Resterebbero fuori le risorse per la sterilizzazione della seconda rata Imu, per 2,3 miliardi: ma la questione, anche per avere più tempo a disposizione, sarà affrontata a novembre a ridosso della scadenza prevista per il 16 dicembre.
In attesa della legge di Stabilità che il prossimo anno dovrà fare i conti con cifre ben più alte, si parla di 20 miliardi, il governo è così orientato ad andare avanti a piccoli passi cercando di raschiare il fondo del barile.
Mentre Pd recrimina sulla troppo costosa cancellazione totale dell’Imu prima casa (tranne che per 50 mila case di lusso) che ora impedisce di trovare risorse per la sterilizzazione dell’Iva, il Pdl non vuol sentir parlare di nuove tasse.
Ora si tratta anche se l’ipotesi di aumento dell’Iva non può essere accantonata del tutto: la stessa «nota di aggiornamento« del Def, presentata nei giorni scorsi, trattandosi di una legge in vigore, la considera il rincaro dell’imposta sui consumi nelle sue proiezioni. L’effetto sul «deflatore dei consumi», in pratica l’inflazione, sarebbe di 0,6 punti: si passerebbe infatti dall’1,5 per cento di quest’anno al 2,1 del prossimo
Del resto sul tavolo, a far pressione per la sterilizzazione e gli altri interventi, ci sono le proposte di «copertura» di Brunetta (capogruppo Pdl alla Camera): sebbene siano state bollate ieri da Beppe Grillo «pasta e fagioli», stanno agli atti e ben visibili a Saccomanni: suggeriscono la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia e una manovraponte sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione per spostarli dal deficit al debito
Sembra invece chiusa, almeno per quest’anno, l’ipotesi di poter contare sulla caduta dello spread: nella nota al Def infatti è stato ribadito che la spesa per interessi è di 83,9 miliardi (già stimata così ad aprile da Monti-Grilli) e dunque non ci sono margini.
La situazione cambierà nel 2014 quando il risparmio potrà già arrivare a 3 miliardi.
Si vedrà nella legge di Stabilità .
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
ALLA RETE ITALIANA SERVONO INVESTIMENTI, MA LA SPAGNOLA “TELEFONICA”, NUOVO PARTNER INDUSTRIALE, HA PIU’ DEBITI DELLA TELECOM
Ecco perchè c’è chi scommette che non verranno fatti investimenti adeguati nello sviluppo
della rete italiana delle telecomunicazioni ricavandone una conseguenza: lo scorporo della rete da Telecom è un passaggio decisivo per il Paese ed è un errore grave che l’attenzione sia catalizzata esclusivamente dalle dispute sul controllo della società e sui rapporti di forza tra i principali azionisti (Telefonica, Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca).
Non tutti però hanno la stessa convinzione.
In alcuni casi, come conferma l’audizione in Parlamento dell’amministratore delegato di F2i, Vito Gamberale, tenuta nei giorni scorsi, la contrarietà allo scorporo viene espressa apertamente.
In altri, a partire dagli spagnoli di Telefonica, l’opposizione non è manifestata in pubblico ma l’operazione viene giudicata in contrasto con gli interessi aziendali.
Oppure, come per l’amministratore delegato di Telecom, Franco Bernabè, il sospetto è che abbia dato via libera alle procedure per lo scorporo della rete ma senza troppa convinzione e senza fretta, forse con tattica dilatoria o magari in funzione di alleanze internazionali impossibili per una Telecom con la struttura attuale
Il partito che punta con determinazione sulla separazione della rete parte da una priorità : gli investimenti nella banda larga.
L’Italia, a parte alcune realtà particolari come Milano grazie a Metroweb, certamente non brilla. E prospettive di svolta non se ne vedono. Anzi.
L’indebitamento di Telecom e Telefonica rende poco credibile la prospettiva d’investimenti elevati, che sono indispensabili.
In piu’ i margini di profittabilità per gli operatori europei risultano ormai da anni in significativa riduzione.
La conseguenza e’ che nelle telecomunicazioni gli investimenti pro-capite in ricerca e sviluppo sono inferiori di oltre il 30% a quelli americani.
Difficile pensare che, almeno in tempi brevi, la situazione possa sbloccarsi
Al contrario lo sviluppo sul territorio della banda larga potrebbe dare al Paese una spinta importante.
Ma attualmente, e per molto tempo, tale capacità d’investimento manca sia a Telecom sia a Telefonica. Non solo.
La scelta strategica, su cui ha molto insistito l’ex ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera, è avere le grandi reti infrastrutturali divise dalla fornitura dei servizi.
Questo vale nell’energia come nel gas, nelle ferrovie come nelle telecomunicazioni.
Il modello è quello di Terna (energia) e corrisponde a una logica di fondo: le reti vanno gestite con programmi di lungo periodo e con investimenti a cui non corrispondono necessariamente redditività adeguate di breve periodo.
Tanto più che negli ultimi anni i margini garantiti dagli investimenti sulla rete sono in forte calo, diminuendo la propensione ad impegnare capitale.
Ovviamente le società quotate devono fare i conti con necessità a breve essendo sottoposte al giudizio del mercato e degli analisti.
Anche per questo è molto meglio tenere separate le reti infrastrutturali dalla fornitura dei servizi e affidarle a società pubbliche che hanno come missione il contributo allo sviluppo del Paese. Proprio l’offerta di banda larga produce domanda aggiuntiva generando nuove iniziative nei settori piu’ diversi: dal turismo al commercio elettronico, fino a nuove forme di tv e alle start up
Chi è contrario allo scorporo della rete sottolinea come si tratta di una scelta che a livello internazionale, almeno nei paesi sviluppati, è avvenuta soltanto in Australia e Nuova Zelanda, per favorire investimenti in fibra ottica di nuova generazione.
Anche nel Regno Unito la rete, separata diversi anni fa, è saldamente controllata dalla compagnia telefonica.
Resta il fatto che il commissario dell’Agcom, Antonio Preto, ha sottolineato che, «se Telecom non lo propone come iniziativa volontaria, forse dovremmo avviare i dovuti approfondimenti per accertare la sussistenza delle condizioni per imporlo come rimedio a garanzia della parità di accesso». Insomma, via libera allo scorporo, con le buone oppure con le cattive.
Secca la risposta di Bernabè: «Per procedere allo scorporo non volontario della rete, cosa che non è prevista da nessuna norma europea, credo che servano motivi di una gravità eccezionale che non sussitono assolutamente».
Fabio Tamburini
(da “il Corriere della Sera”)
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