Destra di Popolo.net

ASSISI, IL POVERELLO PATRONO DEL BUSINESS

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

ALLE SPALLE DEL PAPA: AFFARI, DENARO E TARIFFE SPACCIATE PER OFFERTE

Ad Assisi l’accoglienza non prevede neanche la possibilità  di andare al bagno gratis. Se uno ha la sfortuna di un bisogno impellente deve sperare nella fortuna di avere sessanta centesimi brevi manu, altrimenti è inevitabile affidarsi a una preghiera per impietosire il responsabile della toilette costruita sotto il piazzale inferiore della Basilica di San Francesco. Niente da fare.
Al pellegrino gli spicci vengono donati da un benefattore.
Soldi, incasso, business, questa è la formula vincente nel paese del Poverello.
Basta camminare per le vie, inerpicarsi per le salite, prendere fiato nelle discese, leggere i prezzi (mediamente alti) fuori da negozi, bar, agenzie immobiliari, società  specializzate in pellegrinaggi per capire che dello spirito evocato in questi mesi dal papa, fatto di carità , profilo basso, accoglienza, c’è veramente poco: qui è anche impossibile trovare un punto di appoggio per mangiare il proprio, tutto è organizzato per obbligare il forestiero a usufruire dei servizi locali. E spendere.
Ancora peggio se prendiamo alla lettera le parole pronunciate la settimana scorsa da Francesco: “Che i conventi siano aperti ai bisognosi, non siano alberghi”.
Bussiamo alla Casa di Santa Brigida, gestita dalle suore Svedesi: la struttura è stata restaurata magnificamente, nel totale rispetto della tradizione umbra, con mattoncini a vista, legno alle finestre, una rara vista sulla vallata e su Santa Maria degli Angeli. “Buongiorno vorrei sapere se avete posto a metà  ottobre per un gruppo di venti fedeli”.
“Mi dica i giorni esatti”, risponde una suora di colore, modi bruschi, una vaga inflessione tedesca.
“Dal 14 al 16, o anche dopo, a seconda della disponibilità ”. In silenzio prende il registro delle presenze. Sfoglia. Riflette, gioca con la matita. Poi sentenzia: “È tutto pieno fino a novembre.
Per caso nel gruppo ci sono bambini o molto anziani?”. “Cosa, scusi?”. “Sì, i bambini causano confusione, mentre gli anziani creano problemi, meglio se li sistemate in una struttura più centrale. Non siamo attrezzati per gli ospiti disabili”.
“Bene, qual è il prezzo?”. “65 euro la pensione completa, 55 la mezza. Guardi che le stanze hanno ogni comfort, compreso il bagno privato. Aspetti, le do la brochure”.
La parola magica è “offerta”
Riprendiamo il cammino.
A cinquecento metri in linea d’aria incontriamo la Casa di Accoglienza di Santa Elisabetta d’Ungheria, sul portone un semplice campanello e indicazioni su orario e giorno.
“Se abbiamo posto per trenta persone? Ne accogliamo fino a sessanta”, illustra una laica davanti a un bancone con sopra una lunga serie di portachiavi a forma di croce in legno.
“Quanto costa una stanza? No, qui si va a offerta… comunque 55 euro a notte”.
Ecco la parola magica: offerta.
Ad Assisi ogni ordine ha la sua struttura, ogni ordine negli anni ha conquistato il proprio spazio per marcare una presenza in uno dei luoghi di maggior pellegrinaggio al mondo. Ogni ordine accoglie, ma solo a pagamento, un pagamento mascherato “da offerta”.
Un frate da quindici anni presente nella cittadina ci dà  il buongiorno, ma in stile don Abbondio preferisce evitare la pubblicazione del suo nome di battesimo: “Non vorrei avere problemi con gli altri fratelli. Comunque sì, qui funziona così, qui è business. Cosa? Lo so, non è bello, abbiamo perso completamente la via indicata da Francesco e con l’escamotage dell’offerta alcune strutture possono usufruire di benefici fiscali, come la tassa sull’immondizia o l’Imu. Ad Assisi oltre a San Francesco, si ringrazia anche un altro beato: ‘San Terremoto’”.
Anno 1997: un sisma sconquassa Marche e Umbria. Danneggiate anche Foligno , Nocera Umbra, Preci, Sellano. E, appunto, Assisi dove muoiono in diretta televisiva quattro persone tra tecnici e frati, impegnati nella verifica dei danni.
Le immagini del crollo vennero riprese da un cameraman di Umbria Tv, in quel momento presente all’interno della basilica.
“Per la ricostruzione sono giunti miliardi su miliardi, tanti, più i fondi stanziati per il Giubileo del 2000 — spiega l’ingegner Paolo Marcucci, consigliere comunale — in ambo i casi parliamo di finanziamenti pubblici che hanno reso Assisi quello che è oggi, con qualche stortura o facilitazione a favore dei frati”.
Per scoprire a cosa si riferisce l’ingegner Marcucci, dobbiamo tornare virtualmente ai bagni sotto la Basilica, quella struttura è al centro di un contenzioso tra l’ordine religioso e la stessa Assisi: la piazza è del Comune; i frati ci realizzano dei locali a spese dello Stato, “poi con un atto arbitrario modificano a loro nome l’intestazione catastale precedentemente intestata al Comune di Assisi — continua Marcucci — il Comune fa ricorso contro questa procedura, per la quale si arriva in Cassazione. Peccato che in campagna elettorale il sindaco ha promesso di risolvere la faccenda e di rinunciare al ricorso”.
In sostanza l’amministrazione ha regalato ai frati la piazza inferiore e i suoi bagni “e poi vada a fare un salto al negozio sotto la Basilica, ogni tanto si dimenticano di battere lo scontrino”, sollecita di nuovo il nostro “don Abbondio”.
Cartoline, ovvio. Crocefissi in tutte le forme, misure, materiali. San Francesco ovunque, Francesco anche .
Calendari, tazze, ma anche vino, liquori, rossetto per le labbra, saponi e prodotti di cosmesi come il gel struccante alla calendula. A noi lo scontrino lo fanno con altri scatta la dimenticanza.
“Professore, professore!” urla un signore dall’aspetto modesto per le vie di Assisi, si rivolge a un cinquantenne dalla camminata impegnata.
“Professore per caso sa dove posso dormire questa notte? Sono disposto a pagare, anche se come al solito non ho grandi disponibilità ”.
Il professore: “Ora ho fretta, ci penso, ma queste sono giornate difficili, con il prossimo arrivo del papa è tutto pieno”.
Chi chiede aiuto si chiama Gabriele, viaggia con un paio di buste di plastica piene, si definisce un colpito dalla crisi, quindi senza lavoro.
Si arrangia, magari fa qualche lavoretto per i conventi, consegna la posta. “Ma ricevere aiuto qui — racconta — è oramai impossibile”.
Stesso refrain, simili racconti da Angela Serracchioli, bolognese di origine, da otto anni impegnata ad Assisi e autrice di una guida del pellegrino: “Non esistono posti dove si offrono pasti ai poveri. Da nessuna parte. Ma lo sa quanti pellegrini ho visto aggirarsi per la città  stupiti e affranti perchè nessun convento li ha voluti ospitare? Una volta ho rifocillato anche un frate argentino…”.
Prezzi bassi, alti benefici
Direzione suore Alcanterine. Hanno un palazzo centrale, dietro un vicoletto buio, chiuso, nascosto, ecco il portone.
Dietro c’è una struttura bellissima, luminosa, curata, con un ampio chiostro.
Di lato è organizzata la cucina, le suore sono impegnate a impiattare il pranzo.
“C’è posto per una trentina di pellegrini a metà  ottobre?”. “Aspetti controllo”. Solito registro delle presenze. “Tutto pieno fino a novembre, ma dopo c’è posto. Il costo è di 55 euro per la pensione completa, abbiamo anche la cappella”.
Sul loro sito è scritto: “L’offerta del nostro servizio intende rispondere alla necessità  di tutti coloro che, oggi sempre più numerosi, bussano alla nostra porta”.
A quanto pare è vero, rispetto ai “numerosi”.
“Per noi albergatori tutto questo è un problema: loro hanno oggettivamente costi molto ridotti, anche solo di personale — interviene Fabrizio Leggio, proprietario dell’hotel Windsor Savoia — Le do un solo dato per farle capire: il costo vivo per ogni mia stanza è di quasi 40 euro. In sostanza non ho quasi più margine”. Ma nella zona non c’è solo il caso-Assisi.
A tre, quattro chilometri, nella vallata, a Santa Maria degli Angeli sorgono due strutture di gran lusso, la “Domus paci” e il “Cenacolo francescano”.
La seconda in particolare è stata data in gestione a una società  straniera previo un generoso affitto annuale.
Così, come recita la pubblicità , tra uno snack, una passeggiata, un’escursione, magari la lavanderia, un drink per rilassarsi è possibile vivere “la splendida atmosfera del luogo con gli ampi spazi verdi che invitano alla riflessione e garantiscono un soggiorno perfetto, adatto alle esigenze di tutti i target di clientela (religiosi, turisti, uomini d’affari, famiglie, gruppi, meeting)”.
Turisti, religiosi e uomini d’affari.
Anche perchè “vicino all’albergo vive una comunità  di Frati Minori disponibili a rispondere alle esigenze spirituali e morali dei pellegrini e degli ospiti”.
Insomma, pacchetto completo.
L’importante è pagare, anche qui ad Assisi.

Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CINQUESTELLE, MAIL DI SCOMUNICA A BATTISTA, MA ELETTI E ATTIVISTI SI RIBELLANO ALLO STAFF

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

IL SENATORE AVEVA INVITATO A RAGIONARE SU UN GOVERNO ALTERNATIVO E SCATTA L’ISOLAMENTO SOVIETICO SU IMPUT DI CASALEGGIO

Il senatore Lorenzo Battista invita a ragionare su un governo alternativo a quello di Enrico Letta? Bisogna espellerlo.
Le esternazioni del parlamentare triestino del Movimento 5 stelle sono piaciute sempre meno a Gianroberto Casaleggio, tanto da rendere necessario un chiarimento fra i due.
L’incontro, avvenuto prima dell’estate, non è stato risolutivo, e Battista è rimasto delle sue opinioni, che ha per di più condiviso anche con la stampa.
La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Ma lo staff non vuole più procedere a espulsioni dall’alto, il caso di Adele Gambaro è costato troppo a livello d’immagine.
Così si mette in atto la nuova strategia: una pressione dal basso, da parte degli eletti locali e dei meetup della zona, per isolare il malcapitato e costringerlo a mollare. Successe già  con la senatrice emiliana, è capitato con Luis Orellana.
Allora ci furono dei contatti informali con il meetup di Pavia, ma è con Battista che il nuovo modus operandi è stato impiegato nella sua interezza.
Il contenuto della mail l’ha scovato il Messaggero: “A seguito intervista [era quella concessa a La Stampa] rilasciata dal nostro cittadino portavoce alla stampa nazionale urge presa di distanza dalle sue dichiarazioni. Vi giro il comunicato da mandare. Se avete contrarietà  fatemi sapere entro un’ora”.
Casaleggio smentisce (anche se il quotidiano romano non gliela attribuisce): “Alcune testate on line riportano una mia “mail segreta” inviata a degli esponenti del M5s. Tale mail è frutto della fantasia di qualcuno. Non ho mai inviato mail segrete”.
Il testo esiste e gira tra gli eletti del Friuli Venezia Giulia. A quanto risulta all’Huffpost l’estensore non sarebbe direttamente il guru, ma Stefano Patuanelli, consigliere comunale triestino, che gode di un rapporto fiduciario con lo staff. È lui, dopo essersi consultato con chi di dovere, a farsene principale sponsor.
Arriva fino a Roma, ma l’accoglienza che riceve dagli eletti friulani, Walter Rizzetto, Aris Prodani, oltre allo stesso Lorenzo Battista, è a dir poco fredda.
Parte un giro di telefonate, che coinvolge lo stesso guru, il quale avrebbe prospettato il medesimo trattamento per chiunque avesse mancato di sottoscrivere la scomunica a Battista.
Ma gran parte degli eletti tira il freno a mano: anche se il merito di quanto detto dal senatore è da molti messo in discussione (prima fra tutti dalla consigliera regionale Eleonora Frattolin: “Crediamo sia opportuno prendere le distanze, tra gli impegni presi vi è quello di agire sentendosi portavoce e non erigendosi a rappresentanti”) il metodo è tuttavia ritenuto inaccettabile.
Nessuna sottoscrizione, fanno sapere a Milano, al massimo possiamo convocare un’assemblea della base e lasciare a iscritti e attivisti la decisione.
Il guru ascolta le rimostranze, non forza la mano e accetta il nuovo modo di procedere. Il 14 settembre è convocata una riunione di tutti i meetup friulani e giuliani a Palmanova.
Sulla bacheca pubblica i toni sono soft. Si parla infatti di un dibattito “sulle affermazioni sui giornali del cittadino Lorenzo Battista portavoce al Senato”.
Ma le reazioni non sono comunque unanimi, anzi. “Non mi sembra che Lorenzo abbia detto niente di grave” osserva Paolo Romano.
“Se fate un’assemblea per delle proposte da portare ai nostri candidati, partecipo volentieri. Altrimenti preferisco spendere il mio tempo per il Gdl amianto o la pedonalità  del mio comune”, gli fa eco Emanuele Romano.
Davide Stanic è tra i più netti: “Trovo agghiacciante che Lorenzo venga messo in discussione. Per quanto mi riguarda lui si è speso per portare avanti le istanze della mia terra e posso solo ringraziarlo. La partecipazione non è votare l’espulsione di qualcuno”.
Ma è Francesca Leto a fornire un indizio su quel che sta succedendo nel backstage: “Trovo assurda l’indizione di questa assemblea con questo ordine del giorno. Un’assemblea voluta dall’alto. Cos’ha detto Lorenzo di così sbagliato?”.
Così, la sera prima, è il gruppo consiliare dei 5 stelle in Regione a comunicare la retromarcia: “A causa di problemi organizzativi l’assemblea di domani è rinviata a data da destinarsi”.
Questioni organizzative che alcuni eletti sintetizzano così: “Mai avremmo partecipato ad un processo inquisitorio nei confronti del nostro senatore”.
Ma il redde rationem è solo rinviato.

(da “Huffingtonpost“)

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VERDI O SPD ? IL DUBBIO AMLETICO DELLA MERKEL

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

ANGELA MERKEL SENZA LA MAGGIORANZA ASSOLUTA CERCA UN ALLEATO TRA SPD E VERDI

Per soli cinque seggi Angela Merkel ha bisogno di un nuovo alleato: i vecchi alleati, i liberali (Fdp) sono fuori dai giochi, quindi la Cdu deve trovare un nuovo partner, scegliendo tra i socialdemocratici e i verdi, poichè la cancelliera avrebbe escluso un governo minoritario.
“Abbiamo due possibilità : i socialdemocratici (Spd) o i Verdi” e “daremo al nostro Paese un governo forte”, ha confermato il capogruppo dei cristiano democratici Volker Kauder.
La Spd, che dovrebbe essere la prima scelta della potente cancelliera, temporeggia: nessuno nel partito di Peer Steinbrueck, in primis lui stesso, ha voglia di giocare il ruolo del “junior partner” della Cdu.
L’esito di 4 anni di grosse koalition, durante il primo mandato di Merkel, fu il crollo della Spd alle elezioni del 2009, una ferita ancora troppo aperta.
Lo sfidante ha già  detto di non essere “a disposizione” come ministro; Frank-Walter Steinmeier, ex vicecancelliere di Merkel nel 2005, resterà  capogruppo parlamentare Spd; altri pesi da novanta non sono disponibili, i nuovi sono poco conosciuti a Merkel.
Una riunione dei vertici è prevista venerdì 27 nel corso di un “minicongresso”
L’alternativa sono i Gruenen. A favore gioca proprio l’importante “energiewende”, la svolta energetica impressa da Angela Merkel, con la sepoltura definitiva del nucleare. Sulla politica europea non ci sono divergenze di rilievo, così come per le missioni estere della Bundeswehr.
Ma è pur vero che tutte le esperienze di coalizione dei vari governi dei laender hanno funzionato poco o per niente.
Ora i numeri: nel nuovo Bundestag entreranno 630 deputati.
La maggioranza dunque è di 316 voti.
L’unione Cdu/csu ha conquistato 311 seggi (41,5%); la Spd 192 seggi (25,7%); i Verdi 63 seggi (8,4%); la Linke 64 seggi (8,6%).
Restano sotto la soglia di sbarramento la Fdp con il 4,8%, alternative Fuer deutschland con il 4,7% e i pirati con il 2,2%.

(da “Huffington Post”)

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CONGRESSO PD, INTESA TRA I CANDIDATI: SEPARARE SEGRETARIO E PREMIER

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

LA DIREZIONE SLITTA A LUNEDI 10

«Non sono amareggiato. Risolveremo tutto, vedrete… ». Epifani mostra ottimismo. Ma è costretto ad ammettere che quanto è accaduto nell’Assemblea democratica di sabato è «umiliante».
«Il Pd non è nel caos ma dobbiamo finirla di dare al paese uno spettacolo che non ci onora: questo tormentone ci umilia».
Garantisce inoltre, il segretario democratico, in un comizio alla festa del partito a Modena, che la data delle primarie sarà  quella indicata, e cioè l’8 di dicembre.
E di slittamenti, nonostante le lungaggini delle regole che per l’appunto non si è riusciti a cambiare, non ce ne saranno.
Quindi, stop ai sospetti dei renziani – ma anche dei “giovani turchi”, supporter dello sfidante Gianni Cuperlo – su Bersani
Tuttavia il percorso sarà  deciso dalla direzione.
Era convocata per venerdì prossimo, ma slitterà . Marina Sereni, alla quale spetta il compito della convocazione, dice che probabilmente la direzione si terrà  lunedì 30. E non sarà  una passeggiata.
«Siamo al cortocircuito e dobbiamo venirne a capo», ragiona Roberto Morassut che nel “comitatone” per le regole del congresso aveva proposto diverse mediazioni sulla questione che ha provocato il flop dell’Assemblea, la separazione cioè tra segretario e candidato premier. Voluta dai bersaniani e dalla sinistra del Pd, dopo che l’accordo sembrava essere stato trovato, è stata bocciata.
Ha rappresentato il casus belli. Renzi si è sempre detto contrario. Bindi è scesa in trincea.
Ora i renziani chiariscono il punto: «In direzione ciascuno si prenderà  le sue responsabilità », fissa i paletti il renziano Guerini.
Del resto lo Statuto e quindi le regole del partito si possono cambiare solo in Assemblea. Se leadership (del partito) e premiership coincidono, come è sempre stato, così sarà . Spetta sempre a Epifani cercare di evitare lo scontro e la rigidità  delle posizioni.
Il segretario pertanto lancia un appello: i candidati segretari – ad oggi Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella – non si arrocchino ma aprano.
Quando sarà  il momento delle primarie per Palazzo Chigi, abbiano la generosità  di cancellare di fatto l’automatismo secondo il quale, e a norma di Statuto, solo il futuro segretario del Pd può candidarsi.
Se Enrico Letta, l’attuale premier, vorrà  correre, non sia certo escluso.
Insomma, le modifiche bloccate dal caos dell’Assemblea possono rientrare in gioco «se i candidati alla segretaria – spiega Epifani – sottoscrivessero e si impegnassero a non essere candidati automaticamente alla premiership» una volta eletti alla guida del partito.
L’incertezza è però tanta, e le tensioni crescono.
Letta, chiamato in causa e anche lui accusato di volere intralciare Renzi e perciò di puntare sullo slittamento del congresso, prima di partire per il Canada telefona a Epifani: «Resto fuori dal congresso», fa poi sapere. Lo scontro tra le correnti democratiche e la sorte del governo non siano intrecciati. Però è molto difficile a questo punto che i lettiani nella sfida per la segreteria appoggino il sindaco “rottamatore”.
Paola De Micheli lo dice chiaramente: dopo tutte le bordate di Matteo a Enrico, sarà  difficile. Stasera si riunisce di nuovo il “comitatone” per le regole per cercare di salvare il salvabile di un lavoro iniziato a giugno e naufragato.
Giovedì inoltre i bersaniani lanciano la loro iniziativa pubblica a sostegno di Cuperlo.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)

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IL POLITOLOGO JAN-WERNER MULLER: “IL SEGRETO DI ANGELA MERKEL? POPOLARITA’ E STILE DA MANAGER”

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

“IL CROLLO DEGLI ALLEATI DI GOVERNO E’ ANCHE COLPA SUA”… “IL PARTITO ANTI-EURO NON SCOMPARIRA'”

«Il segreto del successo della Merkel? E’ la sua popolarità , il suo stile che la fa sembrare sempre una buona manager. Ma soprattutto è riuscita in qualche modo a staccare se stessa, e in una certa misura anche il suo partito, dai problemi che la coalizione di governo ha avuto».
Jan-Werner Mà¼ller, politologo tedesco che dirige il dipartimento per gli Studi europei a Princeton, uno degli studiosi di politica del vecchio continente più influenti negli Usa (in Italia è uscito di recente il suo L’enigma democrazia, Einaudi) ritiene che la Merkel abbia anche l’enorme capacità  di scaricare gli insuccessi sugli altri.
FUORI I LIBERALI
«I suoi alleati di governo, i liberali, non entreranno al governo per la prima volta dal dopoguerra, un disastro per loro. In modo molto intelligente, Merkel è riuscita ad addossare loro tutte le conflittualità  e le prove d’incompetenza del governo. Lei stessa si comporta ormai più da presidente della Germania che da Ceo, che deve rendere conto di quello che fa. Ma attenzione: è lei che ha voluto questa coalizione, la voleva ancora, era il suo dream team. Quindi, sebbene non sarà  percepito così, questo dovrebbe essere anche un suo insuccesso».
Come giudica l’Alternativa, ha potenziale per crescere?
«Personalmente non li chiamerei un partito populista: se uno si oppone a temi europei, questo non fa di lui automaticamente un populista. Sono riusciti a evitare di apparire una tipica formazione di estrema destra, come il partito di Joerg Haider in Austria o di Le Pen in Francia. Sono guidati da professori. E sebbene ha Germania abbia la fama di essere molto rispettosa dei professori, ami i titoli Prof., Professor Doktor, e via dicendo, direi che hanno ottenuto il loro risultato nonostante i professori, non grazie ai professori. Molto dipenderà  adesso dal fatto se riusciranno a istituzionalizzarsi. Se sapranno raccogliere parte dei bacino del partito conservatore, quello che percepisce la Cdu come troppo liberal, per usare un termine americano, troppo permissiva sui temi morali. Non credo che spariranno. E la cancelliera avrà  un problema: se la politica europea sarà  percepita come insoddisfacente, cresceranno».
Visto dall’Italia, un tema è stato quasi assente dal dibattito politico tedesco: l’Europa. Perchè?
«Una combinazione di più motivi. Merkel non aveva interesse a fare dell’Europa un tema più ampio. Il suo interesse razionale e la sua strategia elettorale suggeriscono: meno si dice, meglio è. La Spd e i verdi hanno sostenuto le sue politiche, quindi non potevano attaccarla di punto in bianco rimanendo credibili. Più importante ancora: è rischioso chiedere più integrazione, o qualsiasi cosa dia più potere e soldi a Bruxelles — ciò che molti cittadini temono come una Transfer Union nella Ue. Molti politici rifuggono temi perchè impopolari. Però potrebbe essere una decisione sbagliata: se una maggiore integrazione si renderà  necessaria, ci sarà  l’impressione che questi temi non siano stati adeguatamente discussi e che tutto il processo dell’integrazione europea manchi di legittimità . Nel breve, è rischioso il dibattito, a lungo termine più rischioso non averlo».
Come descriverebbe la campagna della Merkel?
«Merkel non ha detto quasi nulla sulle questioni più controverse e si è spesso appropriata delle politiche dei suoi avversari. Il calcolo, in parte, è stato: gli elettori dell’opposizione non andranno a votare, visto che non c’è molto in palio. Una strategia nota come “de-mobilitazione asimmetrica”: tutti diventano disinteressati, ma quelli dell’opposizione di più. Il problema è però se questo atteggiamento non possa creare un gruppo di elettori insoddisfatti, che ritengono che la Cdu si sia spostata troppo a sinistra, diventando, di fatto, un partito socialdemocratico in economia, e simile ai verdi sui temi sociali. Merkel è così popolare che per lei questo non è un problema, ma per i suoi successori lo sarà ».
Perchè la Spd non è stata percepita come una vera alternativa?
«Hanno tre grandi problemi. Il primo: il dilemma strutturale di molti partiti socialdemocratici in Europa negli ultimi decenni: come rappresentare la classe operaia che si va restringendo (e spesso soffre), conquistando allo stesso tempo i voti della classe media centrista. Come per i socialisti francesi, che ora hanno dei veri avversari a sinistra. Secondo: il partito ha dato l’impressione di non saper decidere se rigettare o far propria l’eredità  di Schrà¶der. Terzo: hanno scelto con Steinbrà¼ck un candidato “merkeliano”, ma che doveva difendere un programma più a sinistra di quel che ci si aspettava. E questo ha creato un problema di credibilità ».
La crisi viene percepita in modo molto diverso in Germania e in altri Paesi Ue. Crede che la Germania non sia riuscita a spiegare la propria strategia?
«E’ complicato. Il governo tedesco ha spiegato la sua strategia che consiste nel combinare austerità  e riforme strutturali nei Paesi in crisi. Ma la spiegazione spesso non è stata accettata e io personalmente credo anche che non sia corretta (almeno, come dimostra l’esperienza tedesca con Schrà¶der). Anche dove i cittadini vedono la necessità  di avere cambiamenti strutturali (e perfino di un nuovo contratto sociale), hanno buone ragioni per ritenere che l’austerità  non li possa realizzare, e perfino disperare che esista un reale meccanismo in grado di autorizzare un nuovo contratto sociale. In generale è problematico discutere di questioni europee ponendo un Paese contro un altro. Non si tratta di Germania contro la Grecia, il conflitto taglia le società  in modo trasversale. Ma per adesso, non abbiamo le strutture politiche per affrontare simili questioni e conflitti pan-europei».
Quali sono i rischi della strategia tedesca per l’Europa?
«Ci sono rischi ben noti: l’austerità  che porta a un avvitamento a spirale, dal quale i Paesi non riescono a uscire. E rischi meno tangibili: i cittadini sentono che i cambiamenti strutturali (anche quando necessari) sono realizzati da un establishment politico la cui legittimità  è drammaticamente calata. Temo che questo sia il caso di Italia e Grecia. Le larghe coalizioni di governo possono solo accentuare la percezione che i populisti cercano di rafforzare: che i vecchi partiti — se vuole, la casta — si curano solo di restare al potere, di occupare lo Stato. I cittadini possono così cominciare a pensare che il vecchio establishment è sinonimo di sistema democratico, e che l’unico modo di liberarsi dei primi e di liberarsi anche del secondo. Un pensiero molto pericoloso».
Habermas parla di fallimento delle elite tedesche nell’affrontare la crisi. E’ d’accordo?
«Sì, ma è un fallimento molto specifico. Non è un fallimento manageriale. Merkel è un manager estremamente competente. C’è un fallimento nel far comprendere come la Germania abbia beneficiato dell’euro, un fallimento nell’ammettere che la combinazione di austerità  e riforme strutturali possa anche non funzionare, e un fallimento nel pensare come possa funzionare una legittima, efficiente Unione europea. E’ troppo facile dire che questo è un fallimento personale di Merkel. Il suo interesse personale, un interesse razionale, era di non affrontare questi temi. Sono i media, e l’opposizione che l’avrebbe dovuta sfidare di più».

M. Gergolet
(da “il Corriere della Sera“)

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BARISTI, STAGISTI, GALLERISTI ITALIANI: TUTTE LE STRADE PORTANO A BERLINO

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

I VANTAGGI DELLA CAPITALE TEDESCA VISTI DAGLI ITALIANI CHE LAVORANO LI’

È domenica pomeriggio e sto per andare a seguire i risultati dello spoglio elettorale alla sezione del mio quartiere di un partito di sinistra.
È una cosa che non ho mai fatto, prima d’ora; ma stavolta, per varie ragioni, ho la sensazione che queste elezioni possano essere realmente determinanti per il futuro del mio Paese. Eppure non ho votato.
Questi due fatti non sono in contraddizione: il mio paese è l’Italia – ma quello in cui abito, e in cui si svolgono queste elezioni per certi versi cruciali per noi che pure non vi partecipiamo, è la Germania.
Con qualche pausa e qualche ritorno, sono quattro anni che vivo a Berlino.
È difficile ammettere di fare parte di una tendenza – in senso sia sociologico che modaiolo. I tuoi motivi ti sembrano sempre più validi, o più personali, o più complessi di quelli degli altri, che fanno la tua stessa scelta sentendosi speciali come te.
Eppure il trasferimento a Berlino è sempre più popolare fra gli italiani della mia età , benchè la questione, come molte tendenze simili, sia in qualche misura sovraesposta.
Ufficialmente siamo in ventimila; le stime di chi è qui senza registrarsi all’anagrafe raddoppiano questa cifra. Il totale raggiunge più o meno la capacità  dello stadio olimpico di Roma, o un quinto della città  di Bologna, per farsi un’idea.
L’espressione «fuga dei cervelli», oltre a essere orribile, spiega tutto questo solo in minima parte. Si riferisce a chi cerca strade adatte ai suoi talenti, opportunità  estremamente qualificate che nel nostro Paese mancano.
Conosco gente che è qui per questo: Irene è ricercatrice alla Humboldt-Università¤t a un’età  a cui in Italia ci si trascina nel purgatorio del post-doc; Stefania e Gigiotto, in pochi anni, hanno trasformato quello che a Napoli era un piccolo spazio d’arte indipendente in una galleria solida e molto riconosciuta.
Ma sono relativamente pochi i casi di chi parte con un seme in mano sapendo di trovare una terra fertile.
Gli italiani che incontro qui sono in larga parte gli studenti Erasmus che nell’estasi dell’alba dopo la festa decidono di restare; i neolaureati che preferiscono affrontare il giro di chiglia dello stage in un posto in cui è probabile che porti a qualcosa; quelli che vogliono aprire un bar o un ristorante in un’economia in crescita e in un sistema meno rapace e bizantino.
E poi c’è la cosiddetta diaspora digitale, di cui faccio parte anche io: la categoria in rapida crescita dei freelance a cui basta un computer per lavorare, che finiscono qui senza sapere bene cosa stanno cercando ma con la sensazione generica, dubbiosa, che a casa non c’è.
È un complesso di ragioni che porta tutte queste persone (tutti noi) a Berlino, in questo momento specifico.
Una di esse è indubbiamente il fatto che siamo in tanti a farlo, il che c’entra con il conformismo ma anche con la consapevolezza che troverai tutta una comunità  ad accoglierti e aiutarti in un passo che – per quanto smussato dall’unità  d’Europa – è comunque doloroso e difficile. (Anche dal punto di vista pratico: anni fa mi mandarono su Facebook i numeri di tre medici che praticavano qui parlando italiano; ora aprono commercialisti e studi di psicanalisi.)
Ma credo che la ragione principale sia legata a ciò che l’economista Charles Tiebout chiamava «votare coi piedi»: esprimere la propria opinione circa un sistema politico limitandosi ad abbandonarlo, in favore di uno ritenuto migliore.
In fondo, oggi il mio voto l’ho espresso così. È in parte una mossa vigliacca e rinunciataria, e forse è anche per questo che, dopo un po’ che si è via, si comincia a faticare a seguire l’attualità  politica italiana: c’entra la rabbia che questa suscita in chiunque vi partecipi, ma anche la vergogna di chi sente, col sollievo dell’egoista, il peso di essersene lavato le mani.
A Berlino c’è il sussidio, e il «bonus-bebè» è uno stipendio di un anno, e gli affitti seppur in crescita sono calmierati; in Italia, almeno visto da qui, c’è quel cruciverba indecifrabile costellato di affetti e frustrazioni, di speranze e di strade sbarrate, che è l’Italia.
Ha fatto meno venti il primo inverno che sono stato qui, e Christina guardando il mezzo metro di neve in terrazza pensava a casa sua a Baden-Baden, quattro paralleli più a sud. Era appena stata a Firenze, e non capiva come fosse possibile che un italiano volesse davvero vivere in un posto così.
Me lo chiedevano in molti, all’inizio. Ora non lo chiedono più.

Vincenzo Latronico
(da “il Corriere dela Sera”)

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IL GOVERNO PRONTO A BLOCCARE L’IVA, NESSUN AUMENTO NEL 2013: PATTO TRA LETTA E SACCOMANNI

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

LA PAURA DEL PD: UNA CRISI ORA AIUTEREBBE BERLUSCONI

A un passo dalla crisi di governo, con le dimissioni del ministro Saccomanni sul tavolo, Enrico Letta ha deciso: l’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento sarà  bloccato fino al 31 dicembre.
Un congelamento che costa un miliardo di euro, ma che serve al premier per tamponare la falla politica che rischiava di mandare a fondo l’intera barca del governo
La mossa successiva è già  stata discussa ieri mattina in una telefonata tra Letta e Saccomanni, durante la quale il capo dell’esecutivo ha fornito «piena copertura politica» al ministro dell’Economia.
Soprattutto gli ha fornito «ampie garanzie» sul rientro al 3% nel rapporto defcit/pil.
Per l’Iva, però, il piano prevede un ridisegno complessivo della giungla delle aliquote che diventerà  operativo a partire dal primo gennaio 2014 e che servirà  a scongiurare definitivamente l’aumento di quella maggiore.
Intanto, dopo una riunione segreta venerdì pomeriggio, oggi un’altra riunione ristretta di governo – alla presenza di Saccomanni e con i tecnici della Ragioneria – consentirà  di mettere la bollinatura finale sulle coperture per evitare l’aumento del primo ottobre.
«Il famoso miliardo lo abbiamo trovato », annuncia trionfante un ministro del Pdl in serata, «ma adesso sarebbe bene che i nostri e quelli del Pd evitassero la gara per attribuirsene il merito»
Certo, l’aver coperto il miliardo per rinviare l’aumento dell’Iva non alleggerisce il peso della legge di Stabilità .
«I partiti possono fare tutto quello che vogliono – ripete in queste ore Fabrizio Saccomanni – ma non mi possono chiedere di sforare il tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil».
Un impegno non da poco visto che per correggere lo scostamento dello 0,1 per cento (attualmente il rapporto è al 3,1%) occorre trovare un altro miliardo e 600 milioni di euro da qui a fine anno.
E tuttavia, benchè il clima nella maggioranza, dopo il drammatico ultimatum del ministro dell’Economia, si sia in parte rasserenato, la strada per Letta resta tutta in salita.
I problemi stavolta non vengono solo dal Pdl, dove i falchi intravedono la possibilità  di dare la spallata finale all’esecutivo, ma anche dal partito democratico.
Nel Pd infatti è diffusa la convinzione che il ministro Saccomanni si stia comportando «troppo alla Monti», regalando un vantaggio tattico a Berlusconi.
«Se dopo avergli intestato lo stop dell’Imu – si sfogava ieri mattina un autorevole esponente democrat alla lettura dell’intervista del ministro dell’Economia – consentiamo al Cavaliere di addossarci l’aumento dell’Iva, gli stiamo regalando la campagna elettorale. E stavolta rischia anche di vincere».
Per mettere il Pdl con le spalle al muro e costringere ognuno ad assumersi le proprie responsabilità , Letta ha deciso quindi di giocare d’anticipo.
Anzi, come ha detto in conferenza stampa, «all’attacco ».
Cosa abbia in mente lo ha anticipato venerdì a Mario Monti, salito al primo piano di palazzo Chigi per perorare nuovamente quel «patto di coalizione» richiesto invano a luglio.
Si tratta in sostanza di procedere a un Letta bis senza crisi di governo.
«Anzichè morire di agonia – gli ha suggerito Monti – perchè non metti nero su bianco un nuovo programma di governo impegnativo per tutti?».
«È quanto intendo fare – gli ha risposto Letta – e poi mi presenterò in Parlamento per chiedere ai partiti una nuova fiducia. Perchè in questo modo non si può più andare avanti».
Una ripartenza insomma, un nuova spinta che lo tolga dalla palude in cui sembra piombato in questi giorni.
Un nuovo programma che faccia perno sulla legge di stabilità . Anche perchè Letta non intende fare la fine di Monti. Sabato il Professore era a Yalta, invitato a una conferenza internazionale, e incrociando Dominique Strauss-Kahn si è sentito soprannominare «Montroeder ».
«Il Montroeder, unione di Monti e Schroeder, è quell’animale politico che fa le riforme giuste e poi perde le elezioni».
Dall’altra parte del fiume il Cavaliere attende paziente che il Pd si faccia saltare i nervi e ponga fine all’esperienza Letta.
Anche se i pensieri di Berlusconi sono ancora concentrati, più che sull’Iva, sulla questione decadenza.
Il leader di Forza Italia vede avvicinarsi la scadenza fatidica della cessazione dello scudo senatoriale e teme che dalla procura di Bari possa arrivare un nuovo tsunami. Per questo, raccontano, il Cavaliere ieri è tornato ad accarezzare l’idea di andare in televisione e raccontare la sua «verità ».
Su tutto: da Ruby ai diritti Mediaset, da Tarantini alle escort.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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“SENZA LAVORO NON C’E’ DIGNITA'”: L’ABBRACCIO DEL PAPA AI DISOCCUPATI

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

IL DISTACCO DALLE VUOTE PAROLE DEI POLITICI IN UN DISCORSO A BRACCIO DA BRIVIDI…FRANCESCO RICORDA I GENITORI EMIGRANTI… POI PREGA IN SARDO

Gli occhi indagatori di Jorge Mario Bergoglio scrutano, con l’attenzione che solo lui sa riservare alle persone, la folla di operai e contadini che gli sta davanti.
«Lavoro, lavoro», chiedono alcuni a gran voce. Sembra quasi una contestazione.
Francesco prende allora una decisione. Lascia da parte i fogli del discorso preparato a Roma, e si mette a parlare a braccio.
«La vostra è una preghiera», dice colpendo tutti. Si fa silenzio.
Ed è in quel momento che le lacrime solcano il volto di molti dei disoccupati, uomini e donne che, nella piazza davanti al porto di Cagliari, aspettano il Pontefice in piedi dalle 4 del matti«Desidero esprimervi la mia vicinanza – risponde Bergoglio alle tre persone che lo hanno preceduto negli interventi, un operaio, un’imprenditrice e un pastore – alle situazioni di sofferenza: a tanti giovani disoccupati, alle persone in cassa integrazione o precarie, agli imprenditori e commercianti che fanno fatica ad andare avanti. È una realtà  che conosco bene. Mio papà  giovane è andato in Argentina pieno di illusioni a farsi l’America, e ha sofferto la terribile crisi del Trenta. Hanno perso tutto. Devo dirvi coraggio. Ma sono cosciente che devo fare il mio perchè questa parola coraggio non sia una bella parola di passaggio. Non sia solo il sorriso di un impiegato della Chiesa che viene e vi dice coraggio. Questo non lo voglio. Ma come pastore e fratello, per darvi questo coraggio »
Francesco sa toccare le corde giuste. E lo ha fatto anche ieri a Cagliari che, per un giorno, sembra una piccola Rio de Janeiro, ricordando nell’entusiasmo con gli oltre 100 mila fedeli sparsi sulle salite del centro i 5 milioni che accompagnarono a luglio il suo viaggio brasiliano. Lavoro è la parola d’ordine della sua visita in Sardegna, sollecitato dalla situazione economica dell’isola – dove l’indice di povertà  è doppio rispetto al dato nazionale.
Bergoglio parla di lottare «insieme, per un sistema giusto», per «il lavoro e la dignità », contro un «sistema economico senza etica », che idolatra «il denaro», e «scarta» le persone, «i giovani e gli anziani».
Nelle sue 10 intense ore di permanenza, ha stretto mani, abbracciato con grande calore e tenerezza bambini e malati che lo attendevano nelle tante soste in tutta la città . Poi è passato ai politici.
«Il nostro cuore di figli – ha ammonito nell’omelia pronunciata nel santuario della Madonna di Bonaria – sappia difendere il cuore di Maria da tanti parolai che promettono illusioni».
E nell’aula magna della Facoltà  teologica regionale ha continuato: «Ho trovato nei politici giovani un’altra maniera di pensare la politica, non dico migliore ma un’altra maniera. I giovani possono portare una musica loro, diversa dalla nostra. Non abbiamo paura, apriamoci alla loro visione, i giovani cercano questa chiave diversa. Ci servirà  sentire la musica di questi politici giovani».
Ha poi pronunciato una preghiera in sardo.
Pranzato con culurgiones (ravioloni) e porceddu, assaggiato Vermentino e Cannonau.
Spronato i ragazzi invitandoli a «prendere il largo e a gettare le reti ». «Io non vengo qui a vendervi illusioni – ha chiarito – seguire Gesù è impegnativo, vuol dire non accontentarsi di piccole mete, ma puntare in alto con coraggio».
E poi, riferito a sè stesso: «Non è che io mi sento Tarzan, forte. Nei momenti più bui ho sempre guardato Gesù, e mi sono fidato: non mi ha lasciato da solo».

Marco Ansaldo
(da “La Repubblica“)

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LE PAURE DELL’EUROPA: “COSI’ IL FUTURO DELL’EURO LO DECIDE ANCORA BERLINO”

Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

MA ANCHE SOLLIEVO: “QUANDO SI TROVA CON LE SPALLE AL MURO, NON PERDE DI VISTA L’INTERESSE COLLETTIVO”

Lo straordinario successo che gli elettori tedeschi hanno attribuito ad Angela Merkel premia i risultati tangibili ottenuti nel governare il Paese ma anche il fatto che, sotto la guida della cancelliera, la Germania è diventata indiscutibilmente la potenza egemone del Continente.
Un risultato che la nazione tedesca ha vanamente inseguito per 150 anni al prezzo di stragi e distruzioni, e che ora ha ottenuto in modo pacifico, e tutto sommato consensuale, grazie all’esistenza della Ue.
E grazie all’accortezza con cui la Merkel ha saputo gestirne i meccanismi.
Ora che la cancelliera viene riconfermata alla guida della Germania e dell’Europa, la reazione nelle altre capitali, al di là  dei messaggi protocollari di felicitazione che cominciano a piovere su Berlino, è insieme di sollievo e di preoccupazione.
Il sollievo nasce dal fatto che l’Europa crede di sapere che cosa aspettarsi dalla leadership di Angela Merkel.
Molti capi di governo sono convinti di conoscere quali siano i margini di manovra che hanno a disposizione quando devono negoziare con la leader tedesca.
Ed hanno avuto negli anni più difficili della crisi la prova che la cancelliera, pur cercando di anteporre gli interessi della Germania a quelli dei suoi partner, alla fine, quando si trova con le spalle al muro, non perde di vista l’interesse collettivo.
Come ha dimostrato appoggiando la scelta di Draghi di schierare la Banca centrale europea a difesa della tenuta della moneta unica: un’opzione che a Berlino raccoglieva ben pochi consensi.
Ora il fatto che la Merkel esca enormemente rafforzata da queste elezioni la pone in una posizione di forza anche nei confronti di quelle frange del suo stesso partito che negli anni passati hanno spinto la cancelleria verso posizioni di eccessiva intransigenza.
I falchi dell’ortodossia monetaria, che si annidano soprattutto nelle fine della stessa Cdu-Csu, oltre che nel partito liberale escluso dal Parlamento, avranno almeno in teoria minori possibilità  di condizionare le scelte del governo tedesco in senso anti-europeo.
La preoccupazione che serpeggia delle capitali è dovuta invece al fatto che una vittoria tanto schiacciante della cancelliera non può che rafforzare ulteriormente l’egemonia di Berlino sul resto dell’Europa.
La Merkel ha dimostrato che i tedeschi condividono in larghissima maggioranza sia la filosofia sia il modo in cui il governo tedesco ha gestito la crisi dell’euro.
Una filosofia e un metodo che hanno creato non poche difficoltà  ai partner della Germania e che hanno suscitato anche dissensi profondi in molti Paesi.
Da una parte qualcuno può nutrire la speranza che la cancelliera, allontanata la preoccupazione di farsi rieleggere alla testa della Germania, potrà  dedicare il suo terzo mandato a perseguire l’interesse comune europeo piuttosto che l’interesse particolare del suo Paese.
Ma il consenso che la sua politica di severità  e rigore ha riscosso presso gli elettori tedeschi legittima invece l’aspettativa che Berlino si rafforzi nella convinzione che le scelte fatte fino ad ora fossero quelle giuste.
E dunque che non si debba deviare dalla strada già  imboccata.
Per questo motivo, dietro le dichiarazioni di soddisfazione per la vittoria della cancelliera, sono molte le capitali europee che sperano di vedere la Merkel costretta ad una grande coalizione con gli avversari socialdemocratici.
Il passaggio della Germania da un governo di centro-destra ad uno di centro- sinistra offre ai partner di Berlino maggiori margini di manovra.
I socialdemocratici si sono dimostrati finora più sensibili alle sofferenze patite dai Paesi che la Germania ha costretto ad una politica di sangue, sudore e lacrime.
E c’è la speranza che la Merkel, per ottenere il voto dell’Spd, sia obbligata ad ammorbidire in qualche modo la linea del rigore sia all’interno sia all’esterno della Germania.
Ma le aspettative non possono che essere limitate. Anche i socialdemocratici, se pure saranno chiamati al governo, devono comunque prendere atto che la linea dura della signora Merkel in Europa ha ottenuto una valanga di consensi.
E non potranno non tenerne conto.
Andrea Bonanni

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