Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
IN GIOCO LA SICUREZZA DEI NOSTRO DATI SENSIBILI
Quale partita si gioca nella cessione del controllo di Telecom a operatori stranieri?
La perdita della proprietà della Rete fissa, di cui l’azienda è monopolista naturale, significa cedere un primo pezzo della nostra sovranità .
Affidare al gioco del mercato la “sicurezza” dei nostri dati sensibili e rinunciare al controllo e alla difesa dei Big data.
Quei macrodati che hanno accesso un allarme globale dopo le rivelazioni di Snowden. La Rete Telecom è un asset valutato tra i 12 e i 15 miliardi di euro, ma – come osservano fonti di governo – non è, in quanto «strategico», un «bene negoziabile». Perchè se oggi tocca alle telecomunicazioni, domani potrebbe toccare a gas ed elettricit�
Battezzata con improvvisa resipiscenza e senso di “urgenza”, «questione di sicurezza nazionale», la cessione di Telecom si sistema in cima all’agenda della Politica, delle nostre due agenzie di intelligence (Aise ed Aisi) e impegna Giampiero Massolo, direttore del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, a consegnare entro le prossime ventiquattro ore al Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui Servizi, un primo “rapporto” sui rischi e le implicazioni del trasferimento a un operatore straniero della proprietà della nostra rete telefonica fissa.
Una infrastruttura strategica (la prima nella storia del nostro Paese ad essere ceduta in mani straniere) di cui Telecom (che l’ha ereditata dalla pubblica Sip) è monopo-lista “naturale” perchè – a differenza del sistema di ponti radio delle comunicazioni mobili – dalle dimensioni e costi tali da renderla non “doppiabile”.
E su cui dunque si appoggiano, da quando il mercato è stato liberalizzato, non solo tutti gli altri operatori privati (italiani e non) che assicurano i servizi di telefonia fissa. Ma che innerva – ecco il punto – l’intero sistema di comunicazione delle forze di polizia, quello della nostra intelligence, i network di comunicazione riservata della pubblica amministrazione e delle nostre istituzioni, una parte non irrilevante del flusso di informazioni della nostra difesa.
Nella questione – per come in queste ore la declinano fonti qualificate di governo e dell’intelligence, esperti ed analisti di security – non gioca soltanto l’emotività di un Paese che ciclicamente si scopre o si sente abusivamente spiato.
Non morde soltanto il ricordo, ancora vivissimo e sub iudice della giustizia penale, di quel 2006 quando fu proprio in Telecom che si consumò per mano aziendale e con la complicità di un pezzo dell’allora servizio militare (Sismi) la più macroscopica e abusiva operazione di sorveglianza e intrusione in danno di centinaia di cittadini (il caso Tavaroli/Sismi) diventati “bersagli” inconsapevoli.
Nella questione – per dirla con le parole di una qualificata fonte della nostra intelligence – «balla, come ha insegnato il caso Snowden, il futuro di un pezzo significativo della nostra piena sovranità e dunque della nostra libertà ».
Perchè la rete fissa non significa soltanto “comunicazioni voce” attraverso i cavi in rame ma, oggi e soprattutto in prospettiva, significa i cavi in fibra ottica che trasportano i macro-dati. I Big data, appunto.
Quelli di cui ha fame ogni governo e intelligence del mondo. Che siano quelli dei propri cittadini. O, ancora meglio, quelli di altri Paesi.
In un paradossale cortocircuito, dopo aver discusso nei giorni del caso Snowden fin dove fosse legittimo aver autorizzato per decreto i nostri Servizi segreti all’accesso alle banche dati delle società di gestione delle infrastrutture strategiche (trasporti, comunicazioni, sanità ) «per la prevenzione del cyber terrorismo» (la questione venne sollevata proprio da un’inchiesta di “Repubblica”), si “scopre” infatti che, con la cessione agli spagnoli di Telefonica, si consegna serenamente al mercato la proprietà di quell’infrastruttura che espropria il Paese dello strumento necessario per proteggere i propri dati sensibili.
«Perchè – osserva un analista del nostro Servizio estero – se è vero che oggi la Rete sarebbe controllata dagli spagnoli, le regole del mercato sono tali che nessuno può sapere se tra un anno, due, cinque, quella Rete non sarà nuovamente venduta per finire ad operatori di altri Paesi. Magari non amici».
Non a caso, in altri Paesi come l’Inghilterra ad esempio, la proprietà e la gestione della Rete fissa sono scorporate. L’una (la gestione) è affidata alla libera competizione del mercato. La seconda (la proprietà ), a un azionariato diffuso che ne conserva il pieno controllo nazionale.
C’è di più. Ed è appunto nell’insistenza dell’aggettivo con cui gli addetti segnalano che la Rete è infrastruttura «strategica».
In quanto tale, «funzione della politica di un Paese», per dirla con le parole di una fonte di governo. Dunque, non misurabile in termini di valore economico, per altro oggi valutato tra i 12 e i 15 miliardi di euro (di un terzo superiore alla capitalizzazione di Telecom). Perchè «non negoziabile».
Un discorso che vale oggi per le telecomunicazioni e – a maggior ragione – per altre infrastrutture cruciali come gasdotti ed elettrodotti
«Avere non solo la gestione, ma anche la proprietà dello strumento che garantisce il flusso delle comunicazioni del Paese – prosegue la fonte di governo – implica la possibilità di incidere sulle nostre scelte contingenti e soprattutto future. Acquisire, anche solo potenzialmente, un potere di pressione e ricatto. Ma anche decidere, in termini strategici appunto, che tipo di Rete l’Italia di qui ai prossimi anni debba avere. E con quali potenzialità ».
Di più: «Equivale ad avere un domani la mano sul rubinetto dell’energia, gas o elettricità , che tiene accesa l’economia del nostro Paese».
E’ successo in altri contesti, si pensi al caso Russo-Ucraino. Può succedere anche in Italia se il caso Telefonica dovesse diventare un precedente. Per questo, la partita che si è aperta si scrive «sicurezza nazionale», ma si legge sovranità .
Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
“FU SEQUESTRO DI PERSONA”: ESPOSTO DELLA FIGLIA… NEL MIRINO ANCHE I KAZAKI
Con una mossa che solleva il caso Ablyazov dal torpore in cui giaceva da settimane, i legali
della figlia del dissidente kazako detenuto in Francia hanno depositato in procura a Roma una denuncia per sequestro aggravato di persona e ricettazione contro tre diplomatici del Kazakhstan e contro non precisati funzionari del Viminale.
L’esposto, corredato da due foto (una del documento della figlia di Alma Shalabayeva, l’altra scattata sulla pista di Ciampino il giorno del rimpatrio), arriva oggi sulla scrivania del procuratore capo Giuseppe Pignatone.
«Nel provvedimento – spiega l’avvocato di Madina, Astolfo Di Amato – accusiamo l’ambasciatore kazako a Roma, Adrian Yelemessov, il suo consigliere per gli affari politici Nurlan Khassen e l’addetto agli affari consolari, Yerzhan Yessirkepov».
E chiedono però ai magistrati di individuare i funzionari del Viminale «che abbiano tenuto comportamenti contro la legge nella vicenda dell’espulsione della Shalabayeva e della figlioletta di sei anni Alua, perchè siamo convinti che siano stati commessi abusi e omissioni gravi». Convincimento nato da quel cablo in cui l’Interpol di Astana chiedeva di “deportare” Alma, che pure non era mai stata oggetto di un mandato di cattura.
E rafforzato dalla contabilità del tempo impiegato per espellere la moglie di Mukthar Ablyazov, dopo il blitz della polizia nella villa di Casalpalocco della notte del 28 maggio scorso: appena 66 ore. E 24 ore dal momento in cui è stato firmato il provvedimento della prefettura
Khassen e Yessirkepov si vedono nella fotografia allegata alla denuncia, scattata dal pilota della compagnia privata austriaca Avcon Jet nel pomeriggio del 31 maggio, sulla pista di Ciampino. L’aereo riportò ad Astana Alma e la figlia, e nell’immagine parlano con tre uomini, forse poliziotti o funzionari del Viminale.
«Hanno organizzato l’espulsione illegale di mia madre – dice Madina Ablyazova, la maggiore delle quattro figlie del dissidente – Come può l’Italia permettere loro di continuare a godere della immunità diplomatica dopo che gli stessi hanno abusato pesantemente dei loro privilegi?». Ci sarebbe già un precedente, spiegano i suoi legali: quello di Abu Omar, in cui la Cassazione ha stabilito che l’immunità non può essere opposta in presenza di violazione dei diritti umanitari.
L’accusa di ricettazione è legata all’altra foto, molto recente, di Alua.
L’immagine sul documento kazako utilizzato per l’espatrio, sembra uguale a quella del passaporto della Repubblica Centrafricana (la cui autenticità non è stata ancora provata). «Questo significa due cose – spiega Amato – o che sia la copia digitale della foto del passaporto centrafricano oppure che sia frutto dell’attività degli investigatori privati che hanno controllato casa della signora Alma. In entrambi i casi c’è un illecito: ricettazione o violazione della privacy ».
Stamattina Pignatone esaminerà la denuncia e valuterà se inserirla nel fascicolo già aperto a carico di ignoti dal pm Eugenio Albamonte, o se aprirne un altro ex novo.
Fabio Tonacci
(da “La Repubblica“)
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
IL PREMIER: “SE SCOPPIA IL CAOS, PRONTO A DIMETTERMI ANCHE DA QUI”
Non è uno strumento di pressione nè tantomeno un’arma di ricatto, perchè a Berlusconi era chiaro che il Pd non avrebbe mosso un dito per salvarlo dalla decadenza, tanto più ora che prepara l’Aventino.
Più banalmente la decisione presa ieri è il riflesso istintivo di chi si sente perso e finisce per perdere anche quel che aveva conquistato nelle durissime sfide del Quirinale e del governo: il centro del ring politico.
Ora dal ring il Cavaliere ha deciso di scendere, scorgendo proprio in Napolitano il suo più acerrimo nemico – così lo definisce – «perchè è lui che mi vuol fare condannare».
Ormai senza più freni inibitori, si trascina appresso un partito dilaniato dagli appetiti di potere, e dove – pur di non perdere posizioni – sono state le colombe a trasformarsi in falchi nell’ultimo vertice di palazzo Grazioli, precipitando una decisione che sarebbe dovuta maturare dopo il voto del 4 ottobre con cui il Senato accompagnerà il leader del centrodestra alla porta del Parlamento
Eppure era stato Berlusconi, ancora fino alla scorsa settimana, a frenare l’impeto di chi voleva far saltare subito il banco, spiegando che «se facessi cadere il governo mi metterei contro il Quirinale, i poteri forti con i loro giornali, il Wall Street Journal , il Financial Times . E pure quelli del Ppe direbbero che avevano ragione a non fidarsi di me».
Ma i fantasmi che non lo fanno dormire di notte hanno preso infine il sopravvento, e le ombre di nuovi provvedimenti giudiziari avversi si sono fatte carne quando gli hanno riferito che la procura di Milano avrebbe pronte numerose richieste di misure cautelari contro le «Olgettine», che si sarebbero macchiate di falsa testimonianza al processo Ruby pur di salvarlo dalla condanna.
È stato a quel punto che non ci ha visto più. E ha tratto il dado
Il modo in cui l’ha fatto è stato se possibile più dirompente della stessa decisione, perchè – scardinando le regole istituzionali – non ha preannunciato la scelta nemmeno al Quirinale. D’altronde, con il capo dello Stato – considerato il regista della congiura – i rapporti si erano ormai interrotti, e il tentativo di Napolitano di riavviare il dialogo, chiamando Alfano al Colle, non ha avuto effetto.
Un indizio si era potuto cogliere già ieri mattina, alla festa organizzata in Rai per i novanta anni di Zavoli, e dove è stato notato come il presidente della Repubblica – premuroso con tutti gli ospiti – si è scambiato solo un gelido saluto con Gianni Letta
Il botto ha preso alla sprovvista anche la delegazione dei ministri del Pdl, se è vero che Alfano ha saputo dell’accelerazione a cose fatte, di ritorno dalla sua visita in Piemonte al cantiere dell’Alta velocità .
E il colloquio con Enrico Letta – dall’altra parte dell’Atlantico – è stato quasi una sorta di commiato. Perchè il premier sa di non avere margini di manovra, sa che i falchi che militano nel Pd si accingono a chiedergli un gesto «per salvare l’onore tuo e del tuo partito».
È un gioco scoperto, l’ha spiegato al suo vice prima di prendere la parola all’Onu, confidando che la riunione dei gruppi parlamentari del Pdl non ufficializzasse la decisione: «Angelino, se scoppia il casino io mi dimetto anche ad qui».
Un’estrema forma di pressione, questa sì, che non poteva produrre effetti. E così è stato.
Di qui la scelta del presidente del Consiglio di far finta di nulla, in attesa degli eventi.
Perchè ora bisognerà capire quanto potrà andare avanti la messinscena, chè di questo sotto il profilo tecnico si tratta, se è vero che le dimissioni dei parlamentari non provocano la crisi di governo nè producono vuoti nelle Camere, siccome è previsto il subentro dei primi non eletti. Perciò Napolitano – che è il destinatario dell’offensiva politica – vuole smascherare i berlusconiani, caricati ieri sera da un capo che ha evocato il voto e la vittoria, sebbene tutti in quella sala – tra applausi e dimostrazioni di fedeltà – sapessero che tra un paio di settimane il Cavaliere sarà fuori dal Palazzo e che non avrà le urne.
In realtà , il primo a saperlo è proprio il Cavaliere, e non solo perchè l’assenza di una riforma elettorale è garanzia di sopravvivenza della legislatura, ma soprattutto perchè glielo ripetono settimanalmente i suoi amatissimi sondaggi, a mo’ di filastrocca: il Paese non vuole la crisi, il Pdl pagherebbe duramente il conto della crisi, la crisi non risolverebbe comunque i suoi problemi giudiziari mentre acuirebbe i problemi sociali.
Ma non c’è verso, almeno così sembra, per placare l’ansia di chi si sente ormai braccato e vittima di una «operazione eversiva», e che – vellicato da quanti nel Pdl temono per il proprio futuro – sembra aver deciso di indossare l’armatura e teorizza una «insorgenza civile», chiama a raccolta i parlamentari e dice loro: «Servono dimostrazioni di massa, dovete pacificamente portare la gente per le strade, nelle stazioni, negli aeroporti, per denunciare la perdita della democrazia»
Toccherebbe al titolare dell’Interno la gestione dell’ordine pubblico, se non fosse che Alfano – prima di questo problema – ne ha un altro, tutto politico, a lui evidente senza che Schifani ieri sera lo enunciasse rispondendo a una domanda dei cronisti: «Le dimissioni dei ministri dal governo? Chiedetelo a loro».
È scontato che il voto del Senato sulla decadenza di Berlusconi porrà i ministri dinnanzi a una scelta che appare scontata, e che stravolge lo schema fin qui previsto, quello del partito di lotta e di governo, che tiene un piede nell’esecutivo, attacca il Pd sull’economia e lo stressa per verificarne la tenuta in vista del loro congresso.
Così invece il Pdl si assumerebbe la paternità della crisi.
Ma tant’è. «Siamo un partito – dice Alfano – che non farà l’errore dei partiti della Prima Repubblica. Noi non ci divideremo, resteremo stretti attorno al nostro leader».
Berlusconi esorta i suoi parlamentari all’«estremo sacrificio»: «Abbiamo contro tutti. Siamo solo noi e dieci milioni di elettori».
Delle larghe intese restano macerie, è il Cavaliere a citare il de profundis: «Quelli del Pd dicono che l’alleanza con noi è contro natura e se ne vergognano. Ci dovremmo vergognare noi di loro».
Fine.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
A SETTE MESI DALLE ELEZIONI NON SI E’ ANCORA INSEDIATA, SCONTRI PER OTTENERE LA PRESIDENZA
In pochi se ne sono accorti. 
Distratti dal governo delle larghe intese, dall’Imu e dall’Iva, dal nodo della decadenza di Silvio Berlusconi, i parlamentari italiani sembrano essersi completamente dimenticati della commissione parlamentare antimafia.
A sette mesi dall’apertura della nuova legislatura, la diciassettesima, tra i banchi di Palazzo Madama e Montecitorio non si è ancora insediata la “commissione bicamerale d’inchiesta sul fenomeno delle mafie” che in quanto commissione speciale deve essere varata con apposita legge all’inizio di ogni legislatura.
La prima commissione antimafia fu varata nel 1962 dopo l’input lanciato ben quattro anni prima da Ferruccio Parri.
Da allora, ad ogni inizio di legislatura, il parlamento ha impiegato un massimo di due mesi per nominare i 25 deputati e i 25 senatori chiamati a far parte della commissione che ha sede a Palazzo San Macuto, e quindi eleggerne il presidente.
Unica eccezione la settima legislatura, quando tra il 1976 e il 1979 il Parlamento non riconfermò la commissione speciale.
“In quel periodo ci fu un calo di attenzione nei confronti di Cosa Nostra — racconta Francesco Forgione, presidente della commissione tra il 2006 e il 2008 — nonostante la relazione di minoranza del Pci del 1976, firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova, facesse già cenno all’istituzione del 416 bis”.
Erano gli anni dei governi di Giulio Andreotti, dell’allarme terrorismo e dell’omicidio di Aldo Moro: il 6 gennaio del 1980,però, l’assassinio di Piersanti Mattarella ricordò al Parlamento che Cosa Nostra non si era ancora estinta.
E poco dopo fu nuovamente varata la commissione d’indagine sulla piovra.
Adesso a ricordare ai parlamentari la presenza capillare delle mafie nel Paese non ci sono più — per fortuna — gli omicidi eccellenti firmati dai kalashnikov.
Rimangono, però, nero su bianco i numeri della potenza economica della criminalità organizzata in Italia: 3.500 immobili, 1.500 imprese, denaro liquido per 5 miliardi. Solo una piccola percentuale rispetto ai 170 miliardi di euro di fatturato della criminalità organizzata: il 10 per cento del Pil.
“Per tutte queste ragioni non c’è più tempo da perdere. I partiti evitino la retorica antimafiosa e smettano di nascondersi dietro simboli e simulacri. Le vittime innocenti della mafie e tutti i cittadini e le cittadine di questo Paese meritano di più. Attivino piuttosto subito la Commissione parlamentare antimafia indicando presto un’agenda di lavori urgenti da compiere, di inchieste da svolgere” scrive l’associazione romana DaSud nella petizione pubblicata in queste ore online per chiedere immediatamente l’insediamento della commissione antimafia.
Una petizione condivisa anche da alcune forze politiche, come Sinistra Ecologia e Libertà che con il deputato Erasmo Palazzotto fa uno screening dell’attuale situazione giudiziaria che con un rapido tratto di penna lega la politica a Cosa Nostra.
“Le motivazioni della sentenza di condanna per Marcello Dell’Utri, il processo in corso a carico del senatore del Pdl Antonio D’Alì, quello che vede la richiesta di condanna a 10 anni per l’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo: sono solo alcuni esempi di come le interazioni tra politica e mafia richiedano il massimo grado di attenzione e sorveglianza, un compito per cui diventa essenziale il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia”.
Alla Camera il disegno di legge numero 825, che disciplinava “l’Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e delle altre associazioni criminali, anche straniere” era già stato approvato ai primi di giugno. Stessa cosa anche al Senato.
E i vari partiti avrebbero già designato i parlamentari chiamati a far parte della commissione. Solo che adesso tocca ai presidenti di Camera e Senato convocare la seduta comune per eleggere il presidente della nuova commissione antimafia.
Una convocazione che tarda ad arrivare: Pd, Pdl e Scelta Civica non riescono infatti a mettersi d’accordo sul nome da elevare sulla poltrona più alta di Palazzo San Macuto. Ed è per questo che la presidente della Camera Laura Boldrini ha strigliato i capigruppo, intimandogli di risolvere le beghe interne ed eleggere un presidente.
E siccome ogni partito rivendica quel posto per un suo parlamentare, il rischio è che le larghe intese si lacerino ancora una volta.
Il risultato è che fino ad oggi si è preferito evitare l’argomento, aspettando un’intesa che sblocchi la questione, salvaguardando l’alleanza che consente ad Enrico Letta di governare.
Nel frattempo fuori dal Parlamento la lotta a Cosa Nostra di magistrati e investigatori continua: sempre oggi (26 settembre), per esempio, a Palermo tornano in aula inquirenti e imputati del processo sulla trattativa tra Cosa Nostra e pezzi dello Stato. Lo stesso Stato incapace d’insediare una commissione antimafia dopo 7 mesi di legislatura.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
DOSSIER DELLA FINANZA: IL CAVALIERE PAGAVA LE DONNE CHE PARTECIPAVANO ALLE SUE FESTE… E AVREBBE FATTO DA INTERMEDIARIO CON I VERTICI DI FINMECCANICA E PROTEZIONE CIVILE PER FAR OTTENERE APPALTI PUBBLICI A TARANTINI
Ha pagato le donne. Sapeva che quelle che frequentavano le sue feste erano prostitute e non amiche di Gianpaolo Tarantini.
Inoltre si sarebbe prestato come intermediario con i vertici di Finmeccanica e Protezione Civile affinchè l’imprenditore barese ottenesse appalti pubblici.
In 32 pagine di informativa la Guardia di Finanza capovolge l’impostazione iniziale dell’inchiesta della Procura di Bari per sostenere che Berlusconi non fosse soltanto l'”utilizzatore finale”, per dirla con l’avvocato Ghedini, delle cene eleganti che Tarantini organizzava a Palazzo Grazioli, Villa Certosa e ad Arcore.
Piuttosto, invece – si legge negli atti allegati alla chiusura indagini sul Cavaliere e Lavitola, che ha chiesto di essere sentito dai magistrati – un utilizzatore consapevole che “foraggiava”, sceglieva, invitava.
“UN COMPENSO”
È il 16 ottobre del 2008 quando Tarantini porta a Palazzo Grazioli “Patrizia D’Addario, Clarissa Campironi, un’amica di questa tale Lionella, Iosana Visan e Barbara Guerra”.
“L’indomani – annotano gli uomini del nucleo di polizia tributaria di Bari – Tarantini e Berlusconi intrattenevano una conversazione telefonica avente ad oggetto un compenso riconosciuto alle donne che avrebbero trascorso la notte a Palazzo Grazioli”
Berlusconi: “Guarda che hanno tutto per pagarsi, tutto da sole queste qua, eh…” (ndr, “alludendo evidentemente al fatto che era stato dato loro il necessario, motivo per cui Tarantini non doveva sentirsi obbligato a corrispondere loro alcunchè” scrive la Finanza).
Tarantini: “Si ma stia tranquillo presidente, non c’è problema…”.
B.: “E vabbè, ma non, non coso, perchè sono foraggiatissime”.
LE RUMENE
Qualche giorno prima, il 28 settembre, Tarantini aveva portato alcune ragazze rumene. “Berlusconi esprimeva preoccupazione che due delle ospiti potessero fare qualche commento sulla serata trascorso a Palazzo Grazioli. Tarantini faceva una immediata verifica sulla effettiva riservatezza delle donne”.
B.: “Tu avevi preso quelle due rumene, no? No, non ti immagini, hanno, hanno fatto qualche commento?”.
T.: “No, assolutamente no. Le ho sentite oggi, mi hanno detto che sono state bene e che speravano di rimanere lì, no ma basta, basta, ma le conosco bene perchè è gente che conosco io da un sacco di tempo, non sono ragazze che fanno commenti”,
Tarantini non doveva essere però così sicuro, visto che poco dopo contattava la ragazza che gliele aveva procurate per chiederle informazioni sulla loro riservatezza che lo rassicurava: “Sono tranquille”.
LA “RICOMPENSA” DELLA ARCURI
Secondo la Guardia di Finanza, dopo un primo rifiuto, era la Arcuri “in più occasioni a battersi per ottenere il compenso prima della prestazione sessuale a favore di Silvio Berlusconi”.
Il 28 gennaio racconta a Tarantini di aver chiamato il Cavaliere. L’obiettivo era far entrare il fratello in un cast: “Gliel’ho accennato, mi ha detto “Guarda ne parliamo quando ci vediamo a cena”. Gli ho detto che era urgente e mi ha risposto “Allora, guarda Manue, ti chiamo oggi pomeriggio e ne riparliamo”. Poi se me lo fa il favore, se me lo fa il favore, poi, sarà ben ricompensato….”.
PROTEZIONE CIVILE
In un interrogatorio del 6 gennaio del 2009 Tarantini aveva sostenuto che Repubblica avesse scritto una bugia: “Non fu come hanno scritto che Berlusconi, per ricambiarmi delle donne, mi mandò da Bertolaso, fu una mia iniziativa. Io non ho mai fatto pressioni del presidente”.
Tre anni dopo, invece, la Finanza certifica che Repubblica aveva ragione.
“È stato accertato che Berlusconi – si legge – su iniziativa di Tarantini promosse un incontro tra l’imprenditore e l’allora capo della Protezione Civile, Bertolaso. Incontro (che non darà però frutti) al quale lo stesso Berlusconi si “era offerto di partecipare per dare maggiore solennità allo stesso”.
La Finanza cita una conversazione: “Allora vi vedete oggi alle tre – dice Berlusconi – però sii prudente, sempre no? Ecco lui ha in mano i tuoi depliant che… i tuoi mi hai dato, no?”. L’incontro avviene e c’è il resoconto: “Com’è andata?”. “Benissimo, è stato gentilissimo, cordialissimo…”.
GUARGUAGLINI
Berlusconi nega a verbale di aver mai creato un contatto tra Tarantini e l’allora presidente di Finmeccanica, Piefrancesco Guarguaglini. La Finanza dice però il contrario: fa riferimento a un business al quale “era interessato anche Paolo Berlusconi” con Finmeccanica e Protezione Civile (“loro non hanno una società che non sia riconducibile, ma vogliono partecipare al 10 per cento del business” spiega al socio, Enrico Intini”) e soprattutto a un’intercettazione del 5 dicembre del 2008 nella quale è il Cavaliere in persona a dire a Tarantini: “Ho fissato un appuntamento per martedì con Guarguaglini, per quella cosa…”.
Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
GELIDO COMUNICATO DEL QUIRINALE: “VERIFICHEREMO CON MAGGIORE ESATTEZZA”… IRRITAZIONE PER IL DANNO ALL’IMMAGINE DEL PAESE, AZZERATI I MARGINI DI SALVATAGGIO DEL CAVALIERE
E’ sempre più vicina la rottura tra Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi. 
Il capo dello Stato non ha ancora commentato l’assemblea dei parlamentari Pdl di ieri dove è stata annunciata la possibilità di dimissioni di massa dalle Camere nel momento in cui il Senato votasse la decadenza del leader, che anche ieri si è presentato come un perseguitato dalla giustizia che non dorme “da 55 giorni”, cioè dalla condanna definitiva per frode fiscale.
“Il presidente della Repubblica si riserva di verificare con maggiore esattezza quali siano state le conclusioni dell’assemblea dei parlamentari del Pdl”, è la gelida nota diffusa dal Colle ieri sera.
Oltre ai toni usati da Berlusconi contro le toghe, definite “eversive” pochi giorni dopo l’esortazione dello stesso Napolitano a disinnescare il conflitto politica-magistratura, al Quirinale non va giù che la minaccia di Aventino sia arrivata proprio mentre il presidente del Consiglio Enrico Letta si trovava a New York per decantare alla comunità finanziaria le opportunità di investimento in Italia, garantite anche dalla “stabilità ” del Paese.
Che un pregiudicato possa semisvuotare il parlamento pur di scampare alla sua condanna non deve apparire affatto rassicurante.
Certo, come tutti Napolitano mette in conto che possa trattarsi di un bluff, di un colpo di coda prima dell’inevitabile uscita di scena (almeno come parlamentare) di Berlusconi, e prima che il duo Letta-Napolitano blindi gli alleati riottosi in un documento vincolante salva-larghe intese .
Ma l’impatto negativo sull’immagine del paese resta devastante.
Il punto è che non sembrano esserci margini di trattativa.
Dal 15 ottobre Silvio Berlusconi dovrà iniziare a scontare la sua pena, e i tempi per la decadenza — o in base la legge Severino o per l’interdizioni dai pubblici uffici — non possono essere dilatati in eterno.
E’ veramente difficile che in questo lasso di tempo il presidente della Repubblica possa intervenire con un provvedimento di grazia o di commutazione della pena, o che possa pressare il Pd per una “soluzione politica” che passi da un voto anti-decadenza in Senato.
Insomma, al momento non si capisce dove le minacce del Pdl possando davvero portare.
L’unico effetto immediato è quello di mandare in fibrillazione il governo Letta. All’annuncio filtrato dall’assemblea pidiellina è seguito un vortice di contatti tra New York, dove si trova il presidente del Consiglio Letta, e Roma. Dario Franceschini ha fatto da tramite contattando il vicepremier e segretario del Pdl Angelino Alfano (sentito in serata anche dal capo del governo) al quale ha contestato “l’assurdita” della posizione espressa dal Pdl proprio mentre il premier stava parlando di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite.
Si racconta di un Letta profondamente amareggiato che, pur decidendo di non commentare l’accaduto, avrebbe ripetutamente chiesto spiegazioni da oltreoceano dopo che aveva ricevuto garanzie dal suo vicepremier su toni e contenuti ‘pacati’ dell’assemblea.
Ora Napolitano farà le sue “verifiche”, dato che l’assemblea Pdl si è svolta a porte chiuse e tutto quello che se ne sa è frutto di indiscrezioni giornalistiche.
Una strada potrebbe essere quella di convocare al Quirinale i capigruppo del Pdl Schifani e Brunetta.
Intanto, la forte pressione di Palazzo Chigi e del Pd (Epifani ha parlato di “irresponsabilità ”) sul Pdl sembra aver sortito come primo effetto una prima “frenata” da parte del Popolo della libertà : tanto che dalla proposta di dimissioni accettata per “acclamazione” dai parlamentari si sarebbe passati a semplici ipotesi, con Brunetta pronto a gettare acqua sul fuoco e a smentire anche quest’ultimo scenario.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
POI GASPARRI PRECISA: “I MINISTRI RESTANO E LE DIMISSIONI SARANNO CONSEGNATE AI CAPIGRUPPO”… NON SIA MAI CHE LI CONSEGNINO COME DA REGOLAMENTO ALLA PRESIDENZA DI CAMERA E SENATO E VENGANO PRESE SUL SERIO
Il Pdl minaccia la crisi e annuncia un’iniziativa clamorosa per evitare di rimanere “prigioniero” di un documento vincolante di Letta con la supervisione di Napolitano.
La tensione nel Pdl non è soltanto per gli assetti futuri della nuova Forza Italia, ma soprattutto perchè ritorna prepotente la minaccia dimissioni di massa di tutti i parlamentari berlusconiani, ministri inclusi, in caso di decadenza del leader.
Senatori e deputati unanimi consegneranno le dimissioni nel caso di decadenza della loro guida. Silvio Berlusconi vede avvicinarsi sempre di più la data del 15 ottobre quando dovrà dire se vuole essere affidato ai servizi sociali oppure se scegliere gli arresti domiciliari perchè bisognerà eseguire la pena a un anno per frode fiscale (tre sono stati condonati per indulto, l’interdizione dei pubblici uffici dovrà essere rideterminata) dopo la condanna definitiva nel processo Mediaset.
E in vista di questo appuntamento che il Cavaliere, come ha anticipato l’agenzia Radiocor, ha cambiato residenza portandola da Milano a Roma a Palazzo Grazioli.
Il Cavaliere teme che senza lo scuso dell’immunità parlamentare alcuni pm potrebbero chiedere misure cautelari: “Sono sicuro, mi vogliono arrestare, vogliono umiliarmi. Non mi fido più di nessuno”.
Il Quirinale non vuole una crisi, non vuole le elezioni, ma il Pdl vuole garanzie precise sul leader. Berlusconi arringa la folla di parlamentari: “Non ho mai rubato, non dormo da 55 giorni e ho perso 11 chili”.
Anche la Lega Nord sarebbe disponibile a dimettersi in linea con le decisioni prese dal Pdl.
Ci sarebbero stati dei contatti tra il Carroccio e diversi esponenti pidiellini.
Sandro Bondi è tra i più sicuri dell’ipotesi di dimissiopni di massa: “E’ una questione morale noi restiamo in Parlamento se c’è Berlusconi, se non c’è lui non ci restiamo neppure noi”. “Speriamo che sulla decadenza di Berlusconi ci sia saggenza e che non si applichi retroattivamente una legge” afferma Maurizio Gasparri, il quale però conferma che le dimissioni saranno consegnate ai capigruppi azzurri di Camera e Senato, ma non riguarderebbero i ministri Pdl del governo Letta .
Modo di procedere assai sospetto.
Le dimissioni quindi appaiono essere l’ennesimo capitolo della lotta di nervi con il Quirinale per ottenere garanzie, esercitando quindi pressioni continue con l’innalzamento dell’asticella.
Il premier Enrico Letta starebbe preparando un documento, una sorta di capitolato di governo chiamato anche documento di ripartenza, da sottoporre al prossimo Consiglio dei ministri.
In questo contratto delle larghe intese ci sarebbero non solo le priorità urgenti per la ripresa economica e gli strumenti per evitare l’aumento dell’Iva (tramite l’aumento delle accise su tabacchi, benzina e giochi), ma anche il tema della riforma elettorale (che da oltre un anno viene invocato da Giorgio Napolitano).
Il Pdl e Berlusconi non vogliono che questo documento sia troppo vincolante, per evitare un guinzaglio troppo stretto al partito e al suo leader.
Con il Porcellum ancora lì però il presidente della Repubblica potrebbe, in caso di crisi, non sciogliere le Camere.
Il documento dovrebbe quindi diventare la chiave della cassaforte in cui chiudere, almeno fino al 2015 spera il Colle, la stabilità di governo.
Le dimissioni di massa non comporterebbero comunque l’automatico scioglimento delle Camere, perchè i seggi lasciati vuoti verrebbero occupati dai primi dei non eletti.
“Prima che arrivi il presidente in sala diteci se vi dimettete o no” ha chiesto Schifani, parlando ai gruppi del Pdl riuniti alla Camera.
Nel corso della riunione mattutina invece a Palazzo Grazioli le ‘colombe’ avevano tentato di far tornare sui propri passi i colleghi da sempre contrari alle larghe intese, con l’unico risultato che tutti i parlamentari azzurri consegneranno ai capigruppo la rinuncia ufficiale alla carica ricoperta. Dimissione da congelare fino al voto della Giunta del Senato.
A spuntarla quindi i falchi che avrebbero protestato dopo l’esito dell’incontro tra il segretario e vice premier Alfano e il capo dello Stato.
Secondo l’ala dura del Pdl Alfano “terrebbe troppo a questo governo” e alla sua “sopravvivenza”.
Ecco allora lo scontro soprattutto ora che con la nuova Forza Italia sarebbero libere alcune poltrone di potere.
Sul tavolo della discussione c’è stato infatti anche l’argomento nuovi assetti del partito. Chi sarà alla guida della nuova “cosa azzurra” accanto al leader è stato l’argomento al centro di una lungo vertice ieri sera a Palazzo Grazioli, finito a notte tarda e senza nessuna soluzione.
Tanto che Berlusconi ha deciso di riconvocare i big del partito a pranzo per tentare di arrivare ad un compromesso che metta d’accordo le diverse anime pidielline.
Raccontano che la tentazione dell’ex premier sia quella di un forte rinnovamento che porti all’azzeramento di tutti gli incarichi per tornare ad un modello di partito simile a quello della discesa in campo nel ’94.
Una soluzione però che sembra difficilmente praticabile perchè, se è vero che l’obiettivo è creare una struttura molto più snella, l’assenza di una gruppo dirigenziale, anche minimo, appare complicata.
Ed è proprio sugli assetti da dare al nuovo partito che si è scatenata la tensione a palazzo Grazioli.
Uno dei problemi da risolvere riguarda il ruolo di Angelino Alfano. Nella nuova Forza Itala non dovrebbe più esserci la figura del segretario, ma una delle ipotesi potrebbe essere quella di dare all’attuale vice premier il ruolo di ‘primus inter pares’ rispetto al resto dei dirigenti.
L’idea che si cambi lo statuto per creare la casella di vice presidente del partito, invece, non sembra avere grandi chance.
E’ allo studio poi la possibilità di creare un gruppo dirigenziale composto da diversi esponenti del partito, da affiancare ad Alfano.
Proprio la composizione però genera spaccature dentro il Pdl: c’è chi ipotizza che a farne parte debbano essere solo i due coordinatori ed i capigruppo e chi invece vorrebbe una struttura più allargata, magari a chi ricopre già dei ruoli all’interno del Pdl.
Un esempio è quello di Daniela Santanchè, fedelissima del Cavaliere e responsabile organizzazione del partito.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
“NON L’HO MAI RICEVUTA” COMMENTA IL CAVALIERE CHE POI NE SMENTISCE (SOLO IN PARTE) IL CONTENUTO
Sono le 16 del 14 maggio scorso. 
Silvio Berlusconi viene interrogato nell’ambito dell’inchiesta della magistratura di Roma sui soldi versati al faccendiere Valter Lavitola e ai coniugi Gianpaolo e Nicla Tarantini.
È ritenuto parte lesa, ma poichè a Bari lo accusano di induzione del testimone a mentire proprio per aver comprato il silenzio dell’imprenditore pugliese sulle feste organizzate nelle sue residenze, sono presenti i suoi difensori.
L’ex premier risponde alle domande del procuratore Giuseppe Pignatone, dell’aggiunto Francesco Caporale e del sostituto Simona Marazza.
Berlusconi ammette di aver versato denaro «tramite Lavitola che mi rappresentava lo stato di difficoltà di Tarantini e della sua famiglia. Peraltro Lavitola era diventato buon amico della moglie di Tarantini».
Pm: Lei è a conoscenza di alcune telefonate intercorse tra Lavitola e Tarantini che fanno intendere che pretendessero denaro e in particolare somme sempre più alte da lei con utilizzo di toni accesi? Toni che si fanno più accesi in concomitanza con la conclusione delle indagini di Bari sul «caso escort«? Lei vede una connessione? Perchè Tarantini pretendeva questo soldi?
Berlusconi: «A me le richieste sono pervenute tramite Lavitola sempre in termini di venire incontro alle esigenze familiari di Tarantini e io le ho accettate per i motivi esplicitati nella memoria che deposito oggi. Preciso che non ho mai ricevuto in tal senso alcuna minaccia, nemmeno in modo velato».
Pm: Nella sua memoria di settembre 2011 si fa riferimento a una somma che lei avrebbe messo a disposizione dei coniugi Tarantini per avviare un’attività all’estero. A chi?
Berlusconi: «Mi riporto a quanto detto nella memoria e preciso che ho consegnato 500 mila euro a Lavitola. Del resto quando l’avvocato Peroni – che avevo informato dell’avvenuta consegna – ne informò Tarantini (suo cliente), Tarantini chiese un incontro a me e Lavitola per chiarire la situazione. L’incontro avvenne a Roma e Lavitola confermò davanti a me di aver ricevuto quella somma e che la stessa era a disposizione di Tarantini presso la propria banca in Uruguay. Gli accordi erano stati presi durante un incontro ad Arcore con i coniugi Tarantini e Lavitola».
Pm: Ha mai sentito parlare di un imprenditore pugliese di nome Settanni? Si tratta di un imprenditore che aveva interesse ad aggiudicarsi un appalto con Eni e al quale si fa riferimento nelle intercettazioni telefoniche.
Berlusconi: «Non mi pare di ricordare una persona di nome Settanni o comunque l’imprenditore cui viene fatto riferimento».
A questo punto i magistrati mostrano a Berlusconi la lettera ritrovata in un computer di Lavitola e datata 13 settembre 2011.
Nella missiva Lavitola sostiene di aver ricevuto soldi in cambio dei documenti sulla casa di Montecarlo utilizzati contro l’allora presidente della Camera Gianfranco Fini «portati direttamente da Santa Lucia».
Ma soprattutto dichiara che Berlusconi deve soldi all’imprenditore Angelo Capriotti, arrestato dalla magistratura di Napoli per le tangenti che sarebbero state pagate per la costruzione di carceri a Panama
Pm: Le poniamo in visione la lettera del 13 dicembre 2011. L’ha mai ricevuta?
Berlusconi: «No, non l’ho mai ricevuta. Ne prendo visione e posso rilevare che è un insieme di cose vere e di cosa totalmente false. Dico subito che non è vero che io abbia promesso a Lavitola di dargli un incarico governativo, nè di candidarlo alle elezioni europee in modo tale da garantire la sua elezione, nè di farlo nominare nel Cda della Rai. Non è vero nemmeno che io abbia parlato con Lavitola di far nominare la senatrice Ioannucci nel Cda dell’Eni. Peraltro io conosco la senatrice che è del Pdl e ho con lei rapporti diretti. Non è vero neanche quanto asserito da Lavitola sulla promessa da parte mia di far nominare Pozzessere “almeno direttore generale di Finmeccanica”. Tengo a dire che io non ho mai nominato nessuno in Finmeccanica nel senso che non mi sono mai interessato a questo tipo di nomine. Non ricordo che la senatrice Ioannucci abbia avuto un incarico presso Poste italiane, ma certo non ne ho parlato con Lavitola, non capisco neanche il riferimento al “commissario delle dighe”».
Pm: E riguardo alle altre circostanze?
Berlusconi: « Non è vero che io abbia rimborsato una somma di circa 500 mila euro a Lavitola per la sua attività a proposito della vicenda “Casa di Montecarlo”. Non ho mai ricevuto le richieste, di cui pure in questa lettera si parla, di presunte restituzioni di denaro a Angelo Capriotti, agli avvocati panamensi di Lavitola e a una società cinese. È vero invece che mi fu chiesto da Pintabona (il senatore eletto all’estero esponente del Mpa di Lombardo ndr) per conto di Lavitola di far assumere i 19 dipendenti de L’Avanti che erano stati licenziati. Non fu possibile assumere i suddetti dipendenti anche se io ero disponibile a impegnarmi perchè si trattava di lavoratori che avevano perduto il posto di lavoro».
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL TESORIERE MISANI SBOTTA: “IL PD RIMARRA’ LA CASA DI TUTTI, A PARTIRE DA COLORO CHE L’HANNO GUIDATO E CHE MERITANO RISPETTO E GRATITUDINE”
Una stanza un metro per due, uno stanzino in realtà .
Ma nel Pd alle prese con la ricerca delle regole (venerdì è prevista la direzione, ndr) anche un ufficio da destinare all’ex leader diventa un caso, anzi un casus belli.
Pier Luigi Bersani ex segretario del Pd non avrà il suo ufficio al Nazareno, sede del partito.
Ci ha rinunciato dopo un polverone, tanto da dover far intervenire un alto dirigente del partito. “Tra le tante (troppe) polemiche inutili nel Pd, quella sulla stanza di Bersani è la più stupida e assurda. Lo voglio dire con la massima chiarezza: il Partito democratico è e rimarrà la casa di tutti, a partire da coloro che si sono assunti la responsabilità di guidarlo dalla sua nascita in avanti e che meritano rispetto e gratitudine. Vale per Pier Luigi Bersani, così come per Walter Veltroni, Dario Franceschini e oggi Guglielmo Epifani” ha dichiarato il tesoriere del Pd, Antonio Misiani, smentendo che all’ex segretario sia stato chiesto di liberare la stanza che ancora occupa nella sede nazionale al Nazareno.
Tutto sarebbe nato, si mormora nei corridoi del partito, dalle critiche sottotraccia di alcuni suoi colleghi.
Tanto da far rinunciare il candidato premier, per la prima volta ad una prassi consolidata, visto che da anni gli ex leader avrebbero diritto ad un proprio ufficio.
La vicenda è stata portata oggi alla luce dalla Velina Rossa di Pasquale Laurito .
“Si è perso — scrive il giornalista — ogni ritegno e si ha la sensazione che non esista più rispetto per chi ha lavorato per il partito. Gli uomini possono essere criticati per le loro scelte, ma quando si arriva ad essere maleducati e a polemizzare perfino sulla stanza che spetta ad un ex segretario di partito, c’è davvero da allarmarsi. Evidentemente ci sono già i gerarchetti pronti a compiacere il nuovo ducetto”.
Ma che un problema ci sia stato sulla stanza dell’ex segretario è indubitabile, visto l’intervento ufficiale del tesoriere.
Bersani, che giovedì farà una manifestazione a sostegno di Gianni Cuperlo, in ogni caso dovrà probabilmente trovare un’alternativa, visto che neppure al gruppo di Montecitorio ha una stanza privata.
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