Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
MENTRE IN ITALIA SIAMO ANCORA ALLE DISCARICHE A CIELO APERTO, IN GERMANIA GLI INCENERITORI DI NUOVA GENERAZIONE ASSICURANO LA SOLUZIONE AL PROBLEMA DEI RIFIUTI
Le discariche di rifiuti (RSU rifiuti solidi urbani) a cielo aperto sono state fortemente volute dalle autorità politiche , questo per decenni e per svariati motivi.
La direttiva CEE 75/442 ha sancito (fino dal 1975), alcuni principi fondamentali fra cui quello fissato dall’art. 4 che recita cosiÌ€:: “…le varie misure e procedimenti di smaltimento possono essere adottati senza creare rischi per l’aria, l’acqua ed il suolo, per la fauna e per la flora, senza causare inconvenienti da rumori e odori, senza causare danni al paesaggio ed ai siti di vario interesse (vedi Napoli “campi flegrei”)
La stessa direttiva CEE ha introdotto la “Classificazione dei Rifiuti” introducendo i codici Cer tutt’ora utilizzati e ha sancito poi all’art.7 l’obbligo di redigere i Piani di Smaltimento dei Rifiuti..
Successivamente è uscita la Direttiva CEE N.1999-31 che ha iniziato a introdurre alcune definizioni di primaria importanza fra cui quella di Gas di discarica: tutti i gas generati dai rifiuti in discarica.
Definizione sfuggevole e succinta che però include tutti i gas di discarica e quindi anche il metano, i CFC (cloro fluoro carburi), le diossine e i furani, per essere più chiari.
Qualcuno si eÌ€ finalmente accorto che le discariche a cielo aperto emettono gas serra inquinati in quantitaÌ€ enormi , liberamente, nell’atmosfera.
In veritaÌ€ le discariche di rifiuti a cielo aperto sono un vero e proprio “Assassinio dell’Ambiente”.
Si calcola che da 1 Kg di rifiuto dismesso in discarica si genera fino a 0,5 Kg di sostanze volatili (50% in peso) fra cui gas vari di discarica, generati in profonditaÌ€, dove avviene l’auto-combustione in assenza d’aria a circa 300°C, condizione questa ottimale per la formazione della Diossina e dei Fuarani (le famose sostanze Mutagene)
Questi “Gas di discarica” o “Biogas” , piuÌ€ leggeri dell’aria in quanto costituiti da circa il 50% di metano, solo in piccolissima parte vengono captati in superficie da un sistema di tubazioni (e solo nelle discariche che ne sono dotate! ) e riutilizzati (per lo piuÌ€ per alimentare dei motori a Biogas che producono corrente e anche in questo caso bisognerebbe analizzare se gli scarichi di questi motori poi vengono trattati: di solito no)
La gran parte dei gas di discarica dove va? …ma liberamente in atmosfera e senza alcuna filtrazione… creando inquinamento atmosferico e produzione dei gas serra.
Per la precisione eÌ stato calcolato dai tedeschi che la quantitaÌ€ di Gas metano (inquinato) totale emessa dalle discariche in atmosfera eÌ€ stata solo nell’anno 2000 la seguente: In 27 stati dell’Europa circa 110 milioni di tonnellate, in America Latina : 86 milioni di tonnellate, in America del Nord (Usa): 131milioniditonnellate, in Africa 92 milioni di tonnellate
Questo solo nell’anno 2000 .
Queste quantitaÌ€ enormi e incontrollate possono causare danni enormi all’ambiente incluso il “buco nello strato di ozono” e lo scioglimento dei ghiacci al Polo.
Ma torniamo alla direttiva CEE 1999-31.
Questa all’art.5 e 6 ha finalmente sancito quanto segue (in breve): prima di essere portati a discarica i rifiuti biodegradabili (cioeÌ€ gli urbani) devono essere sottoposti a trattamenti di riciclo, compostaggio, produzione di Biogas, recupero di materiali e/o energia (cioeÌ€ inviati a termovalorizzatori)
Solo i rifiuti trattati possono essere collocati a discarica ( si intende percheÌ ormai sono stati stabilizzati e quindi non emettono piuÌ€ gas serra).
Quindi si introduce il concetto che solo i rifiuti stabilizzati possono essere depositati in discarica. Anche per l’interramento si deve valutare prima se questo possa recare danni all’aria, acqua, suolo.
Quindi le discariche sono ormai una realtaÌ€ in corso di esaurimento in quanto la citata direttiva Europea (cui l’Italia si eÌ€ adeguata nel 2003) le ha relegate alla funzione di puro ricettacolo finale dei rifiuti precedentemente trattati e quindi stabiizzati oppure di materie iinerti non altrimenti recuperabili.
In Italia, per errata interpretazione di un gruppo parlamentare, viene divulgato che la nuova direttiva vietava i forni inceneritori.
Vediamo allora cosa succede negli impianti di recupero voluti: I rifiuti vengono per prima cosa triturati e durante la triturazione rilasciano in atmosfera buona parte dei gas serra che si voleva evitare che fossero emessi .
Solo in pochissimi impianti (qualche Sindaco che ha investito alcuni capitali in più), sono state introdotte delle Biocelle in cui viene caricato preventivamente il rifiuto , che rilascia per maturazione i gas serra (fra cui il metano) che vengono captati e inviati a recupero energetico (motori a Biogas).
Bisogna dire peroÌ€ che eÌ vero siÌ€ che i gas dei motori non vengono filtrati ma almeno , con l’uso delle Biocelle (peroÌ€ solo laÌ€ dove queste sono state montate) si evita la combustione in profonditaÌ€ a 300°C in assenza d’aria come prima avveniva liberamente nelle discariche a cielo libero: almeno non ci dovrebbe essere una cosiÌ€ forte formazione di diossine! (un piccolo progresso)
E i forni inceneritori? In che punto stanno di questo ragionamento?
Diamo innanzitutto la definizione corretta di forno inceneritore
Il forno inceneritore eÌ€ per definizione: “ un forno industriale progettato in modo idoneo per poter effettuare la combustione di combustibili poveri e rifiuti non altrimenti combustibili con efficienza di combustione piuÌ€ alta possibile e fino al 99%, con un rilascio di scorie prive di sostanze organiche residue o incombusti rientranti nelle norme europee EWGA e garantendo la totale assenza di forme batteriche nelle scorie, cioeÌ€ garantendo l’asetticitaÌ€ delle scorie”
Il forno inceneritore eÌ€ di per seÌ una macchina che distrugge i rifiuti senza lasciare traccia, produce una contenuta quantitaÌ€ di scorie assolutamente asettiche ed inerti (vetrose) e che possono essere recuperate, .lascia assolutamente pulito l’ambiente e produce energia elettrica dalla spazzatura cioeÌ€ da quello che si butta via .
In più oggi ci sono forni inceneritori che possono essere definiti NZEP plants (near to zero emission plants): cioè impianti che non emettono più nulla in quanto sono dotati di una serie di filtri molto spinti che trattengono tutti gli inquinanti gassosi e polverosi presenti negli scarichi aeriformi (fumi)
Addirittura da un nostro Ingegnere Italiano è stato messo a punto un filtro (Bio-filtro) che eÌ€ in grado di ritrasformare parte della CO2 ( gas che non sarebbe velenoso di per seÌ e quindi potrebbe essere scaricato liberamente, tanto piuÌ€ se prodotto da biomasse) in Ossigeno , per azione di Bio-alghe.
E’ stato detto: non puoÌ€ esistere il livello di “emissioni zero”. Per quanto si possa emettere poco…si emetterà sempre qualcosa e le diossine..purtroppo (quelle che le discariche emettono liberamente), si accumulano sul suolo in quanto sono pesanti e non sono solubili in acqua.
E le diossine nei rifiuti chi ce le mette ? Proprio con il sistema di raccolta rifiuti voluto e permesso per anni.
E’chiaro che il forno inceneritore eÌ€ una macchina che distrugge tutto ma non puoÌ€ distruggere con il 100% di efficienza. Quindi tutto dipende da cosa ci si butta dentro.
Se la diossina è già presente nei rifiuti conferiti è inevitabile che una parte infinitesimale, per quanto infinitesimale, venga sempre emessa in atmosfera, nonostante i sistemi di filtrazione siano stati progettati ottimamente e funzionino in condizioni di perfetta efficienza e manutenzione; comunque la diossina emessa sarà sempre meno (e moltissimo meno) di quella che prima si permetteva di emettere liberamente con le discariche a cielo aperto.
E quindi percheÌ combattere i forni inceneritori?
LA SOLUZIONE TOTALE DEI RIFIUTI
Basta applicare quello che dicono le Direttive Cee cioè:
Sottoporre preventivamente i rifiuti a pretrattamento con anche pre-maturazione e captazione del Biogas (che viene intanto utilizzato per produrre energia), filtrando anche i gas di scarico dei motori o inviandoli la medesimo impianto di trattamento del forno inceneritore (facendoli aspirare)
Inviare il rifituo stabilizzato a selezione e recupero delle materie seconde che si possono proficuamente recuperare (vetri, metalli, plastiche pregiate etc..)
Produrre un CDR stabilizzato (Combustibile Derivato da Rifiuti)
Inviare il CDR al forno inceneritore o termovalorizzatore o termogassificatore o piroscissore molecolare che sia, secondo le varie tecnologie, per la produzione di energia termica ed elettrica (Cogenerazione) con Emissioni Zero.
In poche parole quello che fanno già i tedeschi in Germania.
Importante eÌ€ che non si parli piuÌ€ di impianto di separazione o riciclaggio soltanto, ma di “STAZIONE INTEGRATA DI SEPARAZIONE, RICICLAGGIO E TERMOVALORIZZAZIONE DEI RIFIUTI”
Questa è la soluzione totale e definitiva dei rifiuti.
In questo modo i costi di smaltimento si abbassano di oltre il 50% rispetto alle gestioni attuali percheÌ il recupero delle materie seconde garantisce un introito aggiuntivo oltre quello derivante dalla produzione di energia termica ed elettrica.
Inoltre il termovalorizzatore fornisce l’energia elettrica gratuita necessaria al funzionamento dei macchinari della selezione , che cosiÌ€ diventano estremamente economici, non avendo piuÌ€ l’elevato consumo che normalmente hanno.
BLU PER L’ITALIA
Organizzazione Nord
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
NUNZIA, TU CHIAGNI E FOTTI”… GLI ALFANIANI: “CHIARIRà€ IN PARLAMENTO”, MA DA CHIARIRE C’E’ BEN POCO
Nunzia De Girolamo nasconde sotto i suoi quarant’anni non ancora compiuti il curriculum completo dei
vizi dell’eterno dominio meridionale.
La propensione ad arraffare il potere e confinarlo in cucina, tramandando nel rito familistico la specie dei brontosauri di provincia.
Portaborse e tirapiedi prendono appunti, eseguono.
Altro che caduta di stile: casa Nunzia è il luogo della diaspora delle passioni, quelle a cui lei si rifaceva in ogni presenza tv avanzando con la sua gioventù il diritto a provare a governare in modo diverso.
E s’è visto il modo! La sanità tenuta sotto i tacchi del suo scarpino ferrato, dove portantini e primari, nel gioco eterno dell’appartenenza, replicavano i fasti altrettanto intramontabili della servitù politica.
Sull’assenza dell’incriminazione penale lei prospetta un altro indiscusso primato della politica italiana. Agganciare al reato la propria virtù.
Nella certezza, poi, quand’anche venisse contestato, della consueta declaratoria di innocenza. In Italia i processi non finiscono mai e non c’è politico che abbia ammesso l’errore, la responsabilità . Persino quando le prove erano schiaccianti, dimostrate, incontrovertibili.
La colpa più grande e più grave che De Girolamo porta con sè è aver spacciato la sua vecchiaia per giovinezza, l’ineffabile tratto clientelare dei suoi atteggiamenti pubblici per il desiderio di far avanzare la propria terra, di dare, come le piaceva dire, “le risposte alla mia gente”.
Le risposte, in verità , le dava a se stessa e forse alla propria famiglia nella corsa sfrenata ad occupar caselle, chiudere accordi, aprire sedi del 118, deviare corsie di ospedali.
Definisce “abusive” le intercettazioni nell’intenzione di squalificarle. Ma invece rende enorme l’abuso che lei fa del proprio ufficio, e l’abuso, se ci è permesso, del continuo richiamo alla bimba che le cresce accanto, al suo ruolo di madre ripetuto come un clichè pubblicitario, al dolore che le comporta vederla piangere e a quel nervoso, come ha detto, che prova quando la piccola sta male.
Qui non c’è caduta di stile, ma prova abbastanza disumana di quanto la politica restringa persino i confini inviolabili dell’intimità , della felicità , dell’ansia, delle preoccupazioni quotidiane che un’altra vita ci obbliga a trattenere nel nostro corpo.
Di come l’innocenza dell’infanzia debba venire divorata dal reperto dei vizi della stagione adulta.
Ecco il modo feroce in cui le colpe dei padri (e delle madri) si tramandano ai figli.
Non c’è caduta di stile nell’affaire De Girolamo: esiste solo la prova della caduta dello Stato, dei suoi uffici pubblici, dell’interesse generale.
Esiste la prova documentale di quanto sia stato piegato a fini privati nell’eterno ritorno all’antico.
Dove persino la concessione di un bar deve trasformarsi nella esecuzione triste di un diktat politico.
E la complicità del ceto dirigente del suo partito, come pure degli alleati di governo, provano che non esiste valore, misura, pentimento.
Il governo sarebbe più debole se invitasse il ministro a trarne le conseguenze e quindi si attende.
Meno male che Letta vorrebbe cambiare passo. Inizi ad applicarsi nell’interpretazione della realtà invece che difendersi con la luce dell’apparenza.
Attende Letta, attende Renzi, anzi proprio fugge dal caso.
In mezzo Francesco Boccia, metà lettiano, metà renziano e anche (sembra un’appendice in commedia) marito dell’incolpata.
Tanto, come ha detto Felice Casson (Pd) domenica al Fatto, su Nunzia c’è il patto del silenzio per non far cadere il governo.
Ma giovani si nasce, e non serve la carta d’identità ma la pratica quotidiana, le cose concrete, come piace dire a Matteo. Invece attendiamo le parole del ministro. E cosa mai potrà dirci?
“Chiagni e fotti”. La meravigliosa lingua napoletana pittura per metafora l’umana doppiezza e incastra Nunzia, il suo quotidiano “chiagni e fotti”, nella fenomenologia del furbo intramontabile.
La furbizia, elevata a sistema di potere, conduce alla devianza dell’intelligenza non alla riabilitazione.
Mostrarsi vittima in una vicenda che denuncia l’abuso quotidiano e deprimente del potere pubblico, prova l’incoercibile destino della politica a rifugiarsi in una falsificazione sistemica — anche psicologica — della realtà .
Intanto dalle parti del suo partito (Ncd) arriva l’annuncio: “Chiarira tutto in Parlamento”.
Nunzia, tu chiagni e fotti.
Antonello Caporale
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
GLI ASPETTI GIURIDICI DEL CASO DE GEROLAMO
I problemi giuridici che solleva il recente caso De Girolamo sono molteplici e, per chiarezza, devono essere esaminati separatamente.
Il primo riguarda la liceità della registrazione elettronica di una conversazione – alla quale prese parte l’onorevole Nunzia Di Girolamo – relativa sia all’affidamento di una gara d’appalto per il servizio trasporto clienti dell’Asl di Benevento, sia a questioni minori (ma non meno gravi sotto il profilo della gestione della cosa pubblica).
Il secondo riguarda la responsabilità politica ascrivibile all’onorevole De Girolamo ancorchè le frasi siano state pronunciate in un luogo privato quando non era ancora ministro della Repubblica.
Il terzo problema riguarda la liceità della diffusione del contenuto di tale conversazione sui mezzi d’informazione.
Sul primo punto.
La registrazione della conversazione fu effettuata da Felice Pisapia, allora dirigente dell’Asl di Benevento, allo scopo di poter dimostrare in futuro di essere un mero ingranaggio del sistema illegale retto da una sorta di «direttorio politico-partitico costituito al di fuori di ogni forma di legge» (così descritto nell’ordinanza del gip, Flavio Cusani).
Poichè la registrazione fu effettuata da Pisapia, presente all’incontro, per i fini anzidetti e non per diffonderne il contenuto, non si applica alla specie nè il divieto di “trattamento” previsto dalla legge sulla protezione dei dati personali, nè il divieto di captazione previsto dall’articolo 615-bis del codice penale (divieti che si applicano, invece, quando chi registra le conversazione sia un “terzo”).
Sul secondo punto.
È bensì vero che, per i fatti di cui alle conversazioni registrate, l’onorevole De Girolamo non è, al momento, indagata. Ma quand’anche la De Girolamo non venisse mai indagata, ciò non significa che non dovrebbe risponderne politicamente, come ministro.
È bensì vero che, con la cosiddetta seconda Repubblica – e in considerazione soprattutto (ma non solo!) delle molte vicende di cui Silvio Berlusconi è stato il protagonista – la responsabilità politica è stata “schiacciata” se non addirittura “immedesimata” con la responsabilità giuridica.
Ma delle due l’una: o, nella prassi, se ne recupera l’autonomia oppure tanto vale dire addio alla “politica” come tale, se bisognerà sempre attendere una sentenza definitiva del magistrato civile, penale o amministrativo perchè un membro del governo possa essere indotto a dimettersi.
Il vero è che la responsabilità giuridica si fonda in diritto penale, civile e amministrativo su regole che presentano degli aspetti garantistici (più o meno rigidi a seconda dell’una o dell’altra normativa) che non possono essere ritenuti altrettanto validi per il concetto di responsabilità politica, data la fluidità e la genericità delle ipotesi cui essa si applica (ipotesi che possono addirittura prescindere del tutto dall’esistenza di una responsabilità giuridica).
E potrà anche succedere, come purtroppo è talora successo, che la responsabilità giuridica, fino a che non sia definitivamente accertata, non sia ritenuta sufficiente a concretizzare la responsabilità politica.
Ciò nondimeno dovrebbe tuttavia essere mantenuto fermo quanto meno un limite: e cioè che la responsabilità politica dovrebbe essere sempre affermata quando il fatto contestato implichi anche una valutazione negativa della “dignità morale” della persona preposta alla carica (come appunto traspare dalle parole proferite dalla De Girolamo in quell’incontro).
E la ragione è la seguente: la nostra Costituzione per lo svolgimento delle funzioni di parlamentare, e a fortiori per quelle di ministro, impone sia il possesso di dignità morale sia lo svolgimento di esse con onore (articoli 48 e 54).
Di qui la conseguenza, che potrebbe bensì discutersi se la responsabilità politica di un ministro possa venire in gioco per fatti ad esso occorsi in precedenza, come privato cittadino.
Ma non quando questi fatti siano avvenuti quando egli (o ella) rivestiva già la carica di parlamentare, non a caso è tradizionalmente identificato come “onorevole”, dovendo le sue funzioni essere adempiute “con onore”.
Nè si può infine eccepire, come pure è stato fatto, che le frasi dell’onorevole De Girolamo furono pronunciate in un domicilio privato, e ciò per il semplice fatto che il contenuto delle stesse presupponeva, nella De Girolamo, lo status di parlamentare, come dimostra il suo invito a far capire, a chi di ragione, «che un minimo di comando ce l’abbiamo».
Quanto al terzo punto, la fonte delle notizie riferite dalla stampa è costituita da atti processuali legittimamente resi pubblici.
Per cui non sembrerebbe, in linea di principio, che vi sia alcun problema giuridico circa la liceità della successiva loro diffusione.
Alessandro Pace
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
COTA IN PROCURA NON SI PRESENTA, PREFERISCE IL MONOLOGO IN TV: MA I TABULATI TELEFONICI LO INCHIODANO
Prima era la segretaria ora sono i suoi collaboratori. 
Tra un annuncio di golpe e una fiaccolata, Roberto Cota cambia ancora una volta strategia. E tenta una nuova difesa alla vigilia della probabile richiesta di rinvio a giudizio.
«Le ricevute non erano tutte mie, mica le facevo io di persona quelle spese, c’erano i collaboratori che facevano gli acquisti »: ha detto così, ieri, il governatore leghista trascinato via dall’inchiesta della Procura di Torino che lo accusa di peculato per essersi fatto rimborsare dal gruppo regionale 25.400 mila euro di spese personali.
Prima attribuiva la responsabilità degli errori alla segretaria, adesso confessa di non essere stato lui a spendere tutti i soldi messi a rimborso.
Sono stati, dice, i collaboratori.
Ma anzichè affidare questa nuova versione ai magistrati – a dicembre lo aspettavano per interrogarlo e lui non si è presentato – lo fa in televisione, ai microfoni di Maurizio Belpietro che gli chiede del ricorso del governo piemontese, partito ieri sera, contro il pronunciamento del Tar (che ha dichiarato nulle le elezioni del 2010), e a pochi giorni dalla probabile richiesta del processo per il presidente e quasi tutta la sua maggioranza.
Insieme, secondo l’accusa, hanno ricevuto quasi due milioni di euro di rimborsi non dovuti.
Una montagna di scontrini per cene e caffè, bagnoturco e discoteca, viaggi in auto, treno e c’è persino chi ha noleggiato un motoscafo.
Non manca l’abbigliamento di lusso e ci sono i famosi mutandoni verdi da 40 euro comprati proprio dal governatore a Boston, in occasione di un viaggio-studio.
«Uno scontrino finito per errore pinzato insieme ad altri scontrini – ha detto ieri Cota al giornalista che lo intervistava – non è stato neanche oggetto di rimborso perchè la contabilità è stata rettificata».
Agli atti dell’inchiesta la ricostruzione risulta un po’ diversa: il presidente ha pagato di tasca propria i boxer verdi del negozio Martha’s Vineyard, si è fatto rimborsare dal gruppo consigliare la cifra equivalente in euro (40), poi, solo dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia con l’elenco di tutti gli scontrini incriminati, ha fatto un bonifico per restituire parte del denaro alla Regione.
Un piccola bugia. Che si aggiunge alle 115 volte in cui i tabulati telefonici lo hanno individuato lontano dal luogo in cui il negoziante stampava lo scontrino.
O alle grossolane sviste come mettere a rimborso cinque ricevute dello stesso ristorante, la Celestina ai Parioli: tre coperti alle 23 e 38; due coperti alle 23 e 32; cinque coperti sempre alle 23 e 32; dieci coperti alle 23 e 33; e, ancora due coperti nello stesso istante.
Le celle telefoniche agganciavano il suo cellulare alle 13 e 36 del 22 marzo 2011 mentre pranzava da Exki a Torino. Era lui? Perchè alle 15 e 34, solo due ore dopo, si trovava già nella boutique Davide Cenci a Roma, a comprare foulard per 112 euro.
Ancora: il 10 giugno 2011, alle 14 e 18, spendeva 7 euro al bar Francia di Torino, ma sei minuti più tardi pagava cinque menu in un fast food di Rivoli, nella cintura torinese.
Gli investigatori si sono sempre chiesti il perchè di queste spese da un capo all’altro del Paese a pochi minuti di distanza.
L’ipotesi più desolante è che avesse il vizio di raccogliere scontrini non propri per mettere da parte un bottino più ricco.
I pm gliel’hanno chiesto il perchè. Ma, la prima volta, ha scrollato le spalle dicendo che le note spese le faceva la segretaria.
La seconda volta non si è neppure presentato in Procura.
Dichiarare che aveva riconosciuto spese ai collaboratori del gruppo avrebbe potuto «alleggerire» la sua posizione processuale, come è accaduto ad altri colleghi consiglieri.
A una condizione però: che almeno questa volta fosse la verità .
Ottavia Giustetti
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO COME IL DIAMANTE: E’ PER SEMPRE
Dunque, semprechè il centrodestra non riesca a resuscitare Cavour o Giolitti o Einaudi (che peraltro difficilmente accetterebbero di mischiarsi a questa banda), Sergio Chiamparino sarà il prossimo presidente della Regione Piemonte.
Le elezioni saranno una pura formalità , così come le eventuali primarie del Pd (che probabilmente non si faranno, in barba allo statuto): nessun rivale interno può vantare la sua notorietà , la sua rete di potere e la stampa genuflessa ai suoi piedi.
Il Reuccio della Mole ha già ricevuto l’investitura del segretario Matteo Renzi, che lo volle accanto a sè due anni fa alla Leopolda e l’anno scorso lo fece votare dai suoi nei primi scrutini delle presidenziali contro Marini.
E questa è la prima stranezza: ma come, il Rottamatore che ha liquidato D’Alema e Veltroni vuole rifilare ai piemontesi questo vecchio dinosauro, più anziano sia di D’Alema sia di Veltroni, che oltretutto da due anni fa il banchiere come presidente della Compagnia di San Paolo, cioè della fondazione che controlla Intesa, il primo gruppo bancario italiano?
D’Alema è nato nel 1949, Veltroni nel ’55, Chiamparino nel ’48. Tutti e tre hanno iniziato a fare politica nel Pci nei primi anni 70 come consiglieri comunali: Max nel ’71 a Genova, Uòlter nel ’76 a Roma, Chiampa nel ’75 a Moncalieri.
Chiamparino Settepoltrone ha poi collezionato quelle di: segretario regionale della Cgil, segretario provinciale del Pds, consigliere comunale a Torino, deputato del Pds (dal 1996, dopo l’umiliante trombatura del ’94 a Mirafiori contro il berluschino Meluzzi), sindaco dal 2001 al 2011 e, appunto, banchiere elegantemente nominato da Piero Fassino, suo successore a Palazzo di Città .
È stato dalemiano, poi veltroniano (responsabile Riforme della segreteria Veltroni e ministro del suo “governo-ombra”), poi franceschiniano, infine renziano. Immunizzandosi dalla rottamazione.
E così, se il Piemonte voterà a maggio — cioè se il Consiglio di Stato non sospenderà nè annullerà la sentenza del Tar che ha mandato a casa Roberto Cota detto “Mutande Verdi” ed eletto con firme false — Torino completerà il suo tragicomico ritorno al passato.
Cioè sarà l’unica metropoli d’Italia dove il tempo non passa mai, comandata dalla stessa classe dirigente di 30 anni fa. Mentre il resto del Paese si prepara alla Terza Repubblica, Torino è ancora impigliata nella Prima.
Nel 1984, mentre lo scandalo Zampini (una delle prime Tangentopoli) terremotava la giunta rossa Pci-Psi, coinvolgendo anche il capogruppo del Pci Giancarlo Quagliotti e il ras del Psi Giusy La Ganga, Fassino era consigliere comunale e Chiamparino capo del dipartimento economico del partito.
Nel ’93 i loro nomi fecero capolino nella Tangentopoli doc, per l’appalto del nuovo ipermercato LeGru nella rossissima Grugliasco (mirabile inciucio fra coop rosse e Standa berlusconiana), accanto a quelli del compagno Primo Greganti e del manager Fininvest Aldo Brancher.
Sia Sergio sia Piero furono interrogati come testimoni. Non è dato sapere a che titolo si occupassero di centri commerciali. Ma, nonostante i sospetti e qualche accusa non riscontrata, non risultarono aver intascato soldi.
Chiamparino, che aveva accettato in dono un telefonino da un faccendiere, mise la mano sul fuoco sul compagno Domenico Bernardi, sindaco di Grugliasco: “Se ha preso tangenti, sono un cretino”.
Un mese dopo Bernardi fu arrestato e confessò una mazzetta di 65 milioni di lire. Intanto Quagliotti e La Ganga venivano condannati per le tangenti Fiat.
Ora Quagliotti è il braccio destro di Fassino e La Ganga è un suo fedelissimo in consiglio comunale. Tutti convertiti al renzismo.
Tra un po’, dopo essersi scambiati la carica di sindaco, Sergio & Piero siederanno sulle due poltrone più alte di una città che pare irrimediabilmente ibernata agli anni 80.
Condannata a rivivere continuamente un passato che non passa, anche grazie al centrodestra più ridicolo mai visto persino in Italia.
Chiamparino è come il diamante: è per sempre.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
L’IPOCRISIA DI CHI ORA CHIEDE DI USCIRE DALLE MISSIONI INTERNAZIONALI MENTRE DA MINISTRO NON VOLEVA PERDERSENE UNA
“Bisogna mettere in discussione i rapporti con l’India e uscire dalle missioni internazionali. Ma se anche
questo risulterà inutile candideremo i due marò, ancora detenuti in India, alle elezioni europee”
Parola di Ignazio La Russa, durante una manifestazione davanti Montecitorio di Fratelli d’Italia in solidarietà per i due fucilieri di marina, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati di aver ucciso due pescatori.
“Non vogliamo neanche pensare che possano rischiare la pena di morte — afferma Gianni Alemanno — se il governo non riuscirà a trovare una soluzione, il ministro Bonino farà bene a dimettersi”.
Il trionfo della demagogia, il rifiuto di assumersi le proprie responsabilità e di riconoscere i propri errori.
Allora rinfreschiamo a qualcuno la memoria e la cronaca alle origini del fatto.
Fino al 2010 Confitarma (l’associazione degli armatori) era contraria all’uso di armi a bordo delle navi commerciali.
“Nonostante la situazione sia ogni giorno più gravosa” così Paolo D’Amico, presidente Confitarma “confermo che al momento la posizione di Confitarma, conforme alle indicazioni delle principali associazioni internazionali (IMO, Intertanko, Intercargo e BIMCO) e d’intesa con la Marina Militare e la Guardia Costiera, è in linea di principio contraria all’uso delle armi e di personale armato a bordo delle navi mercantili di bandiera, fatte salve alcune fattispecie particolari, come viaggi in zone sensibili di unità da crociera, unità particolarmente vulnerabili o pescherecci d’altura”.
Poi, nel 2011, il cambio di fronte negli ambienti militari.
Il 12 luglio, con Berlusconi presidente del Consiglio, misure urgenti anti pirateria furono, infatti, incluse nel decreto legge 107 sulla “proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonchè delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia”.
L’articolo 5 del decreto apriva, a sorpresa, la strada alla possibilità di accordi fra il Ministero della Difesa e il mondo armatoriale per l’imbarco a bordo di navi italiane battenti solo bandiera italiana di personale militare, i cosiddetti Nuclei Militari di Protezione o NMP, provenienti dalla Marina Militare e altre Forze Armate.
Il decreto, rifacendosi a un regio decreto del 18 giugno 1931, apriva anche uno spiraglio, ma a determinate condizioni, ai team privati, ponendoli, tuttavia, sin da subito, in posizione subalterna, ciò che assegnava al Ministero della Difesa il ruolo di attore privilegiato.
Il decreto racchiudeva, cioè, un tentativo di monopolio mascherato, confermato il 2 agosto 2011 con la conversione in legge dell’impianto sostanziale del decreto, ciò che dava al Ministero della Difesa il via libera all’organizzazione di speciali nuclei anti pirateria, senza dover soffrire dell’eventuale concorrenza privata, che, non a caso, è ancora oggi su carta.
Il 1° settembre 2011, con un decreto, il ministro della Difesa Ignazio La Russa individuò gli spazi marittimi a rischio pirateria dove, in virtu del decreto legge 107/2011 e della legge 130/2011, era possibile imbarcare Nuclei Militari di Protezione, e quindi la porzione dell’Oceano Indiano delimitata a nord ovest dallo stretto di Bab el Mandeb, a nord dallo stretto di Ormuz, a sud dal parallelo 12° S e a est dal meridiano 78° E.
L’11 ottobre 2011, poco prima della caduta del governo Berlusconi, il Ministero della Difesa siglò con Confitarma un protocollo d’intesa che disciplinasse, a spese degli armatori, l’impiego dei Nuclei Militari di Protezione destinati al naviglio mercantile. Ancora oggi solo i team militari possono proteggere le navi.
Non così quelli privati, che devono invece essere autorizzati, così come previsto dal regio decreto del 18 giugno 1931, dal ministro dell’Interno e dal prefetto.
Riassumendo:
1) Gli armatori non erano propensi a chiedere alcuna scorta della Marina italiana
2) Logica commerciale vuole che, in caso di guerra o pericolosità di porti e aree marittime, si stili una black list degli stessi e si eviti la navigazione e gli scali in quelle zone a rischio.
3) Se nello specifico lo Stato indiano non è in grado nemmeno di garantire la sicurezza delle acque internazionali contigue alla sua costa, si eviti il commercio marittimo con l’India, in attesa che raggiunga gli standard internazionali dei paesi civili. Nessuno ci obbliga a scortare le navi mercantili predisposte al suicidio.
4) Il governo di allora, invece che gonfiare il petto, bene avrebbe fatto a consigliare agli armatori italiani di evitare certe zone soggette a pirateria e , in subordine, a evitare di mettere a rischio i nostri militari per proteggere traffici privati.
5) Il governo di allora avrebbe potuto, a rischio e pericolo degli armatori, consentire l’utilizzo di personale armato privato, invece di imporre addirittura un monopolio della nostra Marina.
Quanto sopra per denunciare chi oggi si erge a protettore dei nostri due marò, salvo dimenticare che la legge a causa della quale sono sotto processo in India è stata voluta da loro, contro ogni logica e contro gli stessi “desiderata” delle compagnie italiane di navigazione.
C’e’ un limite anche alla indecenza.
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Gennaio 14th, 2014 Riccardo Fucile
AVEVA DETTO CHE SOFFRITTI AVEVA FATTO AFFARI CON LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA.. L’EUROPARLAMENTO DOVRA’ DECIDERE SE CONCEDERE O MENO L’IMMUNITA’: “I DEPUTATI NON SONO OBBLIGATI A MODELLARE LE LORO OPINIONI”
Le frasi di Lara Comi contro l’ex sindaco di Ferrara, Roberto Soffritti, potrebbero essere coperte dall’immunità dell’Europarlamento.
La relatrice dell’Eurocamera, l’ambientalista austriaca Eva Lichtenberger, ha infatti proposto di accogliere la richiesta di difesa dell’immunità presentata dall’europarlamentare di Forza Italia che è stata querelata per diffamazione da Soffritti.
Nel corso del dibattito con Antonio Ingroia, infatti, durante la puntata di Servizio Pubblico del 24 gennaio scorso — in piena campagna elettorale -, Comi aveva parlato di Soffritti (candidato per la lista di Rivoluzione civile in tre regioni) come di un indagato che da sindaco avrebbe fatto affari con la criminalità organizzata.
La plenaria dell’Europarlamento voterà domani il rapporto Lichtenberger.
Nelle motivazioni del rapporto, la relatrice scrive tra l’altro che “il principio sotteso all’immunità parlamentare (…) è la libertà dei membri di discutere su materie di interesse pubblico senza essere obbligati a modellare le loro opinioni in modo da renderle accettabili o inoffensive per chi le ascolta, senza temere, in caso contrario, di essere citato in giudizio”.
Qui il problema, però, non è tanto di un’opinione o di materie di interesse pubblico o no.
Ma che Soffritti è incensurato. Un procedimento aperto infatti oltre vent’anni fa era comunque finito con una richiesta di archiviazione del pm e al successivo decreto di archiviazione, con il quale il gip aveva stabilito, il 3 ottobre 1990, “l’assoluta trasparenza e il rigoroso rispetto delle regole da parte dell’amministrazione comunale guidata da Soffritti, diversamente da quanto sostenuto dalla Comi”.
“Prima di ieri — aveva detto Soffritti all’indomani del programma de La7 — non conoscevo la berlusconiana Lara Comi, eurodeputata Pdl 29enne con laurea specialistica sulla tesi ‘L’organizzazione di una società calcistica: il caso Ac Milan’. Ed è evidente, dopo accuse tanto infondate, che nemmeno lei conosceva la mia storia politica e il fatto che è inattaccabile, come già era stato determinato al momento di indicare i nominativi e le candidature di Rivoluzione Civile”.
Il parlamento dovrebbe titelare la libertà di opinione su tempi politici, ma che c’entra la diffamazione palese non è chiaro a nessuno.
La Casta va proseliti anche in Europa.
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