Marzo 29th, 2014 Riccardo Fucile
IL PIAZZISTA AUMENTA SEGGI E POLTRONE NEI COMUNI FINO A 10.000 ABITANTI… E PER I SINDACI DEI PICCOLI COMUNI VIA LIBERA AL TERZO MANDATO, ALTRO CHE ROTTAMAZIONE
Perchè tanta fretta, da parte del governo, per l’approvazione del disegno di legge per l’abolizione delle Province?
A sentire Renzi, tutto nascerebbe dalla necessità di arrivare alla cancellazione degli enti prima dell’election day del 25 maggio, quando i cittadini, in caso di mancata approvazione della legge, si sarebbero trovati a dover rieleggere anche i consigli provinciali e i loro relativi presidenti, con conseguenze a cascata facilmente immaginabili.
Una dichiarazione ad effetto, quella di Renzi, che anche molti parlamentari hanno trangugiato senza colpo ferire, peccato che nulla sia vero.
Il presidente del Consiglio ha “barato”.
Perchè la riforma ha anche un altro effetto: aumenta i componenti dei consigli comunali per i paesi più piccoli.
In particolare a fronte del taglio di 2159 poltrone con la cancellazione delle Province, aumentano i seggi per i consiglieri (pari a 26096) e i posti da assessore (+5036) dei Comuni fino a 10mila abitanti.
Primi calcoli basati su due dati: la legge vigente fino a ora (la riforma Calderoli del 2011) e i dati degli abitanti dei Comuni italiani del 2014 (fonte Anci).
Eppure Matteo Renzi aveva parlato di 3mila posti per i politici in meno.
L’indizione dei comizi? Non sarebbe avvenuta
Perchè non è vero che le Province non sarebbero andate al voto?
Perchè se anche lo scorso 25 marzo, il ddl Delrio fosse stato affossato dal voto favorevole sulla pregiudiziale di costituzionalità presentata dai grillini, nessuna provincia sarebbe comunque dovuta andare al voto a breve.
Il comma 325 della legge di stabilità del 2013 parla chiaro: si applica alle “Province in scadenza naturale del mandato” ovvero “cessazione anticipata degli organi provinciali tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2014, il regime commissariale di cui all’articolo 1, comma 115, della legge n. 228/2012”.
Tradotto: per le Province commissariate non ci sarebbero problemi, perchè il commissariamento è comunque fino al 30 giugno, cioè un mese dopo la finestra elettorale, e per quelle che invece non sono ancora state commissariate, di fatto lo diventerebbero.
Dunque, nessun rischio di voto, nessun rischio di cascami legali successivi, nessun ulteriore esborso economico per l’ulteriore scheda elettorale. La legge di Stabilità aveva già previsto tutto.
La fretta di Renzi e l’aumento delle poltrone dei Comuni
E, allora, perchè tanta fretta da parte di Renzi?
E, soprattutto, perchè una tale bugia?
Come sempre, bisogna leggere con attenzione l’intero articolato per capire dove si annida il senso di tanta fretta.
Ed, in particolare, si trova al comma 27 (cioè quello che prima era l’articolo 27, poi diventato comma in virtù dell’inserimento del maxi emendamento), dove si fa riferimento alla “ricomposizione dei consigli comunali”.
Cioè: nel nuovo articolo 28 della legge vengono elencate una serie di disposizioni per un incremento del numero dei consiglieri comunali e degli assessori comunali per i Comuni fino a 3mila e fino a 10mila abitanti, nonchè sulla “rideterminazione degli oneri connessi all’attività di amministratore locale, onde assicurare l’invarianza finanziaria di tali previsioni, innanzi recate dall’articolo 21 dell’A.S. n. 1212”. Insomma, è previsto che per i Comuni più piccoli (fino a 3mila abitanti) il consiglio comunale sia composto, oltre che dal sindaco, da dieci consiglieri e un numero massimo di due assessori, mentre per quelli fino a 10mila si passa a 12, più quattro assessori.
Finora la riforma Calderoli prevedeva 6 consiglieri per i Comuni fino a 1000 abitanti, 6 consiglieri e due assessori per i Comuni tra i mille e i 3mila abitanti, 7 consiglieri e 3 assessori per i Comuni tra i 3mila e i 5mila abitanti e 10 consiglieri e 4 assessori per i Comuni tra i 5mila e i 10mila abitanti.
Tutto molto semplificato dal ddl Delrio che prevede solo le fasce fino a 3mila e da 3mila a 10mila, che però — oltre a aumentare il numero dei consiglieri per centinaia di cittadine — reintroduce la nomina di due assessori nei Comuni fino a mille abitanti (cancellata in precedenza da Calderoli).
Il ritorno elettorale (del 25 maggio)
Un’infornata di nomine e di poltrone, che in un territorio come l’Italia, frazionato in mille piccoli comuni e campanili, significa molto, anche in termini di ritorno elettorale.
E arrivarci prima del 25 maggio significa, in qualche modo, veder subito i frutti di cotanto sforzo. Certo, nel testo del provvedimento c’è anche scritto che i comuni in questione dovranno comunque far quadrare i bilanci nonostante gli aumenti delle poltrone, ma Renzi ha previsto anche un altro “regalo” ai piccoli comuni, ovvero la possibilità dei sindaci dei piccoli centri (entro i 3mila abitanti) di avere il terzo mandato consecutivo, togliendo il limite dei due.
In ultimo, l’incompatibilità a ricoprire cariche istituzionali riguarderà solo chi detiene cariche in “enti pubblici territoriali con popolazione superiore ai 15mila abitanti”. Davvero un bel regalo per il territorio…
Sara Nicoli
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Marzo 29th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO GRILLO A “BERSAGLIO MOBILE” IL SECONDO VENDITORE DI PENTOLE ROTTE LE SPARA PIU’ GROSSE DEL SOLITO, MA AGLI ITALIANI PIACE ESSERE PRESI PER IL CULO
Il premier Matteo Renzi è ospite in diretta a “Bersaglio mobile”, il programma in seconda serata
condotto da Enrico Mentana e alterna banalità a sogni.
“In questo ultimo mese – racconta il Presidente del Consiglio – mi è cambiato tutto. Da andare in giro in bici, senza scorta nè niente, nell’ultimo mese la vita a Palazzo Chigi è cambiata parecchio”.
Renzi se l’è poi presa con – parole sue – “gufi e i rosiconi che remano contro l’Italia”.
“C’è un elemento – spiega – di natura politica molto importante. Quando vai agli eventi internazionali, tu sei un rappresentante di un paese che è l’Italia. C’ è un esercito di gufi e rosiconi che spera che l’Italia vada a male. Invece io spero che l’Italia possa stare meglio. Quando vai agli incontri internazionali non c’è nessun elemento personale e rappresenti la voce e la rabbia del popolo”.
Renzi che è anche segretario del Partito Democratico si pone un obiettivo alto per il proprio partito: “Alle prossime elezioni del 2018 dobbiamo arrivare al 40%”.
Per le Europee il premier si pone un obiettivo meno ambizioso: “Migliorare il 25% delle ultime politiche” (l’importante è restare a galla).
La previsione dell’ex ministro dell’Economia Saccomanni dell’1% di crescita per il 2014 è secondo il Premier “un pò ottimistica”.
“Le nostre cifre – aggiunge – non sono queste: nel Def avremo un dato tra lo 0,8% e lo 0,9% di crescita. Con gli 80 euro in busta paga derivanti dal taglio del cuneo “spero che alla fine si arrivi all’1% e lo si superi”. Sulla disoccupazione Renzi si augura di scendere sotto il dieci per cento.
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Marzo 29th, 2014 Riccardo Fucile
DECRETO POLETTI SUL LAVORO: “PRONTO AD APPROVARLO CON CHI CI STA”…E CON LA MINORANZA PD LO SCONTRO NON RIENTRA
Sul dl Poletti smotta il Pd, ma Matteo Renzi non si smuove di un millimetro.
La tattica del segretario-premier è sempre la stessa. Se c’è discussione interna, se la variegata minoranza si agita, il leader chiede il voto in direzione, si fa approvare la relazione a maggioranza e va avanti.
I voti in direzione ce li ha, anche se oggi dopo un dibattito concentrato più sul contestato decreto lavoro che sull’ordine del giorno che parlava di riforme costituzionali, i numeri sono stati più risicati. E’ finita con 93 sì, 8 astenuti e 12 contrari. C’erano degli assenti.
Ma tanto basta al premier per non demordere: il dl Poletti, che ha appena iniziato il suo iter in commissione Lavoro alla Camera, è blindato, per come la vede il governo.
Anche a costo di approvarlo con i voti di Forza Italia, partito che pur dall’opposizione applaude all’iniziativa del governo Renzi su contratti a termine e apprendistato.
Oggi è arrivato anche il plauso di Confindustria e del governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Mentre, insieme alla minoranza Pd, si agitano i sindacati, dalla Cigli di Susanna Camusso alla Cisl di Raffaele Bonanni fino a Maurizio Landini della Fiom, che finora ha sempre avuto un miglior rapporto con il premier Renzi ma che sul dl Poletti è sul piede di guerra.
Soprattutto il decreto della discordia è la prima vera grana di Renzi in quel Pd che ha conquistato a mani basse a dicembre.
Perchè sul dl Poletti la variegata minoranza del partito si è unita miracolosamente: cuperliani, Giovani Turchi, bersaniani, dalemiani, tutti a chiedere una modifica del testo varato dal governo, che elimina la causale nei rinnovi dei contratti a tempo (di durata massima 36 mesi), elimina la pausa obbligatoria tra un rinnovo e l’altro e non obbliga le imprese ad assumere gli apprendisti al termine dei 36 mesi.
Un’unità della minoranza che non si vedrà nel voto finale in direzione. I 12 voti contrari sono stati infatti espressi da Pippo Civati e dagli esponenti a lui vicini; le 8 astensioni sono arrivate da alcuni esponenti dell’area Cuperlo (oltre allo stesso Gianni Cuperlo anche Nico Stumpo, Davide Zoggia, Alfredo D’Attorre, Guglielmo Epifani, Francesco Verducci, Michela Campana, Barbara Pollastrini).
Diversi altri membri della Direzione non hanno invece partecipato alla votazione: tra di loro, i bersaniani Stefano Fassina ed Enza Bruno Bossio, il lettiano Francesco Boccia.
Però in Parlamento la situazione è diversa, perchè lì, almeno in partenza, i rapporti di forza tra renziani e non renziani non rispecchiano gli equilibri di maggioranza-minoranza in direzione.
Di certo, in commissione Lavoro gli esponenti di minoranza sono di più rispetto ai renziani.
Nè sembrerebbe che un eventuale coinvolgimento di esponenti di minoranza in segreteria Pd possa portare ad un ammorbidimento delle posizioni.
Anche perchè l’indicazione di Renzi di affidare i ruoli di vicesegretario ai fedelissimi Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini fa storcere il naso a tutti in minoranza, anche a chi — come il Giovane Turco, Matteo Orfini — poteva rappresentare una personalità di possibile inclusione in squadra, almeno nei disegni del premier.
E comunque anche sul ticket Serracchiani-Guerini, Renzi non cede. “Il congresso lo abbiamo vinto noi, la maggioranza non si può stravolgere”, spiegano i suoi.
“Alla fine della discussione votiamo, perchè discutere e votare è caratteristica del Pd”, dice Renzi in direzione, dove sa di vincere senza sforzi.
Il punto però è che si pone lo stesso obiettivo anche in vista della discussione in Parlamento, proprio come ha fatto sull’Italicum, altra prova di forza verso la recalcitrante minoranza interna, che però non si è mostrata compattissima sulla legge elettorale.
Il dl lavoro è altra storia o almeno così viene spiegato. Perchè sul dl lavoro la minoranza pensa di recuperare almeno un pezzo del ‘vecchio feeling andato’ con la base del partito.
Esattamente lo stesso calcolo che, dal punto di vista opposto, si fa Renzi. Convinto di riuscire a convincere sulla bontà della proposta.
“Leggo discussioni e ultimatum sul lavoro, che capisco poco. Non è una parte a piacere, il pacchetto sta insieme”, sostiene il segretario-premier in riferimento al dl sui contratti a termine già approvato e alla legge delega sui contratti di inserimento (e non solo) da approvare in Parlamento e con tempi più lunghi.
Fassina glielo dice chiaro e tondo: “La proposta sul mercato del lavoro è la proposta della destra, la proposta di Sacconi e di Forza Italia. Se mi si dice che per esigenze di compromesso dobbiamo prendere il pacchetto della destra ne discuto. Sono disponibile alla mediazione politica. Ma non sono disponibile alla umiliazione intellettuale”.
Se ne capirà di più la settimana prossima, quando i deputati Dem della Commissione Lavoro incontreranno il ministro Poletti.
Certo, trovarsi di fronte a un premier che va avanti come un treno pone problemi seri anche alla minoranza, che si vede già avviata verso un terribile bivio tra voto contrario e responsabilità di spaccare il Pd oppure voto a favore e resa.
E le cose andrebbero anche molto peggio se il governo dovesse porre la questione di fiducia, il che però è improbabile a meno che Forza Italia non decida di passare in maggioranza a tutti gli effetti: impossibile in periodo di campagna elettorale per le europee.
Però votare il dl Poletti sarà possibile eccome per i berlusconiani, già pronti sul tema.
“Eviterei di definire la proposta ‘di destra’: non sono vicino alla Cooperative rosse, ma l’ha presentata Poletti…”, sottolinea in direzione Paolo Gentiloni, che spezza lance a favore del premier osando anche linguaggi coloriti. “In giro, mi dicono ‘onorè, no glie rompete er… a Renzi’. Per dire: fatelo lavorare. Stiamo attenti a non apparire noi del Pd come quelli che sfogliano il carciofo di questo pacchetto, della serie togli quella parte che non va bene, ecc. Io sono d’accordo con Matteo su dl lavoro: non è un optional, fa parte di un pacchetto…”.
E’ insomma il segnale a Confindustria, scontenta della scelta del governo di tagliare solo l’Irpef per i lavoratori e non l’Irap per le imprese.
Renzi va avanti: la direzione del Pd ha deciso così, spiegano i suoi.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2014 Riccardo Fucile
“COMMISSARIATE LA SICILIA, AUTONOMIA E MAFIA SONO COLLEGATE”
La Sicilia? “Dovete svegliarvi, la situazione è gravissima. La prima emergenza non è la mafia, ma
lo Statuto speciale, che nasce dalla prima trattativa Stato-mafia: abolitelo e commissariate la Sicilia”.
Dopo la bocciatura della Finanziaria regionale da parte del commissario dello Stato, si moltiplicano gli allarmi sul rischio di default per l’isola, e Pietrangelo Buttafuoco torna a invocare l’intervento del presidente del Consiglio per commissariare la Sicilia: “Se adesso Renzi vuole togliere il Senato, discutendo sul titolo V non può risolvere alla radice questo problema?
Tranne qualche allarme isolato, i giornali non sembrano preoccupati.
I giornali del Nord non se ne occupano perchè non gliene fotte niente a nessuno della Sicilia, gli interessa solo il brand ‘mafia’. Ma più grave del problema della mafia è questo cancro dell’autonomia. Il famoso uovo che viene prima della gallina è l’autonomia. Prima c’è l’uovo dell’autonomia e poi la gallina della mafia.
Buttafuoco, l’autonomia per la Sicilia è un tabù: in molti la raccontano, con orgoglio, come la pagina più gloriosa della nostra storia.
Ma quando mai. Noi siciliani dobbiamo fare autocritica, qui il primo ostacolo è lo Statuto speciale. Ci vuole un lavoro di ricognizione affettuoso ma crudele: l’Evis (l’esercito separatista, ndr) era inquinato da interessi mafiosi, dobbiamo ammettere che quella stagione conobbe momenti ambigui, tragici, sporchi dove c’erano interessi sovranazionali e si passò dal tragico al pittoresco, dall’offrire la corona di Sicilia a Umberto di Savoia o farne la 51° stella degli Usa. E il bandito Giuliano non era un eroe, non era Bobby Sands. Oggi Cosa Nostra è uno squalo che nuota nel mare dell’autonomia.
E quindi gettiamo l’acqua con tutto lo squalo. Stop temporaneo alle elezioni regionali e un commissario per rimettere a posto i conti. E poi?
Togli l’autonomia e si ricomincia. Se non crei un trauma profondo nella coscienza dei siciliani non ne esci più. È tutta una catena di affetti e di disperazione: dalla formazione al precariato, dai contratti agli appalti, dagli enti ai sotto-enti avvolti nelle nebbie di numeri e di algebre.
La terra frana anche sotto i piedi dei deputati all’assemblea regionale, che hanno iniziato a farsi dare gli anticipi sul Tfr: c’è aria di prendi i soldi e scappa.
Il ceto politico siciliano è il peggiore in assoluto: prima la Sicilia era un laboratorio politico, ora è la fogna del potere, il posto peggiore. Le occasioni elettorali sono concorsi per assegnazioni di posti di lavoro nella forma di consiglio comunale, di consiglio provinciale, di assemblea regionale o di posti di sottogoverno: una soluzione per aprire una pausa nella disoccupazione costante.
E Crocetta?
Un simpatico narciso che fa danno a se stesso e ai cittadini, si trova lì perchè il centrodestra si spaccò, con il beneplacito elettorale di Berlusconi.
Non è che lei ce l’ha con Crocetta perchè tagliò i fondi del Teatro Stabile di Catania, quando lei era il presidente?
Mi sono dimesso molto prima. Non arrivano i soldi, mi tolgo io, pensai, e aiutiamo il teatro
Andò via in polemica con chi l’aveva nominata, Raffaele Lombardo, fondatore del Movimento per l’Autonomia, la stessa che lei ora vuole abolire.
Contro di me aveva scatenato i suoi uomini e aveva tolto i fondi. Mi fecero sfumare l’allegria e la contentezza. Lo Stabile a Catania è il direttore artistico Giuseppe Di Pasquale, l’allievo prediletto di Andrea Camilleri. Facevano la guerra a lui sperando di trovare in me un sicario.
E dunque commissariamo la Sicilia.
E in fretta. I paesi sono sempre più deserti, abbandonati. Sospendiamo le stupidaggini che derivano dalle ebbrezze elettorali. Ho chiesto a Renzi di parlare con i prefetti, di non accontentarsi delle rassicurazioni dei ‘piritolli’ dell’antimafia glamour. Se persino la mafia sta diventando problema secondario, dovete svegliarvi.
Buttafuoco, lei appare “diversamente” democratico.
Io sono borbonico, l’unica sovranità che riconosco è quella del buon re Ferdinando.
Giuseppe Lo Bianco
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
UN DOSSIER FALSO SUL PM ROBLEDO, BASATO SULLE PAROLE DI UN’AMICA DI FORMIGONI… E ARCHIVIATO DAL SUO CAPO SENZA AVVERTIRLO
Nel menù del grande scontro fra magistrati che sta lacerando la procura di Milano, ci mancavano solo le polpette avvelenate dei servizi segreti di Cl.
La Procura di Brescia ha aperto un’inchiesta su una manovra diretta a screditare il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, capo dei pm milanesi anti-corruzione, accusandolo falsamente di spifferare scottanti segreti investigativi ad amici ed estranei.
L’indagine, in corso da mesi, è condotta personalmente dal pm Fabio Salamone, il numero due della procura di Brescia.
Il reato ipotizzato è la calunnia ai danni di Robledo.
È il segno che l’esperto magistrato bresciano ha già accertato la totale falsità delle insinuazioni contro il collega, che furono travasate anche in un dossier diffamatorio spuntato a sorpresa negli archivi della stessa procura di Milano.
Ora l’inchiesta continua, per smascherare non solo gli effettivi esecutori, ma anche i possibili mandanti dell’operazione di dossieraggio.
L’inchiesta si sta concentrando su personaggi che in base ad altre indagini sono risultati in stretto contatto con l’ex presidente ciellino della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, pluri-indagato per corruzione proprio dalla procura di Milano.
Alfredo Robledo è l’alto magistrato che, con una iniziativa senza precedenti, ha denunciato il suo procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, accusandolo di averlo escluso da una serie di indagini di sua competenza, per privilegiare altri pm.
Nella lettera-esposto inviata al Csm e alla procura generale (pubblicata integralmente sul sito de “l’Espresso”), Robledo cita apertamente le indagini sulla bancarotta dell’ospedale San Raffaele e sui diversi tronconi del caso Ruby: anche quando sono emersi fatti di corruzione o concussione, che in teoria sarebbero spettati ai pm del suo dipartimento (l’equivalente del vecchio “pool” di Mani Pulite), Bruti Liberati ha deciso di affidarli ad altri gruppi di magistrati, guidati dagli “aggiunti” Ilda Boccassini, Francesco Greco e Pietro Forno, competenti rispettivamente per l’antimafia, i reati economici e gli abusi sessuali.
A differenza di quanto era avvenuto in passato in altre procure, però, in nessuno di questi casi la denuncia ha mai messo in discussione i risultati delle indagini, che hanno portato alla condanna in primo grado dell’ex premier Berlusconi e al rinvio a giudizio di Formigoni per corruzione.
Il problema è solo il presunto aggiramento delle regole generali di assegnazione delle indagini, aggravato dal mancato scambio di atti e informazioni tra pm che non si parlano più.
Malumori, rivalità e lamentele covavano da mesi, come in molti ambienti di lavoro, ma la denuncia è partita solo quando il pm Robledo ha chiuso l’inchiesta sulla vendita di una quota della Sea, la società controllata dal Comune di Milano che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa.
Questa indagine era nata da un’intercettazione trasmessa da Firenze a Milano il 25 ottobre 2011, prima che si svolgesse la gara ritenuta truccata, fissata il 16 dicembre.
Il fascicolo però è rimasto nella cassaforte del procuratore capo fino al 16 marzo 2012: Robledo se l’è visto assegnare solo dopo che “l’Espresso” aveva pubblicato le prime indiscrezioni su quell’intercettazione.
Pochi giorni più tardi, Bruti Liberati ha scritto una lettera di scuse a Robledo, assumendosi tutta la colpa di aver «dimenticato» l’inchiesta in cassaforte, ma precisando che lo stesso aggiunto non gliene aveva più accennato.
Lo scontro fra toghe a questo punto verrà deciso dal Csm.
Potrebbe chiudersi senza vinti nè vincitori, con un impegno per il futuro a collaborare e rispettare i criteri di assegnazione, oppure costare il posto a entrambi: Bruti Liberati, leader della corrente progressista di Md, deve ottenere la riconferma a procuratore e potrebbe essere attaccato dai consiglieri di centrodestra; ma anche Robledo, che non fa parte di alcuna corrente, rischia di trovarsi isolato dalle toghe di centrosinistra e vedersi trasferire anche senza alcuna colpa, per la cosiddetta «oggettiva incompatibilità ambientale».
Di certo, mentre si avvicinano le elezioni per il nuovo Csm, attorno a questo scontro tra personalità e impostazioni giudiziarie diverse, si giocano le cariche di vertice di una procura simbolo come Milano.
Non tutte le carte però sono ancora sul tavolo.
Nella sua denuncia il pm Robledo accennava a un’inchiesta in quel momento segreta, quella che solo nei giorni scorsi ha portato agli arresti dei dirigenti formigoniani di Infrastrutture Lombarde, la cabina di regia dei grandi appalti della Regione, coinvolti anche nell’Expo 2015.
Anche qui due gruppi di pm, guidati da Robledo e Boccassini, hanno indagato sulle stesse persone, senza coordinarsi nè scambiarsi informazioni, con il risultato di non poter utilizzare le intercettazioni realizzate all’insaputa dei colleghi.
Ma nelle ultime righe della sua lettera-esposto, Robledo parlava anche di «ulteriori episodi» che avrebbero «turbato» la procura, che sembravano riferirsi solo a casi già noti come il presunto scontro con Bruti sull’iscrizione tra gli indagati di Guido Podestà , presidente berlusconiano della provincia di Milano, per le firme false presentate a sostegno del listino elettorale di Formigoni. In realtà , tra gli “ulteriori episodi” considerati più gravi, ora spunta la manovra calunniatoria ricostruita nell’inchiesta della procura di Brescia, di cui finora si ignorava l’esistenza.
Tutto parte da una relazione di servizio scritta da un maresciallo della procura, fino a prova contraria in buona fede: come agente di polizia giudiziaria, riferisce tutte le ipotetiche notizie di reato rivelategli da una fonte che è stato chiamato a seguire e che i magistrati non conoscono.
Tra molte dichiarazioni dubbie e tutte da verificare, salta fuori un’accusa diretta a Robledo: il magistrato, giocando a golf in allegria con amici, si lascerebbe scappare segreti investigativi che riguarderebbero perfino le indagini su Berlusconi.
Robledo in effetti, con il collega Fabio De Paquale, ha condotto anche le inchieste (caso Mills e frodi fiscali) che hanno portato alla prima condanna definitiva del leader di Forza Italia.
L’accusa è insidiosa anche perchè la fonte del maresciallo non si presenta come ostile a Robledo: al contrario, sostiene di volerlo avvisare del rischio di fughe di notizie.
La relazione del maresciallo viene consegnata a un pm del dipartimento reati societari, Luigi Orsi, che la trasmette al procuratore Bruti Liberati, senza avvertire Robledo.
Fin qui è tutto normale: tocca al capo valutare l’ipotetica notizia di reato e trasmetterla a Brescia, ovviamente senza mettere in allarme il pm potenzialmente indagabile.
Il fascicolo però resta a Milano.
Secondo quanto ha potuto ricostruire “l’Espresso”, viene archiviato nel cosiddetto “modello 45″, tra i fascicoli che non contengono notizie di reato credibili. E proprio per questo non garantiscono la massima riservatezza.
Qualche mese dopo succede un imprevisto: a Milano finisce sotto inchiesta proprio la fonte, che perde l’anonimato e viene accusata di diffondere notizie e atti falsi.
A quel punto il maresciallo si sfoga con un altro sottufficiale della procura: com’è possibile, protesta, che i superiori lo abbiano incaricato di coltivare i rapporti con quella fonte in realtà screditata e già inquisita da altri pm milanesi?
Nel trambusto che ne segue nella polizia giudiziaria, la strana vicenda arriva alle orecchie di Robledo, che solo allora viene a sapere della relazione-trappola.
E va su tutte le furie: tra l’altro, non ha mai giocato a golf, per cui si sente vittima di una falsità facilmente accertabile.
Probabilmente è proprio per questo che Bruti Liberati l’aveva archiviata sul nascere. Ma Robledo si sente spiato di nascosto: se il capo l’avesse denunciato o almeno informato, lui avrebbe potuto difendersi e sbugiardare la manovra calunniatoria; invece nel modello 45 è rimasta solo la relazione con la falsa accusa, senza alcuna smentita dell’aggiunto ingiustamente denigrato.
L’incidente è aggravato dalla circostanza che il maresciallo ha qualche amico nei servizi segreti (com’è normale tra ex colleghi) e in quei mesi Robledo sta indagando su personaggi che vantano entrature con spioni di Stato ostili alle procure.
Fin qui, sembra andare in scena una specie di commedia degli equivoci tra magistrati che, in un clima di sfiducia, interpretano negativamente ogni mossa dell’altro.
Il vero problema nasce quando le indagini svelano l’identità della fonte, che si rivela una dottoressa ciellina legatissima a Formigoni, che l’8 ottobre 2011 è stato addirittura suo testimone di nozze: è Maria Vicario, una cardiologa del Niguarda inquisita proprio dalla procura di Milano con l’accusa di aver falsificato lettere di “raccomandazione”, in realtà inesistenti, da lei attribuite nientemeno che al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e al suo segretario generale.
Con credenziali fasulle del Quirinale è riuscita a contattare persino Giovanni Bazoli e farsi concedere da Banca Intesa mutui per un milione di euro.
Ma per questo è stata denunciata proprio dalla presidenza della Repubblica.
La dottoressa Vicario era già citata negli atti dell’inchiesta sul San Raffaele come presunta spia delle indagini sulla bancarotta del grande ospedale privato.
Nella seconda metà del 2011, dopo il clamoroso suicidio del manager Mario Cal, la cardiologa è stata intercettata mentre riferiva i presunti sviluppi dell’inchiesta (allora segretissima) a Mauro Villa, il segretario di Formigoni, che poi girava i messaggi al presidente «con linguaggio criptico».
Un’interferenza costante, documentata da sms espliciti e da 139 contatti con il cellulare di Villa e altri 65 con telefoni fissi della Regione.
Proprio in quei mesi l’inchiesta sul San Raffaele ha portato i magistrati a scoprire i fondi neri utilizzati dal faccendiere ciellino Piero Daccò (ormai condannato in appello) anche per le presunte corruzioni di Formigoni a colpi di benefit da otto milioni di euro.
Allora però restava un mistero come una cardiologa del Niguarda potesse vantarsi di spiare la procura. Mentre ora, dalle indagini sulla calunnia ai danni di Robledo, si scopre che la dottoressa Vicario, strumentalizzando il suo rapporto con la polizia giudiziaria, riusciva davvero a infilarsi nelle segrete stanze della Procura.
E addirittura a partecipare ai brindisi tra magistrati organizzati nell’ufficio del procuratore per festeggiare un collega.
Ora resta solo da capire se le sue bugie contro Robledo avessero qualche suggeritore eccellente.
Paolo Biondani
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
VIAGGIO NEI CANTIERI DI MILANO: 4350 METRI QUADRI CHE DOVREBBERO ESSERE PRONTI IL 1 MAGGIO 2015… UN MIRACOLO IL RISPETTO DEI TEMPI
Una landa popolata di fantasmi umani e di mostri meccanici. 
Il campo di un milione e cento metri quadrati, lungo due chilometri e largo da 350 a 750 metri, che tra quattrocento giorni coperto di cinquecentomila alberi e tra idilliache scenografie dovrebbe portare dal mondo 20 milioni di visitatori e certificare la fine della decadenza della Nazione, sembra sulle mappe il profilo di un pesce spiaggiato. Come l’Italia.
A guardarlo viene persino voglia di dare ragione, per una volta, al disfattismo di Beppe Grillo, che qualche giorno fa è stato qui e ha commentato: «Non c’è niente, c’è un campo e quattro pezzi di cemento. Ma chi ci viene a Rho?»
Eppure, per fare le cose per bene l’Italia aveva a disposizione 2.585 giorni da quel 31 marzo 2008, il giorno in cui tra epici festeggiamenti ottenne dal Bureau International des Exposition l’organizzazione dell’evento mondiale del secondo decennio del secolo, vincendo la sfida con Smirne.
“Grosse Koalition” all’ombra della Madonnina scrisse il “Financial Times”, commentando la collaborazione tra il governo Prodi, ormai al lumicino, e la destra che governava Milano e la Lombardia con Letizia Moratti e Roberto Formigoni.
Tutti insieme si spesero, anzi spesero in regali ai paesi votanti: scuolabus nei Caraibi, borse di studio nello Yemen e in Belize, una metrotramvia in Costa d’Avorio, una centrale del latte in Nigeria, bus a Cuba, e così via.
Oltre a un numero imprecisato di orologi di pregio e altri presenti a ministri di mezzo mondo. Poi per quasi duemila tragici giorni andò in scena il bieco spettacolo di spartizione tra politici, partiti, correnti, faccendieri, signori degli appalti e anche coppole storte, per la caccia alle poltrone e per assicurarsi fette della torta di potere e denaro. Interessi che la Direzione Nazionale Antimafia definì subito “maggiori persino di quelli ipotizzabili dalla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”, che Berlusconi, tornato a palazzo Chigi, aveva rimesso in cima al delirio sulle Grandi Opere.
Ma non una pietra fu mossa in quella striscia di terra tra i comuni di Milano, Rho e Pero, che il nuovo presidente del Consiglio Matteo Renzi, qui in visita tra qualche giorno, dovrà necessariamente presentare come l’evento del grande riscatto del paese di cui si dichiara il protagonista.
Ora il Decumano e il Cardo, come aulicamente vengono chiamate le vie, che nelle città romane si intersecavano da est a ovest e da nord a sud, cominciano a intuirsi nel fango.
Il fango del cantiere e quello dell’inchiesta della procura milanese che ha già portato all’arresto otto persone e promette sviluppi conturbanti. Sviluppi che – Dio non voglia – potrebbero fulminare la corsa contro il tempo per evitare all’Italia la figuraccia mondiale che rischia il primo maggio dell’anno prossimo, quando l’Expo dovrebbe partire
Molti avevano previsto che il sogno sarebbe diventato un incubo.
Di fronte alla sanguinosa lotta per le nomine, il controllo dei finanziamenti e degli appalti, si fece portavoce del “partito della rinuncia” l’architetto Vittorio Gregotti, il quale ricordò il saggio precedente di Francois Mitterrand che all’ultimo momento nel 1989 cancellò i faraonici progetti per la celebrazione del bicentenario della rivoluzione francese.
Ma a Parigi non c’era la simoniaca cupola politico-affaristica lombarda, che per diciotto anni sotto le insegne del casto Roberto Formigoni, capitano di una legione di sedicenti lottatori per la fede ma incapace di sottrarsi al peccato, non ha perso occasione per accumulare potere e denaro con mezzi illeciti, in nome del “ciellenismo realizzato” attraverso la Compagnia delle Opere: un blocco di potere con 34 mila aziende associate e almeno 70 miliardi di fatturato, che ha svuotato lo Stato dall’interno con l’alibi della sussidiarietà .
Negli scandali che si sono susseguiti negli anni, il cerchio magico del Celeste c’è sempre tutto. Organizzato quasi militarmente per specialità di business: la sanità , gli ospedali, l’ambiente, l’urbanistica, l’edilizia, le opere pubbliche.
Delle ruberie sui 17 e passa miliardi annuali della sanità pubblica ormai, con le inchieste e i processi in corso, si sa molto.
Come molto si sa da anni sulla mangiatoia delle opere pubbliche. Alcuni dei nomi che ricorrono nell’inchiesta sull’Expo sono gli stessi che figurano in quella sul “Formigone”. Così è stato ribattezzato il palazzo che l’ex zar della regione ha fatto erigere in via Melchiorre Gioia a perenne celebrazione della sua potenza.
Con i suoi 167 metri di altezza – più alto della Madonnina, come l’ex governatore sostiene volesse Papa Paolo VI – il mausoleo formigoniano è l’emblema dell’appaltopoli meneghina nello skyline dell’ex capitale morale dell’ormai obliata borghesia produttiva.
La procura non trascura un’inchiesta partita sulla base di un rapporto del colonnello Sergio De Caprio, il “Capitano Ultimo” che arrestò il boss mafioso Totò Riina. Ricorrono i nomi di Rocco Ferrara, già arrestato per le estrazioni petrolifere in Basilicata, e di Antonio Rognoni, l’ex direttore di Infrastrutture Lombarde, quello appena arrestato per gli appalti dell’Expo.
Per la cronaca, il “Formigone”, che doveva costare 185 milioni di euro, ne ha ingoiati oltre 500. Capite allora cosa intende la procura quando analizza la vittoria dell’appalto per la “Piastra” dell’Expo da parte della Mantovani, al posto dell’Impregilo, che doveva vincere con il solito accordo di cartello scambiando appalti sulla Pedemontana Lombardo- Veneta, con un ribasso d’asta di oltre il 40 per cento, pari a 100 e più milioni?
Che con gli inevitabili aggiornamenti prezzi c’è “ciccia” per tutti, soprattutto in un’operazione che coinvolge la dignità nazionale in corsa disperata contro il tempo. Un classico nella corruttela nazionale, i cui esempi si sprecano, a cominciare dagli appalti per il G8 della Maddalena gestiti direttamente a palazzo Chigi da Guido Bertolaso, regnante Berlusconi.
Quando l’appalto per la “Piastra” (oltre 160 milioni) andò alla Mantovani, società di cui era diventata pars magna la segretaria dell’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, con Erasmo Cinque e la Ventura di Barcellona Pozzo di Gotto (poi esclusa per sospetti di mafia), Formigoni fece un comunicato di fuoco per l’eccessivo ribasso d’asta.
E il responsabile delle gare Pierpaolo Perez protestò con un interlocutore al telefono: «Ma cosa si è fumato? Io non lo voto più questo qui, deve essere internato». «È il politico più stupido che io conosco», disse del resto una volta Ciriaco De Mita di Formigoni. O il più furbo di tutti negli affari? Non capì niente in castità perfetta e povertà evangelica, come si richiede ai Memores Domini, o sapeva tutto?
Personalità da psicoanalisi il Celeste, lo stesso uomo che balla sulle note di Hot Chili Peppers su uno yacht da milioni e che poi va a confessarsi dal padre salesiano di via Copernico.
Piove sul fango di piazza Italia, 4.350 metri quadrati che non si sa se saranno mai pronti per il primo maggio 2015; piove sul Children Park e sull’Anfiteatro, già realizzato – così dicono – al 20 per cento; l’Orto Planetario è stato cassato, come buona parte delle autostrade; non piove sulle Vie d’acqua, cancellate dai progetti, che dovevano collegare Rho al vecchio porto della darsena, nè sulla linea ferroviaria Rho Gallarate, che resterà un pezzo di carta inumidita.
Dicono che a 400 giorni dal giorno fatidico per il prestigio internazionale di questa nostra Italia siamo al 40 per cento dell’opera.
Soltanto un rifiuto risoluto del disfattismo nazionale ci permette di crederci.
Se il miracolo si compirà – e ce lo auguriamo – si aprirà la fase delle Red Arrings, le aringhe rosse, bocconi olezzanti che i cacciatori britannici disponevano sul terreno di caccia per distrarre i cani dei cacciatori avversari.
L’Expo come aringa per attirare una speculazione immobiliare da 3 o 400 milioni di euro, quando il peccato originale dell’esposizione universale sarà un angoscioso ricordo.
Si è già fatta sotto personalmente Barbara Berlusconi, leader politica in pectore, manifestando interesse per costruire su 12 ettari del pescione Expo uno stadio da 60 mila per il Milan.
E magari qualche nuova “caricatura” di città nella città , come le chiama l’architetto Mario Botta. Secondo le tradizioni di famiglia.
Alberto Statera
(da “La Repubblica”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
I PM: “PRESENZE GONFIATE NEL CENTRO DI GRADISCA, TRIPLICATE RISPETTO ALLA REALTA'”
La truffa nasce da un’idea elementare, almeno secondo la procura di Gorizia: considerato che lo Stato versa una somma fissa per ogni ospite straniero (42 euro) la società che gestisce i Centri migranti ha fatto lievitare i numeri incassando corrispettivi molto più alti del dovuto.
Agile, fraudolento, profittevole.
E così, dal 2008, i responsabili del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) e del Centro di accoglienza dei richiedenti asilo (Cara) di Gradisca d’Isonzo (Gorizia) avrebbero truccato regolarmente le fatture riguardanti la struttura che sorge a un tiro di schioppo dal confine sloveno.
Per esempio, i pm scrivono di 3458 ospiti dichiarati contro i 1754 effettivi ad aprile, 4050 invece di 1403 a maggio, 6792 e non 4003 a giugno, 8.094 (4370) a luglio, 8309 (3166) ad agosto, e avanti così per quasi quattro anni, con un picco di 11342 registrati nel settembre 2008, quasi il triplo di quelli reali.
Il che si è tradotto in un centinaio di ricevute contestate per circa tre milioni di euro di «sovrafatturazione» (uno attribuito al Cie e due al Cara), incassati indebitamente dal Consorzio Connecting People di Trapani che amministra la struttura, una delle 19 gestite in Italia: dal Friuli alla Puglia, dal Piemonte alla Sicilia.
Tutte somme versate dal ministero dell’Interno attraverso la Prefettura
«Sistema stabile e organizzato»
Emerge dalle carte depositate dai pm al giudice di Gorizia che martedì scorso ha deciso il rinvio a giudizio di tredici persone, fra cui vari amministratori, attuali ed ex, della Connecting e il viceprefetto di Gorizia, Gloria Sandra Allegretto.
I primi, accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata e alla frode in pubbliche forniture, la seconda per falso ideologico.
«Erano capi, promotori e organizzatori del consorzio criminale – non fanno sconti i magistrati agli undici che dovranno rispondere dei reati più gravi – Realizzavano un sistema stabile, organico e organizzato per ottenere la liquidazioni sempre maggiori rispetto agli importi dovuti»
Acqua e chiavette
Ad abundantiam , la frode avrebbe riguardato anche le forniture dei beni destinati agli immigrati del Centro di Gradisca, teatro qualche anno fa di accese proteste per le condizioni di vita .
Cioè, il giudice contesta pure il furto di beni a loro destinati: sottratte 89.020 bottiglie d’acqua, 311 schede telefoniche, 3.366 pacchetti di sigarette.
«Omettevano di consegnarle agli ospiti – scrivono i pm – Oltre a non ricaricare le chiavette in uso agli stessi per un importo complessivo di 140613 euro».
Briciole, in termini economici, rispetto alla truffa milionaria contestata al Consorzio. Fin qui, dunque, l’accusa.
Il dirigente e l’alto ufficiale
A processo, che partirà il prossimo 12 giugno, è finito, dunque, il viceprefetto di Gorizia, Allegretto. «Che non intende dimettersi – ha anticipato il suo avvocato, Giuseppe Campeis – E la ragione è semplice: c’è una relazione redatta dal ministero dell’Interno, che incrocia i dati della Prefettura, della Questura e del Centro, dalla quale si evince la correttezza dei comportamenti e delle fatture».
Fra gli imputati anche l’ex generale dell’esercito Vittorio Isoldi, già vice comandante della missione italiana in Libano, poi passato a dirigere il Centro di Gradisca.
«Sono amareggiato, quei numeri non sono falsi», ha dichiarato il suo legale, Enrico Agostinis, arrivando addirittura a sostenere che «semmai, sono sbagliati per difetto». Quanto a bottiglie d’acqua, sigarette e schede telefoniche ricorda invece che le forniture erano gestite da ditte subappaltanti.
E dello stesso tenore la reazione dell’ex direttore del Cie, Giovanni Scardina, pure lui rinviato a giudizio, che parla per bocca del suo legale Alberto Tarlao: «Siamo perplessi, avevamo chiesto un incidente probatorio che ci è stato negato, nonostante il ministero dichiari di non aver subito alcun danno».
Ma per gli inquirenti che hanno lavorato sottotraccia per un paio d’anni non ci sono dubbi: «Tutto è stato ampiamente passato al setaccio, si è trattato di una grande truffa allo Stato italiano».
Andrea Pasqualetto
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
BRESCIA E IL LATTE MATERNO, ROMA E L’ARSENICO, NAPOLI E LE ANALISI TRUCCATE
Brescia, latte materno compromesso e tumori a seno e fegato
Il problema di Brescia sono il cromo e i solventi organoalogenati, sostanze altamente tossiche che risultano presenti nell’acqua potabile.
Che ci fa quella roba nel rubinetto? La falda che serve Brescia ha subìto per decenni l’inquinamento dell’area industriale Caffaro, a pochi passi dalla città .
Le analisi dell’Asl, nel tempo, hanno dato risultati più o meno allarmanti. Lo scorso gennaio due cittadini hanno deciso di far analizzare a proprie spese alcuni campioni: il primo prelievo, fatto in periferia, ha riscontrato una concentrazione di 26,6 microgrammi di cromo per litro d’acqua, dato più di due volte superiore rispetto a quello rilevato dalle analisi Asl tre mesi prima.
Il secondo test, in pieno centro, ha scovato tracce di cromo esavalente per valori poco più bassi ma comunque seri (circa 11,6 microgrammi ogni litro).
L’Asl, solo venti giorni prima, non aveva riscontrato tracce della sostanza e l’acqua delle fontane pubbliche risultava incontaminata.
Da notare che la California nel 2013 ha adottato un limite di 10 microgrammi al litro, mentre quello in vigore in Europa (50 microgrammi per il cromo totale) risale al 1958.
Il gestore dell’acquedotto, A2a, garantisce che tutto è sotto controllo: nel miscelare l’acqua potabile è stata aumentata la dose proveniente dalla fonte (pulita) di Mompiano, e si sta tentando l’abbattimento del cromo versando solfato ferroso nei pozzi sperimentali. Le dosi entrate nel circolo vitale però stanno dove stanno: per esempio nel latte materno, o nelle percentuali anomale di tumori al seno e al fegato.
L’area inquinata è di due milioni di metri quadri, secondo le stime
Roma, l’arsenico scorre nelle tubazioni laziali: 90 Comuni coinvolti
Sono 90 i Comuni del Lazio dove l’acqua non è potabile a causa dell’arsenico, un elemento naturale presente nel sottosuolo per l’origine vulcanica dei terreni, ma che è dannoso per la salute dell’uomo se concentrato in quantità eccessive.
L’area più colpita è quella a nord della Capitale: secondo Legambiente, solo a Viterbo oltre 82 mila persone sono esposte al rischio. Anche a sud, tra Latina e l’area pontina, i Comuni sono alle prese con ordinanze che vietano il consumo dell’acqua, con onerosissimi costi per il servizio autobotti, e l’inevitabile contorno di denunce e polemiche.
Da febbraio il guaio è arrivato anche a Roma, con il divieto emanato dal sindaco Ignazio Marino di utilizzare l’acqua per uso alimentare, igiene personale e ogni altro utilizzo in diverse strade dei Municipi XIV e XV (Primavalle, Labaro e Giustiniana).
I comitati dei cittadini protestano ricordando che da anni hanno segnalato infezioni intestinali e problemi alla pelle. Semplice la sintesi fornita dall’Autorità per l’Energia, che stima per il Lazio una popolazione di 300 mila persone tuttora a rischio nonostante le promesse di soluzioni lampo e un piano regionale allestito dopo i primi allarmi lanciati dall’Unione Europea nel 2004: “I 9 anni di deroghe, scaduti il 31 dicembre 2012, non sono stati sufficienti a rientrare pienamente nei parametri di conformità ”.
Napoli, la camorra e quelle analisi truccate dai laboratori privati
Quando i militari Usa lasciarono le loro case di Casal di Principe, spaventati da quello che c’era nell’acqua (e forse pure nell’aria), la Regione Campania decise misure urgenti e straordinarie per verificare l’entità del pericolo.
Alcune delle società scelte — senza gara — per fare le analisi sono finite all’attenzione del pm della Dda di Napoli, Antonello Ardituro.
Il magistrato scoprì che diversi test sulla potabilità dell’acqua non erano stati eseguiti direttamente dalla Regione, ma da laboratori privati senza alcuna convenzione con la Regione. Una procedura anomala, perchè con una legge del 2001 venne stabilito che solo la Regione Campania può certificare la potabilità dell’acqua.
Così, dall’inchiesta principale sugli affidamenti diretti dei lavori, nacque un’indagine parallela che indaga su alcuni laboratori privati: l’Eurolab srl di Battipaglia, la Scar srl della zona industriale di San Marco Evangelista, la Natura srl di Casoria, il Centro Diagnostico Roselli di Sperone, l’Ultrabios di Nocera Inferiore, la Biopat di Sant’Angelo a Cupolo, Villa Carolina di Torre del Greco, l’Eco Control di Caserta e la Sca srl di Marigliano.
Come ha spiegato Il Mattino, il pentito del clan dei Casalesi, Salvatore Venosa, ha chiuso il cerchio confessando che diversi “imprenditori legati alla camorra hanno lavorato per la Regione nel settore idrico”. In sostanza, il sospetto della procura è che le stesse procedure per stabilire l’inquinamento delle acque siano state artefatte. E che la verità sulle acque campane sia tuttora un mistero.
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
“TUTTE LE AZIENDE CHIMICHE INQUINANO, IN ITALIA TENERE APERTA UNA FABBRICA E’ DIVENTATO UN CRIMINE”
Per Leonardo Capogrosso, l’uomo che secondo la Procura di Pescara è l’autore del “pizzino” della Montedison con la consegna del silenzio («non dobbiamo spaventare chi non sa» era scritto a penna sul documento ritrovato nel suo ufficio) e che è sotto processo per avvelenamento delle acque e disastro ambientale (insieme a altri 18 imputati), la fabbrica dei veleni di Bussi non esiste. «Mi scusi, ma quante persone sono morte dopo aver bevuto quell’acqua? Glielo dico io, nessuna. Quindi, di quale fabbrica dei veleni stiamo parlando?»
L’ex dirigente che secondo le indagini della Forestale di Pescara è l’autore di quel foglietto che nel marzo del 2001 invitò i tecnici di una ditta (Hpc) incaricata dei rilevamenti sull’inquinamento del polo chimico di Bussi sul Tirino a taroccare i dati, oggi è un pensionato di 75 anni che vive a Spinetta Marengo in provincia di Alessandria a due passi da un altro stabilimento ex Montedison Ausiliare (ora Solvay) e che attende l’esito del processo in primo grado in Corte d’Assise a Chieti.
Ci spiega quel “pizzino”, quel foglietto?
«E che ne so? Chi l’ha visto… Dicono che faccia parte della documentazione sequestrata nei nostri uffici. Sicuramente se è così chiariremo tutto».
Voi avete truccato i dati sull’inquinamento, questo è scritto nelle carte dell’accusa.
«È falso, ma risponderemo nelle sedi opportune. Punto su punto».
E allora le mail, i pizzini? Le pressioni alla ditta incaricata dei rilevamenti per far taroccare i dati? Che scopo avevano?
«Guardi, io alla Montedison Ausiliari lavoravo dodici ore ogni giorno, non certo per occuparmi dei dati dell’inquinamento, ma per mandare avanti la fabbrica ».
Sì, ma adesso avete lasciato lì la più grande discarica d’Europa.
«Veramente ho scoperto l’esistenza di questa discarica il giorno che la Forestale ha fatto scattare i sequestri…».
Lei ha scoperto l’esistenza della discarica da pensionato, dopo oltre 30 anni di lavoro?
«Sì, sono andato in pensione nel 2003 e mi sono accorto di tutto guardando la tv, il giorno dei sigilli».
Nel 2007? Possibile?
«Certo, guardi che a Bussi sui terreni della Montedison non c’era un cartello con la scritta “discarica”… La verità è un’altra ».
E qual è?
«Sui quei terreni sono stati sotterrati rifiuti industriali dal 1950 al 1965. Io sono entrato in azienda, come anche altri 16 imputati di questo processo, dopo il 1970. Quindi non sapevamo proprio nulla della discarica. Ora però siamo tutti sotto processo perchè non potevano non sapere… La qual cosa è folle in quanto non potevamo effettivamente sapere cosa ci fosse sotto quei terreni. Potevamo immaginarlo, forse»
Ora sa cosa c’è lì sotto?
«Certo, ma si tratta di rifiuti, le ripeto, interrati tra gli anni 50 e gli anni 60. Questo è».
Avevate comunque l’obbligo di gestire lo stabilimento chimico senza inquinare.
«E secondo lei è possibile produrre chimica senza inquinare? Tutte le aziende chimiche inquinano. Tutte. La verità è che con le nuove norme non si può tenere aperta una fabbrica di quel tipo, perchè basta un errore, un incidente…»
Non le sembra un’affermazione quantomeno esagerata?
«Posso dirle che in Italia tenere aperta una fabbrica è diventato un crimine».
Però sotto processo ci siete voi, per inquinamento delle acque e disastro ambientale.
«Ma quale avvelenamento… È morto qualcuno? Non mi risulta. Comunque chiariremo in tribunale ».
Il danno ambientale è sotto gli occhi di tutti. L’Istituto superiore di sanità sostiene che è stata messa a rischio la vita di 700mila persone. Lo sa che nel paesino di Bussi oggi c’è una incidenza della diffusione dei tumori supera del 70 per cento la media regionale?
«Ho letto e mi dispiace, ma non ci sono elementi certi per collegare questi dati con la storia del polo chimico di Bussi».
In quel “pizzino”, in quel biglietto c’era scritto “occorre non spaventare chi sa…” che significava?
«Non ne so nulla, non mi ricordo ».
Guseppe Caporale
(da “La Repubblica”)
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