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L’IMPRENDIBILE LETTA: TRENT’ANNI DI SCANDALI E MAI UNA MACCHIA

Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile

DAI FONDI NERI IRI AL CASO FININVEST-MAMMàŒ, PASSANDO PER LE MAZZETTE DEL PSDI, IL MOSE E LA P4: SEMPRE “ILLESO”

Un Gran Visir ineffabile.
Gianni Letta è come un’ombra che ingravida quella zona oscura del potere, ma poi diventa imprendibile.
L’uomo che ha ministerializzato (in senso romano) e andreottizzato, in una parola narcotizzato, la rivoluzione berlusconiana è il prezzemolo che spunta a ripetizione nelle inchieste Mose ed Expo. È sempre stato così.
Letta, che è eterno oltre il maestro “Giulio”, è lo spirito che aleggia, senza conseguenze penali, su tutti gli scandali del ventennio della Seconda Repubblica. E non solo.
La sua difesa: correttezza e trasparenz
Di fronte alle citazioni negli atti veneziani del Mose, il solitamente riservato Letta è stato costretto a smentire e ad annunciare querele.
Un atto estremo perchè il verbo minacciare non appartiene a questa figura strana ma decisiva del potere italiano. Una sorta di ciambellano che non ha seggi parlamentari, nè incarichi di partito, e ancora oggi, da privato cittadino, fa l’ambasciatore presso il Quirinale. Con quale titolo? Semplice: la sua fama vasta di mediatore pettinatissimo che Sergio Saviano descrisse così: “Ha un nome da uomo, veste da uomo, porta la cravatta da uomo ma sembra sua sorella”. Ecco la difesa lettiana di ieri: “Non è la prima volta che il mio nome viene evocato o citato in una delle tante inchieste che riempiono le cronache di questi mesi. Ed è ovvio che lo sia, perchè negli anni di governo, mi sono occupato di tante vicende, certo di tutte le più importanti, ma solo per dovere di ufficio e per le responsabilità  connesse alla funzione e al ruolo. Ma l’ho sempre fatto con spirito rigorosamente istituzionale, nella più assoluta correttezza e trasparenza”.
Il fantasma di Bernabei e i soldi dell’Iri al “Tempo”
Arrivato a 79 anni, l’ecumenismo di Letta ritrova nello scandalo del Mose i fantasmi di una brutta avventura che risale a trent’anni fa.
E riporta a quell’Ettore Bernabei, boiardo di Stato, che del progetto lagunare è ritenuto il padre. Quando qualcuno ha voluto sottilizzare ha definito il ciambellano berlusconiano come un antico democristiano di rito bernabeiano, non andreottiano. E Bernabei in origine fu fanfaniano. Sottigliezze, appunto. Soprattutto rispetto ai soldi. Perchè nel 1984 il boiardo “Ettore”, a capo dell’Italstat, venne arrestato per i fondi neri dell’Iri e si scoprì che un miliardo e mezzo di lire era finito nelle casse del Tempo, quotidiano diretto da Gianni Letta e legato al nome di Renato Angiolillo, ritenuto dallo stesso Letta “il più grande direttore perchè non ha mai scritto una riga”. L’ineffabile “Gianni” la sfangò, ma la stampa obiettò sulla somma non registrata nel bilancio della società  editrice: “L’uso che Gianni Letta avrebbe fatto della cospicua somma getta nuove ombre sull’intero episodio. Infatti, da successivi accertamenti sarebbe emerso in modo inconfutabile che il finanziamento occulto fu utilizzato per un’operazione nell’interesse personale di chi si trovò ad averne la disponibilità ”.
Letta smentì e si difende dicendo che quei soldi servivano al suo giornale.
L’arresto mancato e il sistema Fininvest
Quasi dieci anni dopo, Letta si è riciclato nella Seconda Repubblica da uomo chiave del sistema Fininvest, reclutato da B. nel 1987.
Letta consegna 70 milioni di lire all’allora segretario del Psdi, l’indimenticabile Cariglia come “contributo personale”.
Ma è la legge del repubblicano Oscar Mammì, quella che regola le frequenze, che mette a rischio la sua imprendibilità .
Durante Tangentopoli, viene accertata una tangente Fininvest sotto forma di consulenza (quasi mezzo miliardo di lire) a un collaboratore del ministro, Davide Giacalone.
Per Letta è pronta una richiesta d’arresto. Il gip romano è Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, corregionale di Letta, che si astiene in nome di “un’amicizia abbastanza antica” .
Il suo sostituto respinge la richiesta e la stessa Iannini, giorni dopo, firma per le manette a Carlo De Benedetti.
La vicenda Letta riecheggia il porto delle nebbie di andreottiana memoria, se non altro perchè il capo dei gip di Roma è Renato Squillante, protagonista di altri gravissimi scandali del ventennio berlusconiano.
Tutti gli amici e tutti gli appalti
Nella Seconda Repubblica la rete lettiana emerge nelle inchieste sulla cricca dei grandi appalti e del G8 (Anemone e Balducci), sulla P4 del faccendiere pregiudicato Luigi Bisignani, sulle interferenze di B. sulla Rai (Trani).
Letta, stavolta da indagato, compare pure in un’indagine per un appalto a una cooperativa ciellina.
Nemmeno una conseguenza, come sempre. Agli atti della cricca c’è una lettera di Letta a Bertolaso, in cui si chiede di aiutare un’impresa di amici di Denis Verdini, sherpa plurinquisito di Silvio. Per non parlare del rapporto quotidiano con Bisignani.
Anche qui rivendicazioni di correttezza nel rapporto con un piduista condannato per tangenti: “Con Bisignani intrattengo rapporti di amicizia che gestisco in modo istituzionale e corretto”.
A 79 anni, Letta è ancora vergine, dal punto di vista penale.

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“GHEDINI MI DISSE CHE GALAN POTEVA USARE QUELLA DITTA PER I FONDI NERI”

Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile

MA IL LEGALE SMENTISCE BAITA E MINACCIA QUERELE

«Non sono indagato nè sono l’anello di congiunzione tra l’inchiesta sugli appalti per la costruzioni del Mose e Silvio Berlusconi. E, aggiungo, nei suoi verbali il dottor Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, arrestato nel febbraio 2013, ndr) mai ha prospettato che direttamente o indirettamente mi sia stato fatto pervenire del denaro. Infine, Colombelli non è il mio uomo nero. Ha conosciuto a casa mia, casualmente, la signora Minutillo e io l’ho frequentato trattandosi di persona gradevole, simpatica e con la comune passione per i motori»
Con una lunga nota, in cui annuncia querele a giornali locali e nazionali, il senatore Niccolò Ghedini ha voluto sottolineare la sua totale estraneità  all’inchiesta sul Mose.
Dove effettivamente il suo nome non compare nel registro degli indagati, ma viene citato più volte da Piergiorgio Baita, da Giovanni Mazzacurati, che del Consorzio Venezia Nuova era il presidente, e dalla segretaria del governatore del Veneto Giancarlo Galan, Claudia Minutillo.
In questi termini.
«Ho conosciuto Colombelli (William Ambrogio, ex console di San Marino e presidente della società  Bmc, ndr) a casa di Ghedini – racconta la Minutillo, interrogata il 14 giugno di un anno fa –. Ricordo che prese poi la parola Ghedini, il quale disse a Galan che avrebbe potuto ben sfruttare la ditta del Colombelli anche per finanziare le campagne elettorali in Veneto: il riferimento – specifica la donna – era ovviamente alla possibilità  che la Bmc emettesse false fatture nei confronti delle ditte che poi andavano a corrispondere somme di denaro a Galan». Una testimonianza diretta, dunque, a differenza dei tanti “de relato” con cui la Minutillo ha condito i suoi interrogatori, cosa che ha reso – agli occhi dei pm – le sue dichiarazioni spesso fragili, non del tutto attendibili.
La Minutillo, in quell’occasione, va oltre, e aggiunge che «tra i destinatari delle somme raccolte dal Mazzacurati vi erano il dottor Gianni Letta e Marco Milanese ».
Anche l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, ha smentito ogni possibile addebito: «Sono sempre stato corretto, non ho mai fatto richieste di alcun genere al Consorzio ».
E così il capogruppo Pdl, Renato Brunetta: «Non ho ricevuto contributi elettorali dal Consorzio Venezia Nuova»
Di Ghedini, come detto, ha parlato anche Baita, durante i suoi cinque interrogatori davanti ai pm Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini, che seguono l’inchiesta Mose.
«Ma non l’ho mai incontrato direttamente », ha specificato, dopo aver detto di aver finanziato «le campagne del Pdl milanese»
C’è, però, un altro passaggio, nei 18 faldoni in cui sono contenuti tutti gli atti dell’indagine sulle tangenti della “cupola” veneziana, in cui viene nominato Niccolò Ghedini.
Faldone 11, gli interrogatori di Giovanni Mazzacurati, il burattinaio di tutto il sistema del Mose. Racconta Mazzacurati: «Erano venute delle lamentele attraverso, per esempio, gli avvocati di Berlusconi, Ghedini… È una persona non particolarmente simpatica che… niente, che ha detto che noi soldi non ne tiravamo fuori, per cui ci fu una discussione, perchè dicevano che davamo pochi soldi…»
Alla loro parte, al Pdl?, chiede il pubblico ministero. «Sì, sì, hanno detto che noi eravamo troppo tirchi. Replicai che purtroppo quelli erano i soldi che avevo».
Ma anche in questo caso, il discrimine sta nella testimonianza diretta. Ghedini si rivolse direttamente a Mazzacurati per avere più soldi per il partito, o no? «No, me l’ha detto Baita». Lei replicò che al solo governatore Galan dava un milione di euro l’anno?, chiede il pm.
«Sì, solo che dovevo stare attento a dire delle cose del genere perchè dopo Ghedini andava da Berlusconi e diceva… Potevano venire fuori degli incidenti…chiamiamoli diplomatici, insomma».
L’avvocato Ghedini ha ribadito che nel processo Mose continuerà  a difendere Galan: «Non è stata ritenuta alcuna incompatibilità ».

(da “La Repubblica”)

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“PER ENRICO LETTA 150.000 EURO, A MATTEOLI 600.000 EURO, GHEDINI SI LAMENTAVA PERCHE’ ERAVAMO TROPPO TIRCHI”: I VERBALI DI PRAVATA’

Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile

SCANDALO MOSE: PER OGNI 5 EURO DI COSTI, 1 EURO DESTINATO A TANGENTI

Mazzette bipartisan. La cricca del Mose non avrebbe finanziato solo esponenti del centrodestra come Altero Matteoli, ma avrebbe contribuito anche all’attività  di personaggi di primo piano del Partito democratico come Enrico Letta, aiutato attraverso un incarico fittizio di 150 mila euro.
A parlare dell’ex premier è Roberto Pravatà , vicedirettore generale del Consorzio, per trenta anni fidatissima e silenziosa ombra di Giovanni Mazzacurati, il grande burattinaio del sistema che tra finanziamenti illeciti e consulenze ha trasformato la grande opera di Venezia in una tangentopoli a larghe intese: per ogni cinque euro, hanno calcolato gli inquirenti, uno è stato speso per favori.
Il Mose costa allo Stato 5 miliardi.
Il racconto di Pravatà  è ritenuto dai pm non solo veritiero ma assolutamente affidabile perchè le modalità  con cui è stato raccolto sono state del tutto casuali: nel febbraio 2013 durante una perquisizione a casa di Pravatà  viene rinvenuto una sorta di diario che l’uomo teneva costantemente aggiornato in cui annota ciò che da ombra di Mazzacurati vede e sente.
Non solo, ma Pravatà  è anche la cerniera con il centrosinistra: quando Massimo Cacciari, da sindaco di Venezia, chiede a Mazzacurati di comprare le azioni dell’Eni in Tethis — creando un consorzio bis — è lui a gestire l’intera operazione.
Quel diario è stato sequestrato e registrato tra le 109 mila pagine di carte dell’inchiesta sul Mose come “memoriale”.
Le pagine sono state trascritte e secretate dai magistrati accompagnate da interrogatori successivi durante i quali Pravatà  conferma tutto quanto aveva scritto. “Mazzacurati mi convocò per dirmi che il Cvn avrebbe dovuto concorrere al sostenimento delle spese elettorali dell’onorevole Enrico Letta che si presentava come candidato per un turno elettorale attorno al 2007 con un contributo dell’ordine di 150 mila euro. Mi disse che il Letta Enrico aveva come intermediario per il Veneto, anche per tale finanziamento illecito, Arcangelo Boldrin con studio a Mestre in viale Ancona. In effetti venne predisposto un incarico fittizio per un’attività  concernente l’arsenale di Venezia”.
L’ex premier: “Tutti pubblici i miei finanziamenti”
L’ex premier, raggiunto telefonicamente dal Fatto Quotidiano, ha ribattuto alle accuse: “Non ne so niente. Nego assolutamente. I finanziamenti che ho ricevuto sono tutti pubblici”. Sta di fatto che Pravatà  mette in ordine anche i rapporti con lo zio Gianni. E ricorda di quando Mazzacurati gli disse che “Gianni Letta aveva per la prima volta chiesto soldi. Bisognava fare un intervento per permettere al ministro Lunardi di liquidare la sanzione di danno erariale della Corte dei Conti, derivante dall’ingiustificato allontanamento del presidente dell’ Anas”. Circostanza già  emersa negli ultimi giorni da altri verbali e che hanno spinto Gianni Letta a smentire ogni suo coinvolgimento. Di fatto nè zio nè nipote figurano indagati nel procedimento. 500 mila euro portati a casa di Matteoli e la regola del 7
Anche l’ex ministro Matteoli ieri ha dichiarato di essere estraneo alla vicenda, eppure non solo è indagato per le bonifiche ambientali a Marghera, ma tra le oltre 109 mila pagine i riscontri a suo carico emergono costantemente. Non solo, ma stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Matteoli si sarebbe adoperato su più fronti: da ministro dell’Ambiente prima e delle Infrastrutture poi, avrebbe ricevuto finanziamenti per le campagne elettorali dalla riserva di fondi neri creati dalla cricca Serenissima avvinghiata attorno al Consorzio Nuova Venezia; avrebbe ricevuto mazzette per almeno 500 mila euro consegnate direttamente a casa sua in Toscana; avrebbe proposto di scendere a patti con il Consorzio assegnandogli direttamente e senza bando 600 milioni di fondi del dicastero che guidava in cambio del versamento di una tangente compresa tra il 6,5 e il 7,5% all’azienda Socrostrano di un suo uomo di fiducia, Erasmo Cinque, e l’avrebbe poi fatta accomodare anche nella prossima grande partita italiana: l’Expo 2015 di Milano.
Questo è lo sconcertante ritratto dell’ex ministro. Intercettazioni, verbali di interrogatori, riscontri messi in fila dai tre magistrati di Venezia Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini.
L’anello di congiunzione tra la Laguna e l’Expo
Dopo Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, anche Mazzacurati racconta con particolari dettagliati il ruolo di Matteoli e confermando che l’uomo dell’ex ministro era Cinque.
“Abbiamo versato cifre intorno al mezzo milione di euro. Poi c’era Erasmo Cinque, ma questa persona è entrata nel Consorzio aggregandosi a Matteoli, è una persona un po’ discutibile.. è titolare di una società  che si chiama Socostramo. Io li ho trovati varie volte al ristorante vicino al ministero, c’è un ristorante che si chiama Enoteca Capranica. Questa persona (Cinque, ndr) ha stretto un legame molto solido con Baita”.
Cinque “è una persona che praticamente non ha impresa, è una combinazione di effetti, così, insomma. È una persona con cui io non ho un rapporto buono per cui potrei essere indotto a non parlarne benissimo, però è una persona così, insomma, discutibile per tanti aspetti”.
Baita e Cinque hanno molti interessi in comune, prosegue l’ingegnere, “insomma, hanno dei lavori in comune. Per esempio hanno preso un lotto della… di quel grande lavoro a Milano, come si chiama… l’Expo di Milano e direi che… l’Expo di Milano che Baita ha preso con un fortissimo ribasso, facendo conto che il lotto che ha preso con Cinque è un lotto strategico, per cui lui ha un po’ in mano la situazione”.
Il lotto è la Piastra, già  finita sotto inchiesta, il cui appalto è stato seguito da Infrastrutture Lombarde che un mese fa hanno portato all’arresto del direttore generale Antonio Rognoni per corruzione e turbativa d’asta, uomo di fiducia di Roberto Formigoni.
Il papà  del Mose, Mazzacurati spiega come ha fatto entrare Erasmo nella partita di Expo.
“Il referente politico di Erasmo era Matteoli (…) Socostramo ha il 5% di Ati” che si aggiudica i lavori. “Un 5% pagato a Socostramo che è di Erasmo Cinque, il cui referente è Matteoli?”, chiedono i pm. “Il 5% è sull’Expo”, conferma Mazzacurati. Ma il “lavoro lo fa tutto Baita, tutto…” come “per le bonifiche a Marghera”.
La questione di Marghera, come abbiamo ricostruito ieri sul Fatto, la riferisce Baita: Matteoli propone a Mazzacurati di affidare le bonifiche nell’area al Consorzio senza gara e destinargli i 600 milioni di “condono ambientale” pagati da Edison, Eni ed Enel, a condizione che nei lavori venisse coinvolta la società  di Erasmo al quale veniva versata una “tangente da 6,5%” prima e del “7,5% in un secondo momento”. Matteoli sarà  accontentato, stando a quanto riferiscono sia Baita sia Mazzacurati, e nell’Ati.
Il ruolo dell’avvocato di Berlusconi
C’è poi la conferma del coinvolgimento di Ghedini. Sempre Mazzacurati: “Erano venute… delle lamentele attraverso… gli avvocati di Berlusconi, Ghedini, è una roba molto antipatica, una persona non simpatica Ghedini, che niente, che ha detto che noi soldi non ne tiravamo fuori, che facevamo per cui ci fu una discussione avvenne perchè dicevano che davamo troppo pochi soldi”. “A chi?”, chiede il pm. “Che davamo pochi soldi a loro”, risponde Mazzacurati. “Quindi alla loro parte, al Pdl intende?”, insiste il pm. “Sì, sì”, conferma l’imprenditore, che aggiunge: “Replicai che purtroppo quelli erano i soldi che avevo”.
A riferire della lamentela, continua Mazzacurati, non fu Ghedini personalmente: “La lamentela me l’hanno riferita… per esempio Ghedini, che non l’ha detto a me, l’ha detto a… hanno detto che noi eravamo troppo tirchi… Me l’ha detto Baita: ‘Sai cosa dicono? Che dai troppi pochi soldi’”. “Ma lei replicò — domanda il pm — che al solo governatore dava un milione di euro all’anno?”. “Sì”, risponde Mazzacurati, “solo che dovevo star attento a dire cose del genere, perchè dopo Ghedini andava da Berlusconi e diceva… potevano venir fuori degli incidenti diplomatici…”.
A parlare di Ghedini, anche Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, che racconta l’incontro tra Ghedini e William Colombelli, console di San Marino e fondatore della Bmc che, secondo gli inquirenti era il tramite per creare fondi neri della cricca all’estero: “Ho conosciuto Colombelli a casa di Ghedini”.
Ghedini—che non è indagato—ha smentito qualsiasi coinvolgimento. §

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“CACCIARI VOLEVA I SOLDI PER SALVARE LA SQUADRA”

Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile

MAZZACURATI: “L’EX SINDACO CI HA CHIESTO 300 MILA EURO PER IL VENEZIA CALCIO, MA SOPRATTUTTO DI AIUTARE UN’AZIENDA PER UN CANTIERE DA 10 MILIONI”

Con Massimo Cacciari nacque un “consorzio bis” e anche l’ex sindaco — che non è indagato — chiese favori su favori ai “burattinai” del Mose, Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita, che nei mesi scorsi l’hanno raccontato agli inquirenti.
Oltre a Enrico Letta, l’altro nome eccellente del centrosinistra, emerso nei verbali d’interrogatorio è quello di Massimo Cacciari.
E c’è un personaggio che unisce i due — Letta e Cacciari — nel racconto di Mazzacurati e Baita: parliamo di Roberto Pravatà , ex vice direttore generale del consorzio, l’uomo che raccolse il memoriale su Letta.
È lo stesso Pravatà  che, secondo Baita, gestisce la nascita di un “consorzio bis” su input di Cacciari.
IL CONSORZIO BIS
“Thetis — dice Baita ai pm — è una società  che ha sempre fatto bilancio con trasferimenti dal Consorzio. Ma non ha creato niente, purtroppo, li ha spesi tutti, in Cina…”.
All’inizio Cacciari — dice Baita — chiede di inserire in Thetis un suo uomo di fiducia: “La società  nasce perchè era l’unico tavolo dove per esempio, con Cacciari, Mazzacurati aveva un dialogo, perchè Paruzzo era l’uomo che Cacciari aveva chiesto di mettere a Thetis, ed era l’unico…”.
Su Paruzzo, tra Cacciari e Mazzacurati, si creano anche forti tensioni: “C’è stato un momento di scontro molto violento con Cacciari quando c’è stata la questione delle alternative. La persona che teneva i contatti era Paruzzo”.
“Questo quando l’ha voluto Cacciari?”, chiede il pm. “Quando è nata Thetis”, risponde Baita.
L’imprenditore racconta l’evoluzione della società : “Thetis nasce per azione del gruppo Eni, un’intesa tra l’Eni e il Comune di Venezia. Poi l’Eni, stanca di spendere soldi, ha detto che se ne andava”.
E anche in quest’occasione , racconta Baita, Cacciari interviene su Mazzacurati; “Ha chiamato Mazzacurati e gli ha detto di comprare le azioni dell’Eni in Thetis. E così il Consorzio entra in Thetis, sostituendosi all’Eni, nel 2003. Operazione che ha seguito Pravatà . Da quel momento Thetis è stato il consorzio bis, sottratto ai consorziati”.
È quindi Pravatà  l’uomo che gestisce l’operazione indicata da Cacciari.
E non si tratta dell’unica operazione che l’ex sindaco ha proposto a Mazzacurati e Baita.
RAPPORTI POLITICI
Mazzacurati, descrivendo le sue relazioni con il mondo della politica, spiega ai pm: “Ho avuto rapporto con Cacciari”. L’ex sindaco di Venezia chiese a Mazzacurati di aiutare un imprenditore: “Mentre era sindaco mi ha chiesto di aiutare un’impresa che si chiamava Marinese, che veniva da quella che è una grossa impresa che si chiamava Guaraldo”.
La Guaraldo, che è della famiglia Marinese, è effettivamente una grande impresa che spazia dall’edilizia ai parcheggi pubblici.
È stata molto attiva anche nel periodo in cui Cacciari era sindaco. E in un’occasione Lorenzo Marinese minacciò di far causa proprio al comune di Venezia mentre un progetto, che non dipendeva più dal municipio veneziano, iniziava ad arrancare: “Gli daremo tutto il supporto possibile e immaginabile. Purtroppo il progetto Cel-Ana non dipende più da atti del Comune, ma è legato a vicende che non possiamo controllare. Mi riferisco ad esempio ai ricorsi in sede giudiziaria.Lì non possiamo proprio fare niente. Ma cercheremo comunque di dargli una mano”.
LA SOCIETà€ SPORTIVA
Una mano per l’imprenditore d’origine siciliana, nella versione di Mazzacurati, Cacciari la chiese anche al dominus dell’affare Mose. E per ben altro: “Poi Cacciari mi ha chiesto una sponsorizzazione di 300 mila euro per la squadra di calcio, però, insomma, una roba così”.
Marinese è infatti il patron della squadra di calcio del Venezia. Il Fatto Quotidiano ha provato a contattare Cacciari, con diverse telefonate e un sms, per conoscere la sua versione dei fatti sul “consorzio bis”, le azioni di Thetis e l’interessamento per il grande costruttore siciliano Marinese, ma non è arrivata alcuna risposta.

Massari e Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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